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2020-04-17
Patuanelli boccia il Mes ma il M5s vieta all’Aula di votare per bloccarlo
Ansa
Considerato che l'Italia sostanzialmente non ha più un presidente del Consiglio, ma un autonominato supercommissario all'emergenza che risponde al nome di Giuseppe Conte, il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, del M5s, pensa bene di occupare la «sede vacante» e si autoproclama premier.
Non più tardi di 48 ore fa, infatti, Conte, nel pieno dell'ennesima bufera tra Pd (favorevole al Mes sanitario) e M5s (contrario), buttava la palla fuori campo: «Se vi saranno condizionalità o meno», sibilava Conte, «lo giudicheremo alla fine». Bene, anzi male: ieri Patuanelli, ha totalmente sconfessato Conte. «Il no al Mes è definitivo, l'Italia non dovrà mai attivarlo», ha sentenziato Patuanelli ad Agorà, su Rai 3. Se c'è una parola che fa rima con epidemia, è ipocrisia: il M5s, in questi giorni, sta battendo ogni record nello sport olimpionico del lancio della menzogna. Se davvero fosse contrario all'utilizzo del Mes, infatti, i grillini non dovrebbero fare altro che consentire che, prima del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, il Parlamento possa esprimersi. Con M5s, Lega e Fdi contrari, la maggioranza anti Mes ci sarebbe alla Camera e al Senato, anche se Forza Italia dovesse votare «sì» con Pd e Italia viva. Invece no: il M5s chiacchiera che è un piacere, ma fugge a gambe levate da ogni voto parlamentare. Ieri, se ne è avuta l'ennesima dimostrazione.
Esattamente come è accaduto 24 ore prima alla Camera, la conferenza dei capigruppo del Senato ha stabilito che il 21 aprile si svolgerà l'informativa del presidente del Consiglio in aula in vista del Consiglio europeo del 23. Come accaduto a Montecitorio, le opposizioni hanno chiesto che Conte tenesse «comunicazioni», che alla fine prevedono un voto dell'Aula sulle risoluzioni presentate dalle forze politiche; niente da fare, la maggioranza si è schierata per l'informativa, che non prevede alcuna votazione. Il M5s, manco a dirlo, ha votato insieme al Pd e Italia viva per imbavagliare il Parlamento, scoprendo il proprio bluff: da un lato, alla luce del sole, con dichiarazioni, interviste e post sui social network, si proclama il «no» al Mes; dall'altro (con il favore delle tenebre) si fa di tutto affinché una risoluzione che dica «no» al Mes e impegni in questo senso il governo non venga mai votata e approvata. «Sapete», spiega il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, della Lega, «cosa riferiscono gli ambasciatori che stanno in Italia ai loro Paesi Ue? Che Conte non ha una maggioranza parlamentare sul Mes. È chiaro che serve un voto parlamentare a riguardo, che ci sarà comunque la settimana prossima, perché mercoledì ci sarà da votare in Senato, nella discussione sul discostamento di bilancio, una mia risoluzione che impegna il governo a dire no al Mes. Quella che Conte sta attuando», aggiunge Calderoli, «è una strategia autolesionista, perché per paura di non avere una maggioranza, andrà in Europa a trattare privo di un mandato parlamentare». Il problema è che il M5s non ha una guida, non ha una linea, non ha una strategia: i parlamentari pensano solo a non mollare le poltrone, e quindi, se un giorno davvero dovesse arrivare un voto sul Mes, potete stare certi che moltissimi deputati e senatori pentastellati voterebbero a favore pur di non andarsene a casa.
Ieri, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, esponente di punta del M5s, è stato assai vago: «Penso», dice Morra a Sky Tg24, «che in questo momento la cosa migliore sia riflettere e tacere, questa è una fase in cui si sta negoziando, quello che si doveva dire è stato detto da parte di tanti protagonisti, si sa quali sono le posizioni in campo, ma non si può sapere ora come si svilupperà il negoziato». Insomma, un «ni Mes».
