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2025-11-15
La sgozzatrice del figlio era ok per i giudici
Fiori e un camioncino giocattolo dei pompieri sono stati messi sotto il portone della casa dove una donna ha ucciso il figlio, di nove anni, tagliandogli la gola, a Muggia, in provincia di Trieste (Ansa). Nel riquadro Olena Stasiuk
«Un allarme inascoltato» e un «pericolo che non è stato arginato». Il giorno dopo la tragedia, Muggia, il paese di 12.000 abitanti in provincia di Trieste, è sotto shock per la morte del piccolo Giovanni, un bambino di nove anni sgozzato nella sera di mercoledì dalla mamma, Olena Stasiuk. La cinquantacinquenne ucraina era «malata psichiatrica» ed era stata in cura nel Centro di salute mentale di Trieste.
Olena era «pericolosa» e già in passato aveva cercato di uccidere il bambino tanto che l’ex marito da anni aveva denunciato la sua pericolosità. Però per i giudici e gli psicologi la donna «era in miglioramento» e da alcuni giorni poteva incontrare il bimbo da sola. Agli uffici del ministero della Giustizia potrebbe arrivare, nei prossimi giorni, una relazione in merito alla decisione del tribunale civile di Trieste del 13 maggio scorso, quando accordò a Olena Stasiuk la possibilità di vedere il figlio di nove anni una volta alla settimana. Secondo quanto riferisce un’agenzia diffusa dall’Ansa, la relazione, come da prassi, potrebbe puntare a far luce sulle motivazioni che avrebbero portato i giudici a questa decisione. Olena è una «malata psichiatrica», senza un lavoro stabile, descritta da molti come «un fantasma», con precedenti «documentati» di maltrattamenti nei confronti del figlio. Ma per i giudici e per gli assistenti sociali poteva vedere il figlio da sola. Una «sottovalutazione» della pericolosità sociale della donna da parte dei servizi sociali e del tribunale? Perché Olena poteva stare da sola con suo figlio se diceva di volerlo ammazzare?
Sono tanti gli interrogativi a cui dare risposta adesso che la tragedia è avvenuta. Ora al dolore per una morte così ingiusta e prematura si aggiunge la rabbia per le «falle» che il sistema di protezione ha evidenziato. I segnali della malattia e della pericolosità della mamma erano tanti ed evidenti. Tutti «inascoltati» o «sottovalutati» come emerge da atti, relazioni degli specialisti, denunce di Paolo Trame, il papà del bimbo. Il giorno dopo l’immane tragedia, si rimettono insieme i pezzi di un puzzle che fotografa una «realtà agghiacciante». Basta rileggere le parole che la stessa Olena Stasiuk pronunciò l’11 luglio del 2018 e verbalizzate in una relazione dei servizi sociali in cui gli specialisti evidenziavano la necessità di affidare il bambino «esclusivamente» al padre. Perché? Perché Olena aveva espresso le sue intenzioni: «O Giovanni rimane con me, oppure io sono disposta a uccidere il bambino, a uccidere me, buttandomi nel mare, e a uccidere anche Paolo». A riferirle, in un’intervista a SkyTg24, è stata Gigliola Bridda, avvocato del papà del piccolo ucciso.
L’uomo, che si era separato da quella donna «malata», negli atti dell’epoca, aveva ribadito la pericolosità dell’ex moglie: «Io sono preoccupato per l’incolumità di mio figlio. Sono preoccupato per la sua integrità. La mia ex moglie può arrivare a ucciderlo. Perché ho visto quello che capitava a casa». Il papà di Giovanni, in particolare negli ultimi due anni, era sempre in ansia quando suo figlio stava con la mamma perché erano accaduti episodi «gravissimi»: era stato lo stesso bimbo, che allora aveva sette anni, a raccontare al padre di essere stato aggredito dalla mamma mostrando un segno sul collo. Infatti, da quanto è emerso, la donna aveva cercato di strangolarlo tanto che il piccolo finì in ospedale con un livido evidente sul collo, refertato con tre giorni di prognosi. Questo fu uno degli episodi più gravi, ma non l’unico segnale della pericolosità della donna.
