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2025-11-15
La sgozzatrice del figlio era ok per i giudici
Fiori e un camioncino giocattolo dei pompieri sono stati messi sotto il portone della casa dove una donna ha ucciso il figlio, di nove anni, tagliandogli la gola, a Muggia, in provincia di Trieste (Ansa). Nel riquadro Olena Stasiuk
«Un allarme inascoltato» e un «pericolo che non è stato arginato». Il giorno dopo la tragedia, Muggia, il paese di 12.000 abitanti in provincia di Trieste, è sotto shock per la morte del piccolo Giovanni, un bambino di nove anni sgozzato nella sera di mercoledì dalla mamma, Olena Stasiuk. La cinquantacinquenne ucraina era «malata psichiatrica» ed era stata in cura nel Centro di salute mentale di Trieste.
Olena era «pericolosa» e già in passato aveva cercato di uccidere il bambino tanto che l’ex marito da anni aveva denunciato la sua pericolosità. Però per i giudici e gli psicologi la donna «era in miglioramento» e da alcuni giorni poteva incontrare il bimbo da sola. Agli uffici del ministero della Giustizia potrebbe arrivare, nei prossimi giorni, una relazione in merito alla decisione del tribunale civile di Trieste del 13 maggio scorso, quando accordò a Olena Stasiuk la possibilità di vedere il figlio di nove anni una volta alla settimana. Secondo quanto riferisce un’agenzia diffusa dall’Ansa, la relazione, come da prassi, potrebbe puntare a far luce sulle motivazioni che avrebbero portato i giudici a questa decisione. Olena è una «malata psichiatrica», senza un lavoro stabile, descritta da molti come «un fantasma», con precedenti «documentati» di maltrattamenti nei confronti del figlio. Ma per i giudici e per gli assistenti sociali poteva vedere il figlio da sola. Una «sottovalutazione» della pericolosità sociale della donna da parte dei servizi sociali e del tribunale? Perché Olena poteva stare da sola con suo figlio se diceva di volerlo ammazzare?
Sono tanti gli interrogativi a cui dare risposta adesso che la tragedia è avvenuta. Ora al dolore per una morte così ingiusta e prematura si aggiunge la rabbia per le «falle» che il sistema di protezione ha evidenziato. I segnali della malattia e della pericolosità della mamma erano tanti ed evidenti. Tutti «inascoltati» o «sottovalutati» come emerge da atti, relazioni degli specialisti, denunce di Paolo Trame, il papà del bimbo. Il giorno dopo l’immane tragedia, si rimettono insieme i pezzi di un puzzle che fotografa una «realtà agghiacciante». Basta rileggere le parole che la stessa Olena Stasiuk pronunciò l’11 luglio del 2018 e verbalizzate in una relazione dei servizi sociali in cui gli specialisti evidenziavano la necessità di affidare il bambino «esclusivamente» al padre. Perché? Perché Olena aveva espresso le sue intenzioni: «O Giovanni rimane con me, oppure io sono disposta a uccidere il bambino, a uccidere me, buttandomi nel mare, e a uccidere anche Paolo». A riferirle, in un’intervista a SkyTg24, è stata Gigliola Bridda, avvocato del papà del piccolo ucciso.
L’uomo, che si era separato da quella donna «malata», negli atti dell’epoca, aveva ribadito la pericolosità dell’ex moglie: «Io sono preoccupato per l’incolumità di mio figlio. Sono preoccupato per la sua integrità. La mia ex moglie può arrivare a ucciderlo. Perché ho visto quello che capitava a casa». Il papà di Giovanni, in particolare negli ultimi due anni, era sempre in ansia quando suo figlio stava con la mamma perché erano accaduti episodi «gravissimi»: era stato lo stesso bimbo, che allora aveva sette anni, a raccontare al padre di essere stato aggredito dalla mamma mostrando un segno sul collo. Infatti, da quanto è emerso, la donna aveva cercato di strangolarlo tanto che il piccolo finì in ospedale con un livido evidente sul collo, refertato con tre giorni di prognosi. Questo fu uno degli episodi più gravi, ma non l’unico segnale della pericolosità della donna.
