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2021-04-29
La sinistra canta già vittoria sul ddl Zan. Ma la vera battaglia comincia adesso
Ansa
In un generalizzato tripudio che accomuna parlamentari di sinistra e giganti del pensiero come Fedez si è sbloccato al Senato l'iter della legge Zan. La Commissione giustizia, con 13 voti contro 11, ha approvato la calendarizzazione del provvedimento, già passato alla Camera, che era rimasto a lungo fermo per una serie di rinvii. Già la prossima settimana il leghista Andrea Ostellari, che è il presidente della Commissione, presenterà la sua relazione e avvierà la discussione. Il folto schieramento favorevole all'approvazione esulta, ma la strada appare ancora molto lunga. E permane nella Commissione una spaccatura verticale, come si vede dai numeri del voto sul calendario dei lavori e dalla nuova polemica che si è immediatamente aperta sullo stesso Ostellari.
Il senatore leghista ha infatti tenuto per sé l'incarico di relatore e la cosa non è piaciuta al fronte che vorrebbe spingere sull'acceleratore. «Ostellari che si autonomina relatore è l'ennesima forzatura di chi vuole affossare una legge voluta dalla maggioranza del Senato», ha twittato Alessandro Zan, deputato del Pd e primo firmatario del ddl. «Neanche il tempo di festeggiare», ha storto il naso Fedez su Twitter. «Siamo sconfortati di fronte a questo cieco ostruzionismo», ha protestato la senatrice grillina Alessandra Maiorino, membro della commissione. «Un atto di prepotenza per perdere altro tempo», è il messaggio postato sulle reti sociali da Laura Boldrini, deputata del Pd.
Eppure, da ex presidente della Camera, la Boldrini dovrebbe sapere bene che Ostellari non ha compiuto un «atto di prepotenza», ma ha applicato il regolamento di Palazzo Madama. «Il voto sul calendario dei lavori ha certificato che, in Commissione giustizia, la maggioranza è spaccata», spiega il senatore. «Al successivo incardinamento del disegno di legge Zan, seguiranno le audizioni e il dibattito sulle proposte emendative. Il regolamento prevede che il relatore di ciascun disegno di legge sia il presidente della commissione, che ha la facoltà di delegare questa funzione ad altri commissari. Poiché sono stato confermato presidente, grazie al voto della maggioranza dei componenti della Commissione, per garantire chi è favorevole al ddl e chi non lo è, tratterrò questa delega».
Dunque, secondo Ostellari, la sua è una scelta di garanzia. Il presidente della Commissione aveva tentato di evitare la spaccatura su un tema «non urgente» anche a tutela della nuova maggioranza di governo. «Pd, M5s, Italia viva e Leu sono restati sordi agli appelli all'unità e hanno consumato lo strappo, imponendo l'incardinamento», dice il senatore leghista Simone Pillon, anch'egli componente della Commissione giustizia, «abbiamo sperato fino all'ultimo che prevalesse il buon senso» per evitare l'approvazione di «una ciofeca». Ma ormai la discussione della legge Zan è diventata un assalto alla baionetta contro la Lega. Con l'arrivo del nuovo segretario Enrico Letta, il ddl contro l'omofobia è diventato una delle bandiere del Pd assieme all'introduzione dello ius soli, benché proprio a sinistra si stia allargando il fronte di chi è contrario. Un appello di politici e intellettuali gauchisti che si oppongono al testo «pasticciato e ideologico» ha raccolto oltre 160 firme, dalla regista Cristina Comencini all'ex presidente dell'Arcigay Aurelio Mancuso. Una femminista storica come Marina Terragni ha detto alla Verità che si tratta di «una legge liberticida» che si farà strada in un clima culturale da pensiero unico nel quale «chi si oppone verrà zittito». La pressione mediatica punta a modificare l'idea di identità sessuale e i rapporti tra i sessi e a trasformare la libertà di pensiero in discriminazione.
