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2018-12-05
Sei etero? Odi i gay? L’indagine per rieducare gli alunni delle medie
ANSA
Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito di adottare bambini? Gay e lesbiche hanno ancora bisogno di manifestare per la parità dei diritti? Come definiresti il tuo orientamento sessuale? Sono solo alcune delle domande contenute nel test messo a punto dal Dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane e della formazione dell'università di Perugia e proposto, dopo approvazione dell'ufficio scolastico regionale dell'Umbria, a 54 istituti scolastici della Regione. L'iniziativa è stata presentata come un progetto di ricerca sul bullismo omofobico e ha lo scopo di «garantire la sicurezza e il benessere dei vostri figli».
Lo scorso 6 novembre, presso l'ateneo umbro, è stato compiuto il sorteggio delle classi in cui sarà somministrato il questionario. Si tratta di terze della scuola secondaria di primo grado (ovvero le terze medie) e quarte della scuola secondaria di secondo grado (quarte superiori), che in queste settimane sono chiamate a decidere se partecipare alla ricerca. In pratica, a bambini di 12-13 anni e ai ragazzini di 17, verranno poste domande invadenti in un età molto delicata in cui si stanno formando sia l'identità sessuale sia i convincimenti su temi sensibili che rientrano nella sfera educativa familiare, come ha riconosciuto la recente circolare del ministero dell'Istruzione sull'obbligatorietà del consenso informato.
Ma per comprendere quanto sia invasiva questa ricerca, che indaga in profondità le opinioni personali di alunni appena adolescenti, bisogna partire fin dalle prime domande che fanno un ritratto della composizione del nucleo familiare del ragazzo. Si chiede infatti di specificare la cittadinanza dei genitori. Poi si passa a una sfera delicatissima, l'appartenenza a una confessione religiosa e quale sia l'intensità del rapporto con essa (credente e praticante, credente ma non praticante, eccetera). Dopo è la volta dell'orientamento politico, che va indicato da una scala che va da «estrema destra» a «estrema sinistra», passando per il «centro».
Senza andare oltre, ce n'è già abbastanza per interrogarsi su dove vuole andare a parare un test sull'omofobia che inizia scandagliando i principi religiosi e politici di alunni minorenni. Ma è subito dopo che la ricerca entra per nel campo dell'assurdo se si considera l'età degli intervistati. La quattordicesima domanda del questionario recita testualmente: «Come definiresti il tuo orientamento sessuale?». Le risposte multiple da segnare con una croce proposte ai ragazzini delle medie sono le seguenti: «Esclusivamente eterosessuale»; «Prevalentemente eterosessuale»; «Bisessuale»; «Prevalentemente omosessuale»; «Esclusivamente omosessuale»; «Asessuale». Sì, avete letto bene, a degli alunni appena entrati nella pubertà si chiede se sono asessuali. Terminate le domande che fotografano direttamente l'identità della persona, si passa a una lunghissima serie di affermazioni: rispetto a ciascuna di esse bisogna indicare quanto si è in disaccordo, o in accordo, barrando una scala che va da 0 a 5.
Le perplessità sulle reali finalità del test e sui possibili pregiudizi che potrebbero stare alla base di esso sovvengono fin dalla prima affermazione da valutare sulla scala: «per quanto realizzato sia, un uomo non è mai veramente completo come persona se non ha l'amore di una donna»; e poi ancora «nelle calamità le donne dovrebbero essere salvate prima degli uomini», «molte donne interpretano osservazioni o atti innocui come maschilisti», «le donne dovrebbero essere coccolate e protette dagli uomini». Insomma, cosa c'entra tutto questo con il bullismo omofobico? Avere come priorità della propria vita la relazione con una donna e sacrificarsi per essa ha qualche legame con il bullismo?
Questo non è dato saperlo anche se nella pagina che spiega il test alle scuole si parla di rilevazione statistica che i ragazzi e le ragazze hanno nei confronti delle diversità «etniche», di «orientamento sessuale», degli «stereotipi di genere» e della «percezione relativa al bullismo».