Eppure, nell’ultima relazione della psicologa, riportata dal Piccolo, era stato messo nero su bianco che Olena Stasiuk «stava attraversando una fase di miglioramento, caratterizzata da maggiore stabilità e capacità di gestione delle emozioni». Sempre secondo il Piccolo, il report parlava di «Difficoltà superate brillantemente». I fatti, purtroppo, dicono il contrario. Il rapporto tra la donna e il bambino era seguito dal tribunale e dai servizi sociali. Il tribunale aveva affidato il piccolo al padre e, fino a poco tempo fa, gli incontri tra mamma e figlio avvenivano in modalità protetta, ovvero alla presenza degli assistenti sociali. Poi, da alcuni giorni, era stata «allentata» la sorveglianza e Olena poteva vedere suo figlio da sola. Quello di mercoledì sera era il secondo incontro tra la donna e il bimbo. Quando le forze dell’ordine sono giunte, hanno trovato il piccolo sgozzato e lei con ferite ai polsi. È stata portata in ospedale e poi arrestata. Le indagini dovranno accertare se Olena fosse in grado di poter stare da sola con suo figlio.
Nella serata di ieri, il direttore di tutti i centri di salute mentale di Asugi (Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina), Massimo Semenzin, ha precisato che Olena Stasiuk aveva cominciato «un percorso nel 2017, è stata visitata più volte al Centro di salute mentale dopo la problematica separazione dal marito. Ogni tanto la signora manifestava dei disturbi, da ansia soprattutto, come ho letto nella cartella clinica. È stata seguita fino al 2023 poi è stata concordata una interruzione; non assumeva terapia farmacologica. Noi siamo rimasti a disposizione qualora ci avessero avvertiti che vi erano segnali di malessere, ma nessuno ci ha avvertiti». Il responsabile lo ha detto, ieri, ai microfoni dell’emittente locale Tele4, mostrando la relativa documentazione. In sintesi, nel 2023, le notizie che arrivavano al Centro di salute mentale centrale di Asugi era che, per motivi clinici, non c’era più necessità che la donna fosse seguita.
Nessuna notizia giunse, invece, in merito alla relazione tra la madre e il figlio. Ma il responsabile ha spiegato perché: «Non compete a noi».
«Diritti» e cavilli spalancano le celle
Ci sono decisioni, scarcerazioni, arresti domiciliari che difficilmente possono essere comprese dal cittadino comune. I fatti di cronaca, spesso sfociati nella tragedia, delle ultime settimane hanno, sempre più spesso, alla base decisioni, prese dagli organi preposti, che lasciano più di un dubbio.
L’elenco è lungo, così come sono numerose le vittime di provvedimenti che, per ragioni processuali, sanitarie o interpretative, rimettono in libertà soggetti accusati o condannati per omicidi, abusi sessuali, rapine aggravate e altri reati violenti.
Non più tardi di martedì scorso, tanto per dirne una, è tornato ai domiciliari di Dimitri Fricano, condannato in via definitiva a 30 anni per l’omicidio della fidanzata Erika Preti, avvenuto nel 2017 a San Teodoro, nel Sassarese. Durante una vacanza, i due ebbero un alterco e Fricano inflisse 57 coltellate a Erika con un coltello da cucina. Inizialmente, aveva cercato di far credere che si fosse trattato un’aggressione da parte di un estraneo salvo, poi, confessare tutto, spiegando che l’omicidio era scaturito dal fatto che Erika lo avesse rimproverato. Ora il tribunale di sorveglianza ne ha disposto la scarcerazione per condizioni di salute ritenute «incompatibili col carcere»: circa 200 chili di peso, difficoltà motorie e un forte consumo di sigarette avevano già motivato lo stesso provvedimento nel 2023, quando l’uomo aveva trascorso ai domiciliari 15 mesi con permessi d’uscita. Otto mesi fa Fricano era tornato in carcere a Torino, prima della nuova decisione che ne ha stabilito il rientro nell’abitazione materna, con divieto di contatti esterni.
Il 23 agosto è stata la volta di un quarantenne bengalese arrestato a Marghera (Venezia) per aver aggredito e palpeggiato una giovane che stava raggiungendo la vicina stazione dopo la colazione in un bar. Fermato da una volante e riconosciuto dalla vittima, l’uomo era stato portato nel carcere di Santa Maria Maggiore. Dopo l’interrogatorio di garanzia, come riporta il quotidiano La Nuova Venezia, il giudice Carlotta Franceschetti ha convalidato l’arresto ma ritenuto sufficiente la misura dell’obbligo di firma, motivandola con l’assenza di precedenti, un lavoro stabile e una situazione abitativa definita. L’uomo è così tornato in libertà nel giro di due giorni.
