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2018-07-18
Ong: «I libici sono killer al soldo dell’Italia». Ma Salvini la smentisce
Ansa
Per creare quella che dal Viminale definiscono una «fake news» sono state usate le foto raccapriccianti delle vittime dell'ennesimo naufragio causato dagli scafisti trafficanti di esseri umani. Hanno messo in mare il solito gommone cinese da quattro soldi per tentare la traversata verso l'Italia e ora le immagini sono finite sui social con tanto di accuse: «I libici hanno affondato la barca e lasciato morire una donna e il suo bambino. Sono assassini arruolati dall'Italia».
Dalla spagnola Proactiva di Open Arms, una delle due Ong tornate nel Mediterraneo nonostante gli ammonimenti dell'Italia, con quelle immagini pensavano di aver calato l'asso. E invece: «Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto», ha replicato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Che ha spiegato: «Ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull'immigrazione clandestina. Io tengo duro».
Dopo l'annuncio della Guardia costiera libica di aver intercettato un'imbarcazione con 158 persone a bordo e di aver fornito assistenza medica e umanitaria, il leader della Ong Oscar Camps, invece di prendersela con gli scafisti che hanno messo in mare un gommone col quale l'impresa di arrivare in Italia era impensabile, ha lanciato il tweet con foto e video: «Quello che la Guardia costiera libica non ha detto è che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e di aver affondato l'imbarcazione perché i migranti non volevano salire sulle loro motovedette». E poco dopo ha aggiunto: «Quando siamo arrivati, abbiamo trovato una delle donne ancora in vita, non abbiamo potuto fare nulla per recuperare l'altra donna e il bambino. Per quanto tempo avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano per uccidere?». La naufraga, vittima dei trafficanti di esseri umani, era aggrappata ai resti del gommone nel frattempo affondato ed era allo stremo delle forze. Ha detto di essere partita dal Camerun e di chiamarsi Josephine: era a faccia in giù su una tavola di legno, in condizioni di ipotermia. A bordo di un natante della Open Arms, insieme all'equipaggio, si è imbarcato anche il parlamentare di Liberi e uguali Erasmo Palazzotto che, senza fare distinzioni, ieri ha assegnato agli ultimi due ministri dell'Interno tutte le colpe dei naufragi causati da scafisti senza scrupoli (e spesso, come hanno dimostrato le inchieste giudiziarie, in combutta con i volontari di Ong): «Caro Salvini e caro Marco Minniti, di questi brutali assassini siete responsabili voi, i vostri accordi e il vostro cinismo».
E dopo i ringraziamenti per la Ong che l'ha tirato a bordo, ha intimato: «Adesso mi aspetto che l'Italia presti soccorso a questa donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure mediche. Sperando che almeno stavolta, davanti all'omicidio di una donna e un bambino, il ministro Salvini abbia la decenza stare zitto». Ha preso il megafono anche Roberto Saviano, che da qualche tempo ce l'ha con Salvini (dal quale si è beccato qualche querela): «Assassini! Ministro della Mala Vita, sui morti in mare parla di bugie e insulti, ma con quale coraggio? Confessi piuttosto: quanto piacere le dà la morte inflitta dalla Guardia costiera libica, sua (mi fa ribrezzo dire nostra) alleata strategica? Lei che sottolinea continuamente di essere padre, da papà quanta eccitazione prova a vedere morire bimbi innocenti in mare? Ministro della Mala Vita, l'odio che ha seminato la travolgerà. Come travolgerà gli imbelli a 5 stelle, e tra di loro l'impresentabile Danilo Toninelli».
Salvini va avanti. E ricorda alle Ong spagnole tornate nel Mediterraneo ad attendere il loro carico di esseri umani che i porti sono chiusi: «Risparmino tempo e denaro, i porti italiani li vedranno in cartolina». Il braccio di ferro tra Salvini e i volontari spagnoli va avanti dal 4 luglio, ossia da quando Proactiva dovette ripiegare con i suoi 60 migranti a Barcellona, dopo il divieto di attracco da parte di Italia e Malta.
