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2022-02-17
No alla droga, sì alla separazione giudici-pm
Con un giorno d’anticipo sul trentesimo anniversario di Mani Pulite, ieri la Corte costituzionale ha dato il via libera a cinque dei sei referendum sulla giustizia che non funziona, e contro lo strapotere della magistratura. La Consulta non ha ammesso quello sulla responsabilità diretta delle toghe. In primavera, tra il 15 aprile e il 15 giugno, gli italiani potranno quindi votare sui quesiti promossi nel 2021 dal Partito radicale, dalla Lega e da Forza Italia, firmati da 1,2 milioni di elettori e sostenuti da nove Regioni governate dal centrodestra.
La decisione della Consulta arriva pochi giorni dopo il varo del progetto di riforma della giustizia del ministro Marta Cartabia, che ha punti di contatto con alcuni dei referendum. Va detto, però, che i forti contrasti tra i partiti non consentono molto ottimismo su quel progetto: l’ombra dello stallo conferisce così ancora più importanza ai referendum, che potrebbero diventare l’ultima spiaggia per una riforma, in questa legislatura, e modificare in senso garantista almeno alcune anomalie della giustizia italiana. Va detto che il referendum respinto era anche quello dotato di maggior forza simbolica, e quindi destinato a favorire la partecipazione al voto: voleva dare al cittadino vittima di un errore giudiziario la possibilità di chiamare direttamente in causa il suo pm e il suo giudice, chiedendo il risarcimento a loro e non allo Stato, come invece accade ora. Giuliano Amato, presidente della Consulta, ieri ha spiegato che non è stato accolto perché «l’introduzione della responsabilità diretta avrebbe reso il referendum, più che abrogativo, innovativo». Di fatto, la Consulta ha finito per prendere le parti della magistratura sindacalizzata, che si opponeva al quesito contestando il rischio di paralizzare la giustizia, in quanto nessun magistrato avrebbe più osato fare fino in fondo il suo lavoro. Viene facile obiettare che medici e professionisti in genere sono esposti ogni giorno al rischio di pagare in sede civile per i loro errori, eppure lavorano. Resta il fatto che negli ultimi undici anni, grazie alle protezioni normative e di casta, sono stati processati «per dolo e colpa grave» appena 129 magistrati. I condannati sono stati otto in tutto. E a pagare per i loro errori è sempre stato lo Stato.
Il primo dei referendum accolti dalla Corte costituzionale punta alla separazione delle funzioni tra pm e giudici. I radicali hanno già organizzato questo referendum nel 2000 e nel 2013, senza mai raggiungere il quorum. Nel 2002 anche il governo di Silvio Berlusconi aveva proposto una separazione delle carriere che però fu bocciata per presunta incostituzionalità da Carlo Azeglio Ciampi. Al governo di Romano Prodi nel 2007 riuscì d’imporre un (inutile) tetto massimo di quattro passaggi tra funzioni inquirenti e giudicanti, un limite che (altrettanto inutilmente) la riforma Cartabia ora vorrebbe ridurre a due. I penalisti italiani, guidati da Gian Domenico Caiazza, sostengono che la separazione delle carriere è la vera e grande riforma della giustizia: la sola capace di conferire piena libertà ai giudici.
Il secondo referendum ammesso vuole limitare la custodia cautelare, che ogni anno colpisce almeno 1.000 innocenti. Oggi l’arresto è ammesso per i reati che prevedono più di cinque anni di reclusione e in presenza di tre condizioni di pericolo: la reiterazione del reato, la fuga e l’inquinamento delle prove. Se passasse questo referendum, la custodia cautelare per il pericolo di reiterazione del reato resterebbe possibile per i soli reati più gravi, che contemplano «l’uso delle armi o di violenza». Va ricordato che l’Italia è tra gli Stati con più detenuti in attesa di giudizio: sono il 35,6%, contro una media europea del 23%.
Il terzo referendum punta ad abolire la legge Severino. Varata nel 2011, la norma - gradita ai grillini e all’ala più «manettara» del Pd - prende il nome dall’ex ministro Paola Severino e vieta ruoli parlamentari e di governo a chi è stato condannato in via definitiva a pene superiori ai due anni. Nel 2013, applicata retroattivamente, la legge fece decadere Berlusconi dal Senato. Da allora è al vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
Il quarto vorrebbe ridurre lo strapotere delle correnti delle toghe nel Consiglio superiore della magistratura, dove le correnti si muovono come gruppi di potere, spartendosi nomine e promozioni. Il referendum abrogherebbe la norma che organizza l’elezione dei membri togati del Csm in base a «liste di magistrati presentatori». È però ingenuo sperare che questo basti a tagliare le unghie alle correnti, che resterebbero comunque libere d’indirizzare il voto degli aderenti su liste di nomi. È lo stesso difetto che ha il sistema elettorale del Csm proposto dal ministro Cartabia. In Parlamento, Lega e Forza Italia insistono su una soluzione più drastica: il sorteggio.
Il quinto referendum riguarda i 26 «Consigli giudiziari territoriali», che in ogni distretto di Corte d’appello funzionano come piccoli Csm. Sono organismi tanto sconosciuti quanto importanti, perché creano le «tabelle di ruolo» in base alle quali i processi vengono affidati ai vari magistrati, e forniscono valutazioni al Csm su nomine e promozioni delle toghe. Dei Cgt fanno parte magistrati, avvocati e docenti universitari, ma le toghe sono sempre almeno due terzi del totale: a Milano, per esempio, sono 16, contro 12 tra avvocati e prof. Oggi nei Cgt avvocati e docenti, oltre a essere minoranza, votano solo quando si decide sulle tabelle di ruolo e non hanno diritto di parola. Il referendum vuole dare loro gli stessi poteri dei magistrati.
