True
2020-04-17
Patuanelli boccia il Mes ma il M5s vieta all’Aula di votare per bloccarlo
Ansa
Considerato che l'Italia sostanzialmente non ha più un presidente del Consiglio, ma un autonominato supercommissario all'emergenza che risponde al nome di Giuseppe Conte, il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, del M5s, pensa bene di occupare la «sede vacante» e si autoproclama premier.
Non più tardi di 48 ore fa, infatti, Conte, nel pieno dell'ennesima bufera tra Pd (favorevole al Mes sanitario) e M5s (contrario), buttava la palla fuori campo: «Se vi saranno condizionalità o meno», sibilava Conte, «lo giudicheremo alla fine». Bene, anzi male: ieri Patuanelli, ha totalmente sconfessato Conte. «Il no al Mes è definitivo, l'Italia non dovrà mai attivarlo», ha sentenziato Patuanelli ad Agorà, su Rai 3. Se c'è una parola che fa rima con epidemia, è ipocrisia: il M5s, in questi giorni, sta battendo ogni record nello sport olimpionico del lancio della menzogna. Se davvero fosse contrario all'utilizzo del Mes, infatti, i grillini non dovrebbero fare altro che consentire che, prima del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, il Parlamento possa esprimersi. Con M5s, Lega e Fdi contrari, la maggioranza anti Mes ci sarebbe alla Camera e al Senato, anche se Forza Italia dovesse votare «sì» con Pd e Italia viva. Invece no: il M5s chiacchiera che è un piacere, ma fugge a gambe levate da ogni voto parlamentare. Ieri, se ne è avuta l'ennesima dimostrazione.
Esattamente come è accaduto 24 ore prima alla Camera, la conferenza dei capigruppo del Senato ha stabilito che il 21 aprile si svolgerà l'informativa del presidente del Consiglio in aula in vista del Consiglio europeo del 23. Come accaduto a Montecitorio, le opposizioni hanno chiesto che Conte tenesse «comunicazioni», che alla fine prevedono un voto dell'Aula sulle risoluzioni presentate dalle forze politiche; niente da fare, la maggioranza si è schierata per l'informativa, che non prevede alcuna votazione. Il M5s, manco a dirlo, ha votato insieme al Pd e Italia viva per imbavagliare il Parlamento, scoprendo il proprio bluff: da un lato, alla luce del sole, con dichiarazioni, interviste e post sui social network, si proclama il «no» al Mes; dall'altro (con il favore delle tenebre) si fa di tutto affinché una risoluzione che dica «no» al Mes e impegni in questo senso il governo non venga mai votata e approvata. «Sapete», spiega il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, della Lega, «cosa riferiscono gli ambasciatori che stanno in Italia ai loro Paesi Ue? Che Conte non ha una maggioranza parlamentare sul Mes. È chiaro che serve un voto parlamentare a riguardo, che ci sarà comunque la settimana prossima, perché mercoledì ci sarà da votare in Senato, nella discussione sul discostamento di bilancio, una mia risoluzione che impegna il governo a dire no al Mes. Quella che Conte sta attuando», aggiunge Calderoli, «è una strategia autolesionista, perché per paura di non avere una maggioranza, andrà in Europa a trattare privo di un mandato parlamentare». Il problema è che il M5s non ha una guida, non ha una linea, non ha una strategia: i parlamentari pensano solo a non mollare le poltrone, e quindi, se un giorno davvero dovesse arrivare un voto sul Mes, potete stare certi che moltissimi deputati e senatori pentastellati voterebbero a favore pur di non andarsene a casa.
Ieri, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, esponente di punta del M5s, è stato assai vago: «Penso», dice Morra a Sky Tg24, «che in questo momento la cosa migliore sia riflettere e tacere, questa è una fase in cui si sta negoziando, quello che si doveva dire è stato detto da parte di tanti protagonisti, si sa quali sono le posizioni in campo, ma non si può sapere ora come si svilupperà il negoziato». Insomma, un «ni Mes».
Il leader della Lega, Matteo Salvini, torna a invocare l'intervento del Quirinale: «Chi andrà a Bruxelles senza mandato del Parlamento è al di fuori della legge. Mi aspetto che dai piani alti qualcuno faccia rispettare la legge Moavero. Se chiamerò Sergio Mattarella? Non vorrei sembrare uno stalker, la legge la conoscono tutti. Invito a non fare giochini: se non serve il voto perché il Consiglio del 23 è informale, allora ce ne freghiamo di quello che decide. Stiamo rappresentando il popolo italiano. Se poi diranno sì», aggiunge Salvini, «noi saremo in Parlamento per ora a dire no, poi nelle piazze. Noi vorremmo fare quello che fanno tutti i parlamenti, cioè votare». «Se ci fosse stato qualcosa fuori dalla legge», ha replica il presidente della Camera, Roberto Fico, all'agenzia Vista, «sarei intervenuto io in prima persona».
Ma a proposito di ipocrisia: ieri La Verità ha rivelato che un progetto di legge costituzionale presentato alla Camera per abrogare la legge 116 del 23 luglio 2012, cioè quella con la quale il parlamento ha ratificato il Trattato istitutivo del Mes, depositata lo scorso 6 aprile dal capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, e dal deputato del Carroccio, Emanuele Cestari, era letteralmente svanito nel nulla. Non c'era più alcuna traccia di questa proposta. Ieri, dopo il nostro articolo, la proposta è miracolosamente riapparsa, ma la conferenza dei capigruppo, ancora una volta grazie anche al voto del M5s, non l'ha voluta calendarizzare.
Persino la Bce snobba il Fondo: «Alla liquidità ci pensiamo noi»
Gli sforzi sono erculei, quasi da fare uscire un'ernia. Da Dario Franceschini a Matteo Renzi, passando per Romano Prodi e Silvio Berlusconi, così finendo a Confindustria. Tutti provano a spiegare, cercando di rimanere seri, come l'Italia debba ricorrere al Mes pur di salvare la pelle in tempi di coronavirus. Ma ogniqualvolta prendono la parola i massimi esperti nell'illustrare la crisi e i possibili rimedi, del Mes non se ne trova minimamente traccia, pur cercandola col lanternino.