«Anche se l'Italia chiude i porti, non può mettere porte al mare», aveva annunciato sabato scorso la Ong sul profilo Twitter. E come una Cassandra aveva pronosticato: «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo. E troppi morti sul fondale». Questa volta i morti erano a galla. Ma le responsabilità sono ancora da stabilire, visto che i gommoni partono sapendo di non riuscire a portare a termine la traversata. Il meccanismo, come ricostruito dalle inchieste giudiziarie, è sempre lo stesso e va avanti da anni: gli scafisti buttano in mare il barcone, arrivano in zona utile per i soccorsi, dove, coincidenza, trovano la nave di una Ong che effettua il salvataggio e li porta in Italia. Ma questa volta tutti i superstiti sono stati trasferiti dai libici in un campo profughi a Khoms, città della Tripolitania. «È l'unico modo per fermare il traffico di esseri umani», ha ribadito Salvini, ricordando che la Libia dovrebbe essere dichiarata «porto sicuro», per permettere alle navi militari europee di portarvi le persone salvate in mare. Con questa politica gli sbarchi, stando agli ultimi dati certificati dal Viminale, sono calati dell'80 per cento. Non solo: dall'inizio dell'anno la Spagna ha superato l'Italia per numero di arrivi. E calando le partenze scende anche il numero delle vittime. Degli oltre 50.000 migranti giunti in Europa via mare fino al 15 luglio, 1.443 hanno perso la vita nella traversata. Tra il 2015 e il 2017, invece, le vittime hanno superato quota 15.000.
L'ultimo viaggio della speranza è di ieri: la polizia ha fermato l'intero equipaggio di un barcone approdato a Pozzallo, in provincia di Ragusa, con 447 migranti. Al comandante, un pregiudicato, e ai dieci marinai di origine nordafricana, sono stati contestati i reati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di morte come conseguenza di altro delitto per il decesso di quattro stranieri che si sono tuffati in acqua alla vista dei soccorsi. E anche in questo caso Salvini ha twittato: «Dalle parole ai fatti, ora però che stiano in galera».
Fabio Amendolara
L’alternativa ai naufragi esiste già
Toh, il premier Giuseppe Conte d'accordo con la comunità di Sant'Egidio: chi l'avrebbe mai detto? In visita alla sede dell'organizzazione, a Roma, il presidente del Consiglio ha infatti sposato l'idea dei corridoi umanitari in cui da tempo la comunità è impegnata: «L'impegno della comunità di Sant'Egidio per i rifugiati, coi corridoi umanitari, è in linea con la proposta italiana. Si tratta di un'immigrazione regolare, con numeri contingentati, ben definiti, che consente di creare percorsi di integrazione», ha detto il premier.
Ma come, e allora le politiche di Matteo Salvini, i porti chiusi e tutto il resto? In realtà la cosa ha un senso e non sarà un caso se nel dicembre del 2016, quando il governo gialloblu era di là da venire, La Verità già parlava dei corridoi umanitari come possibile soluzione legale al caos migratorio. Ma andiamo con calma e cominciamo col dire che i primi a non essere stupiti delle parole di Conte sono proprio i diretti interessati. «Il consenso del premier non ci ha sorpreso», ci spiega Paolo Naso, coordinatore del progetto Mediterranean Hope, un coordinamento per i corridoi umanitari legato Federazione delle chiese evangeliche in Italia.
«Il progetto», afferma, «aveva già ricevuto l'endorsement di altre personalità del governo, seppur non di questo livello. Ma direi che lo stesso ministro dell'Interno ha sempre detto di voler garantire coloro che arrivano legalmente e che sono titolari di protezione internazionale. Non mi stupisce, quindi, che il nostro progetto riscuota ampio consenso». L'idea, peraltro, non è restata solo sulla carta: «Non è solo un progetto ma, citando un noto spot, è una solida realtà», afferma Naso, che aggiunge: «Nel 2015 abbiamo aperto un primo protocollo, garantendo un corridoio per mille persone. Nel 2017 il protocollo è stato rinnovato e ne hanno giovato altre mille persone». Ma come funziona, tecnicamente, il corridoio umanitario? Spiega ancora il coordinatore di Mediterranean Hope:
«Operiamo in stretto rapporto con organizzazioni locali. Sono loro che ci mettono in contatto con i casi problematici. La parola d'ordine è vulnerabilità. Penso a donne sole, a donne con bambini, a persone malate, tali da non poter essere curate in patria (se invece c'è questa possibilità li inseriamo in un altro progetto, Medical Hope, per garantire l'accesso alle cure sui luoghi di intervento). Oppure di persone che scappano dalla guerra, per le quali l'espressione “aiutiamoli a casa loro" non ha senso». Insomma, si tratta di accogliere in modo legale e sicuro chi ne ha veramente bisogno e diritto, evitando barchette e barconi di fortuna, tratte schiavistiche, Ong senza scrupoli e arrivi di clandestini vari.
