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2018-10-30
Schiaffo ai profeti di sventura: spread giù
ANSA
Alla fine il partito «forza spread» ha perso. Il tanto atteso, quasi invocato in certe redazioni, declassamento dell'Italia da parte di Standard & Poor's non c'è stato e ieri lo spread Btp-Bund è addirittura battuto in ritirata a 297,6 punti base, rispetto ai 309 di venerdì scorso.
Lo schiaffo, dunque, non c'è stato. La settimana scorsa l'agenzia non ha abbassato il grado di affidabilità del Paese (mantenendolo a BBB) ma sono state riviste in maniera negativa le previsioni per il futuro (l'outlook), perché «il piano economico del governo rischia di indebolire le performance di crescita del Paese». Tanto era bastato però a quasi tutti i giornali, Repubblica e La Sampa in testa, a disegnare scenari apocalittici, come se il colosso Usa avesse di fatto bocciato il nostro Paese, cosa che invece non aveva fatto. Un ribaltamento della realtà che, però, con la realtà ha dovuto fare i conti ieri. E gli effetti sono stati tragicomici. Quegli stessi cantori di sventura hanno dovuto fare marcia indietro. Il sito di Repubblica, ad esempio, è paradigmatico dello «sdeng»: «S&P spinge lo spread al ribasso. Il mancato declassamento dell'Italia dà respiro ai nostri titoli di Stato». Insomma, i nostri becchini sono diventati magicamente i nostri salvatori. In tutto questo processo mediatico, inoltre, non si è poi considerato che lo spread altro che non è che un differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco. In parole povere, le forze in gioco sono due, non una come molti hanno voluto far credere. Solo ieri mattina, ad esempio, i rendimenti dei titoli di Berlino hanno preso il volo (+10 punti) perché hanno scontato l'annuncio della cancelliera Angela Merkel di non rinnovare la corsa alla leadership della Cdu dopo la disfatta delle elezioni in Assia.
Insomma, ieri chi ha tifato contro l'Italia ha perso. La decisione di S&P di non tagliare il rating dell'Italia «non cambia il nostro outlook negativo di medio termine sui titoli italiani», ma apre la strada per «un periodo di relativa tranquillità», ha sottolineato ieri James McCormick, esperto di NatWest Markets, secondo cui la scelta di S&P è stato «l'ultimo momento chiave del flusso di notizie atteso sull'Italia».
Non solo il decennale italiano, inoltre, ha tirato un sospiro di sollievo. Nel corso della giornata di ieri, il Tesoro italiano ha collocato in asta sei miliardi di euro di Bot a sei mesi, con un tasso medio dello 0,159%, in discesa di 5 punti base rispetto allo 0,206 di fine settembre. Segnale che anche su durate più brevi c'è un po' più di serenità. Lo stesso clima di ottimismo ieri si è visto anche a Piazza Affari, dove si è registrato un aumento dell'1,91%, sempre grazie al verdetto di S&P: la piazza italiana è stata la migliore del continente.
A beneficiarne sono state, come era largamente atteso, le banche: tutte con rialzi importanti. Ieri Banca Mps ha messo a segno un +7,62%, Banca Carige +8,7%, Banco Bpm +5,01%, Bper +4,41%, Intesa Sanpaolo +3,03%, Mediobanca +2,85%, Unicredit +4,32% e Unipol +3,53%.
Non solo, ieri anche il titolo Fca ha visto buoni rialzi in scia alle indiscrezioni secondo le quali il governo cinese starebbe pensando di dimezzare le tariffe sulle importazioni di auto. Progressi ancora più evidenti si sono visti per Stm (+5,62%) e Cnh Industrial (+3,49%), mentre hanno registrato un segno meno Leonardo (-1,85%) e Moncler (-1,42%).
Particolarmente bene anche Tim (+4,36%), titolo su cui Deutsche Bank ha confermato la raccomandazione positiva. Gli esperti evidenziano che il terzo trimestre sarà difficile per le compagnie telefoniche italiane, ma Telecom è meglio posizionata rispetto agli altri competitor. Acquisti pure su Atlantia (+0,91%). La società italiana, Acs e Hochtief hanno perfezionato l'accordo sottoscritto il 23 marzo per un investimento congiunto in Abertis Infraestructuras.
In ascesa, tra gli altri titoli, Ansaldo Sts (+8,97%). Hitachi ha acquistato l'intera partecipazione di Elliot, pari al 31,794% del capitale, ad un prezzo unitario pari a 12,70 euro. Hitachi ha poi deciso di promuovere un'offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria sulla totalità delle azioni ordinarie di Ansaldo Sts. Infine, hanno brillato Clabo (+24,68%) e Isagro (+9,87%) mentre D'Amico (-13,01%) ha continuato a registrare nuovi minimi.
Anche le altre Borse del Vecchio continente hanno chiuso in positivo, trainate da Piazza Affari. Londra è salita dell'1,74%, Francoforte dell'1,93%. Parigi, partita in ritardo a causa di un problema tecnico, cresce è comunque cresciuta dell'1,13%.
Anche dall'altra parte dell'oceano, al momento della chiusura delle piazze europee, l'ottimismo non mancava. Intorno alle 17.30 ora italiana il Dow Jones era in crescita dello 0,29%, mentre l'S&P 500 viaggiava a quota + 0,6%. Solo il Nasdaq si è mostrato in leggera flessione dello 0,39%.
Chi «remava» contro l'Italia, dunque, deve mettersi l'anima in pace. Dopo il verdetto di Standard & Poor's, almeno per un po', non ci dovrebbero essere grossi scogli all'orizzonte. La nave Italia ha passato la tempesta. Alla faccia di chi sperava che colasse a picco.
Gianluca Baldini
La svendita dei crediti deteriorati è la vera maledizione per le banche
Dopo lo scampato pericolo del downgrade targato Standard & Poor's (l'agenzia di rating venerdì si è limitata infatti a tagliare l'outlook da «stabile» a «negativo») brillano i bancari a Piazza Affari. Quello di ieri è stato un rialzo generalizzato che ha coinvolto un po' tutti gli istituti, da Mps a Carige, a Banco Bpm passando per Ubi Banca, Mediobanca e Intesa Sanpaolo. Bene anche lo spread, che è tornato dopo ben due settimane sotto la soglia psicologica di 300 punti base.
Proprio riferendosi allo spread, nella conferenza stampa di giovedì scorso il governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, aveva avvertito che «se mi si chiede cosa si può fare riguardo alle banche, dato l'allargamento dello spread negli ultimi sei mesi, una prima risposta è ridurre lo spread». Non si può negare che lo spread rappresenti un fattore di stress per gli istituti di credito. Uno studio di Credit Suisse pubblicato qualche settimana fa prevede che un livello prolungato del differenziale superiore ai 400 punti «non è sostenibile». «Un ampliamento di 200 punti base da fine giugno (238 bps) ridurrebbe il Cet1 (l'indice di solidità patrimoniale delle banche, ndr) di 66 punti base in media, dal 12,53% a 11,87%», una variazione che farebbe «scattare aumenti di capitale», si legge.
Lo spread, dunque, è diventato il nuovo feticcio da agitare in vista della prossima crisi bancaria. Come tutti i fenomeni, però, un'osservazione troppo ravvicinata rischia di indurre a conclusioni errate. Il sistema bancario italiano è arrivato già profondamente provato alle soglie di questa nuova possibile, imminente recessione. Basti pensare che, tra il 2012 e il 2013 l'erogazione di nuovi crediti è risultata negativa per ben quattro trimestri di seguito. La stretta creditizia si è abbattuta con tutta la sua forza sulle nostre imprese. Dato drammatico per eccellenza è quello dei fallimenti delle aziende, passati dai 12.300 del 2012 ai 15.300 del 2014. Ovviamente, l'impatto della Grande recessione si è fatto sentire anche in termini di qualità degli impieghi. Questa è una conseguenza piuttosto ovvia, dal momento che se diminuisce la capacità di rimborso delle imprese e delle famiglie è più facile che i finanziamenti finiscano in contenzioso. Il riflesso, come tutti sappiamo, è stato l'aumento vertiginoso dei crediti deteriorati (noti anche come non performing loans, o più brevemente Npl), il cui volume è quintuplicato in meno di un decennio. Lo stock di Npl, infatti, è passato dai 65 miliardi di euro del 2007 ai 341 miliardi del 2015.