Eppure, nell’ultima relazione della psicologa, riportata dal Piccolo, era stato messo nero su bianco che Olena Stasiuk «stava attraversando una fase di miglioramento, caratterizzata da maggiore stabilità e capacità di gestione delle emozioni». Sempre secondo il Piccolo, il report parlava di «Difficoltà superate brillantemente». I fatti, purtroppo, dicono il contrario. Il rapporto tra la donna e il bambino era seguito dal tribunale e dai servizi sociali. Il tribunale aveva affidato il piccolo al padre e, fino a poco tempo fa, gli incontri tra mamma e figlio avvenivano in modalità protetta, ovvero alla presenza degli assistenti sociali. Poi, da alcuni giorni, era stata «allentata» la sorveglianza e Olena poteva vedere suo figlio da sola. Quello di mercoledì sera era il secondo incontro tra la donna e il bimbo. Quando le forze dell’ordine sono giunte, hanno trovato il piccolo sgozzato e lei con ferite ai polsi. È stata portata in ospedale e poi arrestata. Le indagini dovranno accertare se Olena fosse in grado di poter stare da sola con suo figlio.
Nella serata di ieri, il direttore di tutti i centri di salute mentale di Asugi (Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina), Massimo Semenzin, ha precisato che Olena Stasiuk aveva cominciato «un percorso nel 2017, è stata visitata più volte al Centro di salute mentale dopo la problematica separazione dal marito. Ogni tanto la signora manifestava dei disturbi, da ansia soprattutto, come ho letto nella cartella clinica. È stata seguita fino al 2023 poi è stata concordata una interruzione; non assumeva terapia farmacologica. Noi siamo rimasti a disposizione qualora ci avessero avvertiti che vi erano segnali di malessere, ma nessuno ci ha avvertiti». Il responsabile lo ha detto, ieri, ai microfoni dell’emittente locale Tele4, mostrando la relativa documentazione. In sintesi, nel 2023, le notizie che arrivavano al Centro di salute mentale centrale di Asugi era che, per motivi clinici, non c’era più necessità che la donna fosse seguita.
Nessuna notizia giunse, invece, in merito alla relazione tra la madre e il figlio. Ma il responsabile ha spiegato perché: «Non compete a noi».
«Diritti» e cavilli spalancano le celle
Ci sono decisioni, scarcerazioni, arresti domiciliari che difficilmente possono essere comprese dal cittadino comune. I fatti di cronaca, spesso sfociati nella tragedia, delle ultime settimane hanno, sempre più spesso, alla base decisioni, prese dagli organi preposti, che lasciano più di un dubbio.
L’elenco è lungo, così come sono numerose le vittime di provvedimenti che, per ragioni processuali, sanitarie o interpretative, rimettono in libertà soggetti accusati o condannati per omicidi, abusi sessuali, rapine aggravate e altri reati violenti.
Non più tardi di martedì scorso, tanto per dirne una, è tornato ai domiciliari di Dimitri Fricano, condannato in via definitiva a 30 anni per l’omicidio della fidanzata Erika Preti, avvenuto nel 2017 a San Teodoro, nel Sassarese. Durante una vacanza, i due ebbero un alterco e Fricano inflisse 57 coltellate a Erika con un coltello da cucina. Inizialmente, aveva cercato di far credere che si fosse trattato un’aggressione da parte di un estraneo salvo, poi, confessare tutto, spiegando che l’omicidio era scaturito dal fatto che Erika lo avesse rimproverato. Ora il tribunale di sorveglianza ne ha disposto la scarcerazione per condizioni di salute ritenute «incompatibili col carcere»: circa 200 chili di peso, difficoltà motorie e un forte consumo di sigarette avevano già motivato lo stesso provvedimento nel 2023, quando l’uomo aveva trascorso ai domiciliari 15 mesi con permessi d’uscita. Otto mesi fa Fricano era tornato in carcere a Torino, prima della nuova decisione che ne ha stabilito il rientro nell’abitazione materna, con divieto di contatti esterni.
Il 23 agosto è stata la volta di un quarantenne bengalese arrestato a Marghera (Venezia) per aver aggredito e palpeggiato una giovane che stava raggiungendo la vicina stazione dopo la colazione in un bar. Fermato da una volante e riconosciuto dalla vittima, l’uomo era stato portato nel carcere di Santa Maria Maggiore. Dopo l’interrogatorio di garanzia, come riporta il quotidiano La Nuova Venezia, il giudice Carlotta Franceschetti ha convalidato l’arresto ma ritenuto sufficiente la misura dell’obbligo di firma, motivandola con l’assenza di precedenti, un lavoro stabile e una situazione abitativa definita. L’uomo è così tornato in libertà nel giro di due giorni.