Tutti d'accordo, quindi? Non proprio, perché qui, ovviamente, Naso non ci segue: «Non sono d'accordo nel mettere i corridoi umanitari contro l'operato delle Ong, che sono uno strumento che non va demonizzato. O meglio, gli uni potrebbero essere alternativi alle altre se i numeri fossero altri. Se con i corridoi umanitari arrivassero 50.000 persone potrebbero essere una soluzione efficace e razionale. Ma si tratta di un'alternativa realistica da una certa massa critica in su». Qui, ovviamente, siamo noi che non possiamo seguire questa logica. Al contrario, sono i corridoi umanitari che funzionano solo se il numero di persone in ingresso è estremamente limitato, a margine di un intervento globale per stoppare i flussi, fermare l'intera filiera della tratta, anche a terra, smantellare le reti di scafisti e trafficanti, puntare all'obbiettivo ideale degli arrivi illegali a quota zero. A quel punto, ma solo a quel punto, si può pensare di dare aiuto a quell'esigua minoranza di migranti che ne ha davvero bisogno e che rispetta i parametri per accedere allo status di rifugiato. Senza avventurarsi, peraltro, in meccanismi di ingegneria sociale che già altrove hanno fallito, come lo ius soli o la cittadinanza facile, dato che chi scappa dalla guerra o dalla persecuzione deve avere la possibilità di tornare a casa una volta finita l'emergenza, come per esempio possono fare ora i siriani fuggire a suo tempo dall'Isis. In caso contrario, l'intervento non è umanitario, bensì ideologico.
Adriano Scianca
«L’angelo dei profughi» che incita gli attivisti a violare le nostre leggi
A tutti i capitani delle navi ferme in mare.... Sbarcate! Decidetelo voi!». Segue l'emoticon di un megafono. Di seguito Nawal Soufi cita una frase di Erich Fromm: «L'atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l'inizio della ragione». Nawal, che si definisce «attivista per i diritti umani e collaboratrice indipendente durante la fase di soccorso dei migranti», scrive questo messaggio, sul suo profilo Facebook, il 26 giugno scorso, alle 3.34 di notte. L'illogico e illegale invito a forzare, da parte delle navi delle Ong che trasportano migranti, l'ingresso nei porti italiani lascia di stucco. Nawal, arrivata bambina a Catania dal Marocco con la sua famiglia ventinove anni fa, è un'italomarocchina che, nel 2016, a Firenze, agli archivi storici dell'Unione europea di Villa Salviati, aveva ricevuto il «Premio cittadino europeo 2016». Ma, da europea premiata, oggi odia l'Europa che si confronta, pur aspramente, su sbarchi, accoglienza, integrazione e respingimenti. La motivazione di quel riconoscimento fu: «Ha salvato 20.000 migranti». Con l'inizio degli approdi massicci in Sicilia, Nawal diventa un punto di riferimento per i migranti in balìa degli scafisti e delle onde. La chiamavano sul cellulare dai barconi in difficoltà e lei comunicava le loro coordinate alla guardia costiera italiana. Anche il suo re, Muhammad VI, l'ha incontrata a Rabat come paladina dei diritti umani; è stata premiata dagli Emirati arabi come «Arab hope maker» (creatrice della speranza araba) per aver salvato la vita a 200.000 migranti. «Lo sceicco l'ha premiata perché è una delle fautrici dell'islamizzazione in Europa», è stato uno dei commenti al video ufficiale del governo di Dubai; un altro ricordava le sue dure proteste contro la polizia italiana durante il controllo sui migranti effettuate alla stazione centrale di Milano, nel maggio dello scorso anno. Nel 2015 Nawal (il suo sito è nawalsoufi.com) aveva ricevuto una menzione speciale al Premio volontariato internazionale della Focsiv, la federazione delle Ong cattoliche. Un giornalista di Vita, Daniele Biella, nello stesso anno, l'aveva definita L'Angelo dei profughi in un libro delle edizioni Paoline (prefazione del cardinale Francesco Montenegro). È stata ascoltata alla Commissione per i diritti delle donne e l'uguaglianza di genere del Parlamento europeo.
