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2018-07-28
Gli affari con Fini e l’estradizione. Corallo dopo un anno ritorna ai Caraibi
Ansa
I cronisti del quotidiano Daily Herald l'hanno avvistato mentre salutava i suoi dipendenti nel casinò Dunes di Sint Maarten, piccola realtà caraibica delle Antille olandesi, nota come paradiso fiscale. Il re del gioco d'azzardo online che per diversi mesi ha avuto l'obbligo di firma a Roma è tornato a viaggiare. Dopo che il gup Elvira Tamburelli lo ha rinviato a giudizio con l'accusa di essere a capo di un'associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e all'evasione fiscale.
Francesco Corallo in Italia è difeso da Giulia Bongiorno, che nel frattempo è diventata ministro della Funzione pubblica.
I giornalisti del giornale dell'isola raccontano di un giro veloce delle sue attività per salutare i dipendenti. I cronisti hanno provato a contattare un portavoce della Procura di Sint Maarten, ma è stato spiegato loro che del caso si occupano esclusivamente le autorità italiane: «Il portavoce del procuratore Norman Serphos ha detto che al momento non sono disponibili informazioni sul caso e ha consigliato a questo giornale di contattare le autorità italiane per maggiore chiarezza», hanno scritto i cronisti del Daily Herald.
«La Procura di Sint Maarten ha sempre sostenuto che l'arresto di Corallo era basato sulle richieste delle autorità italiane. Serphos ha ribadito che Sint Maarten non aveva prove sufficienti contro Corallo». E infatti gli investigatori della Guardia di finanza di Roma scoprirono che l'imprenditore, intimo dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, grazie al supporto con la famiglia di Elisabetta Tulliani (compagna del fondatore di An), era riuscito a mettere da parte una ricchezza. L'inchiesta è quella che ha smantellato l'associazione transnazionale dedita a reati fiscali, al peculato e al riciclaggio, capeggiata, secondo l'accusa, proprio da Corallo. Il quale avrebbe trasferito illegalmente 215 milioni di euro, stornandone ben 7 per i Tulliani. I profitti illeciti sottratti al fisco da Corallo sarebbero quindi stati reimpiegati proprio dai Tulliani, anche con l'acquisto della casa di Montecarlo. La famosa casa nel principato monegasco: l'appartamento in boulevard Princesse Charlotte svenduto dal partito di Fini e fruttato ai Tulliani (grazie ai soldi di Corallo) 1 milione di euro tondo tondo. Un affare che, però, stando a quanto ha svelato l'inchiesta, era solo la punta dell'iceberg. Dalla ricostruzione complessiva che fanno i magistrati, emergono censure pesantissime sull'attività politica dell'ex leader di Alleanza nazionale. La relazione tra Corallo e Fini, nata proprio con una vacanza a Sint Maartin nel 2004 e proseguita con gli investimenti sulla famiglia Tulliani, aveva «condizionato», secondo l'accusa, «la vita parlamentare». Corallo, insomma, ha piegato l'attività istituzionale ai suoi interessi grazie a quel rapporto col leader di An. Un collegamento «che ha lasciato tracce del transito di somme di denaro in occasione dell'adozione di provvedimenti di legge di estremo favore per Corallo». Ossia gli aiutini, da sempre negati dall'ex presidente di Alleanza nazionale perfino davanti ai magistrati, che hanno permesso a Corallo in quegli anni di diventare il magnate del poker online. Nell'indagine è subito emerso che le imprese di Corallo «erano qualificabili, in realtà, come strutture di sistematica violazione degli obblighi fiscali (non versavano il Preu, il prelievo erariale unico legato alla tassazione sul gioco d'azzardo legalizzato, ndr)». Insomma, evadevano le tasse. L'arresto di Corallo risale al dicembre del 2016. Ma la sua estradizione, che è dovuta passare prima per la Corte di giustizia di Philipsburg a Sint Maarten e che è stata approvata dal governatore locale solo il 4 agosto 2017, è avvenuta di fatto il 16 agosto. Meno di un anno dopo, Corallo torna a Sint Maarten. Mercoledì si è presentato a lavoro con il suo avvocato Roy Moes. Per ripartire dal suo storico Casinò Le Dune.
Anche in Italia le cose sembrano essersi messe meglio per le attività di Corallo. Come hanno annunciato i vertici della Global starnet, l'azienda dell'imprenditore di origine siciliana. Il gip del Tribunale di Roma, in data 6 luglio 2018, ha confermato l'autorizzazione in favore della società, già rilasciata con un provvedimento del 17 gennaio 2018, «per la prosecuzione della sua attività di concessionario dello Stato per il gioco pubblico». Pertanto «permane inalterata la piena operatività del concessionario e il suo impegno a sviluppare e a portare avanti nuovi progetti nel settore delle cosiddette new slot e delle videolottery, nonché per un gioco legale responsabile».
