Dopo la conferma del rating di S&P il differenziale scende a 297 (dai 309 di venerdì). Influisce pure il balzo dei rendimenti dei Bund legato ai guai della Merkel. Piazza Affari, con un +1,9%, è la migliore d'Europa. E «Repubblica» e soci si rimangiano gli anatemi.
È la corsa a liberarsi degli Npl, imposta dalla Vigilanza europea, ad aver messo in difficoltà gli istituti: i guadagni sono stati limitati, il business lo hanno fatto altri. E i prestiti alle imprese? Rimasti al palo.
Nell'ultima bozza aliquota fissa al 15% per le lezioni private. Alle famiglie numerose concessioni gratuite di campi da coltivare. Reddito e quota 100 in due ddl distinti.
Lo speciale contiene tre articoli
Alla fine il partito «forza spread» ha perso. Il tanto atteso, quasi invocato in certe redazioni, declassamento dell'Italia da parte di Standard & Poor's non c'è stato e ieri lo spread Btp-Bund è addirittura battuto in ritirata a 297,6 punti base, rispetto ai 309 di venerdì scorso.
Lo schiaffo, dunque, non c'è stato. La settimana scorsa l'agenzia non ha abbassato il grado di affidabilità del Paese (mantenendolo a BBB) ma sono state riviste in maniera negativa le previsioni per il futuro (l'outlook), perché «il piano economico del governo rischia di indebolire le performance di crescita del Paese». Tanto era bastato però a quasi tutti i giornali, Repubblica e La Sampa in testa, a disegnare scenari apocalittici, come se il colosso Usa avesse di fatto bocciato il nostro Paese, cosa che invece non aveva fatto. Un ribaltamento della realtà che, però, con la realtà ha dovuto fare i conti ieri. E gli effetti sono stati tragicomici. Quegli stessi cantori di sventura hanno dovuto fare marcia indietro. Il sito di Repubblica, ad esempio, è paradigmatico dello «sdeng»: «S&P spinge lo spread al ribasso. Il mancato declassamento dell'Italia dà respiro ai nostri titoli di Stato». Insomma, i nostri becchini sono diventati magicamente i nostri salvatori. In tutto questo processo mediatico, inoltre, non si è poi considerato che lo spread altro che non è che un differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco. In parole povere, le forze in gioco sono due, non una come molti hanno voluto far credere. Solo ieri mattina, ad esempio, i rendimenti dei titoli di Berlino hanno preso il volo (+10 punti) perché hanno scontato l'annuncio della cancelliera Angela Merkel di non rinnovare la corsa alla leadership della Cdu dopo la disfatta delle elezioni in Assia.
Insomma, ieri chi ha tifato contro l'Italia ha perso. La decisione di S&P di non tagliare il rating dell'Italia «non cambia il nostro outlook negativo di medio termine sui titoli italiani», ma apre la strada per «un periodo di relativa tranquillità», ha sottolineato ieri James McCormick, esperto di NatWest Markets, secondo cui la scelta di S&P è stato «l'ultimo momento chiave del flusso di notizie atteso sull'Italia».
Non solo il decennale italiano, inoltre, ha tirato un sospiro di sollievo. Nel corso della giornata di ieri, il Tesoro italiano ha collocato in asta sei miliardi di euro di Bot a sei mesi, con un tasso medio dello 0,159%, in discesa di 5 punti base rispetto allo 0,206 di fine settembre. Segnale che anche su durate più brevi c'è un po' più di serenità. Lo stesso clima di ottimismo ieri si è visto anche a Piazza Affari, dove si è registrato un aumento dell'1,91%, sempre grazie al verdetto di S&P: la piazza italiana è stata la migliore del continente.
A beneficiarne sono state, come era largamente atteso, le banche: tutte con rialzi importanti. Ieri Banca Mps ha messo a segno un +7,62%, Banca Carige +8,7%, Banco Bpm +5,01%, Bper +4,41%, Intesa Sanpaolo +3,03%, Mediobanca +2,85%, Unicredit +4,32% e Unipol +3,53%.
Non solo, ieri anche il titolo Fca ha visto buoni rialzi in scia alle indiscrezioni secondo le quali il governo cinese starebbe pensando di dimezzare le tariffe sulle importazioni di auto. Progressi ancora più evidenti si sono visti per Stm (+5,62%) e Cnh Industrial (+3,49%), mentre hanno registrato un segno meno Leonardo (-1,85%) e Moncler (-1,42%).
Particolarmente bene anche Tim (+4,36%), titolo su cui Deutsche Bank ha confermato la raccomandazione positiva. Gli esperti evidenziano che il terzo trimestre sarà difficile per le compagnie telefoniche italiane, ma Telecom è meglio posizionata rispetto agli altri competitor. Acquisti pure su Atlantia (+0,91%). La società italiana, Acs e Hochtief hanno perfezionato l'accordo sottoscritto il 23 marzo per un investimento congiunto in Abertis Infraestructuras.
In ascesa, tra gli altri titoli, Ansaldo Sts (+8,97%). Hitachi ha acquistato l'intera partecipazione di Elliot, pari al 31,794% del capitale, ad un prezzo unitario pari a 12,70 euro. Hitachi ha poi deciso di promuovere un'offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria sulla totalità delle azioni ordinarie di Ansaldo Sts. Infine, hanno brillato Clabo (+24,68%) e Isagro (+9,87%) mentre D'Amico (-13,01%) ha continuato a registrare nuovi minimi.
Anche le altre Borse del Vecchio continente hanno chiuso in positivo, trainate da Piazza Affari. Londra è salita dell'1,74%, Francoforte dell'1,93%. Parigi, partita in ritardo a causa di un problema tecnico, cresce è comunque cresciuta dell'1,13%.
Anche dall'altra parte dell'oceano, al momento della chiusura delle piazze europee, l'ottimismo non mancava. Intorno alle 17.30 ora italiana il Dow Jones era in crescita dello 0,29%, mentre l'S&P 500 viaggiava a quota + 0,6%. Solo il Nasdaq si è mostrato in leggera flessione dello 0,39%.
Chi «remava» contro l'Italia, dunque, deve mettersi l'anima in pace. Dopo il verdetto di Standard & Poor's, almeno per un po', non ci dovrebbero essere grossi scogli all'orizzonte. La nave Italia ha passato la tempesta. Alla faccia di chi sperava che colasse a picco.
