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2018-07-28
Gli affari con Fini e l’estradizione. Corallo dopo un anno ritorna ai Caraibi
Ansa
I cronisti del quotidiano Daily Herald l'hanno avvistato mentre salutava i suoi dipendenti nel casinò Dunes di Sint Maarten, piccola realtà caraibica delle Antille olandesi, nota come paradiso fiscale. Il re del gioco d'azzardo online che per diversi mesi ha avuto l'obbligo di firma a Roma è tornato a viaggiare. Dopo che il gup Elvira Tamburelli lo ha rinviato a giudizio con l'accusa di essere a capo di un'associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e all'evasione fiscale.
Francesco Corallo in Italia è difeso da Giulia Bongiorno, che nel frattempo è diventata ministro della Funzione pubblica.
I giornalisti del giornale dell'isola raccontano di un giro veloce delle sue attività per salutare i dipendenti. I cronisti hanno provato a contattare un portavoce della Procura di Sint Maarten, ma è stato spiegato loro che del caso si occupano esclusivamente le autorità italiane: «Il portavoce del procuratore Norman Serphos ha detto che al momento non sono disponibili informazioni sul caso e ha consigliato a questo giornale di contattare le autorità italiane per maggiore chiarezza», hanno scritto i cronisti del Daily Herald.
«La Procura di Sint Maarten ha sempre sostenuto che l'arresto di Corallo era basato sulle richieste delle autorità italiane. Serphos ha ribadito che Sint Maarten non aveva prove sufficienti contro Corallo». E infatti gli investigatori della Guardia di finanza di Roma scoprirono che l'imprenditore, intimo dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, grazie al supporto con la famiglia di Elisabetta Tulliani (compagna del fondatore di An), era riuscito a mettere da parte una ricchezza. L'inchiesta è quella che ha smantellato l'associazione transnazionale dedita a reati fiscali, al peculato e al riciclaggio, capeggiata, secondo l'accusa, proprio da Corallo. Il quale avrebbe trasferito illegalmente 215 milioni di euro, stornandone ben 7 per i Tulliani. I profitti illeciti sottratti al fisco da Corallo sarebbero quindi stati reimpiegati proprio dai Tulliani, anche con l'acquisto della casa di Montecarlo. La famosa casa nel principato monegasco: l'appartamento in boulevard Princesse Charlotte svenduto dal partito di Fini e fruttato ai Tulliani (grazie ai soldi di Corallo) 1 milione di euro tondo tondo. Un affare che, però, stando a quanto ha svelato l'inchiesta, era solo la punta dell'iceberg. Dalla ricostruzione complessiva che fanno i magistrati, emergono censure pesantissime sull'attività politica dell'ex leader di Alleanza nazionale. La relazione tra Corallo e Fini, nata proprio con una vacanza a Sint Maartin nel 2004 e proseguita con gli investimenti sulla famiglia Tulliani, aveva «condizionato», secondo l'accusa, «la vita parlamentare». Corallo, insomma, ha piegato l'attività istituzionale ai suoi interessi grazie a quel rapporto col leader di An. Un collegamento «che ha lasciato tracce del transito di somme di denaro in occasione dell'adozione di provvedimenti di legge di estremo favore per Corallo». Ossia gli aiutini, da sempre negati dall'ex presidente di Alleanza nazionale perfino davanti ai magistrati, che hanno permesso a Corallo in quegli anni di diventare il magnate del poker online. Nell'indagine è subito emerso che le imprese di Corallo «erano qualificabili, in realtà, come strutture di sistematica violazione degli obblighi fiscali (non versavano il Preu, il prelievo erariale unico legato alla tassazione sul gioco d'azzardo legalizzato, ndr)». Insomma, evadevano le tasse. L'arresto di Corallo risale al dicembre del 2016. Ma la sua estradizione, che è dovuta passare prima per la Corte di giustizia di Philipsburg a Sint Maarten e che è stata approvata dal governatore locale solo il 4 agosto 2017, è avvenuta di fatto il 16 agosto. Meno di un anno dopo, Corallo torna a Sint Maarten. Mercoledì si è presentato a lavoro con il suo avvocato Roy Moes. Per ripartire dal suo storico Casinò Le Dune.
Anche in Italia le cose sembrano essersi messe meglio per le attività di Corallo. Come hanno annunciato i vertici della Global starnet, l'azienda dell'imprenditore di origine siciliana. Il gip del Tribunale di Roma, in data 6 luglio 2018, ha confermato l'autorizzazione in favore della società, già rilasciata con un provvedimento del 17 gennaio 2018, «per la prosecuzione della sua attività di concessionario dello Stato per il gioco pubblico». Pertanto «permane inalterata la piena operatività del concessionario e il suo impegno a sviluppare e a portare avanti nuovi progetti nel settore delle cosiddette new slot e delle videolottery, nonché per un gioco legale responsabile».