Eppure, adesso che l'Italia sta provando a ottenere una normale redistribuzione dei migranti nell'Europa dei 28, Nawal si è arrabbiata e incita i capitani delle navi delle Ong a violare i porti. Al pari di altre sue amiche di social, come Nefissa Labidi, convinta antisraeliana il cui hashtag preferito è #irrompete-nei-porti e che sul premier Conte scrive: «Quando sei senza palle, sorridi e menti anche contro ogni evidenza. Tanto i tuoi coglioni ti applaudiranno sempre! Vero Salvini? Il gran maestro della menzogna e dell'infamia!».
Su Facebook Nawal aveva già lasciato sette emoticon «cacchetta» a commento di un manifesto elettorale della pentastellata Roberta Lombardi che voleva «più turismo e meno migranti», candidata alla Regione Lazio contro il piddino Nicola Zingaretti.
Ma il suo bersaglio preferito è il vicepremier Matteo Salvini. «Io nomade, io marocchina, io siciliana, io anarchica, io antifascista, io contro Salvini!» è uno dei suoi autoritratti dall'ego marcato. E quando Matteo Salvini, con l'appoggio di Danilo Toninelli dei 5 stelle, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti del governo Conte, ha iniziato a rallentare l'azione delle navi delle Ong e a impedirne l'ingresso nei porti italiani, Nawal è andata fuori di sé, mostrando immotivate paure. Forse, la sua fragilità. Il 19 giugno, alla 15.40, si è ritratta in riva al mare: seduta sotto un albero, ha dichiarato di essere in guerra come una partigiana: «Se un giorno verranno a prendermi sappiate che non ho mai fatto del bene. Ho solo fatto il mio dovere da essere umano. Sembrano post provocatori, ma non lo sono. Siamo dentro una realtà pesantissima e io, da migrante, sento per la prima volta di essere una partigiana nel 2018 e quando senti di essere un partigiano vuol dire che sei in guerra».
Parole forti, ma i timori di Nawal sono inutili. Nel 2017, su di lei, il procuratore generale di Catania, Carmelo Zuccaro, dichiarò al Giornale: «Al momento escludiamo che ci sia un interesse economico nel fatto che indichi ai trafficanti i numeri da chiamare per far venire a prendere le navi cariche di migranti. È una questione ideologica». Nawal venne descritta da Zuccaro solo come una pasionaria dei migranti. Perché, tuttavia, Zuccaro parlò di «interesse economico»? Perché Nawal pubblica online il suo iban e il numero della sua carta postepay, dove ricevere donazioni per aiutare i migranti. Sono donazioni fatte alla persona fisica di Nawal: chi ricarica quei conti si fida di lei.
Nawal appare, nonostante i molti riconoscimenti, la stampa amica, le fotografie accanto a europarlamentari come Silvia Costa o Cécile Kyenge, un personaggio contraddittorio. C'è anche chi l'ha accusata di essere complice degli scafisti: un trafficante di migranti, alla trasmissione televisiva Piazza pulita, dichiarò a un cronista che fingeva di voler trasbordare la sua famiglia dall'Africa in Italia pagando 3.000 dollari: «Tranquillo», spiegò il trafficante, «lo scafista ha una bussola, un gps e il telefono satellitare. Ha anche il numero della signora Nawal, che lavora per una Ong italiana. La contatta dalla barca e le fornisce le coordinate, così lei avvisa la guardia costiera». Il cronista chiese: «La donna conosce lo scafista? «Sì», rispose il trafficante, «quando lei riceve una chiamata dal satellitare contatta quelli di Medici senza frontiere, che prendono le coordinate e vanno verso il barcone». Nawal è una donna appassionata e ingenua, sfruttata dalla malavita per il suo amore verso i migranti? In tv, lei si difese: «Non ho mai ricevuto una chiamata da una persona che mi dice: pronto, sono uno scafista e ti sto dando le coordinate». Ma ogni emergenza è una situazione confusa, che può mescolare i ruoli dei buoni e dei cattivi, soprattutto se si crede nelle «verità» a senso unico.
Qualche tempo fa La Verità provò a contattarla. Una fonte sosteneva che alcuni bambini e adolescenti migranti, maschi, poco dopo lo sbarco, venivano fatti prostituire alla stazione di Catania. La fonte fece il nome di Nawal e di un'altra ragazza siciliana, sua amica: «Loro conoscono questi fatti», disse. Allora Nawal non volle parlare con noi. Lei, il cui hashtag del momento contro il governo Conte è #corridoi-umanitari-per-milioni-di-persone-unica-soluzione, quella volta discriminò chi le voleva solo parlare per provare a denunciare la prostituzione coatta di quei bambini abusati sessualmente e sfruttati, per soldi, nella stazione della sua città.