Fabio Amendolara
L’Air Force Renzi può atterrare alla Corte dei conti
Sarà Andrea Lupi, procuratore regionale della Corte dei conti per il Lazio, o uno dei suoi sostituti, a valutare se dal contratto di leasing stipulato dalla presidenza del Consiglio dei ministri, per le esigenze della propria flotta aerea, con l'individuazione dell'Airbus 340-500, sia derivato o meno un danno erariale, cioè una spesa inutile o eccessiva rispetto all'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. Considerato che adesso quella iniziativa è stata ritenuta inutile dal vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che intendono rescindere il contratto. Il procuratore della Corte dei conti dovrà, in particolare, accertare se si sia di fronte a scelte «insindacabili nel merito», come si legge nell'art. 1, comma 1, della legge n. 20 del 1994, per il quale non possono essere censurabili le condotte discrezionali che violino regole non scritte di opportunità e convenienza, ma solo quelle in contrasto con norme espresse o principi giuridici. La discrezionalità, in sostanza, non costituisce espressione di una assoluta libertà di decidere, ma scelta conforme ad una esigenza effettiva di pubblico interesse che, pertanto, renda legittima la relativa spesa. Né l'esercizio della discrezionalità può essere censurato con riferimento alla ipotesi di un diverso impiego della stessa somma, come ha detto Di Maio, secondo il quale con quella somma si potevano acquistare 600 scuolabus. Messaggio politicamente efficace ma nella specie giuridicamente inconsistente.
Da questo punto di vista la decisione del governo di recedere dal contratto di leasing costituisce una scelta discrezionale, opposta a quella di Renzi, che potrebbe costituire la prova di una errata valutazione dell'esigenza effettuata a suo tempo. Tuttavia non è così automatico che una scelta sopravvenuta neghi in radice la validità della precedente. Occorre una valutazione ponderata, ex ante (ora per allora) dell'utilizzazione che si voleva dare al mezzo e dell'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. In questa valutazione soccorrono certamente le argomentazioni che hanno sostenuto la decisione a suo tempo assunta dalla presidenza del Consiglio, la circostanza che il velivolo fosse già allora fuori produzione, con tutte le conseguenze che ne derivano quanto al suo valore ed ai costi di manutenzione, le dichiarazioni fatte nel tempo per giustificare la scelta e le ultime del senatore Renzi il quale sostiene di non aver mai utilizzato l'aereo che era invece destinato a portare in giro per il mondo le delegazioni di imprenditori italiani.
Spetta indubbiamente al governo promuovere le relazioni economiche internazionali per assicurare una presenza nel «made in Italy» nel mondo. Lo hanno fatto tutti i governi ed i ministri di settore i quali più volte si sono recati all'estero accompagnati da imprenditori che ambivano essere presentati alle autorità locali a fianco dei rappresentanti del nostro governo. Sono stati sempre viaggi mirati ad obiettivi precisi, con delegazioni al più di 30-40 persone, sicché non è stato mai necessario utilizzare un aereo da 300 posti perché è evidente che una delegazione di siffatte dimensioni non ha riscontro nell'esperienza delle relazioni economiche e commerciali internazionali.
Queste considerazioni, che nascono dall'esperienza e dall'osservazione di ciò che avviene nel mondo, saranno indubbiamente al centro del giudizio sulla liceità della spesa sostenuta dal governo italiano per comprendere se siamo di fronte ad un'esigenza obiettiva, ad un interesse pubblico o all'espressione di quella che è stata definita, non senza qualche ragione, la mania di grandezza dell'ex presidente del Consiglio, che già da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze aveva manifestato una spiccata disinvoltura nel porre a carico dei bilanci pubblici spese di promozione dell'immagine sua e del suo ufficio, spese già allora criticate e oggetto di indagini giudiziarie.
Sapremo nei prossimi mesi se la Procura regionale della Corte dei conti riterrà che sussistano gli estremi di una spesa inutile o eccessiva, effettuata nella consapevolezza della estraneità ad un interesse pubblico. Considerati anche i costi della penale che dovrà essere corrisposta per la rescissione del contratto. Anche questo è un costo non dovuto che deriva dall'iniziativa a suo tempo assunta da Matteo Renzi.
Salvatore Sfrecola
Le spiegazioni di Lotti non bastano Sentito due volte sul caso Savasta
Il suo nome viene fatto, in quota Pd, a ogni giro di nomine, ma per ora resta al palo. Luca Lotti, ex ministro ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, già in predicato di diventare presidente del Copasir, e candidato non ufficiale del Pd al Comune di Firenze e, in alternativa, alla Regione (che, secondo i ben informati, sarebbe la poltrona a lui più gradita), rischia di essere azzoppato alla partenza (per Palazzo Vecchio si corre nel 2019, per il governatorato della Toscana nel 2020) dai guai giudiziari che si prospettano all'orizzonte. A preoccuparlo maggiormente è al momento l'inchiesta Consip, dove i magistrati della Procura di Roma, tra settembre e ottobre, dovrebbero inviargli l'avviso di chiusura indagini, dopo averlo sottoposto a due interrogatori e a un confronto all'americana. Lotti è iscritto sul registro delle notizie di reato con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento: avrebbe informato i vertici Consip - la centrale acquisti della pubblica amministrazione - delle indagini a loro carico. Un capitolo, quello delle fughe di notizie, in cui non è ancora chiaro chi abbia, invece, allertato Tiziano Renzi, sotto inchiesta dal 2016 per traffico di influenze illecite.
Il nome di Lotti compare, seppur non indagato, anche in un altro procedimento capitolino, quello riguardante l'avvocato Piero Amara, ex socio di Andrea Bacci, altro petalo eccellente del Giglio magico. Il legale avrebbe corrotto dei giudici promettendo avanzamenti di carriera e altre prebende e ai pm avrebbe dichiarato di aver fatto perorare dall'allora senatore di Ala Denis Verdini la causa del giudice Giuseppe Mineo, ex componente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, finito in manette a inizio luglio con l'accusa di corruzione e successivamente scarcerato. L'obiettivo sarebbe stato quello di far entrare Mineo nella rosa dei candidati proposti dal governo per il Consiglio di Stato. Con questo intento Verdini si sarebbe rivolto a Lotti. Ma, alla fine, la nomina non si concretizzò. Nel fascicolo su Amara è finito anche un pizzino scovato dagli investigatori della Gdf di Firenze tra le carte di Bacci. Un foglietto con i nomi del legale arrestato, di un magistrato e dell'ex ministro Luca Lotti. Gli inquirenti romani che indagano su Amara hanno chiesto a Bacci il significato di quell'appunto. L'imprenditore ha spiegato che si trattava del promemoria di una richiesta di Amara, desideroso di far incontrare la toga, un giudice della Corte dei Conti, con Lotti. Il magistrato in questione sarebbe stato il titolare del fascicolo sul volo di Stato per Courmayeur utilizzato da Renzi e dalla sua famiglia per andare a sciare. Bacci avrebbe negato di aver riferito l'ambasciata a Lotti.
Ma c'è un altro intrigo che sta coinvolgendo l'ex ministro piddino (il quale anche in questo caso non è indagato) ed è quello che riguarda il giudice del Tribunale civile di Roma Antonio Savasta e un ex socio di Tiziano Renzi, l'immobiliarista Luigi Dagostino, finito a giugno ai domiciliari in procedimento fiorentino per false fatture. I due, originari di Barletta, sono accusati di corruzione in atti giudiziari e nell'ambito di questo fascicolo Lotti è stato sentito dai pm di Firenze due volte tra aprile e maggio alla presenza del procuratore Giuseppe Creazzo. Il motivo? I lettori di questo giornale conoscono la vicenda. Quando Savasta era pubblico ministero a Trani istruì un'indagine per reati fiscali che coinvolgeva lo stesso Dagostino. Il sostituto procuratore, durante quelle investigazioni, che non portarono all'iscrizione dell'imprenditore (poi arrestato, come detto, in Toscana per la medesima vicenda), avrebbe approfittato delle entrature dello stesso Dagostino per avvicinare Lotti e il vertici del Csm, il parlamentino dei giudici che stava procedendo contro di lui.
Nelle carte dell'inchiesta è ricostruita puntualmente la visita a Palazzo Chigi di Savasta, Dagostino e l'avvocato Ruggiero Sfrecola, ex compagno di liceo del giudice e all'epoca difensore degli accusatori di Dagostino nel procedimento in mano a Savasta. Per quelle manovre ora i tre sono indagati per corruzione in atti giudiziari e il fascicolo che li riguarda è stato trasmesso alla Procura di Lecce per competenza.
Il 17 giugno 2015 la combriccola si presentò all'ingresso principale di Palazzo Chigi, si registrò, entrò verso le 17.50, con la motivazione «app Lotti», per poi uscire alle 19.28. Con la stessa giustificazione era entrato Dagostino il 17 settembre alle ore alle 17.59, per poi allontanarsi alle 19.13. Stessa scena il 23 febbraio 2016 con arrivo alle 14.55 e uscita alle 15. 25. All'epoca Dagostino girava l'Italia in cerca d'affari in compagnia di babbo Renzi e adesso sono entrambi sotto processo per due fatture dell'importo di circa 200.000 euro, pagate dall'imprenditore a Tiziano nell'estate 2015 per progetti mai realizzati.
Ma torniamo al 17 giugno 2015, data del primo incontro registrato a Palazzo Chigi: quel giorno il terzetto in visita a Lotti avrebbe fugacemente intravisto anche Matteo Renzi nel piazzale antistante la sede del governo e Sfrecola via sms si era vantato di quell'incontro in questi termini: «Chiacchierato con Luca Lotti sottosegretario presidenza del Consiglio e conosciuto velocemente Matteo Renzi».
