Mario Draghi ha detto: «Quest'anno non si chiedono soldi, si danno soldi». Ma nel Def già si annunciano «risparmi e aumenti delle entrate». E chi non rispetterà il Patto di stabilità perderà i fondi del Recovery.
Mario Draghi ha detto: «Quest'anno non si chiedono soldi, si danno soldi». Ma nel Def già si annunciano «risparmi e aumenti delle entrate». E chi non rispetterà il Patto di stabilità perderà i fondi del Recovery.«Questo è un anno in cui non si chiedono soldi, si danno soldi, verrà il momento di guardare al debito ma non è questo il momento di pensare al Patto di stabilità». Con queste parole il presidente del Consiglio Mario Draghi accompagnava il varo del decreto legge Sostegno esattamente 40 giorni fa. Da allora sono accadute due cose: la presentazione del Documento di economia e finanza e del Recovery plan (Pnrr) che entro domani sarà formalmente inviato alla Commissione. È ormai tardi per un rinsavimento, ma va ribadito, a futura memoria, che purtroppo i conti non tornano e, in entrambi i documenti, checché ne dica Draghi, il momento di guardare il debito è ben individuato ed è piuttosto vicino. Cosa ancora più grave, si guarda al debito con le lenti opache e distorsive di regolamenti vecchi di 24 anni, come il Patto di stabilità, o dieci, come il Six pack e il Two pack.A nulla serve obiettare che, con ogni probabilità, ancora per il 2022 sarà operante la clausola di salvaguardia che consente una momentanea deviazione dal percorso di avvicinamento all'obiettivo di saldo di bilancio strutturale di medio termine che, per l'Italia, come puntualmente riportato nel Def, è fissato all'astronomico livello del +0,5% del Pil. Infatti, la lettura del Def prova «per tabulas» che il Patto di stabilità continua a essere pienamente operante.A partire proprio dallo strumento più controverso e criticato che determina quel saldo: l'output gap, cioè la differenza tra Pil effettivo e Pil potenziale. Dove quest'ultimo è frutto di una stima sulla base del tasso di disoccupazione che non determina crescita dei salari, incredibilmente fissato al 9%. A Bruxelles e al Mef continuano a credere che un livello così alto, foriero solo di tensioni e malessere sociale, possa determinare il nostro Pil potenziale, che però ne risulta evidentemente compresso. Ma la beffa è costituita dal fatto che tale dato è frutto di una stima su cui nessuno riesce a concordare (Commissione, Fmi e Ocse offrono stime divergenti per alcuni punti percentuali).Non è purtroppo una disputa lunare tra economisti, ma ne va del nostro futuro. Infatti l'output gap viene moltiplicato per un altro coefficiente (stimato anch'esso) per ottenere la cosiddetta componente ciclica del saldo di bilancio. Ed è solo sommando quest'ultimo dato al deficit/Pil nominale che si ottiene il saldo di bilancio strutturale che la Commissione osserva ai fini del rispetto delle regole. In parole povere, è come se a un paziente malnutrito la Commissione consentisse di mangiare di più rispetto al normale - cioè fare più deficit nominale rispetto a quello strutturale - per poi costringerlo a dieta non appena ritorna in salute, cioè quando il Pil potenziale supera quello effettivo. A ciò si aggiunga il fatto che la stima del Pil potenziale risente pesantemente del Pil effettivo degli anni precedenti. Per cui, più si è malnutriti e più si avvicina il livello al quale si sarà erroneamente giudicati in salute, e quindi sarà necessario tornare a fare cura dimagrante. Come indicato in tabella, al Mef sostengono che, dopo una crisi economica di questa portata epocale, già nel 2023 si chiuda l'output gap e quindi la componente ciclica cambi segno. Da non crederci. Col risultato che nel 2024 un deficit/Pil nominale del -3,4% diventerà un saldo strutturale del -3,8%. È come correre sulla sabbia, si taglia deficit ma il beneficio è modesto e non si raggiunge mai la meta.Ma al Mef non ne fanno mistero e parlano esplicitamente di consolidamento della finanza pubblica, cioè «risparmi di spesa ed aumenti di entrate che saranno dettagliati nella legge di bilancio per il 2022». Sin da oggi, si premurano di «illustrare il grado di compliance che l'Italia raggiungerebbe rispetto alle regole fiscali quando la clausola (di salvaguardia, ndr) verrà rimossa».Il colmo lo si raggiunge con la regola della spesa. Nel 2022 è attesa in discesa del 6%, per il venir meno delle spese legate all'emergenza pandemica. Ma negli anni successivi - proprio per effetto delle spese per investimenti del Recovery fund finanziate in deficit - il rispetto di quella regola «richiederebbe una accentuata riduzione di altre componenti di spesa o incrementi discrezionali di imposte che sarebbero eccessive». Spendere, con le regole attuali, si rivelerà un boomerang.Queste regole, intrecciate con il Recovery fund, rischiano di scatenare una tempesta perfetta per affondare, anziché rilanciare, la nostra economia. Fino a ieri la violazione del Patto era sanzionata con la pistola scarica della procedura d'infrazione e le Raccomandazioni Paese avevano valore meramente esortativo. Da domani si bloccheranno i pagamenti semestrali del Ngeu. L'articolo 17 del regolamento non lascia scampo. I piani nazionali dovranno essere coerenti con: le raccomandazioni sulla politica economica dell'Eurozona sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici, le priorità del semestre europeo e le raccomandazioni specifiche per Paese «inclusi gli aspetti di bilancio». Ecco perché il Def è stato scritto in quel modo. E, secondo l'articolo 10, la Commissione può presentare al Consiglio una proposta di sospensione totale o parziale degli impegni o dei pagamenti quando gli Stati membri non abbiano adottato «misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo», cioè in caso di violazione del Patto di stabilità. Che però è viziato da regole farlocche che «raccomandano aggiustamenti anche in condizioni sfavorevoli».Non ci facciamo illusioni sul dibattito, pur animato, per la loro revisione. Sappiamo solo che Draghi dovrebbe dire chiaramente la verità alle famiglie e alle imprese: il fondo per la ripresa, finanziato con le condizioni e le regole della Ue, rischia di non portare sviluppo e benessere all'Italia.
Diego Fusaro (Imagoeconomica)
Il filosofo Diego Fusaro: «Il cibo nutre la pancia ma anche la testa. È in atto una vera e propria guerra contro la nostra identità culinaria».
La filosofia si nutre di pasta e fagioli, meglio se con le cotiche. La filosofia apprezza molto l’ossobuco alla milanese con il ris giald, il riso allo zafferano giallo come l’oro. E i bucatini all’amatriciana? I saltinbocca alla romana? La finocchiona toscana? La filosofia è ghiotta di questa e di quelli. È ghiotta di ogni piatto che ha un passato, una tradizione, un’identità territoriale, una cultura. Lo spiega bene Diego Fusaro, filosofo, docente di storia della filosofia all’Istituto alti studi strategici e politici di Milano, autore del libro La dittatura del sapore: «La filosofia va a nozze con i piatti che si nutrono di cultura e ci aiutano a combattere il dilagante globalismo guidato dalle multinazionali che ci vorrebbero tutti omologati nei gusti, con le stesse abitudini alimentari, con uno stesso piatto unico. Sedersi a tavola in buona compagnia e mangiare i piatti tradizionali del proprio territorio è un atto filosofico, culturale. La filosofia è pensiero e i migliori pensieri nascono a tavola dove si difende ciò che siamo, la nostra identità dalla dittatura del sapore che dopo averci imposto il politicamente corretto vorrebbe imporci il gastronomicamente corretto: larve, insetti, grilli».
Leonardo
Il fondo è pronto a entrare nella divisione aerostrutture della società della difesa. Possibile accordo già dopo l’incontro di settimana prossima tra Meloni e Bin Salman.
La data da segnare con il circoletto rosso nell’agenda finanziaria è quella del 3 dicembre. Quando il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, parteciperà al quarantaseiesimo vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), su espressa richiesta del re del Bahrein, Hamad bin Isa Al Khalifa. Una presenza assolutamente non scontata, perché nella Penisola araba sono solitamente parchi con gli inviti. Negli anni hanno fatto qualche eccezione per l’ex premier britannica Theresa May, l’ex presidente francese François Hollande e l’attuale leader cinese Xi Jinping e poco altro.
Emmanuel Macron (Ansa)
Bruxelles apre una procedura sull’Italia per le banche e tace sull’acciaio transalpino.
L’Europa continua a strizzare l’occhio alla Francia, o meglio, a chiuderlo. Questa volta si tratta della nazionalizzazione di ArcelorMittal France, la controllata transalpina del colosso dell’acciaio indiano. La Camera dei deputati francese ha votato la proposta del partito di estrema sinistra La France Insoumise guidato da Jean-Luc Mélenchon. Il provvedimento è stato approvato con il supporto degli altri partiti di sinistra, mentre Rassemblement National ha ritenuto di astenersi. Manca il voto in Senato dove l’approvazione si preannuncia più difficile, visto che destra e centro sono contrari alla nazionalizzazione e possono contare su un numero maggiore di senatori. All’Assemblée Nationale hanno votato a favore 127 deputati contro 41. Il governo è contrario alla proposta di legge, mentre il leader di La France Insoumise, Mélenchon, su X ha commentato: «Una pagina di storia all’Assemblea nazionale».
Maria Rita Parsi (Imagoeconomica)
La celebre psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi: «È mancata la gradualità nell’allontanamento, invece è necessaria Il loro stile di vita non era così contestabile da determinare quanto accaduto. E c’era tanto amore per i figli».
Maria Rita Parsi, celebre psicologa e psicoterapeuta, è stata tra le prime esperte a prendere la parola sulla vicenda della famiglia del bosco.