Poco prima, un altro caso aveva sollevato attenzione attorno alle conseguenze di un vizio procedurale. Due giovani, un diciassettenne e un diciannovenne, accusati di aver rapinato, picchiato e violentato una ragazza diciottenne il 4 gennaio, sono tornati liberi dopo la caduta delle misure cautelari. La Procura per i minorenni di Napoli aveva depositato la richiesta di rinvio a giudizio oltre i termini previsti, facendo così decadere ogni restrizione. La vicenda era stata ricostruita quasi integralmente grazie alle telecamere e all’audio di una colonnina Sos: la ragazza stava passeggiando con il fidanzato quando i due aggressori li avevano bloccati con una pistola, derubati del cellulare e di 40 euro in contanti e costretto la giovane a subire atti sessuali sotto minaccia. Il primo dei due imputati, divenuto nel frattempo maggiorenne, era stato rimesso in libertà per decorrenza dei termini.
Più indietro nel tempo si colloca la vicenda di un operatorе socio-sanitario trentasettenne, condannato in primo grado a sei anni per aver narcotizzato e violentato una sedicenne alla fermata dell’autobus a Bolzano, nell’agosto 2024. Secondo la ricostruzione, l’uomo avrebbe sciolto benzodiazepine in una bottiglietta d’acqua offerta alla ragazza, che lo aveva seguito in auto convinta di dover fare un tragitto breve. Portata nell’appartamento dell’uomo, la giovane era rimasta incapace di reagire per diverse ore. Gli esami tossicologici avevano confermato la presenza di ansiolitici nel sangue della vittima. Dopo l’arresto e la condanna in abbreviato, il trentasettenne è stato scarcerato, ottenendo i domiciliari in attesa dell’appello annunciato dalla difesa, che contesta la valutazione sulle sostanze somministrate.
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Il report alla base della decisione sulle visite: «Difficoltà psicologiche superate brillantemente» da Olena, che ha tagliato la gola al suo Giovanni. Le toghe fanno uscire di cella due stupratori e un assassino per obesità.Uno stupratore ai domiciliari, due violentatori scarcerati per inciampi procedurali, il killer liberato perché obeso e tabagista: la cronaca è piena di decisioni incredibili.Lo speciale contiene due articoli.«Un allarme inascoltato» e un «pericolo che non è stato arginato». Il giorno dopo la tragedia, Muggia, il paese di 12.000 abitanti in provincia di Trieste, è sotto shock per la morte del piccolo Giovanni, un bambino di nove anni sgozzato nella sera di mercoledì dalla mamma, Olena Stasiuk. La cinquantacinquenne ucraina era «malata psichiatrica» ed era stata in cura nel Centro di salute mentale di Trieste. Olena era «pericolosa» e già in passato aveva cercato di uccidere il bambino tanto che l’ex marito da anni aveva denunciato la sua pericolosità. Però per i giudici e gli psicologi la donna «era in miglioramento» e da alcuni giorni poteva incontrare il bimbo da sola. Agli uffici del ministero della Giustizia potrebbe arrivare, nei prossimi giorni, una relazione in merito alla decisione del tribunale civile di Trieste del 13 maggio scorso, quando accordò a Olena Stasiuk la possibilità di vedere il figlio di nove anni una volta alla settimana. Secondo quanto riferisce un’agenzia diffusa dall’Ansa, la relazione, come da prassi, potrebbe puntare a far luce sulle motivazioni che avrebbero portato i giudici a questa decisione. Olena è una «malata psichiatrica», senza un lavoro stabile, descritta da molti come «un fantasma», con precedenti «documentati» di maltrattamenti nei confronti del figlio. Ma per i giudici e per gli assistenti sociali poteva vedere il figlio da sola. Una «sottovalutazione» della pericolosità sociale della donna da parte dei servizi sociali e del tribunale? Perché Olena poteva stare da sola con suo figlio se diceva di volerlo ammazzare? Sono tanti gli interrogativi a cui dare risposta adesso che la tragedia è avvenuta. Ora al dolore per una morte così ingiusta e prematura si aggiunge la rabbia per le «falle» che il sistema di protezione ha evidenziato. I segnali della malattia e della pericolosità della mamma erano tanti ed evidenti. Tutti «inascoltati» o «sottovalutati» come emerge da atti, relazioni degli specialisti, denunce di Paolo Trame, il