È paradossale che la legge contro l'odio inizi il percorso in Senato in questo clima di fortissima contrapposizione e di delegittimazione a senso unico. Ostellari non scende in polemica con chi lo critica: «Seguo il regolamento offrendo le dovute garanzie che consentiranno un ampio dibattito», dice alla Verità. La sua relazione riguarderà il ddl Zan ma anche le altre proposte che sono state presentate al Senato sull'argomento: «Tutti parlano della legge Zan perché ha già superato l'esame della Camera», spiega il senatore, «ma a Palazzo Madama sono stati depositati altri testi. Io sarò relatore di tutti i testi sul tema e aprirò la discussione su tutti». Si preannuncia un dibattito lungo e articolato. Anche perché Ostellari ha intenzione di sentire tutte le posizioni: «Il primo compito della commissione sarà quello di ascoltare». La lista delle audizioni sarà ampia: «Sentiremo favorevoli e contrari, parlamentari, associazioni e chiunque potrà dare un contributo». Dopodiché si aprirà il capitolo del miglioramento della legge approvata a Montecitorio: «Non solo il centrodestra», dice Ostellari, «ma anche parte della sinistra e del mondo femminista hanno annunciato proposte di modifica. Pure noi della Lega presenteremo emendamenti correttivi. La commissione ascolterà e poi migliorerà». Per i tifosi della legge Zan è presto per cantare vittoria.
La Cei conferma: «Dubbi sul testo». Poi invita a un «dialogo aperto»
Non c'è ancora la data, ma la calendarizzazione in Senato del ddl Zan è passata in Commissione giustizia. Puntuale ieri mattina è arrivata anche la nota diramata dai vescovi italiani per rilevare i «diversi dubbi» sul testo che vorrebbe combattere l'omotransfobia, ma il comunicato della Cei sembra affetto dal virus del «dialogo», tanto che è difficile comprendere bene la posizione della Chiesa italiana nel merito.
La Cei spiega che il documento di ieri è stato redatto «coerentemente a quanto già espresso nel comunicato del 10 giugno 2020», ma gli echi di quel testo risultano lontani. Se il 10 giugno l'ufficio di presidenza del cardinale Gualtiero Bassetti diceva che «per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l'urgenza di nuove disposizioni», nel comunicato di ieri si legge che «è necessario che un testo così importante cresca con il dialogo e non sia uno strumento che fornisca ambiguità interpretative».
La chiarezza non sarà un dono del ddl Zan, ma nemmeno i comunicati dei vescovi sembrano brillare di questa qualità. La legge contro l'omotransfobia è una «nuova disposizione» di cui non c'è «urgenza», oppure, come scritto ieri, è un testo che deve crescere «con il dialogo»? L'impressione è che i vescovi vogliano semplicemente smarcare la Chiesa italiana su un tema incandescente per lasciare ai laici la patata bollente.
Peraltro, un punto chiave del comunicato di ieri fa intendere che la Chiesa non vuole chiudersi di fronte a un ipotetico «bene possibile» ravvisato nelle pieghe del caso per caso o coppia per coppia. Non solo attenzione e rispetto dovuti alla persona, «in qualunque situazione esistenziale si trovi», ma di più. Perché se da un lato i vescovi sentono «il dovere di riaffermare serenamente la singolarità e l'unicità della famiglia, costituita dall'unione dell'uomo e della donna», subito dopo precisano di doversi «lasciar guidare ancora dalla Sacra Scrittura, dalle scienze umane e dalla vita concreta di ogni persona per discernere sempre meglio la volontà di Dio».
Tra le righe appare quell'approccio multidisciplinare e pastorale che è la cifra del cambio di paradigma in atto nel mondo della teologia morale dopo l'esortazione apostolica Amoris laetitia e che tende a individuare appunto un certo «bene possibile» in molte unioni, anche omosessuali. Con il corollario di uno sviluppo della dottrina che avverrebbe per un approfondimento della comprensione della volontà di Dio.
In Germania il prossimo 10 maggio ci sarà un esempio concreto dei rischi del nuovo approccio. Nella chiesa teutonica, impegnata in un cammino sinodale in cui le richieste di ammodernamento vanno dalle sacerdotesse fino alla benedizione delle coppie gay, è stata organizzata una giornata di benedizione di tutti gli innamorati, incluse chiaramente le coppie omosessuali. È la risposta stizzita al «non licet» arrivato dalla Congregazione per la dottrina della fede alla benedizione delle coppie omosessuali.
Nel sito dell'iniziativa, #liebegewinnt (l'amore vince), i benedicenti (tra cui anche vescovi) spiegano che accompagneranno «anche in futuro le coppie che hanno un rapporto stabile e benediremo il loro rapporto». Non a casa l'iniziativa benedicente del 10 maggio è un invito «a utilizzare numerosi segni creativi che mostrino quante persone nella Chiesa percepiscono come un arricchimento e una benedizione la variopinta diversità dei differenti progetti di vita e delle storie d'amore delle persone».
La questione offre uno spaccato della intima divisione che abita la Chiesa su questi temi, perché non è solo questione di approccio pastorale, ma c'è chi vuole andare oltre. Fino a voler riscrivere il Catechismo della Chiesa laddove dice che gli atti omosessuali sono ritenuti «intrinsecamente disordinati» e «contrari alla legge naturale». Se questo avvenisse i vescovi italiani si toglierebbero dai guai posti da un ddl Zan, perché non dovrebbero più predicare cose troppo scomode. Resterebbero le parole di san Paolo, ma si potrebbe sempre dire che le «scienze umane» oggi ce la fanno comprendere in modo diverso.
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Arriva il sì alla calendarizzazione dalla Commissione giustizia Il relatore leghista Ostellari annuncia però un «ampio dibattito».In un comunicato a tratti ambiguo i vescovi italiani ribadiscono le loro perplessità.Lo speciale contiene due articoli.In un generalizzato tripudio che accomuna parlamentari di sinistra e giganti del pensiero come Fedez si è sbloccato al Senato l'iter della legge Zan. La Commissione giustizia, con 13 voti contro 11, ha approvato la calendarizzazione del provvedimento, già passato alla Camera, che era rimasto a lungo fermo per una serie di rinvii. Già la prossima settimana il leghista Andrea Ostellari, che è il presidente della Commissione, presenterà la sua relazione e avvierà la discussione. Il folto schieramento favorevole all'approvazione esulta, ma la strada appare ancora molto lunga. E permane nella Commissione una spaccatura verticale, come si vede dai numeri del voto sul calendario dei lavori e dalla nuova polemica che si è immediatamente aperta sullo stesso Ostellari.Il senatore leghista ha infatti tenuto per sé l'incarico di relatore e la cosa non è piaciuta al fronte che vorrebbe spingere sull'acceleratore. «Ostellari che si autonomina relatore è l'ennesima forzatura di chi vuole affossare una legge voluta dalla maggioranza del Senato», ha twittato Alessandro Zan, deputato del Pd e primo firmatario del ddl. «Neanche il tempo di festeggiare», ha storto il naso Fedez su Twitter. «Siamo sconfortati di fronte a questo cieco ostruzionismo», ha protestato la senatrice grillina Alessandra Maiorino, membro della commissione. «Un atto di prepotenza per perdere altro tempo», è il messaggio postato sulle reti sociali da Laura Boldrini, deputata del Pd.Eppure, da ex presidente della Camera, la Boldrini dovrebbe sapere bene che Ostellari non ha compiuto un «atto di prepotenza», ma ha applicato il regolamento di Palazzo Madama. «Il voto sul calendario dei lavori ha certificato che, in Commissione giustizia, la maggioranza è spaccata», spiega il senatore. «Al successivo incardinamento del disegno di legge Zan, seguiranno le audizioni e il dibattito sulle proposte emendative. Il regolamento prevede che il relatore di ciascun disegno di legge sia il presidente della commissione, che ha la facoltà di delegare questa funzione ad altri commissari. Poiché sono stato confermato presidente, grazie al voto della maggioranza dei componenti della Commissione, per garantire chi è favorevole al ddl e chi non lo è, tratterrò questa delega».Dunque, secondo Ostellari, la sua è una scelta di garanzia. Il presidente della Commissione aveva tentato di evitare la spaccatura su un tema «non urgente» anche a tutela della nuova maggioranza di governo. «Pd, M5s, Italia viva e Leu sono restati sordi agli appelli all'unità e hanno consumato lo strappo, imponendo l'incardinamento», dice il senatore leghista Simone Pillon, anch'egli componente della Commissione giustizia, «abbiamo sperato fino all'ultimo che prevalesse il buon senso» per evitare l'approvazione di «una ciofeca». Ma ormai la discussione della legge Zan è diventata un assalto alla baionetta contro la Lega. Con l'arrivo del nuovo segretario Enrico Letta, il ddl contro l'omofobia è diventato una delle bandiere del Pd assieme all'introduzione dello ius soli, benché proprio a sinistra si stia allargando il fronte di chi è contrario. Un appello di politici e intellettuali gauchisti che si oppongono al testo «pasticciato e ideologico» ha raccolto oltre 160 firme, dalla regista Cristina Comencini all'ex presidente dell'Arcigay Aurelio Mancuso. Una femminista storica come Marina Terragni ha detto alla Verità che si tratta di «una legge liberticida» che si farà strada in un clima culturale da pensiero unico nel quale «chi si oppone verrà zittito». La pressione mediatica punta a modificare l'idea di identità sessuale e i rapporti tra i sessi e a trasformare la libertà di pensiero in discriminazione. È paradossale che la legge contro l'odio inizi il percorso in Senato in questo clima di fortissima contrapposizione e di delegittimazione a senso unico. Ostellari non scende in polemica con chi lo critica: «Seguo il regolamento offrendo le dovute garanzie che consentiranno un ampio dibattito», dice alla Verità. La sua relazione riguarderà il ddl Zan ma anche le altre proposte che sono state presentate al Senato sull'argomento: «Tutti parlano della legge Zan perché ha già superato l'esame della Camera», spiega il senatore, «ma a Palazzo Madama sono stati depositati altri testi. Io sarò relatore di tutti i testi sul tema e aprirò la discussione su tutti». Si preannuncia un dibattito lungo e articolato. Anche perché Ostellari ha intenzione di sentire tutte le posizioni: «Il primo compito della commissione sarà quello di ascoltare». La lista delle audizioni sarà ampia: «Sentiremo favorevoli e contrari, parlamentari, associazioni e chiunque potrà dare un contributo». Dopodiché si aprirà il capitolo del miglioramento della legge approvata a Montecitorio: «Non solo il centrodestra», dice Ostellari, «ma anche parte della sinistra e del mondo femminista hanno annunciato proposte di modifica. Pure noi della Lega presenteremo emendamenti correttivi. La commissione ascolterà e poi migliorerà». Per i tifosi della legge Zan è presto per cantare vittoria.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-canta-vittoria-ddl-zan-2652814621.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cei-conferma-dubbi-sul-testo-poi-invita-a-un-dialogo-aperto" data-post-id="2652814621" data-published-at="1619643866" data-use-pagination="False"> La Cei conferma: «Dubbi sul testo». Poi invita a un «dialogo aperto» Non c'è ancora la data, ma la calendarizzazione in Senato del ddl Zan è passata in Commissione giustizia. Puntuale ieri mattina è arrivata anche la nota diramata dai vescovi italiani per rilevare i «diversi dubbi» sul testo che vorrebbe combattere l'omotransfobia, ma il comunicato della Cei sembra affetto dal virus del «dialogo», tanto