Ho scelto di votare Sì alla riforma costituzionale della giustizia non per spirito di contrapposizione, ma per coerenza istituzionale. Chi, come me, ha attraversato più stagioni del processo - prima da avvocato, oggi da magistrato onorario che esercita le funzioni dell’accusa - avverte con particolare nettezza quando un sistema inizia a richiedere una correzione strutturale, non più rinviabile.
La separazione delle carriere e il superamento del correntismo non sono bandiere ideologiche, ma strumenti di chiarezza. Rendono il processo più leggibile, più affidabile, più onesto anche nella sua percezione esterna. Definiscono ruoli, responsabilità e confini, evitando quella sovrapposizione - formale o sostanziale - per cui chi giudica e chi accusa finiscono per condividere non solo, come è giusto, una cultura giuridica, ma talvolta anche percorsi di carriera, valutazioni e dinamiche di potere.
Chi giudica deve essere distinto, anche negli organi di autogoverno, da chi accusa. Non è una scelta «contro» qualcuno, ma «per» il sistema. È una scelta di trasparenza, non di schieramento. Ed è, in ultima analisi, una scelta di rispetto verso i cittadini che al processo affidano libertà, diritti e reputazioni.
In questo quadro, la magistratura onoraria - a lungo vista da quella di carriera come una manovalanza a basso costo o come una sorta di corpo estraneo all’interno dell’ordine giudiziario - diviene una potente lente d’ingrandimento per leggere le storture di un sistema che la riforma costituzionale consentirà di superare con il consenso della maggioranza degli italiani.
Questa sarà la posizione della maggioranza dei magistrati onorari, la cui esperienza quotidiana nelle aule ha generato una sensibilità diffusa a favore di una riforma orientata al funzionamento della giurisdizione e non alla conservazione di assetti corporativi dei quali, va detto senza infingimenti, la magistratura onoraria ha sofferto a lungo le conseguenze.
Negli ultimi venticinque anni, infatti, il correntismo giudiziario, oltre a incrinare la fiducia dei cittadini nei giudici e nei pubblici ministeri, ha inciso - tanto silenziosamente quanto drammaticamente - sulle sorti dei magistrati onorari, favorendo il sistematico rinvio di una loro riforma che solo in questa legislatura ha finalmente ottenuto il via libera del Parlamento.
Tutto ciò non per distrazione, ma per una presunta convenienza che, in realtà, altro non era che il riflesso di una preoccupazione autoconservativa: mantenere l’egemonia sulla giurisdizione, anche a costo di negare ai magistrati onorari prerogative e guarentigie - come il congedo di maternità o gli accantonamenti previdenziali - che li avrebbero collocati su un piano ordinamentale più vicino a quello della magistratura di ruolo.
Questa magistratura precaria, priva di pieno riconoscimento ordinamentale, valutata dall’alto e sprovvista di reale rappresentanza, è stata funzionale a mantenere, all’interno della magistratura di carriera, equilibri interni, tamponandone le carenze di organico senza affrontarne le cause strutturali e rinviando di anno in anno scelte che avrebbero restituito efficienza alla risposta giudiziaria, incidendo al contempo sugli assetti di potere.
Il risultato è noto: una magistratura onoraria chiamata a farsi carico di oltre il 50% della domanda giudiziaria, in assenza di pur minime tutele. Una contraddizione che ha retto finché ha potuto e che oggi non è più sostenibile né sul piano costituzionale né su quello della credibilità del sistema.
La provenienza di molti magistrati onorari dalle fila dell’avvocatura non ha favorito buone relazioni con i colleghi di carriera, sebbene questo ruolo vicario assunto da una componente dell’avvocatura italiana non sia un accidente, ma la conseguenza diretta di un consapevole contingentamento degli organici della magistratura di ruolo e di un deliberato rallentamento delle politiche assunzionali. Una scelta protratta nel tempo, che ha alimentato un ricorso strutturale ai giudici e ai pubblici ministeri onorari e che oggi non può essere liquidata con una battuta.
La stabilizzazione della magistratura onoraria, fortemente voluta dal governo Meloni, va dunque letta insieme alla riforma costituzionale sulla quale si voterà a marzo: entrambe chiariscono ruoli e responsabilità di chi amministra la giustizia italiana.
Naturalmente, occorreranno ulteriori passi: rafforzare le piante organiche della magistratura di ruolo e colmare le scoperture attuali, gestendo con intelligenza le procedure concorsuali già finanziate.
La riforma costituzionale non è una scorciatoia né la panacea di tutti i mali: è la base di lancio per una nuova partenza, che conduce a compimento il disegno iniziato dai padri costituenti, restituendo indipendenza ai magistrati, anche rispetto ai propri colleghi.
Qualcuno obietta che la separazione delle carriere metterebbe in discussione la terzietà dei giudici. L’argomento non convince. Nessuno mette in dubbio la professionalità dei singoli magistrati italiani, molti dei quali hanno aderito al Comitato per il Sì; ciò nondimeno è innegabile che la riforma assecondi anche l’esigenza secondaria - di rango pur sempre costituzionale - di rafforzare la fiducia nella giustizia. Perché nel processo contano i fatti, certo, ma conta anche la percezione che gli utenti della giustizia hanno di chi quei fatti accerta e, senza fiducia, anche la decisione più corretta rischia di apparire opaca o, peggio, «orientata».
A chi teme che separare carriere e organi di autogoverno dei giudici e dei pubblici ministeri li indebolisca, si può rispondere che i magistrati onorari offrono già oggi una rappresentazione anticipata di ciò che potrebbe essere l’intero sistema dopo il Sì. Le loro carriere sono separate da anni, senza che ciò abbia impedito la condivisione di una comune cultura della giurisdizione. La separazione delle carriere non spezza tale cultura né impoverisce il confronto professionale; restituisce piuttosto a ciascuna funzione il proprio perimetro di responsabilità.
In una nazione civile, la distinzione dei ruoli non è una frattura ideologica, ma una garanzia di equilibrio e di valorizzazione della volontà popolare; l’intera Costituzione italiana è, del resto, un esempio di come la distribuzione dei poteri presidi, meglio di qualsiasi formula astratta, la vocazione democratica dell’ordinamento repubblicano.
Eppure, tra gli argomenti del No, rimane trainante quello secondo cui un riparto più chiaro dei ruoli giudicante e requirente indebolirebbe la giurisdizione. Accade esattamente il contrario. La chiarezza non sottrae autorevolezza, la redistribuisce. Gli assetti consolidati hanno il conforto del precedente storico, ma le cronache degli ultimi anni dimostrano che l’attuale modello presenta criticità strutturali.
Da qui il tema del sorteggio negli organi di autogoverno, che introduce una risposta pragmatica a una patologia reale: il lobbismo corrivo di un associazionismo autocratico, che spesso ostacola le carriere dei magistrati poco inclini all’antagonismo correntizio. Quel sistema di relazioni, scambi e appartenenze - emerso anche attraverso le indagini sulle interferenze politiche e giudiziarie che hanno coinvolto il già presidente dell’Anm e poi consigliere del Csm Luca Palamara - ha condizionato per gran parte della storia repubblicana la magistratura, le sue nomine e i relativi percorsi professionali.
Il sorteggio non è una panacea, ma uno strumento per ridurre il peso delle appartenenze e restituire libertà morale ai magistrati e trasparenza agli organi di governo autonomo.
Nessuna riforma è perfetta. Serviranno norme attuative, costruite con attenzione e partecipazione. Ma la direzione è quella giusta. Rimandare ancora significherebbe rallentare un adeguamento costituzionale di cui la comunità nazionale - la cosiddetta società civile - ha un disperato bisogno.
Tra i miei amici magistrati di carriera non mancano quelli favorevoli al Sì. Alcuni guardano alla riforma con curiosità, altri con convinta adesione. Molti, comprensibilmente, mantengono oggi un profilo prudente; ma è interessante notare come il numero dei favorevoli cresca sensibilmente man mano che i sondaggi registrano l’incremento dei Sì, toccando punte ancora più alte tra coloro che, avendo cessato il servizio, sono più liberi di esprimere un pensiero non allineato.
Al di là delle polemiche del momento, spesso pretestuose, occorre votare le nuove norme costituzionali sapendo che sono destinate, per loro natura, a vivere ben oltre la stagione politica in cui prendono forma, e ricordando, al contempo, che sono pur sempre norme modificabili e migliorabili, che dovranno essere valutate per ciò che producono in termini di indipendenza ed efficienza della magistratura e di garanzie per i cittadini, indipendentemente dai mutevoli contesti politici.
Certamente questa riforma renderà l’ordine giudiziario più imparziale, rafforzandone autorevolezza, responsabilità e credibilità pubblica e internazionale, dando nuovo spazio al pensiero critico di figure di grande valore, non allineate.
La lista degli esclusi sarebbe molto lunga; ma ce n’è uno che ogni volta cito con pudore e commozione, che ha pagato più di altri il prezzo del corporativismo, ben prima delle stagioni del Sistema e di vicende come quella dell’Hotel Champagne sulle quali sarebbe auspicabile istituire una commissione parlamentare di inchiesta perché molti profili sono rimasti volutamente nell’oscurità e poi nel dimenticatoio. È un magistrato che provò a cambiare il nostro Paese e le sue logiche politiche e giudiziarie, ma fu messo in disparte proprio dalle correnti: era Giovanni Falcone e, per me, votare Sì, significa anche onorare il suo monito riformatore.



