2025-11-29
«La famiglia nel bosco era molto unita. Errore dividerla, trauma per i bimbi»
Maria Rita Parsi (Imagoeconomica)
La celebre psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi: «È mancata la gradualità nell’allontanamento, invece è necessaria Il loro stile di vita non era così contestabile da determinare quanto accaduto. E c’era tanto amore per i figli».Maria Rita Parsi, celebre psicologa e psicoterapeuta, è stata tra le prime esperte a prendere la parola sulla vicenda della famiglia del bosco. Dottoressa, è stato giusto portare via i bambini a questi genitori? «Assolutamente no non è stata una buona idea. Non è una maniera accettabile in alcun modo quella di prenderli e sradicarli, portarli in una casa famiglia. Non solo, questi bambini fanno parte di una famiglia abituata a stare sempre insieme, a contatto con la natura e con gli animali. Portarli in una casa famiglia con la madre che non è nella stessa stanza e nemmeno nello stesso piano dei ragazzini e il padre che, di fatto, non si può vedere è come smentire la forza e la fiducia che queste creature avevano nei loro genitori».Che cosa penseranno questi bambini? «Penseranno: adesso che cosa accadrà, cosa avverrà, in mano a chi stiamo, quali sono le indicazioni che ci daranno... Non c’è stata una gradualità nell’allontanarli dalla casa, e attenzione perché questo è indicativo anche per tante altre situazioni. Quando si devono affrontare problematiche anche molto gravi, se lo facciamo con gradualità e cercando di ottenere la comprensione e poi, via via, il consenso di chi sta cambiando o deve cambiare, riusciamo a ottenere un buon risultato. E lo otteniamo solo in questo caso perché, altrimenti, diventa una forzatura per la quale, poi, avremo un atteggiamento di grande oppositività e, nel tempo, questi sono traumi che poi diventano atteggiamenti oppositivi».Quindi a questi bambini si è procurato un trauma? «Assolutamente sì, e anche un trauma grave. Vivevano in campagna, in una casa tutti insieme, continuamente in contatto con i genitori... Se in un battibaleno scompagini tutto questo senza gradualità, crei un vuoto, un vuoto che non ha ragione. Sono bambini, non possono ragionare più di tanto sulle motivazioni dell’accaduto. In questo modo si è tolto valore all’una e all’altra autorità: alle autorità genitoriali e alle autorità diciamo amministrative, che in questo modo sono diventate non gradite. Sono stati creati due grandi vuoti».La legge dice che si devono allontanare i bambini se corrono gravi pericoli per la salute fisica o psichica. Erano in pericolo? «Ma no, assolutamente no, e lei mi insegna che ci sono una quantità enorme di bambini alle periferie delle città o in situazioni di difficoltà che veramente questo rischio lo corrono, il rischio di abusi, il rischio di cattiva alimentazione, il rischio di mancanza di compagnia e rispetto, il rischio di assenza di figure genitoriali... Queste creature non avevano nessuna di queste difficoltà, cioè c’erano tutti e due i genitori che per giunta erano in armonia, stavano sempre con loro. I bambini giocavano tra fratelli, con gli animali...».Si è detto che mancava la socializzazione. «Sì, attenzione però: non è proprio così. Stando a quello che si è appreso, questi ragazzini incontravano altri bambini di famiglie che vivevano in campagna. Ma guardi, io sono d’accordo sul fatto che in prospettiva dovessero andare a scuola. Sono favorevole a un graduale accompagnamento di queste creature alla socializzazione scolastica, ma non è questo il modo, cioè non stiamo di fronte a mancanza di salute mentale per carenza di accudimento o amore, attenzione. Non mi piace, non è buono e non è nemmeno un buon esempio».Come potrebbe essere il reinserimento di questi bambini, come si fa a lavorare sul trauma creato, a riportarli a una vita serena? «Io direi che bisognerà ricorrere a quello che Giovanni Bollea chiamava, veramente, il toccasana della crescita, al gioco: disegniamo quello che è successo, raccontiamo in forma di fiaba perché sono venuti a portarci in questa casa. Aiutiamo anche i genitori a comprendere ascoltando attivamente quello che è il loro progetto di vita e cercando di fare un ponte con un progetto più generale, dicendo che i bambini hanno bisogno delle cose meravigliose che hanno offerto loro i genitori, sanità, salute, affetto, presenza eccetera, ma hanno anche bisogno della socializzazione».Ma davvero questi bambini hanno vissuto peggio in quella casa rispetto a come si vive in una città? Il loro stile di vita era davvero così contestabile? «No, io non lo considero contestabile in maniera tale da determinare quello che ha accaduto. Perché è vero che ci sono vite in cui vai a scuola, poi fai il corso di nuoto, poi giochi a videogams eccetera. Ma che questi bambini non abbiano avuto questo tipo di percorso non significa necessariamente che vivessero nel disagio. E poi diciamolo: tanti ragazzini non hanno quell’amore che, invece, questi bambini pare effettivamente abbiano ricevuto, a livello di di disponibilità dei genitori verso di loro. È vero che vivevano in campagna, però c’era una grande presenza, una grande attenzione da parte dei genitori. Non me la sento di dire che è meglio questo o meglio quell’altro, dico che quello che è importante che tutto avvenga nel rispetto del benessere del minore».
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