Poco prima, un altro caso aveva sollevato attenzione attorno alle conseguenze di un vizio procedurale. Due giovani, un diciassettenne e un diciannovenne, accusati di aver rapinato, picchiato e violentato una ragazza diciottenne il 4 gennaio, sono tornati liberi dopo la caduta delle misure cautelari. La Procura per i minorenni di Napoli aveva depositato la richiesta di rinvio a giudizio oltre i termini previsti, facendo così decadere ogni restrizione. La vicenda era stata ricostruita quasi integralmente grazie alle telecamere e all’audio di una colonnina Sos: la ragazza stava passeggiando con il fidanzato quando i due aggressori li avevano bloccati con una pistola, derubati del cellulare e di 40 euro in contanti e costretto la giovane a subire atti sessuali sotto minaccia. Il primo dei due imputati, divenuto nel frattempo maggiorenne, era stato rimesso in libertà per decorrenza dei termini.
Più indietro nel tempo si colloca la vicenda di un operatorе socio-sanitario trentasettenne, condannato in primo grado a sei anni per aver narcotizzato e violentato una sedicenne alla fermata dell’autobus a Bolzano, nell’agosto 2024. Secondo la ricostruzione, l’uomo avrebbe sciolto benzodiazepine in una bottiglietta d’acqua offerta alla ragazza, che lo aveva seguito in auto convinta di dover fare un tragitto breve. Portata nell’appartamento dell’uomo, la giovane era rimasta incapace di reagire per diverse ore. Gli esami tossicologici avevano confermato la presenza di ansiolitici nel sangue della vittima. Dopo l’arresto e la condanna in abbreviato, il trentasettenne è stato scarcerato, ottenendo i domiciliari in attesa dell’appello annunciato dalla difesa, che contesta la valutazione sulle sostanze somministrate.
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Il report alla base della decisione sulle visite: «Difficoltà psicologiche superate brillantemente» da Olena, che ha tagliato la gola al suo Giovanni. Le toghe fanno uscire di cella due stupratori e un assassino per obesità.Uno stupratore ai domiciliari, due violentatori scarcerati per inciampi procedurali, il killer liberato perché obeso e tabagista: la cronaca è piena di decisioni incredibili.Lo speciale contiene due articoli.«Un allarme inascoltato» e un «pericolo che non è stato arginato». Il giorno dopo la tragedia, Muggia, il paese di 12.000 abitanti in provincia di Trieste, è sotto shock per la morte del piccolo Giovanni, un bambino di nove anni sgozzato nella sera di mercoledì dalla mamma, Olena Stasiuk. La cinquantacinquenne ucraina era «malata psichiatrica» ed era stata in cura nel Centro di salute mentale di Trieste. Olena era «pericolosa» e già in passato aveva cercato di uccidere il bambino tanto che l’ex marito da anni aveva denunciato la sua pericolosità. Però per i giudici e gli psicologi la donna «era in miglioramento» e da alcuni giorni poteva incontrare il bimbo da sola. Agli uffici del ministero della Giustizia potrebbe arrivare, nei prossimi giorni, una relazione in merito alla decisione del tribunale civile di Trieste del 13 maggio scorso, quando accordò a Olena Stasiuk la possibilità di vedere il figlio di nove anni una volta alla settimana. Secondo quanto riferisce un’agenzia diffusa dall’Ansa, la relazione, come da prassi, potrebbe puntare a far luce sulle motivazioni che avrebbero portato i giudici a questa decisione. Olena è una «malata psichiatrica», senza un lavoro stabile, descritta da molti come «un fantasma», con precedenti «documentati» di maltrattamenti nei confronti del figlio. Ma per i giudici e per gli assistenti sociali poteva vedere il figlio da sola. Una «sottovalutazione» della pericolosità sociale della donna da parte dei servizi sociali e del tribunale? Perché Olena poteva stare da sola con suo figlio se diceva di volerlo ammazzare? Sono tanti gli interrogativi a cui dare risposta adesso che la tragedia è avvenuta. Ora al dolore per una morte così ingiusta e prematura si aggiunge la rabbia per le «falle» che il sistema di protezione ha evidenziato. I segnali della malattia e della pericolosità della mamma erano tanti ed evidenti. Tutti «inascoltati» o «sottovalutati» come emerge da atti, relazioni degli specialisti, denunce di Paolo Trame, il papà del bimbo. Il giorno dopo l’immane tragedia, si rimettono insieme i pezzi di un puzzle che fotografa una «realtà agghiacciante». Basta rileggere le parole che la stessa Olena Stasiuk pronunciò l’11 luglio del 2018 e verbalizzate in una relazione dei servizi sociali in cui gli specialisti evidenziavano la necessità di affidare il bambino «esclusivamente» al padre. Perché? Perché Olena aveva espresso le sue intenzioni: «O Giovanni rimane con me, oppure io sono disposta a uccidere il bambino, a uccidere me, buttandomi nel mare, e a uccidere anche Paolo». A riferirle, in un’intervista a SkyTg24, è stata Gigliola Bridda, avvocato del papà del piccolo ucciso. L’uomo, che si era separato da quella donna «malata», negli atti dell’epoca, aveva ribadito la pericolosità dell’ex moglie: «Io sono preoccupato per l’incolumità di mio figlio. Sono preoccupato per la sua integrità. La mia ex moglie può arrivare a ucciderlo. Perché ho visto quello che capitava a casa». Il papà di Giovanni, in particolare negli ultimi due anni, era sempre in ansia quando suo figlio stava con la mamma perché erano accaduti episodi «gravissimi»: era stato lo stesso bimbo, che allora aveva sette anni, a raccontare al padre di essere stato aggredito dalla mamma mostrando un segno sul collo. Infatti, da quanto è emerso, la donna aveva cercato di strangolarlo tanto che il piccolo finì in ospedale con un livido evidente sul collo, refertato con tre giorni di prognosi. Questo fu uno degli episodi più gravi, ma non l’unico segnale della pericolosità della donna. Eppure, nell’ultima relazione della psicologa, riportata dal Piccolo, era stato messo nero su bianco che Olena Stasiuk «stava attraversando una fase di miglioramento, caratterizzata da maggiore stabilità e capacità di gestione delle emozioni». Sempre secondo il Piccolo, il report parlava di «Difficoltà superate brillantemente». I fatti, purtroppo, dicono il contrario. Il rapporto tra la donna e il bambino era seguito dal tribunale e dai servizi sociali. Il tribunale aveva affidato il piccolo al padre e, fino a poco tempo fa, gli incontri tra mamma e figlio avvenivano in modalità protetta, ovvero alla presenza degli assistenti sociali. Poi, da alcuni giorni, era stata «allentata» la sorveglianza e Olena poteva vedere suo figlio da sola. Quello di mercoledì sera era il secondo incontro tra la donna e il bimbo. Quando le forze dell’ordine sono giunte, hanno trovato il piccolo sgozzato e lei con ferite ai polsi. È stata portata in ospedale e poi arrestata. Le indagini dovranno accertare se Olena fosse in grado di poter stare da sola con suo figlio. Nella serata di ieri, il direttore di tutti i centri di salute mentale di Asugi (Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina), Massimo Semenzin, ha precisato che Olena Stasiuk aveva cominciato «un percorso nel 2017, è stata visitata più volte al Centro di salute mentale dopo la problematica separazione dal marito. Ogni tanto la signora manifestava dei disturbi, da ansia soprattutto, come ho letto nella cartella clinica. È stata seguita fino al 2023 poi è stata concordata una interruzione; non assumeva terapia farmacologica. Noi siamo rimasti a disposizione qualora ci avessero avvertiti che vi erano segnali di malessere, ma nessuno ci ha avvertiti». Il responsabile lo ha detto, ieri, ai microfoni dell’emittente locale Tele4, mostrando la relativa documentazione. In sintesi, nel 2023, le notizie che arrivavano al Centro di salute mentale centrale di Asugi era che, per motivi clinici, non c’era più necessità che la donna fosse seguita. Nessuna notizia giunse, invece, in merito alla relazione tra la madre e il figlio. Ma il responsabile ha spiegato perché: «Non compete a noi».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sgozzatrice-figlio-ok-per-giudici-2674297867.