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2022-02-17
No alla droga, sì alla separazione giudici-pm
Con un giorno d’anticipo sul trentesimo anniversario di Mani Pulite, ieri la Corte costituzionale ha dato il via libera a cinque dei sei referendum sulla giustizia che non funziona, e contro lo strapotere della magistratura. La Consulta non ha ammesso quello sulla responsabilità diretta delle toghe. In primavera, tra il 15 aprile e il 15 giugno, gli italiani potranno quindi votare sui quesiti promossi nel 2021 dal Partito radicale, dalla Lega e da Forza Italia, firmati da 1,2 milioni di elettori e sostenuti da nove Regioni governate dal centrodestra.
La decisione della Consulta arriva pochi giorni dopo il varo del progetto di riforma della giustizia del ministro Marta Cartabia, che ha punti di contatto con alcuni dei referendum. Va detto, però, che i forti contrasti tra i partiti non consentono molto ottimismo su quel progetto: l’ombra dello stallo conferisce così ancora più importanza ai referendum, che potrebbero diventare l’ultima spiaggia per una riforma, in questa legislatura, e modificare in senso garantista almeno alcune anomalie della giustizia italiana. Va detto che il referendum respinto era anche quello dotato di maggior forza simbolica, e quindi destinato a favorire la partecipazione al voto: voleva dare al cittadino vittima di un errore giudiziario la possibilità di chiamare direttamente in causa il suo pm e il suo giudice, chiedendo il risarcimento a loro e non allo Stato, come invece accade ora. Giuliano Amato, presidente della Consulta, ieri ha spiegato che non è stato accolto perché «l’introduzione della responsabilità diretta avrebbe reso il referendum, più che abrogativo, innovativo». Di fatto, la Consulta ha finito per prendere le parti della magistratura sindacalizzata, che si opponeva al quesito contestando il rischio di paralizzare la giustizia, in quanto nessun magistrato avrebbe più osato fare fino in fondo il suo lavoro. Viene facile obiettare che medici e professionisti in genere sono esposti ogni giorno al rischio di pagare in sede civile per i loro errori, eppure lavorano. Resta il fatto che negli ultimi undici anni, grazie alle protezioni normative e di casta, sono stati processati «per dolo e colpa grave» appena 129 magistrati. I condannati sono stati otto in tutto. E a pagare per i loro errori è sempre stato lo Stato.
Il primo dei referendum accolti dalla Corte costituzionale punta alla separazione delle funzioni tra pm e giudici. I radicali hanno già organizzato questo referendum nel 2000 e nel 2013, senza mai raggiungere il quorum. Nel 2002 anche il governo di Silvio Berlusconi aveva proposto una separazione delle carriere che però fu bocciata per presunta incostituzionalità da Carlo Azeglio Ciampi. Al governo di Romano Prodi nel 2007 riuscì d’imporre un (inutile) tetto massimo di quattro passaggi tra funzioni inquirenti e giudicanti, un limite che (altrettanto inutilmente) la riforma Cartabia ora vorrebbe ridurre a due. I penalisti italiani, guidati da Gian Domenico Caiazza, sostengono che la separazione delle carriere è la vera e grande riforma della giustizia: la sola capace di conferire piena libertà ai giudici.
Il secondo referendum ammesso vuole limitare la custodia cautelare, che ogni anno colpisce almeno 1.000 innocenti. Oggi l’arresto è ammesso per i reati che prevedono più di cinque anni di reclusione e in presenza di tre condizioni di pericolo: la reiterazione del reato, la fuga e l’inquinamento delle prove. Se passasse questo referendum, la custodia cautelare per il pericolo di reiterazione del reato resterebbe possibile per i soli reati più gravi, che contemplano «l’uso delle armi o di violenza». Va ricordato che l’Italia è tra gli Stati con più detenuti in attesa di giudizio: sono il 35,6%, contro una media europea del 23%.
Il terzo referendum punta ad abolire la legge Severino. Varata nel 2011, la norma - gradita ai grillini e all’ala più «manettara» del Pd - prende il nome dall’ex ministro Paola Severino e vieta ruoli parlamentari e di governo a chi è stato condannato in via definitiva a pene superiori ai due anni. Nel 2013, applicata retroattivamente, la legge fece decadere Berlusconi dal Senato. Da allora è al vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
Il quarto vorrebbe ridurre lo strapotere delle correnti delle toghe nel Consiglio superiore della magistratura, dove le correnti si muovono come gruppi di potere, spartendosi nomine e promozioni. Il referendum abrogherebbe la norma che organizza l’elezione dei membri togati del Csm in base a «liste di magistrati presentatori». È però ingenuo sperare che questo basti a tagliare le unghie alle correnti, che resterebbero comunque libere d’indirizzare il voto degli aderenti su liste di nomi. È lo stesso difetto che ha il sistema elettorale del Csm proposto dal ministro Cartabia. In Parlamento, Lega e Forza Italia insistono su una soluzione più drastica: il sorteggio.
Il quinto referendum riguarda i 26 «Consigli giudiziari territoriali», che in ogni distretto di Corte d’appello funzionano come piccoli Csm. Sono organismi tanto sconosciuti quanto importanti, perché creano le «tabelle di ruolo» in base alle quali i processi vengono affidati ai vari magistrati, e forniscono valutazioni al Csm su nomine e promozioni delle toghe. Dei Cgt fanno parte magistrati, avvocati e docenti universitari, ma le toghe sono sempre almeno due terzi del totale: a Milano, per esempio, sono 16, contro 12 tra avvocati e prof. Oggi nei Cgt avvocati e docenti, oltre a essere minoranza, votano solo quando si decide sulle tabelle di ruolo e non hanno diritto di parola. Il referendum vuole dare loro gli stessi poteri dei magistrati.
Ricordando che su alcune di queste materie esistono proposte di legge, ieri Amato ha detto che i referendum «non sono la soluzione». Probabilmente ha ragione. Ma decenni di paralisi della politica oggi li trasformano in una possibile via d’uscita. Forse l’unica rimasta.
