Ecco #DimmiLaVerità del 30 gennaio 2025. Il leader di Sud chiama Nord Cateno De Luca attacca Schifani sulla frana di Niscemi: «Lo vado a prendere!».
Ansa
Minacce a vuoto per il tetto imposto ai biglietti: da noi realizza il 30% del fatturato.
«Ryanair, da un lato esalta la libertà del mercato, dall’altro però intasca i contributi: dall’aeroporto di Palermo ha ottenuto 15 milioni di euro nel 2022». Il presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani, scoperchia il vaso di Pandora delle sovvenzioni pubbliche che alimentano le low cost e in particolare la compagnia irlandese, creando una distorsione del mercato. Altro che concorrenza. La replica del governatore arriva dopo che il Ceo di Ryanair, Eddie Wilson, ha minacciato di «ridurre i voli dalla Sardegna e dalla Sicilia, il che significherà meno passeggeri a tariffe più elevate» se il governo non ritirerà il decreto che pone un tetto ai rincari dei biglietti per le isole. Mentre però brandisce la clava, al tempo stesso annuncia il lancio di «5 rotte nazionali da e per Alghero per il prossimo inverno con oltre 30 voli settimanali che collegano la Sardegna con le principali destinazioni continentali». Il che lascia intendere che oltre le urla c’è ben poco perché il mercato italiano è una miniera d’oro per la compagnia. Ryanair realizza nel nostro Paese il 30% del fatturato e ha di fatto il monopolio dei cieli, grazie alla debolezza di Ita e a un ipotetico accordo sottobanco tra le due compagnie.
Schifani lo dice fuori dai denti. «Avevo segnalato all’Antitrust, già a dicembre dell’anno scorso, durante il periodo natalizio e poi a Pasqua, lo scandalo del cartello tra Ita e Ryanair, nel senso che di fatto hanno stipulato un accordo tra loro per non farsi concorrenza, applicando prezzi al rialzo». Il governatore aggiunge che la risposta non è ancora arrivata e «adesso che il caso è esploso a livello nazionale, è giusto risolverlo complessivamente». Accuse che Wilson ha sempre definito «spazzatura».
Ma che le minacce del manager, di mollare l’Italia siano un bluff è chiaro. Il deputato di Fratelli d’Italia e membro della commissione attività produttive, Silvio Giovine, ricorda che «i prossimi appuntamenti internazionali dai due Giubilei del 2025 e 2033 alle Olimpiadi 2026, fanno del nostro Paese il più fiorente mercato per la compagnia aerea, quello su cui poter sviluppare e consolidare maggiormente la propria crescita». Ryanair ha quindi tutto l’interesse ad aumentare il traffico, altro che ritirarsi. Solo che vuole farlo alle proprie condizioni, continuano a godere di una posizione di assoluto privilegio. A cominciare dalle sovvenzioni che per tutte le low cost ammonterebbero, secondo le stime a circa 500 milioni l’anno. «Nel 2019 erano circa 400 milioni e due terzi, 260 milioni circa, erano destinati a Ryanair», spiega Ugo Arrigo, docente di Economia politica all’Università di Milano Bicocca e esperto di trasporti. Arrigo fa un calcolo dal quale emerge la manna di cui godono le low cost. «Dividendo l’ammontare delle sovvenzioni per i 40 milioni di passeggeri trasportati sul nazionale e sull’europeo, da Ryanair in quell’anno, fanno 13 euro in media per il viaggio andata e ritorno di un singolo passeggero. Ed è una forte sottostima dato che non tutte le rotte di Ryanair sono sovvenzionate. Se ipotizziamo che solo metà dei passeggeri abbiano goduto delle sovvenzioni allora il contributo individuale sale a 26 euro per un viaggio andata e ritorno. Infine, se dividiamo la quota destinata alle rotte domestiche, poco meno di 220 milioni di euro, per tutti i passeggeri che hanno volato su vettori low cost nel 2019, pari a 18 milioni, il contributo per viaggiatore risulta pari a 12 euro, che diventano dunque 24 per un viaggio andata e ritorno. E salgono addirittura a 48 se ipotizziamo che solo metà dei viaggiatori low cost sulle rotte domestiche abbiano goduto delle sovvenzioni». La sintesi, dice l’esperto, è che «in assenza di un adeguato monitoraggio dei contributi alle rotte e di regole che facciano rispettare un’equa concorrenza, noi stiamo pagando con soldi pubblici, i profitti dei vettori low cost».