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="diritti-e-cavilli-spalancano-le-celle" data-post-id="2674297867" data-published-at="1763208355" data-use-pagination="False"> «Diritti» e cavilli spalancano le celle Ci sono decisioni, scarcerazioni, arresti domiciliari che difficilmente possono essere comprese dal cittadino comune. I fatti di cronaca, spesso sfociati nella tragedia, delle ultime settimane hanno, sempre più spesso, alla base decisioni, prese dagli organi preposti, che lasciano più di un dubbio.L’elenco è lungo, così come sono numerose le vittime di provvedimenti che, per ragioni processuali, sanitarie o interpretative, rimettono in libertà soggetti accusati o condannati per omicidi, abusi sessuali, rapine aggravate e altri reati violenti.Non più tardi di martedì scorso, tanto per dirne una, è tornato ai domiciliari di Dimitri Fricano, condannato in via definitiva a 30 anni per l’omicidio della fidanzata Erika Preti, avvenuto nel 2017 a San Teodoro, nel Sassarese. Durante una vacanza, i due ebbero un alterco e Fricano inflisse 57 coltellate a Erika con un coltello da cucina. Inizialmente, aveva cercato di far credere che si fosse trattato un’aggressione da parte di un estraneo salvo, poi, confessare tutto, spiegando che l’omicidio era scaturito dal fatto che Erika lo avesse rimproverato. Ora il tribunale di sorveglianza ne ha disposto la scarcerazione per condizioni di salute ritenute «incompatibili col carcere»: circa 200 chili di peso, difficoltà motorie e un forte consumo di sigarette avevano già motivato lo stesso provvedimento nel 2023, quando l’uomo aveva trascorso ai domiciliari 15 mesi con permessi d’uscita. Otto mesi fa Fricano era tornato in carcere a Torino, prima della nuova decisione che ne ha stabilito il rientro nell’abitazione materna, con divieto di contatti esterni.Il 23 agosto è stata la volta di un quarantenne bengalese arrestato a Marghera (Venezia) per aver aggredito e palpeggiato una giovane che stava raggiungendo la vicina stazione dopo la colazione in un bar. Fermato da una volante e riconosciuto dalla vittima, l’uomo era stato portato nel carcere di Santa Maria Maggiore. Dopo l’interrogatorio di garanzia, come riporta il quotidiano La Nuova Venezia, il giudice Carlotta Franceschetti ha convalidato l’arresto ma ritenuto sufficiente la misura dell’obbligo di firma, motivandola con l’assenza di precedenti, un lavoro stabile e una situazione abitativa definita. L’uomo è così tornato in libertà nel giro di due giorni.Poco prima, un altro caso aveva sollevato attenzione attorno alle conseguenze di un vizio procedurale. Due giovani, un diciassettenne e un diciannovenne, accusati di aver rapinato, picchiato e violentato una ragazza diciottenne il 4 gennaio, sono tornati liberi dopo la caduta delle misure cautelari. La Procura per i minorenni di Napoli aveva depositato la richiesta di rinvio a giudizio oltre i termini previsti, facendo così decadere ogni restrizione. La vicenda era stata ricostruita quasi integralmente grazie alle telecamere e all’audio di una colonnina Sos: la ragazza stava passeggiando con il fidanzato quando i due aggressori li avevano bloccati con una pistola, derubati del cellulare e di 40 euro in contanti e costretto la giovane a subire atti sessuali sotto minaccia. Il primo dei due imputati, divenuto nel frattempo maggiorenne, era stato rimesso in libertà per decorrenza dei termini.Più indietro nel tempo si colloca la vicenda di un operatorе socio-sanitario trentasettenne, condannato in primo grado a sei anni per aver narcotizzato e violentato una sedicenne alla fermata dell’autobus a Bolzano, nell’agosto 2024. Secondo la ricostruzione, l’uomo avrebbe sciolto benzodiazepine in una bottiglietta d’acqua offerta alla ragazza, che lo aveva seguito in auto convinta di dover fare un tragitto breve. Portata nell’appartamento dell’uomo, la giovane era rimasta incapace di reagire per diverse ore. Gli esami tossicologici avevano confermato la presenza di ansiolitici nel sangue della vittima. Dopo l’arresto e la condanna in abbreviato, il trentasettenne è stato scarcerato, ottenendo i domiciliari in attesa dell’appello annunciato dalla difesa, che contesta la valutazione sulle sostanze somministrate.
