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2018-07-18
Ong: «I libici sono killer al soldo dell’Italia». Ma Salvini la smentisce
Ansa
Per creare quella che dal Viminale definiscono una «fake news» sono state usate le foto raccapriccianti delle vittime dell'ennesimo naufragio causato dagli scafisti trafficanti di esseri umani. Hanno messo in mare il solito gommone cinese da quattro soldi per tentare la traversata verso l'Italia e ora le immagini sono finite sui social con tanto di accuse: «I libici hanno affondato la barca e lasciato morire una donna e il suo bambino. Sono assassini arruolati dall'Italia».
Dalla spagnola Proactiva di Open Arms, una delle due Ong tornate nel Mediterraneo nonostante gli ammonimenti dell'Italia, con quelle immagini pensavano di aver calato l'asso. E invece: «Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto», ha replicato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Che ha spiegato: «Ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull'immigrazione clandestina. Io tengo duro».
Dopo l'annuncio della Guardia costiera libica di aver intercettato un'imbarcazione con 158 persone a bordo e di aver fornito assistenza medica e umanitaria, il leader della Ong Oscar Camps, invece di prendersela con gli scafisti che hanno messo in mare un gommone col quale l'impresa di arrivare in Italia era impensabile, ha lanciato il tweet con foto e video: «Quello che la Guardia costiera libica non ha detto è che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e di aver affondato l'imbarcazione perché i migranti non volevano salire sulle loro motovedette». E poco dopo ha aggiunto: «Quando siamo arrivati, abbiamo trovato una delle donne ancora in vita, non abbiamo potuto fare nulla per recuperare l'altra donna e il bambino. Per quanto tempo avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano per uccidere?». La naufraga, vittima dei trafficanti di esseri umani, era aggrappata ai resti del gommone nel frattempo affondato ed era allo stremo delle forze. Ha detto di essere partita dal Camerun e di chiamarsi Josephine: era a faccia in giù su una tavola di legno, in condizioni di ipotermia. A bordo di un natante della Open Arms, insieme all'equipaggio, si è imbarcato anche il parlamentare di Liberi e uguali Erasmo Palazzotto che, senza fare distinzioni, ieri ha assegnato agli ultimi due ministri dell'Interno tutte le colpe dei naufragi causati da scafisti senza scrupoli (e spesso, come hanno dimostrato le inchieste giudiziarie, in combutta con i volontari di Ong): «Caro Salvini e caro Marco Minniti, di questi brutali assassini siete responsabili voi, i vostri accordi e il vostro cinismo».
E dopo i ringraziamenti per la Ong che l'ha tirato a bordo, ha intimato: «Adesso mi aspetto che l'Italia presti soccorso a questa donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure mediche. Sperando che almeno stavolta, davanti all'omicidio di una donna e un bambino, il ministro Salvini abbia la decenza stare zitto». Ha preso il megafono anche Roberto Saviano, che da qualche tempo ce l'ha con Salvini (dal quale si è beccato qualche querela): «Assassini! Ministro della Mala Vita, sui morti in mare parla di bugie e insulti, ma con quale coraggio? Confessi piuttosto: quanto piacere le dà la morte inflitta dalla Guardia costiera libica, sua (mi fa ribrezzo dire nostra) alleata strategica? Lei che sottolinea continuamente di essere padre, da papà quanta eccitazione prova a vedere morire bimbi innocenti in mare? Ministro della Mala Vita, l'odio che ha seminato la travolgerà. Come travolgerà gli imbelli a 5 stelle, e tra di loro l'impresentabile Danilo Toninelli».
Salvini va avanti. E ricorda alle Ong spagnole tornate nel Mediterraneo ad attendere il loro carico di esseri umani che i porti sono chiusi: «Risparmino tempo e denaro, i porti italiani li vedranno in cartolina». Il braccio di ferro tra Salvini e i volontari spagnoli va avanti dal 4 luglio, ossia da quando Proactiva dovette ripiegare con i suoi 60 migranti a Barcellona, dopo il divieto di attracco da parte di Italia e Malta.
«Anche se l'Italia chiude i porti, non può mettere porte al mare», aveva annunciato sabato scorso la Ong sul profilo Twitter. E come una Cassandra aveva pronosticato: «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo. E troppi morti sul fondale». Questa volta i morti erano a galla. Ma le responsabilità sono ancora da stabilire, visto che i gommoni partono sapendo di non riuscire a portare a termine la traversata. Il meccanismo, come ricostruito dalle inchieste giudiziarie, è sempre lo stesso e va avanti da anni: gli scafisti buttano in mare il barcone, arrivano in zona utile per i soccorsi, dove, coincidenza, trovano la nave di una Ong che effettua il salvataggio e li porta in Italia. Ma questa volta tutti i superstiti sono stati trasferiti dai libici in un campo profughi a Khoms, città della Tripolitania. «È l'unico modo per fermare il traffico di esseri umani», ha ribadito Salvini, ricordando che la Libia dovrebbe essere dichiarata «porto sicuro», per permettere alle navi militari europee di portarvi le persone salvate in mare. Con questa politica gli sbarchi, stando agli ultimi dati certificati dal Viminale, sono calati dell'80 per cento. Non solo: dall'inizio dell'anno la Spagna ha superato l'Italia per numero di arrivi. E calando le partenze scende anche il numero delle vittime. Degli oltre 50.000 migranti giunti in Europa via mare fino al 15 luglio, 1.443 hanno perso la vita nella traversata. Tra il 2015 e il 2017, invece, le vittime hanno superato quota 15.000.
L'ultimo viaggio della speranza è di ieri: la polizia ha fermato l'intero equipaggio di un barcone approdato a Pozzallo, in provincia di Ragusa, con 447 migranti. Al comandante, un pregiudicato, e ai dieci marinai di origine nordafricana, sono stati contestati i reati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di morte come conseguenza di altro delitto per il decesso di quattro stranieri che si sono tuffati in acqua alla vista dei soccorsi. E anche in questo caso Salvini ha twittato: «Dalle parole ai fatti, ora però che stiano in galera».
Fabio Amendolara
L’alternativa ai naufragi esiste già
Toh, il premier Giuseppe Conte d'accordo con la comunità di Sant'Egidio: chi l'avrebbe mai detto? In visita alla sede dell'organizzazione, a Roma, il presidente del Consiglio ha infatti sposato l'idea dei corridoi umanitari in cui da tempo la comunità è impegnata: «L'impegno della comunità di Sant'Egidio per i rifugiati, coi corridoi umanitari, è in linea con la proposta italiana. Si tratta di un'immigrazione regolare, con numeri contingentati, ben definiti, che consente di creare percorsi di integrazione», ha detto il premier.
