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2020-04-17
Patuanelli boccia il Mes ma il M5s vieta all’Aula di votare per bloccarlo
Ansa
Considerato che l'Italia sostanzialmente non ha più un presidente del Consiglio, ma un autonominato supercommissario all'emergenza che risponde al nome di Giuseppe Conte, il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, del M5s, pensa bene di occupare la «sede vacante» e si autoproclama premier.
Non più tardi di 48 ore fa, infatti, Conte, nel pieno dell'ennesima bufera tra Pd (favorevole al Mes sanitario) e M5s (contrario), buttava la palla fuori campo: «Se vi saranno condizionalità o meno», sibilava Conte, «lo giudicheremo alla fine». Bene, anzi male: ieri Patuanelli, ha totalmente sconfessato Conte. «Il no al Mes è definitivo, l'Italia non dovrà mai attivarlo», ha sentenziato Patuanelli ad Agorà, su Rai 3. Se c'è una parola che fa rima con epidemia, è ipocrisia: il M5s, in questi giorni, sta battendo ogni record nello sport olimpionico del lancio della menzogna. Se davvero fosse contrario all'utilizzo del Mes, infatti, i grillini non dovrebbero fare altro che consentire che, prima del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, il Parlamento possa esprimersi. Con M5s, Lega e Fdi contrari, la maggioranza anti Mes ci sarebbe alla Camera e al Senato, anche se Forza Italia dovesse votare «sì» con Pd e Italia viva. Invece no: il M5s chiacchiera che è un piacere, ma fugge a gambe levate da ogni voto parlamentare. Ieri, se ne è avuta l'ennesima dimostrazione.
Esattamente come è accaduto 24 ore prima alla Camera, la conferenza dei capigruppo del Senato ha stabilito che il 21 aprile si svolgerà l'informativa del presidente del Consiglio in aula in vista del Consiglio europeo del 23. Come accaduto a Montecitorio, le opposizioni hanno chiesto che Conte tenesse «comunicazioni», che alla fine prevedono un voto dell'Aula sulle risoluzioni presentate dalle forze politiche; niente da fare, la maggioranza si è schierata per l'informativa, che non prevede alcuna votazione. Il M5s, manco a dirlo, ha votato insieme al Pd e Italia viva per imbavagliare il Parlamento, scoprendo il proprio bluff: da un lato, alla luce del sole, con dichiarazioni, interviste e post sui social network, si proclama il «no» al Mes; dall'altro (con il favore delle tenebre) si fa di tutto affinché una risoluzione che dica «no» al Mes e impegni in questo senso il governo non venga mai votata e approvata. «Sapete», spiega il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, della Lega, «cosa riferiscono gli ambasciatori che stanno in Italia ai loro Paesi Ue? Che Conte non ha una maggioranza parlamentare sul Mes. È chiaro che serve un voto parlamentare a riguardo, che ci sarà comunque la settimana prossima, perché mercoledì ci sarà da votare in Senato, nella discussione sul discostamento di bilancio, una mia risoluzione che impegna il governo a dire no al Mes. Quella che Conte sta attuando», aggiunge Calderoli, «è una strategia autolesionista, perché per paura di non avere una maggioranza, andrà in Europa a trattare privo di un mandato parlamentare». Il problema è che il M5s non ha una guida, non ha una linea, non ha una strategia: i parlamentari pensano solo a non mollare le poltrone, e quindi, se un giorno davvero dovesse arrivare un voto sul Mes, potete stare certi che moltissimi deputati e senatori pentastellati voterebbero a favore pur di non andarsene a casa.
Ieri, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, esponente di punta del M5s, è stato assai vago: «Penso», dice Morra a Sky Tg24, «che in questo momento la cosa migliore sia riflettere e tacere, questa è una fase in cui si sta negoziando, quello che si doveva dire è stato detto da parte di tanti protagonisti, si sa quali sono le posizioni in campo, ma non si può sapere ora come si svilupperà il negoziato». Insomma, un «ni Mes».