Secondo schiaffo ai radicali, no al referendum cannabis: «Includeva pure la cocaina»
Una bocciatura radicale. E al tempo stesso un freno istituzionale alle fughe in avanti. Dopo l’inammissibilità del referendum sull’eutanasia, la Corte costituzionale annulla anche la richiesta di consultazione popolare sulla depenalizzazione della cannabis. Per i radicali di ogni ordine e grado è una Waterloo in 24 ore, alla quale si aggiunge un’imbarazzante tirata d’orecchi del neopresidente della Consulta, Giuliano Amato, che li ha invitati a «scrivere meglio i quesiti». Quello sulle droghe leggere è risultato non ammissibile perché «non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti. Si faceva riferimento a sostanze che includono papavero, coca, droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali».
I giudici si sono trovati davanti un quesito ambiguo, da prestigiatori del diritto. «Era articolato in tre sottoquesiti», ha messo il dito nella piaga il presidente, non senza malizia. «Il primo, relativo all’articolo 73 comma 1 della legge sulla droga, prevede che scompaia tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, ma la cannabis è alla tabella 2; la 1 e 3 includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo è sufficiente per farci violare obblighi internazionali plurimi che abbiamo e che sono un limite indiscutibile dei referendum. E ci portano a constatare l’inidoneità dello scopo perseguito». Un grossolano errore o i proponenti volevano liberalizzare pure la cocaina? Di sicuro, tentare di giocare alle tre carte con il dottor Sottile della prima Repubblica non può che rivelarsi un boomerang.
Sui temi etici la stagione dei referendum si conclude con la sonora sconfitta dei promotori, (l’Associazione Luca Coscioni, il fronte radicale e Miglio legale), del leader storico Marco Cappato, e soprattutto delle forze politiche che li sostenevano nella speranza di bypassare il Parlamento: Pd, Movimento 5 stelle, +Europa ed estrema sinistra avevano colorato di rosso i quesiti e si aspettavano una rispettosa genuflessione che non è avvenuta. Sicura del successo, la ministra grillina Fabiana Dadone (Politiche giovanili) pochi mesi fa aveva organizzato una passerella governativa a Genova per promuovere l’inno alla droga libera con interventi quasi a senso unico. Quella «Conferenza nazionale sulle dipendenze» aveva la leggerezza presunta di uno spinello e la colonna sonora di Woodstock. Riccardo Magi, presidente di +Europa, è convinto che questa sentenza sia «un colpo durissimo per la democrazia in Italia» e contesta la ricostruzione sui commi. Semplicemente, siamo riemersi dagli anni Settanta.
«Nessuno ha cercato il pelo nell’uovo», ha spiegato in una inusuale conferenza stampa il presidente Amato. Quei quesiti (eutanasia e cannabis) non stavano in piedi e non si potevano non bocciare. Quest’ultimo avrebbe provocato una valanga internazionale: gli adepti del progressismo dei desideri si dimenticano sempre di ricordare che le droghe leggere sono illegali in Germania, Francia, Inghilterra, Irlanda, Grecia. E che nell’Olanda, portata ad esempio di paradiso delle libertà, la vendita della marijuana è consentita in luoghi autorizzati. Tutto il resto è spaccio, tranne la detenzione per uso personale non punibile (come in Italia).
Giorgia Meloni ha esultato per la decisione della Consulta. «La considero una vittoria nella battaglia in difesa della vita, che non ha colore politico. Il pensiero va alle tante vittime della droga è alle loro famiglie». In attesa del verdetto davanti alla Corte costituzionale, è andato in onda un siparietto polemico fra Matteo Salvini e Antonella Soldo. Sollecitato dalla leader del comitato promotore del referendum sulla cannabis, il numero uno della Lega ha risposto: «Sono contro la coltivazione, la distribuzione e l’utilizzo di ogni genere di droga. Lei è libera di farsi le canne, io no».
Il clima era e rimane rovente su un tema parecchio dibattuto nel Paese. A questo proposito, Amato ha trovato il modo di rimproverare il Parlamento: «I conflitti valoriali sono oggi i più importanti nella nostra società. E sono quelli davanti ai quali ci dividiamo. Il nostro Parlamento, troppo impegnato ad affrontare temi tecnici ed economici, si occupa poco dei temi etici, non crea piattaforme comuni che pure potrebbero prendere forma anche dopo aspre discussioni. Se questi argomenti escono dall’ordine del giorno, si crea un dissenso profondo all’interno del Paese, corrosivo del tessuto comune fra politica e società».
Riguardo alle droghe leggere il solco rimane profondo. Le ragioni libertarie del «vietato vietare» (parola d’ordine che arriva a noi direttamente dal Sessantotto) vengono smantellate da chi lavora sul campo, da chi sta dedicando la vita a combattere le tossicodipendenze con passione e competenza. Come Antonio Boschini, direttore sanitario di San Patrignano, comunità che in 43 anni ha salvato più di 26.000 ragazzi dalla droga. «Sono contrario a ogni legalizzazione, 98 giovani su 100 passati all’eroina o alla cocaina hanno cominciato con la cannabis. Senza contare le patologie psichiatriche derivanti da quello che qualcuno definisce un passatempo». Sarebbe semplicistico ridurre tutto alla fenomenologia dello spinello. Conclude Boschini: «Poi c’è la degenerazione culturale. Se una droga è legale significa che non fa male. Bel messaggio per gli adolescenti, i più fragili ed esposti».
Salvini esulta assieme a Forza Italia. Restano le distanze con la Meloni
Se il no della Consulta all’ammissibilità del referendum su eutanasia e cannabis ha suscitato reazioni eguali e contrarie di centrodestra e centrosinistra, il sì a quasi tutti quelli sulla giustizia presenta un quadro politicamente più frastagliato.