Ricordando che su alcune di queste materie esistono proposte di legge, ieri Amato ha detto che i referendum «non sono la soluzione». Probabilmente ha ragione. Ma decenni di paralisi della politica oggi li trasformano in una possibile via d’uscita. Forse l’unica rimasta.
Secondo schiaffo ai radicali, no al referendum cannabis: «Includeva pure la cocaina»
Una bocciatura radicale. E al tempo stesso un freno istituzionale alle fughe in avanti. Dopo l’inammissibilità del referendum sull’eutanasia, la Corte costituzionale annulla anche la richiesta di consultazione popolare sulla depenalizzazione della cannabis. Per i radicali di ogni ordine e grado è una Waterloo in 24 ore, alla quale si aggiunge un’imbarazzante tirata d’orecchi del neopresidente della Consulta, Giuliano Amato, che li ha invitati a «scrivere meglio i quesiti». Quello sulle droghe leggere è risultato non ammissibile perché «non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti. Si faceva riferimento a sostanze che includono papavero, coca, droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali».
I giudici si sono trovati davanti un quesito ambiguo, da prestigiatori del diritto. «Era articolato in tre sottoquesiti», ha messo il dito nella piaga il presidente, non senza malizia. «Il primo, relativo all’articolo 73 comma 1 della legge sulla droga, prevede che scompaia tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, ma la cannabis è alla tabella 2; la 1 e 3 includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo è sufficiente per farci violare obblighi internazionali plurimi che abbiamo e che sono un limite indiscutibile dei referendum. E ci portano a constatare l’inidoneità dello scopo perseguito». Un grossolano errore o i proponenti volevano liberalizzare pure la cocaina? Di sicuro, tentare di giocare alle tre carte con il dottor Sottile della prima Repubblica non può che rivelarsi un boomerang.
Sui temi etici la stagione dei referendum si conclude con la sonora sconfitta dei promotori, (l’Associazione Luca Coscioni, il fronte radicale e Miglio legale), del leader storico Marco Cappato, e soprattutto delle forze politiche che li sostenevano nella speranza di bypassare il Parlamento: Pd, Movimento 5 stelle, +Europa ed estrema sinistra avevano colorato di rosso i quesiti e si aspettavano una rispettosa genuflessione che non è avvenuta. Sicura del successo, la ministra grillina Fabiana Dadone (Politiche giovanili) pochi mesi fa aveva organizzato una passerella governativa a Genova per promuovere l’inno alla droga libera con interventi quasi a senso unico. Quella «Conferenza nazionale sulle dipendenze» aveva la leggerezza presunta di uno spinello e la colonna sonora di Woodstock. Riccardo Magi, presidente di +Europa, è convinto che questa sentenza sia «un colpo durissimo per la democrazia in Italia» e contesta la ricostruzione sui commi. Semplicemente, siamo riemersi dagli anni Settanta.
«Nessuno ha cercato il pelo nell’uovo», ha spiegato in una inusuale conferenza stampa il presidente Amato. Quei quesiti (eutanasia e cannabis) non stavano in piedi e non si potevano non bocciare. Quest’ultimo avrebbe provocato una valanga internazionale: gli adepti del progressismo dei desideri si dimenticano sempre di ricordare che le droghe leggere sono illegali in Germania, Francia, Inghilterra, Irlanda, Grecia. E che nell’Olanda, portata ad esempio di paradiso delle libertà, la vendita della marijuana è consentita in luoghi autorizzati. Tutto il resto è spaccio, tranne la detenzione per uso personale non punibile (come in Italia).
Giorgia Meloni ha esultato per la decisione della Consulta. «La considero una vittoria nella battaglia in difesa della vita, che non ha colore politico. Il pensiero va alle tante vittime della droga è alle loro famiglie». In attesa del verdetto davanti alla Corte costituzionale, è andato in onda un siparietto polemico fra Matteo Salvini e Antonella Soldo. Sollecitato dalla leader del comitato promotore del referendum sulla cannabis, il numero uno della Lega ha risposto: «Sono contro la coltivazione, la distribuzione e l’utilizzo di ogni genere di droga. Lei è libera di farsi le canne, io no».
Il clima era e rimane rovente su un tema parecchio dibattuto nel Paese. A questo proposito, Amato ha trovato il modo di rimproverare il Parlamento: «I conflitti valoriali sono oggi i più importanti nella nostra società. E sono quelli davanti ai quali ci dividiamo. Il nostro Parlamento, troppo impegnato ad affrontare temi tecnici ed economici, si occupa poco dei temi etici, non crea piattaforme comuni che pure potrebbero prendere forma anche dopo aspre discussioni. Se questi argomenti escono dall’ordine del giorno, si crea un dissenso profondo all’interno del Paese, corrosivo del tessuto comune fra politica e società».
Riguardo alle droghe leggere il solco rimane profondo. Le ragioni libertarie del «vietato vietare» (parola d’ordine che arriva a noi direttamente dal Sessantotto) vengono smantellate da chi lavora sul campo, da chi sta dedicando la vita a combattere le tossicodipendenze con passione e competenza. Come Antonio Boschini, direttore sanitario di San Patrignano, comunità che in 43 anni ha salvato più di 26.000 ragazzi dalla droga. «Sono contrario a ogni legalizzazione, 98 giovani su 100 passati all’eroina o alla cocaina hanno cominciato con la cannabis. Senza contare le patologie psichiatriche derivanti da quello che qualcuno definisce un passatempo». Sarebbe semplicistico ridurre tutto alla fenomenologia dello spinello. Conclude Boschini: «Poi c’è la degenerazione culturale. Se una droga è legale significa che non fa male. Bel messaggio per gli adolescenti, i più fragili ed esposti».
