Cosa passa nella mente di Donald Trump? C’è del metodo nella sua follia? O il presidente americano oscilla, senza un baricentro, tra il non interventismo che piace alla destra Maga e l’imperialismo di marca neocon? Perché ha bombardato il Venezuela e catturato Nicolás Maduro? Per fermare lo smercio di droga? Per appropriarsi del petrolio? Per intimidire Cina e Russia?
Il documento che aiuta a decifrare il «golpe di scena» dell’altra notte è il compasso strategico, che la Casa Bianca ha pubblicato un mese fa. Lì viene illustrato il «corollario Trump alla dottrina Monroe». Ieri, il presidente è stato esplicito: «Torniamo alla dottrina Monroe», ha detto. «L’abbiamo superata di molto, possiamo chiamarla dottrina Donroe».
L’idea è che il «cortile di casa» degli Stati Uniti sia, oltre al continente americano, tutto l’emisfero occidentale: «Il nostro dominio non sarà più messo in dubbio», ha assicurato il tycoon, che perciò vuole schermarlo dalle ingerenze delle potenze concorrenti. Pechino in testa. Per The Donald, è essenziale «restaurare la preminenza» di Washington in quest’area geopolitica, impedendo ad attori esterni di «posizionarvi forze o altre capacità di minaccia, o di possedere o controllare strategicamente asset vitali». Anche questo Trump l’ha rivendicato, parlando di «avvertimento per tutti coloro che vorranno minacciare il nostro Paese».
Il ripristino del primato statunitense dovrebbe seguire un doppio binario: «arruolare ed espandere». «Arruolare» equivale a riallineare i Paesi della regione e gli alleati storici agli obiettivi individuati dagli Usa. È una richiesta che investe anche l’Europa e che, in teoria, non rende necessario il rovesciamento dei regimi ideologicamente distanti: l’America, anzi, si dichiara disposta a collaborare con «governi che hanno visioni differenti». L’allargamento fa riferimento, invece, alla capacità di attirare entro l’orbita di cooperazione altri Stati, con i quali già esistono «forti relazioni». E qui si gioca il destino del Venezuela.
Il regime di Maduro è un avamposto di Russia e Cina: è significativo che, poco prima del blitz notturno, il dittatore si fosse incontrato con un rappresentante di Pechino, Qiu Xiaoqi. La scelta di Caracas rispecchia la penetrazione in Sudamerica da parte del Dragone, diventato, in un ventennio, il principale partner commerciale dei Paesi della zona. Sì, fentanyl e coca sono un pretesto. Pure per svincolarsi dal Congresso, in virtù di una norma post 11 settembre, che consente all’esecutivo di agire in autonomia contro i narcoterroristi. È il greggio l’obiettivo. Per Trump, non si può lasciare alla Cina il controllo delle materie prime critiche. Gli spostamenti a destra, dall’Argentina al Cile, o l’installazione di leader allergici ai gringos ma meno ostili di Maduro - e non per forza il regime change: di qui, la parziale dissociazione da Maria Corina Machado - rientrano nel piano.
È sepolto l’isolazionismo Maga? L’incursione in Venezuela accontenta più gli elettori vicini a Marco Rubio che il movimento d’opinione raccolto attorno a JD Vance. Ma alcuni attriti nascono da un equivoco attorno al concetto di isolazionismo. La regola del presidente James Monroe, in carica dal 1817 al 1825, si applicava alle mire delle potenze europee sull’America, piuttosto che agli interessi degli Usa sul continente. Per completare l’occupazione della Florida, Monroe non esitò ad attaccare gli insediamenti spagnoli. E se sostenne l’indipendenza delle allora colonie di Madrid, era per sgravare le Americhe dal giogo dello sgradito contendente. Il «corollario» di Trump non fa che ridefinire l’estensione del backyard statunitense (dalla sola America all’intero emisfero) e ridefinire gli avversari da tenere alla larga (dagli imperi europei alla Cina).
La vera domanda, ora, riguarda l’impatto che l’assalto a Caracas avrà su Mosca e Pechino. Vladimir Putin e Xi Jinping penseranno che Trump fa sul serio e che sia saggio cercare un compromesso sul Donbass e su Taiwan? O, all’opposto, considereranno saltato il tappo della legalità internazionale e ne approfitteranno per dilagare? Non è nemmeno detto che le reazioni siano simmetriche. Il tycoon è irritato dalle lungaggini delle trattative col Cremlino e, forse, immagina che un’esibizione muscolare riesca a sbloccarle. Ma per Washington, il Donetsk non è centrale come l’Indo-Pacifico. Il testo che enunciava la «National security strategy» americana era chiaro: gli Usa non tollereranno «alcun cambiamento unilaterale allo status quo» nell’isola che la Cina vorrebbe riannettere. Significa che, per difenderla, non hanno bisogno di appellarsi alle carte Onu.
Infine: quale sarà il destino del diritto internazionale e dell’ordine globale, già traballante, fondato su di esso? La dottrina di Trump riporta in auge la logica delle sfere d’influenza. È nella disponibilità a riconoscerle anche alle altre potenze, rinunciando così al ruolo di poliziotto del mondo, che si sostanzia il nuovo isolazionismo americano: non stare fermi; però ridurre gli oneri, altrimenti insostenibili. L’Europa, che rientra nel «giardino» degli Stati Uniti, rischia di farne le spese. Può prendere atto della realtà e provare a elaborare una sua strategia, oppure piangere sulle ceneri del passato e finire travolta dal treno della storia. Al momento, è legata sulle rotaie.