Fabio Amendolara
L’Air Force Renzi può atterrare alla Corte dei conti
Sarà Andrea Lupi, procuratore regionale della Corte dei conti per il Lazio, o uno dei suoi sostituti, a valutare se dal contratto di leasing stipulato dalla presidenza del Consiglio dei ministri, per le esigenze della propria flotta aerea, con l'individuazione dell'Airbus 340-500, sia derivato o meno un danno erariale, cioè una spesa inutile o eccessiva rispetto all'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. Considerato che adesso quella iniziativa è stata ritenuta inutile dal vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che intendono rescindere il contratto. Il procuratore della Corte dei conti dovrà, in particolare, accertare se si sia di fronte a scelte «insindacabili nel merito», come si legge nell'art. 1, comma 1, della legge n. 20 del 1994, per il quale non possono essere censurabili le condotte discrezionali che violino regole non scritte di opportunità e convenienza, ma solo quelle in contrasto con norme espresse o principi giuridici. La discrezionalità, in sostanza, non costituisce espressione di una assoluta libertà di decidere, ma scelta conforme ad una esigenza effettiva di pubblico interesse che, pertanto, renda legittima la relativa spesa. Né l'esercizio della discrezionalità può essere censurato con riferimento alla ipotesi di un diverso impiego della stessa somma, come ha detto Di Maio, secondo il quale con quella somma si potevano acquistare 600 scuolabus. Messaggio politicamente efficace ma nella specie giuridicamente inconsistente.
Da questo punto di vista la decisione del governo di recedere dal contratto di leasing costituisce una scelta discrezionale, opposta a quella di Renzi, che potrebbe costituire la prova di una errata valutazione dell'esigenza effettuata a suo tempo. Tuttavia non è così automatico che una scelta sopravvenuta neghi in radice la validità della precedente. Occorre una valutazione ponderata, ex ante (ora per allora) dell'utilizzazione che si voleva dare al mezzo e dell'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. In questa valutazione soccorrono certamente le argomentazioni che hanno sostenuto la decisione a suo tempo assunta dalla presidenza del Consiglio, la circostanza che il velivolo fosse già allora fuori produzione, con tutte le conseguenze che ne derivano quanto al suo valore ed ai costi di manutenzione, le dichiarazioni fatte nel tempo per giustificare la scelta e le ultime del senatore Renzi il quale sostiene di non aver mai utilizzato l'aereo che era invece destinato a portare in giro per il mondo le delegazioni di imprenditori italiani.
Spetta indubbiamente al governo promuovere le relazioni economiche internazionali per assicurare una presenza nel «made in Italy» nel mondo. Lo hanno fatto tutti i governi ed i ministri di settore i quali più volte si sono recati all'estero accompagnati da imprenditori che ambivano essere presentati alle autorità locali a fianco dei rappresentanti del nostro governo. Sono stati sempre viaggi mirati ad obiettivi precisi, con delegazioni al più di 30-40 persone, sicché non è stato mai necessario utilizzare un aereo da 300 posti perché è evidente che una delegazione di siffatte dimensioni non ha riscontro nell'esperienza delle relazioni economiche e commerciali internazionali.
Queste considerazioni, che nascono dall'esperienza e dall'osservazione di ciò che avviene nel mondo, saranno indubbiamente al centro del giudizio sulla liceità della spesa sostenuta dal governo italiano per comprendere se siamo di fronte ad un'esigenza obiettiva, ad un interesse pubblico o all'espressione di quella che è stata definita, non senza qualche ragione, la mania di grandezza dell'ex presidente del Consiglio, che già da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze aveva manifestato una spiccata disinvoltura nel porre a carico dei bilanci pubblici spese di promozione dell'immagine sua e del suo ufficio, spese già allora criticate e oggetto di indagini giudiziarie.
Sapremo nei prossimi mesi se la Procura regionale della Corte dei conti riterrà che sussistano gli estremi di una spesa inutile o eccessiva, effettuata nella consapevolezza della estraneità ad un interesse pubblico. Considerati anche i costi della penale che dovrà essere corrisposta per la rescissione del contratto. Anche questo è un costo non dovuto che deriva dall'iniziativa a suo tempo assunta da Matteo Renzi.
Salvatore Sfrecola
Le spiegazioni di Lotti non bastano Sentito due volte sul caso Savasta
Il suo nome viene fatto, in quota Pd, a ogni giro di nomine, ma per ora resta al palo. Luca Lotti, ex ministro ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, già in predicato di diventare presidente del Copasir, e candidato non ufficiale del Pd al Comune di Firenze e, in alternativa, alla Regione (che, secondo i ben informati, sarebbe la poltrona a lui più gradita), rischia di essere azzoppato alla partenza (per Palazzo Vecchio si corre nel 2019, per il governatorato della Toscana nel 2020) dai guai giudiziari che si prospettano all'orizzonte. A preoccuparlo maggiormente è al momento l'inchiesta Consip, dove i magistrati della Procura di Roma, tra settembre e ottobre, dovrebbero inviargli l'avviso di chiusura indagini, dopo averlo sottoposto a due interrogatori e a un confronto all'americana. Lotti è iscritto sul registro delle notizie di reato con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento: avrebbe informato i vertici Consip - la centrale acquisti della pubblica amministrazione - delle indagini a loro carico. Un capitolo, quello delle fughe di notizie, in cui non è ancora chiaro chi abbia, invece, allertato Tiziano Renzi, sotto inchiesta dal 2016 per traffico di influenze illecite.
