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2018-07-28
Gli affari con Fini e l’estradizione. Corallo dopo un anno ritorna ai Caraibi
Ansa
I cronisti del quotidiano Daily Herald l'hanno avvistato mentre salutava i suoi dipendenti nel casinò Dunes di Sint Maarten, piccola realtà caraibica delle Antille olandesi, nota come paradiso fiscale. Il re del gioco d'azzardo online che per diversi mesi ha avuto l'obbligo di firma a Roma è tornato a viaggiare. Dopo che il gup Elvira Tamburelli lo ha rinviato a giudizio con l'accusa di essere a capo di un'associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e all'evasione fiscale.
Francesco Corallo in Italia è difeso da Giulia Bongiorno, che nel frattempo è diventata ministro della Funzione pubblica.
I giornalisti del giornale dell'isola raccontano di un giro veloce delle sue attività per salutare i dipendenti. I cronisti hanno provato a contattare un portavoce della Procura di Sint Maarten, ma è stato spiegato loro che del caso si occupano esclusivamente le autorità italiane: «Il portavoce del procuratore Norman Serphos ha detto che al momento non sono disponibili informazioni sul caso e ha consigliato a questo giornale di contattare le autorità italiane per maggiore chiarezza», hanno scritto i cronisti del Daily Herald.
«La Procura di Sint Maarten ha sempre sostenuto che l'arresto di Corallo era basato sulle richieste delle autorità italiane. Serphos ha ribadito che Sint Maarten non aveva prove sufficienti contro Corallo». E infatti gli investigatori della Guardia di finanza di Roma scoprirono che l'imprenditore, intimo dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, grazie al supporto con la famiglia di Elisabetta Tulliani (compagna del fondatore di An), era riuscito a mettere da parte una ricchezza. L'inchiesta è quella che ha smantellato l'associazione transnazionale dedita a reati fiscali, al peculato e al riciclaggio, capeggiata, secondo l'accusa, proprio da Corallo. Il quale avrebbe trasferito illegalmente 215 milioni di euro, stornandone ben 7 per i Tulliani. I profitti illeciti sottratti al fisco da Corallo sarebbero quindi stati reimpiegati proprio dai Tulliani, anche con l'acquisto della casa di Montecarlo. La famosa casa nel principato monegasco: l'appartamento in boulevard Princesse Charlotte svenduto dal partito di Fini e fruttato ai Tulliani (grazie ai soldi di Corallo) 1 milione di euro tondo tondo. Un affare che, però, stando a quanto ha svelato l'inchiesta, era solo la punta dell'iceberg. Dalla ricostruzione complessiva che fanno i magistrati, emergono censure pesantissime sull'attività politica dell'ex leader di Alleanza nazionale. La relazione tra Corallo e Fini, nata proprio con una vacanza a Sint Maartin nel 2004 e proseguita con gli investimenti sulla famiglia Tulliani, aveva «condizionato», secondo l'accusa, «la vita parlamentare». Corallo, insomma, ha piegato l'attività istituzionale ai suoi interessi grazie a quel rapporto col leader di An. Un collegamento «che ha lasciato tracce del transito di somme di denaro in occasione dell'adozione di provvedimenti di legge di estremo favore per Corallo». Ossia gli aiutini, da sempre negati dall'ex presidente di Alleanza nazionale perfino davanti ai magistrati, che hanno permesso a Corallo in quegli anni di diventare il magnate del poker online. Nell'indagine è subito emerso che le imprese di Corallo «erano qualificabili, in realtà, come strutture di sistematica violazione degli obblighi fiscali (non versavano il Preu, il prelievo erariale unico legato alla tassazione sul gioco d'azzardo legalizzato, ndr)». Insomma, evadevano le tasse. L'arresto di Corallo risale al dicembre del 2016. Ma la sua estradizione, che è dovuta passare prima per la Corte di giustizia di Philipsburg a Sint Maarten e che è stata approvata dal governatore locale solo il 4 agosto 2017, è avvenuta di fatto il 16 agosto. Meno di un anno dopo, Corallo torna a Sint Maarten. Mercoledì si è presentato a lavoro con il suo avvocato Roy Moes. Per ripartire dal suo storico Casinò Le Dune.
Anche in Italia le cose sembrano essersi messe meglio per le attività di Corallo. Come hanno annunciato i vertici della Global starnet, l'azienda dell'imprenditore di origine siciliana. Il gip del Tribunale di Roma, in data 6 luglio 2018, ha confermato l'autorizzazione in favore della società, già rilasciata con un provvedimento del 17 gennaio 2018, «per la prosecuzione della sua attività di concessionario dello Stato per il gioco pubblico». Pertanto «permane inalterata la piena operatività del concessionario e il suo impegno a sviluppare e a portare avanti nuovi progetti nel settore delle cosiddette new slot e delle videolottery, nonché per un gioco legale responsabile».