Il leader della Lega, Matteo Salvini, torna a invocare l'intervento del Quirinale: «Chi andrà a Bruxelles senza mandato del Parlamento è al di fuori della legge. Mi aspetto che dai piani alti qualcuno faccia rispettare la legge Moavero. Se chiamerò Sergio Mattarella? Non vorrei sembrare uno stalker, la legge la conoscono tutti. Invito a non fare giochini: se non serve il voto perché il Consiglio del 23 è informale, allora ce ne freghiamo di quello che decide. Stiamo rappresentando il popolo italiano. Se poi diranno sì», aggiunge Salvini, «noi saremo in Parlamento per ora a dire no, poi nelle piazze. Noi vorremmo fare quello che fanno tutti i parlamenti, cioè votare». «Se ci fosse stato qualcosa fuori dalla legge», ha replica il presidente della Camera, Roberto Fico, all'agenzia Vista, «sarei intervenuto io in prima persona».
Ma a proposito di ipocrisia: ieri La Verità ha rivelato che un progetto di legge costituzionale presentato alla Camera per abrogare la legge 116 del 23 luglio 2012, cioè quella con la quale il parlamento ha ratificato il Trattato istitutivo del Mes, depositata lo scorso 6 aprile dal capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, e dal deputato del Carroccio, Emanuele Cestari, era letteralmente svanito nel nulla. Non c'era più alcuna traccia di questa proposta. Ieri, dopo il nostro articolo, la proposta è miracolosamente riapparsa, ma la conferenza dei capigruppo, ancora una volta grazie anche al voto del M5s, non l'ha voluta calendarizzare.
Persino la Bce snobba il Fondo: «Alla liquidità ci pensiamo noi»
Gli sforzi sono erculei, quasi da fare uscire un'ernia. Da Dario Franceschini a Matteo Renzi, passando per Romano Prodi e Silvio Berlusconi, così finendo a Confindustria. Tutti provano a spiegare, cercando di rimanere seri, come l'Italia debba ricorrere al Mes pur di salvare la pelle in tempi di coronavirus. Ma ogniqualvolta prendono la parola i massimi esperti nell'illustrare la crisi e i possibili rimedi, del Mes non se ne trova minimamente traccia, pur cercandola col lanternino.
Ieri è toccato alla Bce parlare: non una, ma due volte nel giro di un'ora. Prima è stata la volta di Isabel Schnabel, il componente tedesco del consiglio direttivo. Tutt'altro che una colomba, essendo stata la musa ispiratrice delle prime improvvide parole di Christine Lagarde. Quelle che «la Bce non si occupa degli spread». Nell'illustrare le conseguenze derivanti dallo scoppio della crisi da Covid-19 in un intervento reso al Safe policy center, la tedesca illustra come a fronte di una crisi senza precedenti in termini di intensità e gravità, la Bce abbia utilizzato una «cassetta degli attrezzi ampia e sperimentata». Il rischio che la pandemia potesse innescare un «circolo vizioso» tale da creare anche un'emergenza finanziaria, ha infatti spinto la Bce a irrobustire il suo programma per gli acquisti pur di ridurre gli spread crescenti fra i vari titoli sovrani con il bund tedesco. La Schnabel ricorda come il solo annuncio dell'attivazione del programma pandemia Pepp abbia in buona parte contenuto la volatilità dei rendimenti, che guarda caso, per quanto riguarda i Btp, è ripresa ad aumentare da circa due giorni, non appena gli ultras italiani del Mes sono tornati a invocarne l'utilizzo. Ma al Fondo, e ad altre amenità varie quali coronabond e Recovery fund, la Bce non fa cenno, ricordando invece come abbia unilateralmente deciso di riacquistare bond greci, prima ritenuti non idonei.
Un programma - quello di Francoforte - robusto, flessibile e duraturo, anche «oltre il 2020». La Bce si aspetta infatti che le prime cinque economie dell'eurozona (Germania, Francia, Italia, Spagna ed Olanda) emettano titoli per oltre 1.000 miliardi di euro, contro gli 800 del 2019. «Ciò potrebbe alimentare la domanda di maggiori rendimenti da parte degli investitori […] ed è qui che si inserisce il programma Pepp». Come dire: siamo pronti a ogni evenienza. Altro che Mes.
La Bce ricorda poi di essere pronta a inondare di ulteriore liquidità le banche commerciali preservando il loro equilibrio finanziario e stimolandole al credito. Ma lascia intendere, proprio nel finale, come non tutto possa ricadere sulle sue spalle. Per far ripartire i prestiti deve infatti tornare a crescere l'economia ed è qui che devono darsi da fare i governi, con appropriate politiche espansive. La Bce può mettere l'acqua nella scodella, ma tocca ai governi far bere il cavallo. Non meno esplicite sono state le dichiarazioni di lì a un'ora rese dalla governatrice Lagarde in un incontro con gli ex colleghi del Fmi, specificando che «complessivamente, gli acquisti aggiuntivi di titoli saranno di 1.100 miliardi entro la fine del 2020». La Lagarde ribadisce come il programma deliberato sia caratterizzato da dimensioni ragguardevoli e da un notevole grado di «flessibilità».
In pratica la Bce si riserva di acquistare più Btp del necessario senza rispettare la cosiddetta regola del capital key, secondo cui Francoforte deve ripartire gli acquisti dei vari titoli in base alle quote di capitale di ciascun Paese. Il messaggio della Bce è forte e chiaro: occupatevi di economia reale, cioè famiglie e imprese. Mentre buona parte dei nostri politici è invece intenta a pagare pur di vendersi con il Mes.
Sul prestito Conte mente (e lo sa)
Un bene di cui non c'è scarsità ai tempi del Covid-19 è il disorientamento.
Dopo un iniziale disallineamento, il ministro Roberto Gualtieri e il presidente Giuseppe Conte sembravano aver trovato una linea comune: il Mes non è adeguato, servono strumenti di debito comune. Purtroppo, la proposta che è stata preparata nell'ultimo Eurogruppo per la decisione dei leader europei è diversa: il Mes è sul tavolo, senza condizioni, solo per le spese legate all'emergenza sanitaria. Per il debito comune si vedrà in seguito.
Di fronte al fuoco che è divampato all'interno della sua maggioranza, talmente divisa che ha preferito una semplice informativa senza voto alla rituale comunicazione del presidente alle Camere prima del Consiglio europeo del 23 aprile, Conte ha pensato bene di placare gli animi con un comunicato su Facebook nella serata di mercoledì. Dove la linea di difesa si è ancora abbassata e si è ora attestata al «bisognerà attendere prima di valutare». Ciò che fino a ieri era inadeguato tout court, e poi adeguato solo per le spese sanitarie, oggi diventa oggetto di valutazione con tanti dubbi. Inizialmente Conte ribadisce che il Mes è strumento inadeguato e ribadisce il ruolo degli eurobond. Quando poi afferma che il Mes interessa ad altri Paesi ma passa alla disamina del rischio legato alle condizioni di questo prestito, tradisce apertis verbis la volontà di avvalersene. Altrimenti, perché sprecare inchiostro sul tema delle condizioni?
Forse qualcuno dei suoi consiglieri gli avrà fatto notare che continua ad applicarsi l'articolo 13 (commi 6 e 7) che prevede il monitoraggio e la valutazione costante del Paese debitore per tutta la durata del prestito. Così come si applica l'articolo 14 (comma 6) del Trattato, che dispone il potere di decidere «se la linea di credito è ancora adeguata o se sia necessaria un'altra forma di assistenza finanziaria». E quando hai un debito/Pil proiettato al 160%, basta un attimo e ti ritrovi sotto programma di aggiustamento lacrime e sangue, anche se non inizialmente previsto.
Allora Conte, colto dal dubbio, per valutare l'effettiva convenienza dell'accesso al Mes, rinvia alla lettura dei documenti che dettaglieranno le condizioni del prestito (protocollo di intesa e dispositivo di assistenza finanziaria). Ma qui finge di non ricordare che, per ottenere quei documenti, il Trattato richiede prima una domanda, seguita da un'istruttoria a cura della Commissione e della Bce, e infine una decisione da parte del Consiglio dei governatori. Solo a quel punto si negoziano le condizioni del protocollo d'intesa e il direttore del Mes prepara una proposta di accordo con tutti i dettagli. Conte ci conferma che intende chiedere il Mes e poi ritirarsi se non gli vanno bene le condizioni. In altre parole, egli vorrebbe comportarsi come chi chiede un mutuo in banca, ottiene la delibera, e poi, quando il notaio legge il capitolato, si alza e va via perché non è d'accordo.
Ma anche questa imbarazzante tesi non regge. Infatti Conte non può non sapere che i documenti di dettaglio di cui parla e che si riserva di valutare, sono informati alle disposizioni del Trattato che non lasciano scampo, a meno di farne uno nuovo. Il Mes, piaccia o no, è quello e non è adatto alle attuali circostanze.
Ieri gli analisti di Citigroup hanno elencato tutte le caratteristiche che il Mes dovrebbe avere, nessuna delle quali è posseduta dall'attuale. Merita evidenziare che il Mes oggi sarebbe creditore privilegiato con il conseguente impatto negativo sul costo del debito da rinnovare che diventerebbe subordinato. Rischiamo di risparmiare pochi spiccioli su 36 miliardi di prestito e ritrovarci con maggiori interessi su 2.100 miliardi di titoli pubblici.
Cosa pensa di trovare Conte in quelle condizioni, che non sia già possibile prevedere, soprattutto da parte di un avvocato?
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Matteo Salvini: «Da fuorilegge ignorare il Parlamento». E invoca Sergio Mattarella. Roberto Calderoli salta il muro giallorosso: «Delibereremo lo stesso mercoledì».Il Fondo monetario internazionale apre i rubinetti, ma ammonisce: «I governi devono indirizzare i soldi».Non c'è nulla da «valutare alla fine»: per negoziare il Memorandum si deve prima chiedere il finanziamento. Però i trattati sono chiari: evitare il cappio è impossibile.Lo speciale contiene tre articoli.Considerato che l'Italia sostanzialmente non ha più un presidente del Consiglio, ma un autonominato supercommissario all'emergenza che risponde al nome di Giuseppe Conte, il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, del M5s, pensa bene di occupare la «sede vacante» e si autoproclama premier. Non più tardi di 48 ore fa, infatti, Conte, nel pieno dell'ennesima bufera tra Pd (favorevole al Mes sanitario) e M5s (contrario), buttava la palla fuori campo: «Se vi saranno condizionalità o meno», sibilava Conte, «lo giudicheremo alla fine». Bene, anzi male: ieri Patuanelli, ha totalmente sconfessato Conte. «Il no al Mes è definitivo, l'Italia non dovrà mai attivarlo», ha sentenziato Patuanelli ad Agorà, su Rai 3. Se c'è una parola che fa rima con epidemia, è ipocrisia: il M5s, in questi giorni, sta battendo ogni record nello sport olimpionico del lancio della menzogna. Se davvero fosse contrario all'utilizzo del Mes, infatti, i grillini non dovrebbero fare altro che consentire che, prima del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, il Parlamento possa esprimersi. Con M5s, Lega e Fdi contrari, la maggioranza anti Mes ci sarebbe alla Camera e al Senato, anche se Forza Italia dovesse votare «sì» con Pd e Italia viva. Invece no: il M5s chiacchiera che è un piacere, ma fugge a gambe levate da ogni voto parlamentare. Ieri, se ne è avuta l'ennesima dimostrazione. Esattamente come è accaduto 24 ore prima alla Camera, la conferenza dei capigruppo del Senato ha stabilito che il 21 aprile si svolgerà l'informativa del presidente del Consiglio in aula in vista del Consiglio europeo del 23. Come accaduto a Montecitorio, le opposizioni hanno chiesto che Conte tenesse «comunicazioni», che alla fine prevedono un voto dell'Aula sulle risoluzioni presentate dalle forze politiche; niente da fare, la maggioranza si è schierata per l'informativa, che non prevede alcuna votazione. Il M5s, manco a dirlo, ha votato insieme al Pd e Italia viva per imbavagliare il Parlamento, scoprendo il proprio bluff: da un lato, alla luce del sole, con dichiarazioni, interviste e post sui social network, si proclama il «no» al Mes; dall'altro (con il favore delle tenebre) si fa di tutto affinché una risoluzione che dica «no» al Mes e impegni in questo senso il governo non venga mai votata e approvata. «Sapete», spiega il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, della Lega, «cosa riferiscono gli ambasciatori che stanno in Italia ai loro Paesi Ue? Che Conte non ha una maggioranza parlamentare sul Mes. È chiaro che serve un voto parlamentare a riguardo, che ci sarà comunque la settimana prossima, perché mercoledì ci sarà da votare in Senato, nella discussione sul discostamento di bilancio, una mia risoluzione che impegna il governo a dire no al Mes. Quella che Conte sta attuando», aggiunge Calderoli, «è una strategia autolesionista, perché per paura di non avere una maggioranza, andrà in Europa a trattare privo di un mandato parlamentare». Il problema è che il M5s non ha una guida, non ha una linea, non ha una strategia: i parlamentari pensano solo a non mollare le poltrone, e quindi, se un giorno davvero dovesse arrivare un voto sul Mes, potete stare certi che moltissimi deputati e senatori pentastellati voterebbero a favore pur di non andarsene a casa. Ieri, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, esponente di punta del M5s, è stato assai vago: «Penso», dice Morra a Sky Tg24, «che in questo momento la cosa migliore sia riflettere e tacere, questa è una fase in cui si sta negoziando, quello che si doveva dire è stato detto da parte di tanti protagonisti, si sa quali sono le posizioni in campo, ma non si può sapere ora come si svilupperà il negoziato». Insomma, un «ni Mes».Il leader della Lega, Matteo Salvini, torna a invocare l'intervento del Quirinale: «Chi andrà a Bruxelles senza mandato del Parlamento è al di fuori della legge. Mi aspetto che dai piani alti qualcuno faccia rispettare la legge Moavero. Se chiamerò Sergio Mattarella? Non vorrei sembrare uno stalker, la legge la conoscono tutti. Invito a non fare giochini: se non serve il voto perché il Consiglio del 23 è informale, allora ce ne freghiamo di quello che decide. Stiamo rappresentando il popolo italiano. Se poi diranno sì», aggiunge Salvini, «noi saremo in Parlamento per ora a dire no, poi nelle piazze. Noi vorremmo fare quello che fanno tutti i parlamenti, cioè votare». «Se ci fosse stato qualcosa fuori dalla legge», ha replica il presidente della Camera, Roberto Fico, all'agenzia Vista, «sarei intervenuto io in prima persona».Ma a proposito di ipocrisia: ieri La Verità ha rivelato che un progetto di legge costituzionale presentato alla Camera per abrogare la legge 116 del 23 luglio 2012, cioè quella con la quale il parlamento ha ratificato il Trattato istitutivo del Mes, depositata lo scorso 6 aprile dal capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, e dal deputato del Carroccio, Emanuele Cestari, era letteralmente svanito nel nulla. Non c'era più alcuna traccia di questa proposta. 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Ma ogniqualvolta prendono la parola i massimi esperti nell'illustrare la crisi e i possibili rimedi, del Mes non se ne trova minimamente traccia, pur cercandola col lanternino. Ieri è toccato alla Bce parlare: non una, ma due volte nel giro di un'ora. Prima è stata la volta di Isabel Schnabel, il componente tedesco del consiglio direttivo. Tutt'altro che una colomba, essendo stata la musa ispiratrice delle prime improvvide parole di Christine Lagarde. Quelle che «la Bce non si occupa degli spread». Nell'illustrare le conseguenze derivanti dallo scoppio della crisi da Covid-19 in un intervento reso al Safe policy center, la tedesca illustra come a fronte di una crisi senza precedenti in termini di intensità e gravità, la Bce abbia utilizzato una «cassetta degli attrezzi ampia e sperimentata». Il rischio che la pandemia potesse innescare un «circolo vizioso» tale da creare anche un'emergenza finanziaria, ha infatti spinto la Bce a irrobustire il suo programma per gli acquisti pur di ridurre gli spread crescenti fra i vari titoli sovrani con il bund tedesco. La Schnabel ricorda come il solo annuncio dell'attivazione del programma pandemia Pepp abbia in buona parte contenuto la volatilità dei rendimenti, che guarda caso, per quanto riguarda i Btp, è ripresa ad aumentare da circa due giorni, non appena gli ultras italiani del Mes sono tornati a invocarne l'utilizzo. Ma al Fondo, e ad altre amenità varie quali coronabond e Recovery fund, la Bce non fa cenno, ricordando invece come abbia unilateralmente deciso di riacquistare bond greci, prima ritenuti non idonei. Un programma - quello di Francoforte - robusto, flessibile e duraturo, anche «oltre il 2020». La Bce si aspetta infatti che le prime cinque economie dell'eurozona (Germania, Francia, Italia, Spagna ed Olanda) emettano titoli per oltre 1.000 miliardi di euro, contro gli 800 del 2019. «Ciò potrebbe alimentare la domanda di maggiori rendimenti da parte degli investitori […] ed è qui che si inserisce il programma Pepp». Come dire: siamo pronti a ogni evenienza. Altro che Mes. La Bce ricorda poi di essere pronta a inondare di ulteriore liquidità le banche commerciali preservando il loro equilibrio finanziario e stimolandole al credito. Ma lascia intendere, proprio nel finale, come non tutto possa ricadere sulle sue spalle. Per far ripartire i prestiti deve infatti tornare a crescere l'economia ed è qui che devono darsi da fare i governi, con appropriate politiche espansive. La Bce può mettere l'acqua nella scodella, ma tocca ai governi far bere il cavallo. Non meno esplicite sono state le dichiarazioni di lì a un'ora rese dalla governatrice Lagarde in un incontro con gli ex colleghi del Fmi, specificando che «complessivamente, gli acquisti aggiuntivi di titoli saranno di 1.100 miliardi entro la fine del 2020». La Lagarde ribadisce come il programma deliberato sia caratterizzato da dimensioni ragguardevoli e da un notevole grado di «flessibilità». In pratica la Bce si riserva di acquistare più Btp del necessario senza rispettare la cosiddetta regola del capital key, secondo cui Francoforte deve ripartire gli acquisti dei vari titoli in base alle quote di capitale di ciascun Paese. Il messaggio della Bce è forte e chiaro: occupatevi di economia reale, cioè famiglie e imprese. Mentre buona parte dei nostri politici è invece intenta a pagare pur di vendersi con il Mes. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/patuanelli-boccia-il-mes-ma-il-m5s-vieta-allaula-di-votare-per-bloccarlo-2645736971.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sul-prestito-conte-mente-e-lo-sa" data-post-id="2645736971" data-published-at="1587066418" data-use-pagination="False"> Sul prestito Conte mente (e lo sa) Un bene di cui non c'è scarsità ai tempi del Covid-19 è il disorientamento. Dopo un iniziale disallineamento, il ministro Roberto Gualtieri e il presidente Giuseppe Conte sembravano aver trovato una linea comune: il Mes non è adeguato, servono strumenti di debito comune. Purtroppo, la proposta che è stata preparata nell'ultimo Eurogruppo per la decisione dei leader europei è diversa: il Mes è sul tavolo, senza condizioni, solo per le spese legate all'emergenza sanitaria. Per il debito comune si vedrà in seguito. Di fronte al fuoco che è divampato all'interno della sua maggioranza, talmente divisa che ha preferito una semplice informativa senza voto alla rituale comunicazione del presidente alle Camere prima del Consiglio europeo del 23 aprile, Conte ha pensato bene di placare gli animi con un comunicato su Facebook nella serata di mercoledì. Dove la linea di difesa si è ancora abbassata e si è ora attestata al «bisognerà attendere prima di valutare». Ciò che fino a ieri era inadeguato tout court, e poi adeguato solo per le spese sanitarie, oggi diventa oggetto di valutazione con tanti dubbi. Inizialmente Conte ribadisce che il Mes è strumento inadeguato e ribadisce il ruolo degli eurobond. Quando poi afferma che il Mes interessa ad altri Paesi ma passa alla disamina del rischio legato alle condizioni di questo prestito, tradisce apertis verbis la volontà di avvalersene. Altrimenti, perché sprecare inchiostro sul tema delle condizioni? Forse qualcuno dei suoi consiglieri gli avrà fatto notare che continua ad applicarsi l'articolo 13 (commi 6 e 7) che prevede il monitoraggio e la valutazione costante del Paese debitore per tutta la durata del prestito. Così come si applica l'articolo 14 (comma 6) del Trattato, che dispone il potere di decidere «se la linea di credito è ancora adeguata o se sia necessaria un'altra forma di assistenza finanziaria». E quando hai un debito/Pil proiettato al 160%, basta un attimo e ti ritrovi sotto programma di aggiustamento lacrime e sangue, anche se non inizialmente previsto. Allora Conte, colto dal dubbio, per valutare l'effettiva convenienza dell'accesso al Mes, rinvia alla lettura dei documenti che dettaglieranno le condizioni del prestito (protocollo di intesa e dispositivo di assistenza finanziaria). Ma qui finge di non ricordare che, per ottenere quei documenti, il Trattato richiede prima una domanda, seguita da un'istruttoria a cura della Commissione e della Bce, e infine una decisione da parte del Consiglio dei governatori. Solo a quel punto si negoziano le condizioni del protocollo d'intesa e il direttore del Mes prepara una proposta di accordo con tutti i dettagli. Conte ci conferma che intende chiedere il Mes e poi ritirarsi se non gli vanno bene le condizioni. In altre parole, egli vorrebbe comportarsi come chi chiede un mutuo in banca, ottiene la delibera, e poi, quando il notaio legge il capitolato, si alza e va via perché non è d'accordo. Ma anche questa imbarazzante tesi non regge. Infatti Conte non può non sapere che i documenti di dettaglio di cui parla e che si riserva di valutare, sono informati alle disposizioni del Trattato che non lasciano scampo, a meno di farne uno nuovo. Il Mes, piaccia o no, è quello e non è adatto alle attuali circostanze. Ieri gli analisti di Citigroup hanno elencato tutte le caratteristiche che il Mes dovrebbe avere, nessuna delle quali è posseduta dall'attuale. Merita evidenziare che il Mes oggi sarebbe creditore privilegiato con il conseguente impatto negativo sul costo del debito da rinnovare che diventerebbe subordinato. Rischiamo di risparmiare pochi spiccioli su 36 miliardi di prestito e ritrovarci con maggiori interessi su 2.100 miliardi di titoli pubblici. Cosa pensa di trovare Conte in quelle condizioni, che non sia già possibile prevedere, soprattutto da parte di un avvocato?
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
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Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
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Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
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