Il nome di Lotti compare, seppur non indagato, anche in un altro procedimento capitolino, quello riguardante l'avvocato Piero Amara, ex socio di Andrea Bacci, altro petalo eccellente del Giglio magico. Il legale avrebbe corrotto dei giudici promettendo avanzamenti di carriera e altre prebende e ai pm avrebbe dichiarato di aver fatto perorare dall'allora senatore di Ala Denis Verdini la causa del giudice Giuseppe Mineo, ex componente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, finito in manette a inizio luglio con l'accusa di corruzione e successivamente scarcerato. L'obiettivo sarebbe stato quello di far entrare Mineo nella rosa dei candidati proposti dal governo per il Consiglio di Stato. Con questo intento Verdini si sarebbe rivolto a Lotti. Ma, alla fine, la nomina non si concretizzò. Nel fascicolo su Amara è finito anche un pizzino scovato dagli investigatori della Gdf di Firenze tra le carte di Bacci. Un foglietto con i nomi del legale arrestato, di un magistrato e dell'ex ministro Luca Lotti. Gli inquirenti romani che indagano su Amara hanno chiesto a Bacci il significato di quell'appunto. L'imprenditore ha spiegato che si trattava del promemoria di una richiesta di Amara, desideroso di far incontrare la toga, un giudice della Corte dei Conti, con Lotti. Il magistrato in questione sarebbe stato il titolare del fascicolo sul volo di Stato per Courmayeur utilizzato da Renzi e dalla sua famiglia per andare a sciare. Bacci avrebbe negato di aver riferito l'ambasciata a Lotti.
Ma c'è un altro intrigo che sta coinvolgendo l'ex ministro piddino (il quale anche in questo caso non è indagato) ed è quello che riguarda il giudice del Tribunale civile di Roma Antonio Savasta e un ex socio di Tiziano Renzi, l'immobiliarista Luigi Dagostino, finito a giugno ai domiciliari in procedimento fiorentino per false fatture. I due, originari di Barletta, sono accusati di corruzione in atti giudiziari e nell'ambito di questo fascicolo Lotti è stato sentito dai pm di Firenze due volte tra aprile e maggio alla presenza del procuratore Giuseppe Creazzo. Il motivo? I lettori di questo giornale conoscono la vicenda. Quando Savasta era pubblico ministero a Trani istruì un'indagine per reati fiscali che coinvolgeva lo stesso Dagostino. Il sostituto procuratore, durante quelle investigazioni, che non portarono all'iscrizione dell'imprenditore (poi arrestato, come detto, in Toscana per la medesima vicenda), avrebbe approfittato delle entrature dello stesso Dagostino per avvicinare Lotti e il vertici del Csm, il parlamentino dei giudici che stava procedendo contro di lui.
Nelle carte dell'inchiesta è ricostruita puntualmente la visita a Palazzo Chigi di Savasta, Dagostino e l'avvocato Ruggiero Sfrecola, ex compagno di liceo del giudice e all'epoca difensore degli accusatori di Dagostino nel procedimento in mano a Savasta. Per quelle manovre ora i tre sono indagati per corruzione in atti giudiziari e il fascicolo che li riguarda è stato trasmesso alla Procura di Lecce per competenza.
Il 17 giugno 2015 la combriccola si presentò all'ingresso principale di Palazzo Chigi, si registrò, entrò verso le 17.50, con la motivazione «app Lotti», per poi uscire alle 19.28. Con la stessa giustificazione era entrato Dagostino il 17 settembre alle ore alle 17.59, per poi allontanarsi alle 19.13. Stessa scena il 23 febbraio 2016 con arrivo alle 14.55 e uscita alle 15. 25. All'epoca Dagostino girava l'Italia in cerca d'affari in compagnia di babbo Renzi e adesso sono entrambi sotto processo per due fatture dell'importo di circa 200.000 euro, pagate dall'imprenditore a Tiziano nell'estate 2015 per progetti mai realizzati.
Ma torniamo al 17 giugno 2015, data del primo incontro registrato a Palazzo Chigi: quel giorno il terzetto in visita a Lotti avrebbe fugacemente intravisto anche Matteo Renzi nel piazzale antistante la sede del governo e Sfrecola via sms si era vantato di quell'incontro in questi termini: «Chiacchierato con Luca Lotti sottosegretario presidenza del Consiglio e conosciuto velocemente Matteo Renzi».