Ora, cosa ha pensato bene di fare il regolatore europeo, cioè il Meccanismo di vigilanza unico, in un contesto del genere? Anziché facilitare uno smaltimento graduale di questi crediti, ha pressato per una loro frettolosa (e molto meno remunerativa) riduzione. Come dimenticare gli innumerevoli discorsi di Danièle Nouy, capo della Vigilanza europea, per demonizzare l'enorme mole di crediti deteriorati in pancia alle banche italiane? La ragione principale addotta dagli euroburocrati è che le banche che possiedono molti Npl nei propri bilanci trovano più difficoltà nell'erogazione del credito. Fidandosi delle indicazioni del regolatore, molti istituti hanno perciò svenduto in fretta e furia i crediti problematici.
Secondo uno studio di Banca d'Italia di aprile 2018, del quale La Verità ha dato conto pochi giorni dopo la sua pubblicazione, la correlazione tra Npl e mancata erogazione del credito è tutta da dimostrare. Non si spiegherebbe altrimenti come mai, a fronte della diminuzione dello stock di Npl, il credito faccia comunque fatica a riprendersi. Secondo l'ultimo rapporto Unimpresa, basato su dati diffusi da Banca d'Italia, nell'ultimo anno i prestiti delle banche alle imprese sono infatti diminuiti di oltre 45 miliardi di euro (-5,84%).
Secondo il colosso di consulenza PwC, solo nel 2017 le cessioni di Npl sono state pari a 64 miliardi di euro, trainate «principalmente da alcune mega operazioni», concluse da pochi operatori specializzati. Un trend pienamente rispettato anche nel 2018, con circa 37 miliardi di transazioni nel primo semestre. La pressione normativa della Vigilanza sulle banche italiane, attuata anche con criteri più stringenti in materia di accantonamenti dei crediti, non ha ottenuto i risultati sperati dal punto di vista né dell'erogazione di nuovi crediti, né tanto meno della ripresa economica. Per contro, abbiamo assistito alla nascita di un mercato molto redditizio (quello degli Npl appunto) con rendimenti che, per gli operatori che riescono ad affacciarvisi, arrivano con facilità alla doppia cifra. A nulla sono serviti gli appelli alla calma di Banca d'Italia. «Vanno evitate politiche generalizzate di vendita, che condurrebbero di fatto a un indesiderabile trasferimento di risorse a danno delle banche italiane e in favore dei pochi investitori specializzati, in larga misura di origine estera», avvertiva a giugno del 2017 il vicedirettore generale della Banca d'Italia, Fabio Panetta. Parole rimaste inascoltate, nel mentre che a Francoforte cuoceva indisturbato lo spezzatino delle banche italiane.
Antonio Grizzuti
Flat tax ripetizioni e terre ai giovani
81 pagine, 115 articoli: cresce molto, nell'ultima bozza in circolazione, la «cubatura» della manovra, che potrebbe approdare in commissione Bilancio alla Camera già stamattina. Ma questo accade ogni anno: nel caos «ferroviario» parlamentare, si sa che uno dei pochi treni ad arrivare con certezza (e in orario) in stazione è proprio la legge di bilancio, ed è quindi fatale che in quel ddl trovino posto sempre più vagoni. Ecco alcune novità.
1Le Regioni sono chiamate a un taglio dei vitalizi di consiglieri e presidenti, sulla scia di quanto fatto dalla Camera. Per farlo, hanno sei mesi di tempo. Se non lo faranno, sanzioni pesanti: taglio delle risorse statali nella misura del 30% per il 2019, salvaguardando comunque le voci come sanità, politiche sociali e trasporto pubblico locale. Dall'anno successivo, tagli lineari corrispondenti alla metà delle somme destinate nel 2018 ai vitalizi. Insomma, un poderoso incentivo a un intervento forte sui vitalizi.
2 Sulla cedolare secca da estendere al commercio, emergono i paletti che sarebbero stati decisi dal governo: la tassa al 21% sarà applicata agli immobili di categoria catastale C1 di «superficie fino a 600 mq, escluse le pertinenze». E inoltre deve trattarsi di nuovi contratti. La speranza è che questo regime sperimentale possa essere significativamente esteso nei prossimi anni.
3 Incremento del fondo per il Servizio sanitario nazionale, tema foriero di tensioni nelle ultime settimane. Il fondo arriverà a 114,4 miliardi, con previsioni di ulteriore crescita per gli anni successivi. Ma gli aumenti futuri saranno subordinati alla realizzazione di un nuovo «Patto per la salute» tra Stato e Regioni per ottimizzare servizi e costi.
4 Novità vera, la flat tax al 15% per ripetizioni scolastiche e lezioni private, con un potente incentivo all'emersione di attività molto spesso svolte in nero. Dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «una imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Quindi un'opportunità in più.
5 Arriva la misura pro eccellenze che era stata anticipata alla Verità dal sottosegretario Guido Guidesi. Si tratta di un bonus-occupazione per i giovani con carriere universitarie eccellenti, laureati under 30 o dottori di ricerca under 34. In pratica, il datore di lavoro che dovesse assumerli sarebbe esonerato dai contributi, ad eccezione dei premi e contributi Inail, per un anno al massimo e con un tetto di 8.000 euro. Lo sconto vale per le assunzioni a tempo indeterminato avvenute nel 2019.
6 Come La Verità aveva anticipato, le misure più corpose (quota 100 e reddito di cittadinanza) troveranno posto in disegni di legge appositi che marceranno in parallelo rispetto alla manovra.
Resta invariato l'articolo che dispone l'istituzione di due fondi da 9 miliardi per il reddito e di 6,7 miliardi (7 miliardi dal 2020) per le pensioni.
7 Desterà infine curiosità una misura che vuole incrociare agricoltura e demografia, con la concessione gratuita di alcuni terreni incolti (per un periodo non inferiore a 20 anni) ai nuclei familiari con terzo figlio (nato negli anni 2019, 2020, 2021), o ai giovani imprenditori agricoli che destineranno una quota societaria pari al 30% a questi nuclei familiari. A queste famiglie sarà anche concesso un mutuo fino a 200.000 euro (a tasso zero) per l'acquisto di una casa in prossimità del terreno assegnato.
Daniele Capezzone
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Dopo la conferma del rating di S&P il differenziale scende a 297 (dai 309 di venerdì). Influisce pure il balzo dei rendimenti dei Bund legato ai guai della Merkel. Piazza Affari, con un +1,9%, è la migliore d'Europa. E «Repubblica» e soci si rimangiano gli anatemi.È la corsa a liberarsi degli Npl, imposta dalla Vigilanza europea, ad aver messo in difficoltà gli istituti: i guadagni sono stati limitati, il business lo hanno fatto altri. E i prestiti alle imprese? Rimasti al palo.Nell'ultima bozza aliquota fissa al 15% per le lezioni private. Alle famiglie numerose concessioni gratuite di campi da coltivare. Reddito e quota 100 in due ddl distinti.Lo speciale contiene tre articoliAlla fine il partito «forza spread» ha perso. Il tanto atteso, quasi invocato in certe redazioni, declassamento dell'Italia da parte di Standard & Poor's non c'è stato e ieri lo spread Btp-Bund è addirittura battuto in ritirata a 297,6 punti base, rispetto ai 309 di venerdì scorso.Lo schiaffo, dunque, non c'è stato. La settimana scorsa l'agenzia non ha abbassato il grado di affidabilità del Paese (mantenendolo a BBB) ma sono state riviste in maniera negativa le previsioni per il futuro (l'outlook), perché «il piano economico del governo rischia di indebolire le performance di crescita del Paese». Tanto era bastato però a quasi tutti i giornali, Repubblica e La Sampa in testa, a disegnare scenari apocalittici, come se il colosso Usa avesse di fatto bocciato il nostro Paese, cosa che invece non aveva fatto. Un ribaltamento della realtà che, però, con la realtà ha dovuto fare i conti ieri. E gli effetti sono stati tragicomici. Quegli stessi cantori di sventura hanno dovuto fare marcia indietro. Il sito di Repubblica, ad esempio, è paradigmatico dello «sdeng»: «S&P spinge lo spread al ribasso. Il mancato declassamento dell'Italia dà respiro ai nostri titoli di Stato». Insomma, i nostri becchini sono diventati magicamente i nostri salvatori. In tutto questo processo mediatico, inoltre, non si è poi considerato che lo spread altro che non è che un differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco. In parole povere, le forze in gioco sono due, non una come molti hanno voluto far credere. Solo ieri mattina, ad esempio, i rendimenti dei titoli di Berlino hanno preso il volo (+10 punti) perché hanno scontato l'annuncio della cancelliera Angela Merkel di non rinnovare la corsa alla leadership della Cdu dopo la disfatta delle elezioni in Assia.Insomma, ieri chi ha tifato contro l'Italia ha perso. La decisione di S&P di non tagliare il rating dell'Italia «non cambia il nostro outlook negativo di medio termine sui titoli italiani», ma apre la strada per «un periodo di relativa tranquillità», ha sottolineato ieri James McCormick, esperto di NatWest Markets, secondo cui la scelta di S&P è stato «l'ultimo momento chiave del flusso di notizie atteso sull'Italia».Non solo il decennale italiano, inoltre, ha tirato un sospiro di sollievo. Nel corso della giornata di ieri, il Tesoro italiano ha collocato in asta sei miliardi di euro di Bot a sei mesi, con un tasso medio dello 0,159%, in discesa di 5 punti base rispetto allo 0,206 di fine settembre. Segnale che anche su durate più brevi c'è un po' più di serenità. Lo stesso clima di ottimismo ieri si è visto anche a Piazza Affari, dove si è registrato un aumento dell'1,91%, sempre grazie al verdetto di S&P: la piazza italiana è stata la migliore del continente. A beneficiarne sono state, come era largamente atteso, le banche: tutte con rialzi importanti. Ieri Banca Mps ha messo a segno un +7,62%, Banca Carige +8,7%, Banco Bpm +5,01%, Bper +4,41%, Intesa Sanpaolo +3,03%, Mediobanca +2,85%, Unicredit +4,32% e Unipol +3,53%.Non solo, ieri anche il titolo Fca ha visto buoni rialzi in scia alle indiscrezioni secondo le quali il governo cinese starebbe pensando di dimezzare le tariffe sulle importazioni di auto. Progressi ancora più evidenti si sono visti per Stm (+5,62%) e Cnh Industrial (+3,49%), mentre hanno registrato un segno meno Leonardo (-1,85%) e Moncler (-1,42%).Particolarmente bene anche Tim (+4,36%), titolo su cui Deutsche Bank ha confermato la raccomandazione positiva. Gli esperti evidenziano che il terzo trimestre sarà difficile per le compagnie telefoniche italiane, ma Telecom è meglio posizionata rispetto agli altri competitor. Acquisti pure su Atlantia (+0,91%). La società italiana, Acs e Hochtief hanno perfezionato l'accordo sottoscritto il 23 marzo per un investimento congiunto in Abertis Infraestructuras. In ascesa, tra gli altri titoli, Ansaldo Sts (+8,97%). Hitachi ha acquistato l'intera partecipazione di Elliot, pari al 31,794% del capitale, ad un prezzo unitario pari a 12,70 euro. Hitachi ha poi deciso di promuovere un'offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria sulla totalità delle azioni ordinarie di Ansaldo Sts. Infine, hanno brillato Clabo (+24,68%) e Isagro (+9,87%) mentre D'Amico (-13,01%) ha continuato a registrare nuovi minimi.Anche le altre Borse del Vecchio continente hanno chiuso in positivo, trainate da Piazza Affari. Londra è salita dell'1,74%, Francoforte dell'1,93%. Parigi, partita in ritardo a causa di un problema tecnico, cresce è comunque cresciuta dell'1,13%.Anche dall'altra parte dell'oceano, al momento della chiusura delle piazze europee, l'ottimismo non mancava. Intorno alle 17.30 ora italiana il Dow Jones era in crescita dello 0,29%, mentre l'S&P 500 viaggiava a quota + 0,6%. Solo il Nasdaq si è mostrato in leggera flessione dello 0,39%. Chi «remava» contro l'Italia, dunque, deve mettersi l'anima in pace. Dopo il verdetto di Standard & Poor's, almeno per un po', non ci dovrebbero essere grossi scogli all'orizzonte. La nave Italia ha passato la tempesta. Alla faccia di chi sperava che colasse a picco. Gianluca Baldini<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schiaffo-ai-profeti-di-sventura-spread-giu-2616307636.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-svendita-dei-crediti-deteriorati-e-la-vera-maledizione-per-le-banche" data-post-id="2616307636" data-published-at="1779300620" data-use-pagination="False"> La svendita dei crediti deteriorati è la vera maledizione per le banche Dopo lo scampato pericolo del downgrade targato Standard & Poor's (l'agenzia di rating venerdì si è limitata infatti a tagliare l'outlook da «stabile» a «negativo») brillano i bancari a Piazza Affari. Quello di ieri è stato un rialzo generalizzato che ha coinvolto un po' tutti gli istituti, da Mps a Carige, a Banco Bpm passando per Ubi Banca, Mediobanca e Intesa Sanpaolo. Bene anche lo spread, che è tornato dopo ben due settimane sotto la soglia psicologica di 300 punti base. Proprio riferendosi allo spread, nella conferenza stampa di giovedì scorso il governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, aveva avvertito che «se mi si chiede cosa si può fare riguardo alle banche, dato l'allargamento dello spread negli ultimi sei mesi, una prima risposta è ridurre lo spread». Non si può negare che lo spread rappresenti un fattore di stress per gli istituti di credito. Uno studio di Credit Suisse pubblicato qualche settimana fa prevede che un livello prolungato del differenziale superiore ai 400 punti «non è sostenibile». «Un ampliamento di 200 punti base da fine giugno (238 bps) ridurrebbe il Cet1 (l'indice di solidità patrimoniale delle banche, ndr) di 66 punti base in media, dal 12,53% a 11,87%», una variazione che farebbe «scattare aumenti di capitale», si legge. Lo spread, dunque, è diventato il nuovo feticcio da agitare in vista della prossima crisi bancaria. Come tutti i fenomeni, però, un'osservazione troppo ravvicinata rischia di indurre a conclusioni errate. Il sistema bancario italiano è arrivato già profondamente provato alle soglie di questa nuova possibile, imminente recessione. Basti pensare che, tra il 2012 e il 2013 l'erogazione di nuovi crediti è risultata negativa per ben quattro trimestri di seguito. La stretta creditizia si è abbattuta con tutta la sua forza sulle nostre imprese. Dato drammatico per eccellenza è quello dei fallimenti delle aziende, passati dai 12.300 del 2012 ai 15.300 del 2014. Ovviamente, l'impatto della Grande recessione si è fatto sentire anche in termini di qualità degli impieghi. Questa è una conseguenza piuttosto ovvia, dal momento che se diminuisce la capacità di rimborso delle imprese e delle famiglie è più facile che i finanziamenti finiscano in contenzioso. Il riflesso, come tutti sappiamo, è stato l'aumento vertiginoso dei crediti deteriorati (noti anche come non performing loans, o più brevemente Npl), il cui volume è quintuplicato in meno di un decennio. Lo stock di Npl, infatti, è passato dai 65 miliardi di euro del 2007 ai 341 miliardi del 2015. Ora, cosa ha pensato bene di fare il regolatore europeo, cioè il Meccanismo di vigilanza unico, in un contesto del genere? Anziché facilitare uno smaltimento graduale di questi crediti, ha pressato per una loro frettolosa (e molto meno remunerativa) riduzione. Come dimenticare gli innumerevoli discorsi di Danièle Nouy, capo della Vigilanza europea, per demonizzare l'enorme mole di crediti deteriorati in pancia alle banche italiane? La ragione principale addotta dagli euroburocrati è che le banche che possiedono molti Npl nei propri bilanci trovano più difficoltà nell'erogazione del credito. Fidandosi delle indicazioni del regolatore, molti istituti hanno perciò svenduto in fretta e furia i crediti problematici. Secondo uno studio di Banca d'Italia di aprile 2018, del quale La Verità ha dato conto pochi giorni dopo la sua pubblicazione, la correlazione tra Npl e mancata erogazione del credito è tutta da dimostrare. Non si spiegherebbe altrimenti come mai, a fronte della diminuzione dello stock di Npl, il credito faccia comunque fatica a riprendersi. Secondo l'ultimo rapporto Unimpresa, basato su dati diffusi da Banca d'Italia, nell'ultimo anno i prestiti delle banche alle imprese sono infatti diminuiti di oltre 45 miliardi di euro (-5,84%). Secondo il colosso di consulenza PwC, solo nel 2017 le cessioni di Npl sono state pari a 64 miliardi di euro, trainate «principalmente da alcune mega operazioni», concluse da pochi operatori specializzati. Un trend pienamente rispettato anche nel 2018, con circa 37 miliardi di transazioni nel primo semestre. La pressione normativa della Vigilanza sulle banche italiane, attuata anche con criteri più stringenti in materia di accantonamenti dei crediti, non ha ottenuto i risultati sperati dal punto di vista né dell'erogazione di nuovi crediti, né tanto meno della ripresa economica. Per contro, abbiamo assistito alla nascita di un mercato molto redditizio (quello degli Npl appunto) con rendimenti che, per gli operatori che riescono ad affacciarvisi, arrivano con facilità alla doppia cifra. A nulla sono serviti gli appelli alla calma di Banca d'Italia. «Vanno evitate politiche generalizzate di vendita, che condurrebbero di fatto a un indesiderabile trasferimento di risorse a danno delle banche italiane e in favore dei pochi investitori specializzati, in larga misura di origine estera», avvertiva a giugno del 2017 il vicedirettore generale della Banca d'Italia, Fabio Panetta. Parole rimaste inascoltate, nel mentre che a Francoforte cuoceva indisturbato lo spezzatino delle banche italiane. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schiaffo-ai-profeti-di-sventura-spread-giu-2616307636.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="flat-tax-ripetizioni-e-terre-ai-giovani" data-post-id="2616307636" data-published-at="1779300620" data-use-pagination="False"> Flat tax ripetizioni e terre ai giovani 81 pagine, 115 articoli: cresce molto, nell'ultima bozza in circolazione, la «cubatura» della manovra, che potrebbe approdare in commissione Bilancio alla Camera già stamattina. Ma questo accade ogni anno: nel caos «ferroviario» parlamentare, si sa che uno dei pochi treni ad arrivare con certezza (e in orario) in stazione è proprio la legge di bilancio, ed è quindi fatale che in quel ddl trovino posto sempre più vagoni. Ecco alcune novità. 1Le Regioni sono chiamate a un taglio dei vitalizi di consiglieri e presidenti, sulla scia di quanto fatto dalla Camera. Per farlo, hanno sei mesi di tempo. Se non lo faranno, sanzioni pesanti: taglio delle risorse statali nella misura del 30% per il 2019, salvaguardando comunque le voci come sanità, politiche sociali e trasporto pubblico locale. Dall'anno successivo, tagli lineari corrispondenti alla metà delle somme destinate nel 2018 ai vitalizi. Insomma, un poderoso incentivo a un intervento forte sui vitalizi. 2 Sulla cedolare secca da estendere al commercio, emergono i paletti che sarebbero stati decisi dal governo: la tassa al 21% sarà applicata agli immobili di categoria catastale C1 di «superficie fino a 600 mq, escluse le pertinenze». E inoltre deve trattarsi di nuovi contratti. La speranza è che questo regime sperimentale possa essere significativamente esteso nei prossimi anni. 3 Incremento del fondo per il Servizio sanitario nazionale, tema foriero di tensioni nelle ultime settimane. Il fondo arriverà a 114,4 miliardi, con previsioni di ulteriore crescita per gli anni successivi. Ma gli aumenti futuri saranno subordinati alla realizzazione di un nuovo «Patto per la salute» tra Stato e Regioni per ottimizzare servizi e costi. 4 Novità vera, la flat tax al 15% per ripetizioni scolastiche e lezioni private, con un potente incentivo all'emersione di attività molto spesso svolte in nero. Dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «una imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva l'opzione per l'applicazione dell'imposta sul reddito nei modi ordinari». Quindi un'opportunità in più. 5 Arriva la misura pro eccellenze che era stata anticipata alla Verità dal sottosegretario Guido Guidesi. Si tratta di un bonus-occupazione per i giovani con carriere universitarie eccellenti, laureati under 30 o dottori di ricerca under 34. In pratica, il datore di lavoro che dovesse assumerli sarebbe esonerato dai contributi, ad eccezione dei premi e contributi Inail, per un anno al massimo e con un tetto di 8.000 euro. Lo sconto vale per le assunzioni a tempo indeterminato avvenute nel 2019. 6 Come La Verità aveva anticipato, le misure più corpose (quota 100 e reddito di cittadinanza) troveranno posto in disegni di legge appositi che marceranno in parallelo rispetto alla manovra. Resta invariato l'articolo che dispone l'istituzione di due fondi da 9 miliardi per il reddito e di 6,7 miliardi (7 miliardi dal 2020) per le pensioni. 7 Desterà infine curiosità una misura che vuole incrociare agricoltura e demografia, con la concessione gratuita di alcuni terreni incolti (per un periodo non inferiore a 20 anni) ai nuclei familiari con terzo figlio (nato negli anni 2019, 2020, 2021), o ai giovani imprenditori agricoli che destineranno una quota societaria pari al 30% a questi nuclei familiari. A queste famiglie sarà anche concesso un mutuo fino a 200.000 euro (a tasso zero) per l'acquisto di una casa in prossimità del terreno assegnato. Daniele Capezzone
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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