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2022-04-11
Scuola a pezzi. Ma non dovevate salvarla?
Patrizio Bianchi (Ansa)
All’inizio erano i banchi con le rotelle, fiore all’occhiello del secondo governo di Giuseppe Conte, brillante trovata dell’allora ministra Lucia Azzolina. Dovevano essere l’argine alla diffusione del Covid nelle classi, in realtà hanno fatto felici solo le aziende costruttrici. Costo dell’operazione 119 milioni di euro più 199 milioni per quelli tradizionali monoposto. Una valanga di soldi, ma il virus giustificava anche spese dissennate. Dopo più di un anno, il virus continua a girare indisturbato nelle classi, ma in compenso i ragazzi soffrono il mal di schiena. In Veneto l’assessore regionale all’Istruzione, Elena Donazzan, ha detto chiaramente che «sono assurdi e poco salutari». Sono il simbolo della lunga catena di errori compiuti negli ultimi due anni nelle scuole italiane.
Ma dopo la Azzolina è arrivato Patrizio Bianchi, un bolognese amico di Romano Prodi scelto da Mario Draghi per correggere il tiro al ministero dell’Istruzione. Doveva salvare la scuola dopo i disastri della ministra a 5 stelle, invece la scuola italiana è sempre più a pezzi. Il massimo del paradosso si è raggiunto nei giorni scorsi con le misure per riportare a scuola i docenti non vaccinati. In base al decreto Riaperture, dovrebbero svolgere «attività di supporto all’istituzione scolastica» ma non possono insegnare e stare a contatto con gli alunni. Cosa si intenda per «attività di supporto» è un mistero. In attesa di lumi vengono parcheggiati in qualche locale a fare nulla. Risultato: siccome vanno sostituiti in classe, per ogni insegnante non vaccinato bisogna pagare due stipendi, il suo e quello del supplente.
C’è poi la contraddizione che altro personale scolastico non vaccinato continua svolgere le mansioni ordinarie spesso a contatto con gli studenti. Fioccano le lettere dei docenti su Internet. Il sito Orizzontescuola.it riporta messaggi indignati: si parla di «mobbing di Stato contro persone sane», di «esilio dalle classi», di «provvedimento punitivo del governo», di «illegittimo demansionamento senza nessuna certificazione di inidoneità» o di «vendetta su chi ha osato scegliere di non vaccinarsi». Sono state segnalate scuole che hanno assegnato agli esclusi dalle aule il compito di catalogare libri e sistemare archivi mentre gli alunni, nei mesi decisivi per il voto finale, sono affidati a supplenti spesso alle prime armi.
Un’altra carta risolutiva verso il ritorno alla normalità doveva essere un sistema di organizzazione delle aule con impianti di riciclo dell’aria. Se ne era parlato fin dall’inizio della pandemia, non se n’è fatto nulla a parte spalancare le finestre anche nelle giornate fredde. Eppure uno studio della Fondazione Hume in collaborazione con la Regione Marche ha dimostrato che nelle scuole dotate di un impianto di ventilazione meccanica controllata il rischio di contagio scende dell’80%. «Così si limita la propagazione del virus più del vaccino, che comunque è insostituibile contro la malattia grave e la morte», va dicendo da tempo il presidente della Fondazione, Luca Ricolfi, ma nessuno lo ascolta. Il sistema adottato in 316 classi nelle Marche grazie a un finanziamento di 9 milioni dalla Regione ha garantito sempre lezioni in presenza evitando la mitica Dad, la didattica a distanza.
Perno della gestione di Azzolina, la Dad significa classi chiuse. Fallita l’operazione distanziamento, improvvisamente gli insegnanti si sono trovati a dover organizzare lezioni da remoto, senza esperienza né strumenti. Da casa i genitori hanno cercato alla meglio di rispondere all’emergenza tra mille difficoltà, come la connessione Internet carente e la mancanza di strumenti informatici (pc e tablet). Per molti studenti è stata una sorta di lunga vacanza che rimarrà come un buco formativo nel curriculum quando si confronteranno con il mercato del lavoro e per gli insegnanti è un incubo vista la difficoltà al ritorno alla normalità in presenza.
Ma neppure con Bianchi la Dad è stata accantonata in una girandola di decreti ministeriali che per mesi ha cambiato le regole a seconda del numero di contagiati nelle aule. E ora che in teoria si dovrebbe andare verso la normalità le situazioni paradossali si sono moltiplicate, perché la Dad c’è ancora. Dal 1° aprile sopravvive per i positivi asintomatici o paucisintomatici, con procedure farraginose. La famiglia deve inoltrare all’istituto la richiesta di seguire le lezioni da casa accompagnata da certificato medico, che però spesso arriva tardi (accade soprattutto nei fine settimana). In mancanza, il preside il ragazzo finisce in una sorta di limbo perdendo giorni di lezione.
C’è poi il capitolo concorsone. Il ritorno alla normalità per la scuola doveva essere accompagnato da un aumento del numero di insegnanti di ruolo regolarizzando molti precari. Il maxi concorso, tanto atteso, alla fine è arrivato ma con un sorpresone: i quiz sembrano fatti apposta per non essere superati. La percentuale degli ammessi alla prova orale è molto bassa: in alcune regioni, meno della metà dei posti banditi. Una trappola fatta di domande ambigue, fuorvianti e talvolta sbagliate. «È un rischiatutto», tuonano i sindacati. Una lotteria nella quale a perdere è la scuola.
Naturalmente, il caos ha dato luogo a immancabili contestazioni studentesche. A Milano, da inizio anno si sono susseguite 25 occupazioni di scuole superiori, una protesta lunga quasi tre mesi. Lo stesso clima si respira a Roma. Per settembre si preannunciano altri disagi perché un’altra promessa del governo è clamorosamente fallita: quella di garantire il distanziamento con un numero maggiore di aule. Solo a Roma a settembre 3.000 alunni rischiano di restare senza classe: una scuola della capitale su 4 è priva di spazi. L’assurdo è che in certi istituti le aule ci sarebbero ma non possono essere usate perché sono state trasformate in magazzini. Sono occupate fino al soffitto da sedie, armadi e banchi rotti, perfino dagli scrittoi a rotelle targati Lucia Azzolina. Oppure si trovano in stabili pericolanti. O ancora sono occupati dagli ex custodi degli edifici. In pensione.
«Non c’è un freno al decadimento»

Giorgio Chiosso (YouTube)
«Saranno ricordati come la generazione del Covid. Porteranno una macchia indelebile nel loro curriculum e dovranno impegnarsi il doppio per recuperare i due anni di insegnamento carente durante la pandemia». Giorgio Chiosso, professore emerito di pedagogia all’università di Torino, lancia il sasso: «C’è un collusivo decadimento della scuola di cui solo in parte la Dad è responsabile».
Si poteva fare di più e meglio?
«Non me la sento di condannare la didattica a distanza. La Dad di per sé non è uno strumento negativo, dipende da come si usa. Ci sono esempi di professori che hanno saputo e voluto rimodulare la propria professionalità e garantire agli studenti un percorso scolastico senza tanti buchi dovuti alle lezioni intermittenti. Ma ci sono altresì tanti (troppi) esempi pessimi, di chi si è lasciato andare nel disastro generale e ha gettato la spugna».
A che cosa si riferisce?
«In generale gli insegnanti sono stati presi di sorpresa dalla nuova organizzazione emergenziale della scuola e si sono sentiti soli. Ha agito molto il senso di responsabilità individuale a prescindere dalle indicazioni delle istituzioni. È emersa l’assenza di una formazione tecnologica del corpo docente alla quale bisognerà provvedere con tempestività. I concorsi dovranno tener conto di questa nuova voce e mi sembra che i quiz previsti per i concorsi in atto appartengano a una vecchia logica. Sono già superati e incapaci di riflettere le esigenze di una scuola moderna».
Il concorsone ha quindi dato la spallata finale a una scuola già allo sbando?
«Se potessi dare un consiglio, direi di abolire i quiz. Vanno recuperate le prove orali e scritte in presenza con una dislocazione geograficamente circoscritta. Limitare le aree delle selezioni eviterebbe l’affollamento che oggi è uno dei limiti dei concorsi e che ha spinto, inseguendo il principio dell’efficientismo, ad adottare i quiz. Le domande con risposte multiple introducono inoltre il concetto di scuola come accumulo di nozioni. Insegnare è cosa ben diversa dall’insieme appiccicata di nozioni. I quiz spesso sono simili alle lotterie che poco hanno a che fare con le competenze. Ma ormai la logica che guida ogni scelta è quella di non perdere tempo e il presunto efficientismo sembra lo strumento adatto a questo scopo».
Concorsi decentrati, come?
«I concorsi dovrebbero essere circoscritti a piccole zone territoriali. Invece di farli regionali, meglio provinciali o per gruppi di scuole. Una soluzione di cui si sta discutendo tra gli esperti, e che io condivido, è che le prove siano gestite dalle singole scuole. Tutti i licei di una certa area geografica, per esempio, dovrebbero mettere i posti a concorso in ragione delle loro necessità. Fondamentali sono le prove scritte. Può sembrare una banalità, ma io ho presieduto tante commissioni di esami e posso assicurare che anche a livello di concorsi per dirigenti scolastici emergevano difficoltà ortografiche e grammaticali. È essenziale inoltre dimostrare capacità di ragionamento».
Come si è arrivati a tutto questo precariato?
«La responsabilità è in gran parte dei sindacati e di una parte della burocrazia ministeriale che negli ultimi 40 anni hanno reso difficile l’accesso alla professione, da una parte tutelando i precari che si sono moltiplicati, e dall’altro rifiutando le selezioni geograficamente circoscritte perché, dicevano, avrebbero favorito le discriminazioni territoriali».
«I quiz ai precari sono fatti apposta per assumerne il meno possibile»

Massimo Arcangeli (Facebook)
«In un primo momento ho pensato che la bassa percentuale dei promossi al primo test del concorsone dei precari fosse dovuta alla scarsa preparazione dei candidati. Ora invece, ricevendo decine di segnalazioni ho maturato l’idea che sia una strategia pianificata a tavolino. I quiz sono formulati in modo tale da garantire un’alta scrematura e non per far emergere i più bravi». Il professor Massimo Arcangeli, come linguista e docente universitario, da giorni è diventato il punto di riferimento per quei candidati che sono incappati nella tagliola del concorsone e ne sono usciti disorientati: «Al mio profilo Facebook arrivano decine di segnalazioni sulle domande della selezione».
Come mai la percentuale di chi ha superato la selezione è bassa?
«Sarebbe troppo facile dire che abbiamo una classe docente di ciucci. In realtà esaminando i test, in base alle segnalazioni, emerge l’incongruenza di questo concorso. Domande mal poste, ambigue, talvolta addirittura con errori madornali nel testo. Anche per chi, come me, studia la lingua italiana da una vita, sarebbe facile sbagliare e cadere nei tranelli».
Ma con quale scopo?
«I vincitori di concorso saranno perlopiù difficilmente riassorbibili in tempi brevi nel sistema scolastico. Quindi sarebbe un bel problema se fossero in tanti a superare le prove. Meno sono e più sono gestibili. Ci sono casi in cui su un’intera classe di partecipanti alle prove solo una persona ha superato l’esame».
Ci fa qualche esempio di quiz sbagliato o assurdo?
«Ce n’è uno che fa drizzare i capelli. Si cita l’articolo 34 della Costituzione, ma le risposte da opzionare si riferiscono all’articolo 33. In un quiz si chiede se la Lim, la lavagna elettronica, prima dell’uso vada connessa, sincronizzata o calibrata: a quanto pare a nessuno importa dei contenuti che saranno comunicati sulla lavagna».
Sembra Rischiatutto.
«Si chiede a quale punto del Piano nazionale scuola digitale corrisponda la didattica digitale integrata, se il 4, il 7, l’8 o il 10. C’è un quesito sul Canto notturno di un pastore errante dell’Asia in cui il candidato deve indicare quale aggettivo, tra quattro, Leopardi non usa mai. In un quiz gli insegnanti di scienze motorie di scuola media devono dire se il cammino è una sequenza o una successione di passi. Una follia».
Si possono davvero testare così le competenze di un insegnante?
«Sono prove puramente nozionistiche. Si selezionano docenti che sono mnemonicamente preparati ma manca la verifica delle capacità di relazionarsi con una classe, con i genitori, di esporre un tema in modo argomentato coinvolgendo gli studenti. Alcuni quiz non hanno nulla a che vedere con la materia che si andrà a insegnare. È il caso della domanda sulle procedure per accendere la lavagna elettronica. A me questo esame sembra un’offesa al corpo docente».
Come si è arrivati a questo?
«È il risultato di una globalizzazione di stampo anglo-americano. Stiamo distruggendo un sistema culturale. La formula del test è stato scelto perché fa risparmiare. La procedura online è economica grazie alla correzione automatica».
Continua a leggereRiduci
Prof no vax pagati per non fare nulla, un concorsone ridicolo, la Dad che rimane, gli impianti di aerazione ignorati. E aule trasformate in depositi di banchi rotti. Il ministro Patrizio Bianchi aveva il compito di fare dimenticare Lucia Azzolina: sta riuscendo a fare peggio.Il pedagogista Giorgio Chiosso: «Gli insegnanti sono lasciati soli, il senso di responsabilità di alcuni non basta a cambiare il sistema. Nel fare le scelte si pensa solo a non perdere tempo».Quiz ai precari, il linguista Massimo Arcangeli: «Per il ministero sarebbe un problema se in troppi superassero le prove».Lo speciale contiene tre articoli.All’inizio erano i banchi con le rotelle, fiore all’occhiello del secondo governo di Giuseppe Conte, brillante trovata dell’allora ministra Lucia Azzolina. Dovevano essere l’argine alla diffusione del Covid nelle classi, in realtà hanno fatto felici solo le aziende costruttrici. Costo dell’operazione 119 milioni di euro più 199 milioni per quelli tradizionali monoposto. Una valanga di soldi, ma il virus giustificava anche spese dissennate. Dopo più di un anno, il virus continua a girare indisturbato nelle classi, ma in compenso i ragazzi soffrono il mal di schiena. In Veneto l’assessore regionale all’Istruzione, Elena Donazzan, ha detto chiaramente che «sono assurdi e poco salutari». Sono il simbolo della lunga catena di errori compiuti negli ultimi due anni nelle scuole italiane.Ma dopo la Azzolina è arrivato Patrizio Bianchi, un bolognese amico di Romano Prodi scelto da Mario Draghi per correggere il tiro al ministero dell’Istruzione. Doveva salvare la scuola dopo i disastri della ministra a 5 stelle, invece la scuola italiana è sempre più a pezzi. Il massimo del paradosso si è raggiunto nei giorni scorsi con le misure per riportare a scuola i docenti non vaccinati. In base al decreto Riaperture, dovrebbero svolgere «attività di supporto all’istituzione scolastica» ma non possono insegnare e stare a contatto con gli alunni. Cosa si intenda per «attività di supporto» è un mistero. In attesa di lumi vengono parcheggiati in qualche locale a fare nulla. Risultato: siccome vanno sostituiti in classe, per ogni insegnante non vaccinato bisogna pagare due stipendi, il suo e quello del supplente. C’è poi la contraddizione che altro personale scolastico non vaccinato continua svolgere le mansioni ordinarie spesso a contatto con gli studenti. Fioccano le lettere dei docenti su Internet. Il sito Orizzontescuola.it riporta messaggi indignati: si parla di «mobbing di Stato contro persone sane», di «esilio dalle classi», di «provvedimento punitivo del governo», di «illegittimo demansionamento senza nessuna certificazione di inidoneità» o di «vendetta su chi ha osato scegliere di non vaccinarsi». Sono state segnalate scuole che hanno assegnato agli esclusi dalle aule il compito di catalogare libri e sistemare archivi mentre gli alunni, nei mesi decisivi per il voto finale, sono affidati a supplenti spesso alle prime armi. Un’altra carta risolutiva verso il ritorno alla normalità doveva essere un sistema di organizzazione delle aule con impianti di riciclo dell’aria. Se ne era parlato fin dall’inizio della pandemia, non se n’è fatto nulla a parte spalancare le finestre anche nelle giornate fredde. Eppure uno studio della Fondazione Hume in collaborazione con la Regione Marche ha dimostrato che nelle scuole dotate di un impianto di ventilazione meccanica controllata il rischio di contagio scende dell’80%. «Così si limita la propagazione del virus più del vaccino, che comunque è insostituibile contro la malattia grave e la morte», va dicendo da tempo il presidente della Fondazione, Luca Ricolfi, ma nessuno lo ascolta. Il sistema adottato in 316 classi nelle Marche grazie a un finanziamento di 9 milioni dalla Regione ha garantito sempre lezioni in presenza evitando la mitica Dad, la didattica a distanza. Perno della gestione di Azzolina, la Dad significa classi chiuse. Fallita l’operazione distanziamento, improvvisamente gli insegnanti si sono trovati a dover organizzare lezioni da remoto, senza esperienza né strumenti. Da casa i genitori hanno cercato alla meglio di rispondere all’emergenza tra mille difficoltà, come la connessione Internet carente e la mancanza di strumenti informatici (pc e tablet). Per molti studenti è stata una sorta di lunga vacanza che rimarrà come un buco formativo nel curriculum quando si confronteranno con il mercato del lavoro e per gli insegnanti è un incubo vista la difficoltà al ritorno alla normalità in presenza. Ma neppure con Bianchi la Dad è stata accantonata in una girandola di decreti ministeriali che per mesi ha cambiato le regole a seconda del numero di contagiati nelle aule. E ora che in teoria si dovrebbe andare verso la normalità le situazioni paradossali si sono moltiplicate, perché la Dad c’è ancora. Dal 1° aprile sopravvive per i positivi asintomatici o paucisintomatici, con procedure farraginose. La famiglia deve inoltrare all’istituto la richiesta di seguire le lezioni da casa accompagnata da certificato medico, che però spesso arriva tardi (accade soprattutto nei fine settimana). In mancanza, il preside il ragazzo finisce in una sorta di limbo perdendo giorni di lezione. C’è poi il capitolo concorsone. Il ritorno alla normalità per la scuola doveva essere accompagnato da un aumento del numero di insegnanti di ruolo regolarizzando molti precari. Il maxi concorso, tanto atteso, alla fine è arrivato ma con un sorpresone: i quiz sembrano fatti apposta per non essere superati. La percentuale degli ammessi alla prova orale è molto bassa: in alcune regioni, meno della metà dei posti banditi. Una trappola fatta di domande ambigue, fuorvianti e talvolta sbagliate. «È un rischiatutto», tuonano i sindacati. Una lotteria nella quale a perdere è la scuola.Naturalmente, il caos ha dato luogo a immancabili contestazioni studentesche. A Milano, da inizio anno si sono susseguite 25 occupazioni di scuole superiori, una protesta lunga quasi tre mesi. Lo stesso clima si respira a Roma. Per settembre si preannunciano altri disagi perché un’altra promessa del governo è clamorosamente fallita: quella di garantire il distanziamento con un numero maggiore di aule. Solo a Roma a settembre 3.000 alunni rischiano di restare senza classe: una scuola della capitale su 4 è priva di spazi. L’assurdo è che in certi istituti le aule ci sarebbero ma non possono essere usate perché sono state trasformate in magazzini. Sono occupate fino al soffitto da sedie, armadi e banchi rotti, perfino dagli scrittoi a rotelle targati Lucia Azzolina. Oppure si trovano in stabili pericolanti. O ancora sono occupati dagli ex custodi degli edifici. In pensione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/scuola-pezzi-non-dovevate-salvarla-2657131895.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-ce-un-freno-al-decadimento" data-post-id="2657131895" data-published-at="1649654178" data-use-pagination="False"> «Non c’è un freno al decadimento» Giorgio Chiosso (YouTube) «Saranno ricordati come la generazione del Covid. Porteranno una macchia indelebile nel loro curriculum e dovranno impegnarsi il doppio per recuperare i due anni di insegnamento carente durante la pandemia». Giorgio Chiosso, professore emerito di pedagogia all’università di Torino, lancia il sasso: «C’è un collusivo decadimento della scuola di cui solo in parte la Dad è responsabile». Si poteva fare di più e meglio? «Non me la sento di condannare la didattica a distanza. La Dad di per sé non è uno strumento negativo, dipende da come si usa. Ci sono esempi di professori che hanno saputo e voluto rimodulare la propria professionalità e garantire agli studenti un percorso scolastico senza tanti buchi dovuti alle lezioni intermittenti. Ma ci sono altresì tanti (troppi) esempi pessimi, di chi si è lasciato andare nel disastro generale e ha gettato la spugna». A che cosa si riferisce? «In generale gli insegnanti sono stati presi di sorpresa dalla nuova organizzazione emergenziale della scuola e si sono sentiti soli. Ha agito molto il senso di responsabilità individuale a prescindere dalle indicazioni delle istituzioni. È emersa l’assenza di una formazione tecnologica del corpo docente alla quale bisognerà provvedere con tempestività. I concorsi dovranno tener conto di questa nuova voce e mi sembra che i quiz previsti per i concorsi in atto appartengano a una vecchia logica. Sono già superati e incapaci di riflettere le esigenze di una scuola moderna». Il concorsone ha quindi dato la spallata finale a una scuola già allo sbando? «Se potessi dare un consiglio, direi di abolire i quiz. Vanno recuperate le prove orali e scritte in presenza con una dislocazione geograficamente circoscritta. Limitare le aree delle selezioni eviterebbe l’affollamento che oggi è uno dei limiti dei concorsi e che ha spinto, inseguendo il principio dell’efficientismo, ad adottare i quiz. Le domande con risposte multiple introducono inoltre il concetto di scuola come accumulo di nozioni. Insegnare è cosa ben diversa dall’insieme appiccicata di nozioni. I quiz spesso sono simili alle lotterie che poco hanno a che fare con le competenze. Ma ormai la logica che guida ogni scelta è quella di non perdere tempo e il presunto efficientismo sembra lo strumento adatto a questo scopo». Concorsi decentrati, come? «I concorsi dovrebbero essere circoscritti a piccole zone territoriali. Invece di farli regionali, meglio provinciali o per gruppi di scuole. Una soluzione di cui si sta discutendo tra gli esperti, e che io condivido, è che le prove siano gestite dalle singole scuole. Tutti i licei di una certa area geografica, per esempio, dovrebbero mettere i posti a concorso in ragione delle loro necessità. Fondamentali sono le prove scritte. Può sembrare una banalità, ma io ho presieduto tante commissioni di esami e posso assicurare che anche a livello di concorsi per dirigenti scolastici emergevano difficoltà ortografiche e grammaticali. È essenziale inoltre dimostrare capacità di ragionamento». Come si è arrivati a tutto questo precariato? «La responsabilità è in gran parte dei sindacati e di una parte della burocrazia ministeriale che negli ultimi 40 anni hanno reso difficile l’accesso alla professione, da una parte tutelando i precari che si sono moltiplicati, e dall’altro rifiutando le selezioni geograficamente circoscritte perché, dicevano, avrebbero favorito le discriminazioni territoriali». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/scuola-pezzi-non-dovevate-salvarla-2657131895.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-quiz-ai-precari-sono-fatti-apposta-per-assumerne-il-meno-possibile" data-post-id="2657131895" data-published-at="1649654936" data-use-pagination="False"> «I quiz ai precari sono fatti apposta per assumerne il meno possibile» Massimo Arcangeli (Facebook) «In un primo momento ho pensato che la bassa percentuale dei promossi al primo test del concorsone dei precari fosse dovuta alla scarsa preparazione dei candidati. Ora invece, ricevendo decine di segnalazioni ho maturato l’idea che sia una strategia pianificata a tavolino. I quiz sono formulati in modo tale da garantire un’alta scrematura e non per far emergere i più bravi». Il professor Massimo Arcangeli, come linguista e docente universitario, da giorni è diventato il punto di riferimento per quei candidati che sono incappati nella tagliola del concorsone e ne sono usciti disorientati: «Al mio profilo Facebook arrivano decine di segnalazioni sulle domande della selezione». Come mai la percentuale di chi ha superato la selezione è bassa? «Sarebbe troppo facile dire che abbiamo una classe docente di ciucci. In realtà esaminando i test, in base alle segnalazioni, emerge l’incongruenza di questo concorso. Domande mal poste, ambigue, talvolta addirittura con errori madornali nel testo. Anche per chi, come me, studia la lingua italiana da una vita, sarebbe facile sbagliare e cadere nei tranelli». Ma con quale scopo? «I vincitori di concorso saranno perlopiù difficilmente riassorbibili in tempi brevi nel sistema scolastico. Quindi sarebbe un bel problema se fossero in tanti a superare le prove. Meno sono e più sono gestibili. Ci sono casi in cui su un’intera classe di partecipanti alle prove solo una persona ha superato l’esame». Ci fa qualche esempio di quiz sbagliato o assurdo? «Ce n’è uno che fa drizzare i capelli. Si cita l’articolo 34 della Costituzione, ma le risposte da opzionare si riferiscono all’articolo 33. In un quiz si chiede se la Lim, la lavagna elettronica, prima dell’uso vada connessa, sincronizzata o calibrata: a quanto pare a nessuno importa dei contenuti che saranno comunicati sulla lavagna». Sembra Rischiatutto. «Si chiede a quale punto del Piano nazionale scuola digitale corrisponda la didattica digitale integrata, se il 4, il 7, l’8 o il 10. C’è un quesito sul Canto notturno di un pastore errante dell’Asia in cui il candidato deve indicare quale aggettivo, tra quattro, Leopardi non usa mai. In un quiz gli insegnanti di scienze motorie di scuola media devono dire se il cammino è una sequenza o una successione di passi. Una follia». Si possono davvero testare così le competenze di un insegnante? «Sono prove puramente nozionistiche. Si selezionano docenti che sono mnemonicamente preparati ma manca la verifica delle capacità di relazionarsi con una classe, con i genitori, di esporre un tema in modo argomentato coinvolgendo gli studenti. Alcuni quiz non hanno nulla a che vedere con la materia che si andrà a insegnare. È il caso della domanda sulle procedure per accendere la lavagna elettronica. A me questo esame sembra un’offesa al corpo docente». Come si è arrivati a questo? «È il risultato di una globalizzazione di stampo anglo-americano. Stiamo distruggendo un sistema culturale. La formula del test è stato scelto perché fa risparmiare. La procedura online è economica grazie alla correzione automatica».
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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