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2018-09-27
Per evitare le sanzioni sull’Iran teniamo il piede in due scarpe
EPA/Ansa
Se c'è un dossier su cui Donald Trump è apparso totalmente isolato in questi giorni di Assemblea generale dell'Onu a New York è quello che riguarda l'Iran. Unione europea, Cina e Russia hanno infatti bollato con disprezzo come un atto unilaterale la mossa della Casa Bianca di nuove sanzioni contro il regime degli ayatollah. Incerta appare però la posizione italiana, combattuta tra il riavvicinamento agli Usa e gli interessi delle grandi aziende.
Il premier Giuseppe Conte ieri ha incontrato il presidente iraniano Hassan Rohani. L'Italia, in quel caso, ha parlato anche un po' per bocca statunitense, visto che Trump aveva annunciato su Twitter che non avrebbe incontrato Rohani, limitandosi a un «magari in futuro». E così è stato. Ma di Iran avevano discusso martedì nel corso del loro bilaterale Pietro Benassi, consigliere diplomatico di Conte, e John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. Quell'incontro, racconta una fonte della diplomazia italiana, è stato per buona parte concentrato sulle questione del Mediterraneo, in particolare sulla Libia, scenario in cui l'Italia cerca il sostegno americano per organizzare a novembre una conferenza di pace in Sicilia. Ma Bolton, che non ha mai escluso la possibilità di un'operazione statunitense per rovesciare il regime di Teheran, ha cercato il confronto con l'Italia anche sul dossier Iran.
Ieri, a poche ore dall'incontro tra Conte e Rohani, il consigliere di Trump ha tuonato contro il regime: «Se continuerete a mentire, imbrogliare e ingannare, ci saranno conseguenze infernali», ha detto intervenendo al summit dell'organizzazione United against nuclear Iran, a margine dell'assemblea generale Onu. Tuttavia, alla durezza di Bolton ha fatto da contraltare un atteggiamento più conciliante di Conte durante il bilaterale con Rohani. Le preoccupazioni italiane riguardano, infatti, società come Ansaldo, Danieli e Saipem, che in Iran hanno fatto importanti investimenti grazie all'apertura al regime di cui è stato fautore in primo luogo l'ex presidente a stelle e strisce Barack Obama.
L'Italia cerca quindi di ritagliarsi un ruolo da mediatrice tra gli Usa e l'Iran. Una fonte diplomatica statunitense spiega alla Verità il perché dell'appoggio silenzioso dell'amministrazione Trump all'operato del governo italiano su questo dossier: Washington non può abbandonare del tutto l'Iran per motivi di sicurezza, e nello scenario attuale l'Italia rappresenta la perfetta testa di ponte. Anche perché unico tra i grandi Paesi dell'Europa ad aver dimostrato una certa disponibilità a lavorare con gli Stati Uniti di Trump.
All'Italia la porta aperta verso l'Iran potrebbe essere garantita dall'Unione europea. Pochi giorni fa, infatti, Federica Mogherini, alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, ha annunciato la creazione di un'entità specifica per continuare le relazioni commerciali con l'Iran, in particolare per l'esportazione di petrolio. «Concretamente, gli Stati membri dell'Ue istituiranno un'entità legale per facilitare transazioni finanziarie legittime con l'Iran», ha detto la Mogherini a margine di un un incontro dedicato alla salvaguardia dell'accordo nucleare iraniano del 2015 (di cui lei fu grande sostenitrice), sottoscritto con l'Iran da Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Germania e Unione europea.
La decisione di creare un veicolo speciale già «è stata presa. Ora si terranno incontri di tipo tecnico per renderlo operativo» e permettere di sfuggire alle sanzioni che Washington imporrà dal 4 novembre contro Teheran e contro chiunque non avrà ridotto «a zero» l'importazione di petrolio iraniano. È quanto si legge in una nota congiunta letta dalla Mogherini e dal ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif martedì. A fianco dell'Ue, ci sono anche Russia e Cina. I tre attori sono intenzionati «a proteggere la libertà dei loro operatori economici di perseguire attività legittime con l'Iran», continua la nota. Rimangono i dettagli tecnici da definire ma intanto a Bruxelles già circola la voce che a garanzia degli scambi, in larga parte energetici, potrebbe essere messa addirittura la Banca europea per gli investimenti.
La reazioni americana è stato durissima. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha definito lo strumento ipotizzato dalla Mogherini come «una delle misure più controproducenti immaginabili per la pace e la sicurezza regionale e globale». Pompeo si è detto «turbato e profondamente deluso nel sentire le parti che sono rimaste nell'accordo sul nucleare iraniano annunciare la messa a punto di uno speciale sistema di pagamento per bypassare le sanzioni Usa».
Concetto ribadito da Trump in persona, che ieri al Consiglio di sicurezza da lui presieduto per la prima volta ha tuonato: «Chi aggira sanzioni subirà serie conseguenze». Ma, sottolinea una fonte nella missione italiana al Palazzo di vetro di New York, l'Italia spera che dietro queste minacce si nasconda il modello già attuato da Trump con l'apertura alla Corea del Nord: prima il bastone, poi la carota. È in quest'ottica che l'asse Roma-Teheran potrebbe risultare meno indigesto a Washington.
L’Onu prova a battere Trump con le risatine
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Giuseppe Conte vede Hassan Rohani con l'obiettivo di tutelare gli affari italiani nella Repubblica islamica senza irritare gli Usa. Abbandonata la linea Morgherini, la speranza del governo è di fare il mediatore tra Teheran e Washington.The Donald zittisce il mondo con i risultati. Alle élite resta solo l'arma del disprezzo.Lo speciale contiene due articoli.Se c'è un dossier su cui Donald Trump è apparso totalmente isolato in questi giorni di Assemblea generale dell'Onu a New York è quello che riguarda l'Iran. Unione europea, Cina e Russia hanno infatti bollato con disprezzo come un atto unilaterale la mossa della Casa Bianca di nuove sanzioni contro il regime degli ayatollah. Incerta appare però la posizione italiana, combattuta tra il riavvicinamento agli Usa e gli interessi delle grandi aziende.Il premier Giuseppe Conte ieri ha incontrato il presidente iraniano Hassan Rohani. L'Italia, in quel caso, ha parlato anche un po' per bocca statunitense, visto che Trump aveva annunciato su Twitter che non avrebbe incontrato Rohani, limitandosi a un «magari in futuro». E così è stato. Ma di Iran avevano discusso martedì nel corso del loro bilaterale Pietro Benassi, consigliere diplomatico di Conte, e John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. Quell'incontro, racconta una fonte della diplomazia italiana, è stato per buona parte concentrato sulle questione del Mediterraneo, in particolare sulla Libia, scenario in cui l'Italia cerca il sostegno americano per organizzare a novembre una conferenza di pace in Sicilia. Ma Bolton, che non ha mai escluso la possibilità di un'operazione statunitense per rovesciare il regime di Teheran, ha cercato il confronto con l'Italia anche sul dossier Iran. Ieri, a poche ore dall'incontro tra Conte e Rohani, il consigliere di Trump ha tuonato contro il regime: «Se continuerete a mentire, imbrogliare e ingannare, ci saranno conseguenze infernali», ha detto intervenendo al summit dell'organizzazione United against nuclear Iran, a margine dell'assemblea generale Onu. Tuttavia, alla durezza di Bolton ha fatto da contraltare un atteggiamento più conciliante di Conte durante il bilaterale con Rohani. Le preoccupazioni italiane riguardano, infatti, società come Ansaldo, Danieli e Saipem, che in Iran hanno fatto importanti investimenti grazie all'apertura al regime di cui è stato fautore in primo luogo l'ex presidente a stelle e strisce Barack Obama.L'Italia cerca quindi di ritagliarsi un ruolo da mediatrice tra gli Usa e l'Iran. Una fonte diplomatica statunitense spiega alla Verità il perché dell'appoggio silenzioso dell'amministrazione Trump all'operato del governo italiano su questo dossier: Washington non può abbandonare del tutto l'Iran per motivi di sicurezza, e nello scenario attuale l'Italia rappresenta la perfetta testa di ponte. Anche perché unico tra i grandi Paesi dell'Europa ad aver dimostrato una certa disponibilità a lavorare con gli Stati Uniti di Trump.All'Italia la porta aperta verso l'Iran potrebbe essere garantita dall'Unione europea. Pochi giorni fa, infatti, Federica Mogherini, alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, ha annunciato la creazione di un'entità specifica per continuare le relazioni commerciali con l'Iran, in particolare per l'esportazione di petrolio. «Concretamente, gli Stati membri dell'Ue istituiranno un'entità legale per facilitare transazioni finanziarie legittime con l'Iran», ha detto la Mogherini a margine di un un incontro dedicato alla salvaguardia dell'accordo nucleare iraniano del 2015 (di cui lei fu grande sostenitrice), sottoscritto con l'Iran da Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Germania e Unione europea. La decisione di creare un veicolo speciale già «è stata presa. Ora si terranno incontri di tipo tecnico per renderlo operativo» e permettere di sfuggire alle sanzioni che Washington imporrà dal 4 novembre contro Teheran e contro chiunque non avrà ridotto «a zero» l'importazione di petrolio iraniano. È quanto si legge in una nota congiunta letta dalla Mogherini e dal ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif martedì. A fianco dell'Ue, ci sono anche Russia e Cina. I tre attori sono intenzionati «a proteggere la libertà dei loro operatori economici di perseguire attività legittime con l'Iran», continua la nota. Rimangono i dettagli tecnici da definire ma intanto a Bruxelles già circola la voce che a garanzia degli scambi, in larga parte energetici, potrebbe essere messa addirittura la Banca europea per gli investimenti. La reazioni americana è stato durissima. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha definito lo strumento ipotizzato dalla Mogherini come «una delle misure più controproducenti immaginabili per la pace e la sicurezza regionale e globale». Pompeo si è detto «turbato e profondamente deluso nel sentire le parti che sono rimaste nell'accordo sul nucleare iraniano annunciare la messa a punto di uno speciale sistema di pagamento per bypassare le sanzioni Usa». Concetto ribadito da Trump in persona, che ieri al Consiglio di sicurezza da lui presieduto per la prima volta ha tuonato: «Chi aggira sanzioni subirà serie conseguenze». Ma, sottolinea una fonte nella missione italiana al Palazzo di vetro di New York, l'Italia spera che dietro queste minacce si nasconda il modello già attuato da Trump con l'apertura alla Corea del Nord: prima il bastone, poi la carota. È in quest'ottica che l'asse Roma-Teheran potrebbe risultare meno indigesto a Washington.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-evitare-le-sanzioni-sulliran-teniamo-il-piede-in-due-scarpe-2608192091.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lonu-prova-a-battere-trump-con-le-risatine" data-post-id="2608192091" data-published-at="1773292101" data-use-pagination="False"> L’Onu prova a battere Trump con le risatine /div> Gli Stati Uniti sono tornati al centro del ring, e una parte del vecchio mondo - quella abituata a spellarsi le mani quando Obama girava i quattro angoli del pianeta quasi scusandosi per la storia americana - reagisce con risatine isteriche, disprezzo per la diversità trumpiana, e tifo da stadio per Macron e le sue cantilene multilateraliste. All'Assemblea generale dell'Onu, davanti alle rappresentanze diplomatiche di tutto il mondo, Donald Trump ed Emmanuel Macron hanno parlato in sequenza: il primo rivendicando orgogliosamente la sua linea, consapevole di giocare in trasferta (sebbene a New York, per ironia della storia), nella sede di un'organizzazione inefficiente, corrotta, soffocata dagli scandali e dal peso delle dittature non di rado egemoni nel Palazzo di vetro, mentre il secondo era davanti al suo pubblico, fatto di politici e diplomatici che vedono Trump come un abusivo e un usurpatore, una parentesi da chiudere, un esagitato da rimuovere. Trump l'ha messa già dura sin dall'esordio: «La mia amministrazione ha ottenuto più risultati di ogni altra nella storia del mio Paese». Risate in sala, gomitate di complicità della platea ostile, quasi compiaciuta di poter ignorare i dati dello spettacolare laboratorio economico americano: disoccupazione praticamente azzerata (3,9%), con salari, Pil, fiducia, consumi (e Borsa) ai massimi. Ma The Donald non si è scomposto davanti alle risatine, anzi ha incassato e ha pure fatto sfoggio di autoironia: «Non era la reazione che mi aspettavo, ma va bene lo stesso», guadagnandosi un applauso. Poi, con durezza, il cuore della visione trumpiana: «Rispetto il diritto di ogni nazione di avere i propri costumi, convinzioni e tradizioni. Gli Stati Uniti non vi diranno come vivere o come lavorare o cosa adorare: vi chiediamo solo, in cambio, di rispettare la nostra sovranità». Poi schiaffi ai produttori di petrolio dell'Opec, «che stanno imbrogliando il resto del mondo», e a quelle nazioni che fanno parte dell'Organizzazione mondiale del commercio «ma violano ogni principio su cui il Wto è basato». Un avviso (garbato) alla Cina: «Ho rispetto e affetto per il mio amico presidente Xi, ma ho detto chiaramente che il nostro squilibrio commerciale con la Cina non è accettabile. Le distorsioni del mercato praticate dalla Cina non possono essere tollerate». E poi la Germania, su cui The Donald picchia duro, perché «rischia di diventare totalmente dipendente dall'energia russa». Dopo questo elenco dei posti «non buoni», Trump è passato a elogiare i casi positivi, tra cui la Polonia (indipendente sul piano energetico e capace di sfidare l'Ue), l'India per come combatte la povertà, e ovviamente Israele, presidio di democrazia in Medio Oriente. Infine il succo della dottrina «America first», che non vuol dire «America alone», cioè America da sola, ma un'aperta rivendicazione dell'interesse nazionale americano come bussola per il mondo libero: «Non lasceremo mai la nostra sovranità a una burocrazia globalista che nessuno ha eletto e che non risponde a nessuno». E ancora: «Le nazioni indipendenti sono state l'unico strumento attraverso cui la libertà si è salvata, la pace si è affermata, la democrazia si è consolidata. Non permetteremo che i nostri lavoratori siano danneggiati e le nostre aziende siano ingannate, l'America non chiederà mai scusa per aver protetto i propri cittadini». Dopo questa raffica di ceffoni, alla platea del Palazzo di vetro non è parso vero di ascoltare un Macron impegnato a contraddire Trump in ogni singolo punto, iniziando dalla denuncia di «un certo nazionalismo che brandisce la sovranità come un modo di attaccare gli altri». Insomma, i nazionalismi degli altri vanno male, mentre quello francese, che chiude i porti e vuole l'egemonia in Ue, va benissimo. E poi un altro attacco a Trump, a proposito di quelle «dispute commerciali che porteranno a isolazionismo e disuguaglianza», ha sibilato il presidente francese tra gli applausi della platea onusiana. Intanto negli Usa si avvicina la campagna per le elezioni parlamentari di medio termine, in cui i repubblicani sono in difficoltà nei sondaggi, e un'opposizione scatenata gioca ogni carta disperata (dagli scandali sessuali all'aggressione giudiziaria) per togliere dall'agenda l'ottimo andamento dell'economia, mentre la stampa orientata a sinistra, dal Washington Post al New York Times, attacca Trump con una violenza mai vista. Nessuno sa quanto il presidente potrà resistere contro tutti questi nemici: ma intanto li ha fatti impazzire di rabbia e di livore.
La colonna di fumo dopo l'esplosione nei pressi della base italiana di Erbil in Iraq (Getty Images)
La guerra tra Israele e Iran si allarga e torna a lambire direttamente anche l’Italia. Nella serata di mercoledì un missile ha colpito la base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove è presente un contingente di circa 120 militari impegnati nella missione internazionale contro l’Isis.
A rendere nota la notizia è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha informato della situazione con un messaggio inviato al deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, poi letto in diretta durante la trasmissione televisiva Realpolitik su Rete4. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil, non so ancora con che esito. Non ci sono vittime nel personale italiano», ha scritto il ministro.
Poco dopo Crosetto ha confermato personalmente la circostanza anche all'agenzia di stampa Adnkronos, spiegando di aver parlato direttamente con il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti. «Stanno tutti bene», ha assicurato il ministro, precisando che al momento non risultano né vittime né feriti tra i militari italiani presenti nella struttura. Anche il capo di stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, si è messo in contatto con il contingente per monitorare la situazione. La conferma è arrivata anche attraverso un messaggio pubblicato sui canali social del Ministero della Difesa, dove Crosetto ha ribadito di essere «costantemente aggiornato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal Comandante dei Covi». L’attacco si inserisce in un quadro di crescente escalation militare nella regione. I Pasdaran iraniani hanno rivendicato un’ondata di operazioni coordinate contro obiettivi legati agli Stati Uniti e ai loro alleati. Secondo quanto dichiarato dalle Guardie rivoluzionarie, sarebbe stato lanciato «l’attacco più violento dall’inizio della guerra» con bersagli che includerebbero proprio Erbil, una base navale americana in Bahrein e obiettivi in Israele. Quasi in contemporanea, le Forze di difesa israeliane hanno annunciato nuovi bombardamenti sulla capitale iraniana. L’esercito dello Stato ebraico ha riferito che sono in corso attacchi «su larga scala» contro obiettivi a Teheran, segno di una spirale militare che continua ad ampliarsi e che rischia di trascinare sempre più attori regionali nel conflitto.
La base di Erbil rappresenta uno dei principali avamposti della presenza internazionale nel nord dell’Iraq. Situata in una posizione strategica vicino ai confini con Siria, Turchia e Iran, la struttura è stata istituita nell’ambito della coalizione internazionale contro l’Isis e negli anni ha svolto un ruolo chiave nell’addestramento delle forze curde locali. Migliaia di militari sono stati formati proprio qui su richiesta delle autorità della regione autonoma del Kurdistan iracheno.
Dall’Italia è arrivata subito anche la reazione della Farnesina. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso «ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil», spiegando di aver parlato con l’ambasciatore italiano a Baghdad per verificare la situazione. «Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria», ha scritto il vicepremier.
L’episodio segna comunque un passaggio delicato per la sicurezza del contingente italiano nella regione. Se da un lato l’attacco non ha provocato vittime, dall’altro conferma quanto il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran stia progressivamente estendendo il proprio raggio d’azione, trasformando il Medio Oriente in un teatro sempre più instabile e imprevedibile. In questo contesto anche le missioni internazionali, finora concentrate sulla lotta allo Stato islamico, rischiano di trovarsi coinvolte indirettamente in una guerra più ampia.
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Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.