Ma come, e allora le politiche di Matteo Salvini, i porti chiusi e tutto il resto? In realtà la cosa ha un senso e non sarà un caso se nel dicembre del 2016, quando il governo gialloblu era di là da venire, La Verità già parlava dei corridoi umanitari come possibile soluzione legale al caos migratorio. Ma andiamo con calma e cominciamo col dire che i primi a non essere stupiti delle parole di Conte sono proprio i diretti interessati. «Il consenso del premier non ci ha sorpreso», ci spiega Paolo Naso, coordinatore del progetto Mediterranean Hope, un coordinamento per i corridoi umanitari legato Federazione delle chiese evangeliche in Italia.
«Il progetto», afferma, «aveva già ricevuto l'endorsement di altre personalità del governo, seppur non di questo livello. Ma direi che lo stesso ministro dell'Interno ha sempre detto di voler garantire coloro che arrivano legalmente e che sono titolari di protezione internazionale. Non mi stupisce, quindi, che il nostro progetto riscuota ampio consenso». L'idea, peraltro, non è restata solo sulla carta: «Non è solo un progetto ma, citando un noto spot, è una solida realtà», afferma Naso, che aggiunge: «Nel 2015 abbiamo aperto un primo protocollo, garantendo un corridoio per mille persone. Nel 2017 il protocollo è stato rinnovato e ne hanno giovato altre mille persone». Ma come funziona, tecnicamente, il corridoio umanitario? Spiega ancora il coordinatore di Mediterranean Hope:
«Operiamo in stretto rapporto con organizzazioni locali. Sono loro che ci mettono in contatto con i casi problematici. La parola d'ordine è vulnerabilità. Penso a donne sole, a donne con bambini, a persone malate, tali da non poter essere curate in patria (se invece c'è questa possibilità li inseriamo in un altro progetto, Medical Hope, per garantire l'accesso alle cure sui luoghi di intervento). Oppure di persone che scappano dalla guerra, per le quali l'espressione “aiutiamoli a casa loro" non ha senso». Insomma, si tratta di accogliere in modo legale e sicuro chi ne ha veramente bisogno e diritto, evitando barchette e barconi di fortuna, tratte schiavistiche, Ong senza scrupoli e arrivi di clandestini vari.
Tutti d'accordo, quindi? Non proprio, perché qui, ovviamente, Naso non ci segue: «Non sono d'accordo nel mettere i corridoi umanitari contro l'operato delle Ong, che sono uno strumento che non va demonizzato. O meglio, gli uni potrebbero essere alternativi alle altre se i numeri fossero altri. Se con i corridoi umanitari arrivassero 50.000 persone potrebbero essere una soluzione efficace e razionale. Ma si tratta di un'alternativa realistica da una certa massa critica in su». Qui, ovviamente, siamo noi che non possiamo seguire questa logica. Al contrario, sono i corridoi umanitari che funzionano solo se il numero di persone in ingresso è estremamente limitato, a margine di un intervento globale per stoppare i flussi, fermare l'intera filiera della tratta, anche a terra, smantellare le reti di scafisti e trafficanti, puntare all'obbiettivo ideale degli arrivi illegali a quota zero. A quel punto, ma solo a quel punto, si può pensare di dare aiuto a quell'esigua minoranza di migranti che ne ha davvero bisogno e che rispetta i parametri per accedere allo status di rifugiato. Senza avventurarsi, peraltro, in meccanismi di ingegneria sociale che già altrove hanno fallito, come lo ius soli o la cittadinanza facile, dato che chi scappa dalla guerra o dalla persecuzione deve avere la possibilità di tornare a casa una volta finita l'emergenza, come per esempio possono fare ora i siriani fuggire a suo tempo dall'Isis. In caso contrario, l'intervento non è umanitario, bensì ideologico.
Adriano Scianca
«L’angelo dei profughi» che incita gli attivisti a violare le nostre leggi
A tutti i capitani delle navi ferme in mare.... Sbarcate! Decidetelo voi!». Segue l'emoticon di un megafono. Di seguito Nawal Soufi cita una frase di Erich Fromm: «L'atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l'inizio della ragione». Nawal, che si definisce «attivista per i diritti umani e collaboratrice indipendente durante la fase di soccorso dei migranti», scrive questo messaggio, sul suo profilo Facebook, il 26 giugno scorso, alle 3.34 di notte. L'illogico e illegale invito a forzare, da parte delle navi delle Ong che trasportano migranti, l'ingresso nei porti italiani lascia di stucco. Nawal, arrivata bambina a Catania dal Marocco con la sua famiglia ventinove anni fa, è un'italomarocchina che, nel 2016, a Firenze, agli archivi storici dell'Unione europea di Villa Salviati, aveva ricevuto il «Premio cittadino europeo 2016». Ma, da europea premiata, oggi odia l'Europa che si confronta, pur aspramente, su sbarchi, accoglienza, integrazione e respingimenti. La motivazione di quel riconoscimento fu: «Ha salvato 20.000 migranti». Con l'inizio degli approdi massicci in Sicilia, Nawal diventa un punto di riferimento per i migranti in balìa degli scafisti e delle onde. La chiamavano sul cellulare dai barconi in difficoltà e lei comunicava le loro coordinate alla guardia costiera italiana. Anche il suo re, Muhammad VI, l'ha incontrata a Rabat come paladina dei diritti umani; è stata premiata dagli Emirati arabi come «Arab hope maker» (creatrice della speranza araba) per aver salvato la vita a 200.000 migranti. «Lo sceicco l'ha premiata perché è una delle fautrici dell'islamizzazione in Europa», è stato uno dei commenti al video ufficiale del governo di Dubai; un altro ricordava le sue dure proteste contro la polizia italiana durante il controllo sui migranti effettuate alla stazione centrale di Milano, nel maggio dello scorso anno. Nel 2015 Nawal (il suo sito è nawalsoufi.com) aveva ricevuto una menzione speciale al Premio volontariato internazionale della Focsiv, la federazione delle Ong cattoliche. Un giornalista di Vita, Daniele Biella, nello stesso anno, l'aveva definita L'Angelo dei profughi in un libro delle edizioni Paoline (prefazione del cardinale Francesco Montenegro). È stata ascoltata alla Commissione per i diritti delle donne e l'uguaglianza di genere del Parlamento europeo.