che è difficile comprendere bene la posizione della Chiesa italiana nel merito. La Cei spiega che il documento di ieri è stato redatto «coerentemente a quanto già espresso nel comunicato del 10 giugno 2020», ma gli echi di quel testo risultano lontani. Se il 10 giugno l'ufficio di presidenza del cardinale Gualtiero Bassetti diceva che «per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l'urgenza di nuove disposizioni», nel comunicato di ieri si legge che «è necessario che un testo così importante cresca con il dialogo e non sia uno strumento che fornisca ambiguità interpretative». La chiarezza non sarà un dono del ddl Zan, ma nemmeno i comunicati dei vescovi sembrano brillare di questa qualità. La legge contro l'omotransfobia è una «nuova disposizione» di cui non c'è «urgenza», oppure, come scritto ieri, è un testo che deve crescere «con il dialogo»? L'impressione è che i vescovi vogliano semplicemente smarcare la Chiesa italiana su un tema incandescente per lasciare ai laici la patata bollente. Peraltro, un punto chiave del comunicato di ieri fa intendere che la Chiesa non vuole chiudersi di fronte a un ipotetico «bene possibile» ravvisato nelle pieghe del caso per caso o coppia per coppia. Non solo attenzione e rispetto dovuti alla persona, «in qualunque situazione esistenziale si trovi», ma di più. Perché se da un lato i vescovi sentono «il dovere di riaffermare serenamente la singolarità e l'unicità della famiglia, costituita dall'unione dell'uomo e della donna», subito dopo precisano di doversi «lasciar guidare ancora dalla Sacra Scrittura, dalle scienze umane e dalla vita concreta di ogni persona per discernere sempre meglio la volontà di Dio». Tra le righe appare quell'approccio multidisciplinare e pastorale che è la cifra del cambio di paradigma in atto nel mondo della teologia morale dopo l'esortazione apostolica Amoris laetitia e che tende a individuare appunto un certo «bene possibile» in molte unioni, anche omosessuali. Con il corollario di uno sviluppo della dottrina che avverrebbe per un approfondimento della comprensione della volontà di Dio. In Germania il prossimo 10 maggio ci sarà un esempio concreto dei rischi del nuovo approccio. Nella chiesa teutonica, impegnata in un cammino sinodale in cui le richieste di ammodernamento vanno dalle sacerdotesse fino alla benedizione delle coppie gay, è stata organizzata una giornata di benedizione di tutti gli innamorati, incluse chiaramente le coppie omosessuali. È la risposta stizzita al «non licet» arrivato dalla Congregazione per la dottrina della fede alla benedizione delle coppie omosessuali. Nel sito dell'iniziativa, #liebegewinnt (l'amore vince), i benedicenti (tra cui anche vescovi) spiegano che accompagneranno «anche in futuro le coppie che hanno un rapporto stabile e benediremo il loro rapporto». Non a casa l'iniziativa benedicente del 10 maggio è un invito «a utilizzare numerosi segni creativi che mostrino quante persone nella Chiesa percepiscono come un arricchimento e una benedizione la variopinta diversità dei differenti progetti di vita e delle storie d'amore delle persone». La questione offre uno spaccato della intima divisione che abita la Chiesa su questi temi, perché non è solo questione di approccio pastorale, ma c'è chi vuole andare oltre. Fino a voler riscrivere il Catechismo della Chiesa laddove dice che gli atti omosessuali sono ritenuti «intrinsecamente disordinati» e «contrari alla legge naturale». Se questo avvenisse i vescovi italiani si toglierebbero dai guai posti da un ddl Zan, perché non dovrebbero più predicare cose troppo scomode. Resterebbero le parole di san Paolo, ma si potrebbe sempre dire che le «scienze umane» oggi ce la fanno comprendere in modo diverso.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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