Paolo Giovannelli
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La denuncia di Open Arms: «I nordafricani hanno lasciato annegare una donna e un bambino». Per il ministro si tratta solo di fake news.Il premier Giuseppe Conte fa visita alla comunità di Sant'Egidio e si dichiara favorevole ai corridoi umanitari. La Verità lo aveva già scritto: lo strumento è valido, ma solo con piccoli numeri e se intanto si ferma la tratta. Nawal Soufi, italomarocchina premiata dall'Ue per aver aiutato i migranti, insulta il governo dai suoi profili social e invita i capitani delle navi in arrivo a fregarsene delle indicazioni italiane.Lo speciale contiene tre articoliPer creare quella che dal Viminale definiscono una «fake news» sono state usate le foto raccapriccianti delle vittime dell'ennesimo naufragio causato dagli scafisti trafficanti di esseri umani. Hanno messo in mare il solito gommone cinese da quattro soldi per tentare la traversata verso l'Italia e ora le immagini sono finite sui social con tanto di accuse: «I libici hanno affondato la barca e lasciato morire una donna e il suo bambino. Sono assassini arruolati dall'Italia». Dalla spagnola Proactiva di Open Arms, una delle due Ong tornate nel Mediterraneo nonostante gli ammonimenti dell'Italia, con quelle immagini pensavano di aver calato l'asso. E invece: «Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto», ha replicato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Che ha spiegato: «Ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull'immigrazione clandestina. Io tengo duro». Dopo l'annuncio della Guardia costiera libica di aver intercettato un'imbarcazione con 158 persone a bordo e di aver fornito assistenza medica e umanitaria, il leader della Ong Oscar Camps, invece di prendersela con gli scafisti che hanno messo in mare un gommone col quale l'impresa di arrivare in Italia era impensabile, ha lanciato il tweet con foto e video: «Quello che la Guardia costiera libica non ha detto è che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e di aver affondato l'imbarcazione perché i migranti non volevano salire sulle loro motovedette». E poco dopo ha aggiunto: «Quando siamo arrivati, abbiamo trovato una delle donne ancora in vita, non abbiamo potuto fare nulla per recuperare l'altra donna e il bambino. Per quanto tempo avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano per uccidere?». La naufraga, vittima dei trafficanti di esseri umani, era aggrappata ai resti del gommone nel frattempo affondato ed era allo stremo delle forze. Ha detto di essere partita dal Camerun e di chiamarsi Josephine: era a faccia in giù su una tavola di legno, in condizioni di ipotermia. A bordo di un natante della Open Arms, insieme all'equipaggio, si è imbarcato anche il parlamentare di Liberi e uguali Erasmo Palazzotto che, senza fare distinzioni, ieri ha assegnato agli ultimi due ministri dell'Interno tutte le colpe dei naufragi causati da scafisti senza scrupoli (e spesso, come hanno dimostrato le inchieste giudiziarie, in combutta con i volontari di Ong): «Caro Salvini e caro Marco Minniti, di questi brutali assassini siete responsabili voi, i vostri accordi e il vostro cinismo». E dopo i ringraziamenti per la Ong che l'ha tirato a bordo, ha intimato: «Adesso mi aspetto che l'Italia presti soccorso a questa donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure mediche. Sperando che almeno stavolta, davanti all'omicidio di una donna e un bambino, il ministro Salvini abbia la decenza stare zitto». Ha preso il megafono anche Roberto Saviano, che da qualche tempo ce l'ha con Salvini (dal quale si è beccato qualche querela): «Assassini! Ministro della Mala Vita, sui morti in mare parla di bugie e insulti, ma con quale coraggio? Confessi piuttosto: quanto piacere le dà la morte inflitta dalla Guardia costiera libica, sua (mi fa ribrezzo dire nostra) alleata strategica? Lei che sottolinea continuamente di essere padre, da papà quanta eccitazione prova a vedere morire bimbi innocenti in mare? Ministro della Mala Vita, l'odio che ha seminato la travolgerà. Come travolgerà gli imbelli a 5 stelle, e tra di loro l'impresentabile Danilo Toninelli». Salvini va avanti. E ricorda alle Ong spagnole tornate nel Mediterraneo ad attendere il loro carico di esseri umani che i porti sono chiusi: «Risparmino tempo e denaro, i porti italiani