Salvini esulta assieme a Forza Italia. Restano le distanze con la Meloni
Se il no della Consulta all’ammissibilità del referendum su eutanasia e cannabis ha suscitato reazioni eguali e contrarie di centrodestra e centrosinistra, il sì a quasi tutti quelli sulla giustizia presenta un quadro politicamente più frastagliato.
Ovvia l’euforia della Lega, che ha raccolto le firme sui quesiti assieme ai radicali: è stato lo stesso segretario del Carroccio, Matteo Salvini, a esultare per l’esito positivo di cinque dei sei quesiti sulla giustizia, twittando in tempo record «Vittoria!» e rallegrandosi del fatto che in primavera sarà il popolo a esprimersi su questioni delicate e irrisolte da tanti anni. In serata, dopo aver ascoltato le parole del presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, il leader leghista ha dato appuntamento ai cronisti davanti al Palazzo della Consulta (come aveva già fatto martedì) e ha parlato di «bellissima giornata per l’Italia, non per la Lega», di un «passo in avanti per milioni di italiani in attesa di giudizio» e di separazione delle carriere come «atto di civiltà». Resta il dato politico della divisione all’interno del centrodestra, che per giunta cade nel momento di massima difficoltà nei rapporti tra Giorgia Meloni e Salvini. Dei quesiti sulla giustizia avallati dalla Consulta, infatti, solo due saranno sostenuti da Fratelli d’Italia, e cioè quello sulla separazione delle carriere e quello sulla modifica dell’elezione del Csm. Per gli altri, vale a dire la revisione della legge Severino nella parte relativa agli amministratori locali (accolta in modo positivo anche dai diretti interessati) e la limitazione dell’uso della custodia cautelare, Fdi ha fatto sapere di non essere d’accordo, facendo coerentemente seguito alla scelta a suo tempo di non appoggiare la raccolta delle firme. Un elemento su cui Salvini, interpellato dai cronisti, non ha glissato: «Mi aspetto i no dei 5 stelle e della sinistra», ha dichiarato, «ma su questo un centrodestra garantista può nascere. Non ho tempo per le polemiche, festeggiamo quello che il centrodestra non è riuscito a fare in 30 anni». A dirla tutta, non mancano settori del partito di Salvini in cui permane una certa tiepidezza sull’allentamento della custodia cautelare, ma sono destinati a rimanere sottotraccia.
L’ok ai cinque quesiti è stato accolto positivamente anche dentro Forza Italia, che aveva aderito energicamente alla raccolta delle firme. Sia Lega che Fi (con l’aggiunta di Iv) non fanno mistero di intendere i referendum anche come un modo per fare pressione e per indirizzare la riforma della giustizia portata dal ministro Marta Cartabia in Parlamento: per il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, infatti, «sono percorsi diversi e non alternativi».
Preoccupato il M5s, sostanzialmente contrario ai referendum, e tanto per cambiare diviso il Pd, dove convivono da sempre un’area più vicina alle toghe e sensibile anche alle rivendicazioni più corporative, e una più riformista. Da questa è emerso il punto di vista dell’ex renziano ed ex capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, che ha parlato di «bella sveglia per il Parlamento». Arrivato nella serata di ieri, a completare il quadro, il no dei giudici costituzionali anche sul controverso referendum sulla cannabis legale, la battaglia più aspra sarà quella in Parlamento sulle questioni etiche: l’esame del testo sul suicidio assistito, dopo i primi rinvii, entrerà infatti nel vivo proprio in queste ore.
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La Consulta non ammette il referendum per liberalizzare la cannabis («nascondeva pure la legalizzazione della coca») e quello sulla responsabilità civile delle toghe. Via libera invece agli altri quesiti sulla giustizia per limitare lo strapotere della magistratura e il peso delle sue correnti nel Csm. Che la riforma Cartabia non riesce a intaccare.Giuliano Amato bacchetta i promotori: «I riferimenti alle droghe pesanti violavano obblighi internazionali». Poi il richiamo al Parlamento: «Pensi ai temi etici». Festeggia Fdi.Matteo Salvini esulta insieme a Forza Italia, ma restano le distanze con Fdi: «No alle polemiche, può nascere un centrodestra garantista».Lo speciale contiene tre articoli.Con un giorno d’anticipo sul trentesimo anniversario di Mani Pulite, ieri la Corte costituzionale ha dato il via libera a cinque dei sei referendum sulla giustizia che non funziona, e contro lo strapotere della magistratura. La Consulta non ha ammesso quello sulla responsabilità diretta delle toghe. In primavera, tra il 15 aprile e il 15 giugno, gli italiani potranno quindi votare sui quesiti promossi nel 2021 dal Partito radicale, dalla Lega e da Forza Italia, firmati da 1,2 milioni di elettori e sostenuti da nove Regioni governate dal centrodestra. La decisione della Consulta arriva pochi giorni dopo il varo del progetto di riforma della giustizia del ministro Marta Cartabia, che ha punti di contatto con alcuni dei referendum. Va detto, però, che i forti contrasti tra i partiti non consentono molto ottimismo su quel progetto: l’ombra dello stallo conferisce così ancora più importanza ai referendum, che potrebbero diventare l’ultima spiaggia per una riforma, in questa legislatura, e modificare in senso garantista almeno alcune anomalie della giustizia italiana. Va detto che il referendum respinto era anche quello dotato di maggior forza simbolica, e quindi destinato a favorire la partecipazione al voto: voleva dare al cittadino vittima di un errore giudiziario la possibilità di chiamare