Gianluca Baldini
La svendita dei crediti deteriorati è la vera maledizione per le banche
Dopo lo scampato pericolo del downgrade targato Standard & Poor's (l'agenzia di rating venerdì si è limitata infatti a tagliare l'outlook da «stabile» a «negativo») brillano i bancari a Piazza Affari. Quello di ieri è stato un rialzo generalizzato che ha coinvolto un po' tutti gli istituti, da Mps a Carige, a Banco Bpm passando per Ubi Banca, Mediobanca e Intesa Sanpaolo. Bene anche lo spread, che è tornato dopo ben due settimane sotto la soglia psicologica di 300 punti base.
Proprio riferendosi allo spread, nella conferenza stampa di giovedì scorso il governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, aveva avvertito che «se mi si chiede cosa si può fare riguardo alle banche, dato l'allargamento dello spread negli ultimi sei mesi, una prima risposta è ridurre lo spread». Non si può negare che lo spread rappresenti un fattore di stress per gli istituti di credito. Uno studio di Credit Suisse pubblicato qualche settimana fa prevede che un livello prolungato del differenziale superiore ai 400 punti «non è sostenibile». «Un ampliamento di 200 punti base da fine giugno (238 bps) ridurrebbe il Cet1 (l'indice di solidità patrimoniale delle banche, ndr) di 66 punti base in media, dal 12,53% a 11,87%», una variazione che farebbe «scattare aumenti di capitale», si legge.
Lo spread, dunque, è diventato il nuovo feticcio da agitare in vista della prossima crisi bancaria. Come tutti i fenomeni, però, un'osservazione troppo ravvicinata rischia di indurre a conclusioni errate. Il sistema bancario italiano è arrivato già profondamente provato alle soglie di questa nuova possibile, imminente recessione. Basti pensare che, tra il 2012 e il 2013 l'erogazione di nuovi crediti è risultata negativa per ben quattro trimestri di seguito. La stretta creditizia si è abbattuta con tutta la sua forza sulle nostre imprese. Dato drammatico per eccellenza è quello dei fallimenti delle aziende, passati dai 12.300 del 2012 ai 15.300 del 2014. Ovviamente, l'impatto della Grande recessione si è fatto sentire anche in termini di qualità degli impieghi. Questa è una conseguenza piuttosto ovvia, dal momento che se diminuisce la capacità di rimborso delle imprese e delle famiglie è più facile che i finanziamenti finiscano in contenzioso. Il riflesso, come tutti sappiamo, è stato l'aumento vertiginoso dei crediti deteriorati (noti anche come non performing loans, o più brevemente Npl), il cui volume è quintuplicato in meno di un decennio. Lo stock di Npl, infatti, è passato dai 65 miliardi di euro del 2007 ai 341 miliardi del 2015.
Ora, cosa ha pensato bene di fare il regolatore europeo, cioè il Meccanismo di vigilanza unico, in un contesto del genere? Anziché facilitare uno smaltimento graduale di questi crediti, ha pressato per una loro frettolosa (e molto meno remunerativa) riduzione. Come dimenticare gli innumerevoli discorsi di Danièle Nouy, capo della Vigilanza europea, per demonizzare l'enorme mole di crediti deteriorati in pancia alle banche italiane? La ragione principale addotta dagli euroburocrati è che le banche che possiedono molti Npl nei propri bilanci trovano più difficoltà nell'erogazione del credito. Fidandosi delle indicazioni del regolatore, molti istituti hanno perciò svenduto in fretta e furia i crediti problematici.
Secondo uno studio di Banca d'Italia di aprile 2018, del quale La Verità ha dato conto pochi giorni dopo la sua pubblicazione, la correlazione tra Npl e mancata erogazione del credito è tutta da dimostrare. Non si spiegherebbe altrimenti come mai, a fronte della diminuzione dello stock di Npl, il credito faccia comunque fatica a riprendersi. Secondo l'ultimo rapporto Unimpresa, basato su dati diffusi da Banca d'Italia, nell'ultimo anno i prestiti delle banche alle imprese sono infatti diminuiti di oltre 45 miliardi di euro (-5,84%).
Secondo il colosso di consulenza PwC, solo nel 2017 le cessioni di Npl sono state pari a 64 miliardi di euro, trainate «principalmente da alcune mega operazioni», concluse da pochi operatori specializzati. Un trend pienamente rispettato anche nel 2018, con circa 37 miliardi di transazioni nel primo semestre. La pressione normativa della Vigilanza sulle banche italiane, attuata anche con criteri più stringenti in materia di accantonamenti dei crediti, non ha ottenuto i risultati sperati dal punto di vista né dell'erogazione di nuovi crediti, né tanto meno della ripresa economica. Per contro, abbiamo assistito alla nascita di un mercato molto redditizio (quello degli Npl appunto) con rendimenti che, per gli operatori che riescono ad affacciarvisi, arrivano con facilità alla doppia cifra. A nulla sono serviti gli appelli alla calma di Banca d'Italia. «Vanno evitate politiche generalizzate di vendita, che condurrebbero di fatto a un indesiderabile trasferimento di risorse a danno delle banche italiane e in favore dei pochi investitori specializzati, in larga misura di origine estera», avvertiva a giugno del 2017 il vicedirettore generale della Banca d'Italia, Fabio Panetta. Parole rimaste inascoltate, nel mentre che a Francoforte cuoceva indisturbato lo spezzatino delle banche italiane.
Antonio Grizzuti
Flat tax ripetizioni e terre ai giovani
81 pagine, 115 articoli: cresce molto, nell'ultima bozza in circolazione, la «cubatura» della manovra, che potrebbe approdare in commissione Bilancio alla Camera già stamattina. Ma questo accade ogni anno: nel caos «ferroviario» parlamentare, si sa che uno dei pochi treni ad arrivare con certezza (e in orario) in stazione è proprio la legge di bilancio, ed è quindi fatale che in quel ddl trovino posto sempre più vagoni. Ecco alcune novità.
1Le Regioni sono chiamate a un taglio dei vitalizi di consiglieri e presidenti, sulla scia di quanto fatto dalla Camera. Per farlo, hanno sei mesi di tempo. Se non lo faranno, sanzioni pesanti: taglio delle risorse statali nella misura del 30% per il 2019, salvaguardando comunque le voci come sanità, politiche sociali e trasporto pubblico locale. Dall'anno successivo, tagli lineari corrispondenti alla metà delle somme destinate nel 2018 ai vitalizi. Insomma, un poderoso incentivo a un intervento forte sui vitalizi.
