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2018-04-26
L'ultimo schiaffo dei giudici: respinti i ricorsi per la fuga
ANSA
Hanno tentato il tutto per tutto Tom e Kate, il papà e la mamma di Alfie Evans, per dare al loro bimbo la possibilità di vivere. Ma non è servito. I giudici di Londra hanno respinto definitivamente il loro ultimo appello: Alfie non può essere portato in Italia.
Proprio ieri pomeriggio, mentre il piccolo lottava per la sopravvivenza respirando da solo a dispetto delle previsioni e delle presunte certezze dei medici, i legali della famiglia davano battaglia in tribunale, per tentare di convincere la corte d'Appello della possibilità di trasferire il bambino a Roma. L'obiettivo era dargli una possibilità di vita, in un altro luogo di cura, facendolo uscire da quell'ospedale, l'Alder hey di Liverpool che ha chiesto per lui il distacco dei macchinari e che, secondo papà Tom, lo sta tenendo «prigioniero», al di fuori degli standard minimi di cura e di pietà.
L'ennesima udienza si era aperta dopo che ieri i genitori di Alfie avevano presentato un ricorso d'urgenza (che per massimizzare le possibilità di successo era stato presentato a nome dei due genitori, con due argomentazioni leggermente diverse), contro la decisione del giudice che, aveva dato il consenso di portare il bimbo a casa, ma aveva detto no al trasporto in un altro Paese e in un altro ospedale.
In un confronto serrato, che già non lasciava grandi spazi alla speranza, gli avvocati dell'Adler hey per giustificare che il piccolo è ancora in vita hanno dichiarato che «non era mai stato detto che la morte del piccolo sarebbe stata immediata». Poi hanno ribadito la linea di sempre: «non c'è alcuna nuova evidenza medica che contraddica l'evidenza» su cui si è basata la sentenza dell'alta corte in febbraio e hanno sottolineato come sarebbe stato davvero «sorprendente se la libertà di movimento fosse prevalsa sul migliore interesse di Alfie».
Il migliore interesse. È proprio questo il concetto chiave su cui si snoda tutta la battaglia. A partire dalla prima, inutile, opposizione alla sentenza della corte sul distacco delle macchine fino all'appello di ieri, è contro questo principio che Tom e Kate stanno lottando da mesi. È l'architrave del sistema inglese. In ogni situazione che interessa il bambino «il suo miglior interesse deve essere preso in fondamentale considerazione» (The nuffield council on bioethics). Anche in casi come questi, in cui il presunto miglior interesse di Alfie sarebbe la morte. Basta il benestare dei giudici e scatta il Liverpool care pathway (Lcp), un protocollo che prevede la sospensione di cure, nutrizione e idratazione. Se i familiari si oppongono le loro richieste vengono sottoposte alla decisione dei tribunali (Medical and legal establishments). Ma, come dimostra questo caso, per le ragioni dei genitori non restano grandi speranze.
Ma Tom e Kate Evans non sono tipi facili e l'hanno dimostrato. Nelle ultime ore hanno cambiato strategia, battendo strade legali diverse. Il padre ha seguito la linea dura, minacciando di far causa a tre medici dell'Alder hey, per cospirazione finalizzata all'omicidio, e ha fatto sapere di aver già preso contatti con investigatori privati per istruire il caso.
Anche durante l'udienza il team legale di Tom aveva chiesto senza mezzi termini alla corte di «uscire dalla camicia di forza giudiziaria», da un sistema dove il miglior interesse «significa che qualcuno deve morire». E aveva lanciato un ultimo disperato appello: «Non lasciate morire Alfie di fame in una camera d'ospedale... Ma che razza di Paese stiamo diventando?». Nel frattempo mamma Kate, seguita da altri legali, tentava la strada della richiesta a oltranza di assistenza, cercando di ottenere ossigeno e acqua per il suo bambino, condannato a una morte lenta. L'udienza è terminata ieri alle 19 dopo quattro ore di arringhe delle parti in causa.
Intanto, fuori dai tribunali inglesi, anche la politica tentava di percorrere la strada legale. Con una interrogazione urgente alla Commissione europea, le eurodeputate del Partito democratico e del gruppo S&D Silvia Costa e Patrizia Toia hanno chiesto un'azione decisa da parte dell'Unione europea. «L'alta corte britannica ha negato ad Alfie il diritto di ricevere cure e prestazioni sanitarie in un altro Stato membro dell'Unione, come richiesto dai suoi genitori, violando i diritti fondamentali dell'Ue e la libera circolazione dei pazienti nel territorio dell'Ue», hanno spiegato. Tentativi che si sommano uno con l'altro, anche se il tempo stringe.
Pochi giorni fa, sempre nel tentativo di far capitolare i giudici di Londra, era stata interpellata anche la Corte europea dei diritti umani che però aveva deciso di non intervenire. I genitori si erano rivolti a Strasburgo nel tentativo di ottenere un nuovo giudizio sul verdetto che autorizzava i medici a staccare la spina. «Questa è la legge di questo Paese e nessun ricorso può o deve cambiarla», avevano però risposto freddamente i tre giudici della suprema Corte inglese, soddisfatti del mancato intervento della Cedu. Ora resta il rammarico perché Alfie non potrà più ricevere le cure palliative al Bambino Gesù di Roma. Mentre in Inghilterra, come è stato per Charlie Gard, la volontà di un tribunale ha prevalso su quella dei genitori di un bimbo con una malattia sconosciuta, se Alfie fosse stato trasferito in Italia a decidere della sua vita sarebbero tornati a essere mamma e papà.