Postazione italiana sulla «Cengia Martini». Nel riquadro, esplosione di una mina sul Lagazuoi (Getty Images)
Gli austriaci trincerati sulla cima del Lagazuoi a 2.800 metri di quota e gli Alpini italiani 100 metri più in basso, abbarbicati ad una stretta parete di roccia nel tentativo di conquistare la cima strategica della montagna che domina Cortina. Questa la situazione nel dicembre 1915 dopo che i Kaiserjäger avevano occupato le sommità delle Dolomiti nei mesi precedenti rendendo la situazione al fronte molto difficile per il Regio Esercito. Nell’ottobre dello stesso anno gli italiani del battaglione Alpini «Val Chisone» avevano occupato una cengia proprio sotto il Lagazuoi, successivamente fortificata e ribattezzata «Cengia Martini» in onore del comandante del battaglione Ettore Martini che guidò l’azione. L’avamposto italiano rappresentò da allora una spina nel fianco per gli austriaci, che per la posizione a strapiombo proprio sotto le loro postazioni era difficile da neutralizzare. Più volte i Kaiserjäger cercarono di colpire i baraccamenti italiani tra l’ottobre e il dicembre 1915 sia con tiri di mitragliatrice che con barilotti di esplosivo fatti cadere dalla cima, ma senza riuscire a neutralizzare del tutto gli italiani. Alla fine di dicembre iniziò una relativa calma che avrebbe riservato una drammatica sorpresa per gli Alpini. Durante il mese di dicembre le pattuglie italiane avevano sentito forti rumori di cantiere, che attribuirono a lavori di fortificazione delle postazioni austriache sulla cima. In realtà il nemico stava scavando una galleria dotata di fornello di mina proprio sopra la Cengia Martini, caricata con 300 kg. di esplosivo. Anticipata da un insolito fuoco di artiglieria partito dall’antistante postazione austriaca la mina esplose alle 00:30 del 1°gennaio 1916 provocando un forte movimento tellurico e una valanga di rocce e detriti che investì il camminamento avanzato della cengia occupata dagli italiani. Fortuna volle che la grande frana, colpendo alcune formazioni rocciose sottostanti la cima del Piccolo Lagazuoi, si incanalasse scivolando verso valle vanificando quella che fu la prima azione della lunga guerra di mina del fronte dolomitico. Anziché distruggere la cengia, un grosso masso si incastrò di fronte agli avamposti fornendo un riparo naturale agli italiani. Anche se fino al 1917 gli austriaci fecero esplodere altre tre mine contro l’avamposto degli Alpini, la Cengia Martini non fu mai sgomberata. Furono gli italiani a fare invece esplodere la quinta carica sotto l’anticima il 21 giugno 1917 nel tentativo di neutralizzare una postazione di artiglieria che impediva l’avanzata italiana. Pochi mesi più tardi la ritirata di Caporetto svuotò le trincee italiane compresa al Cengia Martini, mentre la Grande Guerra si giocò da allora sul fronte del Piave.
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Ormai li conoscono tutti: Mounjaro, Saxenda, Wegowy. Sono solo alcuni dei farmaci antiobesità e fanno dimagrire davvero. Ma cosa succede una volta conclusa la terapia? «L'interruzione dei farmaci anti-obesità è spesso seguita da un significativo recupero di peso, la cui entità è proporzionale all'effetto dimagrante iniziale del farmaco». Lo dicono gli esperti e tradotto: le persone che interrompono l'assunzione di un farmaco GLP-1 come Mounjaro tendono a riprendere peso a un ritmo che rispecchia più o meno il modo in cui lo hanno perso. Non un bell'affare insomma, tanto che alcuni ormai tendono a riassumere il farmaco a cicli alterni durante l'anno per non perdere i risultati ottenuti.
Questo accade perché l'appetito e il senso di sazietà tornano ai livelli pre-trattamento, o anche superiori per alcune persone. In uno studio randomizzato e controllato contro placebo, pubblicato da JAMA e condotto su 800 persone, si è visto che il semaglutide, insieme ad alcuni consigli dietetici e sull’attività fisica, aveva fatto perdere, in media, il 10% del peso in quattro mesi. Poi, a un terzo dei partecipanti è stato somministrato un placebo per un anno. All’undicesimo mese, costoro avevano già riacquistato il 7% del peso, mentre chi aveva continuato a ricevere semaglutide aveva perso ulteriori chili, fino ad arrivare a una diminuzione di più del 17% del peso iniziale. Ma anche queste persone, un anno dopo aver interrotto la cura, avevano riacquistato due terzi di quanto avevano perso. Lo stesso si è visto in uno studio osservazionale, pubblicato sul sito Epic Research, non sottoposto a revisione ma basato sui dati delle cartelle cliniche di 20.300 persone che avevano assunto semaglutide e perso almeno 2,3 kg. Poco meno della metà (il 44%) aveva recuperato il 25% del peso perduto, un anno dopo aver smesso la terapia.
Altra informazione che si è ottenuta scientificamente è che la maggior parte del grasso che torna è quello viscerale, cioè il grasso che avvolge gli organi interni e che è più strettamente associato all’aumento del rischio di diverse malattie, tra le quali proprio la resistenza all’insulina, il diabete, gli infarti e gli ictus. Inoltre si vede un effetto rebound nella pressione del sangue e nel colesterolo, che possono arrivare a valori peggiori rispetto a prima della cura che, invece, quasi sempre fa migliorare la situazione metabolica.
sviluppare abitudini alimentari corrette durante l'assunzione del farmaco
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Un fermo immagine tratto da un video della polizia cantonale del Vallese mostra i soccorsi dopo l'incidente a Crans-Montana (Ansa)
Un incendio seguito da una violenta esplosione ha trasformato la notte di Capodanno in una tragedia senza precedenti a Crans-Montana, una delle località sciistiche più note della Svizzera. Il bilancio provvisorio parla di circa quaranta vittime e di un centinaio di feriti, molti dei quali in condizioni gravissime a causa delle ustioni. Il rogo è scoppiato intorno all’1.30 all’interno del bar Le Constellation, dove era in corso una festa per l’arrivo del nuovo anno, frequentata soprattutto da giovani.
Secondo le prime ricostruzioni fornite dalle autorità vallesane, l’episodio non ha alcuna matrice dolosa né terroristica. La procuratrice generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, ha escluso in modo netto l’ipotesi di un attentato. Resta invece aperto il fronte delle cause accidentali: tra le piste al vaglio figurano l’uso improprio di fuochi d’artificio all’interno del locale o, come riferito da alcuni testimoni, l’accensione di candeline su bottiglie di champagne troppo vicine al soffitto in legno, che avrebbe favorito il rapido propagarsi delle fiamme.
All’interno del locale, che ha una capienza massima di circa 400 persone, al momento dell’incidente si trovavano almeno cento clienti. La deflagrazione, secondo quanto riferito dalle autorità cantonali, sarebbe stata la conseguenza dell’incendio che si è sviluppato rapidamente trasformando il bar in un braciere. Le testimonianze parlano di scene di panico, con persone ferite che cercavano di fuggire da un’uscita ritenuta insufficiente per il numero dei presenti, mentre qualcuno avrebbe infranto le finestre per aprire una via di fuga. I soccorsi sono scattati immediatamente. Sul posto sono intervenuti circa 150 operatori, con il supporto di una quarantina di ambulanze e dieci elicotteri. Molti feriti sono stati trasportati negli ospedali del Vallese, dove i reparti di terapia intensiva risultano saturi. Le autorità sanitarie hanno lanciato un appello alla popolazione affinché eviti comportamenti a rischio, per non aggravare ulteriormente la pressione sul sistema ospedaliero. L’area dell’incidente è stata completamente isolata ed è stata istituita una no-fly zone sopra Crans-Montana.
Anche l’Italia è coinvolta nelle operazioni di emergenza. Una squadra del soccorso alpino valdostano è stata inviata sul posto, con un elicottero della Protezione civile regionale e personale medico a bordo. La Regione Lombardia ha inoltre messo a disposizione il centro grandi ustioni dell’ospedale Niguarda. Sul fronte diplomatico, la Farnesina ha attivato un’unità di crisi per verificare l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani. Al momento non vi sono conferme ufficiali, ma l’identificazione delle vittime si preannuncia complessa e richiederà tempo, poiché molti corpi risultano gravemente compromessi dalle ustioni. L’ambasciatore d’Italia in Svizzera e il consolato di Ginevra sono in contatto con le autorità elvetiche e si stanno recando sul luogo della tragedia. È stata attivata una linea telefonica di emergenza per i familiari, raggiungibile anche dall’Italia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso la vicinanza dell’Italia alle autorità svizzere, mantenendo un costante contatto con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha manifestato il cordoglio del governo italiano e la solidarietà ai familiari delle vittime e ai feriti. Messaggi di partecipazione sono arrivati anche dall’estero: il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso il sostegno della Francia alla Svizzera, mentre Parigi ha confermato il ferimento di due cittadini francesi.