direttamente in causa il suo pm e il suo giudice, chiedendo il risarcimento a loro e non allo Stato, come invece accade ora. Giuliano Amato, presidente della Consulta, ieri ha spiegato che non è stato accolto perché «l’introduzione della responsabilità diretta avrebbe reso il referendum, più che abrogativo, innovativo». Di fatto, la Consulta ha finito per prendere le parti della magistratura sindacalizzata, che si opponeva al quesito contestando il rischio di paralizzare la giustizia, in quanto nessun magistrato avrebbe più osato fare fino in fondo il suo lavoro. Viene facile obiettare che medici e professionisti in genere sono esposti ogni giorno al rischio di pagare in sede civile per i loro errori, eppure lavorano. Resta il fatto che negli ultimi undici anni, grazie alle protezioni normative e di casta, sono stati processati «per dolo e colpa grave» appena 129 magistrati. I condannati sono stati otto in tutto. E a pagare per i loro errori è sempre stato lo Stato. Il primo dei referendum accolti dalla Corte costituzionale punta alla separazione delle funzioni tra pm e giudici. I radicali hanno già organizzato questo referendum nel 2000 e nel 2013, senza mai raggiungere il quorum. Nel 2002 anche il governo di Silvio Berlusconi aveva proposto una separazione delle carriere che però fu bocciata per presunta incostituzionalità da Carlo Azeglio Ciampi. Al governo di Romano Prodi nel 2007 riuscì d’imporre un (inutile) tetto massimo di quattro passaggi tra funzioni inquirenti e giudicanti, un limite che (altrettanto inutilmente) la riforma Cartabia ora vorrebbe ridurre a due. I penalisti italiani, guidati da Gian Domenico Caiazza, sostengono che la separazione delle carriere è la vera e grande riforma della giustizia: la sola capace di conferire piena libertà ai giudici.Il secondo referendum ammesso vuole limitare la custodia cautelare, che ogni anno colpisce almeno 1.000 innocenti. Oggi l’arresto è ammesso per i reati che prevedono più di cinque anni di reclusione e in presenza di tre condizioni di pericolo: la reiterazione del reato, la fuga e l’inquinamento delle prove. Se passasse questo referendum, la custodia cautelare per il pericolo di reiterazione del reato resterebbe possibile per i soli reati più gravi, che contemplano «l’uso delle armi o di violenza». Va ricordato che l’Italia è tra gli Stati con più detenuti in attesa di giudizio: sono il 35,6%, contro una media europea del 23%. Il terzo referendum punta ad abolire la legge Severino. Varata nel 2011, la norma - gradita ai grillini e all’ala più «manettara» del Pd - prende il nome dall’ex ministro Paola Severino e vieta ruoli parlamentari e di governo a chi è stato condannato in via definitiva a pene superiori ai due anni. Nel 2013, applicata retroattivamente, la legge fece decadere Berlusconi dal Senato. Da allora è al vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.Il quarto vorrebbe ridurre lo strapotere delle correnti delle toghe nel Consiglio superiore della magistratura, dove le correnti si muovono come gruppi di potere, spartendosi nomine e promozioni. Il referendum abrogherebbe la norma che organizza l’elezione dei membri togati del Csm in base a «liste di magistrati presentatori». È però ingenuo sperare che questo basti a tagliare le unghie alle correnti, che resterebbero comunque libere d’indirizzare il voto degli aderenti su liste di nomi. È lo stesso difetto che ha il sistema elettorale del Csm proposto dal ministro Cartabia. In Parlamento, Lega e Forza Italia insistono su una soluzione più drastica: il sorteggio.Il quinto referendum riguarda i 26 «Consigli giudiziari territoriali», che in ogni distretto di Corte d’appello funzionano come piccoli Csm. Sono organismi tanto sconosciuti quanto importanti, perché creano le «tabelle di ruolo» in base alle quali i processi vengono affidati ai vari magistrati, e forniscono valutazioni al Csm su nomine e promozioni delle toghe. Dei Cgt fanno parte magistrati, avvocati e docenti universitari, ma le toghe sono sempre almeno due terzi del totale: a Milano, per esempio, sono 16, contro 12 tra avvocati e prof. Oggi nei Cgt avvocati e docenti, oltre a essere minoranza, votano solo quando si decide sulle tabelle di ruolo e non hanno diritto di parola. Il referendum vuole dare loro gli stessi poteri dei magistrati. Ricordando che su alcune di queste materie esistono proposte di legge, ieri Amato ha detto che i referendum «non sono la soluzione». Probabilmente ha ragione. Ma decenni di paralisi della politica oggi li trasformano in una possibile via d’uscita. Forse l’unica rimasta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/referendum-droga-separazione-giudici-pm-2656699417.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="secondo-schiaffo-ai-radicali-no-al-referendum-cannabis-includeva-pure-la-cocaina" data-post-id="2656699417" data-published-at="1645087289" data-use-pagination="False"> Secondo schiaffo ai radicali, no al referendum cannabis: «Includeva pure la cocaina» Una bocciatura radicale. E al tempo stesso un freno istituzionale alle fughe in avanti. Dopo l’inammissibilità del referendum sull’eutanasia, la Corte costituzionale annulla anche la richiesta di consultazione popolare sulla depenalizzazione della cannabis. Per i radicali di ogni ordine e grado è una Waterloo in 24 ore, alla quale si aggiunge un’imbarazzante tirata d’orecchi del neopresidente della Consulta, Giuliano Amato, che li ha invitati a «scrivere meglio i quesiti». Quello sulle droghe leggere è risultato non ammissibile perché «non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti. Si faceva riferimento a sostanze che includono papavero, coca, droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali». I giudici si sono trovati davanti un quesito ambiguo, da prestigiatori del diritto. «Era articolato in tre sottoquesiti», ha messo il dito nella piaga il presidente, non senza malizia. «Il primo, relativo all’articolo 73 comma 1 della legge sulla droga, prevede che scompaia tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, ma la cannabis è alla tabella 2; la 1 e 3 includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo è sufficiente per farci violare obblighi internazionali plurimi che abbiamo e che sono un limite indiscutibile dei referendum. E ci portano a constatare l’inidoneità dello scopo perseguito». Un grossolano errore o i proponenti volevano liberalizzare pure la cocaina? Di sicuro, tentare di giocare alle tre carte con il dottor Sottile della prima Repubblica non può che rivelarsi un boomerang. Sui temi etici la stagione dei referendum si conclude con la sonora sconfitta dei promotori, (l’Associazione Luca Coscioni, il fronte radicale e Miglio legale), del leader storico Marco Cappato, e soprattutto delle forze politiche che li sostenevano nella speranza di bypassare il Parlamento: Pd, Movimento 5 stelle, +Europa ed estrema sinistra avevano colorato di rosso i quesiti e si aspettavano una rispettosa genuflessione che non è avvenuta. Sicura del successo, la ministra grillina Fabiana Dadone (Politiche giovanili) pochi mesi fa aveva organizzato una passerella governativa a Genova per promuovere l’inno alla droga libera con interventi quasi a senso unico. Quella «Conferenza nazionale sulle dipendenze» aveva la leggerezza presunta di uno spinello e la colonna sonora di Woodstock. Riccardo Magi, presidente di +Europa, è convinto che questa sentenza sia «un colpo durissimo per la democrazia in Italia» e contesta la ricostruzione sui commi. Semplicemente, siamo riemersi dagli anni Settanta. «Nessuno ha cercato il pelo nell’uovo», ha spiegato in una inusuale conferenza stampa il presidente Amato. Quei quesiti (eutanasia e cannabis) non stavano in piedi e non si potevano non bocciare. Quest’ultimo avrebbe provocato una valanga internazionale: gli adepti del progressismo dei desideri si dimenticano sempre di ricordare che le droghe leggere sono illegali in Germania, Francia, Inghilterra, Irlanda, Grecia. E che nell’Olanda, portata ad esempio di paradiso delle libertà, la vendita della marijuana è consentita in luoghi autorizzati. Tutto il resto è spaccio, tranne la detenzione per uso personale non punibile (come in Italia). Giorgia Meloni ha esultato per la decisione della Consulta. «La considero una vittoria nella battaglia in difesa della vita, che non ha colore politico. Il pensiero va alle tante vittime della droga è alle loro famiglie». In attesa del verdetto davanti alla Corte costituzionale, è andato in onda un siparietto polemico fra Matteo Salvini e Antonella Soldo. Sollecitato dalla leader del comitato promotore del referendum sulla cannabis, il numero uno della Lega ha risposto: «Sono contro la coltivazione, la distribuzione e l’utilizzo di ogni genere di droga. Lei è libera di farsi le canne, io no». Il clima era e rimane rovente su un tema parecchio dibattuto nel Paese. A questo proposito, Amato ha trovato il modo di rimproverare il Parlamento: «I conflitti valoriali sono oggi i più importanti nella nostra società. E sono quelli davanti ai quali ci dividiamo. Il nostro Parlamento, troppo impegnato ad affrontare temi tecnici ed economici, si occupa poco dei temi etici, non crea piattaforme comuni che pure potrebbero prendere forma anche dopo aspre discussioni. Se questi argomenti escono dall’ordine del giorno, si crea un dissenso profondo all’interno del Paese, corrosivo del tessuto comune fra politica e società». Riguardo alle droghe leggere il solco rimane profondo. Le ragioni libertarie del «vietato vietare» (parola d’ordine che arriva a noi direttamente dal Sessantotto) vengono smantellate da chi lavora sul campo, da chi sta dedicando la vita a combattere le tossicodipendenze con passione e competenza. Come Antonio Boschini, direttore sanitario di San Patrignano, comunità che in 43 anni ha salvato più di 26.000 ragazzi dalla droga. «Sono contrario a ogni legalizzazione, 98 giovani su 100 passati all’eroina o alla cocaina hanno cominciato con la cannabis. Senza contare le patologie psichiatriche derivanti da quello che qualcuno definisce un passatempo». Sarebbe semplicistico ridurre tutto alla fenomenologia dello spinello. Conclude Boschini: «Poi c’è la degenerazione culturale. Se una droga è legale significa che non fa male. Bel messaggio per gli adolescenti, i più fragili ed esposti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/referendum-droga-separazione-giudici-pm-2656699417.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="salvini-esulta-assieme-a-forza-italia-restano-le-distanze-con-la-meloni" data-post-id="2656699417" data-published-at="1645087289" data-use-pagination="False"> Salvini esulta assieme a Forza Italia. Restano le distanze con la Meloni Se il no della Consulta all’ammissibilità del referendum su eutanasia e cannabis ha suscitato reazioni eguali e contrarie di centrodestra e centrosinistra, il sì a quasi tutti quelli sulla giustizia presenta un quadro politicamente più frastagliato. Ovvia l’euforia della Lega, che ha raccolto le firme sui quesiti assieme ai radicali: è stato lo stesso segretario del Carroccio, Matteo Salvini, a esultare per l’esito positivo di cinque dei sei quesiti sulla giustizia, twittando in tempo record «Vittoria!» e rallegrandosi del fatto che in primavera sarà il popolo a esprimersi su questioni delicate e irrisolte da tanti anni. In serata, dopo aver ascoltato le parole del presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, il leader leghista ha dato appuntamento ai cronisti davanti al Palazzo della Consulta (come aveva già fatto martedì) e ha parlato di «bellissima giornata per l’Italia, non per la Lega», di un «passo in avanti per milioni di italiani in attesa di giudizio» e di separazione delle carriere come «atto di civiltà». Resta il dato politico della divisione all’interno del centrodestra, che per giunta cade nel momento di massima difficoltà nei rapporti tra Giorgia Meloni e Salvini. Dei quesiti sulla giustizia avallati dalla Consulta, infatti, solo due saranno sostenuti da Fratelli d’Italia, e cioè quello sulla separazione delle carriere e quello sulla modifica dell’elezione del Csm. Per gli altri, vale a dire la revisione della legge Severino nella parte relativa agli amministratori locali (accolta in modo positivo anche dai diretti interessati) e la limitazione dell’uso della custodia cautelare, Fdi ha fatto sapere di non essere d’accordo, facendo coerentemente seguito alla scelta a suo tempo di non appoggiare la raccolta delle firme. Un elemento su cui Salvini, interpellato dai cronisti, non ha glissato: «Mi aspetto i no dei 5 stelle e della sinistra», ha dichiarato, «ma su questo un centrodestra garantista può nascere. Non ho tempo per le polemiche, festeggiamo quello che il centrodestra non è riuscito a fare in 30 anni». A dirla tutta, non mancano settori del partito di Salvini in cui permane una certa tiepidezza sull’allentamento della custodia cautelare, ma sono destinati a rimanere sottotraccia. L’ok ai cinque quesiti è stato accolto positivamente anche dentro Forza Italia, che aveva aderito energicamente alla raccolta delle firme. Sia Lega che Fi (con l’aggiunta di Iv) non fanno mistero di intendere i referendum anche come un modo per fare pressione e per indirizzare la riforma della giustizia portata dal ministro Marta Cartabia in Parlamento: per il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, infatti, «sono percorsi diversi e non alternativi». Preoccupato il M5s, sostanzialmente contrario ai referendum, e tanto per cambiare diviso il Pd, dove convivono da sempre un’area più vicina alle toghe e sensibile anche alle rivendicazioni più corporative, e una più riformista. Da questa è emerso il punto di vista dell’ex renziano ed ex capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, che ha parlato di «bella sveglia per il Parlamento». Arrivato nella serata di ieri, a completare il quadro, il no dei giudici costituzionali anche sul controverso referendum sulla cannabis legale, la battaglia più aspra sarà quella in Parlamento sulle questioni etiche: l’esame del testo sul suicidio assistito, dopo i primi rinvii, entrerà infatti nel vivo proprio in queste ore.
Ursula von der Leyen (Ansa)
In Italia il divieto vige da sempre e la sentenza dei giudici europei pone fine alla causa intentata da un agricoltore friulano che, seminato mais Ogm, era stato multato per 50.000 euro ed era stato obbligato all’espianto. La Corte del Lussemburgo ha respinto la sua opposizione e ha sentenziato che è legittimo il divieto di coltivazione del mais «Mon 810» introdotto in Italia. Per la baronessa è un doppio «schiaffo»: primo perché va facendo in giro per il mondo accordi per importare prodotti agricoli che in base a questa sentenza l’Italia potrebbe respingere alla frontiera; secondo perché la sigla «Mon» sta per Monsanto, la società che opera nei fertilizzanti e negli organismi geneticamente modificati di proprietà della tedesca Bayer, che l’acquisì nel 2016 pagando 63 miliardi di dollari.
Tra i motivi per l’accelerazione che la presidente della Commissione ha impresso al Mercosur c’è sicuramente il mercato dei pesticidi. Il Brasile è il primo utilizzatore al mondo di Ogm con una particolarità: gli Ogm Monsanto sono «progettati» per un utilizzo massiccio di glifosato, il più potente e discusso erbicida al mondo, prodotto dalla stessa Monsanto. Con un ulteriore particolare. Sempre la Corte di giustizia europea ha bocciato la proroga automatica che la Commissione ha concesso (con scadenza al 2033) all’uso del glifosato in Europa e ora la Von der Leyen non sa più come proteggerlo. La sostanza è sospettata di effetti cancerogeni: in Europa è vietata in fase di pre raccolta mentre i Paesi con cui la baronessa ha fatto i suoi trionfali accordi commerciali lo usano come non ci fosse un domani. Il Brasile ha cosparso di glifosato mezza Amazzonia per coltivare la soia, il Canada (accordo Ceta) usa il glifosato per essiccare il grano. Ora, però, la sentenza sugli Ogm complica non poco l’esportazione da parte del Mercosur.
Per aggirare questi pronunciamenti a Bruxelles, quando si dice il Green deal, avrebbero in mente di fare una moratoria tanto sugli organismi geneticamente modificati quanto sulla chimica in campo. La cosa curiosa è che la Commissione ha cercato in tutti i modi di ostacolare l’ammissione delle Tea. Si tratta di piante che vengono ibridate con metodi del tutto naturali di cui si modifica il Dna, ma senza inserire pezzi di Dna alieno (come è invece negli Ogm) con una tecnologia italiana e che consentono di abbattere l’uso di sostanze chimiche in coltivazione. Ebbene le Tea sono entrate nella fase sperimentale in campo solo da pochi mesi. A dimostrazione che Bruxelles usa l’agricoltura come meglio le conviene.
L’ultimo tentativo è la ripresa dei negoziati con l’Australia per un altro accordo commerciale dopo il Mercosur e quello con l’India. Ma se nell’intesa con New Delhi sono scattate alcune salvaguardie per l’import agricolo, con Canberra il disastro sarebbe totale. Gli australiani vogliono mano libera sull’export di carne, tanto bovina che ovina, di cui sono leader mondiali. L’Australia esporta il 70% della sua produzione (fortissima quella di frutta in particolare ciliegie, kiwi, mele; del vino; del grano e dei semi oleosi) per un controvalore di 75 miliardi di dollari australiani (circa 50 miliardi di euro) ed è il principale concorrente dell’Italia e della Francia sul vino in Cina e in tutto il Sud-Est asiatico. Vino che Canberra protegge con un dazio all’importazione del 65%.
Nonostante questo, a fine mese Ursula von der Leyen sarà in Australia per avviare la fase finale dell’accordo commerciale. Per gli agricoltori è un bis del Mercosur, se non addirittura peggio, perché di fatto blocca agli europei tutti i Paesi dove esportano gli australiani. Questo nel momento in cui uno dei settori di punta dell’agricoltura italiana va in crisi. L’ortofrutta vale circa 19 miliardi per 150.000 aziende che coltivano un milione di ettari e l’export si aggira sui 13 miliardi ma - come avverte il presidente di Fedagripesca Confcooperative Raffaele Drei - «stiamo perdendo produzione e gli accordi commerciali mettono a rischio la sopravvivenza delle imprese». Il tema - sostiene Drei - «non sarà più la reciprocità nei metodi produttivi tra l’Europa e il resto del mondo, ma se noi europei saremo ancora in grado di produrre». Precisa Drei: «Dieci anni fa l’Italia vantava un potenziale produttivo nazionale di 26 milioni di tonnellate di ortofrutta, oggi ne produciamo circa 24,7 milioni; la frutta coltivata e lavorata in Brasile con prodotti fitosanitari vietati in Europa può ottenere il via libera ed entrare nel mercato comunitario, mentre per gli agricoltori europei rimane il divieto di utilizzo di determinati fitofarmaci. È la riprova che dalla Commissione europea non vengono risposte alle esigenze del mondo produttivo». La prossima fermata è Canberra.
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Il premier Giorgia Meloni, arrivata a Milano per partecipare questa sera alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina, in mattinata ha fatto visita ai carabinieri e ai militari impegnati per la sicurezza alla stazione di Rogoredo. «Sono venuta a salutare e ringraziare», ha detto il presidente del Consiglio, come si vede anche in un video che ha postato sui social, stringendo le mani ai militari impegnati nel presidio e posando per i selfie con alcuni passanti e addetti della Protezione civile.
John Elkann (Ansa)
Tale normativa, che sarà presentata il 25 febbraio a Bruxelles dal Commissario europeo per l’Industria Stéphane Séjourné, costituirà una barriera protezionistica, imponendo dei requisiti minimi di produzione europea nelle auto immatricolate in Europa. Lo scopo dovrebbe essere quello di mantenere vivo quello che resta della manifattura industriale europea nel settore automobilistico, contrastando lo strapotere cinese nel settore.
L’idea insomma è di lanciare un «Buy Europe» simile al «Buy America» di Joe Biden, una forma protezionistica mascherata (nemmeno troppo). Dopo essersi deindustrializzata cavalcando la globalizzazione, ora l’Ue dunque si accorge che qualcosa è andato storto. Beninteso, senza mai prendersi la minima responsabilità politica.
Non si conoscono ancora i reali contenuti della normativa, dunque proprio per questo le due maggiori case europee si portano avanti e dettano la linea.
Ma non solo. Blume e Filosa chiedono soprattutto incentivi finanziari per mantenere la produzione in Europa e un bonus sulle emissioni di CO2 delle flotte, che vada ad evitare le multe previste dalla normativa attuale nel caso di scarse vendite di auto elettriche.
Secondo la lettera, le auto elettriche dovrebbero avere quattro criteri di origine made in Europe, in quote da stabilire: 1) produzione di veicoli, compresa la fabbricazione e l’assemblaggio, nonché la ricerca e lo sviluppo; 2) il gruppo propulsore elettrico; 3) le celle della batteria; 4) alcuni componenti elettronici importanti.
Ogni veicolo che soddisfa i criteri «Made in Europe» dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o preferenza negli appalti pubblici. I due ad si dicono preoccupati per la tenuta dell’Europa come polo industriale, ma temono soprattutto di essere spazzati via dalla concorrenza cinese. «Stiamo investendo miliardi nella produzione europea di celle per batterie», scrivono i due dirigenti, e «dobbiamo controllare e produrre noi stessi questa tecnologia fondamentale». Ma, prosegue la lettera, «i nostri clienti europei si aspettano giustamente che offriamo veicoli elettrici il più possibile convenienti. Questo è un prerequisito fondamentale per il successo dell’elettromobilità. Tuttavia, più basso è il prezzo di un’auto, maggiore è la pressione a importare le batterie più economiche disponibili». Tradotto: i cinesi hanno costi più bassi e le case europee sono fuori mercato.
Il conflitto tra le pressioni sui costi e la dipendenza dai paesi terzi può essere risolto con una strategia Made in Europe, cioè imponendo dei criteri minimi di fabbricazione in Europa. «Gli obiettivi per tutte queste categorie devono essere ambiziosi ma realistici», dicono Vw e Stellantis, avvisando l’Ue di non chiedere l’impossibile.