Il leader della Lega, Matteo Salvini, torna a invocare l'intervento del Quirinale: «Chi andrà a Bruxelles senza mandato del Parlamento è al di fuori della legge. Mi aspetto che dai piani alti qualcuno faccia rispettare la legge Moavero. Se chiamerò Sergio Mattarella? Non vorrei sembrare uno stalker, la legge la conoscono tutti. Invito a non fare giochini: se non serve il voto perché il Consiglio del 23 è informale, allora ce ne freghiamo di quello che decide. Stiamo rappresentando il popolo italiano. Se poi diranno sì», aggiunge Salvini, «noi saremo in Parlamento per ora a dire no, poi nelle piazze. Noi vorremmo fare quello che fanno tutti i parlamenti, cioè votare». «Se ci fosse stato qualcosa fuori dalla legge», ha replica il presidente della Camera, Roberto Fico, all'agenzia Vista, «sarei intervenuto io in prima persona».
Ma a proposito di ipocrisia: ieri La Verità ha rivelato che un progetto di legge costituzionale presentato alla Camera per abrogare la legge 116 del 23 luglio 2012, cioè quella con la quale il parlamento ha ratificato il Trattato istitutivo del Mes, depositata lo scorso 6 aprile dal capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, e dal deputato del Carroccio, Emanuele Cestari, era letteralmente svanito nel nulla. Non c'era più alcuna traccia di questa proposta. Ieri, dopo il nostro articolo, la proposta è miracolosamente riapparsa, ma la conferenza dei capigruppo, ancora una volta grazie anche al voto del M5s, non l'ha voluta calendarizzare.
Persino la Bce snobba il Fondo: «Alla liquidità ci pensiamo noi»
Gli sforzi sono erculei, quasi da fare uscire un'ernia. Da Dario Franceschini a Matteo Renzi, passando per Romano Prodi e Silvio Berlusconi, così finendo a Confindustria. Tutti provano a spiegare, cercando di rimanere seri, come l'Italia debba ricorrere al Mes pur di salvare la pelle in tempi di coronavirus. Ma ogniqualvolta prendono la parola i massimi esperti nell'illustrare la crisi e i possibili rimedi, del Mes non se ne trova minimamente traccia, pur cercandola col lanternino.
Ieri è toccato alla Bce parlare: non una, ma due volte nel giro di un'ora. Prima è stata la volta di Isabel Schnabel, il componente tedesco del consiglio direttivo. Tutt'altro che una colomba, essendo stata la musa ispiratrice delle prime improvvide parole di Christine Lagarde. Quelle che «la Bce non si occupa degli spread». Nell'illustrare le conseguenze derivanti dallo scoppio della crisi da Covid-19 in un intervento reso al Safe policy center, la tedesca illustra come a fronte di una crisi senza precedenti in termini di intensità e gravità, la Bce abbia utilizzato una «cassetta degli attrezzi ampia e sperimentata». Il rischio che la pandemia potesse innescare un «circolo vizioso» tale da creare anche un'emergenza finanziaria, ha infatti spinto la Bce a irrobustire il suo programma per gli acquisti pur di ridurre gli spread crescenti fra i vari titoli sovrani con il bund tedesco. La Schnabel ricorda come il solo annuncio dell'attivazione del programma pandemia Pepp abbia in buona parte contenuto la volatilità dei rendimenti, che guarda caso, per quanto riguarda i Btp, è ripresa ad aumentare da circa due giorni, non appena gli ultras italiani del Mes sono tornati a invocarne l'utilizzo. Ma al Fondo, e ad altre amenità varie quali coronabond e Recovery fund, la Bce non fa cenno, ricordando invece come abbia unilateralmente deciso di riacquistare bond greci, prima ritenuti non idonei.
Un programma - quello di Francoforte - robusto, flessibile e duraturo, anche «oltre il 2020». La Bce si aspetta infatti che le prime cinque economie dell'eurozona (Germania, Francia, Italia, Spagna ed Olanda) emettano titoli per oltre 1.000 miliardi di euro, contro gli 800 del 2019. «Ciò potrebbe alimentare la domanda di maggiori rendimenti da parte degli investitori […] ed è qui che si inserisce il programma Pepp». Come dire: siamo pronti a ogni evenienza. Altro che Mes.
La Bce ricorda poi di essere pronta a inondare di ulteriore liquidità le banche commerciali preservando il loro equilibrio finanziario e stimolandole al credito. Ma lascia intendere, proprio nel finale, come non tutto possa ricadere sulle sue spalle. Per far ripartire i prestiti deve infatti tornare a crescere l'economia ed è qui che devono darsi da fare i governi, con appropriate politiche espansive. La Bce può mettere l'acqua nella scodella, ma tocca ai governi far bere il cavallo. Non meno esplicite sono state le dichiarazioni di lì a un'ora rese dalla governatrice Lagarde in un incontro con gli ex colleghi del Fmi, specificando che «complessivamente, gli acquisti aggiuntivi di titoli saranno di 1.100 miliardi entro la fine del 2020». La Lagarde ribadisce come il programma deliberato sia caratterizzato da dimensioni ragguardevoli e da un notevole grado di «flessibilità».
In pratica la Bce si riserva di acquistare più Btp del necessario senza rispettare la cosiddetta regola del capital key, secondo cui Francoforte deve ripartire gli acquisti dei vari titoli in base alle quote di capitale di ciascun Paese. Il messaggio della Bce è forte e chiaro: occupatevi di economia reale, cioè famiglie e imprese. Mentre buona parte dei nostri politici è invece intenta a pagare pur di vendersi con il Mes.
Sul prestito Conte mente (e lo sa)
Un bene di cui non c'è scarsità ai tempi del Covid-19 è il disorientamento.
Dopo un iniziale disallineamento, il ministro Roberto Gualtieri e il presidente Giuseppe Conte sembravano aver trovato una linea comune: il Mes non è adeguato, servono strumenti di debito comune. Purtroppo, la proposta che è stata preparata nell'ultimo Eurogruppo per la decisione dei leader europei è diversa: il Mes è sul tavolo, senza condizioni, solo per le spese legate all'emergenza sanitaria. Per il debito comune si vedrà in seguito.
Di fronte al fuoco che è divampato all'interno della sua maggioranza, talmente divisa che ha preferito una semplice informativa senza voto alla rituale comunicazione del presidente alle Camere prima del Consiglio europeo del 23 aprile, Conte ha pensato bene di placare gli animi con un comunicato su Facebook nella serata di mercoledì. Dove la linea di difesa si è ancora abbassata e si è ora attestata al «bisognerà attendere prima di valutare». Ciò che fino a ieri era inadeguato tout court, e poi adeguato solo per le spese sanitarie, oggi diventa oggetto di valutazione con tanti dubbi. Inizialmente Conte ribadisce che il Mes è strumento inadeguato e ribadisce il ruolo degli eurobond. Quando poi afferma che il Mes interessa ad altri Paesi ma passa alla disamina del rischio legato alle condizioni di questo prestito, tradisce apertis verbis la volontà di avvalersene. Altrimenti, perché sprecare inchiostro sul tema delle condizioni?
Forse qualcuno dei suoi consiglieri gli avrà fatto notare che continua ad applicarsi l'articolo 13 (commi 6 e 7) che prevede il monitoraggio e la valutazione costante del Paese debitore per tutta la durata del prestito. Così come si applica l'articolo 14 (comma 6) del Trattato, che dispone il potere di decidere «se la linea di credito è ancora adeguata o se sia necessaria un'altra forma di assistenza finanziaria». E quando hai un debito/Pil proiettato al 160%, basta un attimo e ti ritrovi sotto programma di aggiustamento lacrime e sangue, anche se non inizialmente previsto.
Allora Conte, colto dal dubbio, per valutare l'effettiva convenienza dell'accesso al Mes, rinvia alla lettura dei documenti che dettaglieranno le condizioni del prestito (protocollo di intesa e dispositivo di assistenza finanziaria). Ma qui finge di non ricordare che, per ottenere quei documenti, il Trattato richiede prima una domanda, seguita da un'istruttoria a cura della Commissione e della Bce, e infine una decisione da parte del Consiglio dei governatori. Solo a quel punto si negoziano le condizioni del protocollo d'intesa e il direttore del Mes prepara una proposta di accordo con tutti i dettagli. Conte ci conferma che intende chiedere il Mes e poi ritirarsi se non gli vanno bene le condizioni. In altre parole, egli vorrebbe comportarsi come chi chiede un mutuo in banca, ottiene la delibera, e poi, quando il notaio legge il capitolato, si alza e va via perché non è d'accordo.
Ma anche questa imbarazzante tesi non regge. Infatti Conte non può non sapere che i documenti di dettaglio di cui parla e che si riserva di valutare, sono informati alle disposizioni del Trattato che non lasciano scampo, a meno di farne uno nuovo. Il Mes, piaccia o no, è quello e non è adatto alle attuali circostanze.
Ieri gli analisti di Citigroup hanno elencato tutte le caratteristiche che il Mes dovrebbe avere, nessuna delle quali è posseduta dall'attuale. Merita evidenziare che il Mes oggi sarebbe creditore privilegiato con il conseguente impatto negativo sul costo del debito da rinnovare che diventerebbe subordinato. Rischiamo di risparmiare pochi spiccioli su 36 miliardi di prestito e ritrovarci con maggiori interessi su 2.100 miliardi di titoli pubblici.
Cosa pensa di trovare Conte in quelle condizioni, che non sia già possibile prevedere, soprattutto da parte di un avvocato?
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Matteo Salvini: «Da fuorilegge ignorare il Parlamento». E invoca Sergio Mattarella. Roberto Calderoli salta il muro giallorosso: «Delibereremo lo stesso mercoledì».Il Fondo monetario internazionale apre i rubinetti, ma ammonisce: «I governi devono indirizzare i soldi».Non c'è nulla da «valutare alla fine»: per negoziare il Memorandum si deve prima chiedere il finanziamento. Però i trattati sono chiari: evitare il cappio è impossibile.Lo speciale contiene tre articoli.Considerato che l'Italia sostanzialmente non ha più un presidente del Consiglio, ma un autonominato supercommissario all'emergenza che risponde al nome di Giuseppe Conte, il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, del M5s, pensa bene di occupare la «sede vacante» e si autoproclama premier. Non più tardi di 48 ore fa, infatti, Conte, nel pieno dell'ennesima bufera tra Pd (favorevole al Mes sanitario) e M5s (contrario), buttava la palla fuori campo: «Se vi saranno condizionalità o meno», sibilava Conte, «lo giudicheremo alla fine». Bene, anzi male: ieri Patuanelli, ha totalmente sconfessato Conte. «Il no al Mes è definitivo, l'Italia non dovrà mai attivarlo», ha sentenziato Patuanelli ad Agorà, su Rai 3. Se c'è una parola che fa rima con epidemia, è ipocrisia: il M5s, in questi giorni, sta battendo ogni record nello sport olimpionico del lancio della menzogna. Se davvero fosse contrario all'utilizzo del Mes, infatti, i grillini non dovrebbero fare altro che consentire che, prima del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, il Parlamento possa esprimersi. Con M5s, Lega e Fdi contrari, la maggioranza anti Mes ci sarebbe alla Camera e al Senato, anche se Forza Italia dovesse votare «sì» con Pd e Italia viva. Invece no: il M5s chiacchiera che è un piacere, ma fugge a gambe levate da ogni voto parlamentare. Ieri, se ne è avuta l'ennesima dimostrazione. Esattamente come è accaduto 24 ore prima alla Camera, la conferenza dei capigruppo del Senato ha stabilito che il 21 aprile si svolgerà l'informativa del presidente del Consiglio in aula in vista del Consiglio europeo del 23. Come accaduto a Montecitorio, le opposizioni hanno chiesto che Conte tenesse «comunicazioni», che alla fine prevedono un voto dell'Aula sulle risoluzioni presentate dalle forze politiche; niente da fare, la maggioranza si è schierata per l'informativa, che non prevede alcuna votazione. Il M5s, manco a dirlo, ha votato insieme al Pd e Italia viva per imbavagliare il Parlamento, scoprendo il proprio bluff: da un lato, alla luce del sole, con dichiarazioni, interviste e post sui social network, si proclama il «no» al Mes; dall'altro (con il favore delle tenebre) si fa di tutto affinché una risoluzione che dica «no» al Mes e impegni in questo senso il governo non venga mai votata e approvata. «Sapete», spiega il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, della Lega, «cosa riferiscono gli ambasciatori che stanno in Italia ai loro Paesi Ue? Che Conte non ha una maggioranza parlamentare sul Mes. È chiaro che serve un voto parlamentare a riguardo, che ci sarà comunque la settimana prossima, perché mercoledì ci sarà da votare in Senato, nella discussione sul discostamento di bilancio, una mia risoluzione che impegna il governo a dire no al Mes. Quella che Conte sta attuando», aggiunge Calderoli, «è una strategia autolesionista, perché per paura di non avere una maggioranza, andrà in Europa a trattare privo di un mandato parlamentare». Il problema è che il M5s non ha una guida, non ha una linea, non ha una strategia: i parlamentari pensano solo a non mollare le poltrone, e quindi, se un giorno davvero dovesse arrivare un voto sul Mes, potete stare certi che moltissimi deputati e senatori pentastellati voterebbero a favore pur di non andarsene a casa. Ieri, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, esponente di punta del M5s, è stato assai vago: «Penso», dice Morra a Sky Tg24, «che in questo momento la cosa migliore sia riflettere e tacere, questa è una fase in cui si sta negoziando, quello che si doveva dire è stato detto da parte di tanti protagonisti, si sa quali sono le posizioni in campo, ma non si può sapere ora come si svilupperà il negoziato». Insomma, un «ni Mes».Il leader della Lega, Matteo Salvini, torna a invocare l'intervento del Quirinale: «Chi andrà a Bruxelles senza mandato del Parlamento è al di fuori della legge. Mi aspetto che dai piani alti qualcuno faccia rispettare la legge Moavero. Se chiamerò Sergio Mattarella? Non vorrei sembrare uno stalker, la legge la conoscono tutti. Invito a non fare giochini: se non serve il voto perché il Consiglio del 23 è informale, allora ce ne freghiamo di quello che decide. Stiamo rappresentando il popolo italiano. Se poi diranno sì», aggiunge Salvini, «noi saremo in Parlamento per ora a dire no, poi nelle piazze. Noi vorremmo fare quello che fanno tutti i parlamenti, cioè votare». «Se ci fosse stato qualcosa fuori dalla legge», ha replica il presidente della Camera, Roberto Fico, all'agenzia Vista, «sarei intervenuto io in prima persona».Ma a proposito di ipocrisia: ieri La Verità ha rivelato che un progetto di legge costituzionale presentato alla Camera per abrogare la legge 116 del 23 luglio 2012, cioè quella con la quale il parlamento ha ratificato il Trattato istitutivo del Mes, depositata lo scorso 6 aprile dal capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, e dal deputato del Carroccio, Emanuele Cestari, era letteralmente svanito nel nulla. Non c'era più alcuna traccia di questa proposta. 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Ma ogniqualvolta prendono la parola i massimi esperti nell'illustrare la crisi e i possibili rimedi, del Mes non se ne trova minimamente traccia, pur cercandola col lanternino. Ieri è toccato alla Bce parlare: non una, ma due volte nel giro di un'ora. Prima è stata la volta di Isabel Schnabel, il componente tedesco del consiglio direttivo. Tutt'altro che una colomba, essendo stata la musa ispiratrice delle prime improvvide parole di Christine Lagarde. Quelle che «la Bce non si occupa degli spread». Nell'illustrare le conseguenze derivanti dallo scoppio della crisi da Covid-19 in un intervento reso al Safe policy center, la tedesca illustra come a fronte di una crisi senza precedenti in termini di intensità e gravità, la Bce abbia utilizzato una «cassetta degli attrezzi ampia e sperimentata». Il rischio che la pandemia potesse innescare un «circolo vizioso» tale da creare anche un'emergenza finanziaria, ha infatti spinto la Bce a irrobustire il suo programma per gli acquisti pur di ridurre gli spread crescenti fra i vari titoli sovrani con il bund tedesco. La Schnabel ricorda come il solo annuncio dell'attivazione del programma pandemia Pepp abbia in buona parte contenuto la volatilità dei rendimenti, che guarda caso, per quanto riguarda i Btp, è ripresa ad aumentare da circa due giorni, non appena gli ultras italiani del Mes sono tornati a invocarne l'utilizzo. Ma al Fondo, e ad altre amenità varie quali coronabond e Recovery fund, la Bce non fa cenno, ricordando invece come abbia unilateralmente deciso di riacquistare bond greci, prima ritenuti non idonei. Un programma - quello di Francoforte - robusto, flessibile e duraturo, anche «oltre il 2020». La Bce si aspetta infatti che le prime cinque economie dell'eurozona (Germania, Francia, Italia, Spagna ed Olanda) emettano titoli per oltre 1.000 miliardi di euro, contro gli 800 del 2019. «Ciò potrebbe alimentare la domanda di maggiori rendimenti da parte degli investitori […] ed è qui che si inserisce il programma Pepp». Come dire: siamo pronti a ogni evenienza. Altro che Mes. La Bce ricorda poi di essere pronta a inondare di ulteriore liquidità le banche commerciali preservando il loro equilibrio finanziario e stimolandole al credito. Ma lascia intendere, proprio nel finale, come non tutto possa ricadere sulle sue spalle. Per far ripartire i prestiti deve infatti tornare a crescere l'economia ed è qui che devono darsi da fare i governi, con appropriate politiche espansive. La Bce può mettere l'acqua nella scodella, ma tocca ai governi far bere il cavallo. Non meno esplicite sono state le dichiarazioni di lì a un'ora rese dalla governatrice Lagarde in un incontro con gli ex colleghi del Fmi, specificando che «complessivamente, gli acquisti aggiuntivi di titoli saranno di 1.100 miliardi entro la fine del 2020». La Lagarde ribadisce come il programma deliberato sia caratterizzato da dimensioni ragguardevoli e da un notevole grado di «flessibilità». In pratica la Bce si riserva di acquistare più Btp del necessario senza rispettare la cosiddetta regola del capital key, secondo cui Francoforte deve ripartire gli acquisti dei vari titoli in base alle quote di capitale di ciascun Paese. Il messaggio della Bce è forte e chiaro: occupatevi di economia reale, cioè famiglie e imprese. Mentre buona parte dei nostri politici è invece intenta a pagare pur di vendersi con il Mes. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/patuanelli-boccia-il-mes-ma-il-m5s-vieta-allaula-di-votare-per-bloccarlo-2645736971.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sul-prestito-conte-mente-e-lo-sa" data-post-id="2645736971" data-published-at="1587066418" data-use-pagination="False"> Sul prestito Conte mente (e lo sa) Un bene di cui non c'è scarsità ai tempi del Covid-19 è il disorientamento. Dopo un iniziale disallineamento, il ministro Roberto Gualtieri e il presidente Giuseppe Conte sembravano aver trovato una linea comune: il Mes non è adeguato, servono strumenti di debito comune. Purtroppo, la proposta che è stata preparata nell'ultimo Eurogruppo per la decisione dei leader europei è diversa: il Mes è sul tavolo, senza condizioni, solo per le spese legate all'emergenza sanitaria. Per il debito comune si vedrà in seguito. Di fronte al fuoco che è divampato all'interno della sua maggioranza, talmente divisa che ha preferito una semplice informativa senza voto alla rituale comunicazione del presidente alle Camere prima del Consiglio europeo del 23 aprile, Conte ha pensato bene di placare gli animi con un comunicato su Facebook nella serata di mercoledì. Dove la linea di difesa si è ancora abbassata e si è ora attestata al «bisognerà attendere prima di valutare». Ciò che fino a ieri era inadeguato tout court, e poi adeguato solo per le spese sanitarie, oggi diventa oggetto di valutazione con tanti dubbi. Inizialmente Conte ribadisce che il Mes è strumento inadeguato e ribadisce il ruolo degli eurobond. Quando poi afferma che il Mes interessa ad altri Paesi ma passa alla disamina del rischio legato alle condizioni di questo prestito, tradisce apertis verbis la volontà di avvalersene. Altrimenti, perché sprecare inchiostro sul tema delle condizioni? Forse qualcuno dei suoi consiglieri gli avrà fatto notare che continua ad applicarsi l'articolo 13 (commi 6 e 7) che prevede il monitoraggio e la valutazione costante del Paese debitore per tutta la durata del prestito. Così come si applica l'articolo 14 (comma 6) del Trattato, che dispone il potere di decidere «se la linea di credito è ancora adeguata o se sia necessaria un'altra forma di assistenza finanziaria». E quando hai un debito/Pil proiettato al 160%, basta un attimo e ti ritrovi sotto programma di aggiustamento lacrime e sangue, anche se non inizialmente previsto. Allora Conte, colto dal dubbio, per valutare l'effettiva convenienza dell'accesso al Mes, rinvia alla lettura dei documenti che dettaglieranno le condizioni del prestito (protocollo di intesa e dispositivo di assistenza finanziaria). Ma qui finge di non ricordare che, per ottenere quei documenti, il Trattato richiede prima una domanda, seguita da un'istruttoria a cura della Commissione e della Bce, e infine una decisione da parte del Consiglio dei governatori. Solo a quel punto si negoziano le condizioni del protocollo d'intesa e il direttore del Mes prepara una proposta di accordo con tutti i dettagli. Conte ci conferma che intende chiedere il Mes e poi ritirarsi se non gli vanno bene le condizioni. In altre parole, egli vorrebbe comportarsi come chi chiede un mutuo in banca, ottiene la delibera, e poi, quando il notaio legge il capitolato, si alza e va via perché non è d'accordo. Ma anche questa imbarazzante tesi non regge. Infatti Conte non può non sapere che i documenti di dettaglio di cui parla e che si riserva di valutare, sono informati alle disposizioni del Trattato che non lasciano scampo, a meno di farne uno nuovo. Il Mes, piaccia o no, è quello e non è adatto alle attuali circostanze. Ieri gli analisti di Citigroup hanno elencato tutte le caratteristiche che il Mes dovrebbe avere, nessuna delle quali è posseduta dall'attuale. Merita evidenziare che il Mes oggi sarebbe creditore privilegiato con il conseguente impatto negativo sul costo del debito da rinnovare che diventerebbe subordinato. Rischiamo di risparmiare pochi spiccioli su 36 miliardi di prestito e ritrovarci con maggiori interessi su 2.100 miliardi di titoli pubblici. Cosa pensa di trovare Conte in quelle condizioni, che non sia già possibile prevedere, soprattutto da parte di un avvocato?
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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