Savasta, che non è ancora stato interrogato dai magistrati salentini, un mese fa, aveva spiegato al nostro giornale le finalità dell'incontro con il sottosegretario Lotti: «La mia richiesta era quella di partecipare a gruppi di studio o essere applicato a delle commissioni ministeriali che si occupavano di appalti, la mia specializzazione. Sono tentativi che i magistrati fanno se hanno la possibilità e una certa professionalità. Era un modo, in un certo senso, per provare a levarmi da Trani, mettendomi in aspettativa, in un periodo in cui pendevano su di me procedimenti penali, da cui sono stato assolto in un doppio grado di giudizio, e disciplinari per incompatibilità ambientale. Puntavo a lasciare un ambiente che era diventato pesante, anche per riprendermi a livello psicologico, perché la pressione era tanta».
Lotti, ai pm, nel verbale del 16 aprile scorso, ha più o meno confermato la versione di Savasta e ha sottolineato di non aver fatto nulla per inserire il magistrato negli organigrammi dei ministeri.
Il 26 aprile, dieci giorni dopo essere stato sentito in Tribunale, il deputato Pd ha inviato via mail al procuratore Creazzo una lettera e gli allegati in essa menzionati, tra cui la pagina della propria agenda risalente al 17 giugno 2015.
La documentazione fornita da Lotti non deve essere stata considerata esaustiva e così gli inquirenti il 2 maggio hanno delegato la Guardia di finanza a presentarsi a Palazzo Chigi per estrarre copia dei passi e degli orari di entrata e uscita degli indagati, dopo aver fatto esplicita richiesta all'allora Segretario generale Paolo Aquilanti.
Alla fine sono stati sentiti anche due addetti al servizio automezzi e passi di Palazzo Chigi e sono stati acquisiti tutti i dati disponibili sugli ingressi di Savasta, Dagostino e Sfrecola. Dopo queste operazioni e l'invio in Procura dei relativi elaborati, Lotti è stato riconvocato dai pm per fornire ulteriori chiarimenti.
Non è escluso che possa essere nuovamente ascoltato dai magistrati di Lecce. In attesa di essere candidato ufficialmente a qualcosa e potersi confrontare con gli elettori anziché con gli investigatori.
Giacomo Amadori
Spie e ricatti, chiuse le indagini su Montante
La Procura di Caltanissetta chiude i conti con Antonello Montante, ex numero uno di Confindustria in Sicilia ed ex pupillo dell'antimafia militante (e con la sua rete di «spie»). L'avviso di chiusura delle indagini preliminari è in corso di notifica ai 24 indagati del primo filone dell'inchiesta. E rispetto alle accuse contenute nell'ordinanza di custodia cautelare che privò della libertà Montante, alcune posizioni si aggravano. È il caso dell'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che lo scorso mese di maggio aveva ricevuto un avviso di garanzia per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, perché secondo l'accusa aveva avvisato Montante delle indagini. Ora i magistrati gli contestano anche il concorso esterno in associazione a delinquere semplice. Stessa accusa per il questore di Vibo Valentia, Andrea Grassi, per il docente universitario Angelo Cuva e per il caporeparto dell'Aisi Andrea Cavacece: farebbero parte della catena di talpe che stava aiutando Montante a monitorare le attività della Procura nissena e della Squadra mobile. Per la Procura, poi, esisteva un sodalizio guidata da Montante, nel quale egli aveva reclutato - secondo l'accusa - coloro che erano disposti a condividere il progetto di progressiva occupazione dei posti di vertice di associazioni di categoria, enti e società. La finalità era quella di avviare una gestione di natura clientelare capace di mantenere in vita e far crescere il sodalizio, ma anche di soddisfare le loro aspettative di carriera e quelle dei loro familiari. All'appello manca una fetta dell'indagine: per settembre è attesa la chiusura del filone che coinvolge l'ex governatore siculo Rosario Crocetta e le fedelissime di Montante poi diventate assessori: Linda Vancheri e Mariella Lo Bello. Tra le accuse per Montante ce n'è anche una per minacce: grazie ai dossier che aveva raccolto (e che al momento dell'arresto ha cercato di distruggere) ha costretto Alfonso Cicero, uno dei suoi accusatori, a ritrattare le dichiarazioni che aveva fatto davanti alla Commissione parlamentare antimafia.