Proseguendo il test si incontrano delle affermazioni che agli occhi di un adulto appaio subito provocatorie, ma che possono essere equivocate da dei ragazzini: «Ci sono delle donne che provano piacere a provocare gli uomini mostrandosi sessualmente disponibili e rifiutando poi i loro approcci», «Le femministe pretendono dagli uomini cose irragionevoli».
Si arriva quindi alla valutazione del gruppo di affermazioni sulla sfera dell'omosessualità, alcune delle quali riguardano anche il tema dell'omogenitorialità: «Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito adottare bambini allo stesso modo delle coppie eterosessuali», «un uomo gay può essere un buon genitore».
Infine, non poteva mancare anche un parte dedicata all'immigrazione con qualche esplicito riferimento alla politica nazionale. Le affermazioni su cui esprimere un giudizio iniziano subito con «la maggior parte dei politici si preoccupa troppo degli immigrati e non abbastanza dell'italiano medio», «gli immigrati occupano posti di lavoro che spetterebbero agli italiani». Ci sono inoltre domande dirette: «Quanto spesso ti sei sentito solidale con gli immigrati che vivono qui?».
Il questionario ha già scatenato un putiferio sul territorio umbro. Molte le proteste di cui si è fatto portavoce il senatore della Lega, Simone Pillon, che oggi presenterà un'interrogazione al ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. Pillon parla di alunni usati «come cavie da laboratorio per l'indottrinamento gender». Critico anche il comitato locale del Family day, che ha convogliato le proteste di alcuni genitori: «Le domande investono temi delicatissimi come l'orientamento sessuale, passando su tale aspetto implicitamente un messaggio di approvazione acritica della fluidità sessuale: per questo ribadiamo che nessuna ricerca, anche se fosse mossa dai più nobili fini, può superare il primato educativo dei genitori».
Bollini Lgbt per gli istituti allineati. Milano sposa il modello «Be.st»
Genitori state pronti perché, presto, a Milano, le scuole non saranno più tutte uguali. Ci saranno le scuole Best e (di conseguenza) le scuole non Best. E la differenza, a sentire il sindaco e la sua giunta, non è da poco. Nelle prime, insegnanti illuminati applicheranno programmi sperimentali per «eliminare tutti gli stereotipi sessisti» e abolire le «iniquità di cui le bambine possono essere vittime». Nelle altre, invece, tutto proseguirà come al solito, in un clima stereotipato che potrebbe persino favorire violenze di genere.
È questa, alle estreme conseguenze, l'idea lanciata dal primo cittadino, Giuseppe Sala, che, non pago di aver dato benedizione politica a una sperimentazione educativa ideata da una organizzazione No profit, ora vorrebbe applicare lo stesso modello a tutti gli istituti cittadini. «Be.st - Beyond stereotype», ideato dalla Onlus Punto Sud e già applicato in via sperimentale nella scuola primaria dell'Istituto comprensivo Riccardo Massa, è stato presentato come «un modello di intervento che parte da un approccio innovativo» basato sull'idea che «la costruzione del genere non esclude l'esistenza di differenze biologiche, ma attribuisce a queste delle caratteristiche (…) che prescindono dagli elementi strettamente fisici». Sala, e l'assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, evidentemente convinti della bontà dell'idea, ora spingono per un allargamento dell'iniziativa. «Il metodo Be.st», si legge infatti sul sito del Comune di Milano, «vuole proporsi come modello che investe tutto l'ambiente che caratterizza la scuola primaria». Non solo, «le scuole che decideranno di intraprendere questo percorso potranno comunicare all'esterno di essere scuole Be.st». Una sorta di bollino qualità Lgbt per gli «istituti attenti alla parità di genere e alla decostruzione di stereotipi».
Come si realizza concretamente il progetto? Per esempio modificando il linguaggio che nelle scuole Be.st dovrà essere rigorosamente «non sessista e non discriminatorio», o attraverso giochi proposti ai bambini che devono «fornire la possibilità di decostruire gli stereotipi sessisti».