li vedranno in cartolina». Il braccio di ferro tra Salvini e i volontari spagnoli va avanti dal 4 luglio, ossia da quando Proactiva dovette ripiegare con i suoi 60 migranti a Barcellona, dopo il divieto di attracco da parte di Italia e Malta. «Anche se l'Italia chiude i porti, non può mettere porte al mare», aveva annunciato sabato scorso la Ong sul profilo Twitter. E come una Cassandra aveva pronosticato: «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo. E troppi morti sul fondale». Questa volta i morti erano a galla. Ma le responsabilità sono ancora da stabilire, visto che i gommoni partono sapendo di non riuscire a portare a termine la traversata. Il meccanismo, come ricostruito dalle inchieste giudiziarie, è sempre lo stesso e va avanti da anni: gli scafisti buttano in mare il barcone, arrivano in zona utile per i soccorsi, dove, coincidenza, trovano la nave di una Ong che effettua il salvataggio e li porta in Italia. Ma questa volta tutti i superstiti sono stati trasferiti dai libici in un campo profughi a Khoms, città della Tripolitania. «È l'unico modo per fermare il traffico di esseri umani», ha ribadito Salvini, ricordando che la Libia dovrebbe essere dichiarata «porto sicuro», per permettere alle navi militari europee di portarvi le persone salvate in mare. Con questa politica gli sbarchi, stando agli ultimi dati certificati dal Viminale, sono calati dell'80 per cento. Non solo: dall'inizio dell'anno la Spagna ha superato l'Italia per numero di arrivi. E calando le partenze scende anche il numero delle vittime. Degli oltre 50.000 migranti giunti in Europa via mare fino al 15 luglio, 1.443 hanno perso la vita nella traversata. Tra il 2015 e il 2017, invece, le vittime hanno superato quota 15.000. L'ultimo viaggio della speranza è di ieri: la polizia ha fermato l'intero equipaggio di un barcone approdato a Pozzallo, in provincia di Ragusa, con 447 migranti. Al comandante, un pregiudicato, e ai dieci marinai di origine nordafricana, sono stati contestati i reati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di morte come conseguenza di altro delitto per il decesso di quattro stranieri che si sono tuffati in acqua alla vista dei soccorsi. E anche in questo caso Salvini ha twittato: «Dalle parole ai fatti, ora però che stiano in galera».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-i-libici-sono-killer-al-soldo-dellitalia-ma-salvini-la-smentisce-2587624003.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lalternativa-ai-naufragi-esiste-gia" data-post-id="2587624003" data-published-at="1772077065" data-use-pagination="False"> L’alternativa ai naufragi esiste già Toh, il premier Giuseppe Conte d'accordo con la comunità di Sant'Egidio: chi l'avrebbe mai detto? In visita alla sede dell'organizzazione, a Roma, il presidente del Consiglio ha infatti sposato l'idea dei corridoi umanitari in cui da tempo la comunità è impegnata: «L'impegno della comunità di Sant'Egidio per i rifugiati, coi corridoi umanitari, è in linea con la proposta italiana. Si tratta di un'immigrazione regolare, con numeri contingentati, ben definiti, che consente di creare percorsi di integrazione», ha detto il premier. Ma come, e allora le politiche di Matteo Salvini, i porti chiusi e tutto il resto? In realtà la cosa ha un senso e non sarà un caso se nel dicembre del 2016, quando il governo gialloblu era di là da venire, La Verità già parlava dei corridoi umanitari come possibile soluzione legale al caos migratorio. Ma andiamo con calma e cominciamo col dire che i primi a non essere stupiti delle parole di Conte sono proprio i diretti interessati. «Il consenso del premier non ci ha sorpreso», ci spiega Paolo Naso, coordinatore del progetto Mediterranean Hope, un coordinamento per i corridoi umanitari legato Federazione delle chiese evangeliche in Italia. «Il progetto», afferma, «aveva già ricevuto l'endorsement di altre personalità del governo, seppur non di questo livello. Ma direi che lo stesso ministro dell'Interno ha sempre detto di voler garantire coloro che arrivano legalmente e che sono titolari di protezione internazionale. Non mi stupisce, quindi, che il nostro progetto riscuota ampio consenso». L'idea, peraltro, non è restata solo sulla carta: «Non è solo un progetto ma, citando un noto spot, è una solida realtà», afferma Naso, che aggiunge: «Nel 2015 abbiamo aperto un