2 Sulla cedolare secca da estendere al commercio, emergono i paletti che sarebbero stati decisi dal governo: la tassa al 21% sarà applicata agli immobili di categoria catastale C1 di «superficie fino a 600 mq, escluse le pertinenze». E inoltre deve trattarsi di nuovi contratti. La speranza è che questo regime sperimentale possa essere significativamente esteso nei prossimi anni.
3 Incremento del fondo per il Servizio sanitario nazionale, tema foriero di tensioni nelle ultime settimane. Il fondo arriverà a 114,4 miliardi, con previsioni di ulteriore crescita per gli anni successivi. Ma gli aumenti futuri saranno subordinati alla realizzazione di un nuovo «Patto per la salute» tra Stato e Regioni per ottimizzare servizi e costi.
4 Novità vera, la flat tax al 15% per ripetizioni scolastiche e lezioni private, con un potente incentivo all'emersione di attività molto spesso svolte in nero. Dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «una imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Quindi un'opportunità in più.
5 Arriva la misura pro eccellenze che era stata anticipata alla Verità dal sottosegretario Guido Guidesi. Si tratta di un bonus-occupazione per i giovani con carriere universitarie eccellenti, laureati under 30 o dottori di ricerca under 34. In pratica, il datore di lavoro che dovesse assumerli sarebbe esonerato dai contributi, ad eccezione dei premi e contributi Inail, per un anno al massimo e con un tetto di 8.000 euro. Lo sconto vale per le assunzioni a tempo indeterminato avvenute nel 2019.
6 Come La Verità aveva anticipato, le misure più corpose (quota 100 e reddito di cittadinanza) troveranno posto in disegni di legge appositi che marceranno in parallelo rispetto alla manovra.
Resta invariato l'articolo che dispone l'istituzione di due fondi da 9 miliardi per il reddito e di 6,7 miliardi (7 miliardi dal 2020) per le pensioni.
7 Desterà infine curiosità una misura che vuole incrociare agricoltura e demografia, con la concessione gratuita di alcuni terreni incolti (per un periodo non inferiore a 20 anni) ai nuclei familiari con terzo figlio (nato negli anni 2019, 2020, 2021), o ai giovani imprenditori agricoli che destineranno una quota societaria pari al 30% a questi nuclei familiari. A queste famiglie sarà anche concesso un mutuo fino a 200.000 euro (a tasso zero) per l'acquisto di una casa in prossimità del terreno assegnato.
Dopo la conferma del rating di S&P il differenziale scende a 297 (dai 309 di venerdì). Influisce pure il balzo dei rendimenti dei Bund legato ai guai della Merkel. Piazza Affari, con un +1,9%, è la migliore d'Europa. E «Repubblica» e soci si rimangiano gli anatemi.È la corsa a liberarsi degli Npl, imposta dalla Vigilanza europea, ad aver messo in difficoltà gli istituti: i guadagni sono stati limitati, il business lo hanno fatto altri. E i prestiti alle imprese? Rimasti al palo.Nell'ultima bozza aliquota fissa al 15% per le lezioni private. Alle famiglie numerose concessioni gratuite di campi da coltivare. Reddito e quota 100 in due ddl distinti.Lo speciale contiene tre articoliAlla fine il partito «forza spread» ha perso. Il tanto atteso, quasi invocato in certe redazioni, declassamento dell'Italia da parte di Standard & Poor's non c'è stato e ieri lo spread Btp-Bund è addirittura battuto in ritirata a 297,6 punti base, rispetto ai 309 di venerdì scorso.Lo schiaffo, dunque, non c'è stato. La settimana scorsa l'agenzia non ha abbassato il grado di affidabilità del Paese (mantenendolo a BBB) ma sono state riviste in maniera negativa le previsioni per il futuro (l'outlook), perché «il piano economico del governo rischia di indebolire le performance di crescita del Paese». Tanto era bastato però a quasi tutti i giornali, Repubblica e La Sampa in testa, a disegnare scenari apocalittici, come se il colosso Usa avesse di fatto bocciato il nostro Paese, cosa che invece non aveva fatto. Un ribaltamento della realtà che, però, con la realtà ha dovuto fare i conti ieri. E gli effetti sono stati tragicomici. Quegli stessi cantori di sventura hanno dovuto fare marcia indietro. Il sito di Repubblica, ad esempio, è paradigmatico dello «sdeng»: «S&P spinge lo spread al ribasso. Il mancato declassamento dell'Italia dà respiro ai nostri titoli di Stato». Insomma, i nostri becchini sono diventati magicamente i nostri salvatori. In tutto questo processo mediatico, inoltre, non si è poi considerato che lo spread altro che non è che un differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco. In parole povere, le forze in gioco sono due, non una come molti hanno voluto far credere. Solo ieri mattina, ad esempio, i rendimenti dei titoli di Berlino hanno preso il volo (+10 punti) perché hanno scontato l'annuncio della cancelliera Angela Merkel di non rinnovare la corsa alla leadership della Cdu dopo la disfatta delle elezioni in Assia.Insomma, ieri chi ha tifato contro l'Italia ha perso. La decisione di S&P di non tagliare il rating dell'Italia «non cambia il nostro outlook negativo di medio termine sui titoli italiani», ma apre la strada per «un periodo di relativa tranquillità», ha sottolineato ieri James McCormick, esperto di NatWest Markets, secondo cui la scelta di S&P è stato «l'ultimo momento chiave del flusso di notizie atteso sull'Italia».Non solo il decennale italiano, inoltre, ha tirato un sospiro di sollievo. Nel corso della giornata di ieri, il Tesoro italiano ha collocato in asta sei miliardi di euro di Bot a sei mesi, con un tasso medio dello 0,159%, in discesa di 5 punti base rispetto allo 0,206 di fine settembre. Segnale che anche su durate più brevi c'è un po' più di serenità. Lo stesso clima di ottimismo ieri si è visto anche a Piazza Affari, dove si è registrato un aumento dell'1,91%, sempre grazie al verdetto di S&P: la piazza italiana è stata la migliore del continente. A beneficiarne sono state, come era largamente atteso, le banche: tutte con rialzi importanti. Ieri Banca Mps ha messo a segno un +7,62%, Banca Carige +8,7%, Banco Bpm +5,01%, Bper +4,41%, Intesa Sanpaolo +3,03%, Mediobanca +2,85%, Unicredit +4,32% e Unipol +3,53%.Non solo, ieri anche il titolo Fca ha visto buoni rialzi in scia alle indiscrezioni secondo le quali il governo cinese starebbe pensando di dimezzare le tariffe sulle importazioni di auto. Progressi ancora più evidenti si sono visti per Stm (+5,62%) e Cnh Industrial (+3,49%), mentre hanno registrato un segno meno Leonardo (-1,85%) e Moncler (-1,42%).Particolarmente bene anche Tim (+4,36%), titolo su cui Deutsche Bank ha confermato la raccomandazione positiva. Gli esperti evidenziano che il terzo trimestre sarà difficile per le compagnie telefoniche italiane, ma Telecom è meglio posizionata rispetto agli altri competitor. Acquisti pure su Atlantia (+0,91%). La società italiana, Acs e Hochtief hanno perfezionato l'accordo sottoscritto il 23 marzo per un investimento congiunto in Abertis Infraestructuras. In ascesa, tra gli altri titoli, Ansaldo Sts (+8,97%). Hitachi ha acquistato l'intera partecipazione di Elliot, pari al 31,794% del capitale, ad un prezzo unitario pari a 12,70 euro. Hitachi ha poi deciso di promuovere un'offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria sulla totalità delle azioni ordinarie di Ansaldo Sts. Infine, hanno brillato Clabo (+24,68%) e Isagro (+9,87%) mentre D'Amico (-13,01%) ha continuato a registrare nuovi minimi.Anche le altre Borse del Vecchio continente hanno chiuso in positivo, trainate da Piazza Affari. Londra è salita dell'1,74%, Francoforte dell'1,93%. Parigi, partita in ritardo a causa di un problema tecnico, cresce è comunque cresciuta dell'1,13%.Anche dall'altra parte dell'oceano, al momento della chiusura delle piazze europee, l'ottimismo non mancava. Intorno alle 17.30 ora italiana il Dow Jones era in crescita dello 0,29%, mentre l'S&P 500 viaggiava a quota + 0,6%. Solo il Nasdaq si è mostrato in leggera flessione dello 0,39%. Chi «remava» contro l'Italia, dunque, deve mettersi l'anima in pace. Dopo il verdetto di Standard & Poor's, almeno per un po', non ci dovrebbero essere grossi scogli all'orizzonte. La nave Italia ha passato la tempesta. Alla faccia di chi sperava che colasse a picco. Gianluca Baldini<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schiaffo-ai-profeti-di-sventura-spread-giu-2616307636.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-svendita-dei-crediti-deteriorati-e-la-vera-maledizione-per-le-banche" data-post-id="2616307636" data-published-at="1781843120" data-use-pagination="False"> La svendita dei crediti deteriorati è la vera maledizione per le banche Dopo lo scampato pericolo del downgrade targato Standard & Poor's (l'agenzia di rating venerdì si è limitata infatti a tagliare l'outlook da «stabile» a «negativo») brillano i bancari a Piazza Affari. Quello di ieri è stato un rialzo generalizzato che ha coinvolto un po' tutti gli istituti, da Mps a Carige, a Banco Bpm passando per Ubi Banca, Mediobanca e Intesa Sanpaolo. Bene anche lo spread, che è tornato dopo ben due settimane sotto la soglia psicologica di 300 punti base. Proprio riferendosi allo spread, nella conferenza stampa di giovedì scorso il governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, aveva avvertito che «se mi si chiede cosa si può fare riguardo alle banche, dato l'allargamento dello spread negli ultimi sei mesi, una prima risposta è ridurre lo spread». Non si può negare che lo spread rappresenti un fattore di stress per gli istituti di credito. Uno studio di Credit Suisse pubblicato qualche settimana fa prevede che un livello prolungato del differenziale superiore ai 400 punti «non è sostenibile». «Un ampliamento di 200 punti base da fine giugno (238 bps) ridurrebbe il Cet1 (l'indice di solidità patrimoniale delle banche, ndr) di 66 punti base in media, dal 12,53% a 11,87%», una variazione che farebbe «scattare aumenti di capitale», si legge. Lo spread, dunque, è diventato il nuovo feticcio da agitare in vista della prossima crisi bancaria. Come tutti i fenomeni, però, un'osservazione troppo ravvicinata rischia di indurre a conclusioni errate. Il sistema bancario italiano è arrivato già profondamente provato alle soglie di questa nuova possibile, imminente recessione. Basti pensare che, tra il 2012 e il 2013 l'erogazione di nuovi crediti è risultata negativa per ben quattro trimestri di seguito. La stretta creditizia si è abbattuta con tutta la sua forza sulle nostre imprese. Dato drammatico per eccellenza è quello dei fallimenti delle aziende, passati dai 12.300 del 2012 ai 15.300 del 2014. Ovviamente, l'impatto della Grande recessione si è fatto sentire anche in termini di qualità degli impieghi. Questa è una conseguenza piuttosto ovvia, dal momento che se diminuisce la capacità di rimborso delle imprese e delle famiglie è più facile che i finanziamenti finiscano in contenzioso. Il riflesso, come tutti sappiamo, è stato l'aumento vertiginoso dei crediti deteriorati (noti anche come non performing loans, o più brevemente Npl), il cui volume è quintuplicato in meno di un decennio. Lo stock di Npl, infatti, è passato dai 65 miliardi di euro del 2007 ai 341 miliardi del 2015. Ora, cosa ha pensato bene di fare il regolatore europeo, cioè il Meccanismo di vigilanza unico, in un contesto del genere? Anziché facilitare uno smaltimento graduale di questi crediti, ha pressato per una loro frettolosa (e molto meno remunerativa) riduzione. Come dimenticare gli innumerevoli discorsi di Danièle Nouy, capo della Vigilanza europea, per demonizzare l'enorme mole di crediti deteriorati in pancia alle banche italiane? La ragione principale addotta dagli euroburocrati è che le banche che possiedono molti Npl nei propri bilanci trovano più difficoltà nell'erogazione del credito. Fidandosi delle indicazioni del regolatore, molti istituti hanno perciò svenduto in fretta e furia i crediti problematici. Secondo uno studio di Banca d'Italia di aprile 2018, del quale La Verità ha dato conto pochi giorni dopo la sua pubblicazione, la correlazione tra Npl e mancata erogazione del credito è tutta da dimostrare. Non si spiegherebbe altrimenti come mai, a fronte della diminuzione dello stock di Npl, il credito faccia comunque fatica a riprendersi. Secondo l'ultimo rapporto Unimpresa, basato su dati diffusi da Banca d'Italia, nell'ultimo anno i prestiti delle banche alle imprese sono infatti diminuiti di oltre 45 miliardi di euro (-5,84%). Secondo il colosso di consulenza PwC, solo nel 2017 le cessioni di Npl sono state pari a 64 miliardi di euro, trainate «principalmente da alcune mega operazioni», concluse da pochi operatori specializzati. Un trend pienamente rispettato anche nel 2018, con circa 37 miliardi di transazioni nel primo semestre. La pressione normativa della Vigilanza sulle banche italiane, attuata anche con criteri più stringenti in materia di accantonamenti dei crediti, non ha ottenuto i risultati sperati dal punto di vista né dell'erogazione di nuovi crediti, né tanto meno della ripresa economica. Per contro, abbiamo assistito alla nascita di un mercato molto redditizio (quello degli Npl appunto) con rendimenti che, per gli operatori che riescono ad affacciarvisi, arrivano con facilità alla doppia cifra. A nulla sono serviti gli appelli alla calma di Banca d'Italia. «Vanno evitate politiche generalizzate di vendita, che condurrebbero di fatto a un indesiderabile trasferimento di risorse a danno delle banche italiane e in favore dei pochi investitori specializzati, in larga misura di origine estera», avvertiva a giugno del 2017 il vicedirettore generale della Banca d'Italia, Fabio Panetta. Parole rimaste inascoltate, nel mentre che a Francoforte cuoceva indisturbato lo spezzatino delle banche italiane. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schiaffo-ai-profeti-di-sventura-spread-giu-2616307636.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="flat-tax-ripetizioni-e-terre-ai-giovani" data-post-id="2616307636" data-published-at="1781843120" data-use-pagination="False"> Flat tax ripetizioni e terre ai giovani 81 pagine, 115 articoli: cresce molto, nell'ultima bozza in circolazione, la «cubatura» della manovra, che potrebbe approdare in commissione Bilancio alla Camera già stamattina. Ma questo accade ogni anno: nel caos «ferroviario» parlamentare, si sa che uno dei pochi treni ad arrivare con certezza (e in orario) in stazione è proprio la legge di bilancio, ed è quindi fatale che in quel ddl trovino posto sempre più vagoni. Ecco alcune novità. 1Le Regioni sono chiamate a un taglio dei vitalizi di consiglieri e presidenti, sulla scia di quanto fatto dalla Camera. Per farlo, hanno sei mesi di tempo. Se non lo faranno, sanzioni pesanti: taglio delle risorse statali nella misura del 30% per il 2019, salvaguardando comunque le voci come sanità, politiche sociali e trasporto pubblico locale. Dall'anno successivo, tagli lineari corrispondenti alla metà delle somme destinate nel 2018 ai vitalizi. Insomma, un poderoso incentivo a un intervento forte sui vitalizi. 2 Sulla cedolare secca da estendere al commercio, emergono i paletti che sarebbero stati decisi dal governo: la tassa al 21% sarà applicata agli immobili di categoria catastale C1 di «superficie fino a 600 mq, escluse le pertinenze». E inoltre deve trattarsi di nuovi contratti. La speranza è che questo regime sperimentale possa essere significativamente esteso nei prossimi anni. 3 Incremento del fondo per il Servizio sanitario nazionale, tema foriero di tensioni nelle ultime settimane. Il fondo arriverà a 114,4 miliardi, con previsioni di ulteriore crescita per gli anni successivi. Ma gli aumenti futuri saranno subordinati alla realizzazione di un nuovo «Patto per la salute» tra Stato e Regioni per ottimizzare servizi e costi. 4 Novità vera, la flat tax al 15% per ripetizioni scolastiche e lezioni private, con un potente incentivo all'emersione di attività molto spesso svolte in nero. Dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «una imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Quindi un'opportunità in più. 5 Arriva la misura pro eccellenze che era stata anticipata alla Verità dal sottosegretario Guido Guidesi. Si tratta di un bonus-occupazione per i giovani con carriere universitarie eccellenti, laureati under 30 o dottori di ricerca under 34. In pratica, il datore di lavoro che dovesse assumerli sarebbe esonerato dai contributi, ad eccezione dei premi e contributi Inail, per un anno al massimo e con un tetto di 8.000 euro. Lo sconto vale per le assunzioni a tempo indeterminato avvenute nel 2019. 6 Come La Verità aveva anticipato, le misure più corpose (quota 100 e reddito di cittadinanza) troveranno posto in disegni di legge appositi che marceranno in parallelo rispetto alla manovra. Resta invariato l'articolo che dispone l'istituzione di due fondi da 9 miliardi per il reddito e di 6,7 miliardi (7 miliardi dal 2020) per le pensioni. 7 Desterà infine curiosità una misura che vuole incrociare agricoltura e demografia, con la concessione gratuita di alcuni terreni incolti (per un periodo non inferiore a 20 anni) ai nuclei familiari con terzo figlio (nato negli anni 2019, 2020, 2021), o ai giovani imprenditori agricoli che destineranno una quota societaria pari al 30% a questi nuclei familiari. A queste famiglie sarà anche concesso un mutuo fino a 200.000 euro (a tasso zero) per l'acquisto di una casa in prossimità del terreno assegnato. Daniele Capezzone
Un fermo immagine del podcast Politigram dell'11 luglio 2025
Nel podcast Politigram del luglio 2025 il generale escludeva «certamente» la nascita di una sua forza politica. E sosteneva che le voci su un suo partito fossero state «messe in giro probabilmente da Schlein e Conte», proprio per indebolire il centrodestra.
A volte la politica corre più veloce delle previsioni dei suoi protagonisti. E così, a distanza di un anno, fanno discutere alcune dichiarazioni rilasciate da Roberto Vannacci nel corso del podcast Politigram (circa 1:00:15), quando l'ipotesi di una sua formazione politica veniva liquidata come una suggestione priva di fondamento.
«Certamente escludo di fare un mio partito», affermava allora il generale, spiegando di considerare quelle indiscrezioni una costruzione alimentata dalla sinistra. Secondo Vannacci, infatti, le voci sulla nascita di un suo soggetto politico erano state «messe in giro probabilmente da Schlein e Conte messi insieme».