Savasta, che non è ancora stato interrogato dai magistrati salentini, un mese fa, aveva spiegato al nostro giornale le finalità dell'incontro con il sottosegretario Lotti: «La mia richiesta era quella di partecipare a gruppi di studio o essere applicato a delle commissioni ministeriali che si occupavano di appalti, la mia specializzazione. Sono tentativi che i magistrati fanno se hanno la possibilità e una certa professionalità. Era un modo, in un certo senso, per provare a levarmi da Trani, mettendomi in aspettativa, in un periodo in cui pendevano su di me procedimenti penali, da cui sono stato assolto in un doppio grado di giudizio, e disciplinari per incompatibilità ambientale. Puntavo a lasciare un ambiente che era diventato pesante, anche per riprendermi a livello psicologico, perché la pressione era tanta».
Lotti, ai pm, nel verbale del 16 aprile scorso, ha più o meno confermato la versione di Savasta e ha sottolineato di non aver fatto nulla per inserire il magistrato negli organigrammi dei ministeri.
Il 26 aprile, dieci giorni dopo essere stato sentito in Tribunale, il deputato Pd ha inviato via mail al procuratore Creazzo una lettera e gli allegati in essa menzionati, tra cui la pagina della propria agenda risalente al 17 giugno 2015.
La documentazione fornita da Lotti non deve essere stata considerata esaustiva e così gli inquirenti il 2 maggio hanno delegato la Guardia di finanza a presentarsi a Palazzo Chigi per estrarre copia dei passi e degli orari di entrata e uscita degli indagati, dopo aver fatto esplicita richiesta all'allora Segretario generale Paolo Aquilanti.
Alla fine sono stati sentiti anche due addetti al servizio automezzi e passi di Palazzo Chigi e sono stati acquisiti tutti i dati disponibili sugli ingressi di Savasta, Dagostino e Sfrecola. Dopo queste operazioni e l'invio in Procura dei relativi elaborati, Lotti è stato riconvocato dai pm per fornire ulteriori chiarimenti.
Non è escluso che possa essere nuovamente ascoltato dai magistrati di Lecce. In attesa di essere candidato ufficialmente a qualcosa e potersi confrontare con gli elettori anziché con gli investigatori.
Giacomo Amadori
Spie e ricatti, chiuse le indagini su Montante
La Procura di Caltanissetta chiude i conti con Antonello Montante, ex numero uno di Confindustria in Sicilia ed ex pupillo dell'antimafia militante (e con la sua rete di «spie»). L'avviso di chiusura delle indagini preliminari è in corso di notifica ai 24 indagati del primo filone dell'inchiesta. E rispetto alle accuse contenute nell'ordinanza di custodia cautelare che privò della libertà Montante, alcune posizioni si aggravano. È il caso dell'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che lo scorso mese di maggio aveva ricevuto un avviso di garanzia per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, perché secondo l'accusa aveva avvisato Montante delle indagini. Ora i magistrati gli contestano anche il concorso esterno in associazione a delinquere semplice. Stessa accusa per il questore di Vibo Valentia, Andrea Grassi, per il docente universitario Angelo Cuva e per il caporeparto dell'Aisi Andrea Cavacece: farebbero parte della catena di talpe che stava aiutando Montante a monitorare le attività della Procura nissena e della Squadra mobile. Per la Procura, poi, esisteva un sodalizio guidata da Montante, nel quale egli aveva reclutato - secondo l'accusa - coloro che erano disposti a condividere il progetto di progressiva occupazione dei posti di vertice di associazioni di categoria, enti e società. La finalità era quella di avviare una gestione di natura clientelare capace di mantenere in vita e far crescere il sodalizio, ma anche di soddisfare le loro aspettative di carriera e quelle dei loro familiari. All'appello manca una fetta dell'indagine: per settembre è attesa la chiusura del filone che coinvolge l'ex governatore siculo Rosario Crocetta e le fedelissime di Montante poi diventate assessori: Linda Vancheri e Mariella Lo Bello. Tra le accuse per Montante ce n'è anche una per minacce: grazie ai dossier che aveva raccolto (e che al momento dell'arresto ha cercato di distruggere) ha costretto Alfonso Cicero, uno dei suoi accusatori, a ritrattare le dichiarazioni che aveva fatto davanti alla Commissione parlamentare antimafia.
Fabio Amendolara
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Nei guai per riciclaggio e giri di soldi con i Tulliani, il re del gioco è di nuovo a Sint Maarten. Il suo legale è il ministro Giulia Bongiorno.La spesa per il velivolo decisa dall'ex premier è materia da tribunale: occorre stabilire se l'acquisto fosse di pubblica utilità.L'ex ministro ascoltato dai pm per fare chiarezza sulle visite a Palazzo Chigi del giudice che cercava coperture con il Csm. È un habitué delle Procure: convocato per Amara, resta aperto anche il fronte Consip.L'ex capo di Confindustria Sicilia provò a distruggere le prove. Coinvolto pure Renato Schifani.Lo speciale contiene quattro articoliI cronisti del quotidiano Daily Herald l'hanno avvistato mentre salutava i suoi dipendenti nel casinò Dunes di Sint Maarten, piccola realtà caraibica delle Antille olandesi, nota come paradiso fiscale. Il re del gioco d'azzardo online che per diversi mesi ha avuto l'obbligo di firma a Roma è tornato a viaggiare. Dopo che il gup Elvira Tamburelli lo ha rinviato a giudizio con l'accusa di essere a capo di un'associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e all'evasione fiscale.Francesco Corallo in Italia è difeso da Giulia Bongiorno, che nel frattempo è diventata ministro della Funzione pubblica.I giornalisti del giornale dell'isola raccontano di un giro veloce delle sue attività per salutare i dipendenti. I cronisti hanno provato a contattare un portavoce della Procura di Sint Maarten, ma è stato spiegato loro che del caso si occupano esclusivamente le autorità italiane: «Il portavoce del procuratore Norman Serphos ha detto che al momento non sono disponibili informazioni sul caso e ha consigliato a questo giornale di contattare le autorità italiane per maggiore chiarezza», hanno scritto i cronisti del Daily Herald.«La Procura di Sint Maarten ha sempre sostenuto che l'arresto di Corallo era basato sulle richieste delle autorità italiane. Serphos ha ribadito che Sint Maarten non aveva prove sufficienti contro Corallo». E infatti gli investigatori della Guardia di finanza di Roma scoprirono che l'imprenditore, intimo dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, grazie al supporto con la famiglia di Elisabetta Tulliani (compagna del fondatore di An), era riuscito a mettere da parte una ricchezza. L'inchiesta è quella che ha smantellato l'associazione transnazionale dedita a reati fiscali, al peculato e al riciclaggio, capeggiata, secondo l'accusa, proprio da Corallo. Il quale avrebbe trasferito illegalmente 215 milioni di euro, stornandone ben 7 per i Tulliani. I profitti illeciti sottratti al fisco da Corallo sarebbero quindi stati reimpiegati proprio dai Tulliani, anche con l'acquisto della casa di Montecarlo. La famosa casa nel principato monegasco: l'appartamento in boulevard Princesse Charlotte svenduto dal partito di Fini e fruttato ai Tulliani (grazie ai soldi di Corallo) 1 milione di euro tondo tondo. Un affare che, però, stando a quanto ha svelato l'inchiesta, era solo la punta dell'iceberg. Dalla ricostruzione complessiva che fanno i magistrati, emergono censure pesantissime sull'attività politica dell'ex leader di Alleanza nazionale. La relazione tra Corallo e Fini, nata proprio con una vacanza a Sint Maartin nel 2004 e proseguita con gli investimenti sulla famiglia Tulliani, aveva «condizionato», secondo l'accusa, «la vita parlamentare». Corallo, insomma, ha piegato l'attività istituzionale ai suoi interessi grazie a quel rapporto col leader di An. Un collegamento «che ha lasciato tracce del transito di somme di denaro in occasione dell'adozione di provvedimenti di legge di estremo favore per Corallo». Ossia gli aiutini, da sempre negati dall'ex presidente di Alleanza nazionale perfino davanti ai magistrati, che hanno permesso a Corallo in quegli anni di diventare il magnate del poker online. Nell'indagine è subito emerso che le imprese di Corallo «erano qualificabili, in realtà, come strutture di sistematica violazione degli obblighi fiscali (non versavano il Preu, il prelievo erariale unico legato alla tassazione sul gioco d'azzardo legalizzato, ndr)». Insomma, evadevano le tasse. L'arresto di Corallo risale al dicembre del 2016. Ma la sua estradizione, che è dovuta passare prima per la Corte di giustizia di Philipsburg a Sint Maarten e che è stata approvata dal governatore locale solo il 4 agosto 2017, è avvenuta di fatto il 16 agosto. Meno di un anno dopo, Corallo torna a Sint Maarten. Mercoledì si è presentato a lavoro con il suo avvocato Roy Moes. Per ripartire dal suo storico Casinò Le Dune.Anche in Italia le cose sembrano essersi messe meglio per le attività di Corallo. Come hanno annunciato i vertici della Global starnet, l'azienda dell'imprenditore di origine siciliana. Il gip del Tribunale di Roma, in data 6 luglio 2018, ha confermato l'autorizzazione in favore della società, già rilasciata con un provvedimento del 17 gennaio 2018, «per la prosecuzione della sua attività di concessionario dello Stato per il gioco pubblico». Pertanto «permane inalterata la piena operatività del concessionario e il suo impegno a sviluppare e a portare avanti nuovi progetti nel settore delle cosiddette new slot e delle videolottery, nonché per un gioco legale responsabile».