• La Consulta non ammette il referendum per liberalizzare la cannabis («nascondeva pure la legalizzazione della coca») e quello sulla responsabilità civile delle toghe. Via libera invece agli altri quesiti sulla giustizia per limitare lo strapotere della magistratura e il peso delle sue correnti nel Csm. Che la riforma Cartabia non riesce a intaccare.
  • Giuliano Amato bacchetta i promotori: «I riferimenti alle droghe pesanti violavano obblighi internazionali». Poi il richiamo al Parlamento: «Pensi ai temi etici». Festeggia Fdi.
  • Matteo Salvini esulta insieme a Forza Italia, ma restano le distanze con Fdi: «No alle polemiche, può nascere un centrodestra garantista».

Lo speciale contiene tre articoli.

Con un giorno d’anticipo sul trentesimo anniversario di Mani Pulite, ieri la Corte costituzionale ha dato il via libera a cinque dei sei referendum sulla giustizia che non funziona, e contro lo strapotere della magistratura. La Consulta non ha ammesso quello sulla responsabilità diretta delle toghe. In primavera, tra il 15 aprile e il 15 giugno, gli italiani potranno quindi votare sui quesiti promossi nel 2021 dal Partito radicale, dalla Lega e da Forza Italia, firmati da 1,2 milioni di elettori e sostenuti da nove Regioni governate dal centrodestra.

La decisione della Consulta arriva pochi giorni dopo il varo del progetto di riforma della giustizia del ministro Marta Cartabia, che ha punti di contatto con alcuni dei referendum. Va detto, però, che i forti contrasti tra i partiti non consentono molto ottimismo su quel progetto: l’ombra dello stallo conferisce così ancora più importanza ai referendum, che potrebbero diventare l’ultima spiaggia per una riforma, in questa legislatura, e modificare in senso garantista almeno alcune anomalie della giustizia italiana. Va detto che il referendum respinto era anche quello dotato di maggior forza simbolica, e quindi destinato a favorire la partecipazione al voto: voleva dare al cittadino vittima di un errore giudiziario la possibilità di chiamare direttamente in causa il suo pm e il suo giudice, chiedendo il risarcimento a loro e non allo Stato, come invece accade ora. Giuliano Amato, presidente della Consulta, ieri ha spiegato che non è stato accolto perché «l’introduzione della responsabilità diretta avrebbe reso il referendum, più che abrogativo, innovativo». Di fatto, la Consulta ha finito per prendere le parti della magistratura sindacalizzata, che si opponeva al quesito contestando il rischio di paralizzare la giustizia, in quanto nessun magistrato avrebbe più osato fare fino in fondo il suo lavoro. Viene facile obiettare che medici e professionisti in genere sono esposti ogni giorno al rischio di pagare in sede civile per i loro errori, eppure lavorano. Resta il fatto che negli ultimi undici anni, grazie alle protezioni normative e di casta, sono stati processati «per dolo e colpa grave» appena 129 magistrati. I condannati sono stati otto in tutto. E a pagare per i loro errori è sempre stato lo Stato.

Il primo dei referendum accolti dalla Corte costituzionale punta alla separazione delle funzioni tra pm e giudici. I radicali hanno già organizzato questo referendum nel 2000 e nel 2013, senza mai raggiungere il quorum. Nel 2002 anche il governo di Silvio Berlusconi aveva proposto una separazione delle carriere che però fu bocciata per presunta incostituzionalità da Carlo Azeglio Ciampi. Al governo di Romano Prodi nel 2007 riuscì d’imporre un (inutile) tetto massimo di quattro passaggi tra funzioni inquirenti e giudicanti, un limite che (altrettanto inutilmente) la riforma Cartabia ora vorrebbe ridurre a due. I penalisti italiani, guidati da Gian Domenico Caiazza, sostengono che la separazione delle carriere è la vera e grande riforma della giustizia: la sola capace di conferire piena libertà ai giudici.

Il secondo referendum ammesso vuole limitare la custodia cautelare, che ogni anno colpisce almeno 1.000 innocenti. Oggi l’arresto è ammesso per i reati che prevedono più di cinque anni di reclusione e in presenza di tre condizioni di pericolo: la reiterazione del reato, la fuga e l’inquinamento delle prove. Se passasse questo referendum, la custodia cautelare per il pericolo di reiterazione del reato resterebbe possibile per i soli reati più gravi, che contemplano «l’uso delle armi o di violenza». Va ricordato che l’Italia è tra gli Stati con più detenuti in attesa di giudizio: sono il 35,6%, contro una media europea del 23%.

Il terzo referendum punta ad abolire la legge Severino. Varata nel 2011, la norma – gradita ai grillini e all’ala più «manettara» del Pd – prende il nome dall’ex ministro Paola Severino e vieta ruoli parlamentari e di governo a chi è stato condannato in via definitiva a pene superiori ai due anni. Nel 2013, applicata retroattivamente, la legge fece decadere Berlusconi dal Senato. Da allora è al vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Il quarto vorrebbe ridurre lo strapotere delle correnti delle toghe nel Consiglio superiore della magistratura, dove le correnti si muovono come gruppi di potere, spartendosi nomine e promozioni. Il referendum abrogherebbe la norma che organizza l’elezione dei membri togati del Csm in base a «liste di magistrati presentatori». È però ingenuo sperare che questo basti a tagliare le unghie alle correnti, che resterebbero comunque libere d’indirizzare il voto degli aderenti su liste di nomi. È lo stesso difetto che ha il sistema elettorale del Csm proposto dal ministro Cartabia. In Parlamento, Lega e Forza Italia insistono su una soluzione più drastica: il sorteggio.

Il quinto referendum riguarda i 26 «Consigli giudiziari territoriali», che in ogni distretto di Corte d’appello funzionano come piccoli Csm. Sono organismi tanto sconosciuti quanto importanti, perché creano le «tabelle di ruolo» in base alle quali i processi vengono affidati ai vari magistrati, e forniscono valutazioni al Csm su nomine e promozioni delle toghe. Dei Cgt fanno parte magistrati, avvocati e docenti universitari, ma le toghe sono sempre almeno due terzi del totale: a Milano, per esempio, sono 16, contro 12 tra avvocati e prof. Oggi nei Cgt avvocati e docenti, oltre a essere minoranza, votano solo quando si decide sulle tabelle di ruolo e non hanno diritto di parola. Il referendum vuole dare loro gli stessi poteri dei magistrati.

Ricordando che su alcune di queste materie esistono proposte di legge, ieri Amato ha detto che i referendum «non sono la soluzione». Probabilmente ha ragione. Ma decenni di paralisi della politica oggi li trasformano in una possibile via d’uscita. Forse l’unica rimasta.


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