In Svizzera, la tragedia ha avuto un forte impatto istituzionale e simbolico. Il Consiglio di Stato del Vallese ha dichiarato lo stato di emergenza per mobilitare tutte le risorse necessarie, mentre il presidente della Confederazione, Guy Parmelin, ha deciso di rinviare il tradizionale discorso di Capodanno. In una nota, il governo federale ha parlato di un lutto che colpisce l’intero Paese, sottolineando come una notte di festa si sia trasformata in una delle pagine più nere della storia recente di Crans-Montana.
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Il 2025 consegna agli investitori un mercato solo apparentemente generoso: i rendimenti in dollari sono stati spesso erosi dal cambio e dalle rotazioni settoriali. In vista del 2026, secondo l’analisi di Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf), la parola chiave diventa protezione: attenzione al rischio valutario, selezione rigorosa nel tech, oro e Asia come ancore strategiche, mentre sul reddito fisso conviene accorciare le scadenze per difendersi da inflazione e debito pubblico.
Il 2025 si chiude lasciando in eredità agli investitori un panorama a luci e ombre, dove i rendimenti nominali hanno spesso mascherato insidie valutarie e rotazioni settoriali profonde. Guardando al 2026, la sfida per il risparmiatore non sarà solo individuare la crescita, ma proteggerla dalla volatilità e dai nuovi equilibri geopolitici.
Nonostante la forza apparente del mercato americano, il 2025 ha impartito una lezione fondamentale sulla gestione del rischio di cambio. Se l'S&P 500 ha marciato con decisione in dollari, per l’investitore europeo il bilancio è stato molto differente. «L'indice Msci Usa in euro ha registrato un rendimento prossimo allo zero, a causa di una discesa del dollaro così forte da inficiare moltissimi comparti internazionali», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «È fondamentale tenerne conto quando si investe: le valute possono erodere i rendimenti in modo silente ma devastante. E questo fattore ha inciso anche naturalmente sull’esposizione dei fondi e degli ETF sulle azioni mondiali senza copertura valutaria».
In questo contesto, la Borsa italiana ha rappresentato una vera eccezione positiva, svettando con performance comprese tra il 20% e il 30%, a dimostrazione che la selezione geografica e settoriale rimane l'arma vincente rispetto a un approccio passivo.
Il dibattito sul 2026 ruota attorno alla sostenibilità del settore tech. Sebbene i multipli di Borsa siano elevati (P/E intorno a 31 per gli Stati Uniti), il paragone con la bolla dot-com del 2000 appare, secondo Gaziano, parziale. «Oggi i multipli medi sono inferiori del 30-40% rispetto al dicembre 1999 e le aziende producono utili reali, a differenza di quanto accadeva venticinque anni fa», chiarisce lo strategist di SoldiExpert Scf. «Tuttavia, alcune società quotano 'per la perfezione'. Questo induce a una selezione rigorosa, evitando l'approccio 'compra e tieni' indiscriminato che in questa fase del ciclo può essere molto pericoloso».
Una delle grandi sorprese dell’anno trascorso è stata la resilienza dei metalli preziosi, con l’oro che ha superato i 4.000 dollari l’oncia, trainato dagli acquisti massicci delle banche centrali (Cina in testa) come protezione contro il rischio di confisca delle riserve in dollari. Parallelamente, lo sguardo si sposta sempre più a Oriente. Nonostante i dazi, l'area asiatica (Cina, India, Vietnam) continua a dominare nicchie tecnologiche cruciali. «La Cina ha abbattuto i costi in modo che le aziende occidentali non riescono a replicare», sottolinea Gaziano, «basti pensare ai sensori per la guida autonoma, passati da un costo di 50.000 a soli 200 dollari».
Sul fronte del reddito fisso, la prudenza resta la parola d'ordine. Se i Btp tricolori e le obbligazioni europee ad alto rendimento (High Yield) hanno offerto soddisfazioni, i titoli a lunghissima scadenza si sono rivelati trappole per il capitale. «I rendimenti a lungo termine sono tornati a salire, penalizzando chi detiene obbligazioni a lunga scadenza. Abbiamo visto in questi anni bond centenari come il titolo austriaco con scadenza 2126 perdere l'80% del loro valore», avverte Salvatore Gaziano. «Per questo motivo, nel 2026 nei nostri portafogli consigliati da diverso tempo preferiamo non prenderci rischi sulle scadenze medio-lunghe: meglio guadagnare poco ma evitare batoste, dato che l'inflazione resta un mostro che potrebbe risvegliarsi in ogni momento e molti Stati hanno bisogno di coprire debiti pubblici crescenti, emettendo carta su carta».
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