Fabio Amendolara
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Nei guai per riciclaggio e giri di soldi con i Tulliani, il re del gioco è di nuovo a Sint Maarten. Il suo legale è il ministro Giulia Bongiorno.La spesa per il velivolo decisa dall'ex premier è materia da tribunale: occorre stabilire se l'acquisto fosse di pubblica utilità.L'ex ministro ascoltato dai pm per fare chiarezza sulle visite a Palazzo Chigi del giudice che cercava coperture con il Csm. È un habitué delle Procure: convocato per Amara, resta aperto anche il fronte Consip.L'ex capo di Confindustria Sicilia provò a distruggere le prove. Coinvolto pure Renato Schifani.Lo speciale contiene quattro articoliI cronisti del quotidiano Daily Herald l'hanno avvistato mentre salutava i suoi dipendenti nel casinò Dunes di Sint Maarten, piccola realtà caraibica delle Antille olandesi, nota come paradiso fiscale. Il re del gioco d'azzardo online che per diversi mesi ha avuto l'obbligo di firma a Roma è tornato a viaggiare. Dopo che il gup Elvira Tamburelli lo ha rinviato a giudizio con l'accusa di essere a capo di un'associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e all'evasione fiscale.Francesco Corallo in Italia è difeso da Giulia Bongiorno, che nel frattempo è diventata ministro della Funzione pubblica.I giornalisti del giornale dell'isola raccontano di un giro veloce delle sue attività per salutare i dipendenti. I cronisti hanno provato a contattare un portavoce della Procura di Sint Maarten, ma è stato spiegato loro che del caso si occupano esclusivamente le autorità italiane: «Il portavoce del procuratore Norman Serphos ha detto che al momento non sono disponibili informazioni sul caso e ha consigliato a questo giornale di contattare le autorità italiane per maggiore chiarezza», hanno scritto i cronisti del Daily Herald.«La Procura di Sint Maarten ha sempre sostenuto che l'arresto di Corallo era basato sulle richieste delle autorità italiane. Serphos ha ribadito che Sint Maarten non aveva prove sufficienti contro Corallo». E infatti gli investigatori della Guardia di finanza di Roma scoprirono che l'imprenditore, intimo dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, grazie al supporto con la famiglia di Elisabetta Tulliani (compagna del fondatore di An), era riuscito a mettere da parte una ricchezza. L'inchiesta è quella che ha smantellato l'associazione transnazionale dedita a reati fiscali, al peculato e al riciclaggio, capeggiata, secondo l'accusa, proprio da Corallo. Il quale avrebbe trasferito illegalmente 215 milioni di euro, stornandone ben 7 per i Tulliani. I profitti illeciti sottratti al fisco da Corallo sarebbero quindi stati reimpiegati proprio dai Tulliani, anche con l'acquisto della casa di Montecarlo. La famosa casa nel principato monegasco: l'appartamento in boulevard Princesse Charlotte svenduto dal partito di Fini e fruttato ai Tulliani (grazie ai soldi di Corallo) 1 milione di euro tondo tondo. Un affare che, però, stando a quanto ha svelato l'inchiesta, era solo la punta dell'iceberg. Dalla ricostruzione complessiva che fanno i magistrati, emergono censure pesantissime sull'attività politica dell'ex leader di Alleanza nazionale. La relazione tra Corallo e Fini, nata proprio con una vacanza a Sint Maartin nel 2004 e proseguita con gli investimenti sulla famiglia Tulliani, aveva «condizionato», secondo l'accusa, «la vita parlamentare». Corallo, insomma, ha piegato l'attività istituzionale ai suoi interessi grazie a quel rapporto col leader di An. Un collegamento «che ha lasciato tracce del transito di somme di denaro in occasione dell'adozione di provvedimenti di legge di estremo favore per Corallo». Ossia gli aiutini, da sempre negati dall'ex presidente di Alleanza nazionale perfino davanti ai magistrati, che hanno permesso a Corallo in quegli anni di diventare il magnate del poker online. Nell'indagine è subito emerso che le imprese di Corallo «erano qualificabili, in realtà, come strutture di sistematica violazione degli obblighi fiscali (non versavano il Preu, il prelievo erariale unico legato alla tassazione sul gioco d'azzardo legalizzato, ndr)». Insomma, evadevano le tasse. L'arresto di Corallo risale al dicembre del 2016. Ma la sua estradizione, che è dovuta passare prima per la Corte di giustizia di Philipsburg a Sint Maarten e che è stata approvata dal governatore locale solo il 4 agosto 2017, è avvenuta di fatto il 16 agosto. Meno di un anno dopo, Corallo torna a Sint Maarten. Mercoledì si è presentato a lavoro con il suo avvocato Roy Moes. Per ripartire dal suo storico Casinò Le Dune.Anche in Italia le cose sembrano essersi messe meglio per le attività di Corallo. Come hanno annunciato i vertici della Global starnet, l'azienda dell'imprenditore di origine siciliana. Il gip del Tribunale di Roma, in data 6 luglio 2018, ha confermato l'autorizzazione in favore della società, già rilasciata con un provvedimento del 17 gennaio 2018, «per la prosecuzione della sua attività di concessionario dello Stato per il gioco pubblico». Pertanto «permane inalterata la piena operatività del concessionario e il suo impegno a sviluppare e a portare avanti nuovi progetti nel settore delle cosiddette new slot e delle videolottery, nonché per un gioco legale responsabile».