papà del bimbo. Il giorno dopo l’immane tragedia, si rimettono insieme i pezzi di un puzzle che fotografa una «realtà agghiacciante». Basta rileggere le parole che la stessa Olena Stasiuk pronunciò l’11 luglio del 2018 e verbalizzate in una relazione dei servizi sociali in cui gli specialisti evidenziavano la necessità di affidare il bambino «esclusivamente» al padre. Perché? Perché Olena aveva espresso le sue intenzioni: «O Giovanni rimane con me, oppure io sono disposta a uccidere il bambino, a uccidere me, buttandomi nel mare, e a uccidere anche Paolo». A riferirle, in un’intervista a SkyTg24, è stata Gigliola Bridda, avvocato del papà del piccolo ucciso. L’uomo, che si era separato da quella donna «malata», negli atti dell’epoca, aveva ribadito la pericolosità dell’ex moglie: «Io sono preoccupato per l’incolumità di mio figlio. Sono preoccupato per la sua integrità. La mia ex moglie può arrivare a ucciderlo. Perché ho visto quello che capitava a casa». Il papà di Giovanni, in particolare negli ultimi due anni, era sempre in ansia quando suo figlio stava con la mamma perché erano accaduti episodi «gravissimi»: era stato lo stesso bimbo, che allora aveva sette anni, a raccontare al padre di essere stato aggredito dalla mamma mostrando un segno sul collo. Infatti, da quanto è emerso, la donna aveva cercato di strangolarlo tanto che il piccolo finì in ospedale con un livido evidente sul collo, refertato con tre giorni di prognosi. Questo fu uno degli episodi più gravi, ma non l’unico segnale della pericolosità della donna. Eppure, nell’ultima relazione della psicologa, riportata dal Piccolo, era stato messo nero su bianco che Olena Stasiuk «stava attraversando una fase di miglioramento, caratterizzata da maggiore stabilità e capacità di gestione delle emozioni». Sempre secondo il Piccolo, il report parlava di «Difficoltà superate brillantemente». I fatti, purtroppo, dicono il contrario. Il rapporto tra la donna e il bambino era seguito dal tribunale e dai servizi sociali. Il tribunale aveva affidato il piccolo al padre e, fino a poco tempo fa, gli incontri tra mamma e figlio avvenivano in modalità protetta, ovvero alla presenza degli assistenti sociali. Poi, da alcuni giorni, era stata «allentata» la sorveglianza e Olena poteva vedere suo figlio da sola. Quello di mercoledì sera era il secondo incontro tra la donna e il bimbo. Quando le forze dell’ordine sono giunte, hanno trovato il piccolo sgozzato e lei con ferite ai polsi. È stata portata in ospedale e poi arrestata. Le indagini dovranno accertare se Olena fosse in grado di poter stare da sola con suo figlio. Nella serata di ieri, il direttore di tutti i centri di salute mentale di Asugi (Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina), Massimo Semenzin, ha precisato che Olena Stasiuk aveva cominciato «un percorso nel 2017, è stata visitata più volte al Centro di salute mentale dopo la problematica separazione dal marito. Ogni tanto la signora manifestava dei disturbi, da ansia soprattutto, come ho letto nella cartella clinica. È stata seguita fino al 2023 poi è stata concordata una interruzione; non assumeva terapia farmacologica. Noi siamo rimasti a disposizione qualora ci avessero avvertiti che vi erano segnali di malessere, ma nessuno ci ha avvertiti». Il responsabile lo ha detto, ieri, ai microfoni dell’emittente locale Tele4, mostrando la relativa documentazione. In sintesi, nel 2023, le notizie che arrivavano al Centro di salute mentale centrale di Asugi era che, per motivi clinici, non c’era più necessità che la donna fosse seguita. Nessuna notizia giunse, invece, in merito alla relazione tra la madre e il figlio. 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I fatti di cronaca, spesso sfociati nella tragedia, delle ultime settimane hanno, sempre più spesso, alla base decisioni, prese dagli organi preposti, che lasciano più di un dubbio.L’elenco è lungo, così come sono numerose le vittime di provvedimenti che, per ragioni processuali, sanitarie o interpretative, rimettono in libertà soggetti accusati o condannati per omicidi, abusi sessuali, rapine aggravate e altri reati violenti.Non più tardi di martedì scorso, tanto per dirne una, è tornato ai domiciliari di Dimitri Fricano, condannato in via definitiva a 30 anni per l’omicidio della fidanzata Erika Preti, avvenuto nel 2017 a San Teodoro, nel Sassarese. Durante una vacanza, i due ebbero un alterco e Fricano inflisse 57 coltellate a Erika con un coltello da cucina. Inizialmente, aveva cercato di far credere che si fosse trattato un’aggressione da parte di un estraneo salvo, poi, confessare tutto, spiegando che l’omicidio era scaturito dal fatto che Erika lo avesse rimproverato. Ora il tribunale di sorveglianza ne ha disposto la scarcerazione per condizioni di salute ritenute «incompatibili col carcere»: circa 200 chili di peso, difficoltà motorie e un forte consumo di sigarette avevano già motivato lo stesso provvedimento nel 2023, quando l’uomo aveva trascorso ai domiciliari 15 mesi con permessi d’uscita. Otto mesi fa Fricano era tornato in carcere a Torino, prima della nuova decisione che ne ha stabilito il rientro nell’abitazione materna, con divieto di contatti esterni.Il 23 agosto è stata la volta di un quarantenne bengalese arrestato a Marghera (Venezia) per aver aggredito e palpeggiato una giovane che stava raggiungendo la vicina stazione dopo la colazione in un bar. Fermato da una volante e riconosciuto dalla vittima, l’uomo era stato portato nel carcere di Santa Maria Maggiore. Dopo l’interrogatorio di garanzia, come riporta il quotidiano La Nuova Venezia, il giudice Carlotta Franceschetti ha convalidato l’arresto ma ritenuto sufficiente la misura dell’obbligo di firma, motivandola con l’assenza di precedenti, un lavoro stabile e una situazione abitativa definita. L’uomo è così tornato in libertà nel giro di due giorni.Poco prima, un altro caso aveva sollevato attenzione attorno alle conseguenze di un vizio procedurale. Due giovani, un diciassettenne e un diciannovenne, accusati di aver rapinato, picchiato e violentato una ragazza diciottenne il 4 gennaio, sono tornati liberi dopo la caduta delle misure cautelari. La Procura per i minorenni di Napoli aveva depositato la richiesta di rinvio a giudizio oltre i termini previsti, facendo così decadere ogni restrizione. La vicenda era stata ricostruita quasi integralmente grazie alle telecamere e all’audio di una colonnina Sos: la ragazza stava passeggiando con il fidanzato quando i due aggressori li avevano bloccati con una pistola, derubati del cellulare e di 40 euro in contanti e costretto la giovane a subire atti sessuali sotto minaccia. Il primo dei due imputati, divenuto nel frattempo maggiorenne, era stato rimesso in libertà per decorrenza dei termini.Più indietro nel tempo si colloca la vicenda di un operatorе socio-sanitario trentasettenne, condannato in primo grado a sei anni per aver narcotizzato e violentato una sedicenne alla fermata dell’autobus a Bolzano, nell’agosto 2024. Secondo la ricostruzione, l’uomo avrebbe sciolto benzodiazepine in una bottiglietta d’acqua offerta alla ragazza, che lo aveva seguito in auto convinta di dover fare un tragitto breve. Portata nell’appartamento dell’uomo, la giovane era rimasta incapace di reagire per diverse ore. Gli esami tossicologici avevano confermato la presenza di ansiolitici nel sangue della vittima. Dopo l’arresto e la condanna in abbreviato, il trentasettenne è stato scarcerato, ottenendo i domiciliari in attesa dell’appello annunciato dalla difesa, che contesta la valutazione sulle sostanze somministrate.
Gli svizzeri Marco Odermatt e Loic Meillard applaudono il brasiliano Lucas Pinheiro-Braathen durante la cerimonia di premiazione per lo slalom Gigante maschile delle gare di sci alpino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Durante la pausa aveva detto: «Quest’anno ho già fatto delle belle rimonte, bisogna tirare fuori tutto, vado all-in». Invece è out. Lo sguardo finisce su Giovanni Franzoni, cognome che finora ha significato salvezza. Niente da fare, il bresciano è sfinito (24º), l’argento nella Libera può bastare. «Sono esausto, non vedo l’ora di staccare un po’ a casa. Gli avversari erano più freschi, mi è uscita la spalla prima di partire, sono al limite. La mia priorità è la velocità, in gigante non mi sono allenato molto. Ho dato tutto e va bene, prima olimpiade positiva, mi darei 8,5».