Ovvia l’euforia della Lega, che ha raccolto le firme sui quesiti assieme ai radicali: è stato lo stesso segretario del Carroccio, Matteo Salvini, a esultare per l’esito positivo di cinque dei sei quesiti sulla giustizia, twittando in tempo record «Vittoria!» e rallegrandosi del fatto che in primavera sarà il popolo a esprimersi su questioni delicate e irrisolte da tanti anni. In serata, dopo aver ascoltato le parole del presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, il leader leghista ha dato appuntamento ai cronisti davanti al Palazzo della Consulta (come aveva già fatto martedì) e ha parlato di «bellissima giornata per l’Italia, non per la Lega», di un «passo in avanti per milioni di italiani in attesa di giudizio» e di separazione delle carriere come «atto di civiltà». Resta il dato politico della divisione all’interno del centrodestra, che per giunta cade nel momento di massima difficoltà nei rapporti tra Giorgia Meloni e Salvini. Dei quesiti sulla giustizia avallati dalla Consulta, infatti, solo due saranno sostenuti da Fratelli d’Italia, e cioè quello sulla separazione delle carriere e quello sulla modifica dell’elezione del Csm. Per gli altri, vale a dire la revisione della legge Severino nella parte relativa agli amministratori locali (accolta in modo positivo anche dai diretti interessati) e la limitazione dell’uso della custodia cautelare, Fdi ha fatto sapere di non essere d’accordo, facendo coerentemente seguito alla scelta a suo tempo di non appoggiare la raccolta delle firme. Un elemento su cui Salvini, interpellato dai cronisti, non ha glissato: «Mi aspetto i no dei 5 stelle e della sinistra», ha dichiarato, «ma su questo un centrodestra garantista può nascere. Non ho tempo per le polemiche, festeggiamo quello che il centrodestra non è riuscito a fare in 30 anni». A dirla tutta, non mancano settori del partito di Salvini in cui permane una certa tiepidezza sull’allentamento della custodia cautelare, ma sono destinati a rimanere sottotraccia.
L’ok ai cinque quesiti è stato accolto positivamente anche dentro Forza Italia, che aveva aderito energicamente alla raccolta delle firme. Sia Lega che Fi (con l’aggiunta di Iv) non fanno mistero di intendere i referendum anche come un modo per fare pressione e per indirizzare la riforma della giustizia portata dal ministro Marta Cartabia in Parlamento: per il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, infatti, «sono percorsi diversi e non alternativi».
Preoccupato il M5s, sostanzialmente contrario ai referendum, e tanto per cambiare diviso il Pd, dove convivono da sempre un’area più vicina alle toghe e sensibile anche alle rivendicazioni più corporative, e una più riformista. Da questa è emerso il punto di vista dell’ex renziano ed ex capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, che ha parlato di «bella sveglia per il Parlamento». Arrivato nella serata di ieri, a completare il quadro, il no dei giudici costituzionali anche sul controverso referendum sulla cannabis legale, la battaglia più aspra sarà quella in Parlamento sulle questioni etiche: l’esame del testo sul suicidio assistito, dopo i primi rinvii, entrerà infatti nel vivo proprio in queste ore.
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La Consulta non ammette il referendum per liberalizzare la cannabis («nascondeva pure la legalizzazione della coca») e quello sulla responsabilità civile delle toghe. Via libera invece agli altri quesiti sulla giustizia per limitare lo strapotere della magistratura e il peso delle sue correnti nel Csm. Che la riforma Cartabia non riesce a intaccare.Giuliano Amato bacchetta i promotori: «I riferimenti alle droghe pesanti violavano obblighi internazionali». Poi il richiamo al Parlamento: «Pensi ai temi etici». Festeggia Fdi.Matteo Salvini esulta insieme a Forza Italia, ma restano le distanze con Fdi: «No alle polemiche, può nascere un centrodestra garantista».Lo speciale contiene tre articoli.Con un giorno d’anticipo sul trentesimo anniversario di Mani Pulite, ieri la Corte costituzionale ha dato il via libera a cinque dei sei referendum sulla giustizia che non funziona, e contro lo strapotere della magistratura. La Consulta non ha ammesso quello sulla responsabilità diretta delle toghe. In primavera, tra il 15 aprile e il 15 giugno, gli italiani potranno quindi votare sui quesiti promossi nel 2021 dal Partito radicale, dalla Lega e da Forza Italia, firmati da 1,2 milioni di elettori e sostenuti da nove Regioni governate dal centrodestra. La decisione della Consulta arriva pochi giorni dopo il varo del progetto di riforma della giustizia del ministro Marta Cartabia, che ha punti di contatto con alcuni dei referendum. Va detto, però, che i forti contrasti tra i partiti non consentono molto ottimismo su quel progetto: l’ombra dello stallo conferisce così ancora più importanza ai referendum, che potrebbero diventare l’ultima spiaggia per una riforma, in questa legislatura, e modificare in senso garantista almeno alcune anomalie della giustizia italiana. Va detto che il referendum respinto era anche quello dotato di maggior forza simbolica, e quindi destinato a favorire la partecipazione al voto: voleva dare al cittadino vittima di un errore giudiziario la possibilità di chiamare direttamente in causa il suo pm e il suo giudice, chiedendo il risarcimento a loro e non allo Stato, come invece accade ora. Giuliano Amato, presidente della Consulta, ieri ha spiegato che non è stato accolto perché «l’introduzione della responsabilità diretta avrebbe reso il referendum, più che abrogativo, innovativo». Di fatto, la Consulta ha finito per prendere le parti della magistratura sindacalizzata, che si opponeva al quesito contestando il rischio di paralizzare la giustizia, in quanto nessun magistrato avrebbe più osato fare fino in fondo il suo lavoro. Viene facile obiettare che medici e professionisti in genere sono esposti ogni giorno al rischio di pagare in sede civile per i loro errori, eppure lavorano. Resta il fatto che negli ultimi undici anni, grazie alle protezioni normative e di casta, sono stati processati «per dolo e colpa grave» appena 129 magistrati. I condannati sono stati otto in tutto. E a pagare per i loro errori è sempre stato lo Stato. Il primo dei referendum accolti dalla Corte costituzionale punta alla separazione delle funzioni tra pm e giudici. I radicali hanno già organizzato questo referendum nel 2000 e nel 2013, senza mai raggiungere il quorum. Nel 2002 anche il governo di Silvio Berlusconi aveva proposto una separazione delle carriere che però fu bocciata per presunta incostituzionalità