Non solo. L'attuale leader di Futuro Nazionale metteva in dubbio anche la possibilità di successo di un'eventuale iniziativa personale. «Negli ultimi 25 anni sono stati fatti oltre 100 nuovi partiti. Quanti ne sono sopravvissuti?», osservava, interrogandosi sulle reali prospettive di una forza politica costruita attorno alla sua figura. Nel ragionamento sviluppato durante l'intervista emergeva però soprattutto una valutazione di carattere strategico. Vannacci sosteneva che un suo eventuale partito avrebbe rischiato di indebolire il centrodestra. «Se io avessi fatto un partito, e se quel partito avesse avuto successo, metta che fosse arrivato al 5%, no? Io avrei spaccato la destra», spiegava. Il generale immaginava persino la possibile reazione di Matteo Salvini: «Se io fossi stato Salvini, non avrei mai accettato che il partito di Vannacci, traditore, entrasse nella coalizione di maggioranza». Da qui la conclusione che una simile operazione avrebbe finito per sottrarre consenso all'area politica di riferimento, trasformandolo, nelle sue stesse parole, «in un Renzi o in un Calenda a caso», capace di dividere anziché rafforzare lo schieramento. «Però hanno a che fare con un generale che non ci casca», concludeva allora Vannacci, respingendo l'ipotesi di una discesa in campo autonoma.
Parole che oggi, dopo la decisione di lasciare la Lega e dare vita a Futuro Nazionale con cui punta a presentarsi alle prossime elezioni politiche, assumono inevitabilmente un significato diverso. Una scelta che segna una netta distanza rispetto alle valutazioni espresse nel podcast e che riporta d'attualità quelle dichiarazioni rilasciate appena dodici mesi fa.
Prorogata sino al 5 luglio per il grande successo di pubblico, la mostra a Palazzo Reale di Milano è una delle più grandi e complete retrospettive mai dedicate al movimento dei Macchiaioli. Da Silvestro Lega a Telemaco Signorini, passando per Giovanni Fattori e Vincenzo Cabianca, esposte oltre 100 opere, prestiti dei più importanti musei italiani.
Siamo a Firenze, nel 1855. In un «Italia » ancora divisa e in grande fermento, un gruppo di giovani pittori toscani decide che la tradizione Accademica ha fatto il suo tempo. Si chiamano Fattori, Signorini, Lega, Abbati, Borrani, Sernesi e insieme decidono che è giunto il tempo di allontanarsi dalla retorica romantica portata all’eccesso, dal mito, dal classicismo esasperato per guardare il mondo in modo nuovo. Hanno sentore che qualcosa di importante sta per accadere e che la pittura deve aprirsi alla novità, tecnicamente e ideologicamente: la retorica e il mito devono lasciare spazio a uno sguardo laico, realista, che lascia poco posto (se non nessuno) alle celebrazioni.
Al posto del Grand Tour, delle «cartoline dal’Italia », c’è la Maremma, il lavoro nei campi, i butteri, le famiglie contadine, la vita domestica e agreste, quella vera, lontana dall'edulcorato stereotipo bucolico; ci sono i soldati stanchi e accampati nel fango (basti pensare ai soldati della battaglia di Magenta dipinti da Fattori). In una parola: c’è «il vero», il reale, ma rappresentato con «velocità», da forme costruite con la luce, da un colore steso a piatto. Bisogna dipingere en plein air (come faranno gli Impressionisti anni dopo…) per catturare il sole, la natura e la vita vissuta.
Ammiratori del realismo di Gustave Courbet , l’arte di questo gruppo di amici che nel 1856 elaborano la «poetica dei Macchiaioli»,è un’arte che vuole rappresentare il reale senza idealizzazioni, cogliere il senso delle cose nella totalità, senza perdersi nei dettagli, nei contorni e nelle sfumature. La loro pittura, fatta di colori netti e definiti, chiari e scuri che si alternano in blocchi contrapposti, è una pittura definita appunto «a macchie», dove la forma esiste perchè creata dalla luce e la realtà altro non è che un insieme di «getti di luce», in cui il passaggio da un oggetto all’altro avviene attraverso un cambiamento di colore. Nelle loro opere le figure sono appena abbozzate, i volti non definiti, contorni e sfumature tendono a sparire: tutti punti in comune con gli Impressionisti, che anticipano di circa un decennio. Ma i Macchiaoli non sono gli Impressionisti, tanto meno sono gli Impressionisti italiani, come qualcuno li ha definiti. I Macchiaioli sono una corrente a sè stante, con caratteristiche ed esponenti propri, un manipolo di artisti progressisti che in breve tempo ha saputo tracciare una delle pagine più poetiche della storia dell’arte locale (Toscana soprattutto), italiana ed europea: a raccontare l’entusiasmante avventura di questo movimento, incompreso dai contemporanei e rivalutato da critica, collezionisti e pubblico a partire dagli anni ’20 in poi, la grande mostra a Palazzo Reale , che ne traccia le vicende nel lasso di tempo che va dal 1848 (data cruciale per il Risorgimento italiano)al 1872, anno della morte di Giuseppe Mazzini, la cui scomparsa segnò anche la fine della carica rivoluzionaria di questi «artisti - patrioti», testimoni diretti della nascita della nostra Nazione.
La Mostra
Curato da Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca, il percorso espositivo si articola in nove grandi sezioni, che si aprono con i moti Risorgimentali del 1848 e terminano con una parte interamente dedicata a Milano, la citta della rivalutazione critica e della fortuna collezionistica del movimento. Ma al di là del percorso in sé, che affianca a capolavori di Fattori, Lega, Signorini, Cabianca e altri esponenti di punta del gruppo le opere di alcuni pittori del tempo (come i fratelli Induno o Domenico Morelli), questa mostra pone l’accento sul «sentire Nazionale» dei Macchiaioli, sulla loro convinta adesione ai moti Risorgimentali, sul loro nuovo concetto di «popolo», di cui immortalano con grande dignità la vita familiare o l’estenuante lavoro nei campi. Artisticamente e politicamente rivoluzionari, come ha ben sottolineato Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del comune di Milano«Questa grande mostra offre l’occasione di sottolineare un'evidenza storica: è in Italia, con i Macchiaioli, che si consuma per la prima volta in Europa la rottura più radicale con le regole dell’accademia. Ben prima degli Impressionisti francesi, questi giovani pittori ebbero il coraggio di sfidare i canoni ufficiali, di dipingere all’aria aperta, di scegliere la vita quotidiana e la luce vera come nuovi orizzonti dell’arte. La loro rivoluzione – estetica, morale e civile – ha aperto la via alla modernità pittorica ed è parte profonda dell’identità culturale del nostro Paese. Con questa retrospettiva Milano celebra dunque non solo un movimento straordinario, ma una pagina fondativa della storia europea dell’arte».