Fabio Amendolara
L’Air Force Renzi può atterrare alla Corte dei conti
Sarà Andrea Lupi, procuratore regionale della Corte dei conti per il Lazio, o uno dei suoi sostituti, a valutare se dal contratto di leasing stipulato dalla presidenza del Consiglio dei ministri, per le esigenze della propria flotta aerea, con l'individuazione dell'Airbus 340-500, sia derivato o meno un danno erariale, cioè una spesa inutile o eccessiva rispetto all'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. Considerato che adesso quella iniziativa è stata ritenuta inutile dal vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che intendono rescindere il contratto. Il procuratore della Corte dei conti dovrà, in particolare, accertare se si sia di fronte a scelte «insindacabili nel merito», come si legge nell'art. 1, comma 1, della legge n. 20 del 1994, per il quale non possono essere censurabili le condotte discrezionali che violino regole non scritte di opportunità e convenienza, ma solo quelle in contrasto con norme espresse o principi giuridici. La discrezionalità, in sostanza, non costituisce espressione di una assoluta libertà di decidere, ma scelta conforme ad una esigenza effettiva di pubblico interesse che, pertanto, renda legittima la relativa spesa. Né l'esercizio della discrezionalità può essere censurato con riferimento alla ipotesi di un diverso impiego della stessa somma, come ha detto Di Maio, secondo il quale con quella somma si potevano acquistare 600 scuolabus. Messaggio politicamente efficace ma nella specie giuridicamente inconsistente.
Da questo punto di vista la decisione del governo di recedere dal contratto di leasing costituisce una scelta discrezionale, opposta a quella di Renzi, che potrebbe costituire la prova di una errata valutazione dell'esigenza effettuata a suo tempo. Tuttavia non è così automatico che una scelta sopravvenuta neghi in radice la validità della precedente. Occorre una valutazione ponderata, ex ante (ora per allora) dell'utilizzazione che si voleva dare al mezzo e dell'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. In questa valutazione soccorrono certamente le argomentazioni che hanno sostenuto la decisione a suo tempo assunta dalla presidenza del Consiglio, la circostanza che il velivolo fosse già allora fuori produzione, con tutte le conseguenze che ne derivano quanto al suo valore ed ai costi di manutenzione, le dichiarazioni fatte nel tempo per giustificare la scelta e le ultime del senatore Renzi il quale sostiene di non aver mai utilizzato l'aereo che era invece destinato a portare in giro per il mondo le delegazioni di imprenditori italiani.
Spetta indubbiamente al governo promuovere le relazioni economiche internazionali per assicurare una presenza nel «made in Italy» nel mondo. Lo hanno fatto tutti i governi ed i ministri di settore i quali più volte si sono recati all'estero accompagnati da imprenditori che ambivano essere presentati alle autorità locali a fianco dei rappresentanti del nostro governo. Sono stati sempre viaggi mirati ad obiettivi precisi, con delegazioni al più di 30-40 persone, sicché non è stato mai necessario utilizzare un aereo da 300 posti perché è evidente che una delegazione di siffatte dimensioni non ha riscontro nell'esperienza delle relazioni economiche e commerciali internazionali.
Queste considerazioni, che nascono dall'esperienza e dall'osservazione di ciò che avviene nel mondo, saranno indubbiamente al centro del giudizio sulla liceità della spesa sostenuta dal governo italiano per comprendere se siamo di fronte ad un'esigenza obiettiva, ad un interesse pubblico o all'espressione di quella che è stata definita, non senza qualche ragione, la mania di grandezza dell'ex presidente del Consiglio, che già da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze aveva manifestato una spiccata disinvoltura nel porre a carico dei bilanci pubblici spese di promozione dell'immagine sua e del suo ufficio, spese già allora criticate e oggetto di indagini giudiziarie.
Sapremo nei prossimi mesi se la Procura regionale della Corte dei conti riterrà che sussistano gli estremi di una spesa inutile o eccessiva, effettuata nella consapevolezza della estraneità ad un interesse pubblico. Considerati anche i costi della penale che dovrà essere corrisposta per la rescissione del contratto. Anche questo è un costo non dovuto che deriva dall'iniziativa a suo tempo assunta da Matteo Renzi.
Salvatore Sfrecola
Le spiegazioni di Lotti non bastano Sentito due volte sul caso Savasta
Il suo nome viene fatto, in quota Pd, a ogni giro di nomine, ma per ora resta al palo. Luca Lotti, ex ministro ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, già in predicato di diventare presidente del Copasir, e candidato non ufficiale del Pd al Comune di Firenze e, in alternativa, alla Regione (che, secondo i ben informati, sarebbe la poltrona a lui più gradita), rischia di essere azzoppato alla partenza (per Palazzo Vecchio si corre nel 2019, per il governatorato della Toscana nel 2020) dai guai giudiziari che si prospettano all'orizzonte. A preoccuparlo maggiormente è al momento l'inchiesta Consip, dove i magistrati della Procura di Roma, tra settembre e ottobre, dovrebbero inviargli l'avviso di chiusura indagini, dopo averlo sottoposto a due interrogatori e a un confronto all'americana. Lotti è iscritto sul registro delle notizie di reato con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento: avrebbe informato i vertici Consip - la centrale acquisti della pubblica amministrazione - delle indagini a loro carico. Un capitolo, quello delle fughe di notizie, in cui non è ancora chiaro chi abbia, invece, allertato Tiziano Renzi, sotto inchiesta dal 2016 per traffico di influenze illecite.