primo protocollo, garantendo un corridoio per mille persone. Nel 2017 il protocollo è stato rinnovato e ne hanno giovato altre mille persone». Ma come funziona, tecnicamente, il corridoio umanitario? Spiega ancora il coordinatore di Mediterranean Hope: «Operiamo in stretto rapporto con organizzazioni locali. Sono loro che ci mettono in contatto con i casi problematici. La parola d'ordine è vulnerabilità. Penso a donne sole, a donne con bambini, a persone malate, tali da non poter essere curate in patria (se invece c'è questa possibilità li inseriamo in un altro progetto, Medical Hope, per garantire l'accesso alle cure sui luoghi di intervento). Oppure di persone che scappano dalla guerra, per le quali l'espressione “aiutiamoli a casa loro" non ha senso». Insomma, si tratta di accogliere in modo legale e sicuro chi ne ha veramente bisogno e diritto, evitando barchette e barconi di fortuna, tratte schiavistiche, Ong senza scrupoli e arrivi di clandestini vari. Tutti d'accordo, quindi? Non proprio, perché qui, ovviamente, Naso non ci segue: «Non sono d'accordo nel mettere i corridoi umanitari contro l'operato delle Ong, che sono uno strumento che non va demonizzato. O meglio, gli uni potrebbero essere alternativi alle altre se i numeri fossero altri. Se con i corridoi umanitari arrivassero 50.000 persone potrebbero essere una soluzione efficace e razionale. Ma si tratta di un'alternativa realistica da una certa massa critica in su». Qui, ovviamente, siamo noi che non possiamo seguire questa logica. Al contrario, sono i corridoi umanitari che funzionano solo se il numero di persone in ingresso è estremamente limitato, a margine di un intervento globale per stoppare i flussi, fermare l'intera filiera della tratta, anche a terra, smantellare le reti di scafisti e trafficanti, puntare all'obbiettivo ideale degli arrivi illegali a quota zero. A quel punto, ma solo a quel punto, si può pensare di dare aiuto a quell'esigua minoranza di migranti che ne ha davvero bisogno e che rispetta i parametri per accedere allo status di rifugiato. Senza avventurarsi, peraltro, in meccanismi di ingegneria sociale che già altrove hanno fallito, come lo ius soli o la cittadinanza facile, dato che chi scappa dalla guerra o dalla persecuzione deve avere la possibilità di tornare a casa una volta finita l'emergenza, come per esempio possono fare ora i siriani fuggire a suo tempo dall'Isis. In caso contrario, l'intervento non è umanitario, bensì ideologico. Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-i-libici-sono-killer-al-soldo-dellitalia-ma-salvini-la-smentisce-2587624003.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="langelo-dei-profughi-che-incita-gli-attivisti-a-violare-le-nostre-leggi" data-post-id="2587624003" data-published-at="1772077065" data-use-pagination="False"> «L’angelo dei profughi» che incita gli attivisti a violare le nostre leggi A tutti i capitani delle navi ferme in mare.... Sbarcate! Decidetelo voi!». Segue l'emoticon di un megafono. Di seguito Nawal Soufi cita una frase di Erich Fromm: «L'atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l'inizio della ragione». Nawal, che si definisce «attivista per i diritti umani e collaboratrice indipendente durante la fase di soccorso dei migranti», scrive questo messaggio, sul suo profilo Facebook, il 26 giugno scorso, alle 3.34 di notte. L'illogico e illegale invito a forzare, da parte delle navi delle Ong che trasportano migranti, l'ingresso nei porti italiani lascia di stucco. Nawal, arrivata bambina a Catania dal Marocco con la sua famiglia ventinove anni fa, è un'italomarocchina che, nel 2016, a Firenze, agli archivi storici dell'Unione europea di Villa Salviati, aveva ricevuto il «Premio cittadino europeo 2016». Ma, da europea premiata, oggi odia l'Europa che si confronta, pur aspramente, su sbarchi, accoglienza, integrazione e respingimenti. La motivazione di quel riconoscimento fu: «Ha salvato 20.000 migranti». Con l'inizio degli approdi massicci in Sicilia, Nawal diventa un punto di riferimento per i migranti in balìa degli scafisti e delle onde. La chiamavano sul cellulare dai barconi in difficoltà e lei comunicava le loro coordinate alla guardia costiera italiana. Anche il suo re, Muhammad VI, l'ha incontrata a Rabat come paladina dei diritti umani; è stata premiata dagli Emirati arabi come «Arab hope maker» (creatrice