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Renato Schifani (Imagoeconomica)
La Regione ha bandito un concorso per poter reclutare 487 nuovi dipendenti pubblici anche se ne conta già 82.000, un cifra record. I vincitori, però, non possono essere contrattualizzati perché non ci sono abbastanza impiegati per seguire le pratiche burocratiche.
Siamo sbarcati nella fantascienza. La Regione Sicilia ha bisogno di personale, fa un concorso, lo vincono in 487 ma non li assume perché non ha personale sufficiente per sbrigare le pratiche. Purtroppo, al confronto di questo fatto, Kafka risulta un dilettante. Qui siamo oltre, oltre l’immaginabile e persino oltre l’inimmaginabile. Siamo in un altro mondo difficilmente comprensibile a noi poveri umani. Ormai, essendo superato ogni limite, per tentare di capire quello che sta succedendo in Sicilia, occorre avere il coraggio di inabissarsi nell’ignoto, nel buio pesto ravvivato solo dal volo di qualche pipistrello.
Il concorso, del quale sono state pubblicate le graduatorie dei vincitori della selezione, era stato indetto per i famosi Centri per l’impiego, cioè quei centri che da quattro anni sarebbero stati necessari per dare piena attuazione al Reddito di cittadinanza. Sono quei centri, cioè, che avrebbero dovuto trovare un impiego per i percettori del reddito in modo da inserirli nel mondo del lavoro.
Per carità, non è che da ora in poi non ci sarà più bisogno dei Centri per l’impiego, ma qualche dubbio sulla loro efficacia, capirete bene, è legittimo che venga. Se quelli che dovevano avviare al lavoro i 487 che hanno vinto il concorso non possono farlo perché non riescono ad avviare al lavoro quelli che dovrebbero essere avviati al lavoro, come faranno ad avviare al lavoro quelli che non sono già avviati?
Sembra un indovinello de La Settimana Enigmistica e invece, purtroppo, è la descrizione più semplice possibile di una specie di guazzabuglio burocratico e amministrativo che ha reso possibile una situazione che neanche il loro conterraneo Andrea Camilleri sarebbe riuscito a far risolvere al commissario Montalbano.
Sono fatti che in Italia, in parte, abbiamo già conosciuto: ponti che non vengono portati a compimento perché, all’inizio, non si erano fatti bene i conti di quanto costassero e a metà dell’opera sono rimasti senza i quattrini per poterli portare a compimento, edifici privati che non sono stati ultimati in quanto, a causa di errori degli uffici pubblici, ci si è accorti che andavano rifatte tutte le pratiche amministrative. Insomma, molte situazioni nelle quali si doveva prevedere tutta una serie di fattori che non si sono previsti quando si doveva e poi i nodi sono venuti al pettine, lasciando sull’asfalto morti e feriti che si chiamano: investimenti, quattrini presi a prestito dalle banche, lavoratori che sono rimasti senza stipendio, opere incompiute. Naturalmente tutto questo con costi evidenti per lo Stato, cioè per tutti noi.
Tra l’altro, per avere un’idea dei dipendenti che ha la Sicilia, basti dire che sono 82.000, che è pari alla somma del Piemonte (37.000) e del Veneto (43.000) pur avendo una popolazione (circa 5 milioni di abitanti) simile a quella del solo Veneto (4 milioni e 900.000 circa): per ogni mille abitanti la media dei dipendenti pubblici è 11. La Sicilia raggiunge i 16,1, superata solo dal Trentino Alto Adige (20,1) e dalla mirabolante Valle d’Aosta con 48,6, cioè un cittadino su due è dipendente pubblico: praticamente ogni dipendente pubblico può prendersi cura personalmente (come una specie di badante) di un cittadino.
Una famiglia numerosa - mettiamo di dieci persone - può avere dieci dipendenti pubblici al servizio, magari divisi per competenze: due per la salute, uno per la cura del giardino, uno per l’asfalto davanti casa, due o tre per le pratiche amministrative, uno per la nettezza urbana e via di questo passo. Dicevamo della Sicilia, che ha una media di 16,1 dipendenti pubblici ogni mille abitanti a confronto di regioni che, certamente, non sono meno efficienti dell’isola come il Veneto che ne ha 8,8 o la Lombardia che ne ha 9,3, in sostanza la metà.
Ebbene, con questi 16,1 dipendenti pubblici ogni mille abitanti, la Regione siciliana non sta riuscendo a trovare sufficiente personale per sbrigare le pratiche di assunzione di 487 vincitori del concorso da dislocare nei Centri per l’impiego. Come si può pensare che uno che non sa impiegare 487 persone possa ideare o creare dei Centri per l’impiego per chi non ha neanche vinto un concorso ma, magari, è solo in una condizione di povertà? Tra l’altro, in quella terra non è che manchi la disoccupazione. Quindi, ritardare l’assunzione presso i Centri per l’impiego è uno schiaffo a coloro che, non avendo un lavoro, si trovano in condizioni di grande difficoltà.
Capite bene l’ingiustizia e l’iniquità che sottostanno a questa mancanza di efficienza della regione. È uno scandalo sia per il funzionamento della pubblica amministrazione ma, soprattutto, è uno schiaffo alla faccia già dolorante di coloro che non hanno un lavoro. Il tutto è semplicemente inqualificabile.
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Renato Schifani (Imagoeconomica)
Luca Zaia parla con Roberto Calderoli di autonomia e la Regione guidata da Renato Schifani - che autonoma lo è da 74 anni - insorge: «Prevedere misure compensative per il Sud». Sfugge però il nesso. Intanto la Corte dei conti contesta all’isola un buco da 866 milioni.
Che cose strane che succedono in politica. Sentite questa. Un presidente della Regione Sicilia - si dovrebbe dire Regione siciliana, e già questo la dice lunga - (Schifani) che ha già qualcosa, cioè l’autonomia, si mette dalla parte dei due presidenti di Puglia e Campania (Emiliano e De Luca) che non la vogliono - contro uno, quello del Veneto che non ce l’ha e la vorrebbe, forte di un referendum consultivo - fatto anche dalla Lombardia - nel 2017, nel quale il popolo a maggioranza bulgara la richiese. Sogno o son desto? Son desto, e questo modo di ragionar contesto.
A parte che la giunta Schifani ha ben altro a cui pensare e riguarda la Sicilia e non il Veneto. Intanto Gianfranco Micciché, da sempre punto di riferimento di Forza Italia in Sicilia, ha fondato Forza Italia 2 in contrapposizione al Forza Italia 1 che fa capo a Schifani, 4 consiglieri il primo, 9 quest’ultimo. In effetti il nome che ha scelto Micciché ha una logica in continuità col fondatore di Forza Italia che costruì Milano 2 negli anno Settanta; qui si trattava di edilizia e là di politica, ma non stiamo troppo a sottilizzare. Tutto fa brodo. Poi, sempre per intervento del plenipotenziario Micciché, il vice presidente dell’Assemblea regionale siciliana se lo sono preso le opposizioni, poi la Corte dei Conti. Anche se è materia che riguarda più Musumeci, ex presidente, che non Schifani, deve sborsare 866 milioni di euro più altri 300 in tempi brevissimi sennò il bilancio va in dissesto. Come se non bastasse la Corte dei conti è intervenuta recentemente per segnalare che nei conti della regione c’è qualcosina che non va e che tali conti sono fuori controllo per oltre due miliardi di euro. Non esattamente nocciolini. Quindi, prima di occuparsi di cazzi che potrebbe avvenire, il povero Schifani ha da occuparsi di cazzi esistenti.
Ma torniamo a bomba. Tutto parte dal fatto che il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie ha parlato insieme al governatore Zaia di un articolo che è stato inserito nelle Legge di Bilancio e che prevede lo studio dei Lep (Livelli essenziali di prestazione) che ogni Regione sarà tenuta a rispettare e che - come ha detto Calderoli - non sono l’autonomia ma il presupposto per arrivare alla maggiore autonomia delle regioni che legittimamente hanno richiesto. Zaia ha aggiunto che il Veneto non vuole un euro in più di quello che lo stato già versa annualmente alla regione, ma che quei soldi siano gestiti interamente dalla Regione stessa.
La Regione oggi presieduta da Schifani gode di autonomia da 74 anni e ne gode perché le fu riconosciuta dalla Costituzione all’articolo 117 e tempo ne ha avuto per farla valere. Ma Schifani si fa portavoce del vessillo della perequazione e sostiene, in una intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera, che incontrerà il ministro Calderoli «al più presto su un punto chiave: il diritto delle Regioni del Sud a misure compensative per la marginalità geografica, sociale e quindi economica». Ora, a parte che le Regioni del Sud - ormai lo dicono anche le pietre - avrebbero la possibilità di diventare le interlocutrici privilegiate di tutta l’area mediterranea e per ora non lo hanno fatto come si dovrebbe e sfruttando le potenzialità - vere -esistenti, ma c’è dell’altro. Nello Statuto siciliano, all’articolo 38 c’è scritto così: «Lo Stato verserà annualmente alle Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegare, in base ad un piano economico, nella esecuzioni di lavori pubblici. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi da lavoro nella Regione in confronto alla media nazionale…». Zaia non chiede questo per il Veneto e nella proposta di autonomia presentata per il referendum del 2017 non è esclusa nessuna forma di perequazione. Tra l’altro quello che vale per la Sicilia non vale per la Campania e la Puglia.
E allora? Dov’è il problema? Il presidente Schifani parla di divario infrastrutturale, me che c’entra? Quello è un problema tipicamente nazionale in tutti gli Stati, anzi è un problema che dovrebbe avere soluzioni di tipo europeo. Che c’entra l’autonomia richiesta da Zaia con la mancanza di autostrade e ferrovie al Sud? Che c’entra la Salerno-Reggio Calabria con l’autonomia richiesta da veneti e lombardi sulla scia di quanto previsto dalla Costituzione e già ottenuto da quasi un secolo dalla Sicilia? Francamente facciamo fatica a capire a meno che non la si voglia buttare in caciara: in questo caso va tutto bene. Cioè male.
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Ansa
- Nei guai per riciclaggio e giri di soldi con i Tulliani, il re del gioco è di nuovo a Sint Maarten. Il suo legale è il ministro Giulia Bongiorno.
- La spesa per il velivolo decisa dall'ex premier è materia da tribunale: occorre stabilire se l'acquisto fosse di pubblica utilità.
- L'ex ministro ascoltato dai pm per fare chiarezza sulle visite a Palazzo Chigi del giudice che cercava coperture con il Csm. È un habitué delle Procure: convocato per Amara, resta aperto anche il fronte Consip.
- L'ex capo di Confindustria Sicilia provò a distruggere le prove. Coinvolto pure Renato Schifani.
Lo speciale contiene quattro articoli
I cronisti del quotidiano Daily Herald l'hanno avvistato mentre salutava i suoi dipendenti nel casinò Dunes di Sint Maarten, piccola realtà caraibica delle Antille olandesi, nota come paradiso fiscale. Il re del gioco d'azzardo online che per diversi mesi ha avuto l'obbligo di firma a Roma è tornato a viaggiare. Dopo che il gup Elvira Tamburelli lo ha rinviato a giudizio con l'accusa di essere a capo di un'associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e all'evasione fiscale.
Francesco Corallo in Italia è difeso da Giulia Bongiorno, che nel frattempo è diventata ministro della Funzione pubblica.
I giornalisti del giornale dell'isola raccontano di un giro veloce delle sue attività per salutare i dipendenti. I cronisti hanno provato a contattare un portavoce della Procura di Sint Maarten, ma è stato spiegato loro che del caso si occupano esclusivamente le autorità italiane: «Il portavoce del procuratore Norman Serphos ha detto che al momento non sono disponibili informazioni sul caso e ha consigliato a questo giornale di contattare le autorità italiane per maggiore chiarezza», hanno scritto i cronisti del Daily Herald.
«La Procura di Sint Maarten ha sempre sostenuto che l'arresto di Corallo era basato sulle richieste delle autorità italiane. Serphos ha ribadito che Sint Maarten non aveva prove sufficienti contro Corallo». E infatti gli investigatori della Guardia di finanza di Roma scoprirono che l'imprenditore, intimo dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, grazie al supporto con la famiglia di Elisabetta Tulliani (compagna del fondatore di An), era riuscito a mettere da parte una ricchezza. L'inchiesta è quella che ha smantellato l'associazione transnazionale dedita a reati fiscali, al peculato e al riciclaggio, capeggiata, secondo l'accusa, proprio da Corallo. Il quale avrebbe trasferito illegalmente 215 milioni di euro, stornandone ben 7 per i Tulliani. I profitti illeciti sottratti al fisco da Corallo sarebbero quindi stati reimpiegati proprio dai Tulliani, anche con l'acquisto della casa di Montecarlo. La famosa casa nel principato monegasco: l'appartamento in boulevard Princesse Charlotte svenduto dal partito di Fini e fruttato ai Tulliani (grazie ai soldi di Corallo) 1 milione di euro tondo tondo. Un affare che, però, stando a quanto ha svelato l'inchiesta, era solo la punta dell'iceberg. Dalla ricostruzione complessiva che fanno i magistrati, emergono censure pesantissime sull'attività politica dell'ex leader di Alleanza nazionale. La relazione tra Corallo e Fini, nata proprio con una vacanza a Sint Maartin nel 2004 e proseguita con gli investimenti sulla famiglia Tulliani, aveva «condizionato», secondo l'accusa, «la vita parlamentare». Corallo, insomma, ha piegato l'attività istituzionale ai suoi interessi grazie a quel rapporto col leader di An. Un collegamento «che ha lasciato tracce del transito di somme di denaro in occasione dell'adozione di provvedimenti di legge di estremo favore per Corallo». Ossia gli aiutini, da sempre negati dall'ex presidente di Alleanza nazionale perfino davanti ai magistrati, che hanno permesso a Corallo in quegli anni di diventare il magnate del poker online. Nell'indagine è subito emerso che le imprese di Corallo «erano qualificabili, in realtà, come strutture di sistematica violazione degli obblighi fiscali (non versavano il Preu, il prelievo erariale unico legato alla tassazione sul gioco d'azzardo legalizzato, ndr)». Insomma, evadevano le tasse. L'arresto di Corallo risale al dicembre del 2016. Ma la sua estradizione, che è dovuta passare prima per la Corte di giustizia di Philipsburg a Sint Maarten e che è stata approvata dal governatore locale solo il 4 agosto 2017, è avvenuta di fatto il 16 agosto. Meno di un anno dopo, Corallo torna a Sint Maarten. Mercoledì si è presentato a lavoro con il suo avvocato Roy Moes. Per ripartire dal suo storico Casinò Le Dune.
Anche in Italia le cose sembrano essersi messe meglio per le attività di Corallo. Come hanno annunciato i vertici della Global starnet, l'azienda dell'imprenditore di origine siciliana. Il gip del Tribunale di Roma, in data 6 luglio 2018, ha confermato l'autorizzazione in favore della società, già rilasciata con un provvedimento del 17 gennaio 2018, «per la prosecuzione della sua attività di concessionario dello Stato per il gioco pubblico». Pertanto «permane inalterata la piena operatività del concessionario e il suo impegno a sviluppare e a portare avanti nuovi progetti nel settore delle cosiddette new slot e delle videolottery, nonché per un gioco legale responsabile».
Fabio Amendolara
L’Air Force Renzi può atterrare alla Corte dei conti
Sarà Andrea Lupi, procuratore regionale della Corte dei conti per il Lazio, o uno dei suoi sostituti, a valutare se dal contratto di leasing stipulato dalla presidenza del Consiglio dei ministri, per le esigenze della propria flotta aerea, con l'individuazione dell'Airbus 340-500, sia derivato o meno un danno erariale, cioè una spesa inutile o eccessiva rispetto all'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. Considerato che adesso quella iniziativa è stata ritenuta inutile dal vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che intendono rescindere il contratto. Il procuratore della Corte dei conti dovrà, in particolare, accertare se si sia di fronte a scelte «insindacabili nel merito», come si legge nell'art. 1, comma 1, della legge n. 20 del 1994, per il quale non possono essere censurabili le condotte discrezionali che violino regole non scritte di opportunità e convenienza, ma solo quelle in contrasto con norme espresse o principi giuridici. La discrezionalità, in sostanza, non costituisce espressione di una assoluta libertà di decidere, ma scelta conforme ad una esigenza effettiva di pubblico interesse che, pertanto, renda legittima la relativa spesa. Né l'esercizio della discrezionalità può essere censurato con riferimento alla ipotesi di un diverso impiego della stessa somma, come ha detto Di Maio, secondo il quale con quella somma si potevano acquistare 600 scuolabus. Messaggio politicamente efficace ma nella specie giuridicamente inconsistente.
Da questo punto di vista la decisione del governo di recedere dal contratto di leasing costituisce una scelta discrezionale, opposta a quella di Renzi, che potrebbe costituire la prova di una errata valutazione dell'esigenza effettuata a suo tempo. Tuttavia non è così automatico che una scelta sopravvenuta neghi in radice la validità della precedente. Occorre una valutazione ponderata, ex ante (ora per allora) dell'utilizzazione che si voleva dare al mezzo e dell'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. In questa valutazione soccorrono certamente le argomentazioni che hanno sostenuto la decisione a suo tempo assunta dalla presidenza del Consiglio, la circostanza che il velivolo fosse già allora fuori produzione, con tutte le conseguenze che ne derivano quanto al suo valore ed ai costi di manutenzione, le dichiarazioni fatte nel tempo per giustificare la scelta e le ultime del senatore Renzi il quale sostiene di non aver mai utilizzato l'aereo che era invece destinato a portare in giro per il mondo le delegazioni di imprenditori italiani.
Spetta indubbiamente al governo promuovere le relazioni economiche internazionali per assicurare una presenza nel «made in Italy» nel mondo. Lo hanno fatto tutti i governi ed i ministri di settore i quali più volte si sono recati all'estero accompagnati da imprenditori che ambivano essere presentati alle autorità locali a fianco dei rappresentanti del nostro governo. Sono stati sempre viaggi mirati ad obiettivi precisi, con delegazioni al più di 30-40 persone, sicché non è stato mai necessario utilizzare un aereo da 300 posti perché è evidente che una delegazione di siffatte dimensioni non ha riscontro nell'esperienza delle relazioni economiche e commerciali internazionali.
Queste considerazioni, che nascono dall'esperienza e dall'osservazione di ciò che avviene nel mondo, saranno indubbiamente al centro del giudizio sulla liceità della spesa sostenuta dal governo italiano per comprendere se siamo di fronte ad un'esigenza obiettiva, ad un interesse pubblico o all'espressione di quella che è stata definita, non senza qualche ragione, la mania di grandezza dell'ex presidente del Consiglio, che già da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze aveva manifestato una spiccata disinvoltura nel porre a carico dei bilanci pubblici spese di promozione dell'immagine sua e del suo ufficio, spese già allora criticate e oggetto di indagini giudiziarie.
Sapremo nei prossimi mesi se la Procura regionale della Corte dei conti riterrà che sussistano gli estremi di una spesa inutile o eccessiva, effettuata nella consapevolezza della estraneità ad un interesse pubblico. Considerati anche i costi della penale che dovrà essere corrisposta per la rescissione del contratto. Anche questo è un costo non dovuto che deriva dall'iniziativa a suo tempo assunta da Matteo Renzi.
Salvatore Sfrecola
Le spiegazioni di Lotti non bastano Sentito due volte sul caso Savasta
Il suo nome viene fatto, in quota Pd, a ogni giro di nomine, ma per ora resta al palo. Luca Lotti, ex ministro ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, già in predicato di diventare presidente del Copasir, e candidato non ufficiale del Pd al Comune di Firenze e, in alternativa, alla Regione (che, secondo i ben informati, sarebbe la poltrona a lui più gradita), rischia di essere azzoppato alla partenza (per Palazzo Vecchio si corre nel 2019, per il governatorato della Toscana nel 2020) dai guai giudiziari che si prospettano all'orizzonte. A preoccuparlo maggiormente è al momento l'inchiesta Consip, dove i magistrati della Procura di Roma, tra settembre e ottobre, dovrebbero inviargli l'avviso di chiusura indagini, dopo averlo sottoposto a due interrogatori e a un confronto all'americana. Lotti è iscritto sul registro delle notizie di reato con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento: avrebbe informato i vertici Consip - la centrale acquisti della pubblica amministrazione - delle indagini a loro carico. Un capitolo, quello delle fughe di notizie, in cui non è ancora chiaro chi abbia, invece, allertato Tiziano Renzi, sotto inchiesta dal 2016 per traffico di influenze illecite.
Il nome di Lotti compare, seppur non indagato, anche in un altro procedimento capitolino, quello riguardante l'avvocato Piero Amara, ex socio di Andrea Bacci, altro petalo eccellente del Giglio magico. Il legale avrebbe corrotto dei giudici promettendo avanzamenti di carriera e altre prebende e ai pm avrebbe dichiarato di aver fatto perorare dall'allora senatore di Ala Denis Verdini la causa del giudice Giuseppe Mineo, ex componente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, finito in manette a inizio luglio con l'accusa di corruzione e successivamente scarcerato. L'obiettivo sarebbe stato quello di far entrare Mineo nella rosa dei candidati proposti dal governo per il Consiglio di Stato. Con questo intento Verdini si sarebbe rivolto a Lotti. Ma, alla fine, la nomina non si concretizzò. Nel fascicolo su Amara è finito anche un pizzino scovato dagli investigatori della Gdf di Firenze tra le carte di Bacci. Un foglietto con i nomi del legale arrestato, di un magistrato e dell'ex ministro Luca Lotti. Gli inquirenti romani che indagano su Amara hanno chiesto a Bacci il significato di quell'appunto. L'imprenditore ha spiegato che si trattava del promemoria di una richiesta di Amara, desideroso di far incontrare la toga, un giudice della Corte dei Conti, con Lotti. Il magistrato in questione sarebbe stato il titolare del fascicolo sul volo di Stato per Courmayeur utilizzato da Renzi e dalla sua famiglia per andare a sciare. Bacci avrebbe negato di aver riferito l'ambasciata a Lotti.
Ma c'è un altro intrigo che sta coinvolgendo l'ex ministro piddino (il quale anche in questo caso non è indagato) ed è quello che riguarda il giudice del Tribunale civile di Roma Antonio Savasta e un ex socio di Tiziano Renzi, l'immobiliarista Luigi Dagostino, finito a giugno ai domiciliari in procedimento fiorentino per false fatture. I due, originari di Barletta, sono accusati di corruzione in atti giudiziari e nell'ambito di questo fascicolo Lotti è stato sentito dai pm di Firenze due volte tra aprile e maggio alla presenza del procuratore Giuseppe Creazzo. Il motivo? I lettori di questo giornale conoscono la vicenda. Quando Savasta era pubblico ministero a Trani istruì un'indagine per reati fiscali che coinvolgeva lo stesso Dagostino. Il sostituto procuratore, durante quelle investigazioni, che non portarono all'iscrizione dell'imprenditore (poi arrestato, come detto, in Toscana per la medesima vicenda), avrebbe approfittato delle entrature dello stesso Dagostino per avvicinare Lotti e il vertici del Csm, il parlamentino dei giudici che stava procedendo contro di lui.
Nelle carte dell'inchiesta è ricostruita puntualmente la visita a Palazzo Chigi di Savasta, Dagostino e l'avvocato Ruggiero Sfrecola, ex compagno di liceo del giudice e all'epoca difensore degli accusatori di Dagostino nel procedimento in mano a Savasta. Per quelle manovre ora i tre sono indagati per corruzione in atti giudiziari e il fascicolo che li riguarda è stato trasmesso alla Procura di Lecce per competenza.
Il 17 giugno 2015 la combriccola si presentò all'ingresso principale di Palazzo Chigi, si registrò, entrò verso le 17.50, con la motivazione «app Lotti», per poi uscire alle 19.28. Con la stessa giustificazione era entrato Dagostino il 17 settembre alle ore alle 17.59, per poi allontanarsi alle 19.13. Stessa scena il 23 febbraio 2016 con arrivo alle 14.55 e uscita alle 15. 25. All'epoca Dagostino girava l'Italia in cerca d'affari in compagnia di babbo Renzi e adesso sono entrambi sotto processo per due fatture dell'importo di circa 200.000 euro, pagate dall'imprenditore a Tiziano nell'estate 2015 per progetti mai realizzati.
Ma torniamo al 17 giugno 2015, data del primo incontro registrato a Palazzo Chigi: quel giorno il terzetto in visita a Lotti avrebbe fugacemente intravisto anche Matteo Renzi nel piazzale antistante la sede del governo e Sfrecola via sms si era vantato di quell'incontro in questi termini: «Chiacchierato con Luca Lotti sottosegretario presidenza del Consiglio e conosciuto velocemente Matteo Renzi».
Savasta, che non è ancora stato interrogato dai magistrati salentini, un mese fa, aveva spiegato al nostro giornale le finalità dell'incontro con il sottosegretario Lotti: «La mia richiesta era quella di partecipare a gruppi di studio o essere applicato a delle commissioni ministeriali che si occupavano di appalti, la mia specializzazione. Sono tentativi che i magistrati fanno se hanno la possibilità e una certa professionalità. Era un modo, in un certo senso, per provare a levarmi da Trani, mettendomi in aspettativa, in un periodo in cui pendevano su di me procedimenti penali, da cui sono stato assolto in un doppio grado di giudizio, e disciplinari per incompatibilità ambientale. Puntavo a lasciare un ambiente che era diventato pesante, anche per riprendermi a livello psicologico, perché la pressione era tanta».
Lotti, ai pm, nel verbale del 16 aprile scorso, ha più o meno confermato la versione di Savasta e ha sottolineato di non aver fatto nulla per inserire il magistrato negli organigrammi dei ministeri.
Il 26 aprile, dieci giorni dopo essere stato sentito in Tribunale, il deputato Pd ha inviato via mail al procuratore Creazzo una lettera e gli allegati in essa menzionati, tra cui la pagina della propria agenda risalente al 17 giugno 2015.
La documentazione fornita da Lotti non deve essere stata considerata esaustiva e così gli inquirenti il 2 maggio hanno delegato la Guardia di finanza a presentarsi a Palazzo Chigi per estrarre copia dei passi e degli orari di entrata e uscita degli indagati, dopo aver fatto esplicita richiesta all'allora Segretario generale Paolo Aquilanti.
Alla fine sono stati sentiti anche due addetti al servizio automezzi e passi di Palazzo Chigi e sono stati acquisiti tutti i dati disponibili sugli ingressi di Savasta, Dagostino e Sfrecola. Dopo queste operazioni e l'invio in Procura dei relativi elaborati, Lotti è stato riconvocato dai pm per fornire ulteriori chiarimenti.
Non è escluso che possa essere nuovamente ascoltato dai magistrati di Lecce. In attesa di essere candidato ufficialmente a qualcosa e potersi confrontare con gli elettori anziché con gli investigatori.
Giacomo Amadori
Spie e ricatti, chiuse le indagini su Montante
La Procura di Caltanissetta chiude i conti con Antonello Montante, ex numero uno di Confindustria in Sicilia ed ex pupillo dell'antimafia militante (e con la sua rete di «spie»). L'avviso di chiusura delle indagini preliminari è in corso di notifica ai 24 indagati del primo filone dell'inchiesta. E rispetto alle accuse contenute nell'ordinanza di custodia cautelare che privò della libertà Montante, alcune posizioni si aggravano. È il caso dell'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che lo scorso mese di maggio aveva ricevuto un avviso di garanzia per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, perché secondo l'accusa aveva avvisato Montante delle indagini. Ora i magistrati gli contestano anche il concorso esterno in associazione a delinquere semplice. Stessa accusa per il questore di Vibo Valentia, Andrea Grassi, per il docente universitario Angelo Cuva e per il caporeparto dell'Aisi Andrea Cavacece: farebbero parte della catena di talpe che stava aiutando Montante a monitorare le attività della Procura nissena e della Squadra mobile. Per la Procura, poi, esisteva un sodalizio guidata da Montante, nel quale egli aveva reclutato - secondo l'accusa - coloro che erano disposti a condividere il progetto di progressiva occupazione dei posti di vertice di associazioni di categoria, enti e società. La finalità era quella di avviare una gestione di natura clientelare capace di mantenere in vita e far crescere il sodalizio, ma anche di soddisfare le loro aspettative di carriera e quelle dei loro familiari. All'appello manca una fetta dell'indagine: per settembre è attesa la chiusura del filone che coinvolge l'ex governatore siculo Rosario Crocetta e le fedelissime di Montante poi diventate assessori: Linda Vancheri e Mariella Lo Bello. Tra le accuse per Montante ce n'è anche una per minacce: grazie ai dossier che aveva raccolto (e che al momento dell'arresto ha cercato di distruggere) ha costretto Alfonso Cicero, uno dei suoi accusatori, a ritrattare le dichiarazioni che aveva fatto davanti alla Commissione parlamentare antimafia.
Fabio Amendolara
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