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2018-07-18
Ong: «I libici sono killer al soldo dell’Italia». Ma Salvini la smentisce
Ansa
Per creare quella che dal Viminale definiscono una «fake news» sono state usate le foto raccapriccianti delle vittime dell'ennesimo naufragio causato dagli scafisti trafficanti di esseri umani. Hanno messo in mare il solito gommone cinese da quattro soldi per tentare la traversata verso l'Italia e ora le immagini sono finite sui social con tanto di accuse: «I libici hanno affondato la barca e lasciato morire una donna e il suo bambino. Sono assassini arruolati dall'Italia».
Dalla spagnola Proactiva di Open Arms, una delle due Ong tornate nel Mediterraneo nonostante gli ammonimenti dell'Italia, con quelle immagini pensavano di aver calato l'asso. E invece: «Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto», ha replicato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Che ha spiegato: «Ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull'immigrazione clandestina. Io tengo duro».
Dopo l'annuncio della Guardia costiera libica di aver intercettato un'imbarcazione con 158 persone a bordo e di aver fornito assistenza medica e umanitaria, il leader della Ong Oscar Camps, invece di prendersela con gli scafisti che hanno messo in mare un gommone col quale l'impresa di arrivare in Italia era impensabile, ha lanciato il tweet con foto e video: «Quello che la Guardia costiera libica non ha detto è che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e di aver affondato l'imbarcazione perché i migranti non volevano salire sulle loro motovedette». E poco dopo ha aggiunto: «Quando siamo arrivati, abbiamo trovato una delle donne ancora in vita, non abbiamo potuto fare nulla per recuperare l'altra donna e il bambino. Per quanto tempo avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano per uccidere?». La naufraga, vittima dei trafficanti di esseri umani, era aggrappata ai resti del gommone nel frattempo affondato ed era allo stremo delle forze. Ha detto di essere partita dal Camerun e di chiamarsi Josephine: era a faccia in giù su una tavola di legno, in condizioni di ipotermia. A bordo di un natante della Open Arms, insieme all'equipaggio, si è imbarcato anche il parlamentare di Liberi e uguali Erasmo Palazzotto che, senza fare distinzioni, ieri ha assegnato agli ultimi due ministri dell'Interno tutte le colpe dei naufragi causati da scafisti senza scrupoli (e spesso, come hanno dimostrato le inchieste giudiziarie, in combutta con i volontari di Ong): «Caro Salvini e caro Marco Minniti, di questi brutali assassini siete responsabili voi, i vostri accordi e il vostro cinismo».
E dopo i ringraziamenti per la Ong che l'ha tirato a bordo, ha intimato: «Adesso mi aspetto che l'Italia presti soccorso a questa donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure mediche. Sperando che almeno stavolta, davanti all'omicidio di una donna e un bambino, il ministro Salvini abbia la decenza stare zitto». Ha preso il megafono anche Roberto Saviano, che da qualche tempo ce l'ha con Salvini (dal quale si è beccato qualche querela): «Assassini! Ministro della Mala Vita, sui morti in mare parla di bugie e insulti, ma con quale coraggio? Confessi piuttosto: quanto piacere le dà la morte inflitta dalla Guardia costiera libica, sua (mi fa ribrezzo dire nostra) alleata strategica? Lei che sottolinea continuamente di essere padre, da papà quanta eccitazione prova a vedere morire bimbi innocenti in mare? Ministro della Mala Vita, l'odio che ha seminato la travolgerà. Come travolgerà gli imbelli a 5 stelle, e tra di loro l'impresentabile Danilo Toninelli».
Salvini va avanti. E ricorda alle Ong spagnole tornate nel Mediterraneo ad attendere il loro carico di esseri umani che i porti sono chiusi: «Risparmino tempo e denaro, i porti italiani li vedranno in cartolina». Il braccio di ferro tra Salvini e i volontari spagnoli va avanti dal 4 luglio, ossia da quando Proactiva dovette ripiegare con i suoi 60 migranti a Barcellona, dopo il divieto di attracco da parte di Italia e Malta.
«Anche se l'Italia chiude i porti, non può mettere porte al mare», aveva annunciato sabato scorso la Ong sul profilo Twitter. E come una Cassandra aveva pronosticato: «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo. E troppi morti sul fondale». Questa volta i morti erano a galla. Ma le responsabilità sono ancora da stabilire, visto che i gommoni partono sapendo di non riuscire a portare a termine la traversata. Il meccanismo, come ricostruito dalle inchieste giudiziarie, è sempre lo stesso e va avanti da anni: gli scafisti buttano in mare il barcone, arrivano in zona utile per i soccorsi, dove, coincidenza, trovano la nave di una Ong che effettua il salvataggio e li porta in Italia. Ma questa volta tutti i superstiti sono stati trasferiti dai libici in un campo profughi a Khoms, città della Tripolitania. «È l'unico modo per fermare il traffico di esseri umani», ha ribadito Salvini, ricordando che la Libia dovrebbe essere dichiarata «porto sicuro», per permettere alle navi militari europee di portarvi le persone salvate in mare. Con questa politica gli sbarchi, stando agli ultimi dati certificati dal Viminale, sono calati dell'80 per cento. Non solo: dall'inizio dell'anno la Spagna ha superato l'Italia per numero di arrivi. E calando le partenze scende anche il numero delle vittime. Degli oltre 50.000 migranti giunti in Europa via mare fino al 15 luglio, 1.443 hanno perso la vita nella traversata. Tra il 2015 e il 2017, invece, le vittime hanno superato quota 15.000.
L'ultimo viaggio della speranza è di ieri: la polizia ha fermato l'intero equipaggio di un barcone approdato a Pozzallo, in provincia di Ragusa, con 447 migranti. Al comandante, un pregiudicato, e ai dieci marinai di origine nordafricana, sono stati contestati i reati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di morte come conseguenza di altro delitto per il decesso di quattro stranieri che si sono tuffati in acqua alla vista dei soccorsi. E anche in questo caso Salvini ha twittato: «Dalle parole ai fatti, ora però che stiano in galera».
Fabio Amendolara
L’alternativa ai naufragi esiste già
Toh, il premier Giuseppe Conte d'accordo con la comunità di Sant'Egidio: chi l'avrebbe mai detto? In visita alla sede dell'organizzazione, a Roma, il presidente del Consiglio ha infatti sposato l'idea dei corridoi umanitari in cui da tempo la comunità è impegnata: «L'impegno della comunità di Sant'Egidio per i rifugiati, coi corridoi umanitari, è in linea con la proposta italiana. Si tratta di un'immigrazione regolare, con numeri contingentati, ben definiti, che consente di creare percorsi di integrazione», ha detto il premier.
Ma come, e allora le politiche di Matteo Salvini, i porti chiusi e tutto il resto? In realtà la cosa ha un senso e non sarà un caso se nel dicembre del 2016, quando il governo gialloblu era di là da venire, La Verità già parlava dei corridoi umanitari come possibile soluzione legale al caos migratorio. Ma andiamo con calma e cominciamo col dire che i primi a non essere stupiti delle parole di Conte sono proprio i diretti interessati. «Il consenso del premier non ci ha sorpreso», ci spiega Paolo Naso, coordinatore del progetto Mediterranean Hope, un coordinamento per i corridoi umanitari legato Federazione delle chiese evangeliche in Italia.