Ieri è toccato alla Bce parlare: non una, ma due volte nel giro di un'ora. Prima è stata la volta di Isabel Schnabel, il componente tedesco del consiglio direttivo. Tutt'altro che una colomba, essendo stata la musa ispiratrice delle prime improvvide parole di Christine Lagarde. Quelle che «la Bce non si occupa degli spread». Nell'illustrare le conseguenze derivanti dallo scoppio della crisi da Covid-19 in un intervento reso al Safe policy center, la tedesca illustra come a fronte di una crisi senza precedenti in termini di intensità e gravità, la Bce abbia utilizzato una «cassetta degli attrezzi ampia e sperimentata». Il rischio che la pandemia potesse innescare un «circolo vizioso» tale da creare anche un'emergenza finanziaria, ha infatti spinto la Bce a irrobustire il suo programma per gli acquisti pur di ridurre gli spread crescenti fra i vari titoli sovrani con il bund tedesco. La Schnabel ricorda come il solo annuncio dell'attivazione del programma pandemia Pepp abbia in buona parte contenuto la volatilità dei rendimenti, che guarda caso, per quanto riguarda i Btp, è ripresa ad aumentare da circa due giorni, non appena gli ultras italiani del Mes sono tornati a invocarne l'utilizzo. Ma al Fondo, e ad altre amenità varie quali coronabond e Recovery fund, la Bce non fa cenno, ricordando invece come abbia unilateralmente deciso di riacquistare bond greci, prima ritenuti non idonei.
Un programma - quello di Francoforte - robusto, flessibile e duraturo, anche «oltre il 2020». La Bce si aspetta infatti che le prime cinque economie dell'eurozona (Germania, Francia, Italia, Spagna ed Olanda) emettano titoli per oltre 1.000 miliardi di euro, contro gli 800 del 2019. «Ciò potrebbe alimentare la domanda di maggiori rendimenti da parte degli investitori […] ed è qui che si inserisce il programma Pepp». Come dire: siamo pronti a ogni evenienza. Altro che Mes.
La Bce ricorda poi di essere pronta a inondare di ulteriore liquidità le banche commerciali preservando il loro equilibrio finanziario e stimolandole al credito. Ma lascia intendere, proprio nel finale, come non tutto possa ricadere sulle sue spalle. Per far ripartire i prestiti deve infatti tornare a crescere l'economia ed è qui che devono darsi da fare i governi, con appropriate politiche espansive. La Bce può mettere l'acqua nella scodella, ma tocca ai governi far bere il cavallo. Non meno esplicite sono state le dichiarazioni di lì a un'ora rese dalla governatrice Lagarde in un incontro con gli ex colleghi del Fmi, specificando che «complessivamente, gli acquisti aggiuntivi di titoli saranno di 1.100 miliardi entro la fine del 2020». La Lagarde ribadisce come il programma deliberato sia caratterizzato da dimensioni ragguardevoli e da un notevole grado di «flessibilità».
In pratica la Bce si riserva di acquistare più Btp del necessario senza rispettare la cosiddetta regola del capital key, secondo cui Francoforte deve ripartire gli acquisti dei vari titoli in base alle quote di capitale di ciascun Paese. Il messaggio della Bce è forte e chiaro: occupatevi di economia reale, cioè famiglie e imprese. Mentre buona parte dei nostri politici è invece intenta a pagare pur di vendersi con il Mes.
Sul prestito Conte mente (e lo sa)
Un bene di cui non c'è scarsità ai tempi del Covid-19 è il disorientamento.
Dopo un iniziale disallineamento, il ministro Roberto Gualtieri e il presidente Giuseppe Conte sembravano aver trovato una linea comune: il Mes non è adeguato, servono strumenti di debito comune. Purtroppo, la proposta che è stata preparata nell'ultimo Eurogruppo per la decisione dei leader europei è diversa: il Mes è sul tavolo, senza condizioni, solo per le spese legate all'emergenza sanitaria. Per il debito comune si vedrà in seguito.
Di fronte al fuoco che è divampato all'interno della sua maggioranza, talmente divisa che ha preferito una semplice informativa senza voto alla rituale comunicazione del presidente alle Camere prima del Consiglio europeo del 23 aprile, Conte ha pensato bene di placare gli animi con un comunicato su Facebook nella serata di mercoledì. Dove la linea di difesa si è ancora abbassata e si è ora attestata al «bisognerà attendere prima di valutare». Ciò che fino a ieri era inadeguato tout court, e poi adeguato solo per le spese sanitarie, oggi diventa oggetto di valutazione con tanti dubbi. Inizialmente Conte ribadisce che il Mes è strumento inadeguato e ribadisce il ruolo degli eurobond. Quando poi afferma che il Mes interessa ad altri Paesi ma passa alla disamina del rischio legato alle condizioni di questo prestito, tradisce apertis verbis la volontà di avvalersene. Altrimenti, perché sprecare inchiostro sul tema delle condizioni?
Forse qualcuno dei suoi consiglieri gli avrà fatto notare che continua ad applicarsi l'articolo 13 (commi 6 e 7) che prevede il monitoraggio e la valutazione costante del Paese debitore per tutta la durata del prestito. Così come si applica l'articolo 14 (comma 6) del Trattato, che dispone il potere di decidere «se la linea di credito è ancora adeguata o se sia necessaria un'altra forma di assistenza finanziaria». E quando hai un debito/Pil proiettato al 160%, basta un attimo e ti ritrovi sotto programma di aggiustamento lacrime e sangue, anche se non inizialmente previsto.