Ricca di capolavori, fra cui spicca la straordinaria opera La toilette del mattino di Telemaco Signorini ( appartenuta ad Arturo Toscanini e fonte di ispirazione, come i dipinti militari di Fattori, per il grande film di Luchino ViscontiSenso, severa riflessione sul fallimento e le contraddizioni del Risorgimento italiano ), valore aggiunto dell’esposizione milanese 16 interessanti audio racconti (attivabili tramite QR code o app ) di tema storico, che trasformano il momento dell'ascolto dell’ audioguida in un'esperienza immersiva nuova e unica…
Primo romanzo di Diego Minonzio, direttore della «Provincia» di Como: spietato ritratto dei tic giornalistici, come quelli sui pezzi per i riti funebri. Ma il libro, parlando di lavoro, affronta il dramma del senso del vivere.
E una prova incontestabile che quella fosse la strategia giusta l’aveva avuta osservando, ammirato, l’esibizione del Grande Inviato Editorialista in quella che, probabilmente, rappresentava la specialità della casa, e cioè quando pennellava da par suo il ricordo commosso del notevole personaggio appena deceduto senza il quale nulla sarebbe stato più come prima, altro genere pseudo letterario nel quale una persona normale si sarebbe aspettata di veder espresso il massimo della contrizione, il massimo della compunzione, il massimo, soprattutto, dell’onestà intellettuale, grazie alle quali fornire al malcapitato lettore un affresco del notevole personaggio, spesso davvero notevole, in verità, e della sua avventura biografica e intellettuale e degli snodi, dei punti focali che avevano reso la sua opera, se non fondamentale, almeno oggettivamente significativa in un panorama già così depauperato da genialità e coraggio, in modo da fornire al mal-capitato lettore tutti gli strumenti grazie ai quali formarsi un giudizio limpido, autonomo ed equilibrato.
Questo, naturalmente, se loro avessero considerato il malcapitato lettore una persona degna, se non di stima, almeno di rispetto, anche solo per il fatto che, chissà perché, ogni giorno sborsava quei quattro spiccioli per comprare il loro quotidiano, mentre invece non facevano altro che considerarlo un decerebrato al quale erano autorizzati a servire la solita immonda razione che tanfava di spazzatura appena scoperchiata e che invece spacciavano, coprendosi di ridicolo, per sapido acume letterario, scandaglio etico delle emozioni, rarefatta sensibilità condivisa.
Si fosse scritto almeno una volta, almeno una volta nella vita, un articolo dedicato al notevole personaggio appena deceduto e senza il quale nulla sarebbe più stato come prima che, procedendo via via con la lettura, non diventasse inequivocabilmente spassoso, se non addirittura comico, una cosa da sganasciarsi dalle risate, con tutto il rispetto per il defunto, per carità, ma davvero una cosa da tenersi la pancia, da rotolarsi per terra, da picchiare i pugni sul tavolo. Innanzitutto, perché tutti i Grandi Inviati Editorialisti, ma proprio tutti, nessuno escluso, confidavano ai loro affezionati lettori di essere stati sinceri amici e intimi sodali del notevole personaggio appena deceduto - loro lo conoscevano bene - e di averne custodito con rigore e gratitudine le confidenze più segrete e gli aneddoti più preziosi e visto che i Grandi Inviati Editorialisti erano intere schiere, frotte e legioni a lui, anche una volta strappato, parecchio tempo dopo, quel decisivo scatto di carriera, veniva sempre più spesso l’inquietante sospetto di essere l’unico sprovveduto a non essere stato compagno fraterno del notevole personaggio appena deceduto e poi perché il preclaro collega chiamato addirittura personalmente dall’ancora più preclaro Direttore Responsabile a firmare quel pezzo decisivo per i destini dell’umanità non pensava neanche lontanamente a scrivere un pezzo sul notevole personaggio appena deceduto, ma sul notevole personaggio che era lui, e non c’è prova più provata che il notevole personaggio non fosse tanto il notevole personaggio appena deceduto, quanto invece il notevole personaggio chiamato a scrivere un ricordo indelebile del notevole personaggio appena deceduto e che ora non c’era più e senza il quale, non bisognava dimenticarlo mai, nulla sarebbe stato più come prima.
E il preclaro collega, infatti, iniziava tutto compunto e compreso nel ruolo, a parlare di quell’altro, che, come ovvio, se ne era andato in punta di piedi, perché andarsene in punta di piedi era un passaggio obbligatorio, un passaggio da manuale del perfetto virtuoso del necrologio delle persone illustri, un virtuoso del necrologio delle persone illustri che si rispetti non poteva mai farsi mancare il passaggio su quello che se ne era andato in punta di piedi, anche se non si capiva davvero cosa mai significasse l’espressione andarsene in punta di piedi, che era un’espressione davvero ridicola, grottesca, caricaturale, che solo una categoria di scrittori falliti, di esteti da filodrammatica come la sua poteva prima inventare e, di seguito, esibire addirittura come uno scintillante quarto di nobiltà. Ma poi, inesorabile, il preclaro collega in men che non si dica attaccava a parlare di sé e di quella volta che lui e il notevole personaggio appena deceduto erano andati a fare quella gita a Chiasso e di quell’altra volta nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto avevano sorseggiato Calvados in quel tale bistrot parigino assieme a Chaplin o Nabokov o Scott Fitzgerald e di quell’altra volta nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto avevano colla-borato, portandola ovviamente al massimo splendore, con quella rivista letteraria fucina delle meglio intelligenze dell’altrimenti asfittica e soprattutto provinciale società letteraria di quello sciagurato paese, di quell’altra volta ancora nella quale lui e il notevole personaggio appena deceduto, in verità più lui che l’altro, perché, se volevano essere onesti, il notevole personaggio appena deceduto, era sì notevole, ma anche un attimino sopravvalutato e dal carattere così altero, astioso e orgoglioso da minarne in modo sottile, ma decisivo, l’autorevolezza e la credibilità, avevano scoperto quel talento purissimo e incompreso, lanciato quel movimento d’opinione, villeggiato qui e là, folleggiato là e altrove, frequentato questo, ma non certamente quello e che sfide, che certami, che scialo di esistenze belle, leggiadre e irripetibili e via andare di questo passo lussureggiando dentro una dimensione onirica, panica, mitica e leggendaria nella quale, a poco a poco, il notevole personaggio appena deceduto via via si rimpiccioliva, emarginandosi sempre più sullo sfondo, mentre il preclaro collega, soprattutto se era veramente tronfio, egagro e onusto di mille battaglie, di mille cicatrici e di mille onori, che non a caso gli erano valsi la promozione a Grande Inviato Editorialista, emergeva in tutta la sua possanza e iniziava a scrivere, a parlare e a discettare di altro, sostanzialmente di sé, di sé stesso, di sé stesso medesimo e io e io e io e io ancora con lui, certo, che però, diciamoci la verità, in fondo non era poi questo granché mentre io e io e io e io ancora, in una mitomania egoriferita e masturbatoria dilagante che raggiungeva il suo zenit nei di lì a poco seguenti funerali del notevole personaggio appena deceduto.
Perché non era finita, non era mai finita, questo era il punto, e certo non bastava doversi sorbire la retorica stucchevole, rivoltante e nauseabonda del necrologio sul notevole personaggio appena deceduto, pure la cronaca tutta compresa e rappresa dei funerali bisognava fargli ingurgitare con l’imbuto dell’enfasi al malcapitato lettore, maestria magistrale grazie alla quale il Grande Inviato Editorialista dimostrava senza possibilità di smentita alcuna che i funerali erano sempre e solo una commedia. Ora, è vero che la vita nella sua dimensione più profonda e intellegibile non era altro che una commedia e si dipanava nell’essere soltanto e solamente quello, l’esistenza in genere, sfrondata da tutto il suo cascame ingombrante e fuligginoso, non era nulla di diverso da una commedia, una pessima commedia, tra l’altro, maldestramente diretta e pessimamente recitata, ogni singolo atto di ogni singolo essere umano era di certo e per certo la rappresentazione della propria micragnosa e misera-bile parte in commedia, ma tra le mille commedie che ogni giorno andavano in scena su questo palcoscenico scalcinato, su questa ridicola pedana da dilettanti allo sbaraglio, su questo povero sasso perso nello spazio e nel tempo, la commedia più commedia di tutte era certamente quella dei funerali. I funerali, già, i funerali, i funerali come esibizione circense, i funerali come alibi collettivo, come pagliacciata, come tartufesca sbrodolata, come penosa baracconata, altro che pietoso e condiviso rito comunitario, e invece specchio deforme, simbolo ed emblema di come ogni evento, compresa la sparizione assoluta, insensata e definitiva di una vita, della quale nel suo lungo o breve consumarsi non era importato niente a nessuno, o quasi a nessuno, e compreso, ovviamente, l’evento che costituiva la fonte della grande notizia che avrebbe cambiato i destini del mondo, diventasse sempre meno fondamentale più ci si allontanava dal suo centro pulsante, e quindi i funerali, anche i funerali, soprattutto i funerali, in fin dei conti non erano altro che la metafora perfetta, assoluta, pedagogica di quello schifo che eravamo.
Tra stanchezza dei consumatori, tensioni geopolitiche, crollo degli acquisti nei duty-free, contrazione cinese e corsa alle esperienze, persino corazzate come Lvmh, Christian Dior ed Hermès perdono il loro tocco d’oro.
Per anni il lusso è stato considerato un investimento quasi inattaccabile: un porto sicuro capace di resistere a inflazione, crisi economiche e tensioni internazionali. Oggi, però, a metà 2026, il settore dei beni personali di fascia alta mostra crepe sempre più evidenti.
La debolezza del comparto si trascina da diversi anni ed è stata aggravata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno frenato i flussi turistici e colpito alcuni scali aeroportuali strategici. Il risultato è stato un forte calo delle vendite nel canale duty-free, da sempre una componente cruciale per i grandi gruppi della moda e dell’accessorio.
Ma la crisi non dipende solo dai passeggeri mancati. Il nodo è più profondo e riguarda quella che gli addetti ai lavori definiscono luxury fatigue: una stanchezza da lusso che segnala una perdita di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi molti prodotti di fascia alta hanno visto aumenti di prezzo del 40-50%, mentre l’esclusività percepita - e in alcuni casi anche la qualità - pare indebolita. «Il settore si trova in una vera e propria trappola autoinflitta», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché le politiche di prezzo eccessivamente aggressive degli ultimi anni hanno progressivamente allontanato la classe media, che costituiva la reale base volumetrica delle vendite. Al contempo, quello che per anni è stato considerato il Bengodi indiscutibile del settore, ovvero il mercato cinese, ha visto contrarsi la domanda a causa della debolezza dei consumi privati e delle rinnovate tensioni nel comparto immobiliare, lasciando le maison senza il consueto paracadute».
I mercati finanziari stanno fotografando con chiarezza questa fase. Lvmh, leader mondiale del settore, mostra una flessione pesante da inizio anno e una correzione ancora più marcata nell’arco degli ultimi tre anni. A pesare sono stati l’indebolimento della domanda, gli effetti valutari sfavorevoli e lo spostamento della spesa verso le esperienze, a scapito dei beni fisici. Anche Christian Dior riflette la stessa fase di stallo, nonostante i tentativi di rilancio creativo.
Il segnale più sorprendente arriva però da Hermès, per anni simbolo assoluto dell’esclusività. La maison ha registrato una forte correzione in Borsa. Secondo un’analisi di Bernstein, persino alcune borse Birkin e Kelly sul mercato secondario vengono oggi scambiate a prezzi inferiori rispetto a pochi anni fa.
«Il fatto che perfino i modelli usati di Hermès subiscano un ridimensionamento dei prezzi dimostra che nessuno è immune al ciclo di boom e sgonfiamento del lusso», continua Gaziano, «e questa consapevolezza ha ridotto il premio di valutazione storico del titolo rispetto ai concorrenti ai minimi degli ultimi dieci anni». Non tutto, però, arretra. Richemont continua a distinguersi grazie alla forza della gioielleria, trainata da marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels e Buccellati, mentre gli orologi di alta gamma restano resilienti. Segnali positivi arrivano anche da Hugo Boss, sostenuta dall’offerta del gruppo Frasers.