Alessia Pedrielli
Il papà: «Trattato come un animale»
«Un animale sarebbe stato trattato meglio». Ieri, all'alba del terzo giorno di veglia e di tensione, Thomas Evans ha usato un'immagine forte per descrivere la situazione assurda in cui Alfie sta vivendo, insieme ai suoi genitori, all'interno dell'Alder hey hospital di Liverpool. Da quando lunedì sera è stato staccato il respiratore che per mesi ha aiutato il bimbo malato a respirare, si sono alternati eventi miracolosi e gesti vili. Ma c'era da aspettarselo. I medici erano convinti (o forse speravano) che il piccolo sarebbe morto nel giro di pochi minuti senza l'aiuto delle macchine, invece lui ha continuato a lottare e questo ha messo a nudo molte incertezze, forse anche qualche errore.
Lo ha ribadito a voce alta Tom Evans, parlando in televisione e con i giornalisti. Con le occhiaie marcate e il volto ancora più scavato ha sfidato la scienza. «Sono tre giorni che non dormo, da tre giorni non abbiamo avuto che tortura e privazioni», ha scritto su Faccebook. «Il nostro bambino continua a combattere e non soffre, non ha dolore. Alfie sta facendo del suo meglio, non si arrende. Combatte da 36 ore, difende la sua vita. Nessuno se lo aspettava ma ci sta riuscendo. Spero che riusciremo a portarlo a casa, è quello che mi auguro e mi renderebbe già felice».
L'idea di trasferire il piccolo a Roma per ora rimane in secondo piano. A Tom basterebbe avere il bambino tra le mura domestiche, per poter vivere in modo normale, magari anche riposare un po'. All'ospedale, in queste notti, ai genitori di Alfie non sono stati dati un letto o un divano per dormire. C'è una foto di Thomas accucciato per terra su un piumone ripiegato. Come ha confidato ai tabloid inglesi ieri mattina, l'ospedale si sta comportando in maniera «disgustosa, che non sembra nemmeno umana». Sulla pagina ufficiale dell'Alfie's army, l'esercito pacifico che sostiene il piccolo ammalato, Tom Evans ha fatto capire al mondo che aria si respira all'interno dell'Alder hey: «Ho chiesto a un'infermiera di dirmi se poteva trovare un piccolo divano, ma mi ha detto di no». Ormai la relazione di fiducia tra la famiglia e il personale del centro di cura di Liverpool è definitivamente compromessa. «Questo ospedale ha davvero tirato troppo la corda», ha continuato il papà di Alife spiegando che da 48 ore il bambino non riceve visite. «Hanno fatto tutto male, in così tanti modi e per così tante ragioni». Adesso la famiglia sta pensando di adire alle vie legali contro tre medici del presidio. Li accusano di aver cospirato per uccidere il bambino e hanno chiesto a un investigatore di fare accertamenti e raccogliere prove.
Al momento Alfie Evans rimane senza il respiratore, ma riceve acqua, latte e ossigeno. Quando i dottori hanno minacciato di togliere la mascherina che serve a sostenerlo, perché non era parte dell'equipaggiamento ospedaliero, Tom Evans ha avuto una reazione feroce. Ormai è certo che nessuno voglia aiutare il piccolo. A convincerlo è anche il fatto che all'inizio non lo volessero alimentare. «È disgustoso come si stanno comportando con lui. Nemmeno un animale sarebbe stato trattato a questo modo», ha detto. «Alfie ha dimostrato che questi medici hanno sbagliato. Sarebbe ora di dare al piccolo un po' di dignità e supporto e di lasciarlo andare a casa o a curarsi in Italia». Ieri le parole di questo padre con gli occhi spiritati dal dolore e dalla fatica sono riecheggiate via radio, tv e Web, ripetendo gli stessi concetti di lotta, rabbia e speranza. E, ancora una volta, hanno ricevuto in risposta migliaia di incoraggiamenti via social network da parte di sostenitori sparsi in tutto il mondo.
Caterina Belloni
Quando quell’ospedale pediatrico espiantava organi senza permesso

Ma se il suo cervello è completamente distrutto, «brain dead» dice una voce del video choc che è stato pubblicato ieri sulla Nuova bussola quotidiana, perché «non cessano di funzionare tutti i suoi organi»? Già, perché? La misteriosa malattia che affligge Alfie Evans, di cui non c'è diagnosi, comunque si sta comportando in un modo non previsto dai medici dell'Alder hey, che su questo hanno commesso un errore. «Hanno detto che non sarebbe durato cinque minuti senza un ventilatore e il tribunale concordava», ha dichiarato Thomas Evans, il papà del piccolo paziente inglese, ma la realtà è che dalle 22.17 dello scorso 23 aprile, Alfie ha respirato da solo, senza ventilatore, ora si alimenta e viene idratato. Alfie semplicemente vive, ribaltando in modo inequivocabile ciò che l'ospedale di Liverpool aveva predetto sarebbe accaduto una volta staccato il ventilatore, e questo indipendentemente da come andranno a finire le cose.
