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2018-12-05
Sei etero? Odi i gay? L’indagine per rieducare gli alunni delle medie
ANSA
Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito di adottare bambini? Gay e lesbiche hanno ancora bisogno di manifestare per la parità dei diritti? Come definiresti il tuo orientamento sessuale? Sono solo alcune delle domande contenute nel test messo a punto dal Dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane e della formazione dell'università di Perugia e proposto, dopo approvazione dell'ufficio scolastico regionale dell'Umbria, a 54 istituti scolastici della Regione. L'iniziativa è stata presentata come un progetto di ricerca sul bullismo omofobico e ha lo scopo di «garantire la sicurezza e il benessere dei vostri figli».
Lo scorso 6 novembre, presso l'ateneo umbro, è stato compiuto il sorteggio delle classi in cui sarà somministrato il questionario. Si tratta di terze della scuola secondaria di primo grado (ovvero le terze medie) e quarte della scuola secondaria di secondo grado (quarte superiori), che in queste settimane sono chiamate a decidere se partecipare alla ricerca. In pratica, a bambini di 12-13 anni e ai ragazzini di 17, verranno poste domande invadenti in un età molto delicata in cui si stanno formando sia l'identità sessuale sia i convincimenti su temi sensibili che rientrano nella sfera educativa familiare, come ha riconosciuto la recente circolare del ministero dell'Istruzione sull'obbligatorietà del consenso informato.
Ma per comprendere quanto sia invasiva questa ricerca, che indaga in profondità le opinioni personali di alunni appena adolescenti, bisogna partire fin dalle prime domande che fanno un ritratto della composizione del nucleo familiare del ragazzo. Si chiede infatti di specificare la cittadinanza dei genitori. Poi si passa a una sfera delicatissima, l'appartenenza a una confessione religiosa e quale sia l'intensità del rapporto con essa (credente e praticante, credente ma non praticante, eccetera). Dopo è la volta dell'orientamento politico, che va indicato da una scala che va da «estrema destra» a «estrema sinistra», passando per il «centro».
Senza andare oltre, ce n'è già abbastanza per interrogarsi su dove vuole andare a parare un test sull'omofobia che inizia scandagliando i principi religiosi e politici di alunni minorenni. Ma è subito dopo che la ricerca entra per nel campo dell'assurdo se si considera l'età degli intervistati. La quattordicesima domanda del questionario recita testualmente: «Come definiresti il tuo orientamento sessuale?». Le risposte multiple da segnare con una croce proposte ai ragazzini delle medie sono le seguenti: «Esclusivamente eterosessuale»; «Prevalentemente eterosessuale»; «Bisessuale»; «Prevalentemente omosessuale»; «Esclusivamente omosessuale»; «Asessuale». Sì, avete letto bene, a degli alunni appena entrati nella pubertà si chiede se sono asessuali. Terminate le domande che fotografano direttamente l'identità della persona, si passa a una lunghissima serie di affermazioni: rispetto a ciascuna di esse bisogna indicare quanto si è in disaccordo, o in accordo, barrando una scala che va da 0 a 5.
Le perplessità sulle reali finalità del test e sui possibili pregiudizi che potrebbero stare alla base di esso sovvengono fin dalla prima affermazione da valutare sulla scala: «per quanto realizzato sia, un uomo non è mai veramente completo come persona se non ha l'amore di una donna»; e poi ancora «nelle calamità le donne dovrebbero essere salvate prima degli uomini», «molte donne interpretano osservazioni o atti innocui come maschilisti», «le donne dovrebbero essere coccolate e protette dagli uomini». Insomma, cosa c'entra tutto questo con il bullismo omofobico? Avere come priorità della propria vita la relazione con una donna e sacrificarsi per essa ha qualche legame con il bullismo?
Questo non è dato saperlo anche se nella pagina che spiega il test alle scuole si parla di rilevazione statistica che i ragazzi e le ragazze hanno nei confronti delle diversità «etniche», di «orientamento sessuale», degli «stereotipi di genere» e della «percezione relativa al bullismo».
Proseguendo il test si incontrano delle affermazioni che agli occhi di un adulto appaio subito provocatorie, ma che possono essere equivocate da dei ragazzini: «Ci sono delle donne che provano piacere a provocare gli uomini mostrandosi sessualmente disponibili e rifiutando poi i loro approcci», «Le femministe pretendono dagli uomini cose irragionevoli».
Si arriva quindi alla valutazione del gruppo di affermazioni sulla sfera dell'omosessualità, alcune delle quali riguardano anche il tema dell'omogenitorialità: «Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito adottare bambini allo stesso modo delle coppie eterosessuali», «un uomo gay può essere un buon genitore».
Infine, non poteva mancare anche un parte dedicata all'immigrazione con qualche esplicito riferimento alla politica nazionale. Le affermazioni su cui esprimere un giudizio iniziano subito con «la maggior parte dei politici si preoccupa troppo degli immigrati e non abbastanza dell'italiano medio», «gli immigrati occupano posti di lavoro che spetterebbero agli italiani». Ci sono inoltre domande dirette: «Quanto spesso ti sei sentito solidale con gli immigrati che vivono qui?».
Il questionario ha già scatenato un putiferio sul territorio umbro. Molte le proteste di cui si è fatto portavoce il senatore della Lega, Simone Pillon, che oggi presenterà un'interrogazione al ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. Pillon parla di alunni usati «come cavie da laboratorio per l'indottrinamento gender». Critico anche il comitato locale del Family day, che ha convogliato le proteste di alcuni genitori: «Le domande investono temi delicatissimi come l'orientamento sessuale, passando su tale aspetto implicitamente un messaggio di approvazione acritica della fluidità sessuale: per questo ribadiamo che nessuna ricerca, anche se fosse mossa dai più nobili fini, può superare il primato educativo dei genitori».
Bollini Lgbt per gli istituti allineati. Milano sposa il modello «Be.st»
Genitori state pronti perché, presto, a Milano, le scuole non saranno più tutte uguali. Ci saranno le scuole Best e (di conseguenza) le scuole non Best. E la differenza, a sentire il sindaco e la sua giunta, non è da poco. Nelle prime, insegnanti illuminati applicheranno programmi sperimentali per «eliminare tutti gli stereotipi sessisti» e abolire le «iniquità di cui le bambine possono essere vittime». Nelle altre, invece, tutto proseguirà come al solito, in un clima stereotipato che potrebbe persino favorire violenze di genere.
È questa, alle estreme conseguenze, l'idea lanciata dal primo cittadino, Giuseppe Sala, che, non pago di aver dato benedizione politica a una sperimentazione educativa ideata da una organizzazione No profit, ora vorrebbe applicare lo stesso modello a tutti gli istituti cittadini. «Be.st - Beyond stereotype», ideato dalla Onlus Punto Sud e già applicato in via sperimentale nella scuola primaria dell'Istituto comprensivo Riccardo Massa, è stato presentato come «un modello di intervento che parte da un approccio innovativo» basato sull'idea che «la costruzione del genere non esclude l'esistenza di differenze biologiche, ma attribuisce a queste delle caratteristiche (…) che prescindono dagli elementi strettamente fisici». Sala, e l'assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, evidentemente convinti della bontà dell'idea, ora spingono per un allargamento dell'iniziativa. «Il metodo Be.st», si legge infatti sul sito del Comune di Milano, «vuole proporsi come modello che investe tutto l'ambiente che caratterizza la scuola primaria». Non solo, «le scuole che decideranno di intraprendere questo percorso potranno comunicare all'esterno di essere scuole Be.st». Una sorta di bollino qualità Lgbt per gli «istituti attenti alla parità di genere e alla decostruzione di stereotipi».
Come si realizza concretamente il progetto? Per esempio modificando il linguaggio che nelle scuole Be.st dovrà essere rigorosamente «non sessista e non discriminatorio», o attraverso giochi proposti ai bambini che devono «fornire la possibilità di decostruire gli stereotipi sessisti».
Tutto gratis? Evidentemente no. Per applicare lo schema rieducativo di Be.st agli alunni della primaria Riccardo Massa, per esempio, i promotori hanno incassato più di 50.000 euro dalla Fondazione Cariplo, mentre la realizzazione di ogni progetto ha un costo complessivo che oscilla tra gli 80.000 e i 100.000 euro. Che, moltiplicati per tutte le primarie milanesi, garantiranno alla Onlus un bel giro d'affari.
«Manifesti Pro vita non offensivi»
«Due uomini non fanno una madre» è una frase che a qualcuno potrà pure non piacere, ma non offende nessuno e, soprattutto, non viola il codice dell'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap). A stabilirlo è stato l'avvocato Antonio Gambaro, presidente del Gran Giurì dell'Istituto stesso, attivo dal 1966 per vigilare sull'onestà e sulla correttezza della comunicazione pubblicitaria, a tutela del pubblico dei consumatori e delle imprese. Il verdetto, arrivato nel pomeriggio di ieri, segna dunque una vittoria di peso per Pro vita e Generazione famiglia, le due associazioni che un mese e mezzo fa, a Roma, si erano viste censurare i cartelloni contro l'utero in affitto.
Per la precisione, tutto ha avuto inizio lo scorso 16 ottobre quando, subito dopo la loro esposizione, il sindaco di Roma, Virginia Raggi, aveva richiesto agli uffici competenti la rimozione di quelli che definiva «manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro vita». Un ordine che dal Campidoglio era stato emanato ritenendo «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal dipartimento di competenza», e la violazione delle «prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali». Il «contenuto lesivo» sarebbe consistito, sempre secondo la Raggi, nel fatto che «la strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto» offenderebbero «tutti i cittadini».
Di fronte a questa decisione, dal chiaro sapore liberticida, Pro vita e Generazione famiglia si erano subito attivate su più fronti. Anzitutto su quello politico, ottenendo la presentazione di un'apposita interrogazione a firma di Maurizio Politi, capogruppo leghista nel consiglio comunale di Roma, volta a fare piena luce sul codice etico delle affissioni cittadine, «affinché non sia la maggioranza di turno a decidere sulla liceità o meno dei cartelloni». In effetti, era parsa subito singolare la rimozione di manifesti il cui «contenuto lesivo» sembrava quanto meno dubbio, in quanto perfettamente in linea con la legge 40/2004, articolo 12, comma 6, che punisce la surrogazione di maternità e la sua pubblicizzazione.
A ogni modo, dopo la decisione della Raggi, le due associazioni pro family si erano attivate rivolgendosi pure al presidente del Gran Giurì dell'Iap. Che ieri ha dato loro ragione. Comprensibile, quindi, l'esultanza delle due realtà e dei loro due presidenti, Toni Brandi per Pro vita e Jacopo Coghe per Generazione famiglia, che ora, dal sindaco di Roma, esigono delle scuse per l'ingiusta censura subita.
«Ora Virginia Raggi ci chieda scusa», hanno infatti dichiarato Brandi e Coghe, aggiungendo che dal loro punto di vista quella di ieri è «una bella lezione alla dittatura del politicamente corretto e alla nuova “inquisizione buonista" che, dietro falsi slogan che inneggiano all'amore, vogliono privare un bambino della sua mamma o del suo papà». «Noi continueremo a difendere il diritto dei più piccoli a non essere comprati al mercato degli uteri», hanno infine spiegato i due leader pro family. Ora resta da capire se la Raggi sarà disposta a rivedere la sua posizione. In ogni caso un passo in avanti importante nella lotta contro l'utero in affitto è stato fatto. Perché la guerra resta lunga, ma una battaglia, finalmente, è stata vinta.
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Sta per arrivare nelle classi dell'Umbria un test per indottrinare i ragazzi di 12 anni. Dovranno dichiarare l'orientamento sessuale e le loro opinioni.Il Comune adotta il metodo per «correggere» i docenti e creare bambini non sessisti.Per l'Istituto di autodisciplina pubblicitaria la campagna contro l'utero in affitto non viola nessun codice. I promotori: «Ora la Raggi si scusi con noi per la censura».Lo speciale contiene tre articoli.Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito di adottare bambini? Gay e lesbiche hanno ancora bisogno di manifestare per la parità dei diritti? Come definiresti il tuo orientamento sessuale? Sono solo alcune delle domande contenute nel test messo a punto dal Dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane e della formazione dell'università di Perugia e proposto, dopo approvazione dell'ufficio scolastico regionale dell'Umbria, a 54 istituti scolastici della Regione. L'iniziativa è stata presentata come un progetto di ricerca sul bullismo omofobico e ha lo scopo di «garantire la sicurezza e il benessere dei vostri figli».Lo scorso 6 novembre, presso l'ateneo umbro, è stato compiuto il sorteggio delle classi in cui sarà somministrato il questionario. Si tratta di terze della scuola secondaria di primo grado (ovvero le terze medie) e quarte della scuola secondaria di secondo grado (quarte superiori), che in queste settimane sono chiamate a decidere se partecipare alla ricerca. In pratica, a bambini di 12-13 anni e ai ragazzini di 17, verranno poste domande invadenti in un età molto delicata in cui si stanno formando sia l'identità sessuale sia i convincimenti su temi sensibili che rientrano nella sfera educativa familiare, come ha riconosciuto la recente circolare del ministero dell'Istruzione sull'obbligatorietà del consenso informato.Ma per comprendere quanto sia invasiva questa ricerca, che indaga in profondità le opinioni personali di alunni appena adolescenti, bisogna partire fin dalle prime domande che fanno un ritratto della composizione del nucleo familiare del ragazzo. Si chiede infatti di specificare la cittadinanza dei genitori. Poi si passa a una sfera delicatissima, l'appartenenza a una confessione religiosa e quale sia l'intensità del rapporto con essa (credente e praticante, credente ma non praticante, eccetera). Dopo è la volta dell'orientamento politico, che va indicato da una scala che va da «estrema destra» a «estrema sinistra», passando per il «centro».Senza andare oltre, ce n'è già abbastanza per interrogarsi su dove vuole andare a parare un test sull'omofobia che inizia scandagliando i principi religiosi e politici di alunni minorenni. Ma è subito dopo che la ricerca entra per nel campo dell'assurdo se si considera l'età degli intervistati. La quattordicesima domanda del questionario recita testualmente: «Come definiresti il tuo orientamento sessuale?». Le risposte multiple da segnare con una croce proposte ai ragazzini delle medie sono le seguenti: «Esclusivamente eterosessuale»; «Prevalentemente eterosessuale»; «Bisessuale»; «Prevalentemente omosessuale»; «Esclusivamente omosessuale»; «Asessuale». Sì, avete letto bene, a degli alunni appena entrati nella pubertà si chiede se sono asessuali. Terminate le domande che fotografano direttamente l'identità della persona, si passa a una lunghissima serie di affermazioni: rispetto a ciascuna di esse bisogna indicare quanto si è in disaccordo, o in accordo, barrando una scala che va da 0 a 5.Le perplessità sulle reali finalità del test e sui possibili pregiudizi che potrebbero stare alla base di esso sovvengono fin dalla prima affermazione da valutare sulla scala: «per quanto realizzato sia, un uomo non è mai veramente completo come persona se non ha l'amore di una donna»; e poi ancora «nelle calamità le donne dovrebbero essere salvate prima degli uomini», «molte donne interpretano osservazioni o atti innocui come maschilisti», «le donne dovrebbero essere coccolate e protette dagli uomini». Insomma, cosa c'entra tutto questo con il bullismo omofobico? Avere come priorità della propria vita la relazione con una donna e sacrificarsi per essa ha qualche legame con il bullismo?Questo non è dato saperlo anche se nella pagina che spiega il test alle scuole si parla di rilevazione statistica che i ragazzi e le ragazze hanno nei confronti delle diversità «etniche», di «orientamento sessuale», degli «stereotipi di genere» e della «percezione relativa al bullismo».Proseguendo il test si incontrano delle affermazioni che agli occhi di un adulto appaio subito provocatorie, ma che possono essere equivocate da dei ragazzini: «Ci sono delle donne che provano piacere a provocare gli uomini mostrandosi sessualmente disponibili e rifiutando poi i loro approcci», «Le femministe pretendono dagli uomini cose irragionevoli».Si arriva quindi alla valutazione del gruppo di affermazioni sulla sfera dell'omosessualità, alcune delle quali riguardano anche il tema dell'omogenitorialità: «Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito adottare bambini allo stesso modo delle coppie eterosessuali», «un uomo gay può essere un buon genitore».Infine, non poteva mancare anche un parte dedicata all'immigrazione con qualche esplicito riferimento alla politica nazionale. Le affermazioni su cui esprimere un giudizio iniziano subito con «la maggior parte dei politici si preoccupa troppo degli immigrati e non abbastanza dell'italiano medio», «gli immigrati occupano posti di lavoro che spetterebbero agli italiani». Ci sono inoltre domande dirette: «Quanto spesso ti sei sentito solidale con gli immigrati che vivono qui?».Il questionario ha già scatenato un putiferio sul territorio umbro. Molte le proteste di cui si è fatto portavoce il senatore della Lega, Simone Pillon, che oggi presenterà un'interrogazione al ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. Pillon parla di alunni usati «come cavie da laboratorio per l'indottrinamento gender». Critico anche il comitato locale del Family day, che ha convogliato le proteste di alcuni genitori: «Le domande investono temi delicatissimi come l'orientamento sessuale, passando su tale aspetto implicitamente un messaggio di approvazione acritica della fluidità sessuale: per questo ribadiamo che nessuna ricerca, anche se fosse mossa dai più nobili fini, può superare il primato educativo dei genitori». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sei-etero-odi-i-gay-lindagine-per-rieducare-gli-alunni-delle-medie-2622404804.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bollini-lgbt-per-gli-istituti-allineati-milano-sposa-il-modello-be-st" data-post-id="2622404804" data-published-at="1774143460" data-use-pagination="False"> Bollini Lgbt per gli istituti allineati. Milano sposa il modello «Be.st» Genitori state pronti perché, presto, a Milano, le scuole non saranno più tutte uguali. Ci saranno le scuole Best e (di conseguenza) le scuole non Best. E la differenza, a sentire il sindaco e la sua giunta, non è da poco. Nelle prime, insegnanti illuminati applicheranno programmi sperimentali per «eliminare tutti gli stereotipi sessisti» e abolire le «iniquità di cui le bambine possono essere vittime». Nelle altre, invece, tutto proseguirà come al solito, in un clima stereotipato che potrebbe persino favorire violenze di genere. È questa, alle estreme conseguenze, l'idea lanciata dal primo cittadino, Giuseppe Sala, che, non pago di aver dato benedizione politica a una sperimentazione educativa ideata da una organizzazione No profit, ora vorrebbe applicare lo stesso modello a tutti gli istituti cittadini. «Be.st - Beyond stereotype», ideato dalla Onlus Punto Sud e già applicato in via sperimentale nella scuola primaria dell'Istituto comprensivo Riccardo Massa, è stato presentato come «un modello di intervento che parte da un approccio innovativo» basato sull'idea che «la costruzione del genere non esclude l'esistenza di differenze biologiche, ma attribuisce a queste delle caratteristiche (…) che prescindono dagli elementi strettamente fisici». Sala, e l'assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, evidentemente convinti della bontà dell'idea, ora spingono per un allargamento dell'iniziativa. «Il metodo Be.st», si legge infatti sul sito del Comune di Milano, «vuole proporsi come modello che investe tutto l'ambiente che caratterizza la scuola primaria». Non solo, «le scuole che decideranno di intraprendere questo percorso potranno comunicare all'esterno di essere scuole Be.st». Una sorta di bollino qualità Lgbt per gli «istituti attenti alla parità di genere e alla decostruzione di stereotipi». Come si realizza concretamente il progetto? Per esempio modificando il linguaggio che nelle scuole Be.st dovrà essere rigorosamente «non sessista e non discriminatorio», o attraverso giochi proposti ai bambini che devono «fornire la possibilità di decostruire gli stereotipi sessisti». Tutto gratis? Evidentemente no. Per applicare lo schema rieducativo di Be.st agli alunni della primaria Riccardo Massa, per esempio, i promotori hanno incassato più di 50.000 euro dalla Fondazione Cariplo, mentre la realizzazione di ogni progetto ha un costo complessivo che oscilla tra gli 80.000 e i 100.000 euro. Che, moltiplicati per tutte le primarie milanesi, garantiranno alla Onlus un bel giro d'affari. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sei-etero-odi-i-gay-lindagine-per-rieducare-gli-alunni-delle-medie-2622404804.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="manifesti-pro-vita-non-offensivi" data-post-id="2622404804" data-published-at="1774143460" data-use-pagination="False"> «Manifesti Pro vita non offensivi» «Due uomini non fanno una madre» è una frase che a qualcuno potrà pure non piacere, ma non offende nessuno e, soprattutto, non viola il codice dell'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap). A stabilirlo è stato l'avvocato Antonio Gambaro, presidente del Gran Giurì dell'Istituto stesso, attivo dal 1966 per vigilare sull'onestà e sulla correttezza della comunicazione pubblicitaria, a tutela del pubblico dei consumatori e delle imprese. Il verdetto, arrivato nel pomeriggio di ieri, segna dunque una vittoria di peso per Pro vita e Generazione famiglia, le due associazioni che un mese e mezzo fa, a Roma, si erano viste censurare i cartelloni contro l'utero in affitto. Per la precisione, tutto ha avuto inizio lo scorso 16 ottobre quando, subito dopo la loro esposizione, il sindaco di Roma, Virginia Raggi, aveva richiesto agli uffici competenti la rimozione di quelli che definiva «manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro vita». Un ordine che dal Campidoglio era stato emanato ritenendo «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal dipartimento di competenza», e la violazione delle «prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali». Il «contenuto lesivo» sarebbe consistito, sempre secondo la Raggi, nel fatto che «la strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto» offenderebbero «tutti i cittadini». Di fronte a questa decisione, dal chiaro sapore liberticida, Pro vita e Generazione famiglia si erano subito attivate su più fronti. Anzitutto su quello politico, ottenendo la presentazione di un'apposita interrogazione a firma di Maurizio Politi, capogruppo leghista nel consiglio comunale di Roma, volta a fare piena luce sul codice etico delle affissioni cittadine, «affinché non sia la maggioranza di turno a decidere sulla liceità o meno dei cartelloni». In effetti, era parsa subito singolare la rimozione di manifesti il cui «contenuto lesivo» sembrava quanto meno dubbio, in quanto perfettamente in linea con la legge 40/2004, articolo 12, comma 6, che punisce la surrogazione di maternità e la sua pubblicizzazione. A ogni modo, dopo la decisione della Raggi, le due associazioni pro family si erano attivate rivolgendosi pure al presidente del Gran Giurì dell'Iap. Che ieri ha dato loro ragione. Comprensibile, quindi, l'esultanza delle due realtà e dei loro due presidenti, Toni Brandi per Pro vita e Jacopo Coghe per Generazione famiglia, che ora, dal sindaco di Roma, esigono delle scuse per l'ingiusta censura subita. «Ora Virginia Raggi ci chieda scusa», hanno infatti dichiarato Brandi e Coghe, aggiungendo che dal loro punto di vista quella di ieri è «una bella lezione alla dittatura del politicamente corretto e alla nuova “inquisizione buonista" che, dietro falsi slogan che inneggiano all'amore, vogliono privare un bambino della sua mamma o del suo papà». «Noi continueremo a difendere il diritto dei più piccoli a non essere comprati al mercato degli uteri», hanno infine spiegato i due leader pro family. Ora resta da capire se la Raggi sarà disposta a rivedere la sua posizione. In ogni caso un passo in avanti importante nella lotta contro l'utero in affitto è stato fatto. Perché la guerra resta lunga, ma una battaglia, finalmente, è stata vinta.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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