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lair-force-renzi-puo-atterrare-alla-corte-dei-conti" data-post-id="2590436223" data-published-at="1778127157" data-use-pagination="False"> L’Air Force Renzi può atterrare alla Corte dei conti Sarà Andrea Lupi, procuratore regionale della Corte dei conti per il Lazio, o uno dei suoi sostituti, a valutare se dal contratto di leasing stipulato dalla presidenza del Consiglio dei ministri, per le esigenze della propria flotta aerea, con l'individuazione dell'Airbus 340-500, sia derivato o meno un danno erariale, cioè una spesa inutile o eccessiva rispetto all'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. Considerato che adesso quella iniziativa è stata ritenuta inutile dal vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che intendono rescindere il contratto. Il procuratore della Corte dei conti dovrà, in particolare, accertare se si sia di fronte a scelte «insindacabili nel merito», come si legge nell'art. 1, comma 1, della legge n. 20 del 1994, per il quale non possono essere censurabili le condotte discrezionali che violino regole non scritte di opportunità e convenienza, ma solo quelle in contrasto con norme espresse o principi giuridici. La discrezionalità, in sostanza, non costituisce espressione di una assoluta libertà di decidere, ma scelta conforme ad una esigenza effettiva di pubblico interesse che, pertanto, renda legittima la relativa spesa. Né l'esercizio della discrezionalità può essere censurato con riferimento alla ipotesi di un diverso impiego della stessa somma, come ha detto Di Maio, secondo il quale con quella somma si potevano acquistare 600 scuolabus. Messaggio politicamente efficace ma nella specie giuridicamente inconsistente. Da questo punto di vista la decisione del governo di recedere dal contratto di leasing costituisce una scelta discrezionale, opposta a quella di Renzi, che potrebbe costituire la prova di una errata valutazione dell'esigenza effettuata a suo tempo. Tuttavia non è così automatico che una scelta sopravvenuta neghi in radice la validità della precedente. Occorre una valutazione ponderata, ex ante (ora per allora) dell'utilizzazione che si voleva dare al mezzo e dell'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. In questa valutazione soccorrono certamente le argomentazioni che hanno sostenuto la decisione a suo tempo assunta dalla presidenza del Consiglio, la circostanza che il velivolo fosse già allora fuori produzione, con tutte le conseguenze che ne derivano quanto al suo valore ed ai costi di manutenzione, le dichiarazioni fatte nel tempo per giustificare la scelta e le ultime del senatore Renzi il quale sostiene di non aver mai utilizzato l'aereo che era invece destinato a portare in giro per il mondo le delegazioni di imprenditori italiani. Spetta indubbiamente al governo promuovere le relazioni economiche internazionali per assicurare una presenza nel «made in Italy» nel mondo. Lo hanno fatto tutti i governi ed i ministri di settore i quali più volte si sono recati all'estero accompagnati da imprenditori che ambivano essere presentati alle autorità locali a fianco dei rappresentanti del nostro governo. Sono stati sempre viaggi mirati ad obiettivi precisi, con delegazioni al più di 30-40 persone, sicché non è stato mai necessario utilizzare un aereo da 300 posti perché è evidente che una delegazione di siffatte dimensioni non ha riscontro nell'esperienza delle relazioni economiche e commerciali internazionali. Queste considerazioni, che nascono dall'esperienza e dall'osservazione di ciò che avviene nel mondo, saranno indubbiamente al centro del giudizio sulla liceità della spesa sostenuta dal governo italiano per comprendere se siamo di fronte ad un'esigenza obiettiva, ad un interesse pubblico o all'espressione di quella che è stata definita, non senza qualche ragione, la mania di grandezza dell'ex presidente del Consiglio, che già da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze aveva manifestato una spiccata disinvoltura nel porre a carico dei bilanci pubblici spese di promozione dell'immagine sua e del suo ufficio, spese già allora criticate e oggetto di indagini giudiziarie. Sapremo nei prossimi mesi se la Procura regionale della Corte dei conti riterrà che sussistano gli estremi di una spesa inutile o eccessiva, effettuata nella consapevolezza della estraneità ad un interesse pubblico. Considerati anche i costi della penale che dovrà essere corrisposta per la rescissione del contratto. Anche questo è un costo non dovuto che deriva dall'iniziativa a suo tempo assunta da Matteo Renzi. Salvatore Sfrecola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-spiegazioni-di-lotti-non-bastano-sentito-due-volte-sul-caso-savasta" data-post-id="2590436223" data-published-at="1778127157" data-use-pagination="False"> Le