«Il progetto», afferma, «aveva già ricevuto l'endorsement di altre personalità del governo, seppur non di questo livello. Ma direi che lo stesso ministro dell'Interno ha sempre detto di voler garantire coloro che arrivano legalmente e che sono titolari di protezione internazionale. Non mi stupisce, quindi, che il nostro progetto riscuota ampio consenso». L'idea, peraltro, non è restata solo sulla carta: «Non è solo un progetto ma, citando un noto spot, è una solida realtà», afferma Naso, che aggiunge: «Nel 2015 abbiamo aperto un primo protocollo, garantendo un corridoio per mille persone. Nel 2017 il protocollo è stato rinnovato e ne hanno giovato altre mille persone». Ma come funziona, tecnicamente, il corridoio umanitario? Spiega ancora il coordinatore di Mediterranean Hope:
«Operiamo in stretto rapporto con organizzazioni locali. Sono loro che ci mettono in contatto con i casi problematici. La parola d'ordine è vulnerabilità. Penso a donne sole, a donne con bambini, a persone malate, tali da non poter essere curate in patria (se invece c'è questa possibilità li inseriamo in un altro progetto, Medical Hope, per garantire l'accesso alle cure sui luoghi di intervento). Oppure di persone che scappano dalla guerra, per le quali l'espressione “aiutiamoli a casa loro" non ha senso». Insomma, si tratta di accogliere in modo legale e sicuro chi ne ha veramente bisogno e diritto, evitando barchette e barconi di fortuna, tratte schiavistiche, Ong senza scrupoli e arrivi di clandestini vari.
Tutti d'accordo, quindi? Non proprio, perché qui, ovviamente, Naso non ci segue: «Non sono d'accordo nel mettere i corridoi umanitari contro l'operato delle Ong, che sono uno strumento che non va demonizzato. O meglio, gli uni potrebbero essere alternativi alle altre se i numeri fossero altri. Se con i corridoi umanitari arrivassero 50.000 persone potrebbero essere una soluzione efficace e razionale. Ma si tratta di un'alternativa realistica da una certa massa critica in su». Qui, ovviamente, siamo noi che non possiamo seguire questa logica. Al contrario, sono i corridoi umanitari che funzionano solo se il numero di persone in ingresso è estremamente limitato, a margine di un intervento globale per stoppare i flussi, fermare l'intera filiera della tratta, anche a terra, smantellare le reti di scafisti e trafficanti, puntare all'obbiettivo ideale degli arrivi illegali a quota zero. A quel punto, ma solo a quel punto, si può pensare di dare aiuto a quell'esigua minoranza di migranti che ne ha davvero bisogno e che rispetta i parametri per accedere allo status di rifugiato. Senza avventurarsi, peraltro, in meccanismi di ingegneria sociale che già altrove hanno fallito, come lo ius soli o la cittadinanza facile, dato che chi scappa dalla guerra o dalla persecuzione deve avere la possibilità di tornare a casa una volta finita l'emergenza, come per esempio possono fare ora i siriani fuggire a suo tempo dall'Isis. In caso contrario, l'intervento non è umanitario, bensì ideologico.
Adriano Scianca
«L’angelo dei profughi» che incita gli attivisti a violare le nostre leggi
A tutti i capitani delle navi ferme in mare.... Sbarcate! Decidetelo voi!». Segue l'emoticon di un megafono. Di seguito Nawal Soufi cita una frase di Erich Fromm: «L'atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l'inizio della ragione». Nawal, che si definisce «attivista per i diritti umani e collaboratrice indipendente durante la fase di soccorso dei migranti», scrive questo messaggio, sul suo profilo Facebook, il 26 giugno scorso, alle 3.34 di notte. L'illogico e illegale invito a forzare, da parte delle navi delle Ong che trasportano migranti, l'ingresso nei porti italiani lascia di stucco. Nawal, arrivata bambina a Catania dal Marocco con la sua famiglia ventinove anni fa, è un'italomarocchina che, nel 2016, a Firenze, agli archivi storici dell'Unione europea di Villa Salviati, aveva ricevuto il «Premio cittadino europeo 2016». Ma, da europea premiata, oggi odia l'Europa che si confronta, pur aspramente, su sbarchi, accoglienza, integrazione e respingimenti. La motivazione di quel riconoscimento fu: «Ha salvato 20.000 migranti». Con l'inizio degli approdi massicci in Sicilia, Nawal diventa un punto di riferimento per i migranti in balìa degli scafisti e delle onde. La chiamavano sul cellulare dai barconi in difficoltà e lei comunicava le loro coordinate alla guardia costiera italiana. Anche il suo re, Muhammad VI, l'ha incontrata a Rabat come paladina dei diritti umani; è stata premiata dagli Emirati arabi come «Arab hope maker» (creatrice della speranza araba) per aver salvato la vita a 200.000 migranti. «Lo sceicco l'ha premiata perché è una delle fautrici dell'islamizzazione in Europa», è stato uno dei commenti al video ufficiale del governo di Dubai; un altro ricordava le sue dure proteste contro la polizia italiana durante il controllo sui migranti effettuate alla stazione centrale di Milano, nel maggio dello scorso anno. Nel 2015 Nawal (il suo sito è nawalsoufi.com) aveva ricevuto una menzione speciale al Premio volontariato internazionale della Focsiv, la federazione delle Ong cattoliche. Un giornalista di Vita, Daniele Biella, nello stesso anno, l'aveva definita L'Angelo dei profughi in un libro delle edizioni Paoline (prefazione del cardinale Francesco Montenegro). È stata ascoltata alla Commissione per i diritti delle donne e l'uguaglianza di genere del Parlamento europeo.
Eppure, adesso che l'Italia sta provando a ottenere una normale redistribuzione dei migranti nell'Europa dei 28, Nawal si è arrabbiata e incita i capitani delle navi delle Ong a violare i porti. Al pari di altre sue amiche di social, come Nefissa Labidi, convinta antisraeliana il cui hashtag preferito è #irrompete-nei-porti e che sul premier Conte scrive: «Quando sei senza palle, sorridi e menti anche contro ogni evidenza. Tanto i tuoi coglioni ti applaudiranno sempre! Vero Salvini? Il gran maestro della menzogna e dell'infamia!».
Su Facebook Nawal aveva già lasciato sette emoticon «cacchetta» a commento di un manifesto elettorale della pentastellata Roberta Lombardi che voleva «più turismo e meno migranti», candidata alla Regione Lazio contro il piddino Nicola Zingaretti.
Ma il suo bersaglio preferito è il vicepremier Matteo Salvini. «Io nomade, io marocchina, io siciliana, io anarchica, io antifascista, io contro Salvini!» è uno dei suoi autoritratti dall'ego marcato. E quando Matteo Salvini, con l'appoggio di Danilo Toninelli dei 5 stelle, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti del governo Conte, ha iniziato a rallentare l'azione delle navi delle Ong e a impedirne l'ingresso nei porti italiani, Nawal è andata fuori di sé, mostrando immotivate paure. Forse, la sua fragilità. Il 19 giugno, alla 15.40, si è ritratta in riva al mare: seduta sotto un albero, ha dichiarato di essere in guerra come una partigiana: «Se un giorno verranno a prendermi sappiate che non ho mai fatto del bene. Ho solo fatto il mio dovere da essere umano. Sembrano post provocatori, ma non lo sono. Siamo dentro una realtà pesantissima e io, da migrante, sento per la prima volta di essere una partigiana nel 2018 e quando senti di essere un partigiano vuol dire che sei in guerra».
Parole forti, ma i timori di Nawal sono inutili. Nel 2017, su di lei, il procuratore generale di Catania, Carmelo Zuccaro, dichiarò al Giornale: «Al momento escludiamo che ci sia un interesse economico nel fatto che indichi ai trafficanti i numeri da chiamare per far venire a prendere le navi cariche di migranti. È una questione ideologica». Nawal venne descritta da Zuccaro solo come una pasionaria dei migranti. Perché, tuttavia, Zuccaro parlò di «interesse economico»? Perché Nawal pubblica online il suo iban e il numero della sua carta postepay, dove ricevere donazioni per aiutare i migranti. Sono donazioni fatte alla persona fisica di Nawal: chi ricarica quei conti si fida di lei.
Nawal appare, nonostante i molti riconoscimenti, la stampa amica, le fotografie accanto a europarlamentari come Silvia Costa o Cécile Kyenge, un personaggio contraddittorio. C'è anche chi l'ha accusata di essere complice degli scafisti: un trafficante di migranti, alla trasmissione televisiva Piazza pulita, dichiarò a un cronista che fingeva di voler trasbordare la sua famiglia dall'Africa in Italia pagando 3.000 dollari: «Tranquillo», spiegò il trafficante, «lo scafista ha una bussola, un gps e il telefono satellitare. Ha anche il numero della signora Nawal, che lavora per una Ong italiana. La contatta dalla barca e le fornisce le coordinate, così lei avvisa la guardia costiera». Il cronista chiese: «La donna conosce lo scafista? «Sì», rispose il trafficante, «quando lei riceve una chiamata dal satellitare contatta quelli di Medici senza frontiere, che prendono le coordinate e vanno verso il barcone». Nawal è una donna appassionata e ingenua, sfruttata dalla malavita per il suo amore verso i migranti? In tv, lei si difese: «Non ho mai ricevuto una chiamata da una persona che mi dice: pronto, sono uno scafista e ti sto dando le coordinate». Ma ogni emergenza è una situazione confusa, che può mescolare i ruoli dei buoni e dei cattivi, soprattutto se si crede nelle «verità» a senso unico.
Qualche tempo fa La Verità provò a contattarla. Una fonte sosteneva che alcuni bambini e adolescenti migranti, maschi, poco dopo lo sbarco, venivano fatti prostituire alla stazione di Catania. La fonte fece il nome di Nawal e di un'altra ragazza siciliana, sua amica: «Loro conoscono questi fatti», disse. Allora Nawal non volle parlare con noi. Lei, il cui hashtag del momento contro il governo Conte è #corridoi-umanitari-per-milioni-di-persone-unica-soluzione, quella volta discriminò chi le voleva solo parlare per provare a denunciare la prostituzione coatta di quei bambini abusati sessualmente e sfruttati, per soldi, nella stazione della sua città.
Paolo Giovannelli
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La denuncia di Open Arms: «I nordafricani hanno lasciato annegare una donna e un bambino». Per il ministro si tratta solo di fake news.Il premier Giuseppe Conte fa visita alla comunità di Sant'Egidio e si dichiara favorevole ai corridoi umanitari. La Verità lo aveva già scritto: lo strumento è valido, ma solo con piccoli numeri e se intanto si ferma la tratta. Nawal Soufi, italomarocchina premiata dall'Ue per aver aiutato i migranti, insulta il governo dai suoi profili social e invita i capitani delle navi in arrivo a fregarsene delle indicazioni italiane.Lo speciale contiene tre articoliPer creare quella che dal Viminale definiscono una «fake news» sono state usate le foto raccapriccianti delle vittime dell'ennesimo naufragio causato dagli scafisti trafficanti di esseri umani. Hanno messo in mare il solito gommone cinese da quattro soldi per tentare la traversata verso l'Italia e ora le immagini sono finite sui social con tanto di accuse: «I libici hanno affondato la barca e lasciato morire una donna e il suo bambino. Sono assassini arruolati dall'Italia». Dalla spagnola Proactiva di Open Arms, una delle due Ong tornate nel Mediterraneo nonostante gli ammonimenti dell'Italia, con quelle immagini pensavano di aver calato l'asso. E invece: «Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto», ha replicato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Che ha spiegato: «Ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull'immigrazione clandestina. Io tengo duro». Dopo l'annuncio della Guardia costiera libica di aver intercettato un'imbarcazione con 158 persone a bordo e di aver fornito assistenza medica e umanitaria, il leader della Ong Oscar Camps, invece di prendersela con gli scafisti che hanno messo in mare un gommone col quale l'impresa di arrivare in Italia era impensabile, ha lanciato il tweet con foto e video: «Quello che la Guardia costiera libica non ha detto è che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e di aver affondato l'imbarcazione perché i migranti non volevano salire sulle loro motovedette». E poco dopo ha aggiunto: «Quando siamo arrivati, abbiamo trovato una delle donne ancora in vita, non abbiamo potuto fare nulla per recuperare l'altra donna e il bambino. Per quanto tempo avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano per uccidere?». La naufraga, vittima dei trafficanti di esseri umani, era aggrappata ai resti del gommone nel frattempo affondato ed era allo stremo delle forze. Ha detto di essere partita dal Camerun e di chiamarsi Josephine: era a faccia in giù su una tavola di legno, in condizioni di ipotermia. A bordo di un natante della Open Arms, insieme all'equipaggio, si è imbarcato anche il parlamentare di Liberi e uguali Erasmo Palazzotto che, senza fare distinzioni, ieri ha assegnato agli ultimi due ministri dell'Interno tutte le colpe dei naufragi causati da scafisti senza scrupoli (e spesso, come hanno dimostrato le inchieste giudiziarie, in combutta con i volontari di Ong): «Caro Salvini e caro Marco Minniti, di questi brutali assassini siete responsabili voi, i vostri accordi e il vostro cinismo». E dopo i ringraziamenti per la Ong che l'ha tirato a bordo, ha intimato: «Adesso mi aspetto che l'Italia presti soccorso a questa donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure mediche. Sperando che almeno stavolta, davanti all'omicidio di una donna e un bambino, il ministro Salvini abbia la decenza stare zitto». Ha preso il megafono anche Roberto Saviano, che da qualche tempo ce l'ha con Salvini (dal quale si è beccato qualche querela): «Assassini! Ministro della Mala Vita, sui morti in mare parla di bugie e insulti, ma con quale coraggio? Confessi piuttosto: quanto piacere le dà la morte inflitta dalla Guardia costiera libica, sua (mi fa ribrezzo dire nostra) alleata strategica? Lei che sottolinea continuamente di essere padre, da papà quanta eccitazione prova a vedere morire bimbi innocenti in mare? Ministro della Mala Vita, l'odio che ha seminato la travolgerà. Come travolgerà gli imbelli a 5 stelle, e tra di loro l'impresentabile Danilo Toninelli». Salvini va avanti. E ricorda alle Ong spagnole tornate nel Mediterraneo ad attendere il loro carico di esseri umani che i porti sono chiusi: «Risparmino tempo e denaro, i porti italiani li vedranno in cartolina». Il braccio di ferro tra Salvini e i volontari spagnoli va avanti dal 4 luglio, ossia da quando Proactiva dovette ripiegare con i suoi 60 migranti a Barcellona, dopo il divieto di attracco da parte di Italia e Malta. «Anche se l'Italia chiude i porti, non può mettere porte al mare», aveva annunciato sabato scorso la Ong sul profilo Twitter. E come una Cassandra aveva pronosticato: «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo. E troppi morti sul fondale». Questa volta i morti erano a galla. Ma le responsabilità sono ancora da stabilire, visto che i gommoni partono sapendo di non riuscire a portare a termine la traversata. Il meccanismo, come ricostruito dalle inchieste giudiziarie, è sempre lo stesso e va avanti da anni: gli scafisti buttano in mare il barcone, arrivano in zona utile per i soccorsi, dove, coincidenza, trovano la nave di una Ong che effettua il salvataggio e li porta in Italia. Ma questa volta tutti i superstiti sono stati trasferiti dai libici in un campo profughi a Khoms, città della Tripolitania. «È l'unico modo per fermare il traffico di esseri umani», ha ribadito Salvini, ricordando che la Libia dovrebbe essere dichiarata «porto sicuro», per permettere alle navi militari europee di portarvi le persone salvate in mare. Con questa politica gli sbarchi, stando agli ultimi dati certificati dal Viminale, sono calati dell'80 per cento. Non solo: dall'inizio dell'anno la Spagna ha superato l'Italia per numero di arrivi. E calando le partenze scende anche il numero delle vittime. Degli oltre 50.000 migranti giunti in Europa via mare fino al 15 luglio, 1.443 hanno perso la vita nella traversata. Tra il 2015 e il 2017, invece, le vittime hanno superato quota 15.000. L'ultimo viaggio della speranza è di ieri: la polizia ha fermato l'intero equipaggio di un barcone approdato a Pozzallo, in provincia di Ragusa, con 447 migranti. Al comandante, un pregiudicato, e ai dieci marinai di origine nordafricana, sono stati contestati i reati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di morte come conseguenza di altro delitto per il decesso di quattro stranieri che si sono tuffati in acqua alla vista dei soccorsi. E anche in questo caso Salvini ha twittato: «Dalle parole ai fatti, ora però che stiano in galera».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-i-libici-sono-killer-al-soldo-dellitalia-ma-salvini-la-smentisce-2587624003.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lalternativa-ai-naufragi-esiste-gia" data-post-id="2587624003" data-published-at="1781852119" data-use-pagination="False"> L’alternativa ai naufragi esiste già Toh, il premier Giuseppe Conte d'accordo con la comunità di Sant'Egidio: chi l'avrebbe mai detto? In visita alla sede dell'organizzazione, a Roma, il presidente del Consiglio ha infatti sposato l'idea dei corridoi umanitari in cui da tempo la comunità è impegnata: «L'impegno della comunità di Sant'Egidio per i rifugiati, coi corridoi umanitari, è in linea con la proposta italiana. Si tratta di un'immigrazione regolare, con numeri contingentati, ben definiti, che consente di creare percorsi di integrazione», ha detto il premier. Ma come, e allora le politiche di Matteo Salvini, i porti chiusi e tutto il resto? In realtà la cosa ha un senso e non sarà un caso se nel dicembre del 2016, quando il governo gialloblu era di là da venire, La Verità già parlava dei corridoi umanitari come possibile soluzione legale al caos migratorio. Ma andiamo con calma e cominciamo col dire che i primi a non essere stupiti delle parole di Conte sono proprio i diretti interessati. «Il consenso del premier non ci ha sorpreso», ci spiega Paolo Naso, coordinatore del progetto Mediterranean Hope, un coordinamento per i corridoi umanitari legato Federazione delle chiese evangeliche in Italia. «Il progetto», afferma, «aveva già ricevuto l'endorsement di altre personalità del governo, seppur non di questo livello. Ma direi che lo stesso ministro dell'Interno ha sempre detto di voler garantire coloro che arrivano legalmente e che sono titolari di protezione internazionale. Non mi stupisce, quindi, che il nostro progetto riscuota ampio consenso». L'idea, peraltro, non è restata solo sulla carta: «Non è solo un progetto ma, citando un noto spot, è una solida realtà», afferma Naso, che aggiunge: «Nel 2015 abbiamo aperto un primo protocollo, garantendo un corridoio per mille persone. Nel 2017 il protocollo è stato rinnovato e ne hanno giovato altre mille persone». Ma come funziona, tecnicamente, il corridoio umanitario? Spiega ancora il coordinatore di Mediterranean Hope: «Operiamo in stretto rapporto con organizzazioni locali. Sono loro che ci mettono in contatto con i casi problematici. La parola d'ordine è vulnerabilità. Penso a donne sole, a donne con bambini, a persone malate, tali da non poter essere curate in patria (se invece c'è questa possibilità li inseriamo in un altro progetto, Medical Hope, per garantire l'accesso alle cure sui luoghi di intervento). Oppure di persone che scappano dalla guerra, per le quali l'espressione “aiutiamoli a casa loro" non ha senso». Insomma, si tratta di accogliere in modo legale e sicuro chi ne ha veramente bisogno e diritto, evitando barchette e barconi di fortuna, tratte schiavistiche, Ong senza scrupoli e arrivi di clandestini vari. Tutti d'accordo, quindi? Non proprio, perché qui, ovviamente, Naso non ci segue: «Non sono d'accordo nel mettere i corridoi umanitari contro l'operato delle Ong, che sono uno strumento che non va demonizzato. O meglio, gli uni potrebbero essere alternativi alle altre se i numeri fossero altri. Se con i corridoi umanitari arrivassero 50.000 persone potrebbero essere una soluzione efficace e razionale. Ma si tratta di un'alternativa realistica da una certa massa critica in su». Qui, ovviamente, siamo noi che non possiamo seguire questa logica. Al contrario, sono i corridoi umanitari che funzionano solo se il numero di persone in ingresso è estremamente limitato, a margine di un intervento globale per stoppare i flussi, fermare l'intera filiera della tratta, anche a terra, smantellare le reti di scafisti e trafficanti, puntare all'obbiettivo ideale degli arrivi illegali a quota zero. A quel punto, ma solo a quel punto, si può pensare di dare aiuto a quell'esigua minoranza di migranti che ne ha davvero bisogno e che rispetta i parametri per accedere allo status di rifugiato. Senza avventurarsi, peraltro, in meccanismi di ingegneria sociale che già altrove hanno fallito, come lo ius soli o la cittadinanza facile, dato che chi scappa dalla guerra o dalla persecuzione deve avere la possibilità di tornare a casa una volta finita l'emergenza, come per esempio possono fare ora i siriani fuggire a suo tempo dall'Isis. In caso contrario, l'intervento non è umanitario, bensì ideologico. Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-i-libici-sono-killer-al-soldo-dellitalia-ma-salvini-la-smentisce-2587624003.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="langelo-dei-profughi-che-incita-gli-attivisti-a-violare-le-nostre-leggi" data-post-id="2587624003" data-published-at="1781852119" data-use-pagination="False"> «L’angelo dei profughi» che incita gli attivisti a violare le nostre leggi A tutti i capitani delle navi ferme in mare.... Sbarcate! Decidetelo voi!». Segue l'emoticon di un megafono. Di seguito Nawal Soufi cita una frase di Erich Fromm: «L'atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l'inizio della ragione». Nawal, che si definisce «attivista per i diritti umani e collaboratrice indipendente durante la fase di soccorso dei migranti», scrive questo messaggio, sul suo profilo Facebook, il 26 giugno scorso, alle 3.34 di notte. L'illogico e illegale invito a forzare, da parte delle navi delle Ong che trasportano migranti, l'ingresso nei porti italiani lascia di stucco. Nawal, arrivata bambina a Catania dal Marocco con la sua famiglia ventinove anni fa, è un'italomarocchina che, nel 2016, a Firenze, agli archivi storici dell'Unione europea di Villa Salviati, aveva ricevuto il «Premio cittadino europeo 2016». Ma, da europea premiata, oggi odia l'Europa che si confronta, pur aspramente, su sbarchi, accoglienza, integrazione e respingimenti. La motivazione di quel riconoscimento fu: «Ha salvato 20.000 migranti». Con l'inizio degli approdi massicci in Sicilia, Nawal diventa un punto di riferimento per i migranti in balìa degli scafisti e delle onde. La chiamavano sul cellulare dai barconi in difficoltà e lei comunicava le loro coordinate alla guardia costiera italiana. Anche il suo re, Muhammad VI, l'ha incontrata a Rabat come paladina dei diritti umani; è stata premiata dagli Emirati arabi come «Arab hope maker» (creatrice della speranza araba) per aver salvato la vita a 200.000 migranti. «Lo sceicco l'ha premiata perché è una delle fautrici dell'islamizzazione in Europa», è stato uno dei commenti al video ufficiale del governo di Dubai; un altro ricordava le sue dure proteste contro la polizia italiana durante il controllo sui migranti effettuate alla stazione centrale di Milano, nel maggio dello scorso anno. Nel 2015 Nawal (il suo sito è nawalsoufi.com) aveva ricevuto una menzione speciale al Premio volontariato internazionale della Focsiv, la federazione delle Ong cattoliche. Un giornalista di Vita, Daniele Biella, nello stesso anno, l'aveva definita L'Angelo dei profughi in un libro delle edizioni Paoline (prefazione del cardinale Francesco Montenegro). È stata ascoltata alla Commissione per i diritti delle donne e l'uguaglianza di genere del Parlamento europeo. Eppure, adesso che l'Italia sta provando a ottenere una normale redistribuzione dei migranti nell'Europa dei 28, Nawal si è arrabbiata e incita i capitani delle navi delle Ong a violare i porti. Al pari di altre sue amiche di social, come Nefissa Labidi, convinta antisraeliana il cui hashtag preferito è #irrompete-nei-porti e che sul premier Conte scrive: «Quando sei senza palle, sorridi e menti anche contro ogni evidenza. Tanto i tuoi coglioni ti applaudiranno sempre! Vero Salvini? Il gran maestro della menzogna e dell'infamia!». Su Facebook Nawal aveva già lasciato sette emoticon «cacchetta» a commento di un manifesto elettorale della pentastellata Roberta Lombardi che voleva «più turismo e meno migranti», candidata alla Regione Lazio contro il piddino Nicola Zingaretti. Ma il suo bersaglio preferito è il vicepremier Matteo Salvini. «Io nomade, io marocchina, io siciliana, io anarchica, io antifascista, io contro Salvini!» è uno dei suoi autoritratti dall'ego marcato. E quando Matteo Salvini, con l'appoggio di Danilo Toninelli dei 5 stelle, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti del governo Conte, ha iniziato a rallentare l'azione delle navi delle Ong e a impedirne l'ingresso nei porti italiani, Nawal è andata fuori di sé, mostrando immotivate paure. Forse, la sua fragilità. Il 19 giugno, alla 15.40, si è ritratta in riva al mare: seduta sotto un albero, ha dichiarato di essere in guerra come una partigiana: «Se un giorno verranno a prendermi sappiate che non ho mai fatto del bene. Ho solo fatto il mio dovere da essere umano. Sembrano post provocatori, ma non lo sono. Siamo dentro una realtà pesantissima e io, da migrante, sento per la prima volta di essere una partigiana nel 2018 e quando senti di essere un partigiano vuol dire che sei in guerra». Parole forti, ma i timori di Nawal sono inutili. Nel 2017, su di lei, il procuratore generale di Catania, Carmelo Zuccaro, dichiarò al Giornale: «Al momento escludiamo che ci sia un interesse economico nel fatto che indichi ai trafficanti i numeri da chiamare per far venire a prendere le navi cariche di migranti. È una questione ideologica». Nawal venne descritta da Zuccaro solo come una pasionaria dei migranti. Perché, tuttavia, Zuccaro parlò di «interesse economico»? Perché Nawal pubblica online il suo iban e il numero della sua carta postepay, dove ricevere donazioni per aiutare i migranti. Sono donazioni fatte alla persona fisica di Nawal: chi ricarica quei conti si fida di lei. Nawal appare, nonostante i molti riconoscimenti, la stampa amica, le fotografie accanto a europarlamentari come Silvia Costa o Cécile Kyenge, un personaggio contraddittorio. C'è anche chi l'ha accusata di essere complice degli scafisti: un trafficante di migranti, alla trasmissione televisiva Piazza pulita, dichiarò a un cronista che fingeva di voler trasbordare la sua famiglia dall'Africa in Italia pagando 3.000 dollari: «Tranquillo», spiegò il trafficante, «lo scafista ha una bussola, un gps e il telefono satellitare. Ha anche il numero della signora Nawal, che lavora per una Ong italiana. La contatta dalla barca e le fornisce le coordinate, così lei avvisa la guardia costiera». Il cronista chiese: «La donna conosce lo scafista? «Sì», rispose il trafficante, «quando lei riceve una chiamata dal satellitare contatta quelli di Medici senza frontiere, che prendono le coordinate e vanno verso il barcone». Nawal è una donna appassionata e ingenua, sfruttata dalla malavita per il suo amore verso i migranti? In tv, lei si difese: «Non ho mai ricevuto una chiamata da una persona che mi dice: pronto, sono uno scafista e ti sto dando le coordinate». Ma ogni emergenza è una situazione confusa, che può mescolare i ruoli dei buoni e dei cattivi, soprattutto se si crede nelle «verità» a senso unico. Qualche tempo fa La Verità provò a contattarla. Una fonte sosteneva che alcuni bambini e adolescenti migranti, maschi, poco dopo lo sbarco, venivano fatti prostituire alla stazione di Catania. La fonte fece il nome di Nawal e di un'altra ragazza siciliana, sua amica: «Loro conoscono questi fatti», disse. Allora Nawal non volle parlare con noi. Lei, il cui hashtag del momento contro il governo Conte è #corridoi-umanitari-per-milioni-di-persone-unica-soluzione, quella volta discriminò chi le voleva solo parlare per provare a denunciare la prostituzione coatta di quei bambini abusati sessualmente e sfruttati, per soldi, nella stazione della sua città. Paolo Giovannelli
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 giugno con Carlo Cambi
JD Vance (Ansa)
Tornano le turbolenze diplomatiche tra Washington e Teheran? La cerimonia per la firma definitiva del memorandum d’intesa tra i due Paesi, prevista per oggi in Svizzera, è stata cancellata. «La visita prevista è stata rinviata poiché il memorandum d’intesa di Islamabad è già stato firmato elettronicamente, è entrato in vigore ed è ora in fase di attuazione», ha dichiarato ieri il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, annullando il viaggio che avrebbe dovuto effettuare in Svizzera per presenziare alla cerimonia. Sempre ieri, il Times of Israel riferiva che i negoziati sul nucleare iraniano, previsti per oggi nel resort di Burgenstock, erano ancora in agenda, ma ha ammesso la possibilità di un loro naufragio. «Sembra che i colloqui dovrebbero iniziare domani. C’è una forte presenza statunitense sul territorio in Svizzera. Ma la situazione è molto incerta. Tutto potrebbe di nuovo fallire», ha riferito una fonte alla testata. Del resto, anche secondo il New York Post i colloqui di oggi risulterebbero «in bilico».
Ricordiamo che il memorandum prevede l’avvio di una fase di 60 giorni, nel cui arco Washington e Teheran dovranno raggiungere un’intesa sull’energia atomica. «Direi che il periodo di 60 giorni è iniziato ufficialmente oggi», ha dichiarato ieri, in conferenza stampa, JD Vance, che è a capo del team negoziale americano. «Il programma nucleare è distrutto, è sparito. Se gli iraniani decidessero domani di costruire un’arma nucleare, semplicemente non hanno la capacità per farlo», ha proseguito. «Stiamo cercando di garantire che non ricostruiscano quelle capacità non solo tra un anno, ma tra molti anni», ha continuato. «Come parte dell’accordo finale, vogliamo vedere che l’Iran non finanzi il terrorismo regionale».
Il vicepresidente è poi andato all’attacco dell’accordo sul nucleare, firmato da Barack Obama nel 2015. «L’accordo di Obama dava agli iraniani oltre un miliardo di dollari di denaro americano. Questo accordo dà loro zero dollari di denaro americano», ha affermato, non risparmiando inoltre una stoccata a Israele. «Israele ha il diritto di difendersi come ogni altro, ma deve rispettare il processo di pace», ha detto, criticando i raid dello Stato ebraico su Beirut. «Ci aspettiamo che Hezbollah non lanci razzi e droni contro gli israeliani. Ma ci aspettiamo anche che gli israeliani non si scatenino in Libano». In tutto questo, Vance è altresì intervenuto sulla questione dei missili balistici, dopo che, l’altro ieri, Trump, irritando lo Stato ebraico, aveva aperto alla possibilità che l’Iran potesse possederli. «Gli iraniani non rinunciano al loro diritto di autodifesa nel loro Paese, ma ci aspettiamo che, come parte dell’accordo finale, non saranno in grado di realizzare quel tipo di missili che possono minacciare ampiamente il mondo intero», ha affermato.
Alcune ore prima della conferenza stampa di Vance, Trump era tornato a difendere il memorandum con l’Iran dai critici, che accusano il documento di aver concesso troppo al regime khomeinista. «Questi sciocchi, che pensano che non sia stato abbastanza duro con l’Iran, quando la Borsa ha appena raggiunto un altissimo record e i prezzi del petrolio stanno "crollando", sono o invidiosi, o cattivi, o stupidi», aveva dichiarato su Truth. Nel frattempo, il Qatar ha detto che il memorandum «rappresenta una solida base per passare alla fase successiva dei negoziati tra le parti americana e iraniana». Di posizione opposta è invece Israele, secondo cui Teheran potrebbe sfruttare i 60 giorni per dotarsi dell’arma atomica. In tal senso, la Cnn ha riferito che Benjamin Netanyahu avrebbe intenzione di far leva su senatori repubblicani e opinionisti conservatori per spingere Trump a tenere un approccio severo nei negoziati sul nucleare.
E proprio da questi negoziati dipende il successo o il fallimento dell’inquilino della Casa Bianca in Iran. Il presidente americano ha infatti bisogno di spuntare un’intesa migliore di quella di Obama. Quell’accordo prevedeva che Teheran non avrebbe prodotto uranio altamente arricchito, limitando le proprie centrifughe e scorte. Era inoltre previsto un meccanismo di verifica in capo all’Aiea. In cambio, gli Usa si impegnavano a revocare le sanzioni sul programma atomico. Quando si ritirò dall’intesa nel 2018, Trump sostenne che l’Iran avrebbe dovuto cessare lo sviluppo di missili balistici e il finanziamento ai suoi proxy regionali. Un altro problema risiedeva nel fatto che l’Aiea non riusciva ad avere accesso, per le ispezioni, ai siti militari iraniani. È quindi su questi punti che dovrà essere valutata l’eventuale intesa che Trump negozierà nei prossimi due mesi. Il sospetto è che, oltre alla questione dell’uranio arricchito, il principale punto di discussione riguarderà proprio le ispezioni.
Vance chiaramente si gioca molto, anche in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Non a caso, nell’amministrazione americana, è un convinto fautore del memorandum, contrariamente al capo del Pentagono, Pete Hegseth, e al direttore della Cia, John Ratcliffe.
Dall’altra parte, anche Mojtaba Khamenei ha dato il via libera al memorandum, ma ha precisato che aveva «una visione diversa». L’approvazione è legata «all’impegno assunto da Pezeshkian a tutela dei diritti dell’Iran».
E così, mentre Centcom ieri revocava il blocco ai porti iraniani, emergono alcune incognite per il futuro delle trattative: da una parte, la spaccatura in seno al regime khomeinista tra i fautori della diplomazia e quelli della linea dura; dall’altra, Benjamin Netanyahu che ieri ha ribadito che l’Idf resterà nel Libano meridionale, rischiando così di compromettere la tenuta del memorandum che prevede la fine delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Nel mentre, gli Usa, secondo il Financial Times, sarebbero pronti a sbloccare sub condicione 6 miliardi dollari di asset iraniani volti ad acquistare beni americani.
Hegseth batte cassa per la Nato. Crosetto: «Rispettiamo gli impegni»
Gli Stati Uniti si preparano a rivedere la propria presenza militare in Europa e lanciano un nuovo avvertimento agli alleati della Nato. A renderlo noto è stato il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth durante la riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, annunciando una revisione delle basi e delle forze armate statunitensi dispiegate sul continente. «Esamineremo la presenza militare e le basi americane in Europa entro sei mesi, forse anche prima», ha dichiarato Hegseth, confermando che Washington sta valutando una ridistribuzione delle proprie risorse strategiche mentre cresce l’attenzione verso la Cina e l’Indo-Pacifico.
Nel suo intervento il capo del Pentagono ha rilanciato il concetto di una «Nato 3.0», sostenendo che l’Alleanza debba tornare a essere una vera organizzazione militare e non soltanto politica. «Dopo la Guerra Fredda la Nato deve ritrovare la propria natura di alleanza militare, con capacità reali di deterrenza e con l’Europa in grado di assumere la guida della difesa convenzionale del continente», ha affermato. Le parole più dure sono arrivate sul sostegno fornito dagli alleati durante la crisi con l’Iran. Hegseth ha criticato i Paesi che hanno negato l’utilizzo delle basi americane e Nato presenti sul loro territorio per eventuali operazioni contro Teheran.
«Troppi alleati hanno detto di no oppure hanno cercato di bloccare tutto con astrusi dibattiti legali. Alcuni ci hanno criticato pubblicamente per aver fatto ciò che loro stessi non erano preparati a fare. È stato vergognoso», ha dichiarato. Secondo il segretario alla Difesa, queste scelte hanno complicato le operazioni . «In alcuni casi siamo stati costretti a trasferire capacità militari da un Paese all’altro e perfino al di fuori del territorio degli alleati Nato. Non ci sono scuse per questo», ha aggiunto. L’intervento si inserisce nella strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che da anni chiede agli europei di aumentare le spese militari. Al vertice Nato dell’Aia dello scorso anno gli alleati si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 investimenti pari al 5% del Pil tra difesa e sicurezza.
Per Washington, però, molti governi stanno ancora procedendo troppo lentamente. Hegseth è tornato a definire alcuni partner europei degli «scrocconi», accusandoli di beneficiare della protezione americana senza contribuire in misura adeguata. «Alcune delle maggiori economie della Nato sembrano ancora pensare che sia l’era del free riding. Questo non è ciò che il presidente Trump si aspetta dall’Alleanza e non è più accettabile», ha affermato. La risposta italiana è arrivata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. «Se si vuole far parte della Nato bisogna rispettarne gli impegni. Altrimenti si può scegliere di restarne fuori, ma difendersi da soli costerebbe molto di più», ha dichiarato. Crosetto ha inoltre condiviso l’ipotesi di una graduale riduzione delle forze americane, purché accompagnata dal rafforzamento delle capacità europee. Alla domanda se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni assunti dall’Italia in materia di spesa per la difesa, è arrivata una risposta netta: «Ritengo che ne sia perfettamente consapevole». Non si è fatta attendere la replica del titolare del Tesoro: «Conosco tempi e modalità dell’operazione; sull’entità delle risorse, invece, la decisione non spetta a me. Per il resto stiamo gestendo ogni aspetto della questione e non esiste alcuna polemica in merito». Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invitato alla prudenza. Rutte ha ricordato che Europa e Canada aumenteranno nel 2025 la spesa militare di oltre 90 miliardi rispetto all’anno precedente, ma ha riconosciuto che gli Stati Uniti continuano a sostenere un peso superiore a quello di tutti gli altri alleati messi insieme.
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La capitale russa avvolta dal fumo dopo il raid ucraino (Ansa)
La grossa incursione compiuta ieri da droni ucraini su Mosca, la più pesante finora sulla capitale, è stata appariscente e ha coinciso, non a caso, con la riunione dei ministri della Difesa della Nato e del Gruppo di contatto sull’Ucraina a cui ha partecipato il presidente Volodymyr Zelensky.
Almeno 555 droni ucraini hanno assalito varie regioni russe, dei quali 200 nella direzione di Mosca. Il ministero della Difesa russo li ha considerati «abbattuti». Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha affermato che «52 droni sono stati abbattuti a Mosca». Ma ha ammesso: «Diversi droni hanno raggiunto la raffineria di petrolio di Mosca». È un grande impianto della Gazprom Neft, nel quartiere Kapotnya, che da solo fornirebbe il 40% dei carburanti nella regione. La raffineria fu fondata nel 1938 sotto Stalin e venne bombardata nel 1941 da aerei della Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Già era stata attaccata martedì. Sono scoppiati incendi nell’impianto e colonne di fumo nero hanno oscurato la capitale, causando la chiusura degli aeroporti di Sheremetyevo, Vnukovo, Domodedovo e Zhukovsky. Danni minori nei sobborghi della città. Colpiti da frammenti il centro commerciale Sadovod, una palazzina a Zhukovsky, evacuata, mentre a Lyubertsy detriti di droni colpiti hanno danneggiato un centro fitness, un centro commerciale e una zona industriale. Nella regione di Mosca ci sono stati 16 feriti, mentre nella regione di Rostov, attaccata da 74 droni, dati per «abbattuti», è morto un uomo, presso un’infrastruttura petrolifera, a Gukovo. Sempre nella zona di Rostov, secondo il governatore Yuri Slyusar ci sono stati «danni a una locomotiva e a due strutture commerciali». Nella regione di Bryansk un’auto su cui viaggiavano una donna con le due figlie di 10 e 11 anni è stata colpita e le due ragazzine sono state ferite. Droni ucraini presso la centrale nucleare di Energodar hanno causato la morte di un dipendente dell’impianto. I russi hanno a loro volta attaccato Kiev e altre zone dell’Ucraina con droni e missili balistici.
Secondo Mosca: «Sono stati colpiti, con un attacco combinato con missili aria-superficie, missili superficie-superficie e droni a lungo raggio, un deposito di combustibili e carburanti nella località di Boryspil-2, nella regione di Kiev, e una raffineria di petrolio a Zaturino, nella regione di Poltava». Bombe russe hanno causato tre morti a Sumy e Shostka.
Se Zelensky ha presentato le nuove incursioni sulla Russia come «giusta reazione» poiché «se l’Ucraina brucia, la vostra Mosca brucerà», il consigliere presidenziale russo Yuris Ushakov ha ribattuto che «i raid non aiutano un possibile incontro fra Zelensky e il presidente Vladimir Putin». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha minacciato «nuovi attacchi su larga scala», aggiungendo che «le parole non bastano». I raid di droni ucraini hanno fatto dire al segretario della Nato Mark Rutte che «l’Ucraina sta cambiando la dinamica sul campo di battaglia» e hanno spinto gli alleati a ulteriori aiuti a Kiev. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius s’è detto «impressionato» dai raid ucraini, parlando di «slancio» di Kiev, che però, se si limita ai cieli, non basta a vincere. Al Gruppo di contatto s’è parlato di rafforzamento della difesa aerea nell’ambito del Purl, il meccanismo con cui gli europei pagano le fabbriche americane per regalare armi a Kiev. Il premier belga Bart De Wever ha promesso a Zelensky la consegna di sette caccia F-16, di cui tre voleranno e quattro verranno cannibalizzati per i pezzi di ricambio. Il ministro della Difesa inglese ha annunciato che Londra fornirà a Kiev 150.000 droni e 350 missili antiaerei, oltre a radar, per un valore di 752 milioni di sterline. Pistorius ha dichiarato che la Germania stanzierà 200 milioni di dollari per munizioni antiaeree e altri 200 milioni di dollari per missili Patriot Pac-3 destinati agli ucraini, mentre la Svezia ha stanziato 108 milioni di dollari.
Ma anche se gli attacchi a lungo raggio ucraini causano danni in Russia, non sono paragonabili, per distruzioni e morti, alle campagne aeree strategiche capaci davvero di piegare un Paese, tenuto conto che perfino simili offensive aeree, da parte americana, ebbero successo nel 1945 contro Germania e Giappone, ma furono inutili nel 1972 contro il Vietnam del Nord. Sul terreno il fronte è quasi statico o forse vedrebbe ancora i russi avanzare poco a poco. L’esercito di Mosca, dice la Tass, avrebbe preso Rai-Aleksandrovka, nel Donetsk.
L’istituto americano Isw riporta che i russi seguiterebbero a infiltrarsi a Lyman. L’Isw dice che «filmati che mostrano truppe russe controllare Lyman potrebbero essere generati con l'IA», ma solo gli eventi prossimi lo stabiliranno. Prendere Lyman significa minacciare Slovjansk. Idem riguardo ai combattimenti urbani a Kostantinyvka, la cui eventuale caduta esporrebbe Druzhivka e Kramatorsk. La guerra potrebbe essere decisa nella catena di piazzeforti Druzhivka-Kramatorsk-Slovjansk, col lungo macello fra trincee, macerie e granate, ma anche se la propaganda russa esagerasse i successi sul terreno, il pericolo per Kiev non sarebbe minore.
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A sinistra Sergio Spadaro, a destra Fabio De Pasquale (Imagoeconomica)
Il verdetto chiude uno dei capitoli più controversi nati dopo il processo Eni-Nigeria, il procedimento sulla presunta corruzione internazionale legata all’acquisizione del blocco petrolifero Opl 245. Un processo durato anni, costruito attorno all’ipotesi di una maxi-tangente da oltre un miliardo di dollari, e conclusosi nel marzo 2021 con l’assoluzione di tutti gli imputati, compresi l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, manager, dirigenti e politici nigeriani. Una vicenda che ha comportato costi enormi, di decine di milioni di euro: anni di udienze, consulenze, difese legali, rogatorie, indagini internazionali e risorse della giustizia impegnate su un’accusa che, alla fine, è stata giudicata insussistente.
La sentenza della Cassazione arriva al termine di una giornata processuale segnata dalla requisitoria della sostituta procuratrice generale Cristina Marzagalli, che aveva chiesto l’assoluzione dei due magistrati sostenendo che mancassero sia l’elemento materiale sia quello soggettivo del reato. «I ricorsi degli imputati sono fondati», ha affermato Marzagalli. Secondo la pg, «la condotta dei due magistrati è stata tutt’altro che inerte e omissiva ma proattiva». Inoltre, ha aggiunto, «l’oggetto materiale del rifiuto non esisteva agli atti e non c’è una norma che imponga il deposito in quella fase».
È su questo passaggio che si misura il ribaltamento. Per la Cassazione il fatto non sussiste. Per i giudici di primo grado e per la Corte d’Appello di Brescia, invece, quel mancato deposito aveva avuto tutt’altra natura. Nelle motivazioni d’appello, oltre 130 pagine, i giudici avevano parlato di un «rifiuto consapevole» e di una «omissione di un atto doveroso e indifferibile». Avevano inoltre contestato a De Pasquale e Spadaro una gestione «a doppio binario»: da una parte l’utilizzo degli atti ritenuti utili all’accusa, dall’altra il mancato deposito di quelli potenzialmente favorevoli alle difese.
La decisione della Suprema Corte cancella dunque la condanna e lascia intatto il peso del contrasto tra le sentenze. Due gradi di giudizio avevano ritenuto penalmente rilevante la condotta dei pm, mentre la Cassazione ha escluso alla radice l’esistenza stessa del reato.
«L’avvocato Fabio Federico ed io siamo veramente felici: è una sentenza che fa giustizia di tanti anni di sofferenze», ha commentato il difensore dei due pm, Massimo Dinoia. «Vorremmo rimarcare che le conclusioni del pg della Cassazione sono state totali: ha chiesto infatti l’insussistenza sia del fatto materiale che, in subordine, dell’elemento soggettivo. Più di così non poteva dire».
Le «sofferenze» richiamate da Dinoia dimenticano però una vicenda molto più ampia, con 15 imputati trascinati per anni in un processo che ha mobilitato procure, tribunali, autorità straniere e collegi difensivi attorno all’accusa di una tangente miliardaria poi ritenuta inesistente dal Tribunale di Milano. Il 17 marzo 2021 tutti gli imputati furono assolti con la formula «perché il fatto non sussiste». Nel 2022 la Procura generale rinunciò all’appello. Anche le autorità statunitensi avevano già chiuso le proprie indagini nel settembre 2019. E anche per quelle nigeriane la vicenda è ormai chiuso, tanto che Eni ha di recente trovato nuovi accordi con Abuja.
Nel frattempo, a quanto pare, De Pasquale non considera ancora chiusa la partita. L’ex procuratore aggiunto ha avviato una nuova iniziativa attraverso l’avvocato Fabio Repici, legale molto noto per il lavoro svolto in procedimenti legati alle stragi di mafia e alla criminalità organizzata. Repici assiste oggi De Pasquale in una richiesta collegata all’inchiesta Equalize, con l’obiettivo di verificare se negli atti sequestrati possano emergere tracce di manovre contro il magistrato e contro il processo Eni-Nigeria.
Nella documentazione vengono richiamati, tra gli altri, il responsabile degli affari legali di Eni Stefano Speroni, il pm Paolo Storari e l’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, non ha deciso direttamente sugli accertamenti richiesti e ha trasmesso gli atti alla Procura di Brescia, competente quando possibili parti offese sono magistrati del distretto milanese.
È un fronte ancora aperto che mostra come la partita su Opl 245 non sia del tutto chiusa. La Cassazione mette fine al procedimento penale per De Pasquale e Spadaro, ma la vicenda continua ad avere conseguenze sulla loro carriera. De Pasquale non era stato confermato dal Csm nell’incarico di procuratore aggiunto, mentre Spadaro è oggi procuratore europeo delegato Eppo a Milano.
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