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2018-07-28
Gli affari con Fini e l’estradizione. Corallo dopo un anno ritorna ai Caraibi
Ansa
I cronisti del quotidiano Daily Herald l'hanno avvistato mentre salutava i suoi dipendenti nel casinò Dunes di Sint Maarten, piccola realtà caraibica delle Antille olandesi, nota come paradiso fiscale. Il re del gioco d'azzardo online che per diversi mesi ha avuto l'obbligo di firma a Roma è tornato a viaggiare. Dopo che il gup Elvira Tamburelli lo ha rinviato a giudizio con l'accusa di essere a capo di un'associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e all'evasione fiscale.
Francesco Corallo in Italia è difeso da Giulia Bongiorno, che nel frattempo è diventata ministro della Funzione pubblica.
I giornalisti del giornale dell'isola raccontano di un giro veloce delle sue attività per salutare i dipendenti. I cronisti hanno provato a contattare un portavoce della Procura di Sint Maarten, ma è stato spiegato loro che del caso si occupano esclusivamente le autorità italiane: «Il portavoce del procuratore Norman Serphos ha detto che al momento non sono disponibili informazioni sul caso e ha consigliato a questo giornale di contattare le autorità italiane per maggiore chiarezza», hanno scritto i cronisti del Daily Herald.
«La Procura di Sint Maarten ha sempre sostenuto che l'arresto di Corallo era basato sulle richieste delle autorità italiane. Serphos ha ribadito che Sint Maarten non aveva prove sufficienti contro Corallo». E infatti gli investigatori della Guardia di finanza di Roma scoprirono che l'imprenditore, intimo dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, grazie al supporto con la famiglia di Elisabetta Tulliani (compagna del fondatore di An), era riuscito a mettere da parte una ricchezza. L'inchiesta è quella che ha smantellato l'associazione transnazionale dedita a reati fiscali, al peculato e al riciclaggio, capeggiata, secondo l'accusa, proprio da Corallo. Il quale avrebbe trasferito illegalmente 215 milioni di euro, stornandone ben 7 per i Tulliani. I profitti illeciti sottratti al fisco da Corallo sarebbero quindi stati reimpiegati proprio dai Tulliani, anche con l'acquisto della casa di Montecarlo. La famosa casa nel principato monegasco: l'appartamento in boulevard Princesse Charlotte svenduto dal partito di Fini e fruttato ai Tulliani (grazie ai soldi di Corallo) 1 milione di euro tondo tondo. Un affare che, però, stando a quanto ha svelato l'inchiesta, era solo la punta dell'iceberg. Dalla ricostruzione complessiva che fanno i magistrati, emergono censure pesantissime sull'attività politica dell'ex leader di Alleanza nazionale. La relazione tra Corallo e Fini, nata proprio con una vacanza a Sint Maartin nel 2004 e proseguita con gli investimenti sulla famiglia Tulliani, aveva «condizionato», secondo l'accusa, «la vita parlamentare». Corallo, insomma, ha piegato l'attività istituzionale ai suoi interessi grazie a quel rapporto col leader di An. Un collegamento «che ha lasciato tracce del transito di somme di denaro in occasione dell'adozione di provvedimenti di legge di estremo favore per Corallo». Ossia gli aiutini, da sempre negati dall'ex presidente di Alleanza nazionale perfino davanti ai magistrati, che hanno permesso a Corallo in quegli anni di diventare il magnate del poker online. Nell'indagine è subito emerso che le imprese di Corallo «erano qualificabili, in realtà, come strutture di sistematica violazione degli obblighi fiscali (non versavano il Preu, il prelievo erariale unico legato alla tassazione sul gioco d'azzardo legalizzato, ndr)». Insomma, evadevano le tasse. L'arresto di Corallo risale al dicembre del 2016. Ma la sua estradizione, che è dovuta passare prima per la Corte di giustizia di Philipsburg a Sint Maarten e che è stata approvata dal governatore locale solo il 4 agosto 2017, è avvenuta di fatto il 16 agosto. Meno di un anno dopo, Corallo torna a Sint Maarten. Mercoledì si è presentato a lavoro con il suo avvocato Roy Moes. Per ripartire dal suo storico Casinò Le Dune.
Anche in Italia le cose sembrano essersi messe meglio per le attività di Corallo. Come hanno annunciato i vertici della Global starnet, l'azienda dell'imprenditore di origine siciliana. Il gip del Tribunale di Roma, in data 6 luglio 2018, ha confermato l'autorizzazione in favore della società, già rilasciata con un provvedimento del 17 gennaio 2018, «per la prosecuzione della sua attività di concessionario dello Stato per il gioco pubblico». Pertanto «permane inalterata la piena operatività del concessionario e il suo impegno a sviluppare e a portare avanti nuovi progetti nel settore delle cosiddette new slot e delle videolottery, nonché per un gioco legale responsabile».
Fabio Amendolara
L’Air Force Renzi può atterrare alla Corte dei conti
Sarà Andrea Lupi, procuratore regionale della Corte dei conti per il Lazio, o uno dei suoi sostituti, a valutare se dal contratto di leasing stipulato dalla presidenza del Consiglio dei ministri, per le esigenze della propria flotta aerea, con l'individuazione dell'Airbus 340-500, sia derivato o meno un danno erariale, cioè una spesa inutile o eccessiva rispetto all'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. Considerato che adesso quella iniziativa è stata ritenuta inutile dal vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che intendono rescindere il contratto. Il procuratore della Corte dei conti dovrà, in particolare, accertare se si sia di fronte a scelte «insindacabili nel merito», come si legge nell'art. 1, comma 1, della legge n. 20 del 1994, per il quale non possono essere censurabili le condotte discrezionali che violino regole non scritte di opportunità e convenienza, ma solo quelle in contrasto con norme espresse o principi giuridici. La discrezionalità, in sostanza, non costituisce espressione di una assoluta libertà di decidere, ma scelta conforme ad una esigenza effettiva di pubblico interesse che, pertanto, renda legittima la relativa spesa. Né l'esercizio della discrezionalità può essere censurato con riferimento alla ipotesi di un diverso impiego della stessa somma, come ha detto Di Maio, secondo il quale con quella somma si potevano acquistare 600 scuolabus. Messaggio politicamente efficace ma nella specie giuridicamente inconsistente.
Da questo punto di vista la decisione del governo di recedere dal contratto di leasing costituisce una scelta discrezionale, opposta a quella di Renzi, che potrebbe costituire la prova di una errata valutazione dell'esigenza effettuata a suo tempo. Tuttavia non è così automatico che una scelta sopravvenuta neghi in radice la validità della precedente. Occorre una valutazione ponderata, ex ante (ora per allora) dell'utilizzazione che si voleva dare al mezzo e dell'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. In questa valutazione soccorrono certamente le argomentazioni che hanno sostenuto la decisione a suo tempo assunta dalla presidenza del Consiglio, la circostanza che il velivolo fosse già allora fuori produzione, con tutte le conseguenze che ne derivano quanto al suo valore ed ai costi di manutenzione, le dichiarazioni fatte nel tempo per giustificare la scelta e le ultime del senatore Renzi il quale sostiene di non aver mai utilizzato l'aereo che era invece destinato a portare in giro per il mondo le delegazioni di imprenditori italiani.
Spetta indubbiamente al governo promuovere le relazioni economiche internazionali per assicurare una presenza nel «made in Italy» nel mondo. Lo hanno fatto tutti i governi ed i ministri di settore i quali più volte si sono recati all'estero accompagnati da imprenditori che ambivano essere presentati alle autorità locali a fianco dei rappresentanti del nostro governo. Sono stati sempre viaggi mirati ad obiettivi precisi, con delegazioni al più di 30-40 persone, sicché non è stato mai necessario utilizzare un aereo da 300 posti perché è evidente che una delegazione di siffatte dimensioni non ha riscontro nell'esperienza delle relazioni economiche e commerciali internazionali.
Queste considerazioni, che nascono dall'esperienza e dall'osservazione di ciò che avviene nel mondo, saranno indubbiamente al centro del giudizio sulla liceità della spesa sostenuta dal governo italiano per comprendere se siamo di fronte ad un'esigenza obiettiva, ad un interesse pubblico o all'espressione di quella che è stata definita, non senza qualche ragione, la mania di grandezza dell'ex presidente del Consiglio, che già da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze aveva manifestato una spiccata disinvoltura nel porre a carico dei bilanci pubblici spese di promozione dell'immagine sua e del suo ufficio, spese già allora criticate e oggetto di indagini giudiziarie.
Sapremo nei prossimi mesi se la Procura regionale della Corte dei conti riterrà che sussistano gli estremi di una spesa inutile o eccessiva, effettuata nella consapevolezza della estraneità ad un interesse pubblico. Considerati anche i costi della penale che dovrà essere corrisposta per la rescissione del contratto. Anche questo è un costo non dovuto che deriva dall'iniziativa a suo tempo assunta da Matteo Renzi.
Salvatore Sfrecola
Le spiegazioni di Lotti non bastano Sentito due volte sul caso Savasta
Il suo nome viene fatto, in quota Pd, a ogni giro di nomine, ma per ora resta al palo. Luca Lotti, ex ministro ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, già in predicato di diventare presidente del Copasir, e candidato non ufficiale del Pd al Comune di Firenze e, in alternativa, alla Regione (che, secondo i ben informati, sarebbe la poltrona a lui più gradita), rischia di essere azzoppato alla partenza (per Palazzo Vecchio si corre nel 2019, per il governatorato della Toscana nel 2020) dai guai giudiziari che si prospettano all'orizzonte. A preoccuparlo maggiormente è al momento l'inchiesta Consip, dove i magistrati della Procura di Roma, tra settembre e ottobre, dovrebbero inviargli l'avviso di chiusura indagini, dopo averlo sottoposto a due interrogatori e a un confronto all'americana. Lotti è iscritto sul registro delle notizie di reato con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento: avrebbe informato i vertici Consip - la centrale acquisti della pubblica amministrazione - delle indagini a loro carico. Un capitolo, quello delle fughe di notizie, in cui non è ancora chiaro chi abbia, invece, allertato Tiziano Renzi, sotto inchiesta dal 2016 per traffico di influenze illecite.
Il nome di Lotti compare, seppur non indagato, anche in un altro procedimento capitolino, quello riguardante l'avvocato Piero Amara, ex socio di Andrea Bacci, altro petalo eccellente del Giglio magico. Il legale avrebbe corrotto dei giudici promettendo avanzamenti di carriera e altre prebende e ai pm avrebbe dichiarato di aver fatto perorare dall'allora senatore di Ala Denis Verdini la causa del giudice Giuseppe Mineo, ex componente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, finito in manette a inizio luglio con l'accusa di corruzione e successivamente scarcerato. L'obiettivo sarebbe stato quello di far entrare Mineo nella rosa dei candidati proposti dal governo per il Consiglio di Stato. Con questo intento Verdini si sarebbe rivolto a Lotti. Ma, alla fine, la nomina non si concretizzò. Nel fascicolo su Amara è finito anche un pizzino scovato dagli investigatori della Gdf di Firenze tra le carte di Bacci. Un foglietto con i nomi del legale arrestato, di un magistrato e dell'ex ministro Luca Lotti. Gli inquirenti romani che indagano su Amara hanno chiesto a Bacci il significato di quell'appunto. L'imprenditore ha spiegato che si trattava del promemoria di una richiesta di Amara, desideroso di far incontrare la toga, un giudice della Corte dei Conti, con Lotti. Il magistrato in questione sarebbe stato il titolare del fascicolo sul volo di Stato per Courmayeur utilizzato da Renzi e dalla sua famiglia per andare a sciare. Bacci avrebbe negato di aver riferito l'ambasciata a Lotti.
Ma c'è un altro intrigo che sta coinvolgendo l'ex ministro piddino (il quale anche in questo caso non è indagato) ed è quello che riguarda il giudice del Tribunale civile di Roma Antonio Savasta e un ex socio di Tiziano Renzi, l'immobiliarista Luigi Dagostino, finito a giugno ai domiciliari in procedimento fiorentino per false fatture. I due, originari di Barletta, sono accusati di corruzione in atti giudiziari e nell'ambito di questo fascicolo Lotti è stato sentito dai pm di Firenze due volte tra aprile e maggio alla presenza del procuratore Giuseppe Creazzo. Il motivo? I lettori di questo giornale conoscono la vicenda. Quando Savasta era pubblico ministero a Trani istruì un'indagine per reati fiscali che coinvolgeva lo stesso Dagostino. Il sostituto procuratore, durante quelle investigazioni, che non portarono all'iscrizione dell'imprenditore (poi arrestato, come detto, in Toscana per la medesima vicenda), avrebbe approfittato delle entrature dello stesso Dagostino per avvicinare Lotti e il vertici del Csm, il parlamentino dei giudici che stava procedendo contro di lui.
Nelle carte dell'inchiesta è ricostruita puntualmente la visita a Palazzo Chigi di Savasta, Dagostino e l'avvocato Ruggiero Sfrecola, ex compagno di liceo del giudice e all'epoca difensore degli accusatori di Dagostino nel procedimento in mano a Savasta. Per quelle manovre ora i tre sono indagati per corruzione in atti giudiziari e il fascicolo che li riguarda è stato trasmesso alla Procura di Lecce per competenza.
Il 17 giugno 2015 la combriccola si presentò all'ingresso principale di Palazzo Chigi, si registrò, entrò verso le 17.50, con la motivazione «app Lotti», per poi uscire alle 19.28. Con la stessa giustificazione era entrato Dagostino il 17 settembre alle ore alle 17.59, per poi allontanarsi alle 19.13. Stessa scena il 23 febbraio 2016 con arrivo alle 14.55 e uscita alle 15. 25. All'epoca Dagostino girava l'Italia in cerca d'affari in compagnia di babbo Renzi e adesso sono entrambi sotto processo per due fatture dell'importo di circa 200.000 euro, pagate dall'imprenditore a Tiziano nell'estate 2015 per progetti mai realizzati.
Ma torniamo al 17 giugno 2015, data del primo incontro registrato a Palazzo Chigi: quel giorno il terzetto in visita a Lotti avrebbe fugacemente intravisto anche Matteo Renzi nel piazzale antistante la sede del governo e Sfrecola via sms si era vantato di quell'incontro in questi termini: «Chiacchierato con Luca Lotti sottosegretario presidenza del Consiglio e conosciuto velocemente Matteo Renzi».
Savasta, che non è ancora stato interrogato dai magistrati salentini, un mese fa, aveva spiegato al nostro giornale le finalità dell'incontro con il sottosegretario Lotti: «La mia richiesta era quella di partecipare a gruppi di studio o essere applicato a delle commissioni ministeriali che si occupavano di appalti, la mia specializzazione. Sono tentativi che i magistrati fanno se hanno la possibilità e una certa professionalità. Era un modo, in un certo senso, per provare a levarmi da Trani, mettendomi in aspettativa, in un periodo in cui pendevano su di me procedimenti penali, da cui sono stato assolto in un doppio grado di giudizio, e disciplinari per incompatibilità ambientale. Puntavo a lasciare un ambiente che era diventato pesante, anche per riprendermi a livello psicologico, perché la pressione era tanta».
Lotti, ai pm, nel verbale del 16 aprile scorso, ha più o meno confermato la versione di Savasta e ha sottolineato di non aver fatto nulla per inserire il magistrato negli organigrammi dei ministeri.
Il 26 aprile, dieci giorni dopo essere stato sentito in Tribunale, il deputato Pd ha inviato via mail al procuratore Creazzo una lettera e gli allegati in essa menzionati, tra cui la pagina della propria agenda risalente al 17 giugno 2015.
La documentazione fornita da Lotti non deve essere stata considerata esaustiva e così gli inquirenti il 2 maggio hanno delegato la Guardia di finanza a presentarsi a Palazzo Chigi per estrarre copia dei passi e degli orari di entrata e uscita degli indagati, dopo aver fatto esplicita richiesta all'allora Segretario generale Paolo Aquilanti.
Alla fine sono stati sentiti anche due addetti al servizio automezzi e passi di Palazzo Chigi e sono stati acquisiti tutti i dati disponibili sugli ingressi di Savasta, Dagostino e Sfrecola. Dopo queste operazioni e l'invio in Procura dei relativi elaborati, Lotti è stato riconvocato dai pm per fornire ulteriori chiarimenti.
Non è escluso che possa essere nuovamente ascoltato dai magistrati di Lecce. In attesa di essere candidato ufficialmente a qualcosa e potersi confrontare con gli elettori anziché con gli investigatori.
Giacomo Amadori
Spie e ricatti, chiuse le indagini su Montante
La Procura di Caltanissetta chiude i conti con Antonello Montante, ex numero uno di Confindustria in Sicilia ed ex pupillo dell'antimafia militante (e con la sua rete di «spie»). L'avviso di chiusura delle indagini preliminari è in corso di notifica ai 24 indagati del primo filone dell'inchiesta. E rispetto alle accuse contenute nell'ordinanza di custodia cautelare che privò della libertà Montante, alcune posizioni si aggravano. È il caso dell'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che lo scorso mese di maggio aveva ricevuto un avviso di garanzia per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, perché secondo l'accusa aveva avvisato Montante delle indagini. Ora i magistrati gli contestano anche il concorso esterno in associazione a delinquere semplice. Stessa accusa per il questore di Vibo Valentia, Andrea Grassi, per il docente universitario Angelo Cuva e per il caporeparto dell'Aisi Andrea Cavacece: farebbero parte della catena di talpe che stava aiutando Montante a monitorare le attività della Procura nissena e della Squadra mobile. Per la Procura, poi, esisteva un sodalizio guidata da Montante, nel quale egli aveva reclutato - secondo l'accusa - coloro che erano disposti a condividere il progetto di progressiva occupazione dei posti di vertice di associazioni di categoria, enti e società. La finalità era quella di avviare una gestione di natura clientelare capace di mantenere in vita e far crescere il sodalizio, ma anche di soddisfare le loro aspettative di carriera e quelle dei loro familiari. All'appello manca una fetta dell'indagine: per settembre è attesa la chiusura del filone che coinvolge l'ex governatore siculo Rosario Crocetta e le fedelissime di Montante poi diventate assessori: Linda Vancheri e Mariella Lo Bello. Tra le accuse per Montante ce n'è anche una per minacce: grazie ai dossier che aveva raccolto (e che al momento dell'arresto ha cercato di distruggere) ha costretto Alfonso Cicero, uno dei suoi accusatori, a ritrattare le dichiarazioni che aveva fatto davanti alla Commissione parlamentare antimafia.
Fabio Amendolara
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Nei guai per riciclaggio e giri di soldi con i Tulliani, il re del gioco è di nuovo a Sint Maarten. Il suo legale è il ministro Giulia Bongiorno.La spesa per il velivolo decisa dall'ex premier è materia da tribunale: occorre stabilire se l'acquisto fosse di pubblica utilità.L'ex ministro ascoltato dai pm per fare chiarezza sulle visite a Palazzo Chigi del giudice che cercava coperture con il Csm. È un habitué delle Procure: convocato per Amara, resta aperto anche il fronte Consip.L'ex capo di Confindustria Sicilia provò a distruggere le prove. Coinvolto pure Renato Schifani.Lo speciale contiene quattro articoliI cronisti del quotidiano Daily Herald l'hanno avvistato mentre salutava i suoi dipendenti nel casinò Dunes di Sint Maarten, piccola realtà caraibica delle Antille olandesi, nota come paradiso fiscale. Il re del gioco d'azzardo online che per diversi mesi ha avuto l'obbligo di firma a Roma è tornato a viaggiare. Dopo che il gup Elvira Tamburelli lo ha rinviato a giudizio con l'accusa di essere a capo di un'associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e all'evasione fiscale.Francesco Corallo in Italia è difeso da Giulia Bongiorno, che nel frattempo è diventata ministro della Funzione pubblica.I giornalisti del giornale dell'isola raccontano di un giro veloce delle sue attività per salutare i dipendenti. I cronisti hanno provato a contattare un portavoce della Procura di Sint Maarten, ma è stato spiegato loro che del caso si occupano esclusivamente le autorità italiane: «Il portavoce del procuratore Norman Serphos ha detto che al momento non sono disponibili informazioni sul caso e ha consigliato a questo giornale di contattare le autorità italiane per maggiore chiarezza», hanno scritto i cronisti del Daily Herald.«La Procura di Sint Maarten ha sempre sostenuto che l'arresto di Corallo era basato sulle richieste delle autorità italiane. Serphos ha ribadito che Sint Maarten non aveva prove sufficienti contro Corallo». E infatti gli investigatori della Guardia di finanza di Roma scoprirono che l'imprenditore, intimo dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, grazie al supporto con la famiglia di Elisabetta Tulliani (compagna del fondatore di An), era riuscito a mettere da parte una ricchezza. L'inchiesta è quella che ha smantellato l'associazione transnazionale dedita a reati fiscali, al peculato e al riciclaggio, capeggiata, secondo l'accusa, proprio da Corallo. Il quale avrebbe trasferito illegalmente 215 milioni di euro, stornandone ben 7 per i Tulliani. I profitti illeciti sottratti al fisco da Corallo sarebbero quindi stati reimpiegati proprio dai Tulliani, anche con l'acquisto della casa di Montecarlo. La famosa casa nel principato monegasco: l'appartamento in boulevard Princesse Charlotte svenduto dal partito di Fini e fruttato ai Tulliani (grazie ai soldi di Corallo) 1 milione di euro tondo tondo. Un affare che, però, stando a quanto ha svelato l'inchiesta, era solo la punta dell'iceberg. Dalla ricostruzione complessiva che fanno i magistrati, emergono censure pesantissime sull'attività politica dell'ex leader di Alleanza nazionale. La relazione tra Corallo e Fini, nata proprio con una vacanza a Sint Maartin nel 2004 e proseguita con gli investimenti sulla famiglia Tulliani, aveva «condizionato», secondo l'accusa, «la vita parlamentare». Corallo, insomma, ha piegato l'attività istituzionale ai suoi interessi grazie a quel rapporto col leader di An. Un collegamento «che ha lasciato tracce del transito di somme di denaro in occasione dell'adozione di provvedimenti di legge di estremo favore per Corallo». Ossia gli aiutini, da sempre negati dall'ex presidente di Alleanza nazionale perfino davanti ai magistrati, che hanno permesso a Corallo in quegli anni di diventare il magnate del poker online. Nell'indagine è subito emerso che le imprese di Corallo «erano qualificabili, in realtà, come strutture di sistematica violazione degli obblighi fiscali (non versavano il Preu, il prelievo erariale unico legato alla tassazione sul gioco d'azzardo legalizzato, ndr)». Insomma, evadevano le tasse. L'arresto di Corallo risale al dicembre del 2016. Ma la sua estradizione, che è dovuta passare prima per la Corte di giustizia di Philipsburg a Sint Maarten e che è stata approvata dal governatore locale solo il 4 agosto 2017, è avvenuta di fatto il 16 agosto. Meno di un anno dopo, Corallo torna a Sint Maarten. Mercoledì si è presentato a lavoro con il suo avvocato Roy Moes. Per ripartire dal suo storico Casinò Le Dune.Anche in Italia le cose sembrano essersi messe meglio per le attività di Corallo. Come hanno annunciato i vertici della Global starnet, l'azienda dell'imprenditore di origine siciliana. Il gip del Tribunale di Roma, in data 6 luglio 2018, ha confermato l'autorizzazione in favore della società, già rilasciata con un provvedimento del 17 gennaio 2018, «per la prosecuzione della sua attività di concessionario dello Stato per il gioco pubblico». Pertanto «permane inalterata la piena operatività del concessionario e il suo impegno a sviluppare e a portare avanti nuovi progetti nel settore delle cosiddette new slot e delle videolottery, nonché per un gioco legale responsabile».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lair-force-renzi-puo-atterrare-alla-corte-dei-conti" data-post-id="2590436223" data-published-at="1780198785" data-use-pagination="False"> L’Air Force Renzi può atterrare alla Corte dei conti Sarà Andrea Lupi, procuratore regionale della Corte dei conti per il Lazio, o uno dei suoi sostituti, a valutare se dal contratto di leasing stipulato dalla presidenza del Consiglio dei ministri, per le esigenze della propria flotta aerea, con l'individuazione dell'Airbus 340-500, sia derivato o meno un danno erariale, cioè una spesa inutile o eccessiva rispetto all'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. Considerato che adesso quella iniziativa è stata ritenuta inutile dal vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che intendono rescindere il contratto. Il procuratore della Corte dei conti dovrà, in particolare, accertare se si sia di fronte a scelte «insindacabili nel merito», come si legge nell'art. 1, comma 1, della legge n. 20 del 1994, per il quale non possono essere censurabili le condotte discrezionali che violino regole non scritte di opportunità e convenienza, ma solo quelle in contrasto con norme espresse o principi giuridici. La discrezionalità, in sostanza, non costituisce espressione di una assoluta libertà di decidere, ma scelta conforme ad una esigenza effettiva di pubblico interesse che, pertanto, renda legittima la relativa spesa. Né l'esercizio della discrezionalità può essere censurato con riferimento alla ipotesi di un diverso impiego della stessa somma, come ha detto Di Maio, secondo il quale con quella somma si potevano acquistare 600 scuolabus. Messaggio politicamente efficace ma nella specie giuridicamente inconsistente. Da questo punto di vista la decisione del governo di recedere dal contratto di leasing costituisce una scelta discrezionale, opposta a quella di Renzi, che potrebbe costituire la prova di una errata valutazione dell'esigenza effettuata a suo tempo. Tuttavia non è così automatico che una scelta sopravvenuta neghi in radice la validità della precedente. Occorre una valutazione ponderata, ex ante (ora per allora) dell'utilizzazione che si voleva dare al mezzo e dell'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. In questa valutazione soccorrono certamente le argomentazioni che hanno sostenuto la decisione a suo tempo assunta dalla presidenza del Consiglio, la circostanza che il velivolo fosse già allora fuori produzione, con tutte le conseguenze che ne derivano quanto al suo valore ed ai costi di manutenzione, le dichiarazioni fatte nel tempo per giustificare la scelta e le ultime del senatore Renzi il quale sostiene di non aver mai utilizzato l'aereo che era invece destinato a portare in giro per il mondo le delegazioni di imprenditori italiani. Spetta indubbiamente al governo promuovere le relazioni economiche internazionali per assicurare una presenza nel «made in Italy» nel mondo. Lo hanno fatto tutti i governi ed i ministri di settore i quali più volte si sono recati all'estero accompagnati da imprenditori che ambivano essere presentati alle autorità locali a fianco dei rappresentanti del nostro governo. Sono stati sempre viaggi mirati ad obiettivi precisi, con delegazioni al più di 30-40 persone, sicché non è stato mai necessario utilizzare un aereo da 300 posti perché è evidente che una delegazione di siffatte dimensioni non ha riscontro nell'esperienza delle relazioni economiche e commerciali internazionali. Queste considerazioni, che nascono dall'esperienza e dall'osservazione di ciò che avviene nel mondo, saranno indubbiamente al centro del giudizio sulla liceità della spesa sostenuta dal governo italiano per comprendere se siamo di fronte ad un'esigenza obiettiva, ad un interesse pubblico o all'espressione di quella che è stata definita, non senza qualche ragione, la mania di grandezza dell'ex presidente del Consiglio, che già da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze aveva manifestato una spiccata disinvoltura nel porre a carico dei bilanci pubblici spese di promozione dell'immagine sua e del suo ufficio, spese già allora criticate e oggetto di indagini giudiziarie. Sapremo nei prossimi mesi se la Procura regionale della Corte dei conti riterrà che sussistano gli estremi di una spesa inutile o eccessiva, effettuata nella consapevolezza della estraneità ad un interesse pubblico. Considerati anche i costi della penale che dovrà essere corrisposta per la rescissione del contratto. Anche questo è un costo non dovuto che deriva dall'iniziativa a suo tempo assunta da Matteo Renzi. Salvatore Sfrecola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-spiegazioni-di-lotti-non-bastano-sentito-due-volte-sul-caso-savasta" data-post-id="2590436223" data-published-at="1780198785" data-use-pagination="False"> Le spiegazioni di Lotti non bastano Sentito due volte sul caso Savasta Il suo nome viene fatto, in quota Pd, a ogni giro di nomine, ma per ora resta al palo. Luca Lotti, ex ministro ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, già in predicato di diventare presidente del Copasir, e candidato non ufficiale del Pd al Comune di Firenze e, in alternativa, alla Regione (che, secondo i ben informati, sarebbe la poltrona a lui più gradita), rischia di essere azzoppato alla partenza (per Palazzo Vecchio si corre nel 2019, per il governatorato della Toscana nel 2020) dai guai giudiziari che si prospettano all'orizzonte. A preoccuparlo maggiormente è al momento l'inchiesta Consip, dove i magistrati della Procura di Roma, tra settembre e ottobre, dovrebbero inviargli l'avviso di chiusura indagini, dopo averlo sottoposto a due interrogatori e a un confronto all'americana. Lotti è iscritto sul registro delle notizie di reato con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento: avrebbe informato i vertici Consip - la centrale acquisti della pubblica amministrazione - delle indagini a loro carico. Un capitolo, quello delle fughe di notizie, in cui non è ancora chiaro chi abbia, invece, allertato Tiziano Renzi, sotto inchiesta dal 2016 per traffico di influenze illecite. Il nome di Lotti compare, seppur non indagato, anche in un altro procedimento capitolino, quello riguardante l'avvocato Piero Amara, ex socio di Andrea Bacci, altro petalo eccellente del Giglio magico. Il legale avrebbe corrotto dei giudici promettendo avanzamenti di carriera e altre prebende e ai pm avrebbe dichiarato di aver fatto perorare dall'allora senatore di Ala Denis Verdini la causa del giudice Giuseppe Mineo, ex componente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, finito in manette a inizio luglio con l'accusa di corruzione e successivamente scarcerato. L'obiettivo sarebbe stato quello di far entrare Mineo nella rosa dei candidati proposti dal governo per il Consiglio di Stato. Con questo intento Verdini si sarebbe rivolto a Lotti. Ma, alla fine, la nomina non si concretizzò. Nel fascicolo su Amara è finito anche un pizzino scovato dagli investigatori della Gdf di Firenze tra le carte di Bacci. Un foglietto con i nomi del legale arrestato, di un magistrato e dell'ex ministro Luca Lotti. Gli inquirenti romani che indagano su Amara hanno chiesto a Bacci il significato di quell'appunto. L'imprenditore ha spiegato che si trattava del promemoria di una richiesta di Amara, desideroso di far incontrare la toga, un giudice della Corte dei Conti, con Lotti. Il magistrato in questione sarebbe stato il titolare del fascicolo sul volo di Stato per Courmayeur utilizzato da Renzi e dalla sua famiglia per andare a sciare. Bacci avrebbe negato di aver riferito l'ambasciata a Lotti. Ma c'è un altro intrigo che sta coinvolgendo l'ex ministro piddino (il quale anche in questo caso non è indagato) ed è quello che riguarda il giudice del Tribunale civile di Roma Antonio Savasta e un ex socio di Tiziano Renzi, l'immobiliarista Luigi Dagostino, finito a giugno ai domiciliari in procedimento fiorentino per false fatture. I due, originari di Barletta, sono accusati di corruzione in atti giudiziari e nell'ambito di questo fascicolo Lotti è stato sentito dai pm di Firenze due volte tra aprile e maggio alla presenza del procuratore Giuseppe Creazzo. Il motivo? I lettori di questo giornale conoscono la vicenda. Quando Savasta era pubblico ministero a Trani istruì un'indagine per reati fiscali che coinvolgeva lo stesso Dagostino. Il sostituto procuratore, durante quelle investigazioni, che non portarono all'iscrizione dell'imprenditore (poi arrestato, come detto, in Toscana per la medesima vicenda), avrebbe approfittato delle entrature dello stesso Dagostino per avvicinare Lotti e il vertici del Csm, il parlamentino dei giudici che stava procedendo contro di lui. Nelle carte dell'inchiesta è ricostruita puntualmente la visita a Palazzo Chigi di Savasta, Dagostino e l'avvocato Ruggiero Sfrecola, ex compagno di liceo del giudice e all'epoca difensore degli accusatori di Dagostino nel procedimento in mano a Savasta. Per quelle manovre ora i tre sono indagati per corruzione in atti giudiziari e il fascicolo che li riguarda è stato trasmesso alla Procura di Lecce per competenza. Il 17 giugno 2015 la combriccola si presentò all'ingresso principale di Palazzo Chigi, si registrò, entrò verso le 17.50, con la motivazione «app Lotti», per poi uscire alle 19.28. Con la stessa giustificazione era entrato Dagostino il 17 settembre alle ore alle 17.59, per poi allontanarsi alle 19.13. Stessa scena il 23 febbraio 2016 con arrivo alle 14.55 e uscita alle 15. 25. All'epoca Dagostino girava l'Italia in cerca d'affari in compagnia di babbo Renzi e adesso sono entrambi sotto processo per due fatture dell'importo di circa 200.000 euro, pagate dall'imprenditore a Tiziano nell'estate 2015 per progetti mai realizzati. Ma torniamo al 17 giugno 2015, data del primo incontro registrato a Palazzo Chigi: quel giorno il terzetto in visita a Lotti avrebbe fugacemente intravisto anche Matteo Renzi nel piazzale antistante la sede del governo e Sfrecola via sms si era vantato di quell'incontro in questi termini: «Chiacchierato con Luca Lotti sottosegretario presidenza del Consiglio e conosciuto velocemente Matteo Renzi». Savasta, che non è ancora stato interrogato dai magistrati salentini, un mese fa, aveva spiegato al nostro giornale le finalità dell'incontro con il sottosegretario Lotti: «La mia richiesta era quella di partecipare a gruppi di studio o essere applicato a delle commissioni ministeriali che si occupavano di appalti, la mia specializzazione. Sono tentativi che i magistrati fanno se hanno la possibilità e una certa professionalità. Era un modo, in un certo senso, per provare a levarmi da Trani, mettendomi in aspettativa, in un periodo in cui pendevano su di me procedimenti penali, da cui sono stato assolto in un doppio grado di giudizio, e disciplinari per incompatibilità ambientale. Puntavo a lasciare un ambiente che era diventato pesante, anche per riprendermi a livello psicologico, perché la pressione era tanta». Lotti, ai pm, nel verbale del 16 aprile scorso, ha più o meno confermato la versione di Savasta e ha sottolineato di non aver fatto nulla per inserire il magistrato negli organigrammi dei ministeri. Il 26 aprile, dieci giorni dopo essere stato sentito in Tribunale, il deputato Pd ha inviato via mail al procuratore Creazzo una lettera e gli allegati in essa menzionati, tra cui la pagina della propria agenda risalente al 17 giugno 2015. La documentazione fornita da Lotti non deve essere stata considerata esaustiva e così gli inquirenti il 2 maggio hanno delegato la Guardia di finanza a presentarsi a Palazzo Chigi per estrarre copia dei passi e degli orari di entrata e uscita degli indagati, dopo aver fatto esplicita richiesta all'allora Segretario generale Paolo Aquilanti. Alla fine sono stati sentiti anche due addetti al servizio automezzi e passi di Palazzo Chigi e sono stati acquisiti tutti i dati disponibili sugli ingressi di Savasta, Dagostino e Sfrecola. Dopo queste operazioni e l'invio in Procura dei relativi elaborati, Lotti è stato riconvocato dai pm per fornire ulteriori chiarimenti. Non è escluso che possa essere nuovamente ascoltato dai magistrati di Lecce. In attesa di essere candidato ufficialmente a qualcosa e potersi confrontare con gli elettori anziché con gli investigatori. Giacomo Amadori <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="spie-e-ricatti-chiuse-le-indagini-su-montante" data-post-id="2590436223" data-published-at="1780198785" data-use-pagination="False"> Spie e ricatti, chiuse le indagini su Montante La Procura di Caltanissetta chiude i conti con Antonello Montante, ex numero uno di Confindustria in Sicilia ed ex pupillo dell'antimafia militante (e con la sua rete di «spie»). L'avviso di chiusura delle indagini preliminari è in corso di notifica ai 24 indagati del primo filone dell'inchiesta. E rispetto alle accuse contenute nell'ordinanza di custodia cautelare che privò della libertà Montante, alcune posizioni si aggravano. È il caso dell'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che lo scorso mese di maggio aveva ricevuto un avviso di garanzia per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, perché secondo l'accusa aveva avvisato Montante delle indagini. Ora i magistrati gli contestano anche il concorso esterno in associazione a delinquere semplice. Stessa accusa per il questore di Vibo Valentia, Andrea Grassi, per il docente universitario Angelo Cuva e per il caporeparto dell'Aisi Andrea Cavacece: farebbero parte della catena di talpe che stava aiutando Montante a monitorare le attività della Procura nissena e della Squadra mobile. Per la Procura, poi, esisteva un sodalizio guidata da Montante, nel quale egli aveva reclutato - secondo l'accusa - coloro che erano disposti a condividere il progetto di progressiva occupazione dei posti di vertice di associazioni di categoria, enti e società. La finalità era quella di avviare una gestione di natura clientelare capace di mantenere in vita e far crescere il sodalizio, ma anche di soddisfare le loro aspettative di carriera e quelle dei loro familiari. All'appello manca una fetta dell'indagine: per settembre è attesa la chiusura del filone che coinvolge l'ex governatore siculo Rosario Crocetta e le fedelissime di Montante poi diventate assessori: Linda Vancheri e Mariella Lo Bello. Tra le accuse per Montante ce n'è anche una per minacce: grazie ai dossier che aveva raccolto (e che al momento dell'arresto ha cercato di distruggere) ha costretto Alfonso Cicero, uno dei suoi accusatori, a ritrattare le dichiarazioni che aveva fatto davanti alla Commissione parlamentare antimafia.Fabio Amendolara
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Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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