spiegazioni di Lotti non bastano Sentito due volte sul caso Savasta Il suo nome viene fatto, in quota Pd, a ogni giro di nomine, ma per ora resta al palo. Luca Lotti, ex ministro ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, già in predicato di diventare presidente del Copasir, e candidato non ufficiale del Pd al Comune di Firenze e, in alternativa, alla Regione (che, secondo i ben informati, sarebbe la poltrona a lui più gradita), rischia di essere azzoppato alla partenza (per Palazzo Vecchio si corre nel 2019, per il governatorato della Toscana nel 2020) dai guai giudiziari che si prospettano all'orizzonte. A preoccuparlo maggiormente è al momento l'inchiesta Consip, dove i magistrati della Procura di Roma, tra settembre e ottobre, dovrebbero inviargli l'avviso di chiusura indagini, dopo averlo sottoposto a due interrogatori e a un confronto all'americana. Lotti è iscritto sul registro delle notizie di reato con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento: avrebbe informato i vertici Consip - la centrale acquisti della pubblica amministrazione - delle indagini a loro carico. Un capitolo, quello delle fughe di notizie, in cui non è ancora chiaro chi abbia, invece, allertato Tiziano Renzi, sotto inchiesta dal 2016 per traffico di influenze illecite. Il nome di Lotti compare, seppur non indagato, anche in un altro procedimento capitolino, quello riguardante l'avvocato Piero Amara, ex socio di Andrea Bacci, altro petalo eccellente del Giglio magico. Il legale avrebbe corrotto dei giudici promettendo avanzamenti di carriera e altre prebende e ai pm avrebbe dichiarato di aver fatto perorare dall'allora senatore di Ala Denis Verdini la causa del giudice Giuseppe Mineo, ex componente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, finito in manette a inizio luglio con l'accusa di corruzione e successivamente scarcerato. L'obiettivo sarebbe stato quello di far entrare Mineo nella rosa dei candidati proposti dal governo per il Consiglio di Stato. Con questo intento Verdini si sarebbe rivolto a Lotti. Ma, alla fine, la nomina non si concretizzò. Nel fascicolo su Amara è finito anche un pizzino scovato dagli investigatori della Gdf di Firenze tra le carte di Bacci. Un foglietto con i nomi del legale arrestato, di un magistrato e dell'ex ministro Luca Lotti. Gli inquirenti romani che indagano su Amara hanno chiesto a Bacci il significato di quell'appunto. L'imprenditore ha spiegato che si trattava del promemoria di una richiesta di Amara, desideroso di far incontrare la toga, un giudice della Corte dei Conti, con Lotti. Il magistrato in questione sarebbe stato il titolare del fascicolo sul volo di Stato per Courmayeur utilizzato da Renzi e dalla sua famiglia per andare a sciare. Bacci avrebbe negato di aver riferito l'ambasciata a Lotti. Ma c'è un altro intrigo che sta coinvolgendo l'ex ministro piddino (il quale anche in questo caso non è indagato) ed è quello che riguarda il giudice del Tribunale civile di Roma Antonio Savasta e un ex socio di Tiziano Renzi, l'immobiliarista Luigi Dagostino, finito a giugno ai domiciliari in procedimento fiorentino per false fatture. I due, originari di Barletta, sono accusati di corruzione in atti giudiziari e nell'ambito di questo fascicolo Lotti è stato sentito dai pm di Firenze due volte tra aprile e maggio alla presenza del procuratore Giuseppe Creazzo. Il motivo? I lettori di questo giornale conoscono la vicenda. Quando Savasta era pubblico ministero a Trani istruì un'indagine per reati fiscali che coinvolgeva lo stesso Dagostino. Il sostituto procuratore, durante quelle investigazioni, che non portarono all'iscrizione dell'imprenditore (poi arrestato, come detto, in Toscana per la medesima vicenda), avrebbe approfittato delle entrature dello stesso Dagostino per avvicinare Lotti e il vertici del Csm, il parlamentino dei giudici che stava procedendo contro di lui. Nelle carte dell'inchiesta è ricostruita puntualmente la visita a Palazzo Chigi di Savasta, Dagostino e l'avvocato Ruggiero Sfrecola, ex compagno di liceo del giudice e all'epoca difensore degli accusatori di Dagostino nel procedimento in mano a Savasta. Per quelle manovre ora i tre sono indagati per corruzione in atti giudiziari e il fascicolo che li riguarda è stato trasmesso alla Procura di Lecce per competenza. Il 17 giugno 2015 la combriccola si presentò all'ingresso principale di Palazzo Chigi, si registrò, entrò verso le 17.50, con la motivazione «app Lotti», per poi uscire alle 19.28. Con la stessa giustificazione era entrato Dagostino il 17 settembre alle ore alle 17.59, per poi allontanarsi alle 19.13. Stessa scena il 23 febbraio 2016 con arrivo alle 14.55 e uscita alle 15. 