Tutto gratis? Evidentemente no. Per applicare lo schema rieducativo di Be.st agli alunni della primaria Riccardo Massa, per esempio, i promotori hanno incassato più di 50.000 euro dalla Fondazione Cariplo, mentre la realizzazione di ogni progetto ha un costo complessivo che oscilla tra gli 80.000 e i 100.000 euro. Che, moltiplicati per tutte le primarie milanesi, garantiranno alla Onlus un bel giro d'affari.
«Manifesti Pro vita non offensivi»
«Due uomini non fanno una madre» è una frase che a qualcuno potrà pure non piacere, ma non offende nessuno e, soprattutto, non viola il codice dell'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap). A stabilirlo è stato l'avvocato Antonio Gambaro, presidente del Gran Giurì dell'Istituto stesso, attivo dal 1966 per vigilare sull'onestà e sulla correttezza della comunicazione pubblicitaria, a tutela del pubblico dei consumatori e delle imprese. Il verdetto, arrivato nel pomeriggio di ieri, segna dunque una vittoria di peso per Pro vita e Generazione famiglia, le due associazioni che un mese e mezzo fa, a Roma, si erano viste censurare i cartelloni contro l'utero in affitto.
Per la precisione, tutto ha avuto inizio lo scorso 16 ottobre quando, subito dopo la loro esposizione, il sindaco di Roma, Virginia Raggi, aveva richiesto agli uffici competenti la rimozione di quelli che definiva «manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro vita». Un ordine che dal Campidoglio era stato emanato ritenendo «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal dipartimento di competenza», e la violazione delle «prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali». Il «contenuto lesivo» sarebbe consistito, sempre secondo la Raggi, nel fatto che «la strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto» offenderebbero «tutti i cittadini».
Di fronte a questa decisione, dal chiaro sapore liberticida, Pro vita e Generazione famiglia si erano subito attivate su più fronti. Anzitutto su quello politico, ottenendo la presentazione di un'apposita interrogazione a firma di Maurizio Politi, capogruppo leghista nel consiglio comunale di Roma, volta a fare piena luce sul codice etico delle affissioni cittadine, «affinché non sia la maggioranza di turno a decidere sulla liceità o meno dei cartelloni». In effetti, era parsa subito singolare la rimozione di manifesti il cui «contenuto lesivo» sembrava quanto meno dubbio, in quanto perfettamente in linea con la legge 40/2004, articolo 12, comma 6, che punisce la surrogazione di maternità e la sua pubblicizzazione.
A ogni modo, dopo la decisione della Raggi, le due associazioni pro family si erano attivate rivolgendosi pure al presidente del Gran Giurì dell'Iap. Che ieri ha dato loro ragione. Comprensibile, quindi, l'esultanza delle due realtà e dei loro due presidenti, Toni Brandi per Pro vita e Jacopo Coghe per Generazione famiglia, che ora, dal sindaco di Roma, esigono delle scuse per l'ingiusta censura subita.
«Ora Virginia Raggi ci chieda scusa», hanno infatti dichiarato Brandi e Coghe, aggiungendo che dal loro punto di vista quella di ieri è «una bella lezione alla dittatura del politicamente corretto e alla nuova “inquisizione buonista" che, dietro falsi slogan che inneggiano all'amore, vogliono privare un bambino della sua mamma o del suo papà». «Noi continueremo a difendere il diritto dei più piccoli a non essere comprati al mercato degli uteri», hanno infine spiegato i due leader pro family. Ora resta da capire se la Raggi sarà disposta a rivedere la sua posizione. In ogni caso un passo in avanti importante nella lotta contro l'utero in affitto è stato fatto. Perché la guerra resta lunga, ma una battaglia, finalmente, è stata vinta.
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Sta per arrivare nelle classi dell'Umbria un test per indottrinare i ragazzi di 12 anni. Dovranno dichiarare l'orientamento sessuale e le loro opinioni.Il Comune adotta il metodo per «correggere» i docenti e creare bambini non sessisti.Per l'Istituto di autodisciplina pubblicitaria la campagna contro l'utero in affitto non viola nessun codice. I promotori: «Ora la Raggi si scusi con noi per la censura».Lo speciale contiene tre articoli.Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito di adottare bambini? Gay e lesbiche hanno ancora bisogno di manifestare per la parità dei diritti? Come definiresti il tuo orientamento sessuale? Sono solo alcune delle domande contenute nel test messo a punto dal Dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane e della formazione dell'università di Perugia e proposto, dopo approvazione dell'ufficio scolastico regionale dell'Umbria, a 54 istituti scolastici della Regione. L'iniziativa è stata presentata come un progetto di ricerca sul bullismo omofobico e ha lo scopo di «garantire la sicurezza e il benessere dei vostri figli».Lo scorso 6 novembre, presso l'ateneo umbro, è stato compiuto il sorteggio delle classi in cui sarà somministrato il questionario. Si tratta di terze della scuola secondaria di primo grado (ovvero le terze medie) e quarte della scuola secondaria di secondo grado (quarte superiori), che in queste settimane sono chiamate a decidere se partecipare alla ricerca. In pratica, a bambini di 12-13 anni e ai ragazzini di 17, verranno poste domande invadenti in un età molto delicata in cui si stanno formando sia l'identità sessuale sia i convincimenti su temi sensibili che rientrano nella sfera educativa familiare, come ha riconosciuto la recente circolare del ministero dell'Istruzione sull'obbligatorietà del consenso informato.Ma per comprendere quanto sia invasiva questa ricerca, che indaga in profondità le opinioni personali di alunni appena adolescenti, bisogna partire fin dalle prime domande che fanno un ritratto della composizione del nucleo familiare del ragazzo. Si chiede infatti di specificare la cittadinanza dei genitori. Poi si passa a una sfera delicatissima, l'appartenenza a una confessione religiosa e quale sia l'intensità del rapporto con essa (credente e praticante, credente ma non praticante, eccetera). Dopo è la volta dell'orientamento politico, che va indicato da una scala che va da «estrema destra» a «estrema sinistra», passando per il «centro».Senza andare oltre, ce n'è già abbastanza per interrogarsi su dove vuole andare a parare un test sull'omofobia che inizia scandagliando i principi religiosi e politici di alunni minorenni. Ma è subito dopo che la ricerca entra per nel campo dell'assurdo se si considera l'età degli intervistati. La quattordicesima domanda del questionario recita testualmente: «Come definiresti il tuo orientamento sessuale?». Le risposte multiple da segnare con una croce proposte ai ragazzini delle medie sono le seguenti: «Esclusivamente eterosessuale»; «Prevalentemente eterosessuale»; «Bisessuale»; «Prevalentemente omosessuale»; «Esclusivamente omosessuale»; «Asessuale». Sì, avete letto bene, a degli alunni appena entrati nella pubertà si chiede se sono asessuali. Terminate le domande che fotografano direttamente l'identità della persona, si passa a una lunghissima serie di affermazioni: rispetto a ciascuna di esse bisogna indicare quanto si è in disaccordo, o in accordo, barrando una scala che va da 0 a 5.Le perplessità sulle reali finalità del test e sui possibili pregiudizi che potrebbero stare alla base di esso sovvengono fin dalla prima affermazione da valutare sulla scala: «per quanto realizzato sia, un uomo non è mai veramente completo come persona se non ha l'amore di una donna»; e poi ancora «nelle calamità le donne dovrebbero essere salvate prima degli uomini», «molte donne interpretano osservazioni o atti innocui come maschilisti», «le donne dovrebbero essere coccolate e protette dagli uomini». Insomma, cosa c'entra tutto questo con il bullismo omofobico? Avere come priorità della propria vita la relazione con una donna e sacrificarsi per essa ha qualche legame con il bullismo?Questo non è dato saperlo anche se nella pagina che spiega il test alle scuole si parla di rilevazione statistica che i ragazzi e le ragazze hanno nei confronti delle diversità «etniche», di «orientamento sessuale», degli «stereotipi di genere» e della «percezione relativa al bullismo».Proseguendo il test si incontrano delle affermazioni che agli occhi di un adulto appaio subito provocatorie, ma che possono essere equivocate da dei ragazzini: «Ci sono delle donne che provano piacere a provocare gli uomini mostrandosi sessualmente disponibili e rifiutando poi i loro approcci», «Le femministe pretendono dagli uomini cose irragionevoli».Si arriva quindi alla valutazione del gruppo di affermazioni sulla sfera dell'omosessualità, alcune delle quali riguardano anche il tema dell'omogenitorialità: «Alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito adottare bambini allo stesso modo delle coppie eterosessuali», «un uomo gay può essere un buon genitore».Infine, non poteva mancare anche un parte dedicata all'immigrazione con qualche esplicito riferimento alla politica nazionale. Le affermazioni su cui esprimere un giudizio iniziano subito con «la maggior parte dei politici si preoccupa troppo degli immigrati e non abbastanza dell'italiano medio», «gli immigrati occupano posti di lavoro che spetterebbero agli italiani». Ci sono inoltre domande dirette: «Quanto spesso ti sei sentito solidale con gli immigrati che vivono qui?».Il questionario ha già scatenato un putiferio sul territorio umbro. Molte le proteste di cui si è fatto portavoce il senatore della Lega, Simone Pillon, che oggi presenterà un'interrogazione al ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. Pillon parla di alunni usati «come cavie da laboratorio per l'indottrinamento gender». Critico anche il comitato locale del Family day, che ha convogliato le proteste di alcuni genitori: «Le domande investono temi delicatissimi come l'orientamento sessuale, passando su tale aspetto implicitamente un messaggio di approvazione acritica della fluidità sessuale: per questo ribadiamo che nessuna ricerca, anche se fosse mossa dai più nobili fini, può superare il primato educativo dei genitori». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sei-etero-odi-i-gay-lindagine-per-rieducare-gli-alunni-delle-medie-2622404804.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bollini-lgbt-per-gli-istituti-allineati-milano-sposa-il-modello-be-st" data-post-id="2622404804" data-published-at="1772071518" data-use-pagination="False"> Bollini Lgbt per gli istituti allineati. Milano sposa il modello «Be.st» Genitori state pronti perché, presto, a Milano, le scuole non saranno più tutte uguali. Ci saranno le scuole Best e (di conseguenza) le scuole non Best. E la differenza, a sentire il sindaco e la sua giunta, non è da poco. Nelle prime, insegnanti illuminati applicheranno programmi sperimentali per «eliminare tutti gli stereotipi sessisti» e abolire le «iniquità di cui le bambine possono essere vittime». Nelle altre, invece, tutto proseguirà come al solito, in un clima stereotipato che potrebbe persino favorire violenze di genere. È questa, alle estreme conseguenze, l'idea lanciata dal primo cittadino, Giuseppe Sala, che, non pago di aver dato benedizione politica a una sperimentazione educativa ideata da una organizzazione No profit, ora vorrebbe applicare lo stesso modello a tutti gli istituti cittadini. «Be.st - Beyond stereotype», ideato dalla Onlus Punto Sud e già applicato in via sperimentale nella scuola primaria dell'Istituto comprensivo Riccardo Massa, è stato presentato come «un modello di intervento che parte da un approccio innovativo» basato sull'idea che «la costruzione del genere non esclude l'esistenza di differenze biologiche, ma attribuisce a queste delle caratteristiche (…) che prescindono dagli elementi strettamente fisici». Sala, e l'assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, evidentemente convinti della bontà dell'idea, ora spingono per un allargamento dell'iniziativa. «Il metodo Be.st», si legge infatti sul sito del Comune di Milano, «vuole proporsi come modello che investe tutto l'ambiente che caratterizza la scuola primaria». Non solo, «le scuole che decideranno di intraprendere questo percorso potranno comunicare all'esterno di essere scuole Be.st». Una sorta di bollino qualità Lgbt per gli «istituti attenti alla parità di genere e alla decostruzione di stereotipi». Come si realizza concretamente il progetto? Per esempio modificando il linguaggio che nelle scuole Be.st dovrà essere rigorosamente «non sessista e non discriminatorio», o attraverso giochi proposti ai bambini che devono «fornire la possibilità di decostruire gli stereotipi sessisti». Tutto gratis? Evidentemente no. Per applicare lo schema rieducativo di Be.st agli alunni della primaria Riccardo Massa, per esempio, i promotori hanno incassato più di 50.000 euro dalla Fondazione Cariplo, mentre la realizzazione di ogni progetto ha un costo complessivo che oscilla tra gli 80.000 e i 100.000 euro. Che, moltiplicati per tutte le primarie milanesi, garantiranno alla Onlus un bel giro d'affari. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sei-etero-odi-i-gay-lindagine-per-rieducare-gli-alunni-delle-medie-2622404804.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="manifesti-pro-vita-non-offensivi" data-post-id="2622404804" data-published-at="1772071518" data-use-pagination="False"> «Manifesti Pro vita non offensivi» «Due uomini non fanno una madre» è una frase che a qualcuno potrà pure non piacere, ma non offende nessuno e, soprattutto, non viola il codice dell'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap). A stabilirlo è stato l'avvocato Antonio Gambaro, presidente del Gran Giurì dell'Istituto stesso, attivo dal 1966 per vigilare sull'onestà e sulla correttezza della comunicazione pubblicitaria, a tutela del pubblico dei consumatori e delle imprese. Il verdetto, arrivato nel pomeriggio di ieri, segna dunque una vittoria di peso per Pro vita e Generazione famiglia, le due associazioni che un mese e mezzo fa, a Roma, si erano viste censurare i cartelloni contro l'utero in affitto. Per la precisione, tutto ha avuto inizio lo scorso 16 ottobre quando, subito dopo la loro esposizione, il sindaco di Roma, Virginia Raggi, aveva richiesto agli uffici competenti la rimozione di quelli che definiva «manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro vita». Un ordine che dal Campidoglio era stato emanato ritenendo «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal dipartimento di competenza», e la violazione delle «prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali». Il «contenuto lesivo» sarebbe consistito, sempre secondo la Raggi, nel fatto che «la strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto» offenderebbero «tutti i cittadini». Di fronte a questa decisione, dal chiaro sapore liberticida, Pro vita e Generazione famiglia si erano subito attivate su più fronti. Anzitutto su quello politico, ottenendo la presentazione di un'apposita interrogazione a firma di Maurizio Politi, capogruppo leghista nel consiglio comunale di Roma, volta a fare piena luce sul codice etico delle affissioni cittadine, «affinché non sia la maggioranza di turno a decidere sulla liceità o meno dei cartelloni». In effetti, era parsa subito singolare la rimozione di manifesti il cui «contenuto lesivo» sembrava quanto meno dubbio, in quanto perfettamente in linea con la legge 40/2004, articolo 12, comma 6, che punisce la surrogazione di maternità e la sua pubblicizzazione. A ogni modo, dopo la decisione della Raggi, le due associazioni pro family si erano attivate rivolgendosi pure al presidente del Gran Giurì dell'Iap. Che ieri ha dato loro ragione. Comprensibile, quindi, l'esultanza delle due realtà e dei loro due presidenti, Toni Brandi per Pro vita e Jacopo Coghe per Generazione famiglia, che ora, dal sindaco di Roma, esigono delle scuse per l'ingiusta censura subita. «Ora Virginia Raggi ci chieda scusa», hanno infatti dichiarato Brandi e Coghe, aggiungendo che dal loro punto di vista quella di ieri è «una bella lezione alla dittatura del politicamente corretto e alla nuova “inquisizione buonista" che, dietro falsi slogan che inneggiano all'amore, vogliono privare un bambino della sua mamma o del suo papà». «Noi continueremo a difendere il diritto dei più piccoli a non essere comprati al mercato degli uteri», hanno infine spiegato i due leader pro family. Ora resta da capire se la Raggi sarà disposta a rivedere la sua posizione. In ogni caso un passo in avanti importante nella lotta contro l'utero in affitto è stato fatto. Perché la guerra resta lunga, ma una battaglia, finalmente, è stata vinta.
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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