Eppure, adesso che l'Italia sta provando a ottenere una normale redistribuzione dei migranti nell'Europa dei 28, Nawal si è arrabbiata e incita i capitani delle navi delle Ong a violare i porti. Al pari di altre sue amiche di social, come Nefissa Labidi, convinta antisraeliana il cui hashtag preferito è #irrompete-nei-porti e che sul premier Conte scrive: «Quando sei senza palle, sorridi e menti anche contro ogni evidenza. Tanto i tuoi coglioni ti applaudiranno sempre! Vero Salvini? Il gran maestro della menzogna e dell'infamia!».
Su Facebook Nawal aveva già lasciato sette emoticon «cacchetta» a commento di un manifesto elettorale della pentastellata Roberta Lombardi che voleva «più turismo e meno migranti», candidata alla Regione Lazio contro il piddino Nicola Zingaretti.
Ma il suo bersaglio preferito è il vicepremier Matteo Salvini. «Io nomade, io marocchina, io siciliana, io anarchica, io antifascista, io contro Salvini!» è uno dei suoi autoritratti dall'ego marcato. E quando Matteo Salvini, con l'appoggio di Danilo Toninelli dei 5 stelle, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti del governo Conte, ha iniziato a rallentare l'azione delle navi delle Ong e a impedirne l'ingresso nei porti italiani, Nawal è andata fuori di sé, mostrando immotivate paure. Forse, la sua fragilità. Il 19 giugno, alla 15.40, si è ritratta in riva al mare: seduta sotto un albero, ha dichiarato di essere in guerra come una partigiana: «Se un giorno verranno a prendermi sappiate che non ho mai fatto del bene. Ho solo fatto il mio dovere da essere umano. Sembrano post provocatori, ma non lo sono. Siamo dentro una realtà pesantissima e io, da migrante, sento per la prima volta di essere una partigiana nel 2018 e quando senti di essere un partigiano vuol dire che sei in guerra».
Parole forti, ma i timori di Nawal sono inutili. Nel 2017, su di lei, il procuratore generale di Catania, Carmelo Zuccaro, dichiarò al Giornale: «Al momento escludiamo che ci sia un interesse economico nel fatto che indichi ai trafficanti i numeri da chiamare per far venire a prendere le navi cariche di migranti. È una questione ideologica». Nawal venne descritta da Zuccaro solo come una pasionaria dei migranti. Perché, tuttavia, Zuccaro parlò di «interesse economico»? Perché Nawal pubblica online il suo iban e il numero della sua carta postepay, dove ricevere donazioni per aiutare i migranti. Sono donazioni fatte alla persona fisica di Nawal: chi ricarica quei conti si fida di lei.
Nawal appare, nonostante i molti riconoscimenti, la stampa amica, le fotografie accanto a europarlamentari come Silvia Costa o Cécile Kyenge, un personaggio contraddittorio. C'è anche chi l'ha accusata di essere complice degli scafisti: un trafficante di migranti, alla trasmissione televisiva Piazza pulita, dichiarò a un cronista che fingeva di voler trasbordare la sua famiglia dall'Africa in Italia pagando 3.000 dollari: «Tranquillo», spiegò il trafficante, «lo scafista ha una bussola, un gps e il telefono satellitare. Ha anche il numero della signora Nawal, che lavora per una Ong italiana. La contatta dalla barca e le fornisce le coordinate, così lei avvisa la guardia costiera». Il cronista chiese: «La donna conosce lo scafista? «Sì», rispose il trafficante, «quando lei riceve una chiamata dal satellitare contatta quelli di Medici senza frontiere, che prendono le coordinate e vanno verso il barcone». Nawal è una donna appassionata e ingenua, sfruttata dalla malavita per il suo amore verso i migranti? In tv, lei si difese: «Non ho mai ricevuto una chiamata da una persona che mi dice: pronto, sono uno scafista e ti sto dando le coordinate». Ma ogni emergenza è una situazione confusa, che può mescolare i ruoli dei buoni e dei cattivi, soprattutto se si crede nelle «verità» a senso unico.
Qualche tempo fa La Verità provò a contattarla. Una fonte sosteneva che alcuni bambini e adolescenti migranti, maschi, poco dopo lo sbarco, venivano fatti prostituire alla stazione di Catania. La fonte fece il nome di Nawal e di un'altra ragazza siciliana, sua amica: «Loro conoscono questi fatti», disse. Allora Nawal non volle parlare con noi. Lei, il cui hashtag del momento contro il governo Conte è #corridoi-umanitari-per-milioni-di-persone-unica-soluzione, quella volta discriminò chi le voleva solo parlare per provare a denunciare la prostituzione coatta di quei bambini abusati sessualmente e sfruttati, per soldi, nella stazione della sua città.
Paolo Giovannelli
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La denuncia di Open Arms: «I nordafricani hanno lasciato annegare una donna e un bambino». Per il ministro si tratta solo di fake news.Il premier Giuseppe Conte fa visita alla comunità di Sant'Egidio e si dichiara favorevole ai corridoi umanitari. La Verità lo aveva già scritto: lo strumento è valido, ma solo con piccoli numeri e se intanto si ferma la tratta. Nawal Soufi, italomarocchina premiata dall'Ue per aver aiutato i migranti, insulta il governo dai suoi profili social e invita i capitani delle navi in arrivo a fregarsene delle indicazioni italiane.Lo speciale contiene tre articoliPer creare quella che dal Viminale definiscono una «fake news» sono state usate le foto raccapriccianti delle vittime dell'ennesimo naufragio causato dagli scafisti trafficanti di esseri umani. Hanno messo in mare il solito gommone cinese da quattro soldi per tentare la traversata verso l'Italia e ora le immagini sono finite sui social con tanto di accuse: «I libici hanno affondato la barca e lasciato morire una donna e il suo bambino. Sono assassini arruolati dall'Italia». Dalla spagnola Proactiva di Open Arms, una delle due Ong tornate nel Mediterraneo nonostante gli ammonimenti dell'Italia, con quelle immagini pensavano di aver calato l'asso. E invece: «Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto», ha replicato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Che ha spiegato: «Ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull'immigrazione clandestina. Io tengo duro». Dopo l'annuncio della Guardia costiera libica di aver intercettato un'imbarcazione con 158 persone a bordo e di aver fornito assistenza medica e umanitaria, il leader della Ong Oscar Camps, invece di prendersela con gli scafisti che hanno messo in mare un gommone col quale l'impresa di arrivare in Italia era impensabile, ha lanciato il tweet con foto e video: «Quello che la Guardia costiera libica non ha detto è che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e di aver affondato l'imbarcazione perché i migranti non volevano salire sulle loro motovedette». E poco dopo ha aggiunto: «Quando siamo arrivati, abbiamo trovato una delle donne ancora in vita, non abbiamo potuto fare nulla per recuperare l'altra donna e il bambino. Per quanto tempo avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano per uccidere?». La naufraga, vittima dei trafficanti di esseri umani, era aggrappata ai resti del gommone nel frattempo affondato ed era allo stremo delle forze. Ha detto di essere partita dal Camerun e di chiamarsi Josephine: era a faccia in giù su una tavola di legno, in condizioni di ipotermia. A bordo di un natante della Open Arms, insieme all'equipaggio, si è imbarcato anche il parlamentare di Liberi e uguali Erasmo Palazzotto che, senza fare distinzioni, ieri ha assegnato agli ultimi due ministri dell'Interno tutte le colpe dei naufragi causati da scafisti senza scrupoli (e spesso, come hanno dimostrato le inchieste giudiziarie, in combutta con i volontari di Ong): «Caro Salvini e caro Marco Minniti, di questi brutali assassini siete responsabili voi, i vostri accordi e il vostro cinismo». E dopo i ringraziamenti per la Ong che l'ha tirato a bordo, ha intimato: «Adesso mi aspetto che l'Italia presti soccorso a questa donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure mediche. Sperando che almeno stavolta, davanti all'omicidio di una donna e un bambino, il ministro Salvini abbia la decenza stare zitto». Ha preso il megafono anche Roberto Saviano, che da qualche tempo ce l'ha con Salvini (dal quale si è beccato qualche querela): «Assassini! Ministro della Mala Vita, sui morti in mare parla di bugie e insulti, ma con quale coraggio? Confessi piuttosto: quanto piacere le dà la morte inflitta dalla Guardia costiera libica, sua (mi fa ribrezzo dire nostra) alleata strategica? Lei che sottolinea continuamente di essere padre, da papà quanta eccitazione prova a vedere morire bimbi innocenti in mare? Ministro della Mala Vita, l'odio che ha seminato la travolgerà. Come travolgerà gli imbelli a 5 stelle, e tra di loro l'impresentabile Danilo Toninelli». Salvini va avanti. E ricorda alle Ong spagnole tornate nel Mediterraneo ad attendere il loro carico di esseri umani che i porti sono chiusi: «Risparmino tempo e denaro, i porti italiani li vedranno in cartolina». Il braccio di ferro tra Salvini e i volontari spagnoli va avanti dal 4 luglio, ossia da quando Proactiva dovette ripiegare con i suoi 60 migranti a Barcellona, dopo il divieto di attracco da parte di Italia e Malta. «Anche se l'Italia chiude i porti, non può mettere porte al mare», aveva annunciato sabato scorso la Ong sul profilo Twitter. E come una Cassandra aveva pronosticato: «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo. E troppi morti sul fondale». Questa volta i morti erano a galla. Ma le responsabilità sono ancora da stabilire, visto che i gommoni partono sapendo di non riuscire a portare a termine la traversata. Il meccanismo, come ricostruito dalle inchieste giudiziarie, è sempre lo stesso e va avanti da anni: gli scafisti buttano in mare il barcone, arrivano in zona utile per i soccorsi, dove, coincidenza, trovano la nave di una Ong che effettua il salvataggio e li porta in Italia. Ma questa volta tutti i superstiti sono stati trasferiti dai libici in un campo profughi a Khoms, città della Tripolitania. «È l'unico modo per fermare il traffico di esseri umani», ha ribadito Salvini, ricordando che la Libia dovrebbe essere dichiarata «porto sicuro», per permettere alle navi militari europee di portarvi le persone salvate in mare. Con questa politica gli sbarchi, stando agli ultimi dati certificati dal Viminale, sono calati dell'80 per cento. Non solo: dall'inizio dell'anno la Spagna ha superato l'Italia per numero di arrivi. E calando le partenze scende anche il numero delle vittime. Degli oltre 50.000 migranti giunti in Europa via mare fino al 15 luglio, 1.443 hanno perso la vita nella traversata. Tra il 2015 e il 2017, invece, le vittime hanno superato quota 15.000. L'ultimo viaggio della speranza è di ieri: la polizia ha fermato l'intero equipaggio di un barcone approdato a Pozzallo, in provincia di Ragusa, con 447 migranti. Al comandante, un pregiudicato, e ai dieci marinai di origine nordafricana, sono stati contestati i reati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di morte come conseguenza di altro delitto per il decesso di quattro stranieri che si sono tuffati in acqua alla vista dei soccorsi. E anche in questo caso Salvini ha twittato: «Dalle parole ai fatti, ora però che stiano in galera».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-i-libici-sono-killer-al-soldo-dellitalia-ma-salvini-la-smentisce-2587624003.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lalternativa-ai-naufragi-esiste-gia" data-post-id="2587624003" data-published-at="1780648056" data-use-pagination="False"> L’alternativa ai naufragi esiste già Toh, il premier Giuseppe Conte d'accordo con la comunità di Sant'Egidio: chi l'avrebbe mai detto? In visita alla sede dell'organizzazione, a Roma, il presidente del Consiglio ha infatti sposato l'idea dei corridoi umanitari in cui da tempo la comunità è impegnata: «L'impegno della comunità di Sant'Egidio per i rifugiati, coi corridoi umanitari, è in linea con la proposta italiana. Si tratta di un'immigrazione regolare, con numeri contingentati, ben definiti, che consente di creare percorsi di integrazione», ha detto il premier. Ma come, e allora le politiche di Matteo Salvini, i porti chiusi e tutto il resto? In realtà la cosa ha un senso e non sarà un caso se nel dicembre del 2016, quando il governo gialloblu era di là da venire, La Verità già parlava dei corridoi umanitari come possibile soluzione legale al caos migratorio. Ma andiamo con calma e cominciamo col dire che i primi a non essere stupiti delle parole di Conte sono proprio i diretti interessati. «Il consenso del premier non ci ha sorpreso», ci spiega Paolo Naso, coordinatore del progetto Mediterranean Hope, un coordinamento per i corridoi umanitari legato Federazione delle chiese evangeliche in Italia. «Il progetto», afferma, «aveva già ricevuto l'endorsement di altre personalità del governo, seppur non di questo livello. Ma direi che lo stesso ministro dell'Interno ha sempre detto di voler garantire coloro che arrivano legalmente e che sono titolari di protezione internazionale. Non mi stupisce, quindi, che il nostro progetto riscuota ampio consenso». L'idea, peraltro, non è restata solo sulla carta: «Non è solo un progetto ma, citando un noto spot, è una solida realtà», afferma Naso, che aggiunge: «Nel 2015 abbiamo aperto un primo protocollo, garantendo un corridoio per mille persone. Nel 2017 il protocollo è stato rinnovato e ne hanno giovato altre mille persone». Ma come funziona, tecnicamente, il corridoio umanitario? Spiega ancora il coordinatore di Mediterranean Hope: «Operiamo in stretto rapporto con organizzazioni locali. Sono loro che ci mettono in contatto con i casi problematici. La parola d'ordine è vulnerabilità. Penso a donne sole, a donne con bambini, a persone malate, tali da non poter essere curate in patria (se invece c'è questa possibilità li inseriamo in un altro progetto, Medical Hope, per garantire l'accesso alle cure sui luoghi di intervento). Oppure di persone che scappano dalla guerra, per le quali l'espressione “aiutiamoli a casa loro" non ha senso». Insomma, si tratta di accogliere in modo legale e sicuro chi ne ha veramente bisogno e diritto, evitando barchette e barconi di fortuna, tratte schiavistiche, Ong senza scrupoli e arrivi di clandestini vari. Tutti d'accordo, quindi? Non proprio, perché qui, ovviamente, Naso non ci segue: «Non sono d'accordo nel mettere i corridoi umanitari contro l'operato delle Ong, che sono uno strumento che non va demonizzato. O meglio, gli uni potrebbero essere alternativi alle altre se i numeri fossero altri. Se con i corridoi umanitari arrivassero 50.000 persone potrebbero essere una soluzione efficace e razionale. Ma si tratta di un'alternativa realistica da una certa massa critica in su». Qui, ovviamente, siamo noi che non possiamo seguire questa logica. Al contrario, sono i corridoi umanitari che funzionano solo se il numero di persone in ingresso è estremamente limitato, a margine di un intervento globale per stoppare i flussi, fermare l'intera filiera della tratta, anche a terra, smantellare le reti di scafisti e trafficanti, puntare all'obbiettivo ideale degli arrivi illegali a quota zero. A quel punto, ma solo a quel punto, si può pensare di dare aiuto a quell'esigua minoranza di migranti che ne ha davvero bisogno e che rispetta i parametri per accedere allo status di rifugiato. Senza avventurarsi, peraltro, in meccanismi di ingegneria sociale che già altrove hanno fallito, come lo ius soli o la cittadinanza facile, dato che chi scappa dalla guerra o dalla persecuzione deve avere la possibilità di tornare a casa una volta finita l'emergenza, come per esempio possono fare ora i siriani fuggire a suo tempo dall'Isis. In caso contrario, l'intervento non è umanitario, bensì ideologico. Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-i-libici-sono-killer-al-soldo-dellitalia-ma-salvini-la-smentisce-2587624003.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="langelo-dei-profughi-che-incita-gli-attivisti-a-violare-le-nostre-leggi" data-post-id="2587624003" data-published-at="1780648056" data-use-pagination="False"> «L’angelo dei profughi» che incita gli attivisti a violare le nostre leggi A tutti i capitani delle navi ferme in mare.... Sbarcate! Decidetelo voi!». Segue l'emoticon di un megafono. Di seguito Nawal Soufi cita una frase di Erich Fromm: «L'atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l'inizio della ragione». Nawal, che si definisce «attivista per i diritti umani e collaboratrice indipendente durante la fase di soccorso dei migranti», scrive questo messaggio, sul suo profilo Facebook, il 26 giugno scorso, alle 3.34 di notte. L'illogico e illegale invito a forzare, da parte delle navi delle Ong che trasportano migranti, l'ingresso nei porti italiani lascia di stucco. Nawal, arrivata bambina a Catania dal Marocco con la sua famiglia ventinove anni fa, è un'italomarocchina che, nel 2016, a Firenze, agli archivi storici dell'Unione europea di Villa Salviati, aveva ricevuto il «Premio cittadino europeo 2016». Ma, da europea premiata, oggi odia l'Europa che si confronta, pur aspramente, su sbarchi, accoglienza, integrazione e respingimenti. La motivazione di quel riconoscimento fu: «Ha salvato 20.000 migranti». Con l'inizio degli approdi massicci in Sicilia, Nawal diventa un punto di riferimento per i migranti in balìa degli scafisti e delle onde. La chiamavano sul cellulare dai barconi in difficoltà e lei comunicava le loro coordinate alla guardia costiera italiana. Anche il suo re, Muhammad VI, l'ha incontrata a Rabat come paladina dei diritti umani; è stata premiata dagli Emirati arabi come «Arab hope maker» (creatrice della speranza araba) per aver salvato la vita a 200.000 migranti. «Lo sceicco l'ha premiata perché è una delle fautrici dell'islamizzazione in Europa», è stato uno dei commenti al video ufficiale del governo di Dubai; un altro ricordava le sue dure proteste contro la polizia italiana durante il controllo sui migranti effettuate alla stazione centrale di Milano, nel maggio dello scorso anno. Nel 2015 Nawal (il suo sito è nawalsoufi.com) aveva ricevuto una menzione speciale al Premio volontariato internazionale della Focsiv, la federazione delle Ong cattoliche. Un giornalista di Vita, Daniele Biella, nello stesso anno, l'aveva definita L'Angelo dei profughi in un libro delle edizioni Paoline (prefazione del cardinale Francesco Montenegro). È stata ascoltata alla Commissione per i diritti delle donne e l'uguaglianza di genere del Parlamento europeo. Eppure, adesso che l'Italia sta provando a ottenere una normale redistribuzione dei migranti nell'Europa dei 28, Nawal si è arrabbiata e incita i capitani delle navi delle Ong a violare i porti. Al pari di altre sue amiche di social, come Nefissa Labidi, convinta antisraeliana il cui hashtag preferito è #irrompete-nei-porti e che sul premier Conte scrive: «Quando sei senza palle, sorridi e menti anche contro ogni evidenza. Tanto i tuoi coglioni ti applaudiranno sempre! Vero Salvini? Il gran maestro della menzogna e dell'infamia!». Su Facebook Nawal aveva già lasciato sette emoticon «cacchetta» a commento di un manifesto elettorale della pentastellata Roberta Lombardi che voleva «più turismo e meno migranti», candidata alla Regione Lazio contro il piddino Nicola Zingaretti. Ma il suo bersaglio preferito è il vicepremier Matteo Salvini. «Io nomade, io marocchina, io siciliana, io anarchica, io antifascista, io contro Salvini!» è uno dei suoi autoritratti dall'ego marcato. E quando Matteo Salvini, con l'appoggio di Danilo Toninelli dei 5 stelle, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti del governo Conte, ha iniziato a rallentare l'azione delle navi delle Ong e a impedirne l'ingresso nei porti italiani, Nawal è andata fuori di sé, mostrando immotivate paure. Forse, la sua fragilità. Il 19 giugno, alla 15.40, si è ritratta in riva al mare: seduta sotto un albero, ha dichiarato di essere in guerra come una partigiana: «Se un giorno verranno a prendermi sappiate che non ho mai fatto del bene. Ho solo fatto il mio dovere da essere umano. Sembrano post provocatori, ma non lo sono. Siamo dentro una realtà pesantissima e io, da migrante, sento per la prima volta di essere una partigiana nel 2018 e quando senti di essere un partigiano vuol dire che sei in guerra». Parole forti, ma i timori di Nawal sono inutili. Nel 2017, su di lei, il procuratore generale di Catania, Carmelo Zuccaro, dichiarò al Giornale: «Al momento escludiamo che ci sia un interesse economico nel fatto che indichi ai trafficanti i numeri da chiamare per far venire a prendere le navi cariche di migranti. È una questione ideologica». Nawal venne descritta da Zuccaro solo come una pasionaria dei migranti. Perché, tuttavia, Zuccaro parlò di «interesse economico»? Perché Nawal pubblica online il suo iban e il numero della sua carta postepay, dove ricevere donazioni per aiutare i migranti. Sono donazioni fatte alla persona fisica di Nawal: chi ricarica quei conti si fida di lei. Nawal appare, nonostante i molti riconoscimenti, la stampa amica, le fotografie accanto a europarlamentari come Silvia Costa o Cécile Kyenge, un personaggio contraddittorio. C'è anche chi l'ha accusata di essere complice degli scafisti: un trafficante di migranti, alla trasmissione televisiva Piazza pulita, dichiarò a un cronista che fingeva di voler trasbordare la sua famiglia dall'Africa in Italia pagando 3.000 dollari: «Tranquillo», spiegò il trafficante, «lo scafista ha una bussola, un gps e il telefono satellitare. Ha anche il numero della signora Nawal, che lavora per una Ong italiana. La contatta dalla barca e le fornisce le coordinate, così lei avvisa la guardia costiera». Il cronista chiese: «La donna conosce lo scafista? «Sì», rispose il trafficante, «quando lei riceve una chiamata dal satellitare contatta quelli di Medici senza frontiere, che prendono le coordinate e vanno verso il barcone». Nawal è una donna appassionata e ingenua, sfruttata dalla malavita per il suo amore verso i migranti? In tv, lei si difese: «Non ho mai ricevuto una chiamata da una persona che mi dice: pronto, sono uno scafista e ti sto dando le coordinate». Ma ogni emergenza è una situazione confusa, che può mescolare i ruoli dei buoni e dei cattivi, soprattutto se si crede nelle «verità» a senso unico. Qualche tempo fa La Verità provò a contattarla. Una fonte sosteneva che alcuni bambini e adolescenti migranti, maschi, poco dopo lo sbarco, venivano fatti prostituire alla stazione di Catania. La fonte fece il nome di Nawal e di un'altra ragazza siciliana, sua amica: «Loro conoscono questi fatti», disse. Allora Nawal non volle parlare con noi. Lei, il cui hashtag del momento contro il governo Conte è #corridoi-umanitari-per-milioni-di-persone-unica-soluzione, quella volta discriminò chi le voleva solo parlare per provare a denunciare la prostituzione coatta di quei bambini abusati sessualmente e sfruttati, per soldi, nella stazione della sua città. Paolo Giovannelli
Un frame dal video dell'aggressione dei maranza avvenuta a Porto San Giorgio, sullo sfondo (iStock)
Per fortuna esistono ancora i padri di una volta. Quelli che, quando c’è un problema, non si voltano altrove e lo affrontano con determinazione. Anche a costo di sfidare il branco di maranza che gli stava importunando la figlia. È successo a Porto San Giorgio, in provincia Fermo, il 2 giugno, di fronte alla stazione.
Alcuni nordafricani avevano preso di mira sua figlia. L’avevano importunata più volte. Ed è a questo punto che è intervenuto il padre. È andato in stazione e li ha affrontati. Ha detto loro parole semplici, ma chiare: «Dovete lasciarla in pace». Per tutta risposta i quattro magrebini hanno cominciato ad alzare il tono della voce e a spintonarlo. L’uomo, di quarant’anni, è caduto per terra. Ed è a questo punto che i maranza si sono accaniti con ancora maggior forza contro di lui. Pugni e calci. Calci e pugni. Il video diffuso in rete fa impressione. È violenza cieca, senza senso. È brutalità.
Un passante, che era lì per caso, ha provato a fermarli, ma non c’è stato nulla da fare. Anzi: la situazione è peggiorata, fino a che non è intervenuta la polizia. A quel punto, i quattro magrebini sono scappati, facendo perdere le loro tracce. Utilizzando però le telecamere di sorveglianza, le forze dell’ordine sono riuscite a identificarli e gli aggressori hanno ormai le ore contate.
Spostiamoci di un giorno, al 3 giugno, e di spazio, a Eboli, di fronte alla scuola media Virgilio. I ragazzi sono tornati dal ponte e hanno ripreso le lezioni. Un uomo di nazionalità straniera, che era già stato segnalato nei giorni precedenti per alcuni comportamenti inquietanti, si avvicina a due giovani ragazze. Rivolge loro alcune parole, tenta un approccio. Alcune mamme della scuola lo vedono e cominciano a urlare. Sono preoccupate. E hanno ragione. Non appena sente gli strepiti, una pattuglia della polizia locale che operava nelle vicinanze, si attiva per fermare lo straniero e condurlo al Comando. L’uomo è stato identificato e sottoposto a Tso, visto che, durante gli accertamenti, sono emerse importanti problematiche di natura psichiatrica. Ora è accusato di molestie e atti osceni in luogo pubblico.
Un po’ come quelli commessi da un algerino, questa volta a Cagliari, all’ingresso di Marina Piccola, la scorsa domenica. Lì, davanti a tutti, il giovane ha cominciato a masturbarsi, come se nulla fosse. E poco importa che ci fossero anche delle famiglie con bambini. I carabinieri sono stati costretti a intervenire dopo la segnalazione dei presenti e hanno portato via lo straniero.
Tra i testimoni, anche Alessio Mereu, di Fratelli d’Italia, «Sono arrivato con la mia auto nel parcheggio di Marina Piccola nel momento in cui i carabinieri immobilizzavano un uomo apparentemente giovane», ha detto il consigliere d’opposizione a Casteddu online. E poi ha proseguito nel racconto: «Non avendo capito la motivazione ho chiesto informazioni ad alcuni presenti, c’erano tantissime persone, che mostravano molto nervosismo nei confronti dell’autore del gesto, visto che c’erano tanti genitori con figlie minorenni. Il video pubblicato, diventato virale sui social, ha evidenziato la gravità di quanto accaduto. L’arrivo tempestivo dei carabinieri, probabilmente, ha evitato conseguenze peggiori per il responsabile del gesto».
Secondo quanto è in grado di ricostruire la Verità, questo è solo l’ultimo atto osceno compiuto dall’algerino a Cagliari. La settimana prima, infatti, era stato visto masturbarsi in viale Campania, anche in questo caso una zona molto frequentata da famiglie, visto che sono presenti molti negozi.
Intervengono i carabinieri, che lo portano al reparto psichiatria dell’ospedale Santissima Trinità di Cagliari. Il medico di turno comincia a parlargli e gli chiede in che lingua può comunicare. In sala d’attesa prova ancora una volta a denudarsi e a masturbarsi. Il giovane prima lascia intendere che sa parlare anche in francese, ma poi cambia idea e dice di comprendere solamente l’algerino. Pronuncia però parole incomprensibili, che tuttavia un ragazzo africano, che lavora in ospedale, riesce a tradurre: «Figli di puttana infedeli, vi ammazziamo tutti».
Il medico non riesce a redigere una diagnosi e così lo straniero viene lasciato libero. I carabinieri, racconta una fonte alla Verità, non sanno più che fare. È già la seconda volta che provano ad arrestarlo, ma senza successo. Temono sarà necessario qualcosa di più importante prima che un giudice si renda conto della gravità della situazione. Ma forse potrebbe essere troppo tardi.
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La Galleria Vittorio Emanuele II a Milano (iStock)
Del resto, per mesi la giunta di Beppe Sala lo ha sempre trattato come un problema. Lisa è sempre stata considerato in piazza della Scala come un imprenditore scomodo, il patron del museo Leonardo3, quello degli esposti, delle carte mandate in Procura e alla Corte dei Conti, delle accuse sulla gestione degli spazi in Galleria Vittorio Emanuele II. Tanto che alla fine, su indicazione di Christian Malangone - il direttore generale, già indagato in due filoni urbanistica e vendita di San Siro -, Palazzo Marino lo aveva anche querelato per diffamazione.
Ora però il vento ha fatto il suo giro. Perché proprio sulle concessioni degli spazi nel salotto di Milano, su cui Lisa aveva presentato un esposto lo scorso anno, la Procura ha aperto una nuova inchiesta per turbativa d’asta e corruzione. E la Guardia di Finanza è già tornata a Palazzo Marino e nella sede della Soprintendenza alle Belle arti per acquisire documenti. Un capitolo dell’inchiesta riguarda anche la pubblicità esterna. Nell’ordine di esibizione, la pm Grazia Colacicco chiede infatti le pratiche autorizzative e concessorie sulle installazioni pubblicitarie richieste da Abu Media e Digital Holding in Piazza Cantore. Anche qui l’ipotesi da verificare è la stessa: capire se gli spazi pubblici siano stati assegnati e autorizzati secondo regole trasparenti o se, al contrario, vi siano state corsie preferenziali, procedure alterate o rapporti opachi con pezzi della macchina amministrativa. Va ricordato che nel 2025 il Comune avrebbe incassato dalla Galleria circa 80 milioni di euro. Una bel tesoretto, racimolato tramite bandi soprattutto alle maison del lusso. Proprio per questo l’indagine pesa. Perché mette sotto osservazione il meccanismo con cui il Comune ha costruito uno dei suoi principali risultati economici.
Nel mirino dei pm ci sarebbero funzionari comunali, funzionari della Soprintendenza e responsabili di società private. Non è la prima volta che il business di pubblicità e concessioni sugli spazi pubblici milanesi finisce davanti ai giudici. Prima di piazza Cantore, Palazzo Marino aveva già incassato stop pesanti sui ponteggi pubblicitari di Largo Cairoli, sulla Chiesa di San Marco e sul maxi restyling di piazza Duomo. E già nel 2018 il Consiglio di Stato aveva censurato il Comune per la gestione delle concessioni in Galleria, contestando difetto di istruttoria, carenza di motivazione e disparità di trattamento. Al momento, secondo quanto risulta, non sono state ancora inviate informazioni di garanzia. Il fascicolo si aggiunge alla lunga lista di indagini che da mesi scuotono l’amministrazione milanese: prima l’urbanistica, poi la vendita dello stadio di San Siro, ora la Galleria.
A coordinare il nuovo filone è la pm Colacicco. È un dettaglio non secondario: è lo stesso magistrato che segue anche la querela per diffamazione presentata dalla giunta contro Lisa. Da una parte, dunque, il Comune denuncia l’imprenditore che aveva sollevato il caso. Dall’altra, la Procura indaga proprio sulle procedure finite al centro dei suoi esposti. «Quindi presumo che forse qualche elemento nelle mie denunce doveva esserci», precisa Lisa alla Verità. «E vorrei fare chiarezza. Perché c’è chi insinua che io abbia presentato un esposto che sarebbe stato gestito dal pm Tiziana Siciliano, che ora è candidata nella mia squadra. Nulla di più falso. Ho conosciuto il procuratore aggiunto nel gennaio del 2026, ovvero solo dopo l’uscita dalla magistratura per il suo pensionamento. Non c’entra assolutamente nulla».
Come detto, l’inchiesta nasce infatti da un esposto presentato nel 2025 da Lisa. Nella sua squadra figura come candidato vicesindaco proprio Tiziana Siciliano, fino alla fine dello scorso anno procuratrice aggiunta a capo del pool contro i reati nella Pubblica amministrazione e magistrato che ha coordinato le indagini sull’urbanistica milanese. Anche per questo, Giuseppe Sala sostiene che la vicenda «qualche connotazione politica ce l’ha».
Il sindaco, per ora, prova a tenere bassa la temperatura. «Le riflessioni politiche le farò a tempo debito», ha detto. E ancora: «Quando non sai nulla e leggi un articolo di giornale è difficile capire». Ma la cautela non basta a togliere peso al caso. Perché questa volta non si parla di un ufficio periferico o di una pratica minore. Si parla della Galleria Vittorio Emanuele II, la cassaforte del Comune, il luogo simbolo della Milano del lusso e degli affitti milionari. Gli atti acquisiti riguardano pratiche autorizzative e concessorie su eventi e spazi commerciali: dal biopic Michael su Michael Jackson a Il diavolo veste Prada 2, fino all’evento Dior all’Arco della Pace. Ma il cuore del fascicolo resta la Galleria, con le procedure per tre immobili «ex Verga» e per l’unità di via Silvio Pellico 1, dentro il sistema di valorizzazione che Palazzo Marino ha rivendicato come successo amministrativo.
Il centrodestra attacca. Riccardo Truppo, capogruppo di Fratelli d’Italia in Comune, parla di una gestione del «salotto» sbandierata come vittoria della giunta ma segnata da denunce e risvolti di cronaca, anche giudiziari, e torna a chiedere le dimissioni del sindaco. La Lega chiede «chiarezza sulla gestione» e sostiene che i milanesi meritino «trasparenza immediata».
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(iStock)
E ieri ha portato a casa la sua missione con il voto favorevole della maggioranza (Pd, Avs-Ecolò e Lista Funaro), il no di Italia viva e l’astensione di M5s e Spc (Sinistra progetto comune). Non proprio un bel segnale per il campo largo, anche se grillini e rifondaroli sono all’opposizione.
Fatto sta che da domani anche nelle zone che vanno da Campo di Marte e San Jacopino fino alle aree Bronzino e Pier Vettori, Fonderia e Petrarca (sottozona A3 e A4), gli Airbnb saranno tabù. Per intenderci, le sottozone A3 e A4 corrispondono a 11,21 chilometri quadrati e racchiudono 67.780 abitazioni.
Non uno scherzo. Anche perché da tempo i paletti fiorentini sono i più rigidi del Paese. Oltre a non ammettere nuove autorizzazioni per i cosiddetti contratti turistici, ora anche nei territori più periferici (l’allargamento riguarda più di 500 nuove strade) saranno «inammissibili» cucine inferiori ai 9 metri quadrati, l’impatto acustico dovrà essere limitato entro determinate soglie e a chi dovesse violare le regole saranno comminate sanzioni fino a 10.000 euro.
Insomma, un’altra bella botta per la proprietà privata e per i cittadini che magari hanno ricevuto un piccolo immobile in donazione, hanno sempre pagato le tasse e rispettato le regole, ma ora non sono liberi di metterlo a reddito come meglio credono.
«Non ho gradito i tempi e le modalità con cui è stata frettolosamente portata in aula la delibera», spiega alla Verità il vicepresidente del consiglio comunale, lato Fratelli d’Italia, Alessandro Draghi, «l’emergenza abitativa non può ricadere sui privati. Bloccare le locazioni turistiche nella corona attorno ai viali vuol dire semplicemente trasferire il fenomeno ancor più in periferia».
E la pensano allo stesso modo le oltre 400 persone che si sono riunite ieri in piazza della Signoria per protestare contro la delibera. «Il settore degli affitti brevi», spiegano i promotori del Coordinamento 4 Giugno, «coinvolge ormai migliaia di famiglie fiorentine e rappresenta una componente importante dell’economia cittadina. È sbagliato indicarlo come il principale responsabile del problema abitativo. Esiste certamente un tema casa e un disagio abitativo, che non va sottovalutato. Ma la risposta non può essere quella di limitare la proprietà privata o colpire i piccoli proprietari. Il problema si affronta aumentando l’offerta di alloggi attraverso la rigenerazione urbana, il recupero del patrimonio inutilizzato e l’acquisizione di nuovo patrimonio abitativo da destinare alla locazione a canoni sostenibili». Quindi i dettagli del caso Firenze. «Oggi, il Comune ha oltre 800 alloggi in edilizia residenziale pubblica inutilizzati e di conseguenza non può aggiungere il problema abitativo ai piccoli proprietari privati perché non è credibile oltre che ingiusto. Noi diciamo sì alle regole e ai controlli contro l’abusivismo, ma no a provvedimenti ideologici che rischiano di penalizzare famiglie, lavoratori e piccoli risparmiatori senza produrre benefici concreti sul fronte dell’emergenza abitativa».
Anche perché poi succede che i fondi e le società immobiliari abbiano il via libera alle locazioni brevi di appartamenti di extra lusso, mentre i privati restano a bocca asciutta.
Contraddizione che è diventata palese quando il Tar, qualche giorno fa, ha dato il via libera alla possibilità di fare attività di Airbnb in un mega palazzo vicino al Duomo che conta più di 100 alloggi extra lusso.
Il complesso Bufalini è di proprietà della società di gestione del risparmio Namira, che ha acquistato i circa 18.000 metri quadrati del complesso nel 2024 da Tom Barrack e oggi lo gestisce attraverso il fondo Kalon.
Perché Namira può fare Airbnb e i fiorentini no? Di chi è la colpa? Secondo i giudici del tribunale regionale, la variante di aprile del piano urbanistico comunale dello scorso anno aveva escluso il complesso Bufalini dal blocco previsto per gli Airbnb (in base anche a una convenzione del 2017, che non escludeva la destinazione turistica) e anche se la Funaro ha approvato un regolamento che vieta nuovi affitti brevi nell’area Unesco, «la licenza» resta.
Il sindaco si dice pronto a ricorrere al Consiglio di Stato, ma non risponde ad alcune semplici domande che molti dei suoi cittadini le stanno ponendo.
Esistono altri immobili in centro nella stessa situazione? Sono state concesse ulteriori eccezioni alle rigidissime regole imposte dalla sinistra? Sono ipotizzabili nuove varianti urbanistiche nel centro della città che aprono le porte agli affitti brevi, magari per i soliti alloggi extra lusso in mano ai fondi?
La Funaro non risponde. Ma se emergessero nuovi edifici che per un motivo o per l’altro ottengono l’autorizzazione a fare Airbnb, al danno per i cittadini fiorentini si aggiungerebbe la beffa, e il sindaco perderebbe completamente la faccia.
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