Durante l'udienza di martedì scorso, quella in cui il giudice Anthony Hayden ha impedito il trasferimento a Roma, i medici dell'Alder hey hanno lamentato un clima di «ostilità» nei loro confronti e si sono anche rifiutati di mandare a casa il bambino, almeno non prima di «tre o cinque giorni». Quindi, né a Roma, né a casa. Perché? In fondo al piccolo è stato tolto quello che doveva essere il suo sostegno vitale e non si vede cosa possa impedire ai genitori di portare via il figlio. Pur parlando di «confort» e di «best interest» da garantire, sembra quasi che l'ospedale inglese scommetta solo sulla morte del piccolo, e che questa morte debba avvenire dentro l'Alder hey.
Anche Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù, l'ospedale vaticano che si è offerto per accogliere Alfie, ha fatto una dichiarazione che getta ulteriori perplessità sulla condotta medica dell'Alder hey. Ieri al Corriere della Sera ha, infatti, detto che non immaginava «si sarebbero messi contro di noi in maniera così aperta. Credo sia il risultato di una battaglia ideologica e che la scelta non sia stata tecnica. Hanno ingannato la famiglia. (…) Sarei felice se lo mandassero ovunque, purché non muoia in quell'ospedale. Ho visto attorno ai genitori troppi movimenti non utili al bambino». Nel video che abbiamo segnalato in apertura, sebbene non sia possibile identificare chi sta parlando, quello che dovrebbe essere personale medico e paramedico dell'Alder hey alimenta sospetti circa «qualcosa da nascondere». In particolare uno degli interlocutori, che dovrebbe essere un medico, pronuncia una frase molto ambigua: «Non posso dire nulla perché mi metterebbe nei guai, vista la mia posizione. Personalmente credo che questo ospedale stia coprendo qualcosa, qualcosa di veramente grosso». Prendiamo con le dovute cautele questo video e queste parole, ma gli indizi che fanno pensare a qualcosa di poco chiaro nella gestione della «pratica Alfie» da parte dell'Alder hey ci sono tutti.
Nel dibattimento del ricorso all'Alta Corte di ieri pomeriggio, è emerso che Thomas Evans nella giornata di martedì ha cercato di presentare denuncia contro 3 medici dell'Alder hey hospital con l'accusa di cospirazione al fine di uccidere Alfie. A cosa si riferisse il padre non è chiaro, ma basti pensare che ieri pomeriggio il personale ha tolto la mascherina dell'ossigeno al bambino perché il supporto «non è di proprietà dell'ospedale».
L'Alder hey di Liverpool ha in cura Alfie dal dicembre 2016 per convulsioni che lo fanno soffrire e nell'agosto 2017, dopo mesi di vani tentativi nello stabilire diagnosi e cura, l'ospedale decide di togliere la ventilazione perché quella del bambino sarebbe una vita di «bassa qualità».
Però, dice alla Verità il neurochirurgo e leader del Family day Massimo Gandolfini, «non hanno mai dichiarato la sua morte cerebrale, unica condizione medica oggi giudicata irreversibile. E non si può nemmeno affermare che i sostegni vitali somministrati ad Alfie fossero futili, perché raggiungevano perfettamente lo scopo per cui erano praticati: mantenere in vita il bambino. La scelta di staccare il ventilatore quindi è solo perché si giudica che la sua fosse una qualità di vita non sufficiente. In nessun modo si può parlare di accanimento terapeutico, perché la terapia è relativa a cercare di contrastare o vincere una malattia, mentre la cura di un disabile è tutt'altro». Da questo punto di vista la scelta di staccare la spina assume una valenza eutanasica.
L'Alder hey di Liverpool ha nel suo passato pagine oscure, come quella dello scandalo di traffico di organi di bambini che venne alla luce nel 2001. «Gli organi», rivelava la Bbc, «erano stati tolti senza permesso da bambini che sono morti nell'ospedale nel periodo 1988-1996». Il caso è scoppiato quando il cardiologo Robert Anderson, in seguito ad un'altra indagine, rivelò che presso l'Alder hey hospital c'era un «negozio» di cuori di bambini. L'ospedale riconobbe il fatto, insieme a quello di ghiandole linfatiche rimosse da bambini ancora vivi per essere poi vendute a una casa farmaceutica che aveva finanziato il loro reparto di cardiologia. Lo stesso ospedale nel 2012 era stato denunciato dal British Medical Journal per l'applicazione del Liverpool Care Pathway, la cosiddetta death pathway, cioè una lista di pazienti a cui si decide di applicare un protocollo di sospensione dei sostegni vitali per malati terminali. Secondo la denuncia, l'Alder hey metteva in questa lista anche bambini disabili gravi in modo controverso.
Oggi nel caso di Alfie il «miglior interesse» del bambino, ripetono medici e giudici inglesi, è quello di morire. Cresce un ragionevole dubbio sull'operato medico dell'Alder hey: forse anche Alfie è finito in una qualche death list?
Lorenzo Bertocchi
Il giudice che ha staccato la spina è attivista gay
Il giudice inglese Anthony Hayden che finora ha deciso sulla vita e la morte di Alfie, ordinando ripetutamente di staccare il respiratore nel «migliore interesse» del bambino perché la sua vita è «inutile», è un campione dei diritti lgbt e coautore del saggio sull'omogenitorialità Children and same sex families: a legal handbook. Sembra anche che faccia parte del gruppo forense Blaag, organizzazione impegnata per le istanze degli omosessuali, che tra anni fa ha salutato con grande apprezzamento la nomina di Hayden alla divisione famiglia dell'Alta Corte britannica, con un post ancora visibile con sul suo sito. A una prima valutazione superficiale, l'impegno pro Lgbt di Hayden e la sua ostinazione a negare le cure e il trasferimento in Italia del piccolo Alfie non hanno alcun collegamento. Tuttavia non si può non osservare che lo stesso Hayden è coautore di un volume che le recensioni presenti sul Web definiscono «un manuale giuridico e una guida preziosa per questo settore del diritto in rapida evoluzione, scritto per tutti gli avvocati di famiglia e professionisti collegati», un testo che dedica un intero capito alla «Surrogacy», volgarmente detta utero in affitto.
Un pratica rispetto alla quale Hayden e altri giuristi danno consigli su come poterla sfruttare senza incorrere in problemi legali. C'è persino un paragrafo che spiega «quali sono i modi per un genitore committente per diventare il custode legale di un bambino a seguito di una maternità surrogata». Un altro capitolo di questo manuale approfondisce invece il tema delle adozioni per coppie dello stesso sesso. D'altra parte nella prefazione del libro Hayden afferma che quello della famiglia è un «concetto in continua evoluzione». Poi ricorda che sulla scia della nuova legislazione «siamo anche più attenti al nostro linguaggio». Dunque non è affatto una forzatura affermare che il giudice Hayden considera nel miglior interesse di un bambino che esso possa essere oggetto di mercimonio tra una madre portatrice e due uomini committenti, e che il neonato possa essere allontanato dalla donna che lo ha generato, pochi minuti dopo il parto, per soddisfare il desiderio di genitorialità di due adulti. Questo stesso giudice ritiene anche di fare gli interessi di un bambino negando ai suoi genitori di poterlo portare in un altro Paese che gli garantirebbe le cure necessarie per tenerlo in vita. Hayden martedì ha infatti confermato il suo categorico «no» al trasferimento in Italia.
Il giudice si è inoltre preso la libertà di criticare alcune persone vicine ai genitori accusandole di dare «false speranze». Il cursus honorum di Hayden è quello di un vero progressista. In merito ai casi di arruolamento di giovani britannici nell'Isis, il giudice dell'Alta corte ha mostrato infatti un atteggiamento molto più comprensivo, chiedendo persino l'istituzione di tribunali specializzati per persone vulnerabili che, secondo Hayden, sarebbero stati «sottoposti a lavaggio del cervello». Insomma anche le corti britanniche sono ostaggio del politicamente corretto.
Marco Guerra
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I genitori di Alfie Evans si erano rivolti alla corte d'Appello contro il divieto di trasferirsi a Roma. Ma i togati hanno detto no. Pronta la denuncia per tentato omicidio.Il papà Tom, costretto a dormire per terra, lancia nuove accuse: nessuna visita nelle ultime 48 ore, metodi disgustosi, polizia ovunque. «Lo stanno lasciando morire». Ombre sulla struttura in cui è ricoverato il piccolo: in un filmato si parla di «qualcosa di grosso da nascondere». Nel passato del nosocomio anche uno scandalo su cuori e ghiandole rimossi irregolarmente a piccoli pazienti. Il magistrato britannico Anthony Hayden è colui che fino a oggi ha deciso sulla vita e la morte di Alfie, ordinando ripetutamente di staccare il respiratore nel «migliore interesse» del bambino perché la sua vita è «inutile». è un campione dei diritti lgbt e firmò un testo sull'omogenitorialità. Lo speciale contiene quattro articoli. Hanno tentato il tutto per tutto Tom e Kate, il papà e la mamma di Alfie Evans, per dare al loro bimbo la possibilità di vivere. Ma non è servito. I giudici di Londra hanno respinto definitivamente il loro ultimo appello: Alfie non può essere portato in Italia. Proprio ieri pomeriggio, mentre il piccolo lottava per la sopravvivenza respirando da solo a dispetto delle previsioni e delle presunte certezze dei medici, i legali della famiglia davano battaglia in tribunale, per tentare di convincere la corte d'Appello della possibilità di trasferire il bambino a Roma. L'obiettivo era dargli una possibilità di vita, in un altro luogo di cura, facendolo uscire da quell'ospedale, l'Alder hey di Liverpool che ha chiesto per lui il distacco dei macchinari e che, secondo papà Tom, lo sta tenendo «prigioniero», al di fuori degli standard minimi di cura e di pietà. L'ennesima udienza si era aperta dopo che ieri i genitori di Alfie avevano presentato un ricorso d'urgenza (che per massimizzare le possibilità di successo era stato presentato a nome dei due genitori, con due argomentazioni leggermente diverse), contro la decisione del giudice che, aveva dato il consenso di portare il bimbo a casa, ma aveva detto no al trasporto in un altro Paese e in un altro ospedale. In un confronto serrato, che già non lasciava grandi spazi alla speranza, gli avvocati dell'Adler hey per giustificare che il piccolo è ancora in vita hanno dichiarato che «non era mai stato detto che la morte del piccolo sarebbe stata immediata». Poi hanno ribadito la linea di sempre: «non c'è alcuna nuova evidenza medica che contraddica l'evidenza» su cui si è basata la sentenza dell'alta corte in febbraio e hanno sottolineato come sarebbe stato davvero «sorprendente se la libertà di movimento fosse prevalsa sul migliore interesse di Alfie». Il migliore interesse. È proprio questo il concetto chiave su cui si snoda tutta la battaglia. A partire dalla prima, inutile, opposizione alla sentenza della corte sul distacco delle macchine fino all'appello di ieri, è contro questo principio che Tom e Kate stanno lottando da mesi. È l'architrave del sistema inglese. In ogni situazione che interessa il bambino «il suo miglior interesse deve essere preso in fondamentale considerazione» (The nuffield council on bioethics). Anche in casi come questi, in cui il presunto miglior interesse di Alfie sarebbe la morte. Basta il benestare dei giudici e scatta il Liverpool care pathway (Lcp), un protocollo che prevede la sospensione di cure, nutrizione e idratazione. Se i familiari si oppongono le loro richieste vengono sottoposte alla decisione dei tribunali (Medical and legal establishments). Ma, come dimostra questo caso, per le ragioni dei genitori non restano grandi speranze. Ma Tom e Kate Evans non sono tipi facili e l'hanno dimostrato. Nelle ultime ore hanno cambiato strategia, battendo strade legali diverse. Il padre ha seguito la linea dura, minacciando di far causa a tre medici dell'Alder hey, per cospirazione finalizzata all'omicidio, e ha fatto sapere di aver già preso contatti con investigatori privati per istruire il caso. Anche durante l'udienza il team legale di Tom aveva chiesto senza mezzi termini alla corte di «uscire dalla camicia di forza giudiziaria», da un sistema dove il miglior interesse «significa che qualcuno deve morire». E aveva lanciato un ultimo disperato appello: «Non lasciate morire Alfie di fame in una camera d'ospedale... Ma che razza di Paese stiamo diventando?». Nel frattempo mamma Kate, seguita da altri legali, tentava la strada della richiesta a oltranza di assistenza, cercando di ottenere ossigeno e acqua per il suo bambino, condannato a una morte lenta. L'udienza è terminata ieri alle 19 dopo quattro ore di arringhe delle parti in causa. Intanto, fuori dai tribunali inglesi, anche la politica tentava di percorrere la strada legale. Con una interrogazione urgente alla Commissione europea, le eurodeputate del Partito democratico e del gruppo S&D Silvia Costa e Patrizia Toia hanno chiesto un'azione decisa da parte dell'Unione europea. «L'alta corte britannica ha negato ad Alfie il diritto di ricevere cure e prestazioni sanitarie in un altro Stato membro dell'Unione, come richiesto dai suoi genitori, violando i diritti fondamentali dell'Ue e la libera circolazione dei pazienti nel territorio dell'Ue», hanno spiegato. Tentativi che si sommano uno con l'altro, anche se il tempo stringe. Pochi giorni fa, sempre nel tentativo di far capitolare i giudici di Londra, era stata interpellata anche la Corte europea dei diritti umani che però aveva deciso di non intervenire. I genitori si erano rivolti a Strasburgo nel tentativo di ottenere un nuovo giudizio sul verdetto che autorizzava i medici a staccare la spina. «Questa è la legge di questo Paese e nessun ricorso può o deve cambiarla», avevano però risposto freddamente i tre giudici della suprema Corte inglese, soddisfatti del mancato intervento della Cedu. Ora resta il rammarico perché Alfie non potrà più ricevere le cure palliative al Bambino Gesù di Roma. Mentre in Inghilterra, come è stato per Charlie Gard, la volontà di un tribunale ha prevalso su quella dei genitori di un bimbo con una malattia sconosciuta, se Alfie fosse stato trasferito in Italia a decidere della sua vita sarebbero tornati a essere mamma e papà. 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I medici erano convinti (o forse speravano) che il piccolo sarebbe morto nel giro di pochi minuti senza l'aiuto delle macchine, invece lui ha continuato a lottare e questo ha messo a nudo molte incertezze, forse anche qualche errore. Lo ha ribadito a voce alta Tom Evans, parlando in televisione e con i giornalisti. Con le occhiaie marcate e il volto ancora più scavato ha sfidato la scienza. «Sono tre giorni che non dormo, da tre giorni non abbiamo avuto che tortura e privazioni», ha scritto su Faccebook. «Il nostro bambino continua a combattere e non soffre, non ha dolore. Alfie sta facendo del suo meglio, non si arrende. Combatte da 36 ore, difende la sua vita. Nessuno se lo aspettava ma ci sta riuscendo. Spero che riusciremo a portarlo a casa, è quello che mi auguro e mi renderebbe già felice». L'idea di trasferire il piccolo a Roma per ora rimane in secondo piano. A Tom basterebbe avere il bambino tra le mura domestiche, per poter vivere in modo normale, magari anche riposare un po'. All'ospedale, in queste notti, ai genitori di Alfie non sono stati dati un letto o un divano per dormire. C'è una foto di Thomas accucciato per terra su un piumone ripiegato. Come ha confidato ai tabloid inglesi ieri mattina, l'ospedale si sta comportando in maniera «disgustosa, che non sembra nemmeno umana». Sulla pagina ufficiale dell'Alfie's army, l'esercito pacifico che sostiene il piccolo ammalato, Tom Evans ha fatto capire al mondo che aria si respira all'interno dell'Alder hey: «Ho chiesto a un'infermiera di dirmi se poteva trovare un piccolo divano, ma mi ha detto di no». Ormai la relazione di fiducia tra la famiglia e il personale del centro di cura di Liverpool è definitivamente compromessa. «Questo ospedale ha davvero tirato troppo la corda», ha continuato il papà di Alife spiegando che da 48 ore il bambino non riceve visite. «Hanno fatto tutto male, in così tanti modi e per così tante ragioni». Adesso la famiglia sta pensando di adire alle vie legali contro tre medici del presidio. Li accusano di aver cospirato per uccidere il bambino e hanno chiesto a un investigatore di fare accertamenti e raccogliere prove. Al momento Alfie Evans rimane senza il respiratore, ma riceve acqua, latte e ossigeno. Quando i dottori hanno minacciato di togliere la mascherina che serve a sostenerlo, perché non era parte dell'equipaggiamento ospedaliero, Tom Evans ha avuto una reazione feroce. Ormai è certo che nessuno voglia aiutare il piccolo. A convincerlo è anche il fatto che all'inizio non lo volessero alimentare. «È disgustoso come si stanno comportando con lui. Nemmeno un animale sarebbe stato trattato a questo modo», ha detto. «Alfie ha dimostrato che questi medici hanno sbagliato. Sarebbe ora di dare al piccolo un po' di dignità e supporto e di lasciarlo andare a casa o a curarsi in Italia». Ieri le parole di questo padre con gli occhi spiritati dal dolore e dalla fatica sono riecheggiate via radio, tv e Web, ripetendo gli stessi concetti di lotta, rabbia e speranza. E, ancora una volta, hanno ricevuto in risposta migliaia di incoraggiamenti via social network da parte di sostenitori sparsi in tutto il mondo. Caterina Belloni <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/quando-quellospedale-pediatrico-espiantava-organi-senza-permesso-2563306149.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quando-quellospedale-pediatrico-espiantava-organi-senza-permesso" data-post-id="2563306149" data-published-at="1773130575" data-use-pagination="False"> Quando quell’ospedale pediatrico espiantava organi senza permesso Ma se il suo cervello è completamente distrutto, «brain dead» dice una voce del video choc che è stato pubblicato ieri sulla Nuova bussola quotidiana, perché «non cessano di funzionare tutti i suoi organi»? Già, perché? La misteriosa malattia che affligge Alfie Evans, di cui non c'è diagnosi, comunque si sta comportando in un modo non previsto dai medici dell'Alder hey, che su questo hanno commesso un errore. «Hanno detto che non sarebbe durato cinque minuti senza un ventilatore e il tribunale concordava», ha dichiarato Thomas Evans, il papà del piccolo paziente inglese, ma la realtà è che dalle 22.17 dello scorso 23 aprile, Alfie ha respirato da solo, senza ventilatore, ora si alimenta e viene idratato. Alfie semplicemente vive, ribaltando in modo inequivocabile ciò che l'ospedale di Liverpool aveva predetto sarebbe accaduto una volta staccato il ventilatore, e questo indipendentemente da come andranno a finire le cose. Durante l'udienza di martedì scorso, quella in cui il giudice Anthony Hayden ha impedito il trasferimento a Roma, i medici dell'Alder hey hanno lamentato un clima di «ostilità» nei loro confronti e si sono anche rifiutati di mandare a casa il bambino, almeno non prima di «tre o cinque giorni». Quindi, né a Roma, né a casa. Perché? In fondo al piccolo è stato tolto quello che doveva essere il suo sostegno vitale e non si vede cosa possa impedire ai genitori di portare via il figlio. Pur parlando di «confort» e di «best interest» da garantire, sembra quasi che l'ospedale inglese scommetta solo sulla morte del piccolo, e che questa morte debba avvenire dentro l'Alder hey. Anche Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù, l'ospedale vaticano che si è offerto per accogliere Alfie, ha fatto una dichiarazione che getta ulteriori perplessità sulla condotta medica dell'Alder hey. Ieri al Corriere della Sera ha, infatti, detto che non immaginava «si sarebbero messi contro di noi in maniera così aperta. Credo sia il risultato di una battaglia ideologica e che la scelta non sia stata tecnica. Hanno ingannato la famiglia. (…) Sarei felice se lo mandassero ovunque, purché non muoia in quell'ospedale. Ho visto attorno ai genitori troppi movimenti non utili al bambino». Nel video che abbiamo segnalato in apertura, sebbene non sia possibile identificare chi sta parlando, quello che dovrebbe essere personale medico e paramedico dell'Alder hey alimenta sospetti circa «qualcosa da nascondere». In particolare uno degli interlocutori, che dovrebbe essere un medico, pronuncia una frase molto ambigua: «Non posso dire nulla perché mi metterebbe nei guai, vista la mia posizione. Personalmente credo che questo ospedale stia coprendo qualcosa, qualcosa di veramente grosso». Prendiamo con le dovute cautele questo video e queste parole, ma gli indizi che fanno pensare a qualcosa di poco chiaro nella gestione della «pratica Alfie» da parte dell'Alder hey ci sono tutti. Nel dibattimento del ricorso all'Alta Corte di ieri pomeriggio, è emerso che Thomas Evans nella giornata di martedì ha cercato di presentare denuncia contro 3 medici dell'Alder hey hospital con l'accusa di cospirazione al fine di uccidere Alfie. A cosa si riferisse il padre non è chiaro, ma basti pensare che ieri pomeriggio il personale ha tolto la mascherina dell'ossigeno al bambino perché il supporto «non è di proprietà dell'ospedale». L'Alder hey di Liverpool ha in cura Alfie dal dicembre 2016 per convulsioni che lo fanno soffrire e nell'agosto 2017, dopo mesi di vani tentativi nello stabilire diagnosi e cura, l'ospedale decide di togliere la ventilazione perché quella del bambino sarebbe una vita di «bassa qualità». Però, dice alla Verità il neurochirurgo e leader del Family day Massimo Gandolfini, «non hanno mai dichiarato la sua morte cerebrale, unica condizione medica oggi giudicata irreversibile. E non si può nemmeno affermare che i sostegni vitali somministrati ad Alfie fossero futili, perché raggiungevano perfettamente lo scopo per cui erano praticati: mantenere in vita il bambino. La scelta di staccare il ventilatore quindi è solo perché si giudica che la sua fosse una qualità di vita non sufficiente. In nessun modo si può parlare di accanimento terapeutico, perché la terapia è relativa a cercare di contrastare o vincere una malattia, mentre la cura di un disabile è tutt'altro». Da questo punto di vista la scelta di staccare la spina assume una valenza eutanasica. L'Alder hey di Liverpool ha nel suo passato pagine oscure, come quella dello scandalo di traffico di organi di bambini che venne alla luce nel 2001. «Gli organi», rivelava la Bbc, «erano stati tolti senza permesso da bambini che sono morti nell'ospedale nel periodo 1988-1996». Il caso è scoppiato quando il cardiologo Robert Anderson, in seguito ad un'altra indagine, rivelò che presso l'Alder hey hospital c'era un «negozio» di cuori di bambini. L'ospedale riconobbe il fatto, insieme a quello di ghiandole linfatiche rimosse da bambini ancora vivi per essere poi vendute a una casa farmaceutica che aveva finanziato il loro reparto di cardiologia. Lo stesso ospedale nel 2012 era stato denunciato dal British Medical Journal per l'applicazione del Liverpool Care Pathway, la cosiddetta death pathway, cioè una lista di pazienti a cui si decide di applicare un protocollo di sospensione dei sostegni vitali per malati terminali. Secondo la denuncia, l'Alder hey metteva in questa lista anche bambini disabili gravi in modo controverso. Oggi nel caso di Alfie il «miglior interesse» del bambino, ripetono medici e giudici inglesi, è quello di morire. Cresce un ragionevole dubbio sull'operato medico dell'Alder hey: forse anche Alfie è finito in una qualche death list? Lorenzo Bertocchi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-quellospedale-pediatrico-espiantava-organi-senza-permesso-2563306149.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giudice-che-ha-staccato-la-spina-e-attivista-gay" data-post-id="2563306149" data-published-at="1773130575" data-use-pagination="False"> Il giudice che ha staccato la spina è attivista gay Il giudice inglese Anthony Hayden che finora ha deciso sulla vita e la morte di Alfie, ordinando ripetutamente di staccare il respiratore nel «migliore interesse» del bambino perché la sua vita è «inutile», è un campione dei diritti lgbt e coautore del saggio sull'omogenitorialità Children and same sex families: a legal handbook. Sembra anche che faccia parte del gruppo forense Blaag, organizzazione impegnata per le istanze degli omosessuali, che tra anni fa ha salutato con grande apprezzamento la nomina di Hayden alla divisione famiglia dell'Alta Corte britannica, con un post ancora visibile con sul suo sito. A una prima valutazione superficiale, l'impegno pro Lgbt di Hayden e la sua ostinazione a negare le cure e il trasferimento in Italia del piccolo Alfie non hanno alcun collegamento. Tuttavia non si può non osservare che lo stesso Hayden è coautore di un volume che le recensioni presenti sul Web definiscono «un manuale giuridico e una guida preziosa per questo settore del diritto in rapida evoluzione, scritto per tutti gli avvocati di famiglia e professionisti collegati», un testo che dedica un intero capito alla «Surrogacy», volgarmente detta utero in affitto. Un pratica rispetto alla quale Hayden e altri giuristi danno consigli su come poterla sfruttare senza incorrere in problemi legali. C'è persino un paragrafo che spiega «quali sono i modi per un genitore committente per diventare il custode legale di un bambino a seguito di una maternità surrogata». Un altro capitolo di questo manuale approfondisce invece il tema delle adozioni per coppie dello stesso sesso. D'altra parte nella prefazione del libro Hayden afferma che quello della famiglia è un «concetto in continua evoluzione». Poi ricorda che sulla scia della nuova legislazione «siamo anche più attenti al nostro linguaggio». Dunque non è affatto una forzatura affermare che il giudice Hayden considera nel miglior interesse di un bambino che esso possa essere oggetto di mercimonio tra una madre portatrice e due uomini committenti, e che il neonato possa essere allontanato dalla donna che lo ha generato, pochi minuti dopo il parto, per soddisfare il desiderio di genitorialità di due adulti. Questo stesso giudice ritiene anche di fare gli interessi di un bambino negando ai suoi genitori di poterlo portare in un altro Paese che gli garantirebbe le cure necessarie per tenerlo in vita. Hayden martedì ha infatti confermato il suo categorico «no» al trasferimento in Italia. Il giudice si è inoltre preso la libertà di criticare alcune persone vicine ai genitori accusandole di dare «false speranze». Il cursus honorum di Hayden è quello di un vero progressista. In merito ai casi di arruolamento di giovani britannici nell'Isis, il giudice dell'Alta corte ha mostrato infatti un atteggiamento molto più comprensivo, chiedendo persino l'istituzione di tribunali specializzati per persone vulnerabili che, secondo Hayden, sarebbero stati «sottoposti a lavaggio del cervello». Insomma anche le corti britanniche sono ostaggio del politicamente corretto.Marco Guerra
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 10 marzo con Carlo Cambi
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
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Un attacco aereo israeliano colpisce il quartiere di Dahiyeh, nella zona sud di Beirut (Ansa)
Lo scontro contro gli alleati dell’Iran ha causato 486 morti soltanto nell’ultima settimana, tra i quali 83 bambini e 42 donne, secondo quanto dichiarato ieri sera dal ministro della Sanità libanese, Rakan Nassereddine. Tra i morti di ieri figura anche Padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa, località del Sud del Libano. L’ultima zona colpita da Tel Aviv è l’area costiera di Tiro, dove sono dispiegate anche forze dell’esercito nazionale libanese e dove i bombardamenti sono caduti su alcuni centri abitati causando la distruzione di case, infrastrutture e reti di servizi essenziali e almeno undici morti con decine di feriti. Un’altra area costantemente sotto attacco è quella di Dahieh, nella periferia Sud della capitale, roccaforte di Ezbollah che ospita mezzo milione di persone.
Israele ha emanato una serie di ordini di evacuazione soprattutto a Dahieh, a Sud e nella Bekaa, provocando diverse centinaia di migliaia di sfollati. Human Rights Watch ha accusato Tel Aviv di aver usato armi al fosforo bianco in Libano, nelle aree residenziali nella città di Yohmor, ma l’Idf ha dichiarato di non essere a conoscenza di questi fatti e non poter confermare l’utilizzo di munizioni contenenti fosforo bianco nel Paese dei Cedri. Il portavoce dell’esercito ha detto non di aver visionato le immagini utilizzate da Human Rights Watch e di non poter quindi rilasciare dichiarazioni in merito al caso, anche se l’Idf, come molti eserciti occidentali, possiede proiettili contenenti fosforo bianco in quantità legale secondo il diritto internazionale.
Intanto Hezbollah ha giurato fedeltà alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, che succede al padre, l’ayatollah Ali Khamenei. In una nota, il movimento sciita filoiraniano ha promesso la sua lealtà e ribadito la sua incrollabile fedeltà sostenendo che questa decisione invia un messaggio a Stati Uniti e Israele: l’Iran non si lascerà intimidire dal terrorismo degli aggressori e dai tentativi di indebolire la rivoluzione. Un attacco missilistico di Hezbollah nel centro di Israele, inoltre, ha provocato 16 feriti.
Mentre sul terreno si continua a combattere, il presidente libanese Joseph Aoun, in un’intervista pubblicata dal quotidiano L’Orient-Le Jour, il principale quotidiano in lingua francese, ha detto che il governo è pronto a riprendere il negoziato con Israele per arrivare a una pace solida, duratura ed efficace, fondata sulla formula «terra in cambio di pace». Il Libano avrebbe già informato le Nazioni Unite e le maggiori potenze di essere pronto a un confronto con Israele per evitare l’escalation (secondo i media americani, è stato chiesto di mediare all’amministrazione Trump). Il leader cristiano maronita ha definito gli attacchi contro l’esercito libanese inaccettabili, sorprendenti e sospetti, accusando contemporaneamente Hezbollah di volere la distruzione di Beirut. «La decisione sulla guerra e sulla pace deve restare prerogativa esclusiva dello stato libanese e ci impegniamo nel continuare il disarmo di Hezbollah», ha concluso Joseph Aoun.
Anche il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno espresso la loro profonda preoccupazione per l’impatto della crisi regionale sul Libano e per le gravi conseguenze sui civili e sui delicati equilibri mediorientali.
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