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2025-09-01
Più immigrazione e meno welfare: la triste eredità politica della Merkel
Angela Merkel (Ansa)
Dopo gli equivoci sulla presunta efficienza del «modello tedesco», ecco arrivare la realtà, ovvero le tensioni sullo stato sociale. Nel 2024 il totale della spesa sociale in Germania ha raggiunto 1.300 miliardi di euro (il 31% del Pil). I contributi a carico di lavoratori e imprese per pensioni, sanità, disoccupazione e assistenza sono circa il 42% della retribuzione lorda e saliranno al 45%. I tedeschi versano più del 40% del loro reddito da lavoro in tasse, cifra vicina al massimo storico.
Secondo uno studio Ifo, la spesa per l’assicurazione pensionistica obbligatoria passerà dal 9,4% del Pil del 2019 all’11,1% nel 2050, e l’aliquota contributiva media dal 18,6% al 22%. La spesa per i sussidi federali salirà da 100 a 154 miliardi di euro. Il governo Cdu/Spd intende garantire il livello pensionistico al 48% fino al 2031, sospendendo il «fattore di sostenibilità» della formula, ma questo avrà un costo vicino a 10 miliardi nel 2030.
Gli economisti dell’Ifo suggeriscono di abolire la pensione a 63 anni (possibile con 45 anni di anzianità) e legare l’età pensionabile alla speranza di vita. Il ministro dell’Economia, Katherina Reiche (Cdu), ha indicato l’innalzamento dell’età pensionabile come necessità, ma la Spd ha respinto l’ipotesi. Monika Schnitzer (presidente del Consiglio degli esperti economici) giudica «non a prova di futuro» la previdenza sociale e chiede di evitare nuovo debito non destinato a investimenti. Schnitzer, memore della lezione di Elsa Fornero, afferma che è necessario affrontare il tema dell’età pensionabile e la dinamica delle prestazioni. Curioso che le battaglie per queste politiche vengano spesso intestate a donne.
Il governo propone l’estensione obbligatoria del sistema pensionistico pubblico a ripartizione ai dipendenti pubblici (che hanno una loro cassa finanziata direttamente dallo Stato e non da contributi). Ma l’Associazione dei datori di lavoro (Bda) boccia l’ipotesi, perché comporterebbe risparmi nell’immediato ma maggiori oneri per lo Stato nel lungo termine.
Il governo studia una sorta di «pensione anticipata» per i minori (10 euro/mese dai 6 ai 18 anni su piani azionari, per un costo annuo stimato di 1,5 miliardi di euro), per «alfabetizzare finanziariamente» e integrare le future pensioni. Secondo le ipotesi del governo, la dote iniziale varrebbe circa 2.200 euro a 18 anni e - senza altri versamenti - 65.000 euro dopo 50 anni (nominali, non reali).
Non va meglio sull’immigrazione. La grande manovra di Angela Merkel, l’integrazione in Germania di milioni di rifugiati («Ce la possiamo fare», disse il 31 agosto 2015 la cancelliera) non è riuscita. E pensare che l’allora ad di Daimler, Dieter Zetsche, dichiarò che, sebbene accogliere centinaia di migliaia di rifugiati fosse una sfida, avrebbe potuto anche «gettare le basi per il prossimo miracolo economico tedesco».
Come no. Il Segretario Generale della Cdu, Carsten Linnemann, qualche giorno fa ha detto: «Dal 2015, 6,5 milioni di persone sono arrivate da noi e meno della metà ha un impiego: lo trovo a dir poco insoddisfacente». Per quanto riguarda i rifugiati, si contano circa 1,1 milioni di occupati tra i principali Paesi d’origine dei richiedenti asilo e dall’Ucraina. Però, il tasso di occupazione dei rifugiati degli otto Paesi a maggiore afflusso è 47,6%, contro il 56,8% della popolazione straniera complessiva. Tra i rifugiati ucraini questa percentuale è molto bassa, intorno al 35%. Spesso questi lavoratori sono sotto-inquadrati e con salari inferiori alla media. Intanto l’industria perde posti di lavoro: -114.000 in un anno (giugno su giugno) attestandosi a 5,42 milioni di occupati, con -51.500 nel solo automotive (-7%).
