True
2025-11-10
Quando la sinistra era alleata con Hitler
Johann Chapoutot (Wikimedia)
Incipit esaustivo de Gli irresponsabili. Chi ha portato Hitler al potere?, di Johann Chapoutot. Ma non ci si aspetti, a seguire, un saggio accademico dove i rimandi in note sostituiscono la voce diretta dell’autore. Per quanto abbondino, è Chapoutot a esprimersi di persona. Si presenta come un uomo del XXI secolo che vuole giungere al nucleo tutt’ora incandescente della tragedia sulla quale si conforma quello precedente. E lo fa accantonandone l’eredità più nefasta, l’ideologia. Chapoutot conduce su carta una prolusione accorata, poi ironica, sardonica, spesso iconoclasta. Alcuni protagonisti sono quelli dell’incipit. Von Papen, scalzato da Schleicher, ultimo cancelliere e di fatto maître de cérémonie dell’ingresso nel Reichastag della Nasdap, la congrega nazionalsocialista, il Führer, che lo destituì, Hindenburg, il presidente di una nazione schiacciata dal tallone di ferro delle riparazioni alle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale e reduce dalla rivoluzione spartachista, Hugenberg, magnate dei media che precede di decenni Rupert Murdoch, Silvio Berlusconi e Vincent Bolloré, e Fritz Thyssen, della casata industriale determinante per l’ascesa della svastica. Chapoutot esplicita: «È difficile immaginare quanto eventi catastrofici come l’ascesa dei nazisti al potere e la marea di atroci conseguenze che ne sono derivate […] debbano al chiacchiericcio, alle vendette personali e agli intrighi da retrobottega…» Tutto raffrontato a oggi: «Bisogna dire che, al di là della natura caduca delle nostre democrazie, Weimar pone interrogativi sul nazismo, sulla guerra e sulla Shoah. Visto com’è andata a finire, la Repubblica di Weimar è diventata una sorta di metonimia del periodo tra le due guerre e dei suoi traumi».
Gli irresponsabili è una ricognizione retrospettiva della storia che precede le parate, i lager, la rinascita tedesca perpetrata sul filo dell’illusione, dell’abbaglio di massa. Complici anche i socialdemocratici e i comunisti, che si alleano con i nazisti alle elezioni amministrative e dei Länder pur di contrastare la tenuta costituzionale. In tal modo si accrescono le paure dell’imprenditoria produttiva, del latifondo e dello stesso esercito, che vorrebbe includere nei propri ranghi le SA e le SS per frenarne l’impeto nelle strade. Il cancelliere Brüning è incapace di prevedere l’esito della sua deriva antiparlamentare. Più di lui il presidente della Germania, Paul Ludwig von Beneckendorff und von Hindenburg. Il quale «era stato un bravo ufficiale di campo da giovane, ma poi non aveva guidato altro che caserme e squadre in manovre». Ai tempi di Weimar Hindenburg è un ultrasettantenne Junker prussiano legato alle sue proprietà rurali, restituitegli con un imbroglio legale dopo le confische attuate da Brüning. Pure, avverte Chapoutot, «non si dovrebbe considerarlo semplicemente come un vecchio e stupido militare». Infatti comprende la tendenza sempre più diffusa fra tutte le classi sociali ad accettare una stabilizzazione del Paese persino a costo di perdere la libertà. Hindenburg può solo lasciare le briglie ad Adolf Hitler, un «caporale austriaco» che si è inventato eroismi mai compiuti nelle trincee e ha dettato i suoi programmi a Rudolf Hess, un compagno di cella dalle idee esoteriche di ricongiungimento ariano fra i popoli del nord. Prospettiva che nella morente repubblica urtava contro l’iperinflazione, la fame e la mancanza di lavoro. Per gli irresponsabili, con una formula successiva e di diverso contesto della stessa epoca, Hitler fu la soluzione finale.
Continua a leggereRiduci
Col saggio «Gli irresponsabili», Johann Chapoutot rilegge l’ascesa del nazismo senza gli occhiali dell’ideologia. E mostra tra l’altro come socialdemocratici e comunisti appoggiarono il futuro Führer per mettere in crisi la Repubblica di Weimar.«Quella di Weimar è una storia così viva che resuscita i morti e continua a porre interrogativi alla Germania e, al di là della Germania, a tutte le democrazie che, di fronte al periodo 1932-1933, a von Papen e Hitler, ma anche a Schleicher, Hindenburg, Hugenberg e Thyssen, si sono trovate a misurare la propria finitudine. Se la Grande Guerra ha insegnato alle civiltà che sono mortali, la fine della Repubblica di Weimar ha dimostrato che la democrazia è caduca».Incipit esaustivo de Gli irresponsabili. Chi ha portato Hitler al potere?, di Johann Chapoutot. Ma non ci si aspetti, a seguire, un saggio accademico dove i rimandi in note sostituiscono la voce diretta dell’autore. Per quanto abbondino, è Chapoutot a esprimersi di persona. Si presenta come un uomo del XXI secolo che vuole giungere al nucleo tutt’ora incandescente della tragedia sulla quale si conforma quello precedente. E lo fa accantonandone l’eredità più nefasta, l’ideologia. Chapoutot conduce su carta una prolusione accorata, poi ironica, sardonica, spesso iconoclasta. Alcuni protagonisti sono quelli dell’incipit. Von Papen, scalzato da Schleicher, ultimo cancelliere e di fatto maître de cérémonie dell’ingresso nel Reichastag della Nasdap, la congrega nazionalsocialista, il Führer, che lo destituì, Hindenburg, il presidente di una nazione schiacciata dal tallone di ferro delle riparazioni alle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale e reduce dalla rivoluzione spartachista, Hugenberg, magnate dei media che precede di decenni Rupert Murdoch, Silvio Berlusconi e Vincent Bolloré, e Fritz Thyssen, della casata industriale determinante per l’ascesa della svastica. Chapoutot esplicita: «È difficile immaginare quanto eventi catastrofici come l’ascesa dei nazisti al potere e la marea di atroci conseguenze che ne sono derivate […] debbano al chiacchiericcio, alle vendette personali e agli intrighi da retrobottega…» Tutto raffrontato a oggi: «Bisogna dire che, al di là della natura caduca delle nostre democrazie, Weimar pone interrogativi sul nazismo, sulla guerra e sulla Shoah. Visto com’è andata a finire, la Repubblica di Weimar è diventata una sorta di metonimia del periodo tra le due guerre e dei suoi traumi».Gli irresponsabili è una ricognizione retrospettiva della storia che precede le parate, i lager, la rinascita tedesca perpetrata sul filo dell’illusione, dell’abbaglio di massa. Complici anche i socialdemocratici e i comunisti, che si alleano con i nazisti alle elezioni amministrative e dei Länder pur di contrastare la tenuta costituzionale. In tal modo si accrescono le paure dell’imprenditoria produttiva, del latifondo e dello stesso esercito, che vorrebbe includere nei propri ranghi le SA e le SS per frenarne l’impeto nelle strade. Il cancelliere Brüning è incapace di prevedere l’esito della sua deriva antiparlamentare. Più di lui il presidente della Germania, Paul Ludwig von Beneckendorff und von Hindenburg. Il quale «era stato un bravo ufficiale di campo da giovane, ma poi non aveva guidato altro che caserme e squadre in manovre». Ai tempi di Weimar Hindenburg è un ultrasettantenne Junker prussiano legato alle sue proprietà rurali, restituitegli con un imbroglio legale dopo le confische attuate da Brüning. Pure, avverte Chapoutot, «non si dovrebbe considerarlo semplicemente come un vecchio e stupido militare». Infatti comprende la tendenza sempre più diffusa fra tutte le classi sociali ad accettare una stabilizzazione del Paese persino a costo di perdere la libertà. Hindenburg può solo lasciare le briglie ad Adolf Hitler, un «caporale austriaco» che si è inventato eroismi mai compiuti nelle trincee e ha dettato i suoi programmi a Rudolf Hess, un compagno di cella dalle idee esoteriche di ricongiungimento ariano fra i popoli del nord. Prospettiva che nella morente repubblica urtava contro l’iperinflazione, la fame e la mancanza di lavoro. Per gli irresponsabili, con una formula successiva e di diverso contesto della stessa epoca, Hitler fu la soluzione finale.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
Continua a leggereRiduci
Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
Continua a leggereRiduci
Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.