Il nome di Lotti compare, seppur non indagato, anche in un altro procedimento capitolino, quello riguardante l'avvocato Piero Amara, ex socio di Andrea Bacci, altro petalo eccellente del Giglio magico. Il legale avrebbe corrotto dei giudici promettendo avanzamenti di carriera e altre prebende e ai pm avrebbe dichiarato di aver fatto perorare dall'allora senatore di Ala Denis Verdini la causa del giudice Giuseppe Mineo, ex componente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, finito in manette a inizio luglio con l'accusa di corruzione e successivamente scarcerato. L'obiettivo sarebbe stato quello di far entrare Mineo nella rosa dei candidati proposti dal governo per il Consiglio di Stato. Con questo intento Verdini si sarebbe rivolto a Lotti. Ma, alla fine, la nomina non si concretizzò. Nel fascicolo su Amara è finito anche un pizzino scovato dagli investigatori della Gdf di Firenze tra le carte di Bacci. Un foglietto con i nomi del legale arrestato, di un magistrato e dell'ex ministro Luca Lotti. Gli inquirenti romani che indagano su Amara hanno chiesto a Bacci il significato di quell'appunto. L'imprenditore ha spiegato che si trattava del promemoria di una richiesta di Amara, desideroso di far incontrare la toga, un giudice della Corte dei Conti, con Lotti. Il magistrato in questione sarebbe stato il titolare del fascicolo sul volo di Stato per Courmayeur utilizzato da Renzi e dalla sua famiglia per andare a sciare. Bacci avrebbe negato di aver riferito l'ambasciata a Lotti.
Ma c'è un altro intrigo che sta coinvolgendo l'ex ministro piddino (il quale anche in questo caso non è indagato) ed è quello che riguarda il giudice del Tribunale civile di Roma Antonio Savasta e un ex socio di Tiziano Renzi, l'immobiliarista Luigi Dagostino, finito a giugno ai domiciliari in procedimento fiorentino per false fatture. I due, originari di Barletta, sono accusati di corruzione in atti giudiziari e nell'ambito di questo fascicolo Lotti è stato sentito dai pm di Firenze due volte tra aprile e maggio alla presenza del procuratore Giuseppe Creazzo. Il motivo? I lettori di questo giornale conoscono la vicenda. Quando Savasta era pubblico ministero a Trani istruì un'indagine per reati fiscali che coinvolgeva lo stesso Dagostino. Il sostituto procuratore, durante quelle investigazioni, che non portarono all'iscrizione dell'imprenditore (poi arrestato, come detto, in Toscana per la medesima vicenda), avrebbe approfittato delle entrature dello stesso Dagostino per avvicinare Lotti e il vertici del Csm, il parlamentino dei giudici che stava procedendo contro di lui.
Nelle carte dell'inchiesta è ricostruita puntualmente la visita a Palazzo Chigi di Savasta, Dagostino e l'avvocato Ruggiero Sfrecola, ex compagno di liceo del giudice e all'epoca difensore degli accusatori di Dagostino nel procedimento in mano a Savasta. Per quelle manovre ora i tre sono indagati per corruzione in atti giudiziari e il fascicolo che li riguarda è stato trasmesso alla Procura di Lecce per competenza.
Il 17 giugno 2015 la combriccola si presentò all'ingresso principale di Palazzo Chigi, si registrò, entrò verso le 17.50, con la motivazione «app Lotti», per poi uscire alle 19.28. Con la stessa giustificazione era entrato Dagostino il 17 settembre alle ore alle 17.59, per poi allontanarsi alle 19.13. Stessa scena il 23 febbraio 2016 con arrivo alle 14.55 e uscita alle 15. 25. All'epoca Dagostino girava l'Italia in cerca d'affari in compagnia di babbo Renzi e adesso sono entrambi sotto processo per due fatture dell'importo di circa 200.000 euro, pagate dall'imprenditore a Tiziano nell'estate 2015 per progetti mai realizzati.
Ma torniamo al 17 giugno 2015, data del primo incontro registrato a Palazzo Chigi: quel giorno il terzetto in visita a Lotti avrebbe fugacemente intravisto anche Matteo Renzi nel piazzale antistante la sede del governo e Sfrecola via sms si era vantato di quell'incontro in questi termini: «Chiacchierato con Luca Lotti sottosegretario presidenza del Consiglio e conosciuto velocemente Matteo Renzi».
Savasta, che non è ancora stato interrogato dai magistrati salentini, un mese fa, aveva spiegato al nostro giornale le finalità dell'incontro con il sottosegretario Lotti: «La mia richiesta era quella di partecipare a gruppi di studio o essere applicato a delle commissioni ministeriali che si occupavano di appalti, la mia specializzazione. Sono tentativi che i magistrati fanno se hanno la possibilità e una certa professionalità. Era un modo, in un certo senso, per provare a levarmi da Trani, mettendomi in aspettativa, in un periodo in cui pendevano su di me procedimenti penali, da cui sono stato assolto in un doppio grado di giudizio, e disciplinari per incompatibilità ambientale. Puntavo a lasciare un ambiente che era diventato pesante, anche per riprendermi a livello psicologico, perché la pressione era tanta».
Lotti, ai pm, nel verbale del 16 aprile scorso, ha più o meno confermato la versione di Savasta e ha sottolineato di non aver fatto nulla per inserire il magistrato negli organigrammi dei ministeri.
Il 26 aprile, dieci giorni dopo essere stato sentito in Tribunale, il deputato Pd ha inviato via mail al procuratore Creazzo una lettera e gli allegati in essa menzionati, tra cui la pagina della propria agenda risalente al 17 giugno 2015.
La documentazione fornita da Lotti non deve essere stata considerata esaustiva e così gli inquirenti il 2 maggio hanno delegato la Guardia di finanza a presentarsi a Palazzo Chigi per estrarre copia dei passi e degli orari di entrata e uscita degli indagati, dopo aver fatto esplicita richiesta all'allora Segretario generale Paolo Aquilanti.
Alla fine sono stati sentiti anche due addetti al servizio automezzi e passi di Palazzo Chigi e sono stati acquisiti tutti i dati disponibili sugli ingressi di Savasta, Dagostino e Sfrecola. Dopo queste operazioni e l'invio in Procura dei relativi elaborati, Lotti è stato riconvocato dai pm per fornire ulteriori chiarimenti.
Non è escluso che possa essere nuovamente ascoltato dai magistrati di Lecce. In attesa di essere candidato ufficialmente a qualcosa e potersi confrontare con gli elettori anziché con gli investigatori.
Giacomo Amadori
Spie e ricatti, chiuse le indagini su Montante
La Procura di Caltanissetta chiude i conti con Antonello Montante, ex numero uno di Confindustria in Sicilia ed ex pupillo dell'antimafia militante (e con la sua rete di «spie»). L'avviso di chiusura delle indagini preliminari è in corso di notifica ai 24 indagati del primo filone dell'inchiesta. E rispetto alle accuse contenute nell'ordinanza di custodia cautelare che privò della libertà Montante, alcune posizioni si aggravano. È il caso dell'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che lo scorso mese di maggio aveva ricevuto un avviso di garanzia per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, perché secondo l'accusa aveva avvisato Montante delle indagini. Ora i magistrati gli contestano anche il concorso esterno in associazione a delinquere semplice. Stessa accusa per il questore di Vibo Valentia, Andrea Grassi, per il docente universitario Angelo Cuva e per il caporeparto dell'Aisi Andrea Cavacece: farebbero parte della catena di talpe che stava aiutando Montante a monitorare le attività della Procura nissena e della Squadra mobile. Per la Procura, poi, esisteva un sodalizio guidata da Montante, nel quale egli aveva reclutato - secondo l'accusa - coloro che erano disposti a condividere il progetto di progressiva occupazione dei posti di vertice di associazioni di categoria, enti e società. La finalità era quella di avviare una gestione di natura clientelare capace di mantenere in vita e far crescere il sodalizio, ma anche di soddisfare le loro aspettative di carriera e quelle dei loro familiari. All'appello manca una fetta dell'indagine: per settembre è attesa la chiusura del filone che coinvolge l'ex governatore siculo Rosario Crocetta e le fedelissime di Montante poi diventate assessori: Linda Vancheri e Mariella Lo Bello. Tra le accuse per Montante ce n'è anche una per minacce: grazie ai dossier che aveva raccolto (e che al momento dell'arresto ha cercato di distruggere) ha costretto Alfonso Cicero, uno dei suoi accusatori, a ritrattare le dichiarazioni che aveva fatto davanti alla Commissione parlamentare antimafia.
Fabio Amendolara
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Nei guai per riciclaggio e giri di soldi con i Tulliani, il re del gioco è di nuovo a Sint Maarten. Il suo legale è il ministro Giulia Bongiorno.La spesa per il velivolo decisa dall'ex premier è materia da tribunale: occorre stabilire se l'acquisto fosse di pubblica utilità.L'ex ministro ascoltato dai pm per fare chiarezza sulle visite a Palazzo Chigi del giudice che cercava coperture con il Csm. È un habitué delle Procure: convocato per Amara, resta aperto anche il fronte Consip.L'ex capo di Confindustria Sicilia provò a distruggere le prove. Coinvolto pure Renato Schifani.Lo speciale contiene quattro articoliI cronisti del quotidiano Daily Herald l'hanno avvistato mentre salutava i suoi dipendenti nel casinò Dunes di Sint Maarten, piccola realtà caraibica delle Antille olandesi, nota come paradiso fiscale. Il re del gioco d'azzardo online che per diversi mesi ha avuto l'obbligo di firma a Roma è tornato a viaggiare. Dopo che il gup Elvira Tamburelli lo ha rinviato a giudizio con l'accusa di essere a capo di un'associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e all'evasione fiscale.Francesco Corallo in Italia è difeso da Giulia Bongiorno, che nel frattempo è diventata ministro della Funzione pubblica.I giornalisti del giornale dell'isola raccontano di un giro veloce delle sue attività per salutare i dipendenti. I cronisti hanno provato a contattare un portavoce della Procura di Sint Maarten, ma è stato spiegato loro che del caso si occupano esclusivamente le autorità italiane: «Il portavoce del procuratore Norman Serphos ha detto che al momento non sono disponibili informazioni sul caso e ha consigliato a questo giornale di contattare le autorità italiane per maggiore chiarezza», hanno scritto i cronisti del Daily Herald.«La Procura di Sint Maarten ha sempre sostenuto che l'arresto di Corallo era basato sulle richieste delle autorità italiane. Serphos ha ribadito che Sint Maarten non aveva prove sufficienti contro Corallo». E infatti gli investigatori della Guardia di finanza di Roma scoprirono che l'imprenditore, intimo dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, grazie al supporto con la famiglia di Elisabetta Tulliani (compagna del fondatore di An), era riuscito a mettere da parte una ricchezza. L'inchiesta è quella che ha smantellato l'associazione transnazionale dedita a reati fiscali, al peculato e al riciclaggio, capeggiata, secondo l'accusa, proprio da Corallo. Il quale avrebbe trasferito illegalmente 215 milioni di euro, stornandone ben 7 per i Tulliani. I profitti illeciti sottratti al fisco da Corallo sarebbero quindi stati reimpiegati proprio dai Tulliani, anche con l'acquisto della casa di Montecarlo. La famosa casa nel principato monegasco: l'appartamento in boulevard Princesse Charlotte svenduto dal partito di Fini e fruttato ai Tulliani (grazie ai soldi di Corallo) 1 milione di euro tondo tondo. Un affare che, però, stando a quanto ha svelato l'inchiesta, era solo la punta dell'iceberg. Dalla ricostruzione complessiva che fanno i magistrati, emergono censure pesantissime sull'attività politica dell'ex leader di Alleanza nazionale. La relazione tra Corallo e Fini, nata proprio con una vacanza a Sint Maartin nel 2004 e proseguita con gli investimenti sulla famiglia Tulliani, aveva «condizionato», secondo l'accusa, «la vita parlamentare». Corallo, insomma, ha piegato l'attività istituzionale ai suoi interessi grazie a quel rapporto col leader di An. Un collegamento «che ha lasciato tracce del transito di somme di denaro in occasione dell'adozione di provvedimenti di legge di estremo favore per Corallo». Ossia gli aiutini, da sempre negati dall'ex presidente di Alleanza nazionale perfino davanti ai magistrati, che hanno permesso a Corallo in quegli anni di diventare il magnate del poker online. Nell'indagine è subito emerso che le imprese di Corallo «erano qualificabili, in realtà, come strutture di sistematica violazione degli obblighi fiscali (non versavano il Preu, il prelievo erariale unico legato alla tassazione sul gioco d'azzardo legalizzato, ndr)». Insomma, evadevano le tasse. L'arresto di Corallo risale al dicembre del 2016. Ma la sua estradizione, che è dovuta passare prima per la Corte di giustizia di Philipsburg a Sint Maarten e che è stata approvata dal governatore locale solo il 4 agosto 2017, è avvenuta di fatto il 16 agosto. Meno di un anno dopo, Corallo torna a Sint Maarten. Mercoledì si è presentato a lavoro con il suo avvocato Roy Moes. Per ripartire dal suo storico Casinò Le Dune.Anche in Italia le cose sembrano essersi messe meglio per le attività di Corallo. Come hanno annunciato i vertici della Global starnet, l'azienda dell'imprenditore di origine siciliana. Il gip del Tribunale di Roma, in data 6 luglio 2018, ha confermato l'autorizzazione in favore della società, già rilasciata con un provvedimento del 17 gennaio 2018, «per la prosecuzione della sua attività di concessionario dello Stato per il gioco pubblico». Pertanto «permane inalterata la piena operatività del concessionario e il suo impegno a sviluppare e a portare avanti nuovi progetti nel settore delle cosiddette new slot e delle videolottery, nonché per un gioco legale responsabile».