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La giustizia non è supplenza morale
Carlo Nordio (Ansa)
Una parte del Paese chiede ai tribunali di dividere i cittadini «degni» dagli «indegni». Esprimersi contro non è quindi dissenso, ma traccia una linea di demarcazione etica.

In Italia la giurisdizione non è soltanto espressione di un potere dello Stato. È diventata, nel tempo, un’identità morale. Un luogo simbolico nel quale una parte del Paese cerca riscatto, ordine, redenzione. Non si tratta di un fenomeno recente, né di una polemica contingente: è una struttura culturale profonda, che riemerge ciclicamente ogni volta che la politica appare fragile e le mediazioni perdono legittimità.

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Macché Casta, la riforma serve alla gente comune
(Imagoeconomica)

Dicono che la riforma della giustizia del governo Meloni serva alla Casta per garantirsi l’impunità. Niente di più falso.

Se si scorre l’elenco delle persone innocenti finite in carcere, e che con un’Alta corte disciplinare introdotta dalla legge Nordio ci si augura si assottigli, si scopre che gli arrestati ingiustamente non sono né politici né ricchi, ma persone semplici. Beniamino Zuncheddu, in galera per 33 anni prima di essere assolto, faceva il pastore. Giuseppe Gullotta, 22 anni in prigione, era un muratore. Come Angelo Massaro, 21 anni al gabbio.

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Il sistema delle correnti calpesta Costituzione, meriti e indipendenza
(Imagoeconomica)
La vera posta in gioco della riforma è il sorteggio del Csm, poiché toglie ai vari gruppi all’interno dell’Anm il potere di gestire vita e carriera dei magistrati. La cui immagine di terzietà è ora distrutta dai talebani del No.

Sono Salvatore Cantaro. Nella mia carriera sono stato magistrato a Enna per circa un ventennio e lì condannato a morte dalla vecchia Cupola regionale di Cosa nostra. Durante la terribile permanenza nissena e gelese sono stato sottoposto a misure di protezione al massimo livello. In quel periodo venne a trovarmi Mario Almerighi, magistrato romano, il quale mi rappresentò che stava promuovendo un movimento anti-correnti, in cui raccogliere tutti i magistrati delusi dal potere delle correnti in seno al Csm: era quello denominato dei Verdi, al quale aveva già aderito anche Giovanni Falcone. In rappresentanza di tale gruppo fui anche eletto più volte componente del Consiglio giudiziario a Caltanissetta.

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Lo strano dietrofront di chi denunciava i mali del correntismo e oggi sostiene il No
Nel riquadro, Alberto Cianfarini, giudice del Tribunale di Roma (Ansa)
Cambiare idea è legittimo, ma troppi colleghi si smentiscono. Dopo aver condiviso pure i richiami di Mattarella del 2022.

In questi giorni che precedono il referendum avverto quale cittadino e magistrato un certo disagio. Non già per l’esito del responso; la mia coscienza di cittadino è a posto e posso dire di aver divulgato a tutti i miei interlocutori la bontà della riforma non già sparando offensivi slogan o cercando di far prevalere la mia opinione da tecnico, quanto piuttosto esibendo letteralmente il facile testo normativo dal quale è agevole ricavare che tutti i disastri preconizzati dai detrattori non sono minimamente rinvenibili nella riforma.

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Il potere delle toghe sovrasta gli altri e mina i legami tra democrazia e legge
Nel riquadro il giudice Vincenzo Turco (Ansa)
Se vince il No il rischio è la giuristocrazia: una tecnocrazia che, attraverso l’Anm, agisce come opposizione capace di condizionare il Parlamento. Magistratura democratica è sempre stata la corrente più forte sul piano politico e ideologico.

Uno dei pilastri della riforma costituzionale che verrà sottoposta a referendum confermativo il 22 e il 23 marzo prossimi è il sorteggio nell’elezione dei membri del Consiglio superiore della magistratura. Il Csm è un organo di rilievo costituzionale posto a presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Un organo definito, con una confusa trasposizione dal diritto inglese, di autogoverno.

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