da Carlo Azeglio Ciampi. Al governo di Romano Prodi nel 2007 riuscì d’imporre un (inutile) tetto massimo di quattro passaggi tra funzioni inquirenti e giudicanti, un limite che (altrettanto inutilmente) la riforma Cartabia ora vorrebbe ridurre a due. I penalisti italiani, guidati da Gian Domenico Caiazza, sostengono che la separazione delle carriere è la vera e grande riforma della giustizia: la sola capace di conferire piena libertà ai giudici.Il secondo referendum ammesso vuole limitare la custodia cautelare, che ogni anno colpisce almeno 1.000 innocenti. Oggi l’arresto è ammesso per i reati che prevedono più di cinque anni di reclusione e in presenza di tre condizioni di pericolo: la reiterazione del reato, la fuga e l’inquinamento delle prove. Se passasse questo referendum, la custodia cautelare per il pericolo di reiterazione del reato resterebbe possibile per i soli reati più gravi, che contemplano «l’uso delle armi o di violenza». Va ricordato che l’Italia è tra gli Stati con più detenuti in attesa di giudizio: sono il 35,6%, contro una media europea del 23%. Il terzo referendum punta ad abolire la legge Severino. Varata nel 2011, la norma - gradita ai grillini e all’ala più «manettara» del Pd - prende il nome dall’ex ministro Paola Severino e vieta ruoli parlamentari e di governo a chi è stato condannato in via definitiva a pene superiori ai due anni. Nel 2013, applicata retroattivamente, la legge fece decadere Berlusconi dal Senato. Da allora è al vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.Il quarto vorrebbe ridurre lo strapotere delle correnti delle toghe nel Consiglio superiore della magistratura, dove le correnti si muovono come gruppi di potere, spartendosi nomine e promozioni. Il referendum abrogherebbe la norma che organizza l’elezione dei membri togati del Csm in base a «liste di magistrati presentatori». È però ingenuo sperare che questo basti a tagliare le unghie alle correnti, che resterebbero comunque libere d’indirizzare il voto degli aderenti su liste di nomi. È lo stesso difetto che ha il sistema elettorale del Csm proposto dal ministro Cartabia. In Parlamento, Lega e Forza Italia insistono su una soluzione più drastica: il sorteggio.Il quinto referendum riguarda i 26 «Consigli giudiziari territoriali», che in ogni distretto di Corte d’appello funzionano come piccoli Csm. Sono organismi tanto sconosciuti quanto importanti, perché creano le «tabelle di ruolo» in base alle quali i processi vengono affidati ai vari magistrati, e forniscono valutazioni al Csm su nomine e promozioni delle toghe. Dei Cgt fanno parte magistrati, avvocati e docenti universitari, ma le toghe sono sempre almeno due terzi del totale: a Milano, per esempio, sono 16, contro 12 tra avvocati e prof. Oggi nei Cgt avvocati e docenti, oltre a essere minoranza, votano solo quando si decide sulle tabelle di ruolo e non hanno diritto di parola. Il referendum vuole dare loro gli stessi poteri dei magistrati. Ricordando che su alcune di queste materie esistono proposte di legge, ieri Amato ha detto che i referendum «non sono la soluzione». Probabilmente ha ragione. Ma decenni di paralisi della politica oggi li trasformano in una possibile via d’uscita. Forse l’unica rimasta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/referendum-droga-separazione-giudici-pm-2656699417.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="secondo-schiaffo-ai-radicali-no-al-referendum-cannabis-includeva-pure-la-cocaina" data-post-id="2656699417" data-published-at="1645087289" data-use-pagination="False"> Secondo schiaffo ai radicali, no al referendum cannabis: «Includeva pure la cocaina» Una bocciatura radicale. E al tempo stesso un freno istituzionale alle fughe in avanti. Dopo l’inammissibilità del referendum sull’eutanasia, la Corte costituzionale annulla anche la richiesta di consultazione popolare sulla depenalizzazione della cannabis. Per i radicali di ogni ordine e grado è una Waterloo in 24 ore, alla quale si aggiunge un’imbarazzante tirata d’orecchi del neopresidente della Consulta, Giuliano Amato, che li ha invitati a «scrivere meglio i quesiti». Quello sulle droghe leggere è risultato non ammissibile perché «non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti. Si faceva riferimento a sostanze che includono papavero, coca, droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali». I giudici si sono trovati davanti un quesito ambiguo, da prestigiatori del diritto. «Era articolato in tre sottoquesiti», ha messo il dito nella piaga il presidente, non senza malizia. «Il primo, relativo all’articolo 73 comma 1 della legge sulla droga, prevede che scompaia tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, ma la cannabis è alla tabella 2; la 1 e 3 includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo è sufficiente per farci violare obblighi internazionali plurimi che abbiamo e che sono un limite indiscutibile dei referendum. E ci portano a constatare l’inidoneità dello scopo perseguito». Un grossolano errore o i proponenti volevano liberalizzare pure la cocaina? Di sicuro, tentare di giocare alle tre carte con il dottor Sottile della prima Repubblica non può che rivelarsi un boomerang. Sui temi etici la stagione dei referendum si conclude con la sonora sconfitta dei promotori, (l’Associazione Luca Coscioni, il fronte radicale e Miglio legale), del leader storico Marco Cappato, e soprattutto delle forze politiche che li sostenevano nella speranza di bypassare il Parlamento: Pd, Movimento 5 stelle, +Europa ed estrema sinistra avevano colorato di rosso i quesiti e si aspettavano una rispettosa genuflessione che non è avvenuta. Sicura del successo, la ministra grillina Fabiana Dadone (Politiche giovanili) pochi mesi fa aveva organizzato una passerella governativa a Genova per promuovere l’inno alla droga libera con interventi quasi a senso unico. Quella «Conferenza nazionale sulle dipendenze» aveva la leggerezza presunta di uno spinello e la colonna sonora di Woodstock. Riccardo Magi, presidente di +Europa, è convinto che questa sentenza sia «un colpo durissimo per la democrazia in Italia» e contesta la ricostruzione sui commi. Semplicemente, siamo riemersi dagli anni Settanta. «Nessuno ha cercato il pelo nell’uovo», ha spiegato in una inusuale conferenza stampa il presidente Amato. Quei quesiti (eutanasia e cannabis) non stavano in piedi e non si potevano non bocciare. Quest’ultimo avrebbe provocato una valanga internazionale: gli adepti del progressismo dei desideri si dimenticano sempre di ricordare che le droghe leggere sono illegali in Germania, Francia, Inghilterra, Irlanda, Grecia. E che nell’Olanda, portata ad esempio di paradiso delle libertà, la vendita della marijuana è consentita in luoghi autorizzati. Tutto il resto è spaccio, tranne la detenzione per uso personale non punibile (come in Italia). Giorgia Meloni ha esultato per la decisione della Consulta. «La considero una vittoria nella battaglia in difesa della vita, che non ha colore politico. Il pensiero va alle tante vittime della droga è alle loro famiglie». In attesa del verdetto davanti alla Corte costituzionale, è andato in onda un siparietto polemico fra Matteo Salvini e Antonella Soldo. Sollecitato dalla leader del comitato promotore del referendum sulla cannabis, il numero uno della Lega ha risposto: «Sono contro la coltivazione, la distribuzione e l’utilizzo di ogni genere di droga. Lei è libera di farsi le canne, io no». Il clima era e rimane rovente su un tema parecchio dibattuto nel Paese. A questo proposito, Amato ha trovato il modo di rimproverare il Parlamento: «I conflitti valoriali sono oggi i più importanti nella nostra società. E sono quelli davanti ai quali ci dividiamo. Il nostro Parlamento, troppo impegnato ad affrontare temi tecnici ed economici, si occupa poco dei temi etici, non crea piattaforme comuni che pure potrebbero prendere forma anche dopo aspre discussioni. Se questi argomenti escono dall’ordine del giorno, si crea un dissenso profondo all’interno del Paese, corrosivo del tessuto comune fra politica e società». Riguardo alle droghe leggere il solco rimane profondo. Le ragioni libertarie del «vietato vietare» (parola d’ordine che arriva a noi direttamente dal Sessantotto) vengono smantellate da chi lavora sul campo, da chi sta dedicando la vita a combattere le tossicodipendenze con passione e competenza. Come Antonio Boschini, direttore sanitario di San Patrignano, comunità che in 43 anni ha salvato più di 26.000 ragazzi dalla droga. «Sono contrario a ogni legalizzazione, 98 giovani su 100 passati all’eroina o alla cocaina hanno cominciato con la cannabis. Senza contare le patologie psichiatriche derivanti da quello che qualcuno definisce un passatempo». Sarebbe semplicistico ridurre tutto alla fenomenologia dello spinello. Conclude Boschini: «Poi c’è la degenerazione culturale. Se una droga è legale significa che non fa male. Bel messaggio per gli adolescenti, i più fragili ed esposti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/referendum-droga-separazione-giudici-pm-2656699417.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="salvini-esulta-assieme-a-forza-italia-restano-le-distanze-con-la-meloni" data-post-id="2656699417" data-published-at="1645087289" data-use-pagination="False"> Salvini esulta assieme a Forza Italia. Restano le distanze con la Meloni Se il no della Consulta all’ammissibilità del referendum su eutanasia e cannabis ha suscitato reazioni eguali e contrarie di centrodestra e centrosinistra, il sì a quasi tutti quelli sulla giustizia presenta un quadro politicamente più frastagliato. Ovvia l’euforia della Lega, che ha raccolto le firme sui quesiti assieme ai radicali: è stato lo stesso segretario del Carroccio, Matteo Salvini, a esultare per l’esito positivo di cinque dei sei quesiti sulla giustizia, twittando in tempo record «Vittoria!» e rallegrandosi del fatto che in primavera sarà il popolo a esprimersi su questioni delicate e irrisolte da tanti anni. In serata, dopo aver ascoltato le parole del presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, il leader leghista ha dato appuntamento ai cronisti davanti al Palazzo della Consulta (come aveva già fatto martedì) e ha parlato di «bellissima giornata per l’Italia, non per la Lega», di un «passo in avanti per milioni di italiani in attesa di giudizio» e di separazione delle carriere come «atto di civiltà». Resta il dato politico della divisione all’interno del centrodestra, che per giunta cade nel momento di massima difficoltà nei rapporti tra Giorgia Meloni e Salvini. Dei quesiti sulla giustizia avallati dalla Consulta, infatti, solo due saranno sostenuti da Fratelli d’Italia, e cioè quello sulla separazione delle carriere e quello sulla modifica dell’elezione del Csm. Per gli altri, vale a dire la revisione della legge Severino nella parte relativa agli amministratori locali (accolta in modo positivo anche dai diretti interessati) e la limitazione dell’uso della custodia cautelare, Fdi ha fatto sapere di non essere d’accordo, facendo coerentemente seguito alla scelta a suo tempo di non appoggiare la raccolta delle firme. Un elemento su cui Salvini, interpellato dai cronisti, non ha glissato: «Mi aspetto i no dei 5 stelle e della sinistra», ha dichiarato, «ma su questo un centrodestra garantista può nascere. Non ho tempo per le polemiche, festeggiamo quello che il centrodestra non è riuscito a fare in 30 anni». A dirla tutta, non mancano settori del partito di Salvini in cui permane una certa tiepidezza sull’allentamento della custodia cautelare, ma sono destinati a rimanere sottotraccia. L’ok ai cinque quesiti è stato accolto positivamente anche dentro Forza Italia, che aveva aderito energicamente alla raccolta delle firme. Sia Lega che Fi (con l’aggiunta di Iv) non fanno mistero di intendere i referendum anche come un modo per fare pressione e per indirizzare la riforma della giustizia portata dal ministro Marta Cartabia in Parlamento: per il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, infatti, «sono percorsi diversi e non alternativi». Preoccupato il M5s, sostanzialmente contrario ai referendum, e tanto per cambiare diviso il Pd, dove convivono da sempre un’area più vicina alle toghe e sensibile anche alle rivendicazioni più corporative, e una più riformista. Da questa è emerso il punto di vista dell’ex renziano ed ex capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, che ha parlato di «bella sveglia per il Parlamento». Arrivato nella serata di ieri, a completare il quadro, il no dei giudici costituzionali anche sul controverso referendum sulla cannabis legale, la battaglia più aspra sarà quella in Parlamento sulle questioni etiche: l’esame del testo sul suicidio assistito, dopo i primi rinvii, entrerà infatti nel vivo proprio in queste ore.
Federica Brignone vince lo slalom gigante femminile ai Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026 (Ansa)
La domenica di Milano-Cortina consegna all’Italia un’altra pagina piena di storia. Nel giro di 32 minuti, tra le 14:28 e le 15:00 sono arrivate due medaglie che permettono alla spedizione azzurra di raggiungere e superare il primato di 20 medaglie stabilito a Lillehammer nel 1994.
La firma indelebile su questa impresa è ancora quella di Federica Brignone, che dopo il SuperG conquista anche il gigante femminile e porta a venti il bottino complessivo azzurro. È il risultato che vale il momentaneo aggancio al primato di Lillehammer 1994, fin qui la miglior edizione di sempre per lo sport italiano ai Giochi invernali. Ma pochi minuti più tardi è arrivato anche il sigillo che mancava: la ventunesima medaglia, quella che riscrive il record. E a conquistarla è stata la coppia formata da Lorenzo Sommariva e Michela Moioli che hanno chiuso con il secondo posto che vale l'argento la gara del cross a squadre dello snowboard. Finita qui? Nemmeno per sogno. Alle 15:17 ecco l'ottava meraviglia che va a impreziosire il medagliere azzurro e spingere ancora più in alto il contatore. Nell’inseguimento 10 chilometri del biathlon, con una gara costruita al poligono, Lisa Vittozzi ha vinto la sua prima medaglia d'oro olimpica in carriera: 20 bersagli su 20, nessun errore. La trentunenne di Pieve di Cadore ha recuperato i 40 secondi accumulati nella sprint e ha chiuso con 28”8 di vantaggio sulla norvegese Maren Kirkeeide e 34”3 sulla finlandese Suvi Minkkinen. Un successo netto, senza appigli per le avversarie, maturato nella gestione delle serie al tiro e consolidato sugli sci.
Una gioia immensa arrivata mentre ancora al centro sciistico Tofane di Cortina d'Ampezzo si stava celebrando la discesa capolavoro della Tigre di La Salle. Già, perché nel gigante femminile Brignone ha costruito il successo nella prima manche, chiusa con un margine consistente sulle rivali, e ha poi gestito nella seconda senza sbavature. Il tempo finale, 2’13”50, le ha permesso di precedere di 62 centesimi la svedese Sara Hector e la norvegese Thea Louise Stjernesund, appaiate al secondo posto. Un doppio argento che ha tolto spazio al bronzo e lasciato ai piedi del podio Lara Della Mea, quarta a cinque centesimi dal secondo gradino. Per la valdostana è il secondo oro in questi Giochi e la quinta medaglia olimpica individuale, numeri che la proiettano davanti a Deborah Compagnoni nella graduatoria azzurra. È anche la prima sciatrice a vincere gigante e SuperG nella stessa Olimpiade.ì, eguagliando un altro mito dello sci azzurro come Alberto Tomba, che a Calgary 1988 aveva vinto due ori nello slalom gigante e nello slalom speciale. «Sono talmente senza parole che non riesco a capire cosa ho fatto. Nella prima manche sono stata tranquilla, fin troppo, e avevo paura di non essere aggressiva. Nella seconda ho pensato solo a sciare e spingere il più possibile», ha raccontato ai microfoni Rai. E ancora: «Al traguardo ho solo sentito urla e non ho capito più niente». Alle sue spalle, gara in rimonta per Della Mea, risalita fino a sfiorare la medaglia, mentre Sofia Goggia ha chiuso decima dopo una seconda manche più complicata. Più indietro Asja Zenere, quattordicesima.
Poco prima dello sci alpino era arrivato il bronzo della staffetta maschile 4x7,5 km di fondo. Il quartetto composto da Davide Graz, Elia Barp, Martino Carollo e Federico Pellegrino ha chiuso alle spalle di Norvegia e Francia, superando la Finlandia nell’ultima frazione grazie alla rimonta del portabandiera. «Siamo qui per una medaglia. Una gara di squadra, a casa, significa tantissimo», ha detto Graz. Pellegrino completa così il quadro dei portabandiera italiani saliti sul podio a questi Giochi.
Con l’oro di Brignone e Vittozzi, l'argento di Sommariva-Moioli e il bronzo del fondo, l’Italia tocca quota 22 medaglie poco oltre la metà del programma. Il riferimento che fin qui è stato quello di Lillehammer, ormai non c'è più. D'ora in poi l'asticella sarà fissata su Milano-Cortina e la sensazione è che la soglia possa essere ulteriormente superata già nelle prossime giornate. Per ora c’è un dato: il record è stato superato e farlo in casa rende tutto ancora più magico.
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Reid Hoffman ed Elon Musk (Ansa)
Nel Regno Unito sono cadute diverse teste e la figura di Peter Mandelson, eminenza grigia del New Labour di Tony Blair ed ex commissario europeo al Commercio, continua a essere al centro di inchieste, giornalistiche e non. Per Andrea Windsor, fratello di re Carlo, la situazione è pure peggiore. In Francia, dopo le batoste di Jack Lang (ex ministro della Cultura) e Fabrice Aidan (diplomatico di lungo corso), la procura di Parigi ha annunciato la creazione di una squadra speciale per analizzare i file. Anche il mondo della cultura e quello dell’accademia ne escono malconci, viste le implicazioni di figure come Noam Chomsky e Woody Allen (e molti altri). Ma neppure l’empireo dei magnati, i miliardari tech della Silicon Valley, se la passano troppo bene. Su X, per esempio, è scattata una vera e propria faida tra Elon Musk e Reid Hoffman, imprenditore miliardario americano noto per essere il co-fondatore i Linkedin.
Il duello va avanti da giorni. Il patron di Tesla attacca frontalmente il rivale: «Hoffman dovrebbe essere indagato». Che risponde: «L’Fbi mi ha scagionato. Tu invece…». «Bugiardo, sei colpevole di azioni oscure e non sei stato scagionato da nulla», incalza Musk. «Sei stato sull’isola di Epstein, nel suo ranch nel New Mexico e nella sua casa a New York. Ti sei offerto di aiutarlo con le pubbliche relazioni. Gli hai fatto dei regali… Forse, se fosse stato un solo soggiorno, potresti sostenere che fu un errore. Forse. Ma non esiste alcuna spiegazione possibile per la seconda volta, figuriamoci per la terza. Come dimostrano i fatti, eri un frequentatore abituale ed entusiasta». Elon Musk non ha bisogno di presentazioni, ma anche Hoffman è un nome assai noto della Silicon Valley, parte integrante - con mister Tesla e altre figure come Peter Thiel - di quella che un tempo era nota come «Paypal Mafia». A differenza di Musk e Thiel, però, che di fatto rappresentano due eccezioni in quel panorama, Hoffman è uno dei maggiori donatori del Partito democratico. Si parla di oltre 100 milioni di dollari versati dal 2015 al 2024. E la sua corrispondenza con Epstein risulta nettamente più compromettente di quella di Musk.
I file collocano nel 2014 le prime visite certe di Hoffman alla proprietà di Manhattan, a quella di Palm Beach e sull’isola degli orrori di Epstein, sei anni dopo il patteggiamento nella prima condanna. Ma ci sono messaggi anche precedenti. A dicembre dello stesso anno, Hoffman scrive a Epstein di avergli spedito due regali: «Gelato. Se ti interessa dovresti provarlo - altrimenti per le ragazze» e «qualcosa che potrebbe solleticare il suo senso dell’umorismo per l’isola». «Vedrò di nuovo Bill il 10/1 con Satya», conclude riferendosi a Bill Gates e al Ceo di Microsoft, Satya Nadella.
«Che cosa intendeva Reid Hoffman quando diceva che avrebbe portato del “gelato” per le ragazze?», commenta Musk: «Questo è un messaggio in codice…». L’ex capo del Doge allude al «pizzagate», una teoria secondo cui i potenti coinvolti in questi giri di prostituzione userebbero un linguaggio segreto, come ad esempio il termine pizza per indicare le donne usate per i propri scopi. Tesi per anni derubricata a complottismo ma che, leggendo certi messaggi desecretati (anche più equivoci di questo), non sembra più così impossibile da credere. Codice o no, appare chiaro che Hoffman fosse a conoscenza delle ragazze che gravitavano intorno a Epstein, un finanziere già condannato per sollecitazione alla prostituzione minorile.
In una mail di qualche settimana dopo si capisce che il regalo «simpatico» fosse una scultura metallica. «Sto pensando a come poterti aiutare con la tempesta mediatica», conclude il messaggio di gennaio 2015, proprio nel periodo in cui Epstein fu pubblicamente accusato di aver trafficato Virginia Giuffrè, giovane abusata da Andrea Windsor. E il patron di Linkedin si proponeva di aiutare Epstein a proteggere la sua immagine.
Al 2015 risalgono anche i piani per la visita allo Zorro Ranch nel New Mexico. «Ok, vieni all’isola o al ranch, ci divertiamo», risponde Epstein a Hoffman a settembre di quell’anno. L’anno successivo Hoffman dimentica il suo passaporto sull’isola ed Epstein glielo riporta, nel 2017 discutono di un possibile pranzo al ranch con Chomsky. La corrispondenza continua anche nel 2018, mentre a febbraio del 2019, l’anno dell’arresto di Epstein, questi scrive: Se passo dalla West Coast, avresti il coraggio di incontrarmi?». Il 16 marzo 2019, meno di quattro mesi dall’arresto, è segnato su Google Calendar l’ultimo appuntamento tra i due.
«Conoscevo Jeffrey Epstein solo per via di un rapporto votato alla raccolta fondi con il Mit, rapporto di cui mi pento molto», ha provato a giustificarsi Hoffman. «Nel 2019 ho detto ad Axios che l’ultimo incontro che avevo avuto con lui fu nel 2015, ma mi sbagliavo: secondo le voci del calendario di cui sono venuto a conoscenza, ci sono stati ulteriori incontri di fundraising nel 2016 e nel 2018. Tutti questi incontri furono coordinati da Joi Ito, all’epoca direttore del Mit Media Lab».
Hoffman ha contrattaccato postando l’email in cui Musk discute una possibile visita sull’isola insieme con la moglie di allora, Talulah Riley. «Che giorno/notte ci sarà la festa più selvaggi?», domandava a Epstein nel 2012. «La grande differenza tra te e me, Reid, è che tu ci sei andato e io no», replica mister Tesla evidenziando la presenza della moglie, che quindi escluderebbe intenzioni losche. «Nonostante ciò», conclude, «a differenza tua sono tornato in me e ho declinato l’invito».
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Giorgia Meloni ad Addis Abeba (Ansa)
Ed ecco, quindi, che Meloni ha preso le distanze dalle critiche che il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha rivolto all’amministrazione americana venerdì dal palco di Monaco. Dopo che il cancelliere tedesco ha sottolineato che tra «gli Stati Uniti e l’Ue si è aperto un divario» con «la cultura Maga che non è la nostra», il premier italiano ha manifestato apertamente il suo disaccordo. Ai giornalisti che le hanno chiesto se condivida la posizione di Merz, Meloni ha risposto: «No, direi di no. Queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene ma non è un tema di competenza dell’Unione europea, sono valutazioni dei partiti politici». La visione tra l’Italia e la Germania si ricompatta invece sul ruolo che dovrebbe assumere l’Europa nell’Alleanza atlantica. Riconoscendo l’esistenza di «una fase particolare dei rapporti tra Europa e Stati Uniti», il presidente del Consiglio ha spiegato: «Credo che Merz faccia una valutazione corretta quando dice che l’Europa deve occuparsi di sé stessa, che deve fare di più sulla sicurezza, sulla colonna europea della Nato». E a tal proposito, ha osservato che in Europa ci si dovrebbe interrogare meno «su quello che gli altri possono fare per noi o non stanno facendo per noi» e concentrarsi invece su «che cosa dobbiamo fare per essere autonomi, forti, capaci di rispondere a un’era della geopolitica nella quale di certezze non ce ne sono più moltissime».
In merito al rapporto tra l’Ue e Washington la direzione dovrebbe essere quella di «lavorare per valorizzare quello che ci unisce piuttosto di quello che può dividerci». Restringendo il campo alla sinergia tra gli Stati Uniti e l’Italia in chiave mediorientale, Meloni ha dichiarato: «Siamo stati invitati come Paese osservatore», nel Board of peace per Gaza. E rivelando che il governo è propenso a rispondere «positivamente a questo invito» nonostante si debba valutare «a quale livello», ha sottolineato che è necessaria «una presenza italiana» dato «tutto il lavoro che l’Italia ha fatto, sta facendo e deve fare in Medio Oriente per stabilizzare una situazione molto complessa e fragile». Dall’altra parte, il premier crede anche che serva «una presenza europea».
Meloni ieri ha anche chiarito il ruolo che l’Italia intende svolgere nel continente africano. Presente come unica leader occidentale all’Assemblea dei capi di Stato e di governo dell’Unione africana ad Addis Abeba, dal palco ha sottolineato che «l’Italia e l’Europa non possono pensare al futuro senza prendere l’Africa nella giusta considerazione». Spiegando che la «cooperazione» traccia «la rotta» delle iniziative italiane, ha ricordato che in questa visione si inserisce il piano Mattei. Che, quindi, non deve essere «concepito come un piano italiano per l’Africa, ma come il contributo dell’Italia» all’Agenda 2063 dell’Unione africana «con un’attenzione particolare quest’anno ai progetti legati all’acqua». Durante il suo discorso, ha poi precisato che «l’Italia ha deciso di lanciare un ampio programma di conversione del debito dei Paesi africani». Ma centrale nell’intervento di Meloni è stato anche il tema della libertà a non emigrare. L’Italia, che intende porsi come «un ponte privilegiato tra Europa e Africa», mette infatti «a disposizione la solidità delle proprie istituzioni, la grande tradizione di dialogo e la competenza delle sue imprese» anche per «garantire agli uomini e alle donne» del continente africano «la libertà di scegliere di restare nel proprio Paese, di contribuire alla sua crescita senza essere costretti a lasciarlo».
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Marco Rubio e Ursula von der Leyen alla conferenza di Monaco (Ansa)
Ursula von der Leyen, allora, si è mostrata «molto rassicurata» dal discorso del Segretario di Stato Usa, il quale ha elogiato «l’unica civiltà occidentale» e ha garantito che «il nostro destino è intrecciato al vostro». A ben vedere, sono gli stessi concetti già espressi da JD Vance lo scorso anno, dallo stesso pulpito. E infatti, Rubio non ha rinnegato le reprimende della Casa Bianca al Vecchio continente: «Siamo legati gli uni agli altri dai vincoli più profondi», si è limitato a osservare, perciò «a volte possiamo sembrare un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli». Sono cambiati i toni, la sostanza è rimasta identica: Donald Trump, ha ribadito il rappresentante di Washington, «esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa». Li chiama «amici», appunto, ma pretende che si rimettano in riga.
Loro hanno risposto con una standing ovation. Il presidente della conferenza bavarese, Wolfgang Ischinger, al pari di Kaja Kallas, si è goduto «il sospiro di sollievo in aula mentre ascoltavamo un messaggio di rassicurazione e partenariato». Eppure, le tirate d’orecchi di Rubio erano a tutti gli effetti tirate d’orecchi: tipo quella sulla deindustrializzazione, «una scelta voluta», che ha finito per avvantaggiare la Cina. Mal comune, mezzo gaudio: il segretario di Stato ha confessato almeno il concorso di colpa di Ue e Usa.
Il discorso di Monaco ha esposto altresì le linee di faglia che corrono all’interno del governo di coalizione tedesco: da un lato, il ministro degli Esteri cristiano-democratico, Johann Wadephul, nonostante l’arringa di Friedrich Merz sulla necessità di rendersi indipendenti dagli statunitensi, ci ha tenuto a rivendicare che Rubio è «un vero partner», con il quale «abbiamo un terreno comune»; dall’altro, il vicecancelliere della Spd, Lars Klingbeil, ha ricordato che, al netto dell’atteggiamento «molto conciliante» e «molto diplomatico» del capo della diplomazia americana, «attualmente abbiamo molti problemi nelle relazioni transatlantiche».
Le direttive da Washington sono immutate. Rubio, benché sia il meno favorevole della sua amministrazione a concedere linee di credito alla Russia, ha disertato il vertice sull’Ucraina. Sfumature che non sono sfuggite al ministro della Difesa tedesco e compagno di partito di Klingbeil, Boris Pistorius. Mette Frederiksen, premier danese, ha segnalato che le mire di Trump sulla Groenlandia «purtroppo non sono cambiate». La Francia, in rotta totale con The Donald, è rimasta scettica: per il ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Noël Barrot, la «strategia» che consiste nel costruire un’Europa forte e indipendente non cambierà.
La frattura nell’élite continentale, insomma, non solo non si è ricomposta ma è destinata ad approfondirsi: l’Italia, con Antonio Tajani e Giorgia Meloni, al contrario di Merz ed Emmanuel Macron, continua a rammentare ai partner che è impossibile prescindere dall’America. E Keir Starmer, pur essendo un campione della collaborazione con l’Europa, fino al punto di rinnegare la Brexit e di proporre una Nato a trazione continentale, si è visto costretto al bagno di realtà: «Stiamo lavorando con gli Stati Uniti», ha rivendicato, «su difesa, sicurezza e intelligence 24 ore su 24, sette giorni su sette».
L’Ue si è dovuta sorbire anche la ramanzina di Mark Rutte: il segretario generale Nato ha invitato i Paesi a fornire a Kiev solo armi ottenute nell’ambito del programma Purl, quello che prevede acquisti dagli Usa. Diversamente, «avete fotografie sui media, ma le cose che servono davvero all’Ucraina sono dentro quella lista». Persino gli iraniani si sono sentiti autorizzati a bistrattarci: «L’Ue sembra confusa», ha scritto su X il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. «Senza direzione ha perso tutto il suo peso geopolitico nella nostra regione».
Ecco il dilemma: accontentarsi di essere randellati dagli americani ma col manganello di gomma, come già accadeva ai tempi di Joe Biden, che ci ha messo in ginocchio con il suo «buy American» e la guerra nell’Est, però ci riempiva di pacche sulle spalle; oppure risolversi allo scontro con gli Usa, commettendo l’errore di appiattirli su Trump, rifiutando di ammetterne le ragioni e impelagandosi in una lotta fratricida per definire la futura configurazione dell’Europa.
La stampa nostrana, alla luce delle considerazioni di Merz sul tycoon, si è affrettata a liquidare l’asse Roma-Berlino che aveva messo ai margini i transalpini. Ma l’ex ministro della Difesa francese, Sylvie Goulard, al Corriere della Sera ha detto chiaro e tondo che «la logica delle intese variabili e non vincolanti tra governi rischia di svuotare di senso la costruzione europea». Il côté macronian-draghian-montiano, insomma, dimostra di aver colto perfettamente il nodo del contendere: più centralizzazione - anche attraverso gli eurobond - e più poteri alla Commissione, come sognano quelli convinti che ci si debba porre «al riparo dal processo elettorale», o più prerogative agli Stati sovrani, mettendo in comune poche materie cruciali, con poche regole e con un ruolo rafforzato del Consiglio.
Prendere in mano il nostro destino significa, in primo luogo, compiere questa scelta. Non è una decisione che possa prendere Rubio.
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