Le casse della sanità pubblica (Gkv) sono in difficoltà. Le riserve a fine 2024 erano pari a circa 2,1 miliardi (sotto la soglia minima legale). Il ministro della Salute, Nina Warken (Cdu), propone di finanziare con le tasse i contributi sanitari dei percettori del reddito di cittadinanza (circa 10 miliardi l’anno). L’economista Wolfgang Greiner invoca le celeberrime riforme strutturali: riforma ospedaliera con eliminazione di duplicazioni, standard di qualità basati su volumi minimi, più assistenza ambulatoriale. Se vi suona familiare è perché noi italiani ci siamo già passati, negli anni dei governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni.
La spesa per il reddito di cittadinanza (Bürgergeld) ha raggiunto i 52 miliardi per il 2025. Quasi metà dei beneficiari nel 2024 non aveva cittadinanza tedesca; ai soli ucraini sono andati 6,3 miliardi. La Ba (Agenzia federale per l’impiego) ha le casse vuote e per il 2026 è previsto un prestito federale di 3,8 miliardi. Il governo valuta risparmi a partire dal 2026, ma Andrea Nahles (Ba) li definisce ardui con disoccupazione vicina ai 3 milioni di persone e una ampia platea di «integratori» (occupati poveri che integrano salario con sussidi).
Il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato che «lo stato sociale così com’è non è più sostenibile» e ha annunciato un autunno di riforme. Detto fatto, una apposita Commissione elaborerà entro fine 2025 proposte su reddito di cittadinanza, assegno per gli alloggi e integrazione per i figli. La Cdu, tramite il segretario generale Linnemann, chiede un «cambio di paradigma» e ribadisce il suo no ad aumenti di tasse. La Spd del vicecancelliere e ministro delle Finanze Lars Klingbeil insiste sul maggiore contributo di redditi e patrimoni elevati, aumentando le tasse sui redditi maggiori e l’imposta di successione. Ricette che, già sappiamo, non faranno che peggiorare la situazione. Alla Spd non piace l’idea dei piani pensionistici azionari per i minorenni e il sindacato Ig Metall bolla l’idea come «pericolosa».
La Csu di Markus Söder propone l’abolizione del reddito di cittadinanza, tagli ai sussidi green, risparmi su immigrazione e riduzione dei sussidi all’alloggio, e chiede tagli fiscali per Pmi. All’interno della Cdu cresce l’insofferenza verso il governo. C’è chi chiede «meno annunci e più risultati» e c’è la pressione a consegnare in fretta le riforme su pensioni, assistenza sanitaria, reddito di cittadinanza evitando però una crisi di coalizione.
Insomma, la Germania non si sente molto bene. L’ondata migratoria del 2015 si è rivelata un boomerang: dopo dieci anni, molti rifugiati restano senza lavoro o in lavori a bassa qualifica, mentre è aumentata l’incidenza degli stranieri tra i beneficiari del reddito di cittadinanza. L’ingresso di immigrati sostiene l’occupazione totale, ma si concentra su segmenti a bassa retribuzione, aumentando la pressione al ribasso sui salari e rafforzando la richiesta di salario minimo e sussidi integrativi.
La coalizione Cdu/Csu e Spd è divisa su strumenti, tempi e finanziamenti delle riforme. Nella Cdu crescono pressioni interne su Merz per risultati rapidi, mentre proposte come l’innalzamento dell’età pensionabile alimentano tensioni.
Insomma, la situazione è vicina ad esplodere, dato il paradigma tedesco. Sembra un film già visto e in effetti lo è: qui in Italia sappiamo perfettamente come finirà.
Immobiliare a picco: le aziende falliscono e i prezzi aumentano
Il mercato immobiliare tedesco zoppica da parecchio, ma ora una ripresa dei prezzi può diventare l’inizio di una nuova crisi. Qualche numero. Nel secondo trimestre il Verband Deutscher Pfandbriefbanken (Vdp, Associazione delle banche di credito immobiliare) registra in Germania un +3,9% dei prezzi su base annua (+1,0% sul trimestre). Il traino è il settore residenziale (+4,1%), con gli immobili plurifamiliari a +5,6%. Nelle sette maggiori città i canoni di affitto dei nuovi contratti crescono invece del +4,3%. Eppure, i rendimenti da locazione - il guadagno annuo atteso rapportato al prezzo - calano dell’1,9% (Top-7 -1,6%). Perché? Perché il prezzo d’acquisto cresce più dei canoni: il rapporto prezzo/canone si allarga e ciò che rientra ogni anno si assottiglia. Con tassi che non sono più a zero, il portafoglio soffre.
Il quadro a livello locale lo conferma. A Francoforte e Colonia i valori d’acquisto sono oltre il +5% rispetto al 2024, ma il rendimento scivola. Il vecchio rapporto di valore tra prezzo e canone (l’uno 20-25 volte l’altro) è sempre meno frequente. Gli investitori possono contare sulla rivalutazione futura, ma nel frattempo il flusso di cassa è più magro, nonostante canoni in rialzo. I proprietari provano a raddrizzare i conti alzando gli affitti, spinti anche da costi cresciuti: tra marzo 2020 e marzo 2025 i prezzi al consumo sono saliti di circa il 21%, i costi di costruzione fino a +25%. In Assia, nello stesso periodo, i canoni sono aumentati di appena il 10%. Quando la forbice resta aperta, la tentazione è scaricare la pressione sugli inquilini.
Mentre i canoni corrono, ma non abbastanza, l’offerta latita. Sul fronte dei permessi si intravede una ripresa (+7,9% a giugno), ma da basi assai depresse. I completamenti delle costruzioni previsti per il 2025 difficilmente supereranno le 200.000 unità, contro un fabbisogno strutturale ben oltre le 300.000. La filiera è zavorrata da quattro freni: materiali più cari, finanziamenti meno generosi, burocrazia che allunga tempi e costi, carenza di manodopera qualificata. La costruzione in serie viene spesso utilizzata per ridurre i costi, ma le banche hanno stretto i cordoni della borsa e i materiali costano di più. Risultato: la richiesta di case sale, ma le case non si costruiscono, hanno tempi di consegna lontani, e i prezzi salgono.
Sul versante finanziario, il termometro da guardare è l’insolvenza delle aziende del settore. Il tribunale di Amburgo ha aperto le procedure fallimentari per otto società del perimetro Magna Real Estate, un nome notissimo in Germania. Poco dopo, la corte di Francoforte ha dato il via all’insolvenza di Benchmark, developer attivo tra uffici, hotel e residenziale. Nel mezzo, il 5 agosto, a Wiesbaden è stato aperto il fallimento del fondo Wohnimmobilien Deutschland 2, con perdite pesanti in vista per gli investitori.
Il segnale più rumoroso è quello del Trianon. No, niente a che fare con la reggia di Versailles, si tratta del grattacielo di 186 metri nel cuore di Francoforte. Messo in vendita nell’ambito di una procedura d’insolvenza del proprietario, con un fardello debitorio nell’ordine dei 370 milioni di euro e valutazioni di qualche anno fa ben più alte delle attuali, è diventato il test pubblico del nuovo prezzo per gli uffici di alta gamma. Se un’icona del potere finanziario tedesco nella città sede della Bce deve arrendersi al ribasso, possiamo solo immaginare la sorte degli immobili meno centrali e nelle città più periferiche.
La legge sulla limitazione degli affitti (Mietpreisbremse) e la sorveglianza comunale sugli annunci frenano gli eccessi, ma i problemi restano. La città di Francoforte, per esempio, ha spinto la sua società immobiliare pubblica a limitare gli aumenti all’1% annuo fino al 2030. La misura è socialmente popolare, ma richiede denaro pubblico per pagare le manutenzioni e avviare nuovi cantieri. Mancando le case, cioè, l’intervento pubblico può solo redistribuire i costi nel tempo e tra soggetti diversi.
Dunque, i fallimenti immobiliari sono in aumento, a segnalare che il ciclo di credito facile è finito. I prezzi delle case salgono, ma i rendimenti scendono perché il rapporto prezzo/canone si dilata e il costo del denaro si mangia il resto. Proprio mentre servirebbero più case, il settore delle costruzioni è in crisi, per via delle poche autorizzazioni, dei costi alti, del credito più prudente e la mancanza di mano d’opera qualificata (legata a un ciclo di deflazione salariale lungo 20 anni).
Questa combinazione sta diventando esplosiva. Di quanto dovranno salire i prezzi per recuperare i costi di costruzione delle nuove case? Con una domanda di case in crescita, il mercato è bloccato da un’offerta insufficiente e non sembra che il governo di Friedrich Merz abbia idea di che cosa fare.
Non siamo nel 2008, ma il rischio è evidente: qualcuno tra banche, fondi e proprietari dovrà rinunciare a qualcosa. Se non si sblocca l’offerta di case, la Germania si troverà coinvolta in una scrollata epocale.
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Il governo Merz deve fare i conti con la crescita della spesa previdenziale, la crisi dell’occupazione, la sanità al verde e l’integrazione fallita degli stranieri accolti. L’Spd vuole alzare la tasse, Cdu e Csu chiedono tagli.L’offerta di case scarseggia, frenata da burocrazia e balzo dei costi. I canoni di affitto salgono, i rendimenti scendono.Lo speciale contiene due articoliDopo gli equivoci sulla presunta efficienza del «modello tedesco», ecco arrivare la realtà, ovvero le tensioni sullo stato sociale. Nel 2024 il totale della spesa sociale in Germania ha raggiunto 1.300 miliardi di euro (il 31% del Pil). I contributi a carico di lavoratori e imprese per pensioni, sanità, disoccupazione e assistenza sono circa il 42% della retribuzione lorda e saliranno al 45%. I tedeschi versano più del 40% del loro reddito da lavoro in tasse, cifra vicina al massimo storico.Secondo uno studio Ifo, la spesa per l’assicurazione pensionistica obbligatoria passerà dal 9,4% del Pil del 2019 all’11,1% nel 2050, e l’aliquota contributiva media dal 18,6% al 22%. La spesa per i sussidi federali salirà da 100 a 154 miliardi di euro. Il governo Cdu/Spd intende garantire il livello pensionistico al 48% fino al 2031, sospendendo il «fattore di sostenibilità» della formula, ma questo avrà un costo vicino a 10 miliardi nel 2030.Gli economisti dell’Ifo suggeriscono di abolire la pensione a 63 anni (possibile con 45 anni di anzianità) e legare l’età pensionabile alla speranza di vita. Il ministro dell’Economia, Katherina Reiche (Cdu), ha indicato l’innalzamento dell’età pensionabile come necessità, ma la Spd ha respinto l’ipotesi. Monika Schnitzer (presidente del Consiglio degli esperti economici) giudica «non a prova di futuro» la previdenza sociale e chiede di evitare nuovo debito non destinato a investimenti. Schnitzer, memore della lezione di Elsa Fornero, afferma che è necessario affrontare il tema dell’età pensionabile e la dinamica delle prestazioni. Curioso che le battaglie per queste politiche vengano spesso intestate a donne.Il governo propone l’estensione obbligatoria del sistema pensionistico pubblico a ripartizione ai dipendenti pubblici (che hanno una loro cassa finanziata direttamente dallo Stato e non da contributi). Ma l’Associazione dei datori di lavoro (Bda) boccia l’ipotesi, perché comporterebbe risparmi nell’immediato ma maggiori oneri per lo Stato nel lungo termine.Il governo studia una sorta di «pensione anticipata» per i minori (10 euro/mese dai 6 ai 18 anni su piani azionari, per un costo annuo stimato di 1,5 miliardi di euro), per «alfabetizzare finanziariamente» e integrare le future pensioni. Secondo le ipotesi del governo, la dote iniziale varrebbe circa 2.200 euro a 18 anni e - senza altri versamenti - 65.000 euro dopo 50 anni (nominali, non reali).Non va meglio sull’immigrazione. La grande manovra di Angela Merkel, l’integrazione in Germania di milioni di rifugiati («Ce la possiamo fare», disse il 31 agosto 2015 la cancelliera) non è riuscita. E pensare che l’allora ad di Daimler, Dieter Zetsche, dichiarò che, sebbene accogliere centinaia di migliaia di rifugiati fosse una sfida, avrebbe potuto anche «gettare le basi per il prossimo miracolo economico tedesco». Come no. Il Segretario Generale della Cdu, Carsten Linnemann, qualche giorno fa ha detto: «Dal 2015, 6,5 milioni di persone sono arrivate da noi e meno della metà ha un impiego: lo trovo a dir poco insoddisfacente». Per quanto riguarda i rifugiati, si contano circa 1,1 milioni di occupati tra i principali Paesi d’origine dei richiedenti asilo e dall’Ucraina. Però, il tasso di occupazione dei rifugiati degli otto Paesi a maggiore afflusso è 47,6%, contro il 56,8% della popolazione straniera complessiva. Tra i rifugiati ucraini questa percentuale è molto bassa, intorno al 35%. Spesso questi lavoratori sono sotto-inquadrati e con salari inferiori alla media. Intanto l’industria perde posti di lavoro: -114.000 in un anno (giugno su giugno) attestandosi a 5,42 milioni di occupati, con -51.500 nel solo automotive (-7%).Le casse della sanità pubblica (Gkv) sono in difficoltà. Le riserve a fine 2024 erano pari a circa 2,1 miliardi (sotto la soglia minima legale). Il ministro della Salute, Nina Warken (Cdu), propone di finanziare con le tasse i contributi sanitari dei percettori del reddito di cittadinanza (circa 10 miliardi l’anno). L’economista Wolfgang Greiner invoca le celeberrime riforme strutturali: riforma ospedaliera con eliminazione di duplicazioni, standard di qualità basati su volumi minimi, più assistenza ambulatoriale. Se vi suona familiare è perché noi italiani ci siamo già passati, negli anni dei governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni.La spesa per il reddito di cittadinanza (Bürgergeld) ha raggiunto i 52 miliardi per il 2025. Quasi metà dei beneficiari nel 2024 non aveva cittadinanza tedesca; ai soli ucraini sono andati 6,3 miliardi. La Ba (Agenzia federale per l’impiego) ha le casse vuote e per il 2026 è previsto un prestito federale di 3,8 miliardi. Il governo valuta risparmi a partire dal 2026, ma Andrea Nahles (Ba) li definisce ardui con disoccupazione vicina ai 3 milioni di persone e una ampia platea di «integratori» (occupati poveri che integrano salario con sussidi). Il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato che «lo stato sociale così com’è non è più sostenibile» e ha annunciato un autunno di riforme. Detto fatto, una apposita Commissione elaborerà entro fine 2025 proposte su reddito di cittadinanza, assegno per gli alloggi e integrazione per i figli. La Cdu, tramite il segretario generale Linnemann, chiede un «cambio di paradigma» e ribadisce il suo no ad aumenti di tasse. La Spd del vicecancelliere e ministro delle Finanze Lars Klingbeil insiste sul maggiore contributo di redditi e patrimoni elevati, aumentando le tasse sui redditi maggiori e l’imposta di successione. Ricette che, già sappiamo, non faranno che peggiorare la situazione. Alla Spd non piace l’idea dei piani pensionistici azionari per i minorenni e il sindacato Ig Metall bolla l’idea come «pericolosa».La Csu di Markus Söder propone l’abolizione del reddito di cittadinanza, tagli ai sussidi green, risparmi su immigrazione e riduzione dei sussidi all’alloggio, e chiede tagli fiscali per Pmi. All’interno della Cdu cresce l’insofferenza verso il governo. C’è chi chiede «meno annunci e più risultati» e c’è la pressione a consegnare in fretta le riforme su pensioni, assistenza sanitaria, reddito di cittadinanza evitando però una crisi di coalizione.Insomma, la Germania non si sente molto bene. L’ondata migratoria del 2015 si è rivelata un boomerang: dopo dieci anni, molti rifugiati restano senza lavoro o in lavori a bassa qualifica, mentre è aumentata l’incidenza degli stranieri tra i beneficiari del reddito di cittadinanza. L’ingresso di immigrati sostiene l’occupazione totale, ma si concentra su segmenti a bassa retribuzione, aumentando la pressione al ribasso sui salari e rafforzando la richiesta di salario minimo e sussidi integrativi.La coalizione Cdu/Csu e Spd è divisa su strumenti, tempi e finanziamenti delle riforme. Nella Cdu crescono pressioni interne su Merz per risultati rapidi, mentre proposte come l’innalzamento dell’età pensionabile alimentano tensioni.Insomma, la situazione è vicina ad esplodere, dato il paradigma tedesco. Sembra un film già visto e in effetti lo è: qui in Italia sappiamo perfettamente come finirà.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piu-immigrazione-e-meno-welfare-la-triste-eredita-politica-della-merkel-2673943666.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="immobiliare-a-picco-le-aziende-falliscono-e-i-prezzi-aumentano" data-post-id="2673943666" data-published-at="1756627989" data-use-pagination="False"> Immobiliare a picco: le aziende falliscono e i prezzi aumentano Il mercato immobiliare tedesco zoppica da parecchio, ma ora una ripresa dei prezzi può diventare l’inizio di una nuova crisi. Qualche numero. Nel secondo trimestre il Verband Deutscher Pfandbriefbanken (Vdp, Associazione delle banche di credito immobiliare) registra in Germania un +3,9% dei prezzi su base annua (+1,0% sul trimestre). Il traino è il settore residenziale (+4,1%), con gli immobili plurifamiliari a +5,6%. Nelle sette maggiori città i canoni di affitto dei nuovi contratti crescono invece del +4,3%. Eppure, i rendimenti da locazione - il guadagno annuo atteso rapportato al prezzo - calano dell’1,9% (Top-7 -1,6%). Perché? Perché il prezzo d’acquisto cresce più dei canoni: il rapporto prezzo/canone si allarga e ciò che rientra ogni anno si assottiglia. Con tassi che non sono più a zero, il portafoglio soffre.Il quadro a livello locale lo conferma. A Francoforte e Colonia i valori d’acquisto sono oltre il +5% rispetto al 2024, ma il rendimento scivola. Il vecchio rapporto di valore tra prezzo e canone (l’uno 20-25 volte l’altro) è sempre meno frequente. Gli investitori possono contare sulla rivalutazione futura, ma nel frattempo il flusso di cassa è più magro, nonostante canoni in rialzo. I proprietari provano a raddrizzare i conti alzando gli affitti, spinti anche da costi cresciuti: tra marzo 2020 e marzo 2025 i prezzi al consumo sono saliti di circa il 21%, i costi di costruzione fino a +25%. In Assia, nello stesso periodo, i canoni sono aumentati di appena il 10%. Quando la forbice resta aperta, la tentazione è scaricare la pressione sugli inquilini.Mentre i canoni corrono, ma non abbastanza, l’offerta latita. Sul fronte dei permessi si intravede una ripresa (+7,9% a giugno), ma da basi assai depresse. I completamenti delle costruzioni previsti per il 2025 difficilmente supereranno le 200.000 unità, contro un fabbisogno strutturale ben oltre le 300.000. La filiera è zavorrata da quattro freni: materiali più cari, finanziamenti meno generosi, burocrazia che allunga tempi e costi, carenza di manodopera qualificata. La costruzione in serie viene spesso utilizzata per ridurre i costi, ma le banche hanno stretto i cordoni della borsa e i materiali costano di più. Risultato: la richiesta di case sale, ma le case non si costruiscono, hanno tempi di consegna lontani, e i prezzi salgono.Sul versante finanziario, il termometro da guardare è l’insolvenza delle aziende del settore. Il tribunale di Amburgo ha aperto le procedure fallimentari per otto società del perimetro Magna Real Estate, un nome notissimo in Germania. Poco dopo, la corte di Francoforte ha dato il via all’insolvenza di Benchmark, developer attivo tra uffici, hotel e residenziale. Nel mezzo, il 5 agosto, a Wiesbaden è stato aperto il fallimento del fondo Wohnimmobilien Deutschland 2, con perdite pesanti in vista per gli investitori.Il segnale più rumoroso è quello del Trianon. No, niente a che fare con la reggia di Versailles, si tratta del grattacielo di 186 metri nel cuore di Francoforte. Messo in vendita nell’ambito di una procedura d’insolvenza del proprietario, con un fardello debitorio nell’ordine dei 370 milioni di euro e valutazioni di qualche anno fa ben più alte delle attuali, è diventato il test pubblico del nuovo prezzo per gli uffici di alta gamma. Se un’icona del potere finanziario tedesco nella città sede della Bce deve arrendersi al ribasso, possiamo solo immaginare la sorte degli immobili meno centrali e nelle città più periferiche.La legge sulla limitazione degli affitti (Mietpreisbremse) e la sorveglianza comunale sugli annunci frenano gli eccessi, ma i problemi restano. La città di Francoforte, per esempio, ha spinto la sua società immobiliare pubblica a limitare gli aumenti all’1% annuo fino al 2030. La misura è socialmente popolare, ma richiede denaro pubblico per pagare le manutenzioni e avviare nuovi cantieri. Mancando le case, cioè, l’intervento pubblico può solo redistribuire i costi nel tempo e tra soggetti diversi.Dunque, i fallimenti immobiliari sono in aumento, a segnalare che il ciclo di credito facile è finito. I prezzi delle case salgono, ma i rendimenti scendono perché il rapporto prezzo/canone si dilata e il costo del denaro si mangia il resto. Proprio mentre servirebbero più case, il settore delle costruzioni è in crisi, per via delle poche autorizzazioni, dei costi alti, del credito più prudente e la mancanza di mano d’opera qualificata (legata a un ciclo di deflazione salariale lungo 20 anni).Questa combinazione sta diventando esplosiva. Di quanto dovranno salire i prezzi per recuperare i costi di costruzione delle nuove case? Con una domanda di case in crescita, il mercato è bloccato da un’offerta insufficiente e non sembra che il governo di Friedrich Merz abbia idea di che cosa fare.Non siamo nel 2008, ma il rischio è evidente: qualcuno tra banche, fondi e proprietari dovrà rinunciare a qualcosa. Se non si sblocca l’offerta di case, la Germania si troverà coinvolta in una scrollata epocale.
Getty Images
Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, la Nazionale sperimentale di Silvio Baldini riparte da una vittoria. A Lussemburgo decide un colpo di testa di Pio Esposito. In campo tanti esordienti e qualche segnale incoraggiante per il futuro.
Rialzarsi dopo una caduta non è mai semplice. Specialmente se la ferita è ancora aperta e continua a bruciare. Dopo la terza mancata qualificazione ai Mondiali, l’Italia riparte dal Lussemburgo e lo fa vincendo 1-0 con un gol di Pio Esposito e con una ventata d’aria fresca portata da un gruppo composto quasi esclusivamente da debuttanti. Il ct Silvio Baldini ha scelto di dare fiducia ai «suoi» ragazzi dell’Under 21, puntando su un undici titolare in cui a parte il capitano Donnarumma, Pio Esposito e Pisilli, tutti gli altri erano all’esordio con la maglia della Nazionale maggiore. Una scelta che qualcuno ha definito simbolica e di impatto, ma che lo stesso ct rivendica come necessaria per riportare purezza in un ambiente che negli ultimi anni ha vissuto di forti pressioni.
L'impatto con la partita è stato quello che ci si poteva aspettare da una squadra costruita in pochi giorni e composta quasi interamente da esordienti. L'Italia ha tenuto il pallone fin dalle prime battute, cercando di prendere il controllo del gioco senza però riuscire a trovare subito ritmo e precisione negli ultimi metri. I segnali più incoraggianti sono arrivati dalla corsia sinistra, dove Koleosho si è rivelato il più vivace degli attaccanti azzurri, e da Lipani, ordinato nella gestione del possesso e spesso al centro della manovra. Le occasioni del primo tempo sono nate soprattutto attorno a Pio Esposito. L'attaccante dell'Inter ha prima sfiorato un gol di tacco su assist di Lipani e poi ha provato a sorprendere Moris con una spettacolare rovesciata, senza fortuna. L'Italia ha continuato a spingere, creando anche una buona opportunità con Pisilli e un'altra nel finale ancora con Koleosho, ma senza riuscire a sbloccare il risultato. Dall'altra parte il Lussemburgo si è visto soltanto a sprazzi, senza però impensierire seriamente Donnarumma. La partita si è decisa a inizio ripresa. Al 49' Pisilli ha disegnato dalla bandierina un pallone perfetto sul primo palo e Pio Esposito lo ha trasformato nell'1-0 con un colpo di testa preciso e potente. Un gol meritato per l'attaccante, tra i più propositivi per tutta la serata, e una liberazione per un'Italia che fino a quel momento aveva raccolto meno di quanto prodotto. Pochi minuti dopo gli azzurri hanno avuto l'occasione per chiudere definitivamente il discorso. Pisilli si è trovato davanti alla porta dopo una bella azione corale, ma il suo destro è terminato sul palo. Nel finale Baldini ha continuato a distribuire debutti e minuti ai giovani della sua rosa. Sono entrati Fortini, Fini, Camarda, Dagasso, Mane, Ahanor e Samuele Inacio.
Il risultato finale conta relativamente, anche perché il valore dell'avversario impone prudenza nei giudizi. Tuttavia, dopo settimane segnate da polemiche, processi e delusione per il fallimento della qualificazione mondiale, l'Italia aveva soprattutto bisogno di ripartire, in vista delle elezioni federali del 22 giugno dalle quali dipenderà poi anche il futuro della panchina azzurra e lo ha fatto con una vittoria, con un gruppo di ragazzi che ha mostrato entusiasmo e disponibilità al sacrificio e con qualche indicazione interessante su cui costruire il futuro. Elementi di questi tempi nemmeno così scontati.
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Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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