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2024-04-07
«Il Pd mise l’uomo delle ’ndrine a fare i controlli sugli appalti»
La foto di gruppo dei componenti dell’Orecol della Regione Piemonte, con Roberto Fantini all’estrema sinistra. Nel riquadro, Salvatore Gallo, storico esponente del Pd piemontese, indagato dalla Procura di Torino
Appalti e voti. Voti e appalti. La ’ndrangheta lavora così. Al Sud come al Nord. Dove le ’ndrine, le famiglie della «mala» calabrese infiltrate, hanno creato le loro articolazioni territoriali che, proprio come in Calabria, si chiamano «Locali». A Brandizzo, a Volpiano, a Chivasso, a Santhià. Tra Torino e Vercelli comandavano loro. Grazie anche a una strettissima relazione con il Partito democratico, che aveva scelto Roberto Fantini (finito ai domiciliari con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa) come componente dell’Orecol, un osservatorio di emanazione del Consiglio regionale piemontese che avrebbe dovuto garantire legalità e trasparenza negli appalti sulle opere pubbliche piemontesi. Praticamente, la volpe messa a guardia del pollaio. Arrivato lì, secondo l’accusa, su indicazione di Raffaele Gallo, consigliere regionale dem e figlio di Salvatore Gallo, esponente storico del Pd (il partito di Elly Schlein viene citato 18 volte nell’ordinanza) e socialista ai tempi di Bettino Craxi, che tramite un sistema corruttivo sarebbe riuscito a far eleggere tre fedelissimi nelle file dei democratici in Consiglio comunale a Torino.
Uno dei protagonisti della connection piemontese è Giuseppe Pasqua da San Luca, località dell’Aspromonte che da anni si contendono due potentissimi clan in guerra tra loro, i Nirta e gli Strangio, passati alla storia per la mattanza di Duisburg. Stando alle accuse sarebbe affiliato alla ’ndrangheta «quantomeno dal 1994», scrivono gli inquirenti che l’altro giorno hanno chiesto e ottenuto nove misure cautelari (cinque in carcere e quattro ai domiciliari), portando alla luce gli intrecci tra mafia e politica. La caratura criminale di Pasqua emerge anche dalle modalità con cui si rivolgeva ai suoi collaboratori, ad esempio, per risolvere una questione relativa alle ore lavorate da un dipendente: «Tu comunque tieni la calma... non mi fare arrivare lì che vi devo sparare in testa a tutti quanti [...] tieni la calma tu non mi fate andare fuori di testa». Lo snodo, secondo l’accusa, sarebbe proprio Fantini, che oltre a fare il garante della legalità è stato (fino al 2021) l’amministratore delegato di una importante impresa: la Sitalfa spa, che fa parte fa parte del gruppo Sitaf, la società che gestisce la A32 Torino Bardonecchia.
Fantini, manager di lungo corso nel settore delle costruzioni stradali, è finito agli arresti domiciliari proprio per il suo precedente ruolo ai vertici della Sitalfa. I Pasqua, che secondo l’accusa hanno pure in mano un colosso economico, avrebbero ottenuto «un trattamento di favore nell’assegnazione di lavori, sovrafatturando le prestazioni rese a Sitalfa e», ricostruisce l’accusa, «restituendo poi parte degli introiti a Fantini». Che avrebbe curato, però, anche l’inserimento di società di trasporto riconducibili ad appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, alcuni dei quali anche condannati per reati mafiosi, nei lavori di movimento terra affidati dalle società committenti. I rapporti tra i Pasqua e Fantini erano talmente stretti che quest’ultimo si è spinto fino a indicare a un dipendente della Sitalfa di rivolgersi a Domenico Claudio Pasqua per chiedere il suo intervento riguardo al furto di un camion di proprietà della Sitalfa. Il 14 marzo 2015 Vincenzo Colosimo, responsabile acquisti della società, informa Pasqua che «la notte precedente la Sitalfa aveva subito il furto di un autocarro quattro assi e Fantini lo aveva incaricato di avvisarlo, asseritamente allo scopo di acquisire informazioni utili al recupero del mezzo: “Questa notte ci hanno rubato un camion... e visto che voi siete del mestiere cioè che comprate camion... che fate trasporti... se senti in giro qualcosa...”». Domenico Pasqua, annotano gli inquirenti, «assicurava il suo interessamento». Ed ecco le valutazioni degli inquirenti: «Il dipendente di una società importante come Sitalfa, su indicazione dell’amministratore pro tempore Fantini, si premuri di contattare Pasqua per “denunciare” (allo stesso Pasqua, forse ancora prima che ai carabinieri, considerata l’ora mattutina della telefonata) il furto di un camion, “visto che voi siete del mestiere... che comprate camion”, rimanda a ben altro “mestiere” dei Pasqua, soggetti inseriti nella malavita locale e in grado di reperire il bene provento di furto in modo più agevole e rapido delle forze dell’ordine». Ma i Pasqua, stando alle accuse, potevano contare sulla Sitalfa anche nel suo ruolo di società insospettabile, da trasformare in un covo nel quale far assumere persone a loro vicine.
Il 28 maggio 2015, infatti, Giuseppe Pasqua ricorda a tale Massimo Franciulli «di essere in attesa che quest’ultimo gli consegnasse il curriculum di suo fratello Francesco da consegnare a Fantini». Pasqua dice al suo interlocutore: «Mi fai fare il curricolo lì... di tuo fratello Francesco? Me lo fai e me lo consegni a me, però, eh!». I Pasqua insomma fanno da spicciafaccende, curando anche l’inserimento di società di trasporto riconducibili ad appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, alcuni dei quali anche condannati per reati mafiosi, nei lavori di movimento terra affidati dalle società committenti. Stando agli inquirenti, Pasqua si sarebbe mosso come una sorta di capobastone, «esercitando il controllo del territorio, fornendo protezione a imprenditori vittime di condotte estorsive da parte di soggetti appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, ottenendo in cambio vantaggi patrimoniali e commesse lavorative». Ma anche «dirimendo contrasti insorti tra appartenenti alla ’ndrangheta e tra questi e terze persone». Poi, per far sentire la sua forza, ha cercato di imporre il suo «niet» alla realizzazione del Piano migranti a Brandizzo, «con pressioni sugli imprenditori proprietari degli immobili destinati al progetto». «Finché ci sono io non viene proprio nessuno», dice bocciando il piano d’accoglienza. E racconta cosa avrebbe detto, senza giri di parole, al proprietario di alcuni immobili che avrebbe voluto mettere a disposizione per l’accoglienza: «Se vuoi combinare... di mandarci ’sti extracomunitari, mandali pure, vuol dire che qualche calabrese, qualche meridionale come te, come me, perché lui è pugliese, si salta in testa di darti fuoco, perdi porco e conto». E quando i suggerimenti non bastavano, si passava ai fatti. Ne sa qualcosa l’ex consigliere comunale ed ex assessore di Brandizzo Angelo Bevere, che dopo un articolo di giornale sgradito ai Pasqua si è beccato un pugno in pieno volto, dopo aver schivato una testata mentre l’aggressore, fratello di Giuseppe Pasqua, gli urlava contro «Cornuto, sbirro, ti ammazzo».
Peggio che in Puglia: il «suk» dei voti. E c’è il lobbista caro a Letta e Fassino
La conclamata e presunta superiorità morale della sinistra se ne deve essere andata insieme con Enrico Berlinguer quarant’anni or sono. Infatti la Procura di Torino ha scoperchiato un sistema di voto clientelare che ruota intorno a un anziano ras delle tessere del Pd che già negli anni ’80, ai tempi del craxismo rampante, aveva avuto i primi problemi con la giustizia. Oggi Salvatore Gallo, quasi ottantatreenne originario di Cassano all’Ionio (Cosenza), è indagato per peculato, estorsione e corruzione elettorale, anche se il gip Luca Fidelio non ha accolto la richiesta di arresto avanzata dai pm. Già da presidente della Usl di Orbassano, nel 1986, aveva assaggiato il «braccio violento della legge» ed era stato arrestato con le accuse di concussione, falso ideologico, interesse privato e truffa e nel 1993 ha patteggiato una pena a 1 anno e 6 mesi. Benvenuti al circo della superiorità morale dove si esibisce anche Roberto Fantini, messo in quota Pd a controllare la legalità degli appalti e arrestato venerdì per concorso esterno in associazione mafiosa.
Nella monumentale ordinanza di 1.400 pagine che ha portato alla custodia cautelare di nove persone (su 29 indagati) emerge un oliatissimo sistema che sfrutta le conoscenze all’interno del Comune di Torino, della Regione Piemonte, delle società autostradali (Gallo senior è stato, fino al 2015, procuratore speciale della Sitaf, che gestisce il traforo del Frejus, e presidente della controllata Sitalfa, di cui il fido Roberto Fantini, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa è stato ad), delle Asl e della Sanità in genere come passepartout per ottenere voti. Il secondo genito di Salvatore, Raffaele Gallo, 45 anni, non indagato, è capogruppo del Pd in Regione, oltre a essere componente della Segreteria provinciale e della Direzione nazionale del partito; il primogenito Stefano, 47 anni, anche lui estraneo all’inchiesta, è direttore tecnico amministrativo della Città della salute e della scienza di Torino. La filosofia di papà Gallo è ben riassunta in una sua conversazione con il vicedirettore generale del Comune, Antonino Calvano, che «Sasà» voleva assessore. Il piddino indagato spinge per accelerare le pratiche urbanistiche di alcuni potenziali elettori ed esclama: «Vediamo di vincere il Comune che poi queste cose si risolvono anche con più facilità».
Salvatore, da figlio della Prima Repubblica, si muove nella jungla delle preferenze elettorali con grande disinvoltura. Il centro di gravità del suo potere è l’associazione IdeaTo, da lui fondata nel 2008 (praticamente l’anno di nascita del Pd, di cui rappresenta, di fatto, una potente corrente), che conta iscritti sia tra gli eletti che tra i dirigenti della pubblica amministrazione. Le amministrative del 3-4 ottobre 2021 sono una prova di forza di IdeaTo. «Quel cazzo di Gallo li ha nominati tutti» esclama al telefono Roberto Fantini, dopo la tornata elettorale. E, in effetti, IdeaTo, ha portato in Consiglio comunale Antonio Ledda (988 voti), Caterina Greco (857 voti) e Annamaria Borasi (798 voti), oltre a cinque consiglieri circoscrizionali. Per il giudice il favorevole esito delle votazioni «veniva considerato» da Gallo «quale viatico per acquisire maggiore potere e orientare con ancora maggiore facilità le scelte della pubblica amministrazione». Ma poi le cose non vanno come sperato. Il neosindaco Stefano Lo Russo (che non è coinvolto nelle indagini) non chiama in giunta nessuno del gruppo IdeaTo: preferisce «persone competenti sulle materie specifiche». E allora Gallo punta su altre nomine pesanti, per esempio in società partecipate (come l’azienda dei traposti Gtt) o a Palazzo civico (gli investigatori evidenziano la promozione di Calvano). Nelle more delle trattative spunta il nome di un importante lobbista, molto attivo a Roma, dove riceve all’hotel St. Regis. Un personaggio meno noto di Luigi Bisignani, ma considerato altrettanto influente.
Stiamo parlando di Ignazio Moncada, settantacinquenne originario di Modica, già vicepresidente di una società del gruppo Sitaf e presidente di una controllata di Finmeccanica, consulente e amministratore di un consorzio impegnato nel settore dell’edilizia in Piemonte, rappresentante legale di una società di diritto anglosassone, la Ida Capital e, con Franco Frattini ministro degli Esteri del governo Berlusconi, già membro del comitato strategico del governo italiano per lo sviluppo e la protezione degli interessi nazionali in economia.
Al telefono, Gallo fa sapere a un dirigente della Sitaf, Salvatore Sergi, di avere bisogno di riferirgli (dopo non essere riuscito a contattarlo con l’applicazione criptata Signal) «informazioni acquisite nel corso dei suoi incontri con Roberto Fantini e Ignazio Moncada». In un’altra conversazione al figlio Raffaele, che dichiara di «non avere strumenti sufficienti per contrastare le scelte del sindaco», ricorda che «nel 2011 anche l’ex sindaco Fassino (Piero, ndr) aveva fatto delle resistenze per la nomina» del fratello Stefano «ad assessore allo sport e ai servizi anagrafici, nonostante avesse raccolto il maggior numero di preferenze tra gli eletti del Pd» e che «per farlo tornare sui suoi passi era stato necessario far intervenire Moncada». Aggiunge che pure «in questa circostanza Moncada avrebbe potuto chiedere l’intervento del segretario nazionale del Partito democratico Enrico Letta per fare pressioni su Lo Russo» ed esaudire i desiderata di Raffaele. Rammenta Gallo a proposito di Moncada: «Davanti a me ha preso il telefono… dovevi vedere come lo ha trattato (riferito a Fassino, ndr)… ma guarda che se abbiamo l'acqua alla gola a Ignazio, a Roma, dico “fai una telefonata a Letta”» in modo che «dica al suo "delfino" che si comporti come uomo». Poi l’ex socialista chiede al figlio: «Gli facciamo fare anche una telefonata da Letta, eh? A Ignazio, glielo dico, eh?». Il consigliere regionale invita il padre a temporeggiare, ma in un’altra telefonata Salvatore «afferma di aver già chiesto l’intervento di Piero (Fassino, ndr)» e incita l’interlocutore a fare pressione su Lo Russo.
Il Gip dedica più passaggi al Sistema Gallo. Per esempio scrive che l’indagato «interpreta il tema delle relazioni interpersonali, con una chiave di lettura costante, ovvero la convenienza e il do ut des: non fa mai nulla per nulla». Si attiva «sempre con l’aspettativa di un ritorno» a partire dall’«iscrizione alla propria associazione culturale e l’impegno ad attivarsi in campagna elettorale per sostenere i suoi candidati». Gallo non è, dunque, un «benefattore», né è «animato da autentico spirito solidaristico», è solo «interessato ad avere una vasta cerchia di persone fidelizzate». Per questo è un «dispensatore dei più svariati “favori”». Si preoccupa di far spostare i cassonetti dell’immondizia, di far ripristinare una fermata dell’autobus davanti a un ambulatorio frequentato da anziani, di far ottenere una concessione per una tabaccheria, di far pagare una fattura dall’azienda per cui ha lavorato, di mandare avanti un’autorizzazione per l’ampliamento delle attività specialistiche di un poliambulatorio.
Fidelio evidenzia anche le mosse finalizzate ad «agevolare l’iter di alcune pratiche amministrative pendenti presso enti pubblici (per esempio all’Irccs di Candiolo, ndr)». Ma Gallo non andava solo a caccia di voti. Per il giudice si muoveva «in una logica che è spudoratamente di scambio, utilità e favori in cambio di utilità e favori». Come quando porta a casa sei casse di spumante e champagne o un forno per i locali della sua associazione. Il pm Valerio Longi contesta a Gallo un episodio di estorsione: avrebbe «invitato», grazie alle sue entrature, a un impiegato della Sitaf, candidato in una circoscrizione, a uniformarsi alle scelte politiche di Gallo, minacciandolo, in caso contrario, «di licenziamento o comunque di gravi ripercussioni sulla sua carriera», a partire dal «demansionamento».
A Gallo e a Fantini viene contestato il peculato perché il primo si sarebbe fatto rimborsare dalla Sitalfa 1.750 euro per due ricevute emesse da una trattoria, «consumazioni del tutto estranee all’attività» della società. Per lo stesso reato Gallo è indagato perché si sarebbe fatto consegnare indebitamente almeno 16 tessere di servizio per il transito gratuito sull’autostrada Torino-Bardonecchia, probabilmente pass da distribuire. Infine si sarebbe fatto regalare dall’amico Fantini un treno di pneumatici per la sua auto.
C’è poi la contestazione del voto di scambio condivisa con tale Francesco Anello. A questi Gallo avrebbe garantito una visita specialistica con un ortopedico il giorno successivo al contatto «con la prospettiva di essere operato entro dieci giorni», ingiungendogli in cambio «di procurare almeno 50 voti di preferenza» per la candidata Greco.
Il Gip ha riconosciuto la gravità indiziaria solo per questa accusa (per cui il codice non prevede la custodia cautelare), mentre per quanto riguarda gli indizi relativi alle altre contestazioni, questi non avrebbero raggiunto «il rango di gravità, precisione e concordanza richiesto per l’adozione di una misura cautelare personale».
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Blitz in Piemonte: 9 arresti e 29 indagati. Per l’accusa la sinistra aveva piazzato nell’organo per la legalità il referente della criminalità organizzata. E il ras delle tessere chiese 50 voti in cambio di una visita medica.Nelle carte spunta anche il lobbista che «sussurrava a Enrico Letta e Fassino».Lo speciale contiene due articoli.Appalti e voti. Voti e appalti. La ’ndrangheta lavora così. Al Sud come al Nord. Dove le ’ndrine, le famiglie della «mala» calabrese infiltrate, hanno creato le loro articolazioni territoriali che, proprio come in Calabria, si chiamano «Locali». A Brandizzo, a Volpiano, a Chivasso, a Santhià. Tra Torino e Vercelli comandavano loro. Grazie anche a una strettissima relazione con il Partito democratico, che aveva scelto Roberto Fantini (finito ai domiciliari con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa) come componente dell’Orecol, un osservatorio di emanazione del Consiglio regionale piemontese che avrebbe dovuto garantire legalità e trasparenza negli appalti sulle opere pubbliche piemontesi. Praticamente, la volpe messa a guardia del pollaio. Arrivato lì, secondo l’accusa, su indicazione di Raffaele Gallo, consigliere regionale dem e figlio di Salvatore Gallo, esponente storico del Pd (il partito di Elly Schlein viene citato 18 volte nell’ordinanza) e socialista ai tempi di Bettino Craxi, che tramite un sistema corruttivo sarebbe riuscito a far eleggere tre fedelissimi nelle file dei democratici in Consiglio comunale a Torino.Uno dei protagonisti della connection piemontese è Giuseppe Pasqua da San Luca, località dell’Aspromonte che da anni si contendono due potentissimi clan in guerra tra loro, i Nirta e gli Strangio, passati alla storia per la mattanza di Duisburg. Stando alle accuse sarebbe affiliato alla ’ndrangheta «quantomeno dal 1994», scrivono gli inquirenti che l’altro giorno hanno chiesto e ottenuto nove misure cautelari (cinque in carcere e quattro ai domiciliari), portando alla luce gli intrecci tra mafia e politica. La caratura criminale di Pasqua emerge anche dalle modalità con cui si rivolgeva ai suoi collaboratori, ad esempio, per risolvere una questione relativa alle ore lavorate da un dipendente: «Tu comunque tieni la calma... non mi fare arrivare lì che vi devo sparare in testa a tutti quanti [...] tieni la calma tu non mi fate andare fuori di testa». Lo snodo, secondo l’accusa, sarebbe proprio Fantini, che oltre a fare il garante della legalità è stato (fino al 2021) l’amministratore delegato di una importante impresa: la Sitalfa spa, che fa parte fa parte del gruppo Sitaf, la società che gestisce la A32 Torino Bardonecchia.Fantini, manager di lungo corso nel settore delle costruzioni stradali, è finito agli arresti domiciliari proprio per il suo precedente ruolo ai vertici della Sitalfa. I Pasqua, che secondo l’accusa hanno pure in mano un colosso economico, avrebbero ottenuto «un trattamento di favore nell’assegnazione di lavori, sovrafatturando le prestazioni rese a Sitalfa e», ricostruisce l’accusa, «restituendo poi parte degli introiti a Fantini». Che avrebbe curato, però, anche l’inserimento di società di trasporto riconducibili ad appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, alcuni dei quali anche condannati per reati mafiosi, nei lavori di movimento terra affidati dalle società committenti. I rapporti tra i Pasqua e Fantini erano talmente stretti che quest’ultimo si è spinto fino a indicare a un dipendente della Sitalfa di rivolgersi a Domenico Claudio Pasqua per chiedere il suo intervento riguardo al furto di un camion di proprietà della Sitalfa. Il 14 marzo 2015 Vincenzo Colosimo, responsabile acquisti della società, informa Pasqua che «la notte precedente la Sitalfa aveva subito il furto di un autocarro quattro assi e Fantini lo aveva incaricato di avvisarlo, asseritamente allo scopo di acquisire informazioni utili al recupero del mezzo: “Questa notte ci hanno rubato un camion... e visto che voi siete del mestiere cioè che comprate camion... che fate trasporti... se senti in giro qualcosa...”». Domenico Pasqua, annotano gli inquirenti, «assicurava il suo interessamento». Ed ecco le valutazioni degli inquirenti: «Il dipendente di una società importante come Sitalfa, su indicazione dell’amministratore pro tempore Fantini, si premuri di contattare Pasqua per “denunciare” (allo stesso Pasqua, forse ancora prima che ai carabinieri, considerata l’ora mattutina della telefonata) il furto di un camion, “visto che voi siete del mestiere... che comprate camion”, rimanda a ben altro “mestiere” dei Pasqua, soggetti inseriti nella malavita locale e in grado di reperire il bene provento di furto in modo più agevole e rapido delle forze dell’ordine». Ma i Pasqua, stando alle accuse, potevano contare sulla Sitalfa anche nel suo ruolo di società insospettabile, da trasformare in un covo nel quale far assumere persone a loro vicine.Il 28 maggio 2015, infatti, Giuseppe Pasqua ricorda a tale Massimo Franciulli «di essere in attesa che quest’ultimo gli consegnasse il curriculum di suo fratello Francesco da consegnare a Fantini». Pasqua dice al suo interlocutore: «Mi fai fare il curricolo lì... di tuo fratello Francesco? Me lo fai e me lo consegni a me, però, eh!». I Pasqua insomma fanno da spicciafaccende, curando anche l’inserimento di società di trasporto riconducibili ad appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, alcuni dei quali anche condannati per reati mafiosi, nei lavori di movimento terra affidati dalle società committenti. Stando agli inquirenti, Pasqua si sarebbe mosso come una sorta di capobastone, «esercitando il controllo del territorio, fornendo protezione a imprenditori vittime di condotte estorsive da parte di soggetti appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, ottenendo in cambio vantaggi patrimoniali e commesse lavorative». Ma anche «dirimendo contrasti insorti tra appartenenti alla ’ndrangheta e tra questi e terze persone». Poi, per far sentire la sua forza, ha cercato di imporre il suo «niet» alla realizzazione del Piano migranti a Brandizzo, «con pressioni sugli imprenditori proprietari degli immobili destinati al progetto». «Finché ci sono io non viene proprio nessuno», dice bocciando il piano d’accoglienza. E racconta cosa avrebbe detto, senza giri di parole, al proprietario di alcuni immobili che avrebbe voluto mettere a disposizione per l’accoglienza: «Se vuoi combinare... di mandarci ’sti extracomunitari, mandali pure, vuol dire che qualche calabrese, qualche meridionale come te, come me, perché lui è pugliese, si salta in testa di darti fuoco, perdi porco e conto». E quando i suggerimenti non bastavano, si passava ai fatti. Ne sa qualcosa l’ex consigliere comunale ed ex assessore di Brandizzo Angelo Bevere, che dopo un articolo di giornale sgradito ai Pasqua si è beccato un pugno in pieno volto, dopo aver schivato una testata mentre l’aggressore, fratello di Giuseppe Pasqua, gli urlava contro «Cornuto, sbirro, ti ammazzo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piemonte-pd-uomo-ndrine-appalti-2667711106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="peggio-che-in-puglia-il-suk-dei-voti-e-ce-il-lobbista-caro-a-letta-e-fassino" data-post-id="2667711106" data-published-at="1712467297" data-use-pagination="False"> Peggio che in Puglia: il «suk» dei voti. E c’è il lobbista caro a Letta e Fassino La conclamata e presunta superiorità morale della sinistra se ne deve essere andata insieme con Enrico Berlinguer quarant’anni or sono. Infatti la Procura di Torino ha scoperchiato un sistema di voto clientelare che ruota intorno a un anziano ras delle tessere del Pd che già negli anni ’80, ai tempi del craxismo rampante, aveva avuto i primi problemi con la giustizia. Oggi Salvatore Gallo, quasi ottantatreenne originario di Cassano all’Ionio (Cosenza), è indagato per peculato, estorsione e corruzione elettorale, anche se il gip Luca Fidelio non ha accolto la richiesta di arresto avanzata dai pm. Già da presidente della Usl di Orbassano, nel 1986, aveva assaggiato il «braccio violento della legge» ed era stato arrestato con le accuse di concussione, falso ideologico, interesse privato e truffa e nel 1993 ha patteggiato una pena a 1 anno e 6 mesi. Benvenuti al circo della superiorità morale dove si esibisce anche Roberto Fantini, messo in quota Pd a controllare la legalità degli appalti e arrestato venerdì per concorso esterno in associazione mafiosa. Nella monumentale ordinanza di 1.400 pagine che ha portato alla custodia cautelare di nove persone (su 29 indagati) emerge un oliatissimo sistema che sfrutta le conoscenze all’interno del Comune di Torino, della Regione Piemonte, delle società autostradali (Gallo senior è stato, fino al 2015, procuratore speciale della Sitaf, che gestisce il traforo del Frejus, e presidente della controllata Sitalfa, di cui il fido Roberto Fantini, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa è stato ad), delle Asl e della Sanità in genere come passepartout per ottenere voti. Il secondo genito di Salvatore, Raffaele Gallo, 45 anni, non indagato, è capogruppo del Pd in Regione, oltre a essere componente della Segreteria provinciale e della Direzione nazionale del partito; il primogenito Stefano, 47 anni, anche lui estraneo all’inchiesta, è direttore tecnico amministrativo della Città della salute e della scienza di Torino. La filosofia di papà Gallo è ben riassunta in una sua conversazione con il vicedirettore generale del Comune, Antonino Calvano, che «Sasà» voleva assessore. Il piddino indagato spinge per accelerare le pratiche urbanistiche di alcuni potenziali elettori ed esclama: «Vediamo di vincere il Comune che poi queste cose si risolvono anche con più facilità». Salvatore, da figlio della Prima Repubblica, si muove nella jungla delle preferenze elettorali con grande disinvoltura. Il centro di gravità del suo potere è l’associazione IdeaTo, da lui fondata nel 2008 (praticamente l’anno di nascita del Pd, di cui rappresenta, di fatto, una potente corrente), che conta iscritti sia tra gli eletti che tra i dirigenti della pubblica amministrazione. Le amministrative del 3-4 ottobre 2021 sono una prova di forza di IdeaTo. «Quel cazzo di Gallo li ha nominati tutti» esclama al telefono Roberto Fantini, dopo la tornata elettorale. E, in effetti, IdeaTo, ha portato in Consiglio comunale Antonio Ledda (988 voti), Caterina Greco (857 voti) e Annamaria Borasi (798 voti), oltre a cinque consiglieri circoscrizionali. Per il giudice il favorevole esito delle votazioni «veniva considerato» da Gallo «quale viatico per acquisire maggiore potere e orientare con ancora maggiore facilità le scelte della pubblica amministrazione». Ma poi le cose non vanno come sperato. Il neosindaco Stefano Lo Russo (che non è coinvolto nelle indagini) non chiama in giunta nessuno del gruppo IdeaTo: preferisce «persone competenti sulle materie specifiche». E allora Gallo punta su altre nomine pesanti, per esempio in società partecipate (come l’azienda dei traposti Gtt) o a Palazzo civico (gli investigatori evidenziano la promozione di Calvano). Nelle more delle trattative spunta il nome di un importante lobbista, molto attivo a Roma, dove riceve all’hotel St. Regis. Un personaggio meno noto di Luigi Bisignani, ma considerato altrettanto influente. Stiamo parlando di Ignazio Moncada, settantacinquenne originario di Modica, già vicepresidente di una società del gruppo Sitaf e presidente di una controllata di Finmeccanica, consulente e amministratore di un consorzio impegnato nel settore dell’edilizia in Piemonte, rappresentante legale di una società di diritto anglosassone, la Ida Capital e, con Franco Frattini ministro degli Esteri del governo Berlusconi, già membro del comitato strategico del governo italiano per lo sviluppo e la protezione degli interessi nazionali in economia. Al telefono, Gallo fa sapere a un dirigente della Sitaf, Salvatore Sergi, di avere bisogno di riferirgli (dopo non essere riuscito a contattarlo con l’applicazione criptata Signal) «informazioni acquisite nel corso dei suoi incontri con Roberto Fantini e Ignazio Moncada». In un’altra conversazione al figlio Raffaele, che dichiara di «non avere strumenti sufficienti per contrastare le scelte del sindaco», ricorda che «nel 2011 anche l’ex sindaco Fassino (Piero, ndr) aveva fatto delle resistenze per la nomina» del fratello Stefano «ad assessore allo sport e ai servizi anagrafici, nonostante avesse raccolto il maggior numero di preferenze tra gli eletti del Pd» e che «per farlo tornare sui suoi passi era stato necessario far intervenire Moncada». Aggiunge che pure «in questa circostanza Moncada avrebbe potuto chiedere l’intervento del segretario nazionale del Partito democratico Enrico Letta per fare pressioni su Lo Russo» ed esaudire i desiderata di Raffaele. Rammenta Gallo a proposito di Moncada: «Davanti a me ha preso il telefono… dovevi vedere come lo ha trattato (riferito a Fassino, ndr)… ma guarda che se abbiamo l'acqua alla gola a Ignazio, a Roma, dico “fai una telefonata a Letta”» in modo che «dica al suo "delfino" che si comporti come uomo». Poi l’ex socialista chiede al figlio: «Gli facciamo fare anche una telefonata da Letta, eh? A Ignazio, glielo dico, eh?». Il consigliere regionale invita il padre a temporeggiare, ma in un’altra telefonata Salvatore «afferma di aver già chiesto l’intervento di Piero (Fassino, ndr)» e incita l’interlocutore a fare pressione su Lo Russo. Il Gip dedica più passaggi al Sistema Gallo. Per esempio scrive che l’indagato «interpreta il tema delle relazioni interpersonali, con una chiave di lettura costante, ovvero la convenienza e il do ut des: non fa mai nulla per nulla». Si attiva «sempre con l’aspettativa di un ritorno» a partire dall’«iscrizione alla propria associazione culturale e l’impegno ad attivarsi in campagna elettorale per sostenere i suoi candidati». Gallo non è, dunque, un «benefattore», né è «animato da autentico spirito solidaristico», è solo «interessato ad avere una vasta cerchia di persone fidelizzate». Per questo è un «dispensatore dei più svariati “favori”». Si preoccupa di far spostare i cassonetti dell’immondizia, di far ripristinare una fermata dell’autobus davanti a un ambulatorio frequentato da anziani, di far ottenere una concessione per una tabaccheria, di far pagare una fattura dall’azienda per cui ha lavorato, di mandare avanti un’autorizzazione per l’ampliamento delle attività specialistiche di un poliambulatorio. Fidelio evidenzia anche le mosse finalizzate ad «agevolare l’iter di alcune pratiche amministrative pendenti presso enti pubblici (per esempio all’Irccs di Candiolo, ndr)». Ma Gallo non andava solo a caccia di voti. Per il giudice si muoveva «in una logica che è spudoratamente di scambio, utilità e favori in cambio di utilità e favori». Come quando porta a casa sei casse di spumante e champagne o un forno per i locali della sua associazione. Il pm Valerio Longi contesta a Gallo un episodio di estorsione: avrebbe «invitato», grazie alle sue entrature, a un impiegato della Sitaf, candidato in una circoscrizione, a uniformarsi alle scelte politiche di Gallo, minacciandolo, in caso contrario, «di licenziamento o comunque di gravi ripercussioni sulla sua carriera», a partire dal «demansionamento». A Gallo e a Fantini viene contestato il peculato perché il primo si sarebbe fatto rimborsare dalla Sitalfa 1.750 euro per due ricevute emesse da una trattoria, «consumazioni del tutto estranee all’attività» della società. Per lo stesso reato Gallo è indagato perché si sarebbe fatto consegnare indebitamente almeno 16 tessere di servizio per il transito gratuito sull’autostrada Torino-Bardonecchia, probabilmente pass da distribuire. Infine si sarebbe fatto regalare dall’amico Fantini un treno di pneumatici per la sua auto. C’è poi la contestazione del voto di scambio condivisa con tale Francesco Anello. A questi Gallo avrebbe garantito una visita specialistica con un ortopedico il giorno successivo al contatto «con la prospettiva di essere operato entro dieci giorni», ingiungendogli in cambio «di procurare almeno 50 voti di preferenza» per la candidata Greco. Il Gip ha riconosciuto la gravità indiziaria solo per questa accusa (per cui il codice non prevede la custodia cautelare), mentre per quanto riguarda gli indizi relativi alle altre contestazioni, questi non avrebbero raggiunto «il rango di gravità, precisione e concordanza richiesto per l’adozione di una misura cautelare personale».
Maurizio Landini (Ansa)
Presentato ieri il comitato del No presieduto da Giovanni Bachelet. C’erano i leader delle opposizioni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e l’immancabile segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Per loro l’obiettivo è smontare una riforma che «non serve a nessuno se non al governo». Argomento poco solido, considerato che buona parte della sinistra voterà a favore, così come Azione, chiaramente, e Italia viva, meno. Il Pd, come spesso accade, si spacca. «Non siamo una caserma, è legittimo che qualcuno non voglia votare No», riconosce anche Walter Verini.
A ogni modo, dopo l’annuncio delle date del voto di Giorgia Meloni (22 e 23 marzo), dilaga la psicosi. Il più disperato pare Giuseppe Conte. Il leader del M5s attacca: «Il governo vuol cambiare la Costituzione». E ci sentiremmo di confermare, dal momento che si tratta di un referendum costituzionale. «C’è un obiettivo preciso», prosegue, animando lo spirito complottista tanto caro ai suoi. Tra i più barricaderi anche il solito Landini, che avrebbe finanziato il comitato del No con 500.000 euro prelevati dalle casse del sindacato e che ha messo a disposizione il centro congresso Cgil Frentani a Roma per l’inizio della campagna.
Per Landini il governo «è autoritario». Il che è particolarmente esilarante considerato che appena due giorni prima aveva detto che il dittatore venezuelano Nicolás Maduro è un democratico e che difendendolo si difende la democrazia. Insomma o ha bisogno di un bel ripasso di storia, oppure deve avere quantomeno le idee confuse. Anche quando dice: «Credo che questo governo la maggioranza di questo Paese non lo rappresenti». E poi: «Dovrebbe far riflettere come questo governo abbia scelto di portarci a fare un referendum che nessuno gli aveva chiesto, per cambiare la giustizia, confermando una volontà autoritaria - mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo - perché è già in campo una volontà e una gestione autoritaria del Paese».
Lo schema è sempre lo stesso: immaginare un pericolo evidente e poi terrorizzare i cittadini. Uno schema che funziona sempre meno, ma non è l’unico a metterlo in campo. Per Schlein, sul referendum «il governo sta disseminando bugie per fare pura propaganda. Non è una riforma della giustizia perché non migliorerà in alcun modo l’efficienza del sistema, non renderà più veloci i processi e non inciderà purtroppo sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri». Dal palco Schlein si rivolge direttamente al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. «Voglio rispondergli da qui. Tempo fa disse di “non comprendere perché Schlein non capisca che la riforma della giustizia serve anche a loro”. Gli rispondo dicendo che non vogliamo che ci serva. Vinceremo le prossime elezioni e non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare la magistratura, ma vogliamo essere controllati. Così funziona una democrazia». Di fatto mentendo anche lei circa il controllo politico sui magistrati.
Rimodula leggermente Enrico Grosso, professore e avvocato torinese, presidente del comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm: «I giudici, e non solo i pm, se passa questa riforma, saranno meno indipendenti, più a rischio di soggezione alla politica».
Tra gli altri partecipanti Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia, Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini: «Questa è una riforma pericolosa, che non affronta i reali problemi della giustizia italiana, ma mina l’indipendenza della magistratura», il suo commento. Nutrita anche la delegazione di sindaci e amministratori locali, capitanata dal primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, e dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. «È una riforma sbagliata, pericolosa e anche mistificante nel modo in cui viene raccontata». A ribaltare la frittata è Gualtieri annunciando l’adesione ufficiale di Autonomie locali italiane al Comitato per il No.
Infine il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, evidentemente anche esperto di giustizia: «Voglio sottolineare l’importanza politica di questo referendum: dobbiamo difendere l’indipendenza della magistratura dagli attacchi che vengono dal governo». E chiosa: «I politici guadagneranno da questo tipo di riforma perché potranno soddisfare il sogno di essere una casta ingiudicabile». Mistificazioni su mistificazioni, così comincia la campagna del No.
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Come rendere appetitosi i broccoli (lo sono già per conto loro, ma con quel loro odorino solforato a molti sono venuti in uggia) facendoli diventare simpatici in un primo piatto impeccabile dal punto di vista nutrizionale, facilissimo da realizzare e assai appetitoso. Si tratta di pigliare dalla nostra antica tradizione e metterla in pratica dacché orto e pescato vanno da sempre d’accordo nella cultura gastronomica delle nostre terre.
In più se unite al sapore del baccalà le proprietà salutari del broccolo potete dire di avere fatto un gran piacere ai vostri commensali: i broccoli sono, con tutte le altre brassicacee, il toccasana della stagione fredda: danno sali minerali, fibra, vitamine, antiossidanti in quantità e sono amici della digestione, del cuore e delle vie respiratorie. Un tempo le nonne facevano fare i suffumigi sul vapore dei cavoli che bollivano per rimediare a raffreddore e bronchite. Noi ci accontentiamo di fare un piatto gustoso.
Ingredienti – 360 gr di pasta corta di semola da grano italiano (noi abbiamo scelto le pennette lisce di un antichissimo pastificio toscano di Lari), 300 gr di broccoli, 400 gr di baccalà già ammollato, 2 spicchi di aglio, un peperoncino o mezzo cucchiaino di peperoncino in polvere, due filetti d’acciuga, una ventina di nocciole, 6 cucchiai di olio extravergine di oliva, sale qb. Facoltativo un mazzetto di prezzemolo.
Procedimento – In una padella ampia – ci dovete saltare la pasta – fate imbiondire l’aglio e disfare i filetti di acciughe in compagnia del peperoncino nell’olio extravergine di oliva. Pulite il baccalà dalla pelle e dalle lische e fatelo a cubetti. Mettetelo in padella e fate andare a fuoco molto moderato. Mondate i broccoli, dividete i rametti e metteteli a lessare nella stessa acqua con la pasta. Nel frattempo sguisciate le nocciole tostatele in padella e poi tritale grossolanamente tenendole da parte. A un paio di minuti dalla fine della cottura della pasta scolatela insieme a broccoli, eliminate lo spicchio d’aglio e il peperoncino se intero, fate finire la cottura della pasta in padella mantecando bene. Se del caso aggiustate di sale. A cottura terminata fate cadere su ogni piatto una pioggia di granella di nocciole, un giro di extravergine a crudo e se volete anche del prezzemolo che avrete tritato finemente.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di completare i piatti con nocciole, olio extravergine e prezzemolo.
Abbinamento – Abbiamo scelto una Lugana del Garda, ottimo un Soave, assai indicati un Arneis, una Nascetta langotta o un Gavi del comune di Gavi, tutti bianchi gentili e profumati.
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Maurizio Gasparri, Galeazzo Bignami e Clotilde Minasi (Imagoeconomica)
Il centrodestra si schiera compatto al fianco della Verità, sostenendo la sottoscrizione lanciata dal nostro giornale per dare una mano al vicebrigadiere Emanuele Marroccella, che deve pagare nel giro di pochi giorni una provvisionale di 125.000 euro ai parenti del pregiudicato siriano Jamal Badawi, ucciso dallo stesso Marroccella dopo che aveva aggredito un collega il 20 settembre 2020 durante il tentativo di sventare un furto in uno stabile di Roma. Oltre a una condanna penale a tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», a fronte tra l’altro di una richiesta più tenue del pm che aveva chiesto due anni e sei mesi, il quarantaquattrenne carabiniere originario di Napoli deve versare alle parti civili una somma ingente, 125.000 euro, pari a sei anni di lavoro nell’Arma. Se è vero che le spese legali sono coperte da un apposito fondo, è infatti altrettanto vero che la somma da versare ricade sulle spalle del carabiniere. «È una decisione surreale», dice alla Verità il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, «dei soliti giudici ideologizzati che puniscono chi ci difende. Va sostenuta qualsiasi iniziativa per il vicebrigadiere, aspettando che i prossimi giudici ristabiliscano il buon senso». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicecapogruppo di Fdi a Montecitorio, Augusta Montaruli: «Si dovrebbe escludere», ci dice la Montaruli, «qualunque tipo di risarcimento a favore della cosiddetta persona offesa che ha determinato la reazione dell’agente per difendere sé e gli altri. Quello che ancora non prevede la legislazione è compensato negli effetti dall’iniziativa del vostro quotidiano che è meritoria perché solleva un dibattito sul risarcimento del danno in casi come questo». Da Fratelli d’Italia a Forza Italia, non fa mancare il suo appoggio alla nostra iniziativa il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri, che parteciperà anche alla sottoscrizione: «Sacrosanta iniziativa della Verità», commenta Gasparri, «a sostegno del carabiniere che ha subito una incredibile condanna con addirittura il supplizio di un oneroso risarcimento da erogare. Sono da sempre dalla parte del popolo in divisa, accetto ogni accertamento ma non le vessazioni. Pertanto elogio e apprezzo l’iniziativa della Verità e annuncio anche che parteciperò alla sottoscrizione in corso a sostegno di questo carabiniere. Siamo dalla parte della legge e dell’ordine contro tanti criminali impuniti che circolano nelle nostre città e che seminano violenza per colpa della magistratura inerte che vanifica il sacrificio delle forze di polizia o addirittura le perseguita. Questa vicenda è una ulteriore vergogna per il popolo togato». Non manca nel sostegno alla nostra sottoscrizione la Lega: di lodevole iniziativa della Verità» parla la senatrice del Carroccio Clotilde Minasi, che annuncia la sua partecipazione e sottolinea: «Di fronte a vicende come questa sembra di vivere in un mondo al contrario, in cui anche la giustizia è capovolta. Vengono tutelati i criminali e vengono invece puniti i tutori della legge. Chi protegge la nostra incolumità a costo di sacrifici personali altissimi viene condannato, recluso, sanzionato, mentre la nostra quotidianità è continuamente sotto attacco di malviventi senza scrupoli, che agiscono sapendo che rimarranno il più delle volte impuniti. È certamente terribile», aggiunge la Minasi, «che un uomo abbia perso la vita, ma non bisogna in questo caso dimenticare che questa tragedia nasce da un’azione di difesa della sicurezza da parte dei carabinieri, uno dei quali era stato aggredito dal malvivente. Solidarizzo dunque con il militare che si trova oggi sotto accusa. Il sistema va cambiato, chi viene in Italia non può pensare di poter vivere rubando, aggredendo, violentando. Queste sono le conseguenze di anni di immobilismo , ma stiamo lavorando e lavoreremo ancora perché i tutori della legge non debbano mai più trovarsi sotto processo per aver protetto i cittadini». Sempre dalla Lega ci arriva il commento della eurodeputata Silvia Sardone, vicesegretario nazionale del Carroccio: «Complimenti alla Verità per questa importante iniziativa», argomenta la Sardone, «a favore del carabiniere condannato. Purtroppo questa condanna rappresenta una scelta che lascia davvero senza parole, che allontana dal principio di equità e dal comune buon senso condiviso dai cittadini. Chi ogni giorno indossa una divisa, mette a rischio la propria incolumità e interviene in situazioni difficili per difendere la sicurezza della comunità non può essere trattato come se fosse lui il criminale. La posizione della Lega è chiara: saremo sempre schierati al fianco delle forze dell’ordine», aggiunge la Sardone, «difendendo il loro ruolo, la loro dignità professionale e il loro operato, e continueremo a dire basta a pregiudizi ideologici che sembrano colpire chi tutela la legalità invece di chi la viola».
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Nel riquadro: Ivana, moglie di Emanuele Marroccella (Imagoeconomica)
Il carabiniere, nato 44 anni fa a Napoli, durante un intervento della radiomobile di Roma per sventare un presunto furto in uno stabile dell’Eur, la notte del 20 settembre 2020 aveva sparato per difendere il collega Lorenzo Grasso, ferito dal pregiudicato siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, che stava scappando.
Voleva anche proteggere la pattuglia all’esterno dell’immobile, vista la pericolosità del soggetto in fuga e aveva cercato di colpirlo alle gambe ma nello scatto per saltare il cancello il siriano era stato raggiunto al torace. Oltre alla pena, inasprita rispetto alla richiesta del pm che aveva indicato due anni e sei mesi, Marroccella deve versare subito alle parti civili una provvisionale ingente, 125.000 euro pari a sei anni di lavoro nell’Arma. E la richiesta di risarcimento dei numerosi familiari del siriano è di 800.000 euro. La signora, da più di vent’anni accanto al vice brigadiere, racconta alla Verità il dramma che è esploso nella loro casa.
Come riesce ad affrontare la valanga che vi ha travolti?
«È molto dura ma non posso permettermi di crollare. Cerco di mostrarmi serena per contenere la disperazione di Emanuele e per il bene dei nostri figli, di 14 e 12 anni».
Non sarà stato facile spiegare loro quello che è successo.
«L’abbiamo detto solo tre giorni fa, perché dopo la sentenza il nome Marroccella e di Ardea, il centro urbano laziale dove viviamo da 14 anni, è finito su tutti i giornali e temevamo che potessero apprendere la notizia da altri. Nel 2020 erano troppo piccoli e per fortuna se ne parlava poco».
Quali parole avete usato?
«Emanuele, che è il loro babbo eroe, ha raccontato che durante un’operazione avevano aggredito Lorenzo (il vice brigadiere ferito dal siriano, ndr) e che per difenderlo papà non voleva ma purtroppo ha dovuto sparare al ladro. E quella persona era morta».
La reazione?
«Il più piccolo è scoppiato a piangere, ha chiesto se il papa finiva in carcere, l’altro si è chiuso nel silenzio. Il giorno dopo, piangendo pure lui mi ha chiesto: “Se Lorenzo fosse morto che cosa sarebbe successo?”. Lo dico a lei, che cosa sarebbe accaduto».
La ascolto.
«Saremmo qui a piangere l’ennesimo carabiniere caduto in servizio, la bimba di Grasso che il giorno dopo l’aggressione compiva un anno sarebbe rimasta senza padre e senza risarcimento. La moglie avrebbe ricevuto l’ennesima medaglia al valore. Dietro l’uniforme non c’è un robot ma un uomo, una famiglia».
Come è la quotidianità accanto a chi rischia la vita tutti i giorni?
«Ho sempre saputo che poteva capitare qualsiasi cosa, comunque cerchi di condurre una vita normale. La casa, la scuola, lo sport dei ragazzi. Certo, hai un marito che può essere impegnato in turni di 24 ore se ci sono degli arresti e l’apprensione è una costante, ma è un po’ come se mi fossi arruolata pure io. Quello che successe, il 20 settembre, ci ha sconvolto anche perché una persona è morta».
Quale è stata la reazione attorno a voi?
«Una grandissima solidarietà. Di colleghi di Emanuele, di amici. Adesso, la straordinaria sottoscrizione lanciata dalla Verità. Fa bene al cuore, a volte le forze dell’ordine vengono fatte passare per un nemico d’abbattere. Mi hanno ferito due commenti letti sui social, dove mio marito veniva definito “esaltato” e “scellerato”. Non è affatto così».
Ce lo dica lei, chi è il vice brigadiere Marroccella?
«Un operatore di pubblica sicurezza leale, corretto, benvoluto dai suoi colleghi. Nessuno che abbia mormorato “te la sei voluta”. Si considera al servizio dei cittadini e non sono solo belle parole. Le racconto un episodio. Un paio d’anni prima di quel tragico evento, avevo letto su un social dei carabinieri la lettera di ringraziamento di una coppia che, bloccata dal traffico alla Magliana, rischiava di veder nascere la bimba in auto. Una pattuglia era intervenuta e li avevano scortati in 5 minuti al San Camillo dove la piccola era nata. Racconto l’episodio la sera a tavola e mio marito commenta che era stato lui, a far largo nel traffico. Perché non me lo hai detto, gli ho chiesto. Questo è il mio lavoro, ha risposto semplicemente».
Poi una mattina torna a casa e le dice che ha dovuto sparare e che un uomo è morto.
«È stato terribile. Non riusciva più a dormire, per mesi ha avuto bisogno del sostegno dello psicologo. Pensiamo di dare un aiuto anche ai nostri ragazzi. Ci vorrebbe pure per me, però intanto stringo i denti e penso a loro. Trovo conforto nella preghiera e nell’affetto che tanti ci dimostrano».
Adesso la sentenza di condanna, suo marito colpevole «oltre ogni ragionevole dubbio».
«Mi ha fatto male l’inasprimento della pena. Sono delusa. Quando l’ho detto a mia suocera ha avuto un malore, mia madre non riesce a riprendersi. Emanuele era uscito di casa per andare al lavoro, come ogni giorno e ogni notte in cui è di turno, non per andare a rubare. Se scegli di fare del male, sai che cosa ti può capitare. Chi ci restituirà questi anni, annientati da tanta sofferenza?».
Avete anche una grossa preoccupazione economica.
«Come facciamo a pagare una somma così alta oltre a tutte le spese legali? Emanuele prende 1.500 euro al mese, 1.800 se fa le domeniche, le notti, gli straordinari e c’è solo il suo stipendio che entra. Trovo assurdo dover chiedere aiuto, indebitarci per poter far fronte all’obbligo imposto dal tribunale. Ma se a morire fosse stato un carabiniere, chi avrebbe pagato? Quanto vale la vita di chi si occupa della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica?».
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