25. All'epoca Dagostino girava l'Italia in cerca d'affari in compagnia di babbo Renzi e adesso sono entrambi sotto processo per due fatture dell'importo di circa 200.000 euro, pagate dall'imprenditore a Tiziano nell'estate 2015 per progetti mai realizzati. Ma torniamo al 17 giugno 2015, data del primo incontro registrato a Palazzo Chigi: quel giorno il terzetto in visita a Lotti avrebbe fugacemente intravisto anche Matteo Renzi nel piazzale antistante la sede del governo e Sfrecola via sms si era vantato di quell'incontro in questi termini: «Chiacchierato con Luca Lotti sottosegretario presidenza del Consiglio e conosciuto velocemente Matteo Renzi». Savasta, che non è ancora stato interrogato dai magistrati salentini, un mese fa, aveva spiegato al nostro giornale le finalità dell'incontro con il sottosegretario Lotti: «La mia richiesta era quella di partecipare a gruppi di studio o essere applicato a delle commissioni ministeriali che si occupavano di appalti, la mia specializzazione. Sono tentativi che i magistrati fanno se hanno la possibilità e una certa professionalità. Era un modo, in un certo senso, per provare a levarmi da Trani, mettendomi in aspettativa, in un periodo in cui pendevano su di me procedimenti penali, da cui sono stato assolto in un doppio grado di giudizio, e disciplinari per incompatibilità ambientale. Puntavo a lasciare un ambiente che era diventato pesante, anche per riprendermi a livello psicologico, perché la pressione era tanta». Lotti, ai pm, nel verbale del 16 aprile scorso, ha più o meno confermato la versione di Savasta e ha sottolineato di non aver fatto nulla per inserire il magistrato negli organigrammi dei ministeri. Il 26 aprile, dieci giorni dopo essere stato sentito in Tribunale, il deputato Pd ha inviato via mail al procuratore Creazzo una lettera e gli allegati in essa menzionati, tra cui la pagina della propria agenda risalente al 17 giugno 2015. La documentazione fornita da Lotti non deve essere stata considerata esaustiva e così gli inquirenti il 2 maggio hanno delegato la Guardia di finanza a presentarsi a Palazzo Chigi per estrarre copia dei passi e degli orari di entrata e uscita degli indagati, dopo aver fatto esplicita richiesta all'allora Segretario generale Paolo Aquilanti. Alla fine sono stati sentiti anche due addetti al servizio automezzi e passi di Palazzo Chigi e sono stati acquisiti tutti i dati disponibili sugli ingressi di Savasta, Dagostino e Sfrecola. Dopo queste operazioni e l'invio in Procura dei relativi elaborati, Lotti è stato riconvocato dai pm per fornire ulteriori chiarimenti. Non è escluso che possa essere nuovamente ascoltato dai magistrati di Lecce. In attesa di essere candidato ufficialmente a qualcosa e potersi confrontare con gli elettori anziché con gli investigatori. Giacomo Amadori <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="spie-e-ricatti-chiuse-le-indagini-su-montante" data-post-id="2590436223" data-published-at="1778127157" data-use-pagination="False"> Spie e ricatti, chiuse le indagini su Montante La Procura di Caltanissetta chiude i conti con Antonello Montante, ex numero uno di Confindustria in Sicilia ed ex pupillo dell'antimafia militante (e con la sua rete di «spie»). L'avviso di chiusura delle indagini preliminari è in corso di notifica ai 24 indagati del primo filone dell'inchiesta. E rispetto alle accuse contenute nell'ordinanza di custodia cautelare che privò della libertà Montante, alcune posizioni si aggravano. È il caso dell'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che lo scorso mese di maggio aveva ricevuto un avviso di garanzia per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, perché secondo l'accusa aveva avvisato Montante delle indagini. Ora i magistrati gli contestano anche il concorso esterno in associazione a delinquere semplice. Stessa accusa per il questore di Vibo Valentia, Andrea Grassi, per il docente universitario Angelo Cuva e per il caporeparto dell'Aisi Andrea Cavacece: farebbero parte della catena di talpe che stava aiutando Montante a monitorare le attività della Procura nissena e della Squadra mobile. Per la Procura, poi, esisteva un sodalizio guidata da Montante, nel quale egli aveva reclutato - secondo l'accusa - coloro che erano disposti a condividere il progetto di progressiva occupazione dei posti di vertice di associazioni di categoria, enti e società. La finalità era quella di avviare una gestione di natura clientelare capace di mantenere in vita e far crescere il sodalizio, ma anche di soddisfare le loro aspettative di carriera e quelle dei loro familiari. All'appello manca una fetta dell'indagine: per settembre è attesa la chiusura del filone che coinvolge l'ex governatore siculo Rosario Crocetta e le fedelissime di Montante poi diventate assessori: Linda Vancheri e Mariella Lo Bello. Tra le accuse per Montante ce n'è anche una per minacce: grazie ai dossier che aveva raccolto (e che al momento dell'arresto ha cercato di distruggere) ha costretto Alfonso Cicero, uno dei suoi accusatori, a ritrattare le dichiarazioni che aveva fatto davanti alla Commissione parlamentare antimafia.Fabio Amendolara
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara