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2018-12-05
Sei etero? Odi i gay? L’indagine per rieducare gli alunni delle medie
ANSA
Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito di adottare bambini? Gay e lesbiche hanno ancora bisogno di manifestare per la parità dei diritti? Come definiresti il tuo orientamento sessuale? Sono solo alcune delle domande contenute nel test messo a punto dal Dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane e della formazione dell'università di Perugia e proposto, dopo approvazione dell'ufficio scolastico regionale dell'Umbria, a 54 istituti scolastici della Regione. L'iniziativa è stata presentata come un progetto di ricerca sul bullismo omofobico e ha lo scopo di «garantire la sicurezza e il benessere dei vostri figli».
Lo scorso 6 novembre, presso l'ateneo umbro, è stato compiuto il sorteggio delle classi in cui sarà somministrato il questionario. Si tratta di terze della scuola secondaria di primo grado (ovvero le terze medie) e quarte della scuola secondaria di secondo grado (quarte superiori), che in queste settimane sono chiamate a decidere se partecipare alla ricerca. In pratica, a bambini di 12-13 anni e ai ragazzini di 17, verranno poste domande invadenti in un età molto delicata in cui si stanno formando sia l'identità sessuale sia i convincimenti su temi sensibili che rientrano nella sfera educativa familiare, come ha riconosciuto la recente circolare del ministero dell'Istruzione sull'obbligatorietà del consenso informato.
Ma per comprendere quanto sia invasiva questa ricerca, che indaga in profondità le opinioni personali di alunni appena adolescenti, bisogna partire fin dalle prime domande che fanno un ritratto della composizione del nucleo familiare del ragazzo. Si chiede infatti di specificare la cittadinanza dei genitori. Poi si passa a una sfera delicatissima, l'appartenenza a una confessione religiosa e quale sia l'intensità del rapporto con essa (credente e praticante, credente ma non praticante, eccetera). Dopo è la volta dell'orientamento politico, che va indicato da una scala che va da «estrema destra» a «estrema sinistra», passando per il «centro».
Senza andare oltre, ce n'è già abbastanza per interrogarsi su dove vuole andare a parare un test sull'omofobia che inizia scandagliando i principi religiosi e politici di alunni minorenni. Ma è subito dopo che la ricerca entra per nel campo dell'assurdo se si considera l'età degli intervistati. La quattordicesima domanda del questionario recita testualmente: «Come definiresti il tuo orientamento sessuale?». Le risposte multiple da segnare con una croce proposte ai ragazzini delle medie sono le seguenti: «Esclusivamente eterosessuale»; «Prevalentemente eterosessuale»; «Bisessuale»; «Prevalentemente omosessuale»; «Esclusivamente omosessuale»; «Asessuale». Sì, avete letto bene, a degli alunni appena entrati nella pubertà si chiede se sono asessuali. Terminate le domande che fotografano direttamente l'identità della persona, si passa a una lunghissima serie di affermazioni: rispetto a ciascuna di esse bisogna indicare quanto si è in disaccordo, o in accordo, barrando una scala che va da 0 a 5.
Le perplessità sulle reali finalità del test e sui possibili pregiudizi che potrebbero stare alla base di esso sovvengono fin dalla prima affermazione da valutare sulla scala: «per quanto realizzato sia, un uomo non è mai veramente completo come persona se non ha l'amore di una donna»; e poi ancora «nelle calamità le donne dovrebbero essere salvate prima degli uomini», «molte donne interpretano osservazioni o atti innocui come maschilisti», «le donne dovrebbero essere coccolate e protette dagli uomini». Insomma, cosa c'entra tutto questo con il bullismo omofobico? Avere come priorità della propria vita la relazione con una donna e sacrificarsi per essa ha qualche legame con il bullismo?
Questo non è dato saperlo anche se nella pagina che spiega il test alle scuole si parla di rilevazione statistica che i ragazzi e le ragazze hanno nei confronti delle diversità «etniche», di «orientamento sessuale», degli «stereotipi di genere» e della «percezione relativa al bullismo».
Proseguendo il test si incontrano delle affermazioni che agli occhi di un adulto appaio subito provocatorie, ma che possono essere equivocate da dei ragazzini: «Ci sono delle donne che provano piacere a provocare gli uomini mostrandosi sessualmente disponibili e rifiutando poi i loro approcci», «Le femministe pretendono dagli uomini cose irragionevoli».
Si arriva quindi alla valutazione del gruppo di affermazioni sulla sfera dell'omosessualità, alcune delle quali riguardano anche il tema dell'omogenitorialità: «Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito adottare bambini allo stesso modo delle coppie eterosessuali», «un uomo gay può essere un buon genitore».
Infine, non poteva mancare anche un parte dedicata all'immigrazione con qualche esplicito riferimento alla politica nazionale. Le affermazioni su cui esprimere un giudizio iniziano subito con «la maggior parte dei politici si preoccupa troppo degli immigrati e non abbastanza dell'italiano medio», «gli immigrati occupano posti di lavoro che spetterebbero agli italiani». Ci sono inoltre domande dirette: «Quanto spesso ti sei sentito solidale con gli immigrati che vivono qui?».
Il questionario ha già scatenato un putiferio sul territorio umbro. Molte le proteste di cui si è fatto portavoce il senatore della Lega, Simone Pillon, che oggi presenterà un'interrogazione al ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. Pillon parla di alunni usati «come cavie da laboratorio per l'indottrinamento gender». Critico anche il comitato locale del Family day, che ha convogliato le proteste di alcuni genitori: «Le domande investono temi delicatissimi come l'orientamento sessuale, passando su tale aspetto implicitamente un messaggio di approvazione acritica della fluidità sessuale: per questo ribadiamo che nessuna ricerca, anche se fosse mossa dai più nobili fini, può superare il primato educativo dei genitori».
Bollini Lgbt per gli istituti allineati. Milano sposa il modello «Be.st»
Genitori state pronti perché, presto, a Milano, le scuole non saranno più tutte uguali. Ci saranno le scuole Best e (di conseguenza) le scuole non Best. E la differenza, a sentire il sindaco e la sua giunta, non è da poco. Nelle prime, insegnanti illuminati applicheranno programmi sperimentali per «eliminare tutti gli stereotipi sessisti» e abolire le «iniquità di cui le bambine possono essere vittime». Nelle altre, invece, tutto proseguirà come al solito, in un clima stereotipato che potrebbe persino favorire violenze di genere.
È questa, alle estreme conseguenze, l'idea lanciata dal primo cittadino, Giuseppe Sala, che, non pago di aver dato benedizione politica a una sperimentazione educativa ideata da una organizzazione No profit, ora vorrebbe applicare lo stesso modello a tutti gli istituti cittadini. «Be.st - Beyond stereotype», ideato dalla Onlus Punto Sud e già applicato in via sperimentale nella scuola primaria dell'Istituto comprensivo Riccardo Massa, è stato presentato come «un modello di intervento che parte da un approccio innovativo» basato sull'idea che «la costruzione del genere non esclude l'esistenza di differenze biologiche, ma attribuisce a queste delle caratteristiche (…) che prescindono dagli elementi strettamente fisici». Sala, e l'assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, evidentemente convinti della bontà dell'idea, ora spingono per un allargamento dell'iniziativa. «Il metodo Be.st», si legge infatti sul sito del Comune di Milano, «vuole proporsi come modello che investe tutto l'ambiente che caratterizza la scuola primaria». Non solo, «le scuole che decideranno di intraprendere questo percorso potranno comunicare all'esterno di essere scuole Be.st». Una sorta di bollino qualità Lgbt per gli «istituti attenti alla parità di genere e alla decostruzione di stereotipi».
Come si realizza concretamente il progetto? Per esempio modificando il linguaggio che nelle scuole Be.st dovrà essere rigorosamente «non sessista e non discriminatorio», o attraverso giochi proposti ai bambini che devono «fornire la possibilità di decostruire gli stereotipi sessisti».
Tutto gratis? Evidentemente no. Per applicare lo schema rieducativo di Be.st agli alunni della primaria Riccardo Massa, per esempio, i promotori hanno incassato più di 50.000 euro dalla Fondazione Cariplo, mentre la realizzazione di ogni progetto ha un costo complessivo che oscilla tra gli 80.000 e i 100.000 euro. Che, moltiplicati per tutte le primarie milanesi, garantiranno alla Onlus un bel giro d'affari.
«Manifesti Pro vita non offensivi»
«Due uomini non fanno una madre» è una frase che a qualcuno potrà pure non piacere, ma non offende nessuno e, soprattutto, non viola il codice dell'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap). A stabilirlo è stato l'avvocato Antonio Gambaro, presidente del Gran Giurì dell'Istituto stesso, attivo dal 1966 per vigilare sull'onestà e sulla correttezza della comunicazione pubblicitaria, a tutela del pubblico dei consumatori e delle imprese. Il verdetto, arrivato nel pomeriggio di ieri, segna dunque una vittoria di peso per Pro vita e Generazione famiglia, le due associazioni che un mese e mezzo fa, a Roma, si erano viste censurare i cartelloni contro l'utero in affitto.
Per la precisione, tutto ha avuto inizio lo scorso 16 ottobre quando, subito dopo la loro esposizione, il sindaco di Roma, Virginia Raggi, aveva richiesto agli uffici competenti la rimozione di quelli che definiva «manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro vita». Un ordine che dal Campidoglio era stato emanato ritenendo «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal dipartimento di competenza», e la violazione delle «prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali». Il «contenuto lesivo» sarebbe consistito, sempre secondo la Raggi, nel fatto che «la strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto» offenderebbero «tutti i cittadini».
Di fronte a questa decisione, dal chiaro sapore liberticida, Pro vita e Generazione famiglia si erano subito attivate su più fronti. Anzitutto su quello politico, ottenendo la presentazione di un'apposita interrogazione a firma di Maurizio Politi, capogruppo leghista nel consiglio comunale di Roma, volta a fare piena luce sul codice etico delle affissioni cittadine, «affinché non sia la maggioranza di turno a decidere sulla liceità o meno dei cartelloni». In effetti, era parsa subito singolare la rimozione di manifesti il cui «contenuto lesivo» sembrava quanto meno dubbio, in quanto perfettamente in linea con la legge 40/2004, articolo 12, comma 6, che punisce la surrogazione di maternità e la sua pubblicizzazione.
A ogni modo, dopo la decisione della Raggi, le due associazioni pro family si erano attivate rivolgendosi pure al presidente del Gran Giurì dell'Iap. Che ieri ha dato loro ragione. Comprensibile, quindi, l'esultanza delle due realtà e dei loro due presidenti, Toni Brandi per Pro vita e Jacopo Coghe per Generazione famiglia, che ora, dal sindaco di Roma, esigono delle scuse per l'ingiusta censura subita.
«Ora Virginia Raggi ci chieda scusa», hanno infatti dichiarato Brandi e Coghe, aggiungendo che dal loro punto di vista quella di ieri è «una bella lezione alla dittatura del politicamente corretto e alla nuova “inquisizione buonista" che, dietro falsi slogan che inneggiano all'amore, vogliono privare un bambino della sua mamma o del suo papà». «Noi continueremo a difendere il diritto dei più piccoli a non essere comprati al mercato degli uteri», hanno infine spiegato i due leader pro family. Ora resta da capire se la Raggi sarà disposta a rivedere la sua posizione. In ogni caso un passo in avanti importante nella lotta contro l'utero in affitto è stato fatto. Perché la guerra resta lunga, ma una battaglia, finalmente, è stata vinta.
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Sta per arrivare nelle classi dell'Umbria un test per indottrinare i ragazzi di 12 anni. Dovranno dichiarare l'orientamento sessuale e le loro opinioni.Il Comune adotta il metodo per «correggere» i docenti e creare bambini non sessisti.Per l'Istituto di autodisciplina pubblicitaria la campagna contro l'utero in affitto non viola nessun codice. I promotori: «Ora la Raggi si scusi con noi per la censura».Lo speciale contiene tre articoli.Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito di adottare bambini? Gay e lesbiche hanno ancora bisogno di manifestare per la parità dei diritti? Come definiresti il tuo orientamento sessuale? Sono solo alcune delle domande contenute nel test messo a punto dal Dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane e della formazione dell'università di Perugia e proposto, dopo approvazione dell'ufficio scolastico regionale dell'Umbria, a 54 istituti scolastici della Regione. L'iniziativa è stata presentata come un progetto di ricerca sul bullismo omofobico e ha lo scopo di «garantire la sicurezza e il benessere dei vostri figli».Lo scorso 6 novembre, presso l'ateneo umbro, è stato compiuto il sorteggio delle classi in cui sarà somministrato il questionario. Si tratta di terze della scuola secondaria di primo grado (ovvero le terze medie) e quarte della scuola secondaria di secondo grado (quarte superiori), che in queste settimane sono chiamate a decidere se partecipare alla ricerca. In pratica, a bambini di 12-13 anni e ai ragazzini di 17, verranno poste domande invadenti in un età molto delicata in cui si stanno formando sia l'identità sessuale sia i convincimenti su temi sensibili che rientrano nella sfera educativa familiare, come ha riconosciuto la recente circolare del ministero dell'Istruzione sull'obbligatorietà del consenso informato.Ma per comprendere quanto sia invasiva questa ricerca, che indaga in profondità le opinioni personali di alunni appena adolescenti, bisogna partire fin dalle prime domande che fanno un ritratto della composizione del nucleo familiare del ragazzo. Si chiede infatti di specificare la cittadinanza dei genitori. Poi si passa a una sfera delicatissima, l'appartenenza a una confessione religiosa e quale sia l'intensità del rapporto con essa (credente e praticante, credente ma non praticante, eccetera). Dopo è la volta dell'orientamento politico, che va indicato da una scala che va da «estrema destra» a «estrema sinistra», passando per il «centro».Senza andare oltre, ce n'è già abbastanza per interrogarsi su dove vuole andare a parare un test sull'omofobia che inizia scandagliando i principi religiosi e politici di alunni minorenni. Ma è subito dopo che la ricerca entra per nel campo dell'assurdo se si considera l'età degli intervistati. La quattordicesima domanda del questionario recita testualmente: «Come definiresti il tuo orientamento sessuale?». Le risposte multiple da segnare con una croce proposte ai ragazzini delle medie sono le seguenti: «Esclusivamente eterosessuale»; «Prevalentemente eterosessuale»; «Bisessuale»; «Prevalentemente omosessuale»; «Esclusivamente omosessuale»; «Asessuale». Sì, avete letto bene, a degli alunni appena entrati nella pubertà si chiede se sono asessuali. Terminate le domande che fotografano direttamente l'identità della persona, si passa a una lunghissima serie di affermazioni: rispetto a ciascuna di esse bisogna indicare quanto si è in disaccordo, o in accordo, barrando una scala che va da 0 a 5.Le perplessità sulle reali finalità del test e sui possibili pregiudizi che potrebbero stare alla base di esso sovvengono fin dalla prima affermazione da valutare sulla scala: «per quanto realizzato sia, un uomo non è mai veramente completo come persona se non ha l'amore di una donna»; e poi ancora «nelle calamità le donne dovrebbero essere salvate prima degli uomini», «molte donne interpretano osservazioni o atti innocui come maschilisti», «le donne dovrebbero essere coccolate e protette dagli uomini». Insomma, cosa c'entra tutto questo con il bullismo omofobico? Avere come priorità della propria vita la relazione con una donna e sacrificarsi per essa ha qualche legame con il bullismo?Questo non è dato saperlo anche se nella pagina che spiega il test alle scuole si parla di rilevazione statistica che i ragazzi e le ragazze hanno nei confronti delle diversità «etniche», di «orientamento sessuale», degli «stereotipi di genere» e della «percezione relativa al bullismo».Proseguendo il test si incontrano delle affermazioni che agli occhi di un adulto appaio subito provocatorie, ma che possono essere equivocate da dei ragazzini: «Ci sono delle donne che provano piacere a provocare gli uomini mostrandosi sessualmente disponibili e rifiutando poi i loro approcci», «Le femministe pretendono dagli uomini cose irragionevoli».Si arriva quindi alla valutazione del gruppo di affermazioni sulla sfera dell'omosessualità, alcune delle quali riguardano anche il tema dell'omogenitorialità: «Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito adottare bambini allo stesso modo delle coppie eterosessuali», «un uomo gay può essere un buon genitore».Infine, non poteva mancare anche un parte dedicata all'immigrazione con qualche esplicito riferimento alla politica nazionale. Le affermazioni su cui esprimere un giudizio iniziano subito con «la maggior parte dei politici si preoccupa troppo degli immigrati e non abbastanza dell'italiano medio», «gli immigrati occupano posti di lavoro che spetterebbero agli italiani». Ci sono inoltre domande dirette: «Quanto spesso ti sei sentito solidale con gli immigrati che vivono qui?».Il questionario ha già scatenato un putiferio sul territorio umbro. Molte le proteste di cui si è fatto portavoce il senatore della Lega, Simone Pillon, che oggi presenterà un'interrogazione al ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. Pillon parla di alunni usati «come cavie da laboratorio per l'indottrinamento gender». Critico anche il comitato locale del Family day, che ha convogliato le proteste di alcuni genitori: «Le domande investono temi delicatissimi come l'orientamento sessuale, passando su tale aspetto implicitamente un messaggio di approvazione acritica della fluidità sessuale: per questo ribadiamo che nessuna ricerca, anche se fosse mossa dai più nobili fini, può superare il primato educativo dei genitori». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sei-etero-odi-i-gay-lindagine-per-rieducare-gli-alunni-delle-medie-2622404804.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bollini-lgbt-per-gli-istituti-allineati-milano-sposa-il-modello-be-st" data-post-id="2622404804" data-published-at="1777628970" data-use-pagination="False"> Bollini Lgbt per gli istituti allineati. Milano sposa il modello «Be.st» Genitori state pronti perché, presto, a Milano, le scuole non saranno più tutte uguali. Ci saranno le scuole Best e (di conseguenza) le scuole non Best. E la differenza, a sentire il sindaco e la sua giunta, non è da poco. Nelle prime, insegnanti illuminati applicheranno programmi sperimentali per «eliminare tutti gli stereotipi sessisti» e abolire le «iniquità di cui le bambine possono essere vittime». Nelle altre, invece, tutto proseguirà come al solito, in un clima stereotipato che potrebbe persino favorire violenze di genere. È questa, alle estreme conseguenze, l'idea lanciata dal primo cittadino, Giuseppe Sala, che, non pago di aver dato benedizione politica a una sperimentazione educativa ideata da una organizzazione No profit, ora vorrebbe applicare lo stesso modello a tutti gli istituti cittadini. «Be.st - Beyond stereotype», ideato dalla Onlus Punto Sud e già applicato in via sperimentale nella scuola primaria dell'Istituto comprensivo Riccardo Massa, è stato presentato come «un modello di intervento che parte da un approccio innovativo» basato sull'idea che «la costruzione del genere non esclude l'esistenza di differenze biologiche, ma attribuisce a queste delle caratteristiche (…) che prescindono dagli elementi strettamente fisici». Sala, e l'assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, evidentemente convinti della bontà dell'idea, ora spingono per un allargamento dell'iniziativa. «Il metodo Be.st», si legge infatti sul sito del Comune di Milano, «vuole proporsi come modello che investe tutto l'ambiente che caratterizza la scuola primaria». Non solo, «le scuole che decideranno di intraprendere questo percorso potranno comunicare all'esterno di essere scuole Be.st». Una sorta di bollino qualità Lgbt per gli «istituti attenti alla parità di genere e alla decostruzione di stereotipi». Come si realizza concretamente il progetto? Per esempio modificando il linguaggio che nelle scuole Be.st dovrà essere rigorosamente «non sessista e non discriminatorio», o attraverso giochi proposti ai bambini che devono «fornire la possibilità di decostruire gli stereotipi sessisti». Tutto gratis? Evidentemente no. Per applicare lo schema rieducativo di Be.st agli alunni della primaria Riccardo Massa, per esempio, i promotori hanno incassato più di 50.000 euro dalla Fondazione Cariplo, mentre la realizzazione di ogni progetto ha un costo complessivo che oscilla tra gli 80.000 e i 100.000 euro. Che, moltiplicati per tutte le primarie milanesi, garantiranno alla Onlus un bel giro d'affari. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sei-etero-odi-i-gay-lindagine-per-rieducare-gli-alunni-delle-medie-2622404804.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="manifesti-pro-vita-non-offensivi" data-post-id="2622404804" data-published-at="1777628970" data-use-pagination="False"> «Manifesti Pro vita non offensivi» «Due uomini non fanno una madre» è una frase che a qualcuno potrà pure non piacere, ma non offende nessuno e, soprattutto, non viola il codice dell'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap). A stabilirlo è stato l'avvocato Antonio Gambaro, presidente del Gran Giurì dell'Istituto stesso, attivo dal 1966 per vigilare sull'onestà e sulla correttezza della comunicazione pubblicitaria, a tutela del pubblico dei consumatori e delle imprese. Il verdetto, arrivato nel pomeriggio di ieri, segna dunque una vittoria di peso per Pro vita e Generazione famiglia, le due associazioni che un mese e mezzo fa, a Roma, si erano viste censurare i cartelloni contro l'utero in affitto. Per la precisione, tutto ha avuto inizio lo scorso 16 ottobre quando, subito dopo la loro esposizione, il sindaco di Roma, Virginia Raggi, aveva richiesto agli uffici competenti la rimozione di quelli che definiva «manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro vita». Un ordine che dal Campidoglio era stato emanato ritenendo «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal dipartimento di competenza», e la violazione delle «prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali». Il «contenuto lesivo» sarebbe consistito, sempre secondo la Raggi, nel fatto che «la strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto» offenderebbero «tutti i cittadini». Di fronte a questa decisione, dal chiaro sapore liberticida, Pro vita e Generazione famiglia si erano subito attivate su più fronti. Anzitutto su quello politico, ottenendo la presentazione di un'apposita interrogazione a firma di Maurizio Politi, capogruppo leghista nel consiglio comunale di Roma, volta a fare piena luce sul codice etico delle affissioni cittadine, «affinché non sia la maggioranza di turno a decidere sulla liceità o meno dei cartelloni». In effetti, era parsa subito singolare la rimozione di manifesti il cui «contenuto lesivo» sembrava quanto meno dubbio, in quanto perfettamente in linea con la legge 40/2004, articolo 12, comma 6, che punisce la surrogazione di maternità e la sua pubblicizzazione. A ogni modo, dopo la decisione della Raggi, le due associazioni pro family si erano attivate rivolgendosi pure al presidente del Gran Giurì dell'Iap. Che ieri ha dato loro ragione. Comprensibile, quindi, l'esultanza delle due realtà e dei loro due presidenti, Toni Brandi per Pro vita e Jacopo Coghe per Generazione famiglia, che ora, dal sindaco di Roma, esigono delle scuse per l'ingiusta censura subita. «Ora Virginia Raggi ci chieda scusa», hanno infatti dichiarato Brandi e Coghe, aggiungendo che dal loro punto di vista quella di ieri è «una bella lezione alla dittatura del politicamente corretto e alla nuova “inquisizione buonista" che, dietro falsi slogan che inneggiano all'amore, vogliono privare un bambino della sua mamma o del suo papà». «Noi continueremo a difendere il diritto dei più piccoli a non essere comprati al mercato degli uteri», hanno infine spiegato i due leader pro family. Ora resta da capire se la Raggi sarà disposta a rivedere la sua posizione. In ogni caso un passo in avanti importante nella lotta contro l'utero in affitto è stato fatto. Perché la guerra resta lunga, ma una battaglia, finalmente, è stata vinta.
Via libera del Consiglio dei ministri al piano casa e al ddl sugli sgomberi. Il premier Giorgia Meloni annuncia fino a 100.000 alloggi in 10 anni e procedure più rapide per liberare gli immobili occupati abusivamente.
Il governo accelera sul fronte abitativo e della legalità. Al termine del Consiglio dei ministri, il premier Giorgia Meloni ha illustrato i contenuti del piano casa, definito «ambizioso», con l’obiettivo di mettere a disposizione fino a 100.000 alloggi tra edilizia popolare e soluzioni a canone calmierato nell’arco di un decennio.
Il progetto prevede uno stanziamento pubblico fino a 10 miliardi di euro, destinato a generare un effetto moltiplicatore grazie al coinvolgimento di capitali privati. Tra le priorità anche il recupero di circa 60mila immobili oggi non assegnabili perché in condizioni non adeguate. Parallelamente, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza sugli sgomberi, con l’obiettivo di rendere più rapide ed efficaci le procedure per liberare gli immobili occupati abusivamente. Una misura che punta a rafforzare la tutela della proprietà e a velocizzare gli interventi sul territorio.
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«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.
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Silvia Salis (Getty Images)
«A Rimini», racconta Massimo Cortesi, responsabile della comunicazione dell’Associazione nazionale Alpini e direttore del mensile nazionale L’Alpino, «siamo stati preceduti da alcuni manifesti che dicevano: “Alpino molesto se mi tocchi ti calpesto”. È in quell’occasione che, per la prima volta, siamo stati travolti da accuse di questo tipo. Tutti hanno raccontato quello che alcuni di noi avrebbero fatto quella volta, ma nessuno, o quasi, ha detto che poi abbiamo creato un sito contro le molestie e prodotto un manuale di consapevolezza. Rigettiamo ogni tipo di comportamento scorretto nei confronti delle donne. Questo genere di cose non ha nulla a che fare con noi».
Stesso copione anche a Genova, dove si terrà la prossima adunata. Non una di meno ha subito pubblicato dei post contro le penne nere, paragonandoli a dei molestatori che coltivano la cultura machista. «Si tratta di un movimento che esiste solo online, senza segreteria e senza un vero e proprio consiglio», prosegue Cortesi. «Ci aveva già preso di mira durante l’adunata del 2018 a Trento». Polemica chiusa, quindi. Anche se il responsabile comunicazione dell’Ana ci tiene ad aggiungere: «Avere come bersaglio la nostra associazione è l’ideale perché abbiamo un’immagine molto positiva. Sparare sugli alpini provoca sempre molto rumore». Cortesi precisa poi una cosa: «Capisco che i genovesi siano a disagio per il fatto che siano state chiuse le scuole e i parchi, ma è una decisione che ha preso il Comune, senza che noi facessimo alcuna richiesta in questo senso. Lo ripeto: capisco che le famiglie potranno risentire della nostra presenza perché hanno i bambini a casa per due giorni. Lo comprendo. Ma non è né una decisione né una richiesta fatta dagli alpini». Anzi... Con un certo orgoglio, Cortesi ricorda un fatto: «Nel 2019, durante l’adunata di Milano, il sindaco Beppe Sala ci chiese quando saremmo tornati visto che avevamo lasciato i parchi in cui eravamo stati meglio di come li avevamo trovati».