Poi arriva il pezzo forte della lettera: «Ogni veicolo che soddisfa i criteri Made in Europe dovrebbe ricevere un’etichetta e avere diritto a diversi vantaggi, come premi d’acquisto nazionali o appalti pubblici». Infine, Blume e Filosa chiedono che vengano concessi dei bonus sulle emissioni per ogni auto elettrica Made in Europe, in modo che questi possano compensare le emissioni della restante flotta con motori tradizionali.
Fino a poco tempo fa, le due case automobilistiche erano scettiche sull’idea di proteggere la produzione europea con il Made in Europe, e non hanno cambiato idea. Ma visto che l’Ue introdurrà quei criteri, le due case automobilistiche cercano di orientare le decisioni e soprattutto si mettono in prima fila per ottenere sussidi. Poiché alla fine è di questo che si tratta.
Al di là dei tecnicismi, il passaggio chiave della lettera è questo: «Il denaro dei contribuenti europei dovrebbe essere utilizzato specificamente per promuovere la produzione europea e attrarre investimenti nell’Ue». Certo la lettera non si nasconde dietro le metafore e va dritta al sodo, chiedendo appunto il denaro dei contribuenti europei. Se mettiamo questa frase insieme a «avere diritto a vantaggi come premi d’acquisto o appalti pubblici» e «bonus sulle emissioni» il quadro delle richieste è completo.
Pochi giorni fa Stella Li, che guida Byd, il marchio cinese primo costruttore mondiale di auto elettriche, ha detto che la sua azienda non fa solo auto: «Lavoriamo su intelligenza artificiale, guida autonoma, robotica. Abbiamo un ecosistema completo e siamo anche tra i grandi player nello storage di batterie». Parole che danno ragione, postuma, a Sergio Marchionne, che anni fa disse che i maggiori concorrenti dei costruttori di auto sarebbero stati i nuovi entranti e i giganti tecnologici, a partire dal software per la guida autonoma. Peccato non avere dato ascolto al manager già allora, quando avvertiva che ogni auto 500 elettrica venduta rappresentava una perdita. Oggi John Elkann manda una lettera con cui chiede, ancora una volta, sussidi pubblici. Ma di garanzie che il denaro dei contribuenti non sarà, per l’ennesima volta, gettato al vento, nella lettera non c’è traccia.
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Dopo la storia e la descrizione delle sedi della «prima cerimonia diffusa della storia» (lo stadio milanese di San Siro e Cortina d’Ampezzo), il documento entra nei dettagli (come i lettori possono verificare consultando l’allegato). Il «concept creativo» è quello dell’Armonia e il direttore creativo è Marco Balich, già ideatore di 16 cerimonie d’apertura olimpiche. Nel file è svelato l’allestimento scenico e sono citati tutti i numeri della cerimonia.Quindi è descritto lo spettacolo, scena per scena.Si esalteranno la bellezza e la fantasia italiane. L’attrice Matilde De Angelis in versione direttrice d’orchestra guiderà un medley musicale che raggruppa brani dei grandi della musica classica italiana (Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioachino Rossini, Antonio Vivaldi) e anche il pop di Raffaella Carrà. In un caleidoscopio di luci spunterà Mariah Carey che intonerà Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e Nothing is impossible. Quindi verrà trasmesso il video (registrato) dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram storico guidato dall’ex campione del Mondo di moto Gp Valentino Rossi. Un siparietto che è costato il posto di telecronista della serata ad Auro Bulbarelli, punito per avere parlato di «una sorpresa». Un’anticipazione che ha fatto infuriare il Quirinale (che ha protestato direttamente con il Comitato olimpico internazionale) e che è stata ritenuta imperdonabile.
A questo incidente La Verità ha dedicato oggi un articolo esclusivo nell’edizione in edicola. Mattarella del documento viene così descritto: «Una delle figure più autorevoli del Paese» che «rappresenta il garante della Costituzione dell’unità nazionale e dei valori democratici». Quindi c’è un’altra sviolinata: «Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni italiane, distinguendosi per rigore, equilibrio e rispetto delle regole, qualità che ne hanno fatto un punto di riferimento nel panorama istituzionale europeo». A questo punto lo stadio si accenderà con le tinte del Tricolore in un momento dedicato alla moda italiana. Avrà l’onore di portare sul prato la bandiera la modella Vittoria Ceretti. L’inno nazionale, come già ampiamente emerso, sarà cantato da Laura Pausini. Pierfrancesco Favino leggerà, invece, L’Infinito di Giacomo Leopardi, mentre Sabrina Impacciatore sarà protagonista di un video animato sulla storia delle Olimpiadi invernali. Segue la parata degli atleti.
Ci sarà, quindi, un viaggio nel tempo e una parentesi scherzosa sul modo di gesticolare degli italiani, con protagonista l’attrice Brenda Lodigiani. A questo punto, dalla Tribuna d’onore Mattarella dichiarerà aperti i Giochi. Si parlerà di pace e di tregua olimpica e il cantante Ghali leggerà i versi della poesia «Promemoria» di Gianni Rodari che recita: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra». I versi della poesia, contrariamente a quanto polemicamente affermato da Ghali (che ha sostenuto che non gli sarebbe stato consentito di esprimersi in arabo), è previsto che siano recitati «in italiano, inglese, cinese, arabo, francese, spagnolo». A questo punto Charlize Theron, sudafricana ambasciatrice di pace, prenderà la parola «con un messaggio di speranza ispirato a Nelson Mandela che attraversa confini e generazioni». Il programma si chiuderà con l’ingresso della bandiera olimpica, dei suoi «messaggeri di pace» e con l’accensione del braciere olimpico. Tutto bello, retorico e un po’ scontato.
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