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lair-force-renzi-puo-atterrare-alla-corte-dei-conti" data-post-id="2590436223" data-published-at="1781286732" data-use-pagination="False"> L’Air Force Renzi può atterrare alla Corte dei conti Sarà Andrea Lupi, procuratore regionale della Corte dei conti per il Lazio, o uno dei suoi sostituti, a valutare se dal contratto di leasing stipulato dalla presidenza del Consiglio dei ministri, per le esigenze della propria flotta aerea, con l'individuazione dell'Airbus 340-500, sia derivato o meno un danno erariale, cioè una spesa inutile o eccessiva rispetto all'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. Considerato che adesso quella iniziativa è stata ritenuta inutile dal vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che intendono rescindere il contratto. Il procuratore della Corte dei conti dovrà, in particolare, accertare se si sia di fronte a scelte «insindacabili nel merito», come si legge nell'art. 1, comma 1, della legge n. 20 del 1994, per il quale non possono essere censurabili le condotte discrezionali che violino regole non scritte di opportunità e convenienza, ma solo quelle in contrasto con norme espresse o principi giuridici. La discrezionalità, in sostanza, non costituisce espressione di una assoluta libertà di decidere, ma scelta conforme ad una esigenza effettiva di pubblico interesse che, pertanto, renda legittima la relativa spesa. Né l'esercizio della discrezionalità può essere censurato con riferimento alla ipotesi di un diverso impiego della stessa somma, come ha detto Di Maio, secondo il quale con quella somma si potevano acquistare 600 scuolabus. Messaggio politicamente efficace ma nella specie giuridicamente inconsistente. Da questo punto di vista la decisione del governo di recedere dal contratto di leasing costituisce una scelta discrezionale, opposta a quella di Renzi, che potrebbe costituire la prova di una errata valutazione dell'esigenza effettuata a suo tempo. Tuttavia non è così automatico che una scelta sopravvenuta neghi in radice la validità della precedente. Occorre una valutazione ponderata, ex ante (ora per allora) dell'utilizzazione che si voleva dare al mezzo e dell'interesse pubblico che si intendeva soddisfare. In questa valutazione soccorrono certamente le argomentazioni che hanno sostenuto la decisione a suo tempo assunta dalla presidenza del Consiglio, la circostanza che il velivolo fosse già allora fuori produzione, con tutte le conseguenze che ne derivano quanto al suo valore ed ai costi di manutenzione, le dichiarazioni fatte nel tempo per giustificare la scelta e le ultime del senatore Renzi il quale sostiene di non aver mai utilizzato l'aereo che era invece destinato a portare in giro per il mondo le delegazioni di imprenditori italiani. Spetta indubbiamente al governo promuovere le relazioni economiche internazionali per assicurare una presenza nel «made in Italy» nel mondo. Lo hanno fatto tutti i governi ed i ministri di settore i quali più volte si sono recati all'estero accompagnati da imprenditori che ambivano essere presentati alle autorità locali a fianco dei rappresentanti del nostro governo. Sono stati sempre viaggi mirati ad obiettivi precisi, con delegazioni al più di 30-40 persone, sicché non è stato mai necessario utilizzare un aereo da 300 posti perché è evidente che una delegazione di siffatte dimensioni non ha riscontro nell'esperienza delle relazioni economiche e commerciali internazionali. Queste considerazioni, che nascono dall'esperienza e dall'osservazione di ciò che avviene nel mondo, saranno indubbiamente al centro del giudizio sulla liceità della spesa sostenuta dal governo italiano per comprendere se siamo di fronte ad un'esigenza obiettiva, ad un interesse pubblico o all'espressione di quella che è stata definita, non senza qualche ragione, la mania di grandezza dell'ex presidente del Consiglio, che già da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze aveva manifestato una spiccata disinvoltura nel porre a carico dei bilanci pubblici spese di promozione dell'immagine sua e del suo ufficio, spese già allora criticate e oggetto di indagini giudiziarie. Sapremo nei prossimi mesi se la Procura regionale della Corte dei conti riterrà che sussistano gli estremi di una spesa inutile o eccessiva, effettuata nella consapevolezza della estraneità ad un interesse pubblico. Considerati anche i costi della penale che dovrà essere corrisposta per la rescissione del contratto. Anche questo è un costo non dovuto che deriva dall'iniziativa a suo tempo assunta da Matteo Renzi. Salvatore Sfrecola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-spiegazioni-di-lotti-non-bastano-sentito-due-volte-sul-caso-savasta" data-post-id="2590436223" data-published-at="1781286732" data-use-pagination="False"> Le spiegazioni di Lotti non bastano Sentito due volte sul caso Savasta Il suo nome viene fatto, in quota Pd, a ogni giro di nomine, ma per ora resta al palo. Luca Lotti, ex ministro ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, già in predicato di diventare presidente del Copasir, e candidato non ufficiale del Pd al Comune di Firenze e, in alternativa, alla Regione (che, secondo i ben informati, sarebbe la poltrona a lui più gradita), rischia di essere azzoppato alla partenza (per Palazzo Vecchio si corre nel 2019, per il governatorato della Toscana nel 2020) dai guai giudiziari che si prospettano all'orizzonte. A preoccuparlo maggiormente è al momento l'inchiesta Consip, dove i magistrati della Procura di Roma, tra settembre e ottobre, dovrebbero inviargli l'avviso di chiusura indagini, dopo averlo sottoposto a due interrogatori e a un confronto all'americana. Lotti è iscritto sul registro delle notizie di reato con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento: avrebbe informato i vertici Consip - la centrale acquisti della pubblica amministrazione - delle indagini a loro carico. Un capitolo, quello delle fughe di notizie, in cui non è ancora chiaro chi abbia, invece, allertato Tiziano Renzi, sotto inchiesta dal 2016 per traffico di influenze illecite. Il nome di Lotti compare, seppur non indagato, anche in un altro procedimento capitolino, quello riguardante l'avvocato Piero Amara, ex socio di Andrea Bacci, altro petalo eccellente del Giglio magico. Il legale avrebbe corrotto dei giudici promettendo avanzamenti di carriera e altre prebende e ai pm avrebbe dichiarato di aver fatto perorare dall'allora senatore di Ala Denis Verdini la causa del giudice Giuseppe Mineo, ex componente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, finito in manette a inizio luglio con l'accusa di corruzione e successivamente scarcerato. L'obiettivo sarebbe stato quello di far entrare Mineo nella rosa dei candidati proposti dal governo per il Consiglio di Stato. Con questo intento Verdini si sarebbe rivolto a Lotti. Ma, alla fine, la nomina non si concretizzò. Nel fascicolo su Amara è finito anche un pizzino scovato dagli investigatori della Gdf di Firenze tra le carte di Bacci. Un foglietto con i nomi del legale arrestato, di un magistrato e dell'ex ministro Luca Lotti. Gli inquirenti romani che indagano su Amara hanno chiesto a Bacci il significato di quell'appunto. L'imprenditore ha spiegato che si trattava del promemoria di una richiesta di Amara, desideroso di far incontrare la toga, un giudice della Corte dei Conti, con Lotti. Il magistrato in questione sarebbe stato il titolare del fascicolo sul volo di Stato per Courmayeur utilizzato da Renzi e dalla sua famiglia per andare a sciare. Bacci avrebbe negato di aver riferito l'ambasciata a Lotti. Ma c'è un altro intrigo che sta coinvolgendo l'ex ministro piddino (il quale anche in questo caso non è indagato) ed è quello che riguarda il giudice del Tribunale civile di Roma Antonio Savasta e un ex socio di Tiziano Renzi, l'immobiliarista Luigi Dagostino, finito a giugno ai domiciliari in procedimento fiorentino per false fatture. I due, originari di Barletta, sono accusati di corruzione in atti giudiziari e nell'ambito di questo fascicolo Lotti è stato sentito dai pm di Firenze due volte tra aprile e maggio alla presenza del procuratore Giuseppe Creazzo. Il motivo? I lettori di questo giornale conoscono la vicenda. Quando Savasta era pubblico ministero a Trani istruì un'indagine per reati fiscali che coinvolgeva lo stesso Dagostino. Il sostituto procuratore, durante quelle investigazioni, che non portarono all'iscrizione dell'imprenditore (poi arrestato, come detto, in Toscana per la medesima vicenda), avrebbe approfittato delle entrature dello stesso Dagostino per avvicinare Lotti e il vertici del Csm, il parlamentino dei giudici che stava procedendo contro di lui. Nelle carte dell'inchiesta è ricostruita puntualmente la visita a Palazzo Chigi di Savasta, Dagostino e l'avvocato Ruggiero Sfrecola, ex compagno di liceo del giudice e all'epoca difensore degli accusatori di Dagostino nel procedimento in mano a Savasta. Per quelle manovre ora i tre sono indagati per corruzione in atti giudiziari e il fascicolo che li riguarda è stato trasmesso alla Procura di Lecce per competenza. Il 17 giugno 2015 la combriccola si presentò all'ingresso principale di Palazzo Chigi, si registrò, entrò verso le 17.50, con la motivazione «app Lotti», per poi uscire alle 19.28. Con la stessa giustificazione era entrato Dagostino il 17 settembre alle ore alle 17.59, per poi allontanarsi alle 19.13. Stessa scena il 23 febbraio 2016 con arrivo alle 14.55 e uscita alle 15. 25. All'epoca Dagostino girava l'Italia in cerca d'affari in compagnia di babbo Renzi e adesso sono entrambi sotto processo per due fatture dell'importo di circa 200.000 euro, pagate dall'imprenditore a Tiziano nell'estate 2015 per progetti mai realizzati. Ma torniamo al 17 giugno 2015, data del primo incontro registrato a Palazzo Chigi: quel giorno il terzetto in visita a Lotti avrebbe fugacemente intravisto anche Matteo Renzi nel piazzale antistante la sede del governo e Sfrecola via sms si era vantato di quell'incontro in questi termini: «Chiacchierato con Luca Lotti sottosegretario presidenza del Consiglio e conosciuto velocemente Matteo Renzi». Savasta, che non è ancora stato interrogato dai magistrati salentini, un mese fa, aveva spiegato al nostro giornale le finalità dell'incontro con il sottosegretario Lotti: «La mia richiesta era quella di partecipare a gruppi di studio o essere applicato a delle commissioni ministeriali che si occupavano di appalti, la mia specializzazione. Sono tentativi che i magistrati fanno se hanno la possibilità e una certa professionalità. Era un modo, in un certo senso, per provare a levarmi da Trani, mettendomi in aspettativa, in un periodo in cui pendevano su di me procedimenti penali, da cui sono stato assolto in un doppio grado di giudizio, e disciplinari per incompatibilità ambientale. Puntavo a lasciare un ambiente che era diventato pesante, anche per riprendermi a livello psicologico, perché la pressione era tanta». Lotti, ai pm, nel verbale del 16 aprile scorso, ha più o meno confermato la versione di Savasta e ha sottolineato di non aver fatto nulla per inserire il magistrato negli organigrammi dei ministeri. Il 26 aprile, dieci giorni dopo essere stato sentito in Tribunale, il deputato Pd ha inviato via mail al procuratore Creazzo una lettera e gli allegati in essa menzionati, tra cui la pagina della propria agenda risalente al 17 giugno 2015. La documentazione fornita da Lotti non deve essere stata considerata esaustiva e così gli inquirenti il 2 maggio hanno delegato la Guardia di finanza a presentarsi a Palazzo Chigi per estrarre copia dei passi e degli orari di entrata e uscita degli indagati, dopo aver fatto esplicita richiesta all'allora Segretario generale Paolo Aquilanti. Alla fine sono stati sentiti anche due addetti al servizio automezzi e passi di Palazzo Chigi e sono stati acquisiti tutti i dati disponibili sugli ingressi di Savasta, Dagostino e Sfrecola. Dopo queste operazioni e l'invio in Procura dei relativi elaborati, Lotti è stato riconvocato dai pm per fornire ulteriori chiarimenti. Non è escluso che possa essere nuovamente ascoltato dai magistrati di Lecce. In attesa di essere candidato ufficialmente a qualcosa e potersi confrontare con gli elettori anziché con gli investigatori. Giacomo Amadori <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-affari-con-fini-e-lestradizione-corallo-dopo-un-anno-ritorna-ai-caraibi-2590436223.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="spie-e-ricatti-chiuse-le-indagini-su-montante" data-post-id="2590436223" data-published-at="1781286732" data-use-pagination="False"> Spie e ricatti, chiuse le indagini su Montante La Procura di Caltanissetta chiude i conti con Antonello Montante, ex numero uno di Confindustria in Sicilia ed ex pupillo dell'antimafia militante (e con la sua rete di «spie»). L'avviso di chiusura delle indagini preliminari è in corso di notifica ai 24 indagati del primo filone dell'inchiesta. E rispetto alle accuse contenute nell'ordinanza di custodia cautelare che privò della libertà Montante, alcune posizioni si aggravano. È il caso dell'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che lo scorso mese di maggio aveva ricevuto un avviso di garanzia per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, perché secondo l'accusa aveva avvisato Montante delle indagini. Ora i magistrati gli contestano anche il concorso esterno in associazione a delinquere semplice. Stessa accusa per il questore di Vibo Valentia, Andrea Grassi, per il docente universitario Angelo Cuva e per il caporeparto dell'Aisi Andrea Cavacece: farebbero parte della catena di talpe che stava aiutando Montante a monitorare le attività della Procura nissena e della Squadra mobile. Per la Procura, poi, esisteva un sodalizio guidata da Montante, nel quale egli aveva reclutato - secondo l'accusa - coloro che erano disposti a condividere il progetto di progressiva occupazione dei posti di vertice di associazioni di categoria, enti e società. La finalità era quella di avviare una gestione di natura clientelare capace di mantenere in vita e far crescere il sodalizio, ma anche di soddisfare le loro aspettative di carriera e quelle dei loro familiari. All'appello manca una fetta dell'indagine: per settembre è attesa la chiusura del filone che coinvolge l'ex governatore siculo Rosario Crocetta e le fedelissime di Montante poi diventate assessori: Linda Vancheri e Mariella Lo Bello. Tra le accuse per Montante ce n'è anche una per minacce: grazie ai dossier che aveva raccolto (e che al momento dell'arresto ha cercato di distruggere) ha costretto Alfonso Cicero, uno dei suoi accusatori, a ritrattare le dichiarazioni che aveva fatto davanti alla Commissione parlamentare antimafia.Fabio Amendolara
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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