A Genova però non è così. A dominare, almeno per il momento, sono le polemiche. Del resto la richiesta di ospitare l’adunata dell’Associazione nazionale Alpini era stata fatta tanto tempo fa, quando il sindaco era un altro, Marco Bucci, certamente più vicino al sentire degli Alpini rispetto a Silvia Salis. «Ai cittadini che protestano per i disagi», precisa Cortesi, «bisogna ricordare che l’adunata a Genova è stata chiesta certamente dalla nostra sezione locale, ma anche dal Comune e dalla Regione. E che portiamo sempre un introito significativo nelle casse delle città in cui passiamo. Mi sorprende che», prosegue poi il responsabile della comunicazione dell’Ana, «il Comune abbia celebrato il 25 aprile e poi abbia voltato le spalle agli Alpini, a cui sono state concesse 62 medaglie al valor militare durante la Resistenza. Non è una critica, ma bisogna dire che il confronto politico è scaduto. Gli interessi di una parte, in questo caso, sono prevalsi sull’oggettività».
Anche perché su queste adunate c’è un grande errore di fondo. Spesso si pensa che abbiano a che fare con il mondo militare o, peggio ancora, con la guerra. Ma non è così. L’Associazione nazionale alpini ha come obiettivo, grazie ai suoi volontari, quello di assistere chi si trova in difficoltà. Certo, l’Ana è una associazione di volontari che hanno in comune l’aver prestato servizio di leva nei reparti alpini, ma che poi hanno continuato tutta la vita in professioni diverse, in ogni campo. Che più che alla guerra pensano alla pace. Del resto, i motti delle ultime adunate sono stati «Il sogno di pace degli alpini» e «Alpini portatori di pace». Quest’anno invece il motto dell’adunata sarà «Un faro per il futuro d’Italia». Anche in questo caso i conflitti non c’entrano: «Vogliamo puntare su solidarietà, condivisione e disponibilità nei confronti degli altri. Come associazione nazionale alpini facciamo memoria degli uomini travolti dalle guerre, quindi delle vittime. Uno dei nostri motti è: “Noi onoriamo i morti aiutando i vivi”. Realizziamo opere a favore di tutti. Dove c’è un’emergenza arriviamo. Abbiamo fatto strutture in tutto il mondo per aiutare le persone», spiega Cortesi.
C’è poi un’altra questione, quella delle polemiche relative alla richiesta dell’Ana di Udine di evitare che la sfilata degli alpini fosse in concomitanza con il gay pride: «La sezione lo ha chiesto perché sono due manifestazioni talmente diverse che sarebbe meglio farle in giorni diversi. Udine non è una città assediata dagli eventi e quindi ci sono date e spazi per tutti».
Sia come sia, un fatto è certo: gli alpini piacciono a gran parte degli italiani. Sia perché ne riconoscono il valore nelle emergenze, sia perché guardando a quelle penne nere si ricordano dei giovani costretti a stare per anni in montagna, senza nulla con sé. Con solo qualche canto malinconico che racconta di ragazze perdute e di una guerra che non volevano fare. O della campagna di Russia, da cui i più non ritornarono, per parafrasare il titolo di un bel libro di Eugenio Corti. O di capitani che chiedevano che il loro corpo venisse spartito. Un po’ alla patria e al battaglione, un po’ alla mamma e al primo amore. E, infine, alle montagne «Ché lo fioriscano di rose e fior».
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