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2025-08-09
Prima sono troppi, poi troppo pochi. Sui turisti stanno dando i numeri
Turismo (iStock)
Forse l’unico turista buono è quello che ci dà la carta di credito, ma poi resta a casa e ci lascia soli con le nostre italian meraviglie. Oppure si presenta a novembre, con l’ombrello. Il problema è che la schizofrenia dei media sta raggiungendo nuove vette nel cuore della stagione turistica. Stagione che non è per nulla finita, ma da un paio di giorni siamo inseguiti dagli allarmi di quotidiani, radio e tv su un presunto, drammatico, calo delle presenze. Sarà, ma fino a poche settimane fa, e da mesi, impazzava l’alato dibattito sull’iperturismo che rischia di stravolgere le città d’arte e di distruggere le montagne. Ora, a pochi giorni da Ferragosto, lo sport nazionale della lamentazione ci porta a domande angosciose su dove sono andati gli americani o perché non tutti possono o (vogliono) spendere duecento euro per una giornata al mare.
Già, i prezzi. In queste ore tutti a magnificare il caso di Bibbione, con i suoi 18.000 ombrelloni «tutti sold out con prezzi a partire da 21 euro», come riporta Repubblica. Dalle immagini sembra un po’ un carnaio, ma almeno sarà più facile trovare qualcuno che ti guarda lo zainetto mentre fai il bagno e comunque è sicuramente un posto dove non rischi di incontrare un giornalista del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. L’allarme, comunque è generalizzato. Federalberghi dice al Corriere della Sera che «al 90% i dati sono negativi rispetto al 2024». E al suo presidente, Berbabò Bocca, tocca prendere il posto di Maurizio Landini della Cgil quando dice che «gli italiani hanno minore capacità di spesa e cercano di organizzare la vacanza in modo diverso». Come? Per esempio affittando appartamenti e mangiando a casa, facendo la spesa al supermercato. Lo stesso Corriere ieri sparava: «Caro prezzi e nuovi trend, il caso delle spiagge vuote. Calo fino al 25%». Toni ancora più drammatici su Sky Tg24: «Estate 2025, crollano le presenze in spiaggia: è allarme per le città di mare». Coglie la palla al balzo Assobalneari, che chiede al governo di Giorgia Meloni di «continuare a difendere il settore balneare italiano dagli attacchi dei tecnocrati di Bruxelles, che vorrebbero mettere a gara le concessioni in modo illegittimo». Per i concessionari di stabilimenti il calo sul 2024 è già tra il 20% e il 30%. Apocalisse sul Messaggero: «Spiagge vuote. Calo di presenze del 30%. La denuncia: “Rincari e tariffe folli”». Mentre la Stampa scodella la coraggiosa «inchiesta», ovvero «Ombrelloni a peso d’oro e le spiagge si svuotano».
Premesso che non possiamo andare a tutti a Bibbione o a Jesolo, senza correre il rischio di devastarle (e far pure salire i prezzi), qualcosa davvero non torna in tutta questa geremiade agostana. In tema di rincari, al netto di truffe e scorrettezze varie, nessuno costringe nessuno ad affittare un ombrellone per duecento euro al giorno, a cenare con cento euro a testa. Sono scelte che si fanno, come spendere mille euro per un telefonino da dare a un dodicenne e poi lamentarsi che i libri scolastici costano troppo. Non vivendo nella Repubblica popolare cinese, il diritto alla vacanza marina o montana a prezzo politico non c’è. E poi l’Italia e l’Europa sono grandi e si possono fare vacanze belle e intelligenti in tanti modi, senza svenarsi.
Poi ci sono quelli che devono restare a casa, perché hanno un parente malato o anziano, perché hanno pochi soldi o hanno altre priorità nella vita. La scorsa settimana sono già stati commiserati a reti unificate, come se fossero tutti in fila alla Caritas, ma tra loro ci sono anche coloro che andranno in vacanza a ottobre e anche coloro che sanno riposarsi e divertirsi a chilometri zero, tra una sagra, una passeggiata, un concerto e un museo. Visto che la macchina del consumo di massa non deve lasciare in pace neppure loro, ecco che la scorsa settimana sono stati scoperti dai giornali e la loro pratica ha vinto un nuovo nome: «Staycation». Anche a leggere giornali non inclini allo storytelling, come Avvenire, pare che imparare a dire agli amici e sul lavoro: «Non vado da nessuna parte, quest’anno ho scelto la staycation» dovrebbe togliere ogni sensazione di essere dei disadattati. Per altro, a far sentire dei disadattati quelli che non partono sono gli stessi media che poi sfornano queste etichette zuccherine.
Quest’uso vagamente truffaldino dell’inglese si completa con un altro termine che abbiamo importato da pochi mesi, «overtourism». Si tratta degli effetti nefasti che un eccesso di turismo può produrre su un luogo e su una comunità, non solo in termini di tutela del patrimonio artistico, ma di stravolgimento dei servizi, delle infrastrutture, della qualità della vita e dei prezzi degli immobili. I primi segnali di un impazzimento sul tema sono stati individuati da tempo e ampiamente dibattuti. I giornali ci hanno posto per mesi e mesi interrogativi angosciosi. Possiamo trasformare le nostre città in bed&breakest, oppure ci vogliono più alberghi? Nei centri storici e per vistare alcuni monumenti bisogna mettere il numero chiuso? Ci piacciono i lucchetti dei b&b per strada, o sono cheap e fanno disordine? Quanti camminatori può tollerare un sentiero di montagna? Ci piace una città sempre vivace, piena di eventi e di visitatori, oppure vogliamo dormire nel silenzio e trovare sempre parcheggio? Se abbiamo 150.000 euro da parte proviamo inseguire un figlio per regalargli un bilocale, oppure ci spenniamo turisti e studenti?
Sarebbero anche temi importanti, che dicono anche all’esterno che cosa vogliamo davvero per le nostre città e per i nostri figli. Ma vanno discussi con calma e con i piedi a bagno. In modo che non resti libero un solo ombrellone.
Il ministro: «Non c’è nessun calo»
«Nessun calo. Sempre più turisti scelgono i mesi “spalla”, quelli tradizionalmente meno canonici». Il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, non ci sta alle lamentele sul calo di turisti lungo le nostre coste da parte dei gestori e sull’aumento dei prezzi denunciato dai consumatori. Secondo il ministro, si sta concretizzando la tanto agognata destagionalizzazione. A testimoniarlo l’andamento della domanda nei primi mesi dell’estate perché «l’estate non è solo mare» visto che «si registrano alti livelli di vendite anticipate anche per montagna, città d’arte e aree interne» quindi «parlare di crisi del turismo di agosto è allarmistico e fuorviante».
Eppure i gestori segnalano spiagge piene soltanto nel weekend e ombrelloni chiusi gli altri giorni della settimana con un calo medio delle presenze tra il 20 e il 30%, oltre a consumi ridotti al minimo per i servizi di bar, ristorante, noleggio attrezzature e chiedono aiuto al governo: «Difendeteci dagli attacchi dei tecnocrati di Bruxelles». Ma Santanchè insiste: «Solo allarmismo, il turismo sta cambiando e in Italia ci sono tariffe medie più basse di Grecia e Spagna». Però sono proprio i consumatori a denunciare aumenti di prezzi insostenibili.
«In realtà giugno non era andato male, mentre a luglio c’è stata sicuramente una flessione» ammette Simone Battistoni, presidente dei Balneari dell’Emilia Romagna. «È un fenomeno a macchia di leopardo, a Rimini è stato più contenuto, Ferrara e Ravenna ne hanno risentito di più. Poi quando le spiagge sono piene, i consumi si sono ridotti anche a fronte di prezzi rimasti invariati. Se prima la gente veniva per due settimane adesso ne fa una, oppure soltanto il weekend». Spiagge vuote anche in Versilia o sulle coste laziali o calabresi. «Il calo di presenze è evidente già da qualche anno» sottolinea Giuseppe Aieta, sindaco di Cetraro, nel Cosentino, «per fortuna compensiamo con il porto turistico, 600 posti barca sempre pieni».
Nonostante il pienone atteso a Ferragosto, (12 milioni e 640mila spostamenti), anche Agriturist (Confagricoltura) lamenta che «la tendenza dominante è la minore durata dei soggiorni, con prenotazioni di due o tre notti al massimo».
Il ministero fa parlare i numeri: a luglio 2025, a fronte di un aumento delle tariffe medie sul 2024, l’Italia si colloca ai vertici del mercato turistico nel Mediterraneo. Da un lato, il Belpaese guida per tasso di saturazione con il 43,2% contro il 27,8% di Francia, il 35,1% della Grecia e il 39,2% della Spagna; dall’altro, risulta essere competitivo sul fronte dei prezzi, con una tariffa media di 156,20 euro, inferiore a Grecia (229,40 euro) e Spagna (181,90 euro). Sulla permanenza nell’intero trimestre estivo, i turisti statunitensi fanno segnare la durata media di soggiorno più lunga (12,8 notti), seguiti da francesi (5,5 notti) e britannici (5,3 notti). Numeri che non solo confermano e rafforzano località già affermate, marittime e montane, ma che mettono anche in luce l’emergere di destinazioni meno conosciute. «È una testimonianza della vitalità e della diversificazione del nostro settore turistico» commenta il ministro Santanchè. Sembra confermare Gabriele Manella, docente di Sociologia del turismo e sviluppo del territorio all’Università di Bologna-Campus Forlì: «C’è un effetto dovuto al caro-prezzi, per cui molte località costiere, un tempo in voga, oggi soffrono maggiormente. C’è poi un aspetto legato ai mutamenti della quotidianità, che comportano anche vacanze meno lunghe rispetto al passato. E aggiungerei anche il fatto che ci sono molte più località che scoprono, o riscoprono, una vocazione turistica; oppure si sperimentano forme diverse di turismo, come quello lento o itinerante».
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La stagione non è ancora finita, ma i media continuano a offrire notizie sempre più discordanti, passando dall’«overtourism» a crucciarsi per le spiagge vuote e infine a piangere per la «staycation».Per Daniela Santanché si sta concretizzando la tanto agognata destagionalizzazione, in grado di portare sempre più visitatori nel nostro Paese in ogni mese dell’anno.Lo speciale contiene due articoliForse l’unico turista buono è quello che ci dà la carta di credito, ma poi resta a casa e ci lascia soli con le nostre italian meraviglie. Oppure si presenta a novembre, con l’ombrello. Il problema è che la schizofrenia dei media sta raggiungendo nuove vette nel cuore della stagione turistica. Stagione che non è per nulla finita, ma da un paio di giorni siamo inseguiti dagli allarmi di quotidiani, radio e tv su un presunto, drammatico, calo delle presenze. Sarà, ma fino a poche settimane fa, e da mesi, impazzava l’alato dibattito sull’iperturismo che rischia di stravolgere le città d’arte e di distruggere le montagne. Ora, a pochi giorni da Ferragosto, lo sport nazionale della lamentazione ci porta a domande angosciose su dove sono andati gli americani o perché non tutti possono o (vogliono) spendere duecento euro per una giornata al mare.Già, i prezzi. In queste ore tutti a magnificare il caso di Bibbione, con i suoi 18.000 ombrelloni «tutti sold out con prezzi a partire da 21 euro», come riporta Repubblica. Dalle immagini sembra un po’ un carnaio, ma almeno sarà più facile trovare qualcuno che ti guarda lo zainetto mentre fai il bagno e comunque è sicuramente un posto dove non rischi di incontrare un giornalista del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. L’allarme, comunque è generalizzato. Federalberghi dice al Corriere della Sera che «al 90% i dati sono negativi rispetto al 2024». E al suo presidente, Berbabò Bocca, tocca prendere il posto di Maurizio Landini della Cgil quando dice che «gli italiani hanno minore capacità di spesa e cercano di organizzare la vacanza in modo diverso». Come? Per esempio affittando appartamenti e mangiando a casa, facendo la spesa al supermercato. Lo stesso Corriere ieri sparava: «Caro prezzi e nuovi trend, il caso delle spiagge vuote. Calo fino al 25%». Toni ancora più drammatici su Sky Tg24: «Estate 2025, crollano le presenze in spiaggia: è allarme per le città di mare». Coglie la palla al balzo Assobalneari, che chiede al governo di Giorgia Meloni di «continuare a difendere il settore balneare italiano dagli attacchi dei tecnocrati di Bruxelles, che vorrebbero mettere a gara le concessioni in modo illegittimo». Per i concessionari di stabilimenti il calo sul 2024 è già tra il 20% e il 30%. Apocalisse sul Messaggero: «Spiagge vuote. Calo di presenze del 30%. La denuncia: “Rincari e tariffe folli”». Mentre la Stampa scodella la coraggiosa «inchiesta», ovvero «Ombrelloni a peso d’oro e le spiagge si svuotano».Premesso che non possiamo andare a tutti a Bibbione o a Jesolo, senza correre il rischio di devastarle (e far pure salire i prezzi), qualcosa davvero non torna in tutta questa geremiade agostana. In tema di rincari, al netto di truffe e scorrettezze varie, nessuno costringe nessuno ad affittare un ombrellone per duecento euro al giorno, a cenare con cento euro a testa. Sono scelte che si fanno, come spendere mille euro per un telefonino da dare a un dodicenne e poi lamentarsi che i libri scolastici costano troppo. Non vivendo nella Repubblica popolare cinese, il diritto alla vacanza marina o montana a prezzo politico non c’è. E poi l’Italia e l’Europa sono grandi e si possono fare vacanze belle e intelligenti in tanti modi, senza svenarsi.Poi ci sono quelli che devono restare a casa, perché hanno un parente malato o anziano, perché hanno pochi soldi o hanno altre priorità nella vita. La scorsa settimana sono già stati commiserati a reti unificate, come se fossero tutti in fila alla Caritas, ma tra loro ci sono anche coloro che andranno in vacanza a ottobre e anche coloro che sanno riposarsi e divertirsi a chilometri zero, tra una sagra, una passeggiata, un concerto e un museo. Visto che la macchina del consumo di massa non deve lasciare in pace neppure loro, ecco che la scorsa settimana sono stati scoperti dai giornali e la loro pratica ha vinto un nuovo nome: «Staycation». Anche a leggere giornali non inclini allo storytelling, come Avvenire, pare che imparare a dire agli amici e sul lavoro: «Non vado da nessuna parte, quest’anno ho scelto la staycation» dovrebbe togliere ogni sensazione di essere dei disadattati. Per altro, a far sentire dei disadattati quelli che non partono sono gli stessi media che poi sfornano queste etichette zuccherine.Quest’uso vagamente truffaldino dell’inglese si completa con un altro termine che abbiamo importato da pochi mesi, «overtourism». Si tratta degli effetti nefasti che un eccesso di turismo può produrre su un luogo e su una comunità, non solo in termini di tutela del patrimonio artistico, ma di stravolgimento dei servizi, delle infrastrutture, della qualità della vita e dei prezzi degli immobili. I primi segnali di un impazzimento sul tema sono stati individuati da tempo e ampiamente dibattuti. I giornali ci hanno posto per mesi e mesi interrogativi angosciosi. Possiamo trasformare le nostre città in bed&breakest, oppure ci vogliono più alberghi? Nei centri storici e per vistare alcuni monumenti bisogna mettere il numero chiuso? Ci piacciono i lucchetti dei b&b per strada, o sono cheap e fanno disordine? Quanti camminatori può tollerare un sentiero di montagna? Ci piace una città sempre vivace, piena di eventi e di visitatori, oppure vogliamo dormire nel silenzio e trovare sempre parcheggio? Se abbiamo 150.000 euro da parte proviamo inseguire un figlio per regalargli un bilocale, oppure ci spenniamo turisti e studenti? Sarebbero anche temi importanti, che dicono anche all’esterno che cosa vogliamo davvero per le nostre città e per i nostri figli. Ma vanno discussi con calma e con i piedi a bagno. In modo che non resti libero un solo ombrellone.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/turismo-estate-italia-daniela-santanche-2673872028.