Allora Conte, colto dal dubbio, per valutare l'effettiva convenienza dell'accesso al Mes, rinvia alla lettura dei documenti che dettaglieranno le condizioni del prestito (protocollo di intesa e dispositivo di assistenza finanziaria). Ma qui finge di non ricordare che, per ottenere quei documenti, il Trattato richiede prima una domanda, seguita da un'istruttoria a cura della Commissione e della Bce, e infine una decisione da parte del Consiglio dei governatori. Solo a quel punto si negoziano le condizioni del protocollo d'intesa e il direttore del Mes prepara una proposta di accordo con tutti i dettagli. Conte ci conferma che intende chiedere il Mes e poi ritirarsi se non gli vanno bene le condizioni. In altre parole, egli vorrebbe comportarsi come chi chiede un mutuo in banca, ottiene la delibera, e poi, quando il notaio legge il capitolato, si alza e va via perché non è d'accordo.
Ma anche questa imbarazzante tesi non regge. Infatti Conte non può non sapere che i documenti di dettaglio di cui parla e che si riserva di valutare, sono informati alle disposizioni del Trattato che non lasciano scampo, a meno di farne uno nuovo. Il Mes, piaccia o no, è quello e non è adatto alle attuali circostanze.
Ieri gli analisti di Citigroup hanno elencato tutte le caratteristiche che il Mes dovrebbe avere, nessuna delle quali è posseduta dall'attuale. Merita evidenziare che il Mes oggi sarebbe creditore privilegiato con il conseguente impatto negativo sul costo del debito da rinnovare che diventerebbe subordinato. Rischiamo di risparmiare pochi spiccioli su 36 miliardi di prestito e ritrovarci con maggiori interessi su 2.100 miliardi di titoli pubblici.
Cosa pensa di trovare Conte in quelle condizioni, che non sia già possibile prevedere, soprattutto da parte di un avvocato?
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini: «Da fuorilegge ignorare il Parlamento». E invoca Sergio Mattarella. Roberto Calderoli salta il muro giallorosso: «Delibereremo lo stesso mercoledì».Il Fondo monetario internazionale apre i rubinetti, ma ammonisce: «I governi devono indirizzare i soldi».Non c'è nulla da «valutare alla fine»: per negoziare il Memorandum si deve prima chiedere il finanziamento. Però i trattati sono chiari: evitare il cappio è impossibile.Lo speciale contiene tre articoli.Considerato che l'Italia sostanzialmente non ha più un presidente del Consiglio, ma un autonominato supercommissario all'emergenza che risponde al nome di Giuseppe Conte, il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, del M5s, pensa bene di occupare la «sede vacante» e si autoproclama premier. Non più tardi di 48 ore fa, infatti, Conte, nel pieno dell'ennesima bufera tra Pd (favorevole al Mes sanitario) e M5s (contrario), buttava la palla fuori campo: «Se vi saranno condizionalità o meno», sibilava Conte, «lo giudicheremo alla fine». Bene, anzi male: ieri Patuanelli, ha totalmente sconfessato Conte. «Il no al Mes è definitivo, l'Italia non dovrà mai attivarlo», ha sentenziato Patuanelli ad Agorà, su Rai 3. Se c'è una parola che fa rima con epidemia, è ipocrisia: il M5s, in questi giorni, sta battendo ogni record nello sport olimpionico del lancio della menzogna. Se davvero fosse contrario all'utilizzo del Mes, infatti, i grillini non dovrebbero fare altro che consentire che, prima del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, il Parlamento possa esprimersi. Con M5s, Lega e Fdi contrari, la maggioranza anti Mes ci sarebbe alla Camera e al Senato, anche se Forza Italia dovesse votare «sì» con Pd e Italia viva. Invece no: il M5s chiacchiera che è un piacere, ma fugge a gambe levate da ogni voto parlamentare. Ieri, se ne è avuta l'ennesima dimostrazione. Esattamente come è accaduto 24 ore prima alla Camera, la conferenza dei capigruppo del Senato ha stabilito che il 21 aprile si svolgerà l'informativa del presidente del Consiglio in aula in vista del Consiglio europeo del 23. Come accaduto a Montecitorio, le opposizioni hanno chiesto che Conte tenesse «comunicazioni», che alla fine prevedono un voto dell'Aula sulle risoluzioni presentate dalle forze politiche; niente da fare, la maggioranza si è schierata per l'informativa, che non prevede alcuna votazione. Il M5s, manco a dirlo, ha votato insieme al Pd e Italia viva per imbavagliare il Parlamento, scoprendo il proprio bluff: da un lato, alla luce del sole, con dichiarazioni, interviste e post sui social network, si proclama il «no» al Mes; dall'altro (con il favore delle tenebre) si fa di tutto affinché una risoluzione che dica «no» al Mes e impegni in questo senso il governo non venga mai votata e approvata. «Sapete», spiega il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, della Lega, «cosa riferiscono gli ambasciatori che stanno in Italia ai loro Paesi Ue? Che Conte non ha una maggioranza parlamentare sul Mes. È chiaro che serve un voto parlamentare a riguardo, che ci sarà comunque la settimana prossima, perché mercoledì ci sarà da votare in Senato, nella discussione sul discostamento di bilancio, una mia risoluzione che impegna il governo a dire no al Mes. Quella che Conte sta attuando», aggiunge Calderoli, «è una strategia autolesionista, perché per paura di non avere una maggioranza, andrà in Europa a trattare privo di un mandato parlamentare». Il problema è che il M5s non ha una guida, non ha una linea, non ha una strategia: i parlamentari pensano solo a non mollare le poltrone, e quindi, se un giorno davvero dovesse arrivare un voto sul Mes, potete stare certi che moltissimi deputati e senatori pentastellati voterebbero a favore pur di non andarsene a casa. Ieri, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, esponente di punta del M5s, è stato assai vago: «Penso», dice Morra a Sky Tg24, «che in questo momento la cosa migliore sia riflettere e tacere, questa è una fase in cui si sta negoziando, quello che si doveva dire è stato detto da parte di tanti protagonisti, si sa quali sono le posizioni in campo, ma non si può sapere ora come si svilupperà il negoziato». Insomma, un «ni Mes».Il leader della Lega, Matteo Salvini, torna a invocare l'intervento del Quirinale: «Chi andrà a Bruxelles senza mandato del Parlamento è al di fuori della legge. Mi aspetto che dai piani alti qualcuno faccia rispettare la legge Moavero. Se chiamerò Sergio Mattarella? Non vorrei sembrare uno stalker, la legge la conoscono tutti. Invito a non fare giochini: se non serve il voto perché il Consiglio del 23 è informale, allora ce ne freghiamo di quello che decide. Stiamo rappresentando il popolo italiano. Se poi diranno sì», aggiunge Salvini, «noi saremo in Parlamento per ora a dire no, poi nelle piazze. Noi vorremmo fare quello che fanno tutti i parlamenti, cioè votare». «Se ci fosse stato qualcosa fuori dalla legge», ha replica il presidente della Camera, Roberto Fico, all'agenzia Vista, «sarei intervenuto io in prima persona».Ma a proposito di ipocrisia: ieri La Verità ha rivelato che un progetto di legge costituzionale presentato alla Camera per abrogare la legge 116 del 23 luglio 2012, cioè quella con la quale il parlamento ha ratificato il Trattato istitutivo del Mes, depositata lo scorso 6 aprile dal capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, e dal deputato del Carroccio, Emanuele Cestari, era letteralmente svanito nel nulla. Non c'era più alcuna traccia di questa proposta. Ieri, dopo il nostro articolo, la proposta è miracolosamente riapparsa, ma la conferenza dei capigruppo, ancora una volta grazie anche al voto del M5s, non l'ha voluta calendarizzare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/patuanelli-boccia-il-mes-ma-il-m5s-vieta-allaula-di-votare-per-bloccarlo-2645736971.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="persino-la-bce-snobba-il-fondo-alla-liquidita-ci-pensiamo-noi" data-post-id="2645736971" data-published-at="1587066418" data-use-pagination="False"> Persino la Bce snobba il Fondo: «Alla liquidità ci pensiamo noi» Gli sforzi sono erculei, quasi da fare uscire un'ernia. Da Dario Franceschini a Matteo Renzi, passando per Romano Prodi e Silvio Berlusconi, così finendo a Confindustria. Tutti provano a spiegare, cercando di rimanere seri, come l'Italia debba ricorrere al Mes pur di salvare la pelle in tempi di coronavirus. Ma ogniqualvolta prendono la parola i massimi esperti nell'illustrare la crisi e i possibili rimedi, del Mes non se ne trova minimamente traccia, pur cercandola col lanternino. Ieri è toccato alla Bce parlare: non una, ma due volte nel giro di un'ora. Prima è stata la volta di Isabel Schnabel, il componente tedesco del consiglio direttivo. Tutt'altro che una colomba, essendo stata la musa ispiratrice delle prime improvvide parole di Christine Lagarde. Quelle che «la Bce non si occupa degli spread». Nell'illustrare le conseguenze derivanti dallo scoppio della crisi da Covid-19 in un intervento reso al Safe policy center, la tedesca illustra come a fronte di una crisi senza precedenti in termini di intensità e gravità, la Bce abbia utilizzato una «cassetta degli attrezzi ampia e sperimentata». Il rischio che la pandemia potesse innescare un «circolo vizioso» tale da creare anche un'emergenza finanziaria, ha infatti spinto la Bce a irrobustire il suo programma per gli acquisti pur di ridurre gli spread crescenti fra i vari titoli sovrani con il bund tedesco. La Schnabel ricorda come il solo annuncio dell'attivazione del programma pandemia Pepp abbia in buona parte contenuto la volatilità dei rendimenti, che guarda caso, per quanto riguarda i Btp, è ripresa ad aumentare da circa due giorni, non appena gli ultras italiani del Mes sono tornati a invocarne l'utilizzo. Ma al Fondo, e ad altre amenità varie quali coronabond e Recovery fund, la Bce non fa cenno, ricordando invece come abbia unilateralmente deciso di riacquistare bond greci, prima ritenuti non idonei. Un programma - quello di Francoforte - robusto, flessibile e duraturo, anche «oltre il 2020». La Bce si aspetta infatti che le prime cinque economie dell'eurozona (Germania, Francia, Italia, Spagna ed Olanda) emettano titoli per oltre 1.000 miliardi di euro, contro gli 800 del 2019. «Ciò potrebbe alimentare la domanda di maggiori rendimenti da parte degli investitori […] ed è qui che si inserisce il programma Pepp». Come dire: siamo pronti a ogni evenienza. Altro che Mes. La Bce ricorda poi di essere pronta a inondare di ulteriore liquidità le banche commerciali preservando il loro equilibrio finanziario e stimolandole al credito. Ma lascia intendere, proprio nel finale, come non tutto possa ricadere sulle sue spalle. Per far ripartire i prestiti deve infatti tornare a crescere l'economia ed è qui che devono darsi da fare i governi, con appropriate politiche espansive. La Bce può mettere l'acqua nella scodella, ma tocca ai governi far bere il cavallo. Non meno esplicite sono state le dichiarazioni di lì a un'ora rese dalla governatrice Lagarde in un incontro con gli ex colleghi del Fmi, specificando che «complessivamente, gli acquisti aggiuntivi di titoli saranno di 1.100 miliardi entro la fine del 2020». La Lagarde ribadisce come il programma deliberato sia caratterizzato da dimensioni ragguardevoli e da un notevole grado di «flessibilità». In pratica la Bce si riserva di acquistare più Btp del necessario senza rispettare la cosiddetta regola del capital key, secondo cui Francoforte deve ripartire gli acquisti dei vari titoli in base alle quote di capitale di ciascun Paese. Il messaggio della Bce è forte e chiaro: occupatevi di economia reale, cioè famiglie e imprese. Mentre buona parte dei nostri politici è invece intenta a pagare pur di vendersi con il Mes. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/patuanelli-boccia-il-mes-ma-il-m5s-vieta-allaula-di-votare-per-bloccarlo-2645736971.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sul-prestito-conte-mente-e-lo-sa" data-post-id="2645736971" data-published-at="1587066418" data-use-pagination="False"> Sul prestito Conte mente (e lo sa) Un bene di cui non c'è scarsità ai tempi del Covid-19 è il disorientamento. Dopo un iniziale disallineamento, il ministro Roberto Gualtieri e il presidente Giuseppe Conte sembravano aver trovato una linea comune: il Mes non è adeguato, servono strumenti di debito comune. Purtroppo, la proposta che è stata preparata nell'ultimo Eurogruppo per la decisione dei leader europei è diversa: il Mes è sul tavolo, senza condizioni, solo per le spese legate all'emergenza sanitaria. Per il debito comune si vedrà in seguito. Di fronte al fuoco che è divampato all'interno della sua maggioranza, talmente divisa che ha preferito una semplice informativa senza voto alla rituale comunicazione del presidente alle Camere prima del Consiglio europeo del 23 aprile, Conte ha pensato bene di placare gli animi con un comunicato su Facebook nella serata di mercoledì. Dove la linea di difesa si è ancora abbassata e si è ora attestata al «bisognerà attendere prima di valutare». Ciò che fino a ieri era inadeguato tout court, e poi adeguato solo per le spese sanitarie, oggi diventa oggetto di valutazione con tanti dubbi. Inizialmente Conte ribadisce che il Mes è strumento inadeguato e ribadisce il ruolo degli eurobond. Quando poi afferma che il Mes interessa ad altri Paesi ma passa alla disamina del rischio legato alle condizioni di questo prestito, tradisce apertis verbis la volontà di avvalersene. Altrimenti, perché sprecare inchiostro sul tema delle condizioni? Forse qualcuno dei suoi consiglieri gli avrà fatto notare che continua ad applicarsi l'articolo 13 (commi 6 e 7) che prevede il monitoraggio e la valutazione costante del Paese debitore per tutta la durata del prestito. Così come si applica l'articolo 14 (comma 6) del Trattato, che dispone il potere di decidere «se la linea di credito è ancora adeguata o se sia necessaria un'altra forma di assistenza finanziaria». E quando hai un debito/Pil proiettato al 160%, basta un attimo e ti ritrovi sotto programma di aggiustamento lacrime e sangue, anche se non inizialmente previsto. Allora Conte, colto dal dubbio, per valutare l'effettiva convenienza dell'accesso al Mes, rinvia alla lettura dei documenti che dettaglieranno le condizioni del prestito (protocollo di intesa e dispositivo di assistenza finanziaria). Ma qui finge di non ricordare che, per ottenere quei documenti, il Trattato richiede prima una domanda, seguita da un'istruttoria a cura della Commissione e della Bce, e infine una decisione da parte del Consiglio dei governatori. Solo a quel punto si negoziano le condizioni del protocollo d'intesa e il direttore del Mes prepara una proposta di accordo con tutti i dettagli. Conte ci conferma che intende chiedere il Mes e poi ritirarsi se non gli vanno bene le condizioni. In altre parole, egli vorrebbe comportarsi come chi chiede un mutuo in banca, ottiene la delibera, e poi, quando il notaio legge il capitolato, si alza e va via perché non è d'accordo. Ma anche questa imbarazzante tesi non regge. Infatti Conte non può non sapere che i documenti di dettaglio di cui parla e che si riserva di valutare, sono informati alle disposizioni del Trattato che non lasciano scampo, a meno di farne uno nuovo. Il Mes, piaccia o no, è quello e non è adatto alle attuali circostanze. Ieri gli analisti di Citigroup hanno elencato tutte le caratteristiche che il Mes dovrebbe avere, nessuna delle quali è posseduta dall'attuale. Merita evidenziare che il Mes oggi sarebbe creditore privilegiato con il conseguente impatto negativo sul costo del debito da rinnovare che diventerebbe subordinato. Rischiamo di risparmiare pochi spiccioli su 36 miliardi di prestito e ritrovarci con maggiori interessi su 2.100 miliardi di titoli pubblici. Cosa pensa di trovare Conte in quelle condizioni, che non sia già possibile prevedere, soprattutto da parte di un avvocato?
Andrea Martella, candidato sindaco del Pd per le elezioni comunali di Venezia (Ansa)
Se il risultato di Salerno, con Vincenzo De Luca in campo, era scontato e quello di Prato anche, riconquistare Venezia dopo i due mandati di Luigi Brugnaro era un passaggio vitale. Per questo il Pd aveva schierato un esponente di primo piano del partito, ovvero Andrea Martella, nato e cresciuto nel Pci, con oltre 25 anni di esperienza in parlamento e un passato perfino da sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Conte bis. E per questo aveva giocato perfino la carta del voto musulmano. Tuttavia, spendere il nome di un pezzo da novanta del partito non è bastato, perché a sbarrargli la strada ci ha pensato un illustre sconosciuto, quasi un ragazzo, con un passato da scout e una storia politica tutta consumata in laguna. Simone Venturini, curriculum da moderato, assessore di Brugnaro per ben due mandati, con delega alla coesione sociale, alla casa e al turismo. Bisogna essere sinceri: i sondaggi non lo davano in vantaggio, ma le urne hanno ribaltato le previsioni. La sua lista ha fatto il pieno di consensi, arrivando da sola allo stesso livello raggiunto da Martella, ma con dietro tutto il campo largo, vale dire Pd, 5 stelle, Avs e compagnia bella.
Venturini ha vinto al primo turno e la sinistra ha perso alla sua prima prova vera, quella di Venezia. In laguna tutto sembrava remare contro un successo del centrodestra. Prima una serie di inchieste contro il sindaco uscente, accusato per la vendita di un terreno di sua proprietà e per la gestione dei fondi della precedente campagna elettorale. Poi le polemiche per la nomina di Beatrice Venezi come direttore della Fenice, con successiva rimozione dall’incarico. Infine, lo scontro sulla partecipazione della delegazione russa alla Biennale, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli contro il presidente dell’istituzione artistica Pietrangelo Buttafuoco, entrambi esponenti di un’area vicina a Fratelli d’Italia. Divisioni e passi falsi che sembravano non predire un successo per il centrodestra, anche in considerazione del disimpegno dell’ex governatore Luca Zaia, a lungo ritenuto il migliore candidato per sostituire Brugnaro.
Ma lo sconosciuto Venturini ha scompaginato i giochi, sorprendendo perfino la stessa Giorgia Meloni, che ha definito mondiale la vittoria al primo turno.
A un risultato che fa esultare una parte, corrisponde però la delusione dell’altra, che non può certo consolarsi con De Luca e Biffoni, due dei cinque sindaci passati al primo turno. Infatti, il successo di Salerno con Vincenzo De Luca non è attribuibile a Elly Schlein e ai 5 stelle. L’ex governatore si è candidato contro il parere della segretaria del Partito democratico, che non gli ha concesso neppure il simbolo nella speranza di liberarsi dell’ex governatore una volta per tutte. Nemmeno Matteo Biffoni è un uomo che faccia la gioia della segretaria.
Al Nazareno fino all’ultimo hanno avversato la candidatura del consigliere regionale e Marco Furfaro, plenipotenziario di Elly in Toscana, ha provato a farla saltare, arrendendosi all’ultimo di fronte al pericolo di una sconfitta. Per non parlare poi di Mirello Crisafulli a Enna, altro cacicco che la segretaria avrebbe volentieri lasciato a casa. Dunque, il bilancio di questa prima tornata di amministrative si chiude per il Pd con la riconquista di Pistoia e la perdita di Reggio Calabria, con tre vincitori poco amati dai vertici del partito, e Venezia di nuovo saldamente in mano al centrodestra. Insomma, in laguna sono annegati i sogni della remuntada. E probabilmente è morta anche l’idea di un partito islamico da affiancare a quello democratico. Aver arruolato candidati musulmani infatti non ha portato bene a Elly Schlein. Evidentemente non si possono sostituire gli elettori italiani con quelli d’importazione.
Continua a leggereRiduci
Papa Leone XIV (Ansa)
Il testo - 255 paragrafi per circa 250.000 caratteri nella traduzione italiana, dunque medio-lungo - parte con un bivio apocalittico sull’Intelligenza artificiale. Una strada è quella della Torre biblica, il cui tentativo non è né malvagio né impossibile («toccare il cielo», «farsi un nome») ma tragico perché convinto della propria autosufficienza, in forza della quale la dignità delle persone è subordinata all’efficienza unificante della tecnica. È l’Intelligenza artificiale nella sua deriva possibile. A questo scenario Leone contrappone il contributo di Neemia, che contempla la devastazione di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese. Egli non si affretta: digiuna, prega, parla col re, e solo dopo «convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire». Nessuna ripulsa dell’innovazione né fughe nel passato, ma senso del limite che funga da antidoto al pericolo ideologico del progresso senza limiti come «autoaffermazione illimitata».
I primi due capitoli sono un’apparente parentesi con una funzione essenziale: nel fornire un compendio del fondamento e della storia della Dottrina sociale, ne ribadiscono i riferimenti, l’attualità e la pertinenza, arrivando a calarle nei problemi dello scenario attuale: bene comune, sussidiarietà, proprietà privata come diritto fondativo ma subordinato alla «destinazione universale dei beni» vanno calati nel contesto del dominio degli algoritmi.
Nel terzo capitolo si entra nel vivo, ripartendo dal bivio Babele/Gerusalemme. Con Romano Guardini, Prevost inquadra il dramma moderno di uomo «non educato al retto uso della potenza»: il progresso - mai neutro - «chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue». E nell’IA si incontra un primo problema: la «scatola nera» di questa tecnologia è in parte inaccessibile. Le IA - scrive il Papa - «non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non hanno una coscienza morale, non capiscono ciò che producono»: compiono un «adattamento statistico che può essere molto efficace ma non implica una crescita».
Nel testo non c’è mai una cesura netta tra la dimensione teologica e quella politica: anzi, lo sguardo fisso alle cose ultime arriva a una notevole capillarità pratica. Leone XIV indica tre aspetti decisivi da tenere presenti nell’uso personale degli strumenti di IA: «La facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana». Così come il testo è esigente in termini legislativi e politici: i paragrafi dal 102 al 111 illuminano il rischio che «lavoro, credito, accesso ai servizi, reputazione» vengano affidati a sistemi automatizzati occultando la responsabilità delle scelte. In Prevost lumeggia una lettura heideggeriana dei «dispositivi», capaci di far scomparire dall’orizzonte i «gesti politici». L’IA non è «moralmente neutra»: tema che non si risolve solo con la regolamentazione ma anzitutto con un’operazione da katechon: «rallentare». «Serve una politica più presente», spiega il Papa, contro la presunta deriva accelerazionista che giustifica e rende apparentemente inevitabile «la nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli». Da qui il «disarmo» dell’IA che si prenderà i titoli: non solo de-bellicizzare gli applicativi quanto «rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare». Fa impressione che la principale voce laica sull’Intelligenza artificiale arrivi da un’autorità religiosa, ma è così: Leone «smonta» il racconto di uno sviluppo univocamente positivo e chiede arene pubbliche in cui l’IA sia «sottratta ai monopoli, discutibile, contestabile, abitabile, restituita alla pluralità delle culture umane».
La formulazione più riuscita è forse nell’affronto di transumano e postumano, dove affiora deciso l’agostinismo del Pontefice: «L’umano non fiorisce malgrado il limite ma spesso attraverso il limite». A una tecnologia che ne promette il superamento, Prevost propone l’«autentico “più che umano”: la grazia di Dio ricevuta in Cristo». Prima delle promesse della tecnica, la Chiesa rivendica di essere generata dalla più radicale ipotesi di compimento dell’uomo oltre sé stesso. Qui l’agostiniano cede per un istante al tomista: la trasformazione che nasce dal dono di Dio «supera la capacità della natura» (secondo le parole dell’Aquinate). «Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo» e «chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona». Poi torna il Santo d’Ippona, a scandire l’eterno gioco tra le due Città, quella di Dio e quella dell’uomo: «Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi».
Il quarto capitolo è una critica implicita all’orizzonte liberale della modernità, in cui il pragmatismo dell’efficacia spegne la tensione verso la verità, e l’uomo si concepisce «solo autore di sé stesso» (Ratzinger). L’IA accade in questo orizzonte, cui occorre reagire sul fronte comportamentale, educativo, sociale, scolastico, pedagogico ma soprattutto lavorativo. L’eco con la Rerum novarum è esplicita, fino al rigetto della «mano invisibile» e alla richiesta, molto politica, di «trasparenza e responsabilità», perché «la persona non sia ridotta a profilo», la famiglia e l’impresa siano tutelate nell’opporsi al «controllo sociale» della profilazione predittiva. Ed ecco l’altro affondo heideggeriano: l’uomo come «oggetto manipolabile, risorsa da ottimizzare», poiché «ciò che conta è l’efficienza e non il rispetto della libertà e della dignità umana». C’è spazio per la richiesta di perdono a nome della Chiesa per non aver denunciato prima la piaga della schiavitù, poi Prevost attacca chi «possiede i dati sanitari di intere popolazioni e può modellare bisogni e mercati, decidendo a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni».
Più alto e spirituale l’ultimo capitolo: Babele e Neemia si spostano sul piano teologico, lasciando il posto alla «cultura della potenza» e a quella dell’amore. Il Papa ribadisce - a JD Vance saranno fischiate le orecchie - il «superamento della dottrina della guerra giusta, ferma restando la legittima difesa». A maggior ragione con le armi legate all’IA, e in una scena «resa ancora più instabile da gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali», ribadisce che «il giudizio morale non è riducibile a un calcolo», e che «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile», dissolvendo «nella macchina» responsabilità e colpe. Leone sfiora la categoria del «falso realismo politico», sintesi tra «nichilismo e pragmatismo», contrappondendogli un «sano realismo» che contrasti quell’«idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, finisce per abitare una realtà costruita a misura della proprie convinzioni». Per spiegare come il destino dell’uomo e del mondo sia aperto alla conversione, il Papa sceglie Gandalf, di cui riporta questa citazione tratta dal terzo volume del capolavoro di J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
La conclusione è l’inno del Magnificat che rimette al centro del villaggio l’Incarnazione, via autentica alle pulsioni distorte del trans e postumano. La Madonna, conscia di avere in grembo il Redentore, esulta: «Nulla», nota Prevost, «è cambiato attorno a lei, eppure tutto è cambiato dentro di lei». Questo è lo sguardo che il Papa chiede al mondo nel tempo dell’IA.
Continua a leggereRiduci
Tra fine inverno e inizio primavera del 2000 a Palazzo Chigi c’era il primo premier post comunista: Massimo D’Alema. Ora la prima presidente post missina. Ai mercati piacciono gli estremi? In realtà la politica conta fino a un certo punto in Borsa. Conta se è stabile, certo, ma soprattutto se non rompe le scatole al mercato e agli investitori. Perché in realtà a chi compra titoli piacciono altre cose: gli utili, i dividendi e la liquidità, specie se a costi (tassi) bassi. E a Milano ora è pieno di azioni che pagano belle cedole, con profitti record e buone prospettive. Tipo le banche, ma anche Eni o Enel. E pure le utilities. O Ferrari, per dirne una.
La politica conta e non conta, ma a rileggere certe frasi pre-elezioni Politiche del 2022, quelle che hanno portato Giorgia Meloni a diventare il primo presidente del Consiglio donna, viene da ridere per non piangere. «Se vince la destra sarà a rischio la libertà. Ci sono tentativi di interferenza russa. La destra al governo porterà l’Italia in braccio a Putin e Orbàn», diceva Luigi Di Maio. Lorenzo Guerini (Pd) parlava invece di «rischio default per l’Italia con la destra al governo». Stesso pensiero di Enrico Letta: «La destra al governo ci porterà alla bancarotta». Romano Prodi tremava: con la destra «al governo conti in pericolo». Altra perla, targata Piero Fassino: «Se vince la destra sovranista e populista, l’Italia verrà isolata in Europa e nel mondo». Invece il 25 settembre il centrodestra vince, E da quel giorno l’indice dei principali 40 titoli di Piazza Affari è passato da 21.000 punti circa a 52.200 punti. Un rialzo di quasi il 140%. Senza contare i dividendi pagati dalle società quotate ai loro azionisti, grandi e piccoli. E la «bancarotta»? E il «default»? E «l’isolamento» internazionale? C’è da ridere per non piangere anche perché queste cassandrate finite male erano uscite da esponenti di uno schieramento che la Borsa non l’aveva tirata su. Anzi... Quando arrivò Mario Monti al governo si toccò il minimo storico intorno ai 12.000 punti. Altro che salvatore della patria... e poi con Renzi, Gentiloni, Conte e pure Draghi, non avevamo rivisto i massimi. Si era tornati in zona 20.000, ma i 50.000 sembravano irraggiungibili. Un miraggio. Il Dax di Francoforte invece aveva recuperato e oltrepassato i record già oltre 10 anni fa. E poi Parigi, Londra. Non parliamo di Wall Street. Come mai allora la nostra Borsa ci ha messo una vita per superare se stessa?
Innanzitutto va detto che 26 anni fa la geografia dei titoli più forti era completamente diversa: dominavano i Tmt - tecnologia, media e telecomunicazioni. Telecom e Tim, all’epoca, regnavano con una capitalizzazione complessiva sui 150 miliardi. Vi ricordate l’Opa di Telecom su Seat Pagine Gialle per poi fondere Seat con Tin.it? Dopo crollò tutto, in scia al ko del Nasdaq. Valutazioni troppo alte rispetto agli utili. Solo che da quel falò di migliaia di miliardi in America nacquero i colossi di adesso: Amazon, Apple, Microsoft, per dirle alcuni. Interpreti della vera new economy. Noi, Italia ed Europa, siamo invece rimasti indietro. I big delle tlc tricolori sono state poi spolpate e svendute. Ciò nonostante, governo Berlusconi, Piazza Affari tentò la rimonta verso il record. Purtroppo arrivarono il crac Lehman Brothers e il taroccamento dei conti pubblici greci che dimostrò la pochezza del sistema eurocentrico. Crisi finanziarie che portarono a un decennio di tassi bassi, o negativi, che notoriamente non fanno guadagnare le banche, grandi protagoniste del Ftse Mib. Poi il Covid, la guerra, il mega rialzo dei tassi americani ed europei. Fino al momento Liz Truss, la premier britannica che voleva tagliare le tasse facendo debito impegnando ulteriormente i già deboli conti pubblici del Regno Unito. Durò poco, pochissimo. Fu spazzata via dalle vendite sui titoli di stato della Corona. Era inizio autunno 2022. E Giorgia Meloni capì che non si scherza con i mercati: troppo indebitati, i governi, per sfidarli. Memore anche dei colpi di spread contro il governo Berlusconi. E allora le nuove parole d’ordine: stabilità e serietà sui conti.
Se a questo ci mettiamo che dal settembre 2022 i tassi hanno iniziato a scendere e la recessione, spesso annunciata, in realtà non s’è mai vista, ecco spiegato il rally della Borsa. Durerà? Due le condizioni: liquidità e crescita (anche poca) del Pil. Basta vedere quello che accade in Giappone: il record del 1990 a oltre 40.000 punti è stato riacciuffato solo un paio di anni fa. Ora siamo a 65.000 punti. Occhio però: va bene la liquidità per evitare la recessione, ma prima o poi i debiti si pagano...
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni (Ansa)
La dimostrazione che i dibattiti nazionali calati sul territorio sui cittadini non hanno alcuna presa. La prima reazione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni la raccoglie il senatore e coordinatore in Veneto di Fratelli d’Italia, Raffaele Speranzon, che di fronte al comitato elettorale ai giornalisti mostra un messaggio inviato dal premier: «Sarebbe un miracolo mondiale», con riferimento al passaggio al primo turno del centrodestra a Venezia. Più tardi sui social Meloni scrive: «E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani». Lo scrive a margine degli auguri inviati «ai sindaci eletti in questa tornata amministrativa».
«Per come era stata raccontata la situazione in questa città e le percentuali che erano attribuite ai vari candidati sindaco la possibilità per il centrodestra di vincere al primo turno era esclusa da ogni ipotesi ma noi ci abbiamo creduto» ha spiegato Speranzon, e sulla sinistra: «Non credevamo che fosse così indietro il candidato del centrosinistra... Forse, e non è una battuta, la presenza in città contemporanea o quasi di Conte, Schlein, Bonelli, Fratoianni e Renzi non ha giovato al candidato del centrosinistra».
«Chi sperava in un risultato diverso avrà forse modo di stupirsi, noi invece abbiamo ben chiaro che una sinistra sfascista, ideologizzata e produttrice seriale di fake news non ce la farà mai. Insomma, si portano sfiga da soli», è la stoccata del vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia. «Si infrangono sogni della sinistra» per Giovanni Donzelli deputato di Fdi che poi punzecchia la segretaria dem Elly Schlein: «Prendo atto che la Schlein aveva dichiarato: da Venezia arriverà un messaggio per Giorgia Meloni. Il messaggio è arrivato, andiamo avanti così. Perché mi sembra che il messaggio sia arrivato con chiarezza».
Critico il capo della segreteria nazionale di Azione Osvaldo Napoli: «L’impressione però è che Schlein, Conte e gli altri esponenti del centrosinistra hanno sbagliato a politicizzare il voto di Venezia recandosi sulla laguna in campagna elettorale, con ciò esponendosi al rischio di una sconfitta politica evitabile, indotto dalla vittoria del No al referendum, abbia spinto più del centrodestra per politicizzare il voto amministrativo con ciò esponendosi a una sconfitta del tutto evitabile. La varietà delle alleanze e la presenza massiccia di liste civiche rendono quanto meno temeraria ogni valutazione che volesse proiettare il dato locale sul piano nazionale».
Per Maurizio Gasparri, responsabile nazionale enti locali di Forza Italia, «nel 99% dei casi il centrodestra si è presentato unito. A Venezia c’è stata una buona amministrazione che qualcuno voleva liquidare, pensando che le elezioni si decidessero in base ad altre dinamiche, ma alla fine a scegliere sono sempre gli elettori». Gasparri sostiene che l’errore della sinistra sia stato credere che «dopo la vicenda referendaria si sarebbe figurato uno scenario differente, ma i risultati stanno raccontando altro. Io resto cauto e inviterei anche i miei avversari alla prudenza. Le partite sono tante, i risultati richiedono tempo e spesso c’è la tendenza a leggere tutto in chiave politica nazionale. Prima di proclamarsi vincitori bisogna fare i conti con la realtà».
Sulla difensiva Francesco Boccia, senatore del Partito democratico: «In Veneto non è mai semplice. Non è che diciamo che le elezioni politiche cambieranno corso. Il quadro politico nazionale non cambia». Igor Taruffi, braccio destro di Schlein, commenta così: «Noi continuiamo a ritenere che la partita per le elezioni politiche del prossimo anno sia aperta, lo abbiamo detto dopo le regionali, lo abbiamo detto dopo il referendum, lo continuiamo a dire oggi. Da questo punto di vista non è cambiato nulla. I conti dovremo farli alla fine».
Per Italia Viva commenta Maria Elena Boschi. «Non c’è stata la spallata del centrodestra. Queste amministrative raccontano una realtà molto articolata in cui i risultati dei partiti della maggioranza mostrano numeri ben lontani dai trionfalismi di queste ore».
Giuseppe Conte? Non pervenuto. Parla Paola Taverna, vicepresidente vicario del M5s: «Questa tornata elettorale offre risultati in chiaroscuro: alcuni risultati ci rallegrano altri non ci soddisfano».
Continua a leggereRiduci