della speranza araba) per aver salvato la vita a 200.000 migranti. «Lo sceicco l'ha premiata perché è una delle fautrici dell'islamizzazione in Europa», è stato uno dei commenti al video ufficiale del governo di Dubai; un altro ricordava le sue dure proteste contro la polizia italiana durante il controllo sui migranti effettuate alla stazione centrale di Milano, nel maggio dello scorso anno. Nel 2015 Nawal (il suo sito è nawalsoufi.com) aveva ricevuto una menzione speciale al Premio volontariato internazionale della Focsiv, la federazione delle Ong cattoliche. Un giornalista di Vita, Daniele Biella, nello stesso anno, l'aveva definita L'Angelo dei profughi in un libro delle edizioni Paoline (prefazione del cardinale Francesco Montenegro). È stata ascoltata alla Commissione per i diritti delle donne e l'uguaglianza di genere del Parlamento europeo. Eppure, adesso che l'Italia sta provando a ottenere una normale redistribuzione dei migranti nell'Europa dei 28, Nawal si è arrabbiata e incita i capitani delle navi delle Ong a violare i porti. Al pari di altre sue amiche di social, come Nefissa Labidi, convinta antisraeliana il cui hashtag preferito è #irrompete-nei-porti e che sul premier Conte scrive: «Quando sei senza palle, sorridi e menti anche contro ogni evidenza. Tanto i tuoi coglioni ti applaudiranno sempre! Vero Salvini? Il gran maestro della menzogna e dell'infamia!». Su Facebook Nawal aveva già lasciato sette emoticon «cacchetta» a commento di un manifesto elettorale della pentastellata Roberta Lombardi che voleva «più turismo e meno migranti», candidata alla Regione Lazio contro il piddino Nicola Zingaretti. Ma il suo bersaglio preferito è il vicepremier Matteo Salvini. «Io nomade, io marocchina, io siciliana, io anarchica, io antifascista, io contro Salvini!» è uno dei suoi autoritratti dall'ego marcato. E quando Matteo Salvini, con l'appoggio di Danilo Toninelli dei 5 stelle, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti del governo Conte, ha iniziato a rallentare l'azione delle navi delle Ong e a impedirne l'ingresso nei porti italiani, Nawal è andata fuori di sé, mostrando immotivate paure. Forse, la sua fragilità. Il 19 giugno, alla 15.40, si è ritratta in riva al mare: seduta sotto un albero, ha dichiarato di essere in guerra come una partigiana: «Se un giorno verranno a prendermi sappiate che non ho mai fatto del bene. Ho solo fatto il mio dovere da essere umano. Sembrano post provocatori, ma non lo sono. Siamo dentro una realtà pesantissima e io, da migrante, sento per la prima volta di essere una partigiana nel 2018 e quando senti di essere un partigiano vuol dire che sei in guerra». Parole forti, ma i timori di Nawal sono inutili. Nel 2017, su di lei, il procuratore generale di Catania, Carmelo Zuccaro, dichiarò al Giornale: «Al momento escludiamo che ci sia un interesse economico nel fatto che indichi ai trafficanti i numeri da chiamare per far venire a prendere le navi cariche di migranti. È una questione ideologica». Nawal venne descritta da Zuccaro solo come una pasionaria dei migranti. Perché, tuttavia, Zuccaro parlò di «interesse economico»? Perché Nawal pubblica online il suo iban e il numero della sua carta postepay, dove ricevere donazioni per aiutare i migranti. Sono donazioni fatte alla persona fisica di Nawal: chi ricarica quei conti si fida di lei. Nawal appare, nonostante i molti riconoscimenti, la stampa amica, le fotografie accanto a europarlamentari come Silvia Costa o Cécile Kyenge, un personaggio contraddittorio. C'è anche chi l'ha accusata di essere complice degli scafisti: un trafficante di migranti, alla trasmissione televisiva Piazza pulita, dichiarò a un cronista che fingeva di voler trasbordare la sua famiglia dall'Africa in Italia pagando 3.000 dollari: «Tranquillo», spiegò il trafficante, «lo scafista ha una bussola, un gps e il telefono satellitare. Ha anche il numero della signora Nawal, che lavora per una Ong italiana. La contatta dalla barca e le fornisce le coordinate, così lei avvisa la guardia costiera». Il cronista chiese: «La donna conosce lo scafista? «Sì», rispose il trafficante, «quando lei riceve una chiamata dal satellitare contatta quelli di Medici senza frontiere, che prendono le coordinate e vanno verso il barcone». Nawal è una donna appassionata e ingenua, sfruttata dalla malavita per il suo amore verