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2025-10-15
Esplode casa da sgomberare, uccisi tre carabinieri. Meloni: «Funerali di Stato»
Ansa
Il tetto del vecchio casolare sventrato. Travi di legno e mattoni a terra. Attorno, sull’erba, i caschi e i giubbotti antiproiettili dei carabinieri.
È quello che rimane del sacrificio dei tre carabinieri, che hanno perso la vita nella notte di martedì, e di un gesto di follia e di criminale disperazione perché i fratelli Dino, Franco e Maria Luisa Ramponi, di 63, 65 e 58 anni, non volevano andarsene dalla loro abitazione di Castel d’Azzano. Vessati dalle banche e disposti a tutto pur di impedire quella che consideravano un’ingiustizia: l’esecuzione forzata del recupero del credito sulla loro cascina, uno dei pochi beni rimasti, dove lavoravano e vivevano occupandosi della terra e di una trentina di mucche.
Le forze dell’ordine sapevano che l’operazione di sgombero, programmata in seguito all’ordine del giudice, era ad alto rischio. E, per questo, era stata studiata da tempo dopo vari tentativi andati a vuoto perché i tre fratelli avevano già minacciato di farsi saltare in aria. Proprio per la delicatezza dell’azione, sul posto erano arrivati i militari dei reparti speciali di Padova e Mestre, le squadre specializzate dell’Uopi della direzione centrale anticrimine e i vigili del fuoco. Fin dalle prime ore della notte, era stata predisposta l’assistenza del sistema sanitario regionale con una automedica e due ambulanze per lo sgombero. Ma quando alle 3.15 di notte le forze speciali entrano nell’edificio, esplode tutto. Il boato arriva fino a cinque chiilometri di distanza e per i carabinieri Marco Piffari, Davide Bernardello e Valerio Daprà non c’è scampo.
Appena si accorgono che stanno per entrare, i fratelli riempiono lo stabile di gas utilizzandolo delle bombole. I militari non fanno tempo a varcare la soglia della porta d’ingresso che Maria Luisa Ramponi scatena l’inferno. Afferra una bottiglia molotov e scoppia tutto.
Che i fratelli Ramponi fossero pieni di esplosivi, anche questa era cosa nota. Proprio nei giorni scorsi, da alcun sopralluoghi realizzati con dei droni, le forze dell’ordine avevano individuato una serie di bottiglie molotov ammassate sul tetto del casolare. «C’era il concreto pericolo che ci potessero essere armi ed esplosivi anche all’interno», ha spiegato il comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Claudio Papagno, specificando come già in passato i Ramponi avessero messo in atto condotte minatorie. Non erano mai arrivati a questo punto, di mettere in atto quella che ormai si configura come una vera e propria strage premeditata. E di cui forse si potevano scorgere le avvisaglie in alcune dichiarazioni rilasciate poco meno di un anno fa.
«Ci facciamo saltare in aria», avevano detto i tre fratelli, agricoltori e allevatori, minacciando proprio il folle gesto dell’altra notte. L’aveva detto chiaro chiaro, Maria Luisa in un video che oggi suona come un macabro annuncio. «Abbiamo riempito la casa di gas. Non sappiamo più cosa fare. Non abbiamo più nulla, continuiamo a subire e subire», dice la donna nel filmato, raccontando di lottare da cinque anni per avere giustizia.
E così, nel novembre 2024, i tre fratelli, si erano barricati sul tetto dell’edificio con una tanica di benzina, dopo aver aperto il gas all’interno degli immobili e chiuso tutte le porte e le finestre, pronti a far esplodere l’intera struttura. Allora, però, erano stati messi in salvo dai vigili del fuoco che li avevano evacuati scongiurando la tragedia. All’origine di tali ideazioni suicidarie vi sarebbero difficoltà finanziarie della famiglia. Tutto pare aver avuto inizio nel 2014, quando Dino, a causa di una serie di debiti accumulati, avrebbe stipulato un mutuo falsificando la firma di un famigliare, forse del fratello Franco. I tre avevano, però, sempre sostenuto di non aver mai firmato i documenti per il prestito, e che anzi le firme erano state contraffatte. Nel mentre, però, secondo quando raccontato da Maria Luisa, scatta un pignoramento di edifici e terreni, viene nominato un custode giudiziario, si susseguono una serie di aste a seguito delle quali gli immobili e i terreni vengono deprezzati e, infine, svenduti. Anche nel 2021, nel tentativo di salvare la proprietà dall’asta, uno dei fratelli era salito sul tetto del tribunale di Verona urlando che si sarebbe lanciato nel vuoto, mentre la sorella, che si cospargeva di alcol nel parcheggio, minacciava di darsi fuoco. In quel caso, a bloccarli era stato il tempestivo intervento di due vigilantes.
Ma se la loro propensione al suicidio come gesto estremo ormai era nota sia in paese sia tra le forze dell’ordine, nessuno pensava potessero arrivare all’omicidio o, addirittura, alla strage, ipotesi di reato al vaglio degli inquirenti (al momento l’accusa è omicidio premeditato e volontario, oggi si terranno gli interrogatori, ndr). Anche il bilancio dei feriti rende la portata del gesto: almeno 25 i ricoverati, sparsi in quattro ospedali della zona. Tra loro anche Maria Luisa, in stato di fermo come il fratello Dino, subito fermato dopo l’esplosione, e Franco, inizialmente scappato dalla scena del crimine e fermato dopo alcune ore in un campo poco lontano dal casolare. Non ha opposto resistenza. Stando ai racconti dei vicini, i Ramponi in paese sono conosciuti come «strani», isolati e senza una rete di amicizie al di fuori del nucleo familiare; fino a qualche tempo fa erano proprietari di diversi campi, poi tutti svenduti per far fronte ai crescenti debiti.
In loro possesso rimaneva solo il casolare, ormai fatiscente, senza allaccio alla corrente elettrica e all’acqua potabile. Pare lavorassero esclusivamente di notte e che ormai vivessero solo del latte delle mucche. A quanto racconta il vice sindaco Antonello Panuccio, il Comune era pronto ad accoglierli in qualche struttura provvisoria, ad offrire un aiuto logistico ma non certo assistenziale data la condizione di dei fratelli, tutti considerati non soggetti fragili e ancora in età lavorativa. Una soluzione inaccettabile a quanto pare, dato che la cascina, per i fratelli Ramponi era diventata ormai l’unica ragione di vita.
Intanto, il Consiglio dei ministri, su richiesta del premier Giorgia Meloni, ha deciso il lutto nazionale e le esequie di Stato. Tre giorni di lutto nazionale anche in Veneto per quella che man mano che escono dettagli, sembra sempre di più una tragedia annunciata.
Oggi tutti piangono ma da domani c’è chi ritornerà ad accusarli
«È una delle scene più atroci della mia vita: vedere il lenzuolo bianco sopra la divisa dei carabinieri»: è affranto Raffele Tito, procuratore di Verona, che tutta la notte è stato tra i campi di Castel d’Azzano. Sotto quel lenzuolo ci sono Marco Piffari e Valerio Daprà, 56 anni, Davide Bernardello, 36 anni. Li hanno ammazzati come tanti, troppi altri servitori dello Stato perché erano lì a fare il loro dovere, a difendere cittadini e legalità. Li avvolge pure un sudario di ipocrisia. È sceso in campo il «generale cordoglio» e «l’ufficiale sdegno».
Si sapeva che i fratelli Ramponi che hanno fatto esplodere la casa ammazzando i militari erano pericolosi: avevano già minacciato un avvocato, se ne dovevano andare da quel casolare, ma si sono barricati. Sembrano le storie che Mario Giordano racconta a Fuori dal coro: ladri di case che se ne fregano di uno Stato fortissimo con i deboli, inerte con i prepotenti e piagnone quando non se ne può fare a meno. Il presidente della Repubblica ha scritto al comandante generale dell’Arma: «Ho appreso con sconcerto e profondo dolore la notizia della morte dei tre militari; in questa drammatica circostanza, esprimo la mia solidale vicinanza all’Arma dei carabinieri e sentimenti di partecipe cordoglio ai familiari». Viene da domandarsi se è lo stesso Sergio Mattarella che rampognò i carabinieri di Pisa che usarono i manganelli per disperdere gli studenti pro Pal. Disse: «Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento».
E chissà se arriverà il cordoglio di Silvia Roggiani, segretaria lombarda del Pd, che, spalleggiata dal sindaco Beppe Sala e dall’ex capo della polizia Franco Gabrielli, ebbe a dire dei carabinieri dopo l’inseguimento finito con la morte di Ramy Elgaml: «Esultavano mentre uccidevano un immigrato». Ilaria Cucchi, senatrice Pd, per quei carabinieri che la Procura vuole processare a ogni costo, disse: «Toglietegli la divisa». Per i tre militari veronesi è arrivata una nota di dolore del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi: «È una grande tragedia. Questo è il momento del dolore, dello stare uniti e vicino all’Arma dei carabinieri. Si è trattato di un’operazione curata nel dettaglio. Ciononostante, era inimmaginabile ci potesse essere un livello di aggressività di questo tipo».
Ma ai tre militari, ora, nessuno può spiegarglielo. Giorgia Meloni ha chiesto ieri al Consiglio dei ministri, di rispettare un minuto di silenzio. È stato deciso che si faranno i funerali di Stato e sarà dichiarato il lutto nazionale per due giorni. Elly Schlein, segretario del Pd, asserisce: «Siano attoniti, è straziante quanto è avvenuto; alle famiglie e all’Arma il mio personale cordoglio e di tutto il Pd». Ma è la stessa Schlein che, di fronte alla richiesta dello scudo penale per le forze dell’ordine, aveva tuonato: «Siamo fortemente contrari a quell’ipotesi, la legge è uguale per tutti. Tanto più lo deve essere per chi deve far rispettare la legge. Sarebbe pericoloso un quadro in cui si crea una impunità generalizzata». Forse dovrebbe spiegarlo ai Carabinieri aggrediti da pro Pal a Roma. Hanno arrestato due facinorosi, il giudice li ha messi fuori.
È storia quotidiana. Hanno devastato Roma, ma che gli fa: son ragazzi e con i ragazzi i manganelli non si usano. Carabinieri e agenti di polizia devono stare lì fermi a fare il bersaglio. E che importa se, negli ultimi nove mesi, su 8.000 manifestazioni ci sono stati 325 feriti tra le forze dell’ordine (il 52% in più del 2024). Se ci scappa il morto, c’è sempre di picchetto l’ufficiale sdegno e poi l’onore del generale cordoglio!
Tutti membri delle squadre speciali. Uno era reduce del conflitto somalo
Valerio Daprà aveva combattuto in Somalia schivando la morte per poco e un destino beffardo ha stroncato la sua vita vicino casa. I nomi e i volti di Valerio Daprà, Marco Piffari e Davide Bernardello resteranno scolpiti nella mente di tutti e nel cuore di chi li ha conosciuti perché «è ingiusto» morire facendo il proprio lavoro.
Delle loro vite, dei loro sorrisi e della loro voglia di vivere adesso rimane soltanto un mazzo di gigli deposto di fronte alla sede del comando provinciale dei carabinieri di Verona. Erano tre carabinieri «in servizio» impegnati in un’operazione di sgombero, ma l’esplosione a Castel d’Azzano, in provincia di Verona, ha fatto in modo che quelle divise resteranno appese per sempre. Facevano parte del Nucleo operativo radiomobile della compagnia di Padova, inquadrati nell’aliquota di primo intervento, il reparto addestrato a operare nelle situazioni più delicate. Il luogotenente Marco Piffari, il brigadiere capo Valerio Daprà e il carabiniere scelto Davide Bernardello, oltre a indossare la stessa divisa, condividevano lo stesso senso del dovere e la stessa dedizione per un mestiere che, per loro, era prima di tutto una missione. Piffari, 56 anni, era nell’Arma da ben 38 anni. Era nato a Taranto il 4 febbraio 1969, ma viveva a Sant’Ambrogio di Trebaseleghe, in provincia di Padova, ed era comandante della squadra operativa di supporto. Da dodici anni si occupava della protezione di obiettivi sensibili e nel contrasto alla criminalità organizzata e alla microcriminalità. Si era arruolato nel 1987, da allora la divisa e il suo lavoro erano parte della sua vita. Come emerge anche dai suoi profili social: pubblicava spesso contenuti legati all’attività delle forze dell’ordine e amava condividere frasi personali, come questa: «La vita è troppo breve per infarcirla di bugie».
In un post di febbraio, in occasione del suo compleanno, aveva ringraziato gli amici per gli auguri scrivendo un messaggio: «Spero di scrivervi per moltissime altre primavere». Amava il suo lavoro, ma aveva anche tante passioni tra le quali in particolare l’equitazione e la moto. Gli piacevano molto la montagna e la natura. Aveva anche un rapporto speciale con Brescia perché da piccolo aveva vissuto in quelle zone con la sua famiglia. Tanti i messaggi di cordoglio e di profondo dolore. Un amico, su un post di Facebook, lo descrive come «una persona semplice quanto determinata, che sentiva sulle sue spalle il dovere di essere un comandante». Il Comune di Trebaseleghe ha espresso «profondo cordoglio» per la «tragica scomparsa del carabiniere Marco Piffari» per «il nostro concittadino, caduto mentre compiva il proprio dovere. La sua perdita ci addolora immensamente e desideriamo esprimere il nostro più sincero cordoglio alla famiglia e a tutti i colleghi».
Piffari aveva la stessa età del brigadiere capo Valerio Daprà che aveva da poco festeggiato il suo compleanno (e che, secondo il Corriere, aveva maturato un’anzianità da pensionamento ma aveva deciso di non andarci, ndr). Era nato a Brescia il 9 ottobre 1969 e si era arruolato nell’Arma nel 1988. Viveva a Padova da anni. Lascia una compagna e due figli. Daprà aveva combattuto nella battaglia di Checkpoint Pasta del 2 luglio 1993 in Somalia. In quell’occasione morirono tre soldati italiani e lui riuscì a salvarsi. Il più giovane dei tre era il carabiniere scelto Davide Bernardello, nato a Camposampiero (Padova) il 31 agosto 1989, viveva nel Padovano. Si era arruolato nel 2014 e anche lui operava nell’aliquota di primo intervento del nucleo radiomobile di Padova. Tre vite diverse spezzate da un amaro e beffardo destino.
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Tragedia nel Veronese, tre fratelli hanno fatto saltare un casolare riempiendolo di gas Una ventina i feriti tra militari, poliziotti e vigili del fuoco. Il premier: «Lutto nazionale».Da Mattarella alla Elly Schlein: chi ora fa scendere in campo il «generale cordoglio» e «l’ufficiale sdegno», in passato ha criticato gli uomini in divisa perché facevano il loro dovere. Chissà se lo farà al prossimo corteo?Valerio Daprà e Marco Piffari erano i veterani, Davide Bernardello il più giovane.Lo speciale contiene tre articoliIl tetto del vecchio casolare sventrato. Travi di legno e mattoni a terra. Attorno, sull’erba, i caschi e i giubbotti antiproiettili dei carabinieri.È quello che rimane del sacrificio dei tre carabinieri, che hanno perso la vita nella notte di martedì, e di un gesto di follia e di criminale disperazione perché i fratelli Dino, Franco e Maria Luisa Ramponi, di 63, 65 e 58 anni, non volevano andarsene dalla loro abitazione di Castel d’Azzano. Vessati dalle banche e disposti a tutto pur di impedire quella che consideravano un’ingiustizia: l’esecuzione forzata del recupero del credito sulla loro cascina, uno dei pochi beni rimasti, dove lavoravano e vivevano occupandosi della terra e di una trentina di mucche.Le forze dell’ordine sapevano che l’operazione di sgombero, programmata in seguito all’ordine del giudice, era ad alto rischio. E, per questo, era stata studiata da tempo dopo vari tentativi andati a vuoto perché i tre fratelli avevano già minacciato di farsi saltare in aria. Proprio per la delicatezza dell’azione, sul posto erano arrivati i militari dei reparti speciali di Padova e Mestre, le squadre specializzate dell’Uopi della direzione centrale anticrimine e i vigili del fuoco. Fin dalle prime ore della notte, era stata predisposta l’assistenza del sistema sanitario regionale con una automedica e due ambulanze per lo sgombero. Ma quando alle 3.15 di notte le forze speciali entrano nell’edificio, esplode tutto. Il boato arriva fino a cinque chiilometri di distanza e per i carabinieri Marco Piffari, Davide Bernardello e Valerio Daprà non c’è scampo.Appena si accorgono che stanno per entrare, i fratelli riempiono lo stabile di gas utilizzandolo delle bombole. I militari non fanno tempo a varcare la soglia della porta d’ingresso che Maria Luisa Ramponi scatena l’inferno. Afferra una bottiglia molotov e scoppia tutto.Che i fratelli Ramponi fossero pieni di esplosivi, anche questa era cosa nota. Proprio nei giorni scorsi, da alcun sopralluoghi realizzati con dei droni, le forze dell’ordine avevano individuato una serie di bottiglie molotov ammassate sul tetto del casolare. «C’era il concreto pericolo che ci potessero essere armi ed esplosivi anche all’interno», ha spiegato il comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Claudio Papagno, specificando come già in passato i Ramponi avessero messo in atto condotte minatorie. Non erano mai arrivati a questo punto, di mettere in atto quella che ormai si configura come una vera e propria strage premeditata. E di cui forse si potevano scorgere le avvisaglie in alcune dichiarazioni rilasciate poco meno di un anno fa.«Ci facciamo saltare in aria», avevano detto i tre fratelli, agricoltori e allevatori, minacciando proprio il folle gesto dell’altra notte. L’aveva detto chiaro chiaro, Maria Luisa in un video che oggi suona come un macabro annuncio. «Abbiamo riempito la casa di gas. Non sappiamo più cosa fare. Non abbiamo più nulla, continuiamo a subire e subire», dice la donna nel filmato, raccontando di lottare da cinque anni per avere giustizia.E così, nel novembre 2024, i tre fratelli, si erano barricati sul tetto dell’edificio con una tanica di benzina, dopo aver aperto il gas all’interno degli immobili e chiuso tutte le porte e le finestre, pronti a far esplodere l’intera struttura. Allora, però, erano stati messi in salvo dai vigili del fuoco che li avevano evacuati scongiurando la tragedia. All’origine di tali ideazioni suicidarie vi sarebbero difficoltà finanziarie della famiglia. Tutto pare aver avuto inizio nel 2014, quando Dino, a causa di una serie di debiti accumulati, avrebbe stipulato un mutuo falsificando la firma di un famigliare, forse del fratello Franco. I tre avevano, però, sempre sostenuto di non aver mai firmato i documenti per il prestito, e che anzi le firme erano state contraffatte. Nel mentre, però, secondo quando raccontato da Maria Luisa, scatta un pignoramento di edifici e terreni, viene nominato un custode giudiziario, si susseguono una serie di aste a seguito delle quali gli immobili e i terreni vengono deprezzati e, infine, svenduti. Anche nel 2021, nel tentativo di salvare la proprietà dall’asta, uno dei fratelli era salito sul tetto del tribunale di Verona urlando che si sarebbe lanciato nel vuoto, mentre la sorella, che si cospargeva di alcol nel parcheggio, minacciava di darsi fuoco. In quel caso, a bloccarli era stato il tempestivo intervento di due vigilantes.Ma se la loro propensione al suicidio come gesto estremo ormai era nota sia in paese sia tra le forze dell’ordine, nessuno pensava potessero arrivare all’omicidio o, addirittura, alla strage, ipotesi di reato al vaglio degli inquirenti (al momento l’accusa è omicidio premeditato e volontario, oggi si terranno gli interrogatori, ndr). Anche il bilancio dei feriti rende la portata del gesto: almeno 25 i ricoverati, sparsi in quattro ospedali della zona. Tra loro anche Maria Luisa, in stato di fermo come il fratello Dino, subito fermato dopo l’esplosione, e Franco, inizialmente scappato dalla scena del crimine e fermato dopo alcune ore in un campo poco lontano dal casolare. Non ha opposto resistenza. Stando ai racconti dei vicini, i Ramponi in paese sono conosciuti come «strani», isolati e senza una rete di amicizie al di fuori del nucleo familiare; fino a qualche tempo fa erano proprietari di diversi campi, poi tutti svenduti per far fronte ai crescenti debiti.In loro possesso rimaneva solo il casolare, ormai fatiscente, senza allaccio alla corrente elettrica e all’acqua potabile. Pare lavorassero esclusivamente di notte e che ormai vivessero solo del latte delle mucche. A quanto racconta il vice sindaco Antonello Panuccio, il Comune era pronto ad accoglierli in qualche struttura provvisoria, ad offrire un aiuto logistico ma non certo assistenziale data la condizione di dei fratelli, tutti considerati non soggetti fragili e ancora in età lavorativa. Una soluzione inaccettabile a quanto pare, dato che la cascina, per i fratelli Ramponi era diventata ormai l’unica ragione di vita.Intanto, il Consiglio dei ministri, su richiesta del premier Giorgia Meloni, ha deciso il lutto nazionale e le esequie di Stato. 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Li hanno ammazzati come tanti, troppi altri servitori dello Stato perché erano lì a fare il loro dovere, a difendere cittadini e legalità. Li avvolge pure un sudario di ipocrisia. È sceso in campo il «generale cordoglio» e «l’ufficiale sdegno».Si sapeva che i fratelli Ramponi che hanno fatto esplodere la casa ammazzando i militari erano pericolosi: avevano già minacciato un avvocato, se ne dovevano andare da quel casolare, ma si sono barricati. Sembrano le storie che Mario Giordano racconta a Fuori dal coro: ladri di case che se ne fregano di uno Stato fortissimo con i deboli, inerte con i prepotenti e piagnone quando non se ne può fare a meno. Il presidente della Repubblica ha scritto al comandante generale dell’Arma: «Ho appreso con sconcerto e profondo dolore la notizia della morte dei tre militari; in questa drammatica circostanza, esprimo la mia solidale vicinanza all’Arma dei carabinieri e sentimenti di partecipe cordoglio ai familiari». Viene da domandarsi se è lo stesso Sergio Mattarella che rampognò i carabinieri di Pisa che usarono i manganelli per disperdere gli studenti pro Pal. Disse: «Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento».E chissà se arriverà il cordoglio di Silvia Roggiani, segretaria lombarda del Pd, che, spalleggiata dal sindaco Beppe Sala e dall’ex capo della polizia Franco Gabrielli, ebbe a dire dei carabinieri dopo l’inseguimento finito con la morte di Ramy Elgaml: «Esultavano mentre uccidevano un immigrato». Ilaria Cucchi, senatrice Pd, per quei carabinieri che la Procura vuole processare a ogni costo, disse: «Toglietegli la divisa». Per i tre militari veronesi è arrivata una nota di dolore del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi: «È una grande tragedia. Questo è il momento del dolore, dello stare uniti e vicino all’Arma dei carabinieri. Si è trattato di un’operazione curata nel dettaglio. Ciononostante, era inimmaginabile ci potesse essere un livello di aggressività di questo tipo».Ma ai tre militari, ora, nessuno può spiegarglielo. Giorgia Meloni ha chiesto ieri al Consiglio dei ministri, di rispettare un minuto di silenzio. È stato deciso che si faranno i funerali di Stato e sarà dichiarato il lutto nazionale per due giorni. Elly Schlein, segretario del Pd, asserisce: «Siano attoniti, è straziante quanto è avvenuto; alle famiglie e all’Arma il mio personale cordoglio e di tutto il Pd». Ma è la stessa Schlein che, di fronte alla richiesta dello scudo penale per le forze dell’ordine, aveva tuonato: «Siamo fortemente contrari a quell’ipotesi, la legge è uguale per tutti. Tanto più lo deve essere per chi deve far rispettare la legge. Sarebbe pericoloso un quadro in cui si crea una impunità generalizzata». Forse dovrebbe spiegarlo ai Carabinieri aggrediti da pro Pal a Roma. Hanno arrestato due facinorosi, il giudice li ha messi fuori.È storia quotidiana. Hanno devastato Roma, ma che gli fa: son ragazzi e con i ragazzi i manganelli non si usano. Carabinieri e agenti di polizia devono stare lì fermi a fare il bersaglio. E che importa se, negli ultimi nove mesi, su 8.000 manifestazioni ci sono stati 325 feriti tra le forze dell’ordine (il 52% in più del 2024). Se ci scappa il morto, c’è sempre di picchetto l’ufficiale sdegno e poi l’onore del generale cordoglio! <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esplode-casa-da-sgomberare-uccisi-tre-carabinieri-meloni-funerali-di-stato-2674184246.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tutti-membri-delle-squadre-speciali-uno-era-reduce-del-conflitto-somalo" data-post-id="2674184246" data-published-at="1760472972" data-use-pagination="False"> Tutti membri delle squadre speciali. Uno era reduce del conflitto somalo Valerio Daprà aveva combattuto in Somalia schivando la morte per poco e un destino beffardo ha stroncato la sua vita vicino casa. I nomi e i volti di Valerio Daprà, Marco Piffari e Davide Bernardello resteranno scolpiti nella mente di tutti e nel cuore di chi li ha conosciuti perché «è ingiusto» morire facendo il proprio lavoro.Delle loro vite, dei loro sorrisi e della loro voglia di vivere adesso rimane soltanto un mazzo di gigli deposto di fronte alla sede del comando provinciale dei carabinieri di Verona. Erano tre carabinieri «in servizio» impegnati in un’operazione di sgombero, ma l’esplosione a Castel d’Azzano, in provincia di Verona, ha fatto in modo che quelle divise resteranno appese per sempre. Facevano parte del Nucleo operativo radiomobile della compagnia di Padova, inquadrati nell’aliquota di primo intervento, il reparto addestrato a operare nelle situazioni più delicate. Il luogotenente Marco Piffari, il brigadiere capo Valerio Daprà e il carabiniere scelto Davide Bernardello, oltre a indossare la stessa divisa, condividevano lo stesso senso del dovere e la stessa dedizione per un mestiere che, per loro, era prima di tutto una missione. Piffari, 56 anni, era nell’Arma da ben 38 anni. Era nato a Taranto il 4 febbraio 1969, ma viveva a Sant’Ambrogio di Trebaseleghe, in provincia di Padova, ed era comandante della squadra operativa di supporto. Da dodici anni si occupava della protezione di obiettivi sensibili e nel contrasto alla criminalità organizzata e alla microcriminalità. Si era arruolato nel 1987, da allora la divisa e il suo lavoro erano parte della sua vita. Come emerge anche dai suoi profili social: pubblicava spesso contenuti legati all’attività delle forze dell’ordine e amava condividere frasi personali, come questa: «La vita è troppo breve per infarcirla di bugie».In un post di febbraio, in occasione del suo compleanno, aveva ringraziato gli amici per gli auguri scrivendo un messaggio: «Spero di scrivervi per moltissime altre primavere». Amava il suo lavoro, ma aveva anche tante passioni tra le quali in particolare l’equitazione e la moto. Gli piacevano molto la montagna e la natura. Aveva anche un rapporto speciale con Brescia perché da piccolo aveva vissuto in quelle zone con la sua famiglia. Tanti i messaggi di cordoglio e di profondo dolore. Un amico, su un post di Facebook, lo descrive come «una persona semplice quanto determinata, che sentiva sulle sue spalle il dovere di essere un comandante». Il Comune di Trebaseleghe ha espresso «profondo cordoglio» per la «tragica scomparsa del carabiniere Marco Piffari» per «il nostro concittadino, caduto mentre compiva il proprio dovere. La sua perdita ci addolora immensamente e desideriamo esprimere il nostro più sincero cordoglio alla famiglia e a tutti i colleghi».Piffari aveva la stessa età del brigadiere capo Valerio Daprà che aveva da poco festeggiato il suo compleanno (e che, secondo il Corriere, aveva maturato un’anzianità da pensionamento ma aveva deciso di non andarci, ndr). Era nato a Brescia il 9 ottobre 1969 e si era arruolato nell’Arma nel 1988. Viveva a Padova da anni. Lascia una compagna e due figli. Daprà aveva combattuto nella battaglia di Checkpoint Pasta del 2 luglio 1993 in Somalia. In quell’occasione morirono tre soldati italiani e lui riuscì a salvarsi. Il più giovane dei tre era il carabiniere scelto Davide Bernardello, nato a Camposampiero (Padova) il 31 agosto 1989, viveva nel Padovano. Si era arruolato nel 2014 e anche lui operava nell’aliquota di primo intervento del nucleo radiomobile di Padova. Tre vite diverse spezzate da un amaro e beffardo destino.
Tifosi bosniaci in trasferta a Cardiff. Nel riquadro, l’esultanza degli azzurri al fischio finale di Galles-Bosnia (Ansa)
Dopo aver sofferto nel girone contro avversari come Israele e Moldavia e aver battuto non senza difficoltà una modestissima Irlanda del Nord, 69ª nel ranking Fifa e composta perlopiù da giocatori che mediamente galleggiano tra Championship e League One - per intenderci le nostre serie B e C - gli azzurri si preparano a volare a Sarajevo con delle premesse tutt’altro che rassicuranti. A cominciare dalla scena del post partita di Bergamo mandata in onda in diretta dalla Rai. Tra un commento e l’altro di telecronisti e opinionisti, a un certo punto le telecamere inquadrano un gruppetto di calciatori della Nazionale, da Federico Dimarco a Pio Esposito, da Guglielmo Vicario ad Alex Meret e Sandro Tonali, tutti raccolti davanti a uno schermo, sorridenti e soddisfatti dell’esito dei calci di rigore che ha decretato la Bosnia nostro prossimo avversario, anziché il Galles.
Come a dire: meglio così, ostacolo più morbido, trasferta meno insidiosa. Un riflesso istintivo e umano, forse, ma anche un segnale profondamente sbagliato e sintomatico di almeno due fattori: il primo, lo stato di paura e ansia da prestazione che da tempo accompagna questa Nazionale; il secondo, la dimostrazione che il gruppo non ha recepito il grado di difficoltà rappresentato dalla trasferta che li attende nei Balcani. Tra tre giorni i nostri azzurri troveranno un clima che definire infuocato è quasi un eufemismo. E non solo per il catino bollente in cui si giocherà. Ma partiamo da qui. Si chiama Bilino Polje, ed è un impianto stretto e incastonato dentro il tessuto industriale di Zenica, città a 70 chilometri a Nord rispetto a Sarajevo. È lì che la federazione bosniaca ha scelto di trascinare l’Italia per lo spareggio mondiale. Altro che stadi moderni o quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto terrorizzava gli azzurri.
Qui si gioca addosso alla gente, tra palazzi, fabbriche e colline che chiudono l’orizzonte. Un’acustica roboante. Capienza di 13.362 posti a sedere, ridotti a 8.800 a causa di sanzioni imposte dalla Fifa per «comportamento scorretto della squadra, discriminazione, razzismo, utilizzo di materiale pirotecnico, disturbo durante gli inni nazionali e mancanza di ordine e disciplina dentro e fuori lo stadio» dopo il match contro la Romania dello scorso 15 novembre. Facile dunque aspettarsi un’accoglienza e un’atmosfera durissima, quasi soffocante. Per avere un’idea più chiara di che tipo di tifoseria si tratta, alla vigilia di Galles-Bosnia, alcuni ultrà dello Zrinjski Mostar, squadra bosniaca di etnia croata, hanno teso un agguato a un gruppo di connazionali tifosi dell’altra squadra della città, il Velez Mostar, che si recavano all’aeroporto di Sarajevo per volare in Galles a sostenere la propria Nazionale. Inoltre, sullo sfondo c’è un’altra questione ambientale non di poco conto che va tenuta in considerazione e che richiama direttamente l’orgoglio di una Nazione che si alimenta anche di rivalità e memorie recenti.
L’inchiesta sul cosiddetto «Sarajevo Safari» e sui presunti «turisti di guerra» italiani accusati di essere andati in Bosnia tra il 1992 e il 1996 per assassinare civili per puro divertimento, si porta dietro un carico simbolico e mediatico che non può e non deve essere trascurato e che contribuisce a creare un clima già incandescente e che non aveva alcun bisogno di essere alimentato ulteriormente. In un contesto simile, ogni gesto, ogni atteggiamento può essere amplificato. Infatti, la scena dell’esultanza degli azzurri davanti alla tv ha immediatamente provocato reazioni di sfida dai nostri prossimi avversari: «Guardate che mancanza di rispetto degli italiani.
E che arroganza. Hanno festeggiato la nostra vittoria ai rigori: ne terremo conto a Zenica». Una scenetta del tutto fuori luogo e della quale, ne siamo quasi certi, il primo a esser scontento è Gennaro Gattuso, che dopo la vittoria con l’Irlanda del Nord ha provato immediatamente a riportare tutti sulla terra ricordando che martedì servirà «scalare una montagna» per andare al Mondiale. Non solo per i motivi ambientali di cui sopra. Anche tecnicamente, la squadra capitanata da Edin Dzeko non è da sottovalutare: sia perché è superiore all’Irlanda del Nord con cui abbiamo fatto fatica, sia perché è andata a espugnare, seppur ai rigori, quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto incuteva terrore ai nostri.
Pure il tribunale dei social ha bocciato il facile entusiasmo degli azzurri: «Questa esultanza la pagheremo a caro prezzo». «Imbarazzante. Non ci qualifichiamo dai tempi di Ponzio Pilato e abbiamo pure il coraggio di fare gli sbruffoni». «È già scritto che siamo fuori. Il karma poi torna indietro». «La disfatta di Zenica». «La figura di m… è alle porte». «Ottimo, lo psicodramma è stato apparecchiato a dovere». Sono solo alcuni dei commenti tra i più gettonati, ma più che mai eloquenti di un fatto, più che di un’opinione: mentre i giocatori della nostra Nazionale si divertono davanti alla tv, a Zenica la Bosnia giocherà la partita della vita e avrà tutto da guadagnare, mentre l’Italia tutto da perdere. Dove il tutto è rappresentato dalla qualificazione a un Mondiale dopo 12 anni. E a questo punto, dopo lo sfottò, anche la faccia da non perdere. Perché gli ingredienti perfetti per la ricetta di un disastro sembrano esserci proprio tutti.
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Ursula von der Leyen con Donald Trump (Getty Images)
Non si tratta semplicemente di personalità o di cicli politici, né può essere spiegata dallo stile di una singola amministrazione. Si tratta di un cambiamento strutturale nel modo in cui gli Stati Uniti si rapportano ai propri alleati, un cambiamento che ha reso la politica meno prevedibile e più esposta a variazioni improvvise. La cooperazione tra Stati Uniti ed Europa resta significativa, con un dialogo politico attivo a più livelli e legami economici profondamente radicati. Il coordinamento prosegue inoltre in diversi ambiti, anche attraverso la Nato quando necessario, a dimostrazione di una relazione che continua a funzionare sul piano operativo. Questa continuità non deve però essere confusa con solidità, perché i governi europei non gestiscono più divergenze all’interno di un quadro prevedibile. Si trovano invece a operare in una relazione esposta a cambiamenti repentini, nella quale la direzione politica può mutare con rapidità e con effetti immediati.
Tre sviluppi definiscono oggi la relazione tra Europa e Stati Uniti, contribuendo a un cambiamento che non appare più reversibile. Non si tratta di deviazioni temporanee, ma di una trasformazione che incide sulla natura stessa del rapporto. Il primo è il passaggio dalla continuità all’oscillazione, poiché amministrazioni successive adottano approcci profondamente diversi nei confronti degli alleati. Questo crea un effetto pendolare che indebolisce la credibilità americana e rende più difficile per l’Europa pianificare nel lungo periodo. Il secondo è il crescente peso della politica interna sulla politica estera, con decisioni a Washington sempre più influenzate dalle aspettative elettorali e dalla percezione dell’opinione pubblica. In questo contesto, le alleanze non sono più giustificate da principi o storia condivisa, ma devono dimostrare la propria utilità in termini concreti. Il terzo è l’evoluzione del concetto stesso di partnership, con gli Stati Uniti che non considerano più le alleanze come pilastri immutabili del proprio ruolo globale. I rapporti vengono valutati in termini di risultati, dove contributo economico, allineamento politico e impegno nella sicurezza diventano fattori determinanti.
La prima conseguenza è l’incertezza, perché i governi europei non possono più assumere che la politica statunitense resti coerente nel tempo. Ogni ciclo elettorale introduce una variabile che non può essere ignorata e che incide direttamente sulla pianificazione strategica. La seconda conseguenza è la pressione, che ha spinto i Paesi europei ad aumentare la spesa per la difesa e ad assumere un ruolo più attivo nella gestione della sicurezza regionale. Questo riflette le aspettative di Washington, ma anche una realtà che l’Europa non può più permettersi di sottovalutare, come dimostra la guerra in Ucraina e la postura sempre più assertiva della Russia. La terza conseguenza è la condizionalità, perché il sostegno degli Stati Uniti non è più considerato automatico ma sempre più legato al contributo. L’allineamento politico non basta più, se non è accompagnato da impegni concreti e visibili.
Una futura amministrazione democratica, qualora dovesse emergere, non può essere data per scontata allo stato attuale, e questa incertezza è parte integrante del problema. Anche nell’ipotesi di un cambiamento politico, la traiettoria della relazione non potrebbe essere semplicemente invertita. Se tale amministrazione dovesse insediarsi, la volontà di rassicurare l’Europa sarebbe probabilmente forte, e il linguaggio della cooperazione tornerebbe al centro del discorso politico. Tuttavia, questo non sarebbe sufficiente a ricostruire il rapporto nella sua forma originaria, perché la credibilità oggi dipende dalla coerenza nel tempo e non da dichiarazioni immediate.
Esiste inoltre una consapevolezza crescente negli Stati Uniti del fatto che il modello precedente non fosse sostenibile, in particolare per quanto riguarda la distribuzione degli oneri e l’equilibrio del rapporto. Questa consapevolezza è ormai radicata, e limita in modo significativo qualsiasi tentativo di ritorno al passato. Qualora una amministrazione democratica dovesse assumere il potere, l’esito più realistico sarebbe una stabilizzazione accompagnata da una ridefinizione del rapporto, piuttosto che un ritorno alla situazione precedente. Le relazioni potrebbero diventare meno conflittuali, ma resterebbero più esigenti.
Questo riflette un cambiamento più ampio nel modo in cui gli Stati Uniti concepiscono il proprio ruolo globale, con un coinvolgimento europeo che continuerà ma in forma più selettiva e condizionata. La partnership non è più un punto di partenza, ma un risultato da dimostrare. Al centro di questa trasformazione si trova l’elettorato americano, il cui peso nel determinare la politica estera è oggi più diretto e meno filtrato rispetto al passato. Questo introduce una dinamica che i governi europei devono considerare, anche se non hanno alcuna capacità di influenzarla.
Per molti elettori, l’Europa non è più percepita come un pilastro strategico imprescindibile, ma come una relazione che deve giustificarsi in termini pratici. Le alleanze devono essere eque, e l’impegno internazionale deve produrre benefici tangibili. Questo non si traduce in isolamento, perché l’interdipendenza economica e la natura globale delle sfide rendono il disimpegno impraticabile, ma impone limiti chiari a ciò che qualsiasi amministrazione può promettere.
La relazione tra Europa e Stati Uniti non si sta interrompendo, ma sta cambiando in modo profondo e probabilmente irreversibile. Questo cambiamento non è una parentesi, ma l’inizio di una fase diversa. Per l’Europa, la conclusione è inevitabile, anche se politicamente scomoda. Gli Stati Uniti restano indispensabili, ma non sono più affidabili nel senso tradizionale del termine.
La stabilità non può più essere presunta, e dovrà essere costruita attraverso comportamenti coerenti e verificabili nel tempo, in una relazione che continua a esistere ma che ha definitivamente perso la sua natura automatica.
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Petroliera cinese (Getty Images)
La National Development and Reform Commission (Ndrc), il principale organismo di pianificazione economica cinese, ha ordinato ai grandi raffinatori statali di sospendere le esportazioni di carburante per aerei, diesel e cherosene. Sinopec, il maggior raffinatore del Paese, ha tagliato l’attività del 5% a marzo per conservare le riserve di greggio, e il vicepresidente Zhao Dong ha confermato che la priorità è garantire le forniture interne. Le scorte strategiche cinesi ammontano a circa 1,4 miliardi di barili, ma per altre fonti potrebbero essere ben più alte, attorno a 1,9 miliardi di barili.
Secondo alcune stime, solo circa il 6% del consumo energetico primario della Cina è direttamente esposto alle interruzioni dello Stretto di Hormuz, ma intanto il governo ha anche introdotto, per la prima volta dal 2013, controlli sui prezzi interni della benzina.
Le restrizioni all’export di carburante stanno già creando problemi concreti. Il Vietnam importa quasi il 70% del suo carburante per aerei, con circa il 60% proveniente da Cina e Thailandia, ma i fornitori garantiscono gli approvvigionamenti solo fino ad aprile. I costi operativi delle compagnie aeree vietnamite sono aumentati fino al 70%.
L’Australia dipende dalla Cina per circa un terzo del suo jet fuel e figura tra i principali importatori di diesel cinese. Per cercare di arginare il problema, il governo di Canberra ha già convocato un gabinetto straordinario per gestire la crisi.
La Ndrc ha anche ordinato agli esportatori cinesi di fertilizzanti di sospendere le spedizioni verso alcuni mercati. Questione rilevantissima, perché la Cina è il secondo esportatore mondiale di fertilizzanti dopo la Russia. Non c’è stato nessun annuncio ufficiale, poiché l’ordine è stato dato in via informale agli operatori del settore, secondo quanto riportato da alcuni organi di stampa. La direttiva di cessare le esportazioni si applicherebbe in particolare all’India, che importa circa il 10% del proprio fabbisogno di fertilizzanti dalla Cina.
Pechino ha contestualmente rilasciato riserve statali di fertilizzanti sul mercato interno in questi giorni, per garantire prezzi stabili agli agricoltori. L’associazione dei produttori cinesi ha persino indicato un tetto ai prezzi, invitando le imprese a non vendere al di sopra di quel livello. A quanto pare, dunque, Xi Jinping sembra intenzionato a garantire che i fertilizzanti rimangano in patria al servizio del mercato interno, prima di considerare qualsiasi esportazione.
Si prospettano poi ulteriori restrizioni su alluminio e plastica. I prezzi dell’alluminio erano saliti bruscamente all’inizio del conflitto per i timori di interruzioni nelle forniture, visto che il Medio Oriente rappresenta circa il 9% della produzione mondiale nel 2025. Dopo un breve calo, i prezzi stanno riprendendo a salire, e un aumento del 10% dei costi delle materie prime può ridurre i margini lordi dei principali produttori cinesi di elettrodomestici fino al 6%. Per questo Pechino cercherà di proteggere innanzitutto il proprio mercato.
Proprio qui, infatti, si stanno verificando le prime crepe, poiché le restrizioni all’export e l’aumento dei costi energetici stanno colpendo duramente le piccole e medie imprese cinesi. I margini dell’industria tessile e dell’abbigliamento sono scesi al 4,1%, il livello più basso dal 2017. Il settore della plastica e della gomma ha registrato due anni consecutivi di erosione dei margini, al 5,3%.
Nello Zhejiang le esportazioni verso il Medio Oriente avevano superato i 120 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita del 23% nei primi due mesi dell’anno verso Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Ora i compratori della regione sono quasi scomparsi, mentre i costi di trasporto verso il Golfo Persico sono aumentati del 35% a marzo e i premi assicurativi del 143%.
In questo contesto, il ministro del Commercio cinese Wang Wentao ha dichiarato, a margine della quattordicesima riunione ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio in Camerun, che la Cina è disposta a espandere «attivamente» le importazioni dall’Unione europea. Wang, che ha incontrato il commissario europeo per il commercio Maroš Šefčovič, ha anche chiesto a Bruxelles di allentare i controlli sulle esportazioni di alta tecnologia verso la Cina, invitando l’Ue ad «astenersi dallo strumentalizzare politicamente le questioni commerciali» e a considerare lo sviluppo cinese in modo «razionale e obiettivo».
La dichiarazione arriva mentre Pechino è impegnata su diversi tavoli. Proseguono infatti le trattative commerciali con Washington in vista del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping a metà maggio, mentre ci sono indagini reciproche sulle pratiche commerciali. L’apertura verso Bruxelles appare in questo senso anche una mossa per diversificare i canali diplomatici e commerciali in una fase di forte pressione.
L’Europa è molto esposta. Non dispone di fornitori alternativi di taglia mondiale per i fertilizzanti, visto che l’unico altro grande esportatore è la Russia, già sotto sanzioni. Il blocco dei fertilizzanti, in coincidenza con l’inizio della stagione primaverile, lascia davvero poco tempo per trovare alternative.
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Sono il 7,4% delle imprese ma generano oltre 102 miliardi di ricavi e quasi un quarto dell’Ebitda. L’Osservatorio Nomisma evidenzia il divario crescente tra aziende capaci di creare valore e un sistema che fatica a trasformare la crescita in marginalità.
C’è una parte della manifattura italiana che non solo regge l’urto delle difficoltà economiche, ma continua a crescere e a produrre valore. È quella delle cosiddette imprese «Controvento», una minoranza sempre più rilevante del tessuto produttivo nazionale.
Secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio realizzato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, queste aziende rappresentano oggi il 7,4% del totale del comparto manifatturiero. Una quota limitata, ma capace di concentrare il 10% dei ricavi complessivi, pari a 102,6 miliardi di euro, oltre a quasi un quarto dell’Ebitda e al 16% del valore aggiunto dell’intero settore.
Il dato più significativo è che non si tratta di un fenomeno temporaneo. Negli anni, infatti, si è consolidata una vera e propria frattura tra modelli produttivi: da un lato imprese in grado di trasformare la crescita in marginalità e solidità, dall’altro aziende che faticano a generare valore nonostante l’aumento dei volumi. Le imprese Controvento si distinguono per performance nettamente superiori alla media. Tra il 2019 e il 2024 il loro margine operativo lordo è passato dal 17% al 24,9%, mentre quello delle altre realtà è rimasto sostanzialmente fermo attorno all’8%. Un divario che in cinque anni è quasi raddoppiato, passando da 9 a 17 punti percentuali.
La distanza emerge con ancora più evidenza sul fronte della produttività: 171 mila euro per addetto nelle imprese Controvento contro meno di 89 mila nelle altre. Un gap che ribalta anche le gerarchie dimensionali: una piccola impresa Controvento risulta mediamente più produttiva di una grande azienda che non rientra nel cluster. Dal punto di vista geografico, la Lombardia si conferma la regione con il maggior volume di ricavi, oltre 33 miliardi di euro. Ma è l’Emilia-Romagna a far registrare la crescita più sostenuta, superando i 20 miliardi e accorciando le distanze. Segnali di dinamismo arrivano anche dal Mezzogiorno, dove aumenta la presenza di realtà capaci di distinguersi.
A trainare questo gruppo di imprese sono soprattutto alcune filiere chiave del made in Italy: automotive, farmaceutica, packaging e nautica. Settori che mostrano una maggiore capacità di mantenere nel tempo livelli elevati di competitività. Un elemento distintivo riguarda anche la solidità complessiva. Le imprese Controvento presentano infatti livelli di rischio più contenuti e una maggiore propensione all’innovazione e all’adozione delle tecnologie digitali. Caratteristiche che si traducono in resilienza, capacità di adattamento e un orientamento competitivo più marcato.
L’Osservatorio evidenzia inoltre come la continuità nel tempo faccia la differenza. Le aziende presenti da più edizioni nel cluster – le cosiddette «Super-Veterane» e «Star» – registrano risultati migliori rispetto a quelle entrate più recentemente. Non si tratta solo di stabilità, ma della capacità di consolidare nel tempo crescita e organizzazione. Le imprese al debutto, che rappresentano comunque la quota più ampia del gruppo, mostrano performance inferiori rispetto alle più consolidate, ma restano nettamente sopra la media del sistema manifatturiero. Un segnale della selettività dei criteri utilizzati. Anche sul piano territoriale emerge una geografia precisa: le regioni con una tradizione industriale più radicata concentrano la maggior parte delle aziende con maggiore continuità, con l’Emilia-Romagna che si distingue per equilibrio tra stabilità e capacità di creare valore.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo sempre più polarizzato. Da una parte un nucleo ristretto ma in crescita di imprese capaci di affrontare anche i contesti più complessi, dall’altra una fascia più ampia che fatica a tenere il passo.
Una trasformazione che, più che legata al ciclo economico, sembra riflettere un cambiamento strutturale nei modelli competitivi, dove innovazione, solidità finanziaria e capacità di adattamento diventano fattori decisivi per restare sul mercato.
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