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lair-force-renzi-puo-atterrare-alla-corte-dei-conti" data-post-id="2590436223" data-published-at="1781361061" data-use-pagination="False"> L’Air Force Renzi può atterrare alla Corte dei conti Sarà Andrea Lupi, procuratore regionale della Corte dei conti per il Lazio, o uno dei suoi sostituti, a valutare se dal contratto di leasing stipulato dalla presidenza del Consiglio dei ministri, per le esigenze della propria flotta aerea, con l'individuazione dell'Airbus 340-500, sia derivato o meno un danno erariale, cioè una spesa inutile o eccessiva rispetto all'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. Considerato che adesso quella iniziativa è stata ritenuta inutile dal vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che intendono rescindere il contratto. Il procuratore della Corte dei conti dovrà, in particolare, accertare se si sia di fronte a scelte «insindacabili nel merito», come si legge nell'art. 1, comma 1, della legge n. 20 del 1994, per il quale non possono essere censurabili le condotte discrezionali che violino regole non scritte di opportunità e convenienza, ma solo quelle in contrasto con norme espresse o principi giuridici. La discrezionalità, in sostanza, non costituisce espressione di una assoluta libertà di decidere, ma scelta conforme ad una esigenza effettiva di pubblico interesse che, pertanto, renda legittima la relativa spesa. Né l'esercizio della discrezionalità può essere censurato con riferimento alla ipotesi di un diverso impiego della stessa somma, come ha detto Di Maio, secondo il quale con quella somma si potevano acquistare 600 scuolabus. Messaggio politicamente efficace ma nella specie giuridicamente inconsistente. Da questo punto di vista la decisione del governo di recedere dal contratto di leasing costituisce una scelta discrezionale, opposta a quella di Renzi, che potrebbe costituire la prova di una errata valutazione dell'esigenza effettuata a suo tempo. Tuttavia non è così automatico che una scelta sopravvenuta neghi in radice la validità della precedente. Occorre una valutazione ponderata, ex ante (ora per allora) dell'utilizzazione che si voleva dare al mezzo e dell'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. In questa valutazione soccorrono certamente le argomentazioni che hanno sostenuto la decisione a suo tempo assunta dalla presidenza del Consiglio, la circostanza che il velivolo fosse già allora fuori produzione, con tutte le conseguenze che ne derivano quanto al suo valore ed ai costi di manutenzione, le dichiarazioni fatte nel tempo per giustificare la scelta e le ultime del senatore Renzi il quale sostiene di non aver mai utilizzato l'aereo che era invece destinato a portare in giro per il mondo le delegazioni di imprenditori italiani. Spetta indubbiamente al governo promuovere le relazioni economiche internazionali per assicurare una presenza nel «made in Italy» nel mondo. Lo hanno fatto tutti i governi ed i ministri di settore i quali più volte si sono recati all'estero accompagnati da imprenditori che ambivano essere presentati alle autorità locali a fianco dei rappresentanti del nostro governo. Sono stati sempre viaggi mirati ad obiettivi precisi, con delegazioni al più di 30-40 persone, sicché non è stato mai necessario utilizzare un aereo da 300 posti perché è evidente che una delegazione di siffatte dimensioni non ha riscontro nell'esperienza delle relazioni economiche e commerciali internazionali. Queste considerazioni, che nascono dall'esperienza e dall'osservazione di ciò che avviene nel mondo, saranno indubbiamente al centro del giudizio sulla liceità della spesa sostenuta dal governo italiano per comprendere se siamo di fronte ad un'esigenza obiettiva, ad un interesse pubblico o all'espressione di quella che è stata definita, non senza qualche ragione, la mania di grandezza dell'ex presidente del Consiglio, che già da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze aveva manifestato una spiccata disinvoltura nel porre a carico dei bilanci pubblici spese di promozione dell'immagine sua e del suo ufficio, spese già allora criticate e oggetto di indagini giudiziarie. Sapremo nei prossimi mesi se la Procura regionale della Corte dei conti riterrà che sussistano gli estremi di una spesa inutile o eccessiva, effettuata nella consapevolezza della estraneità ad un interesse pubblico. Considerati anche i costi della penale che dovrà essere corrisposta per la rescissione del contratto. Anche questo è un costo non dovuto che deriva dall'iniziativa a suo tempo assunta da Matteo Renzi. Salvatore Sfrecola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-spiegazioni-di-lotti-non-bastano-sentito-due-volte-sul-caso-savasta" data-post-id="2590436223" data-published-at="1781361061" data-use-pagination="False"> Le spiegazioni di Lotti non bastano Sentito due volte sul caso Savasta Il suo nome viene fatto, in quota Pd, a ogni giro di nomine, ma per ora resta al palo. Luca Lotti, ex ministro ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, già in predicato di diventare presidente del Copasir, e candidato non ufficiale del Pd al Comune di Firenze e, in alternativa, alla Regione (che, secondo i ben informati, sarebbe la poltrona a lui più gradita), rischia di essere azzoppato alla partenza (per Palazzo Vecchio si corre nel 2019, per il governatorato della Toscana nel 2020) dai guai giudiziari che si prospettano all'orizzonte. A preoccuparlo maggiormente è al momento l'inchiesta Consip, dove i magistrati della Procura di Roma, tra settembre e ottobre, dovrebbero inviargli l'avviso di chiusura indagini, dopo averlo sottoposto a due interrogatori e a un confronto all'americana. Lotti è iscritto sul registro delle notizie di reato con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento: avrebbe informato i vertici Consip - la centrale acquisti della pubblica amministrazione - delle indagini a loro carico. Un capitolo, quello delle fughe di notizie, in cui non è ancora chiaro chi abbia, invece, allertato Tiziano Renzi, sotto inchiesta dal 2016 per traffico di influenze illecite. Il nome di Lotti compare, seppur non indagato, anche in un altro procedimento capitolino, quello riguardante l'avvocato Piero Amara, ex socio di Andrea Bacci, altro petalo eccellente del Giglio magico. Il legale avrebbe corrotto dei giudici promettendo avanzamenti di carriera e altre prebende e ai pm avrebbe dichiarato di aver fatto perorare dall'allora senatore di Ala Denis Verdini la causa del giudice Giuseppe Mineo, ex componente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, finito in manette a inizio luglio con l'accusa di corruzione e successivamente scarcerato. L'obiettivo sarebbe stato quello di far entrare Mineo nella rosa dei candidati proposti dal governo per il Consiglio di Stato. Con questo intento Verdini si sarebbe rivolto a Lotti. Ma, alla fine, la nomina non si concretizzò. Nel fascicolo su Amara è finito anche un pizzino scovato dagli investigatori della Gdf di Firenze tra le carte di Bacci. Un foglietto con i nomi del legale arrestato, di un magistrato e dell'ex ministro Luca Lotti. Gli inquirenti romani che indagano su Amara hanno chiesto a Bacci il significato di quell'appunto. L'imprenditore ha spiegato che si trattava del promemoria di una richiesta di Amara, desideroso di far incontrare la toga, un giudice della Corte dei Conti, con Lotti. Il magistrato in questione sarebbe stato il titolare del fascicolo sul volo di Stato per Courmayeur utilizzato da Renzi e dalla sua famiglia per andare a sciare. Bacci avrebbe negato di aver riferito l'ambasciata a Lotti. Ma c'è un altro intrigo che sta coinvolgendo l'ex ministro piddino (il quale anche in questo caso non è indagato) ed è quello che riguarda il giudice del Tribunale civile di Roma Antonio Savasta e un ex socio di Tiziano Renzi, l'immobiliarista Luigi Dagostino, finito a giugno ai domiciliari in procedimento fiorentino per false fatture. I due, originari di Barletta, sono accusati di corruzione in atti giudiziari e nell'ambito di questo fascicolo Lotti è stato sentito dai pm di Firenze due volte tra aprile e maggio alla presenza del procuratore Giuseppe Creazzo. Il motivo? I lettori di questo giornale conoscono la vicenda. Quando Savasta era pubblico ministero a Trani istruì un'indagine per reati fiscali che coinvolgeva lo stesso Dagostino. Il sostituto procuratore, durante quelle investigazioni, che non portarono all'iscrizione dell'imprenditore (poi arrestato, come detto, in Toscana per la medesima vicenda), avrebbe approfittato delle entrature dello stesso Dagostino per avvicinare Lotti e il vertici del Csm, il parlamentino dei giudici che stava procedendo contro di lui. Nelle carte dell'inchiesta è ricostruita puntualmente la visita a Palazzo Chigi di Savasta, Dagostino e l'avvocato Ruggiero Sfrecola, ex compagno di liceo del giudice e all'epoca difensore degli accusatori di Dagostino nel procedimento in mano a Savasta. Per quelle manovre ora i tre sono indagati per corruzione in atti giudiziari e il fascicolo che li riguarda è stato trasmesso alla Procura di Lecce per competenza. Il 17 giugno 2015 la combriccola si presentò all'ingresso principale di Palazzo Chigi, si registrò, entrò verso le 17.50, con la motivazione «app Lotti», per poi uscire alle 19.28. Con la stessa giustificazione era entrato Dagostino il 17 settembre alle ore alle 17.59, per poi allontanarsi alle 19.13. Stessa scena il 23 febbraio 2016 con arrivo alle 14.55 e uscita alle 15. 25. All'epoca Dagostino girava l'Italia in cerca d'affari in compagnia di babbo Renzi e adesso sono entrambi sotto processo per due fatture dell'importo di circa 200.000 euro, pagate dall'imprenditore a Tiziano nell'estate 2015 per progetti mai realizzati. Ma torniamo al 17 giugno 2015, data del primo incontro registrato a Palazzo Chigi: quel giorno il terzetto in visita a Lotti avrebbe fugacemente intravisto anche Matteo Renzi nel piazzale antistante la sede del governo e Sfrecola via sms si era vantato di quell'incontro in questi termini: «Chiacchierato con Luca Lotti sottosegretario presidenza del Consiglio e conosciuto velocemente Matteo Renzi». Savasta, che non è ancora stato interrogato dai magistrati salentini, un mese fa, aveva spiegato al nostro giornale le finalità dell'incontro con il sottosegretario Lotti: «La mia richiesta era quella di partecipare a gruppi di studio o essere applicato a delle commissioni ministeriali che si occupavano di appalti, la mia specializzazione. Sono tentativi che i magistrati fanno se hanno la possibilità e una certa professionalità. Era un modo, in un certo senso, per provare a levarmi da Trani, mettendomi in aspettativa, in un periodo in cui pendevano su di me procedimenti penali, da cui sono stato assolto in un doppio grado di giudizio, e disciplinari per incompatibilità ambientale. Puntavo a lasciare un ambiente che era diventato pesante, anche per riprendermi a livello psicologico, perché la pressione era tanta». Lotti, ai pm, nel verbale del 16 aprile scorso, ha più o meno confermato la versione di Savasta e ha sottolineato di non aver fatto nulla per inserire il magistrato negli organigrammi dei ministeri. Il 26 aprile, dieci giorni dopo essere stato sentito in Tribunale, il deputato Pd ha inviato via mail al procuratore Creazzo una lettera e gli allegati in essa menzionati, tra cui la pagina della propria agenda risalente al 17 giugno 2015. La documentazione fornita da Lotti non deve essere stata considerata esaustiva e così gli inquirenti il 2 maggio hanno delegato la Guardia di finanza a presentarsi a Palazzo Chigi per estrarre copia dei passi e degli orari di entrata e uscita degli indagati, dopo aver fatto esplicita richiesta all'allora Segretario generale Paolo Aquilanti. Alla fine sono stati sentiti anche due addetti al servizio automezzi e passi di Palazzo Chigi e sono stati acquisiti tutti i dati disponibili sugli ingressi di Savasta, Dagostino e Sfrecola. Dopo queste operazioni e l'invio in Procura dei relativi elaborati, Lotti è stato riconvocato dai pm per fornire ulteriori chiarimenti. Non è escluso che possa essere nuovamente ascoltato dai magistrati di Lecce. In attesa di essere candidato ufficialmente a qualcosa e potersi confrontare con gli elettori anziché con gli investigatori. Giacomo Amadori <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="spie-e-ricatti-chiuse-le-indagini-su-montante" data-post-id="2590436223" data-published-at="1781361061" data-use-pagination="False"> Spie e ricatti, chiuse le indagini su Montante La Procura di Caltanissetta chiude i conti con Antonello Montante, ex numero uno di Confindustria in Sicilia ed ex pupillo dell'antimafia militante (e con la sua rete di «spie»). L'avviso di chiusura delle indagini preliminari è in corso di notifica ai 24 indagati del primo filone dell'inchiesta. E rispetto alle accuse contenute nell'ordinanza di custodia cautelare che privò della libertà Montante, alcune posizioni si aggravano. È il caso dell'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che lo scorso mese di maggio aveva ricevuto un avviso di garanzia per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, perché secondo l'accusa aveva avvisato Montante delle indagini. Ora i magistrati gli contestano anche il concorso esterno in associazione a delinquere semplice. Stessa accusa per il questore di Vibo Valentia, Andrea Grassi, per il docente universitario Angelo Cuva e per il caporeparto dell'Aisi Andrea Cavacece: farebbero parte della catena di talpe che stava aiutando Montante a monitorare le attività della Procura nissena e della Squadra mobile. Per la Procura, poi, esisteva un sodalizio guidata da Montante, nel quale egli aveva reclutato - secondo l'accusa - coloro che erano disposti a condividere il progetto di progressiva occupazione dei posti di vertice di associazioni di categoria, enti e società. La finalità era quella di avviare una gestione di natura clientelare capace di mantenere in vita e far crescere il sodalizio, ma anche di soddisfare le loro aspettative di carriera e quelle dei loro familiari. All'appello manca una fetta dell'indagine: per settembre è attesa la chiusura del filone che coinvolge l'ex governatore siculo Rosario Crocetta e le fedelissime di Montante poi diventate assessori: Linda Vancheri e Mariella Lo Bello. Tra le accuse per Montante ce n'è anche una per minacce: grazie ai dossier che aveva raccolto (e che al momento dell'arresto ha cercato di distruggere) ha costretto Alfonso Cicero, uno dei suoi accusatori, a ritrattare le dichiarazioni che aveva fatto davanti alla Commissione parlamentare antimafia.Fabio Amendolara
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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