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ministro-non-ce-nessun-calo" data-post-id="2673872028" data-published-at="1754746418" data-use-pagination="False"> Il ministro: «Non c’è nessun calo» «Nessun calo. Sempre più turisti scelgono i mesi “spalla”, quelli tradizionalmente meno canonici». Il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, non ci sta alle lamentele sul calo di turisti lungo le nostre coste da parte dei gestori e sull’aumento dei prezzi denunciato dai consumatori. Secondo il ministro, si sta concretizzando la tanto agognata destagionalizzazione. A testimoniarlo l’andamento della domanda nei primi mesi dell’estate perché «l’estate non è solo mare» visto che «si registrano alti livelli di vendite anticipate anche per montagna, città d’arte e aree interne» quindi «parlare di crisi del turismo di agosto è allarmistico e fuorviante».Eppure i gestori segnalano spiagge piene soltanto nel weekend e ombrelloni chiusi gli altri giorni della settimana con un calo medio delle presenze tra il 20 e il 30%, oltre a consumi ridotti al minimo per i servizi di bar, ristorante, noleggio attrezzature e chiedono aiuto al governo: «Difendeteci dagli attacchi dei tecnocrati di Bruxelles». Ma Santanchè insiste: «Solo allarmismo, il turismo sta cambiando e in Italia ci sono tariffe medie più basse di Grecia e Spagna». Però sono proprio i consumatori a denunciare aumenti di prezzi insostenibili.«In realtà giugno non era andato male, mentre a luglio c’è stata sicuramente una flessione» ammette Simone Battistoni, presidente dei Balneari dell’Emilia Romagna. «È un fenomeno a macchia di leopardo, a Rimini è stato più contenuto, Ferrara e Ravenna ne hanno risentito di più. Poi quando le spiagge sono piene, i consumi si sono ridotti anche a fronte di prezzi rimasti invariati. Se prima la gente veniva per due settimane adesso ne fa una, oppure soltanto il weekend». Spiagge vuote anche in Versilia o sulle coste laziali o calabresi. «Il calo di presenze è evidente già da qualche anno» sottolinea Giuseppe Aieta, sindaco di Cetraro, nel Cosentino, «per fortuna compensiamo con il porto turistico, 600 posti barca sempre pieni».Nonostante il pienone atteso a Ferragosto, (12 milioni e 640mila spostamenti), anche Agriturist (Confagricoltura) lamenta che «la tendenza dominante è la minore durata dei soggiorni, con prenotazioni di due o tre notti al massimo».Il ministero fa parlare i numeri: a luglio 2025, a fronte di un aumento delle tariffe medie sul 2024, l’Italia si colloca ai vertici del mercato turistico nel Mediterraneo. Da un lato, il Belpaese guida per tasso di saturazione con il 43,2% contro il 27,8% di Francia, il 35,1% della Grecia e il 39,2% della Spagna; dall’altro, risulta essere competitivo sul fronte dei prezzi, con una tariffa media di 156,20 euro, inferiore a Grecia (229,40 euro) e Spagna (181,90 euro). Sulla permanenza nell’intero trimestre estivo, i turisti statunitensi fanno segnare la durata media di soggiorno più lunga (12,8 notti), seguiti da francesi (5,5 notti) e britannici (5,3 notti). Numeri che non solo confermano e rafforzano località già affermate, marittime e montane, ma che mettono anche in luce l’emergere di destinazioni meno conosciute. «È una testimonianza della vitalità e della diversificazione del nostro settore turistico» commenta il ministro Santanchè. Sembra confermare Gabriele Manella, docente di Sociologia del turismo e sviluppo del territorio all’Università di Bologna-Campus Forlì: «C’è un effetto dovuto al caro-prezzi, per cui molte località costiere, un tempo in voga, oggi soffrono maggiormente. C’è poi un aspetto legato ai mutamenti della quotidianità, che comportano anche vacanze meno lunghe rispetto al passato. E aggiungerei anche il fatto che ci sono molte più località che scoprono, o riscoprono, una vocazione turistica; oppure si sperimentano forme diverse di turismo, come quello lento o itinerante».
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Nella sede della Lega Serie A dirigenti del calcio e istituzioni si sono confrontati sulla sostenibilità economico-finanziaria delle società. Presenti il vice ministro dell'Economia Maurizio Leo, l’Inps e l’Agenzia delle Entrate. Al centro trasparenza dei bilanci e nuovi strumenti di controllo.
I conti del calcio italiano tornano sotto la lente di istituzioni e club. Nella sede della Lega Serie A, a Milano, dirigenti delle società e rappresentanti dello Stato si sono ritrovati per una giornata di confronto dedicata alla sostenibilità economico-finanziaria del sistema. Un tema sempre più centrale per il futuro dei club, chiamati a coniugare competitività sportiva e solidità dei bilanci.
All’incontro ha partecipato anche il vice ministro dell’Economia Maurizio Leo. L’obiettivo è stato quello di rafforzare il dialogo tra il mondo del calcio e alcune delle principali istituzioni coinvolte nei controlli economici: Agenzia delle Entrate, Inps e la Commissione indipendente incaricata di verificare l’equilibrio finanziario delle società.
Ad aprire i lavori è stato Massimiliano Atelli, presidente della nuova Commissione incaricata di monitorare i conti dei club e verificarne la solidità economica. Il confronto è poi entrato nel merito dei rapporti tra le società e gli enti pubblici. Gabriele Fava, presidente dell’Inps e membro della Commissione indipendente, ha affrontato il tema dei contributi previdenziali e delle relazioni tra i club e l’istituto, soffermandosi sulle possibili forme di collaborazione. A seguire è intervenuto Vincenzo Carbone, direttore dell’Agenzia delle Entrate e membro della Commissione, che ha presentato il modello della cosiddetta «cooperative compliance», il sistema di adempimento collaborativo pensato per favorire un rapporto più diretto tra amministrazione finanziaria e contribuenti. Nelle conclusioni, il vice ministro Maurizio Leo ha sottolineato proprio l’importanza di questo approccio basato sulla collaborazione e sulla trasparenza, indicando possibili sviluppi futuri per sostenere il sistema calcio. Per il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, il confronto rappresenta «un passaggio molto importante per il futuro del calcio». Simonelli ha ricordato come la Lega abbia già attivato, all’interno della propria Commissione fiscale, un tavolo dedicato al sistema di controllo del rischio fiscale, con l’obiettivo di definire una valutazione specifica per il settore.
Il dialogo con le istituzioni – dalla Commissione indipendente all’Inps, dall’Agenzia delle Entrate al ministero dell’Economia – secondo il numero uno della Lega conferma la volontà di rafforzare i principi di sostenibilità e trasparenza nella gestione delle società sportive. Un percorso che punta a costruire un modello più solido per il calcio italiano nei prossimi anni.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 marzo 2026. La nostra Francesca Ronchin ci rivela i dettagli dell'egemonia della sinistra nelle associazioni degli italiani all'estero.
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Uno studio del King’s College di Londra mette alla prova i principali modelli di intelligenza artificiale in simulazioni di crisi geopolitiche. Nel 95% dei casi l’escalation termina con l’uso di armi nucleari tattiche: per gli algoritmi la vittoria strategica conta più di qualsiasi tabù morale.
L’IA e il vizio del nucleare: nelle simulazioni di guerra effettuate con l’intelligenza artificiale l’arma atomica non è un tabù
Gli appassionati di cinema ricorderanno certamente Skynet, la malvagia super-intelligenza artificiale che nel mondo fantascientifico della saga Terminator inizia la sua guerra all’umanità scatenando l’apocalisse nucleare. Quella era fantascienza, per fortuna. Eppure, nelle simulazioni di guerra effettuate al King’s College di Londra utilizzando i tre principali modelli di IA (ChatGPT, Gemini e Claude Sonnet), questi ultimi appaiono molto più disposti a ricorrere all’arma atomica rispetto alla controparte umana di fronte a crisi geopolitiche simulate.
L’esperimento voleva replicare i war games, quei giochi di guerra effettuati dagli Stati Maggiori di tutte le principali forze armate del mondo in cui vengono simulati scenari di crisi. Tra esse vi erano intensi scontri internazionali, dispute sui confini, competizione per risorse scarse e minacce esistenziali alla sopravvivenza dei regimi. Le simulazioni sono state ben 21, con un vasto range di opzioni fornito ai tre modelli IA, che andavano dalle semplici proteste diplomatiche alla resa completa fino alla guerra nucleare strategica totale. Ebbene, nel 95% dei casi la simulazione è terminata con l’utilizzo di almeno un’arma nucleare tattica da parte dei modelli di IA.
Appare quindi chiaro che per l’intelligenza artificiale il tabù nucleare non sia poi così tanto un tabù. Mentre un leader umano è (o dovrebbe essere) condizionato da un insieme di fattori etici, emotivi e politici, tali da rendere l’opzione atomica l’ultima risorsa assoluta, i modelli di intelligenza artificiale, invece, sembrano operare secondo una logica puramente utilitaristica e strategica.
Per l’IA, la vittoria è l’obiettivo primario, e se l’uso di armi nucleari tattiche rappresenta il percorso più efficiente per raggiungerla, allora quella diventa la scelta preferibile, scevra da remore morali o dalla paura delle conseguenze a lungo termine. Durante le simulazioni svolte dal King’s College, infatti, in nessun caso i modelli hanno optato per la resa, anche di fronte a una sconfitta palese, preferendo sempre un’escalation della violenza.
Può sembrare cosa da poco, ma l'intelligenza artificiale è già stata testata in giochi di guerra da Paesi di tutto il mondo. Di più, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di difesa è una realtà che appare ormai inarrestabile.
Basti pensare che per l’anno fiscale 2026 il Pentagono ha allocato 9,8 miliardi di dollari solo per sistemi autonomi e IA, mentre la Russia, secondo un report del Center for Strategic and International Studies, effettua ormai l’80% delle sue missioni di fuoco con droni, e sta puntando forte sull’integrazione dell’IA per il comando e controllo di tali missioni.
L’attrattiva è innegabile. Essa promette di accelerare il ciclo decisionale, analizzando enormi quantità di dati in tempo reale; dalla logistica alla sorveglianza, dalla cyberguerra alla guida di veicoli autonomi. L’impronta nel settore militare è insomma destinata a crescere in modo esponenziale. Ma è proprio per questo che l’esperimento del King’s College suona come un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Affidare a un’intelligenza artificiale, per quanto avanzata, decisioni che implicano l’uso di forza letale, e in particolare di armi di distruzione di massa, richiede una riflessione profonda e un’attenzione meticolosa alla sua programmazione.
D’altra parte è proprio questo uno dei motivi di forte attrito tra il Ceo di Anthropic, Dario Amodei, e il Pentagono. Il proprietario di Sonnet vuole che il suo software IA non venga utilizzato in armi autonome e per la sorveglianza di massa, mentre il governo americano desidera l’accesso completo al software senza restrizioni. Non si tratta solo di scrivere un codice efficiente, ma di infondere nei sistemi di IA dei principi etici solidi, dei vincoli morali invalicabili e delle “linee rosse” che non possano essere superate neanche nel perseguimento dell’obiettivo strategico.
La sfida è anche filosofica, oltre che politica. Come possiamo insegnare a una macchina il valore della vita umana e il principio di proporzionalità? La risposta a questa domanda determinerà se l’intelligenza artificiale sarà un utile strumento per la sicurezza o un acceleratore di distruzione.
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Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari esteri che si è svolto a Bruxelles.