Archiviata la pratica italiana rimane una gara storica, con la prima medaglia d’oro del Brasile sugli sci: la ghermisce come un’aquila reale Luca Pinheiro-Braaten, superfigo in tuta, con due manche da guerriero delle Alpi come Alberto Tomba, capace di tenersi dietro nella tormenta Marco Odermatt e l’altro svizzero Loic Meillard. Padre norvegese e madre brasiliana, Pinheiro-Braaten ha trascorso i suoi primi 25 anni di vita a fare la spola fra le due sponde dell’Atlantico: a Oslo quando i genitori erano insieme, a San Paolo dopo la separazione, di nuovo in Norvegia per gareggiare con la squadra più organizzata. Ma tre anni fa, per una questione legata agli sponsor, ecco la rottura con la federazione, la fuga in Brasile da mamma Alessandra, un anno per riorganizzarsi e l’invenzione della samba bianca. Bohèmien, casinista il giusto nelle notti di Coppa del Mondo (sei vittorie sempre fra i pali), Pinheiro-Braaten si percepisce manager etico di se stesso. E al traguardo, prima di mettersi l’oro al collo, ha pure il tempo per un messaggio gandhiano: «Spero che i brasiliani capiscano che la differenza è un superpotere. Non importa il background, il colore della pelle, da dove arrivi. Se credi fortemente nel tuo sogno, lo realizzi». Lo diceva già Ayrton Senna, ma va bene uguale. Facile ripeterlo per lui, che guadagna milioni dagli sponsor, può permettersi di pagare uno staff personale da paura, investe in immobili e ha preso casa a Milano: «Dell’Italia amo tutto, le montagne, il sistema di vita, questa città così creativa». Tomba lo chiama al telefono: «Sei il migliore, adesso ci credi?». Il brasiliano piange di gioia. Si scende da Bormio con l’illusione che quell’exploit sia anche un po’ nostro.
Un angelo vola, un angelo cade. È il Superman del pattinaggio artistico, lo statunitense Ilia Malinin (genitori uzbeki), presentato come un genio assoluto, l’oro più scontato (non perdeva dal 2023) con copertina su Sport Illustrated, l’imperatore del quadruplo Axel, un Rudolf Nureyev con le lame sotto i piedi. Morale: ottavo nella gara della vita dopo due cadute rovinose. Un incubo psicologico lo accompagnava da giorni, era obbligato a vincere ed è crollato. Se la testa non è fredda, lo Sport diventa una scimmia sulla schiena; ora il suo mental coach avrà di che lavorare. Mentre l’Italia di hockey subisce una dura lezione dalla Finlandia (11-0) e va a casa con tre sconfitte, contiamo le altre ferite di giornata. Solo dignitosa la staffetta femminile di Fondo (6ª), delude il Biathlon donne sprint dove Lisa Vittozzi non riesce a ripetere l’impresa di una settimana fa e arriva quinta mentre la leader più accreditata Dorothea Wierer scompare nelle retrovie dopo sequenze imbarazzanti al poligono. Oro alla norvegese Maren Kirkeide. Neppure sulla pista milanese di Pattinaggio velocità va meglio: nella 500 maschile Jeffrey Rosanelli sbiadisce al 17º posto nella gara dominata dal fuoriclasse statunitense Jordan Stolz (già oro nei 1000). Ci va male anche in allenamento: ieri la mascotte italiana, la napoletana di 16 anni Giada D’Antonio cade in slalom e si rompe un legamento crociato. Adieu.
È una giornata così, sarà il clima di San Valentino distrutto a colpi di insulti nel curling, dove gli svedesi sconfitti accusano due volte i canadesi di aver toccato la stone con una mano dopo il lancio. Il FairPlay va a farsi benedire e il Var non c’è. Allora ci pensa il capitano canadese Marc Kennedy a chiudere la polemica con un «Fuck you, la scopa puoi mettertela…» che ci costringe a ripensamenti sulla proverbiale compostezza anglosassone.
Oggi riparte la caccia al record delle 20 medaglie di Lillehammer. Per l’Italia tornano in pista i grossi calibri: Federica Brignone e Sofia Goggia (Gigante), Michela Moioli (Snowboard) e Francesca Lollobrigida (Pattinaggio), obiettivi preferiti dei fotografi. Ieri a Bormio non si capiva perché i paparazzi girassero attorno al gigantista argentino Tiziano Gravier, finito nelle retrovie. È il figlio dell’ex modella Valeria Mazza, cercavano tutti la mamma.
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