True
2018-12-05
Sei etero? Odi i gay? L’indagine per rieducare gli alunni delle medie
ANSA
Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito di adottare bambini? Gay e lesbiche hanno ancora bisogno di manifestare per la parità dei diritti? Come definiresti il tuo orientamento sessuale? Sono solo alcune delle domande contenute nel test messo a punto dal Dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane e della formazione dell'università di Perugia e proposto, dopo approvazione dell'ufficio scolastico regionale dell'Umbria, a 54 istituti scolastici della Regione. L'iniziativa è stata presentata come un progetto di ricerca sul bullismo omofobico e ha lo scopo di «garantire la sicurezza e il benessere dei vostri figli».
Lo scorso 6 novembre, presso l'ateneo umbro, è stato compiuto il sorteggio delle classi in cui sarà somministrato il questionario. Si tratta di terze della scuola secondaria di primo grado (ovvero le terze medie) e quarte della scuola secondaria di secondo grado (quarte superiori), che in queste settimane sono chiamate a decidere se partecipare alla ricerca. In pratica, a bambini di 12-13 anni e ai ragazzini di 17, verranno poste domande invadenti in un età molto delicata in cui si stanno formando sia l'identità sessuale sia i convincimenti su temi sensibili che rientrano nella sfera educativa familiare, come ha riconosciuto la recente circolare del ministero dell'Istruzione sull'obbligatorietà del consenso informato.
Ma per comprendere quanto sia invasiva questa ricerca, che indaga in profondità le opinioni personali di alunni appena adolescenti, bisogna partire fin dalle prime domande che fanno un ritratto della composizione del nucleo familiare del ragazzo. Si chiede infatti di specificare la cittadinanza dei genitori. Poi si passa a una sfera delicatissima, l'appartenenza a una confessione religiosa e quale sia l'intensità del rapporto con essa (credente e praticante, credente ma non praticante, eccetera). Dopo è la volta dell'orientamento politico, che va indicato da una scala che va da «estrema destra» a «estrema sinistra», passando per il «centro».
Senza andare oltre, ce n'è già abbastanza per interrogarsi su dove vuole andare a parare un test sull'omofobia che inizia scandagliando i principi religiosi e politici di alunni minorenni. Ma è subito dopo che la ricerca entra per nel campo dell'assurdo se si considera l'età degli intervistati. La quattordicesima domanda del questionario recita testualmente: «Come definiresti il tuo orientamento sessuale?». Le risposte multiple da segnare con una croce proposte ai ragazzini delle medie sono le seguenti: «Esclusivamente eterosessuale»; «Prevalentemente eterosessuale»; «Bisessuale»; «Prevalentemente omosessuale»; «Esclusivamente omosessuale»; «Asessuale». Sì, avete letto bene, a degli alunni appena entrati nella pubertà si chiede se sono asessuali. Terminate le domande che fotografano direttamente l'identità della persona, si passa a una lunghissima serie di affermazioni: rispetto a ciascuna di esse bisogna indicare quanto si è in disaccordo, o in accordo, barrando una scala che va da 0 a 5.
Le perplessità sulle reali finalità del test e sui possibili pregiudizi che potrebbero stare alla base di esso sovvengono fin dalla prima affermazione da valutare sulla scala: «per quanto realizzato sia, un uomo non è mai veramente completo come persona se non ha l'amore di una donna»; e poi ancora «nelle calamità le donne dovrebbero essere salvate prima degli uomini», «molte donne interpretano osservazioni o atti innocui come maschilisti», «le donne dovrebbero essere coccolate e protette dagli uomini». Insomma, cosa c'entra tutto questo con il bullismo omofobico? Avere come priorità della propria vita la relazione con una donna e sacrificarsi per essa ha qualche legame con il bullismo?
Questo non è dato saperlo anche se nella pagina che spiega il test alle scuole si parla di rilevazione statistica che i ragazzi e le ragazze hanno nei confronti delle diversità «etniche», di «orientamento sessuale», degli «stereotipi di genere» e della «percezione relativa al bullismo».
Proseguendo il test si incontrano delle affermazioni che agli occhi di un adulto appaio subito provocatorie, ma che possono essere equivocate da dei ragazzini: «Ci sono delle donne che provano piacere a provocare gli uomini mostrandosi sessualmente disponibili e rifiutando poi i loro approcci», «Le femministe pretendono dagli uomini cose irragionevoli».
Si arriva quindi alla valutazione del gruppo di affermazioni sulla sfera dell'omosessualità, alcune delle quali riguardano anche il tema dell'omogenitorialità: «Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito adottare bambini allo stesso modo delle coppie eterosessuali», «un uomo gay può essere un buon genitore».
Infine, non poteva mancare anche un parte dedicata all'immigrazione con qualche esplicito riferimento alla politica nazionale. Le affermazioni su cui esprimere un giudizio iniziano subito con «la maggior parte dei politici si preoccupa troppo degli immigrati e non abbastanza dell'italiano medio», «gli immigrati occupano posti di lavoro che spetterebbero agli italiani». Ci sono inoltre domande dirette: «Quanto spesso ti sei sentito solidale con gli immigrati che vivono qui?».
Il questionario ha già scatenato un putiferio sul territorio umbro. Molte le proteste di cui si è fatto portavoce il senatore della Lega, Simone Pillon, che oggi presenterà un'interrogazione al ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. Pillon parla di alunni usati «come cavie da laboratorio per l'indottrinamento gender». Critico anche il comitato locale del Family day, che ha convogliato le proteste di alcuni genitori: «Le domande investono temi delicatissimi come l'orientamento sessuale, passando su tale aspetto implicitamente un messaggio di approvazione acritica della fluidità sessuale: per questo ribadiamo che nessuna ricerca, anche se fosse mossa dai più nobili fini, può superare il primato educativo dei genitori».
Bollini Lgbt per gli istituti allineati. Milano sposa il modello «Be.st»
Genitori state pronti perché, presto, a Milano, le scuole non saranno più tutte uguali. Ci saranno le scuole Best e (di conseguenza) le scuole non Best. E la differenza, a sentire il sindaco e la sua giunta, non è da poco. Nelle prime, insegnanti illuminati applicheranno programmi sperimentali per «eliminare tutti gli stereotipi sessisti» e abolire le «iniquità di cui le bambine possono essere vittime». Nelle altre, invece, tutto proseguirà come al solito, in un clima stereotipato che potrebbe persino favorire violenze di genere.
È questa, alle estreme conseguenze, l'idea lanciata dal primo cittadino, Giuseppe Sala, che, non pago di aver dato benedizione politica a una sperimentazione educativa ideata da una organizzazione No profit, ora vorrebbe applicare lo stesso modello a tutti gli istituti cittadini. «Be.st - Beyond stereotype», ideato dalla Onlus Punto Sud e già applicato in via sperimentale nella scuola primaria dell'Istituto comprensivo Riccardo Massa, è stato presentato come «un modello di intervento che parte da un approccio innovativo» basato sull'idea che «la costruzione del genere non esclude l'esistenza di differenze biologiche, ma attribuisce a queste delle caratteristiche (…) che prescindono dagli elementi strettamente fisici». Sala, e l'assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, evidentemente convinti della bontà dell'idea, ora spingono per un allargamento dell'iniziativa. «Il metodo Be.st», si legge infatti sul sito del Comune di Milano, «vuole proporsi come modello che investe tutto l'ambiente che caratterizza la scuola primaria». Non solo, «le scuole che decideranno di intraprendere questo percorso potranno comunicare all'esterno di essere scuole Be.st». Una sorta di bollino qualità Lgbt per gli «istituti attenti alla parità di genere e alla decostruzione di stereotipi».
Come si realizza concretamente il progetto? Per esempio modificando il linguaggio che nelle scuole Be.st dovrà essere rigorosamente «non sessista e non discriminatorio», o attraverso giochi proposti ai bambini che devono «fornire la possibilità di decostruire gli stereotipi sessisti».
Tutto gratis? Evidentemente no. Per applicare lo schema rieducativo di Be.st agli alunni della primaria Riccardo Massa, per esempio, i promotori hanno incassato più di 50.000 euro dalla Fondazione Cariplo, mentre la realizzazione di ogni progetto ha un costo complessivo che oscilla tra gli 80.000 e i 100.000 euro. Che, moltiplicati per tutte le primarie milanesi, garantiranno alla Onlus un bel giro d'affari.
«Manifesti Pro vita non offensivi»
«Due uomini non fanno una madre» è una frase che a qualcuno potrà pure non piacere, ma non offende nessuno e, soprattutto, non viola il codice dell'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap). A stabilirlo è stato l'avvocato Antonio Gambaro, presidente del Gran Giurì dell'Istituto stesso, attivo dal 1966 per vigilare sull'onestà e sulla correttezza della comunicazione pubblicitaria, a tutela del pubblico dei consumatori e delle imprese. Il verdetto, arrivato nel pomeriggio di ieri, segna dunque una vittoria di peso per Pro vita e Generazione famiglia, le due associazioni che un mese e mezzo fa, a Roma, si erano viste censurare i cartelloni contro l'utero in affitto.
Per la precisione, tutto ha avuto inizio lo scorso 16 ottobre quando, subito dopo la loro esposizione, il sindaco di Roma, Virginia Raggi, aveva richiesto agli uffici competenti la rimozione di quelli che definiva «manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro vita». Un ordine che dal Campidoglio era stato emanato ritenendo «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal dipartimento di competenza», e la violazione delle «prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali». Il «contenuto lesivo» sarebbe consistito, sempre secondo la Raggi, nel fatto che «la strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto» offenderebbero «tutti i cittadini».
Di fronte a questa decisione, dal chiaro sapore liberticida, Pro vita e Generazione famiglia si erano subito attivate su più fronti. Anzitutto su quello politico, ottenendo la presentazione di un'apposita interrogazione a firma di Maurizio Politi, capogruppo leghista nel consiglio comunale di Roma, volta a fare piena luce sul codice etico delle affissioni cittadine, «affinché non sia la maggioranza di turno a decidere sulla liceità o meno dei cartelloni». In effetti, era parsa subito singolare la rimozione di manifesti il cui «contenuto lesivo» sembrava quanto meno dubbio, in quanto perfettamente in linea con la legge 40/2004, articolo 12, comma 6, che punisce la surrogazione di maternità e la sua pubblicizzazione.
A ogni modo, dopo la decisione della Raggi, le due associazioni pro family si erano attivate rivolgendosi pure al presidente del Gran Giurì dell'Iap. Che ieri ha dato loro ragione. Comprensibile, quindi, l'esultanza delle due realtà e dei loro due presidenti, Toni Brandi per Pro vita e Jacopo Coghe per Generazione famiglia, che ora, dal sindaco di Roma, esigono delle scuse per l'ingiusta censura subita.
«Ora Virginia Raggi ci chieda scusa», hanno infatti dichiarato Brandi e Coghe, aggiungendo che dal loro punto di vista quella di ieri è «una bella lezione alla dittatura del politicamente corretto e alla nuova “inquisizione buonista" che, dietro falsi slogan che inneggiano all'amore, vogliono privare un bambino della sua mamma o del suo papà». «Noi continueremo a difendere il diritto dei più piccoli a non essere comprati al mercato degli uteri», hanno infine spiegato i due leader pro family. Ora resta da capire se la Raggi sarà disposta a rivedere la sua posizione. In ogni caso un passo in avanti importante nella lotta contro l'utero in affitto è stato fatto. Perché la guerra resta lunga, ma una battaglia, finalmente, è stata vinta.
Continua a leggereRiduci
Sta per arrivare nelle classi dell'Umbria un test per indottrinare i ragazzi di 12 anni. Dovranno dichiarare l'orientamento sessuale e le loro opinioni.Il Comune adotta il metodo per «correggere» i docenti e creare bambini non sessisti.Per l'Istituto di autodisciplina pubblicitaria la campagna contro l'utero in affitto non viola nessun codice. I promotori: «Ora la Raggi si scusi con noi per la censura».Lo speciale contiene tre articoli.Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito di adottare bambini? Gay e lesbiche hanno ancora bisogno di manifestare per la parità dei diritti? Come definiresti il tuo orientamento sessuale? Sono solo alcune delle domande contenute nel test messo a punto dal Dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane e della formazione dell'università di Perugia e proposto, dopo approvazione dell'ufficio scolastico regionale dell'Umbria, a 54 istituti scolastici della Regione. L'iniziativa è stata presentata come un progetto di ricerca sul bullismo omofobico e ha lo scopo di «garantire la sicurezza e il benessere dei vostri figli».Lo scorso 6 novembre, presso l'ateneo umbro, è stato compiuto il sorteggio delle classi in cui sarà somministrato il questionario. Si tratta di terze della scuola secondaria di primo grado (ovvero le terze medie) e quarte della scuola secondaria di secondo grado (quarte superiori), che in queste settimane sono chiamate a decidere se partecipare alla ricerca. In pratica, a bambini di 12-13 anni e ai ragazzini di 17, verranno poste domande invadenti in un età molto delicata in cui si stanno formando sia l'identità sessuale sia i convincimenti su temi sensibili che rientrano nella sfera educativa familiare, come ha riconosciuto la recente circolare del ministero dell'Istruzione sull'obbligatorietà del consenso informato.Ma per comprendere quanto sia invasiva questa ricerca, che indaga in profondità le opinioni personali di alunni appena adolescenti, bisogna partire fin dalle prime domande che fanno un ritratto della composizione del nucleo familiare del ragazzo. Si chiede infatti di specificare la cittadinanza dei genitori. Poi si passa a una sfera delicatissima, l'appartenenza a una confessione religiosa e quale sia l'intensità del rapporto con essa (credente e praticante, credente ma non praticante, eccetera). Dopo è la volta dell'orientamento politico, che va indicato da una scala che va da «estrema destra» a «estrema sinistra», passando per il «centro».Senza andare oltre, ce n'è già abbastanza per interrogarsi su dove vuole andare a parare un test sull'omofobia che inizia scandagliando i principi religiosi e politici di alunni minorenni. Ma è subito dopo che la ricerca entra per nel campo dell'assurdo se si considera l'età degli intervistati. La quattordicesima domanda del questionario recita testualmente: «Come definiresti il tuo orientamento sessuale?». Le risposte multiple da segnare con una croce proposte ai ragazzini delle medie sono le seguenti: «Esclusivamente eterosessuale»; «Prevalentemente eterosessuale»; «Bisessuale»; «Prevalentemente omosessuale»; «Esclusivamente omosessuale»; «Asessuale». Sì, avete letto bene, a degli alunni appena entrati nella pubertà si chiede se sono asessuali. Terminate le domande che fotografano direttamente l'identità della persona, si passa a una lunghissima serie di affermazioni: rispetto a ciascuna di esse bisogna indicare quanto si è in disaccordo, o in accordo, barrando una scala che va da 0 a 5.Le perplessità sulle reali finalità del test e sui possibili pregiudizi che potrebbero stare alla base di esso sovvengono fin dalla prima affermazione da valutare sulla scala: «per quanto realizzato sia, un uomo non è mai veramente completo come persona se non ha l'amore di una donna»; e poi ancora «nelle calamità le donne dovrebbero essere salvate prima degli uomini», «molte donne interpretano osservazioni o atti innocui come maschilisti», «le donne dovrebbero essere coccolate e protette dagli uomini». Insomma, cosa c'entra tutto questo con il bullismo omofobico? Avere come priorità della propria vita la relazione con una donna e sacrificarsi per essa ha qualche legame con il bullismo?Questo non è dato saperlo anche se nella pagina che spiega il test alle scuole si parla di rilevazione statistica che i ragazzi e le ragazze hanno nei confronti delle diversità «etniche», di «orientamento sessuale», degli «stereotipi di genere» e della «percezione relativa al bullismo».Proseguendo il test si incontrano delle affermazioni che agli occhi di un adulto appaio subito provocatorie, ma che possono essere equivocate da dei ragazzini: «Ci sono delle donne che provano piacere a provocare gli uomini mostrandosi sessualmente disponibili e rifiutando poi i loro approcci», «Le femministe pretendono dagli uomini cose irragionevoli».Si arriva quindi alla valutazione del gruppo di affermazioni sulla sfera dell'omosessualità, alcune delle quali riguardano anche il tema dell'omogenitorialità: «Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito adottare bambini allo stesso modo delle coppie eterosessuali», «un uomo gay può essere un buon genitore».Infine, non poteva mancare anche un parte dedicata all'immigrazione con qualche esplicito riferimento alla politica nazionale. Le affermazioni su cui esprimere un giudizio iniziano subito con «la maggior parte dei politici si preoccupa troppo degli immigrati e non abbastanza dell'italiano medio», «gli immigrati occupano posti di lavoro che spetterebbero agli italiani». Ci sono inoltre domande dirette: «Quanto spesso ti sei sentito solidale con gli immigrati che vivono qui?».Il questionario ha già scatenato un putiferio sul territorio umbro. Molte le proteste di cui si è fatto portavoce il senatore della Lega, Simone Pillon, che oggi presenterà un'interrogazione al ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. Pillon parla di alunni usati «come cavie da laboratorio per l'indottrinamento gender». Critico anche il comitato locale del Family day, che ha convogliato le proteste di alcuni genitori: «Le domande investono temi delicatissimi come l'orientamento sessuale, passando su tale aspetto implicitamente un messaggio di approvazione acritica della fluidità sessuale: per questo ribadiamo che nessuna ricerca, anche se fosse mossa dai più nobili fini, può superare il primato educativo dei genitori». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sei-etero-odi-i-gay-lindagine-per-rieducare-gli-alunni-delle-medie-2622404804.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bollini-lgbt-per-gli-istituti-allineati-milano-sposa-il-modello-be-st" data-post-id="2622404804" data-published-at="1781252256" data-use-pagination="False"> Bollini Lgbt per gli istituti allineati. Milano sposa il modello «Be.st» Genitori state pronti perché, presto, a Milano, le scuole non saranno più tutte uguali. Ci saranno le scuole Best e (di conseguenza) le scuole non Best. E la differenza, a sentire il sindaco e la sua giunta, non è da poco. Nelle prime, insegnanti illuminati applicheranno programmi sperimentali per «eliminare tutti gli stereotipi sessisti» e abolire le «iniquità di cui le bambine possono essere vittime». Nelle altre, invece, tutto proseguirà come al solito, in un clima stereotipato che potrebbe persino favorire violenze di genere. È questa, alle estreme conseguenze, l'idea lanciata dal primo cittadino, Giuseppe Sala, che, non pago di aver dato benedizione politica a una sperimentazione educativa ideata da una organizzazione No profit, ora vorrebbe applicare lo stesso modello a tutti gli istituti cittadini. «Be.st - Beyond stereotype», ideato dalla Onlus Punto Sud e già applicato in via sperimentale nella scuola primaria dell'Istituto comprensivo Riccardo Massa, è stato presentato come «un modello di intervento che parte da un approccio innovativo» basato sull'idea che «la costruzione del genere non esclude l'esistenza di differenze biologiche, ma attribuisce a queste delle caratteristiche (…) che prescindono dagli elementi strettamente fisici». Sala, e l'assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, evidentemente convinti della bontà dell'idea, ora spingono per un allargamento dell'iniziativa. «Il metodo Be.st», si legge infatti sul sito del Comune di Milano, «vuole proporsi come modello che investe tutto l'ambiente che caratterizza la scuola primaria». Non solo, «le scuole che decideranno di intraprendere questo percorso potranno comunicare all'esterno di essere scuole Be.st». Una sorta di bollino qualità Lgbt per gli «istituti attenti alla parità di genere e alla decostruzione di stereotipi». Come si realizza concretamente il progetto? Per esempio modificando il linguaggio che nelle scuole Be.st dovrà essere rigorosamente «non sessista e non discriminatorio», o attraverso giochi proposti ai bambini che devono «fornire la possibilità di decostruire gli stereotipi sessisti». Tutto gratis? Evidentemente no. Per applicare lo schema rieducativo di Be.st agli alunni della primaria Riccardo Massa, per esempio, i promotori hanno incassato più di 50.000 euro dalla Fondazione Cariplo, mentre la realizzazione di ogni progetto ha un costo complessivo che oscilla tra gli 80.000 e i 100.000 euro. Che, moltiplicati per tutte le primarie milanesi, garantiranno alla Onlus un bel giro d'affari. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sei-etero-odi-i-gay-lindagine-per-rieducare-gli-alunni-delle-medie-2622404804.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="manifesti-pro-vita-non-offensivi" data-post-id="2622404804" data-published-at="1781252256" data-use-pagination="False"> «Manifesti Pro vita non offensivi» «Due uomini non fanno una madre» è una frase che a qualcuno potrà pure non piacere, ma non offende nessuno e, soprattutto, non viola il codice dell'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap). A stabilirlo è stato l'avvocato Antonio Gambaro, presidente del Gran Giurì dell'Istituto stesso, attivo dal 1966 per vigilare sull'onestà e sulla correttezza della comunicazione pubblicitaria, a tutela del pubblico dei consumatori e delle imprese. Il verdetto, arrivato nel pomeriggio di ieri, segna dunque una vittoria di peso per Pro vita e Generazione famiglia, le due associazioni che un mese e mezzo fa, a Roma, si erano viste censurare i cartelloni contro l'utero in affitto. Per la precisione, tutto ha avuto inizio lo scorso 16 ottobre quando, subito dopo la loro esposizione, il sindaco di Roma, Virginia Raggi, aveva richiesto agli uffici competenti la rimozione di quelli che definiva «manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro vita». Un ordine che dal Campidoglio era stato emanato ritenendo «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal dipartimento di competenza», e la violazione delle «prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali». Il «contenuto lesivo» sarebbe consistito, sempre secondo la Raggi, nel fatto che «la strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto» offenderebbero «tutti i cittadini». Di fronte a questa decisione, dal chiaro sapore liberticida, Pro vita e Generazione famiglia si erano subito attivate su più fronti. Anzitutto su quello politico, ottenendo la presentazione di un'apposita interrogazione a firma di Maurizio Politi, capogruppo leghista nel consiglio comunale di Roma, volta a fare piena luce sul codice etico delle affissioni cittadine, «affinché non sia la maggioranza di turno a decidere sulla liceità o meno dei cartelloni». In effetti, era parsa subito singolare la rimozione di manifesti il cui «contenuto lesivo» sembrava quanto meno dubbio, in quanto perfettamente in linea con la legge 40/2004, articolo 12, comma 6, che punisce la surrogazione di maternità e la sua pubblicizzazione. A ogni modo, dopo la decisione della Raggi, le due associazioni pro family si erano attivate rivolgendosi pure al presidente del Gran Giurì dell'Iap. Che ieri ha dato loro ragione. Comprensibile, quindi, l'esultanza delle due realtà e dei loro due presidenti, Toni Brandi per Pro vita e Jacopo Coghe per Generazione famiglia, che ora, dal sindaco di Roma, esigono delle scuse per l'ingiusta censura subita. «Ora Virginia Raggi ci chieda scusa», hanno infatti dichiarato Brandi e Coghe, aggiungendo che dal loro punto di vista quella di ieri è «una bella lezione alla dittatura del politicamente corretto e alla nuova “inquisizione buonista" che, dietro falsi slogan che inneggiano all'amore, vogliono privare un bambino della sua mamma o del suo papà». «Noi continueremo a difendere il diritto dei più piccoli a non essere comprati al mercato degli uteri», hanno infine spiegato i due leader pro family. Ora resta da capire se la Raggi sarà disposta a rivedere la sua posizione. In ogni caso un passo in avanti importante nella lotta contro l'utero in affitto è stato fatto. Perché la guerra resta lunga, ma una battaglia, finalmente, è stata vinta.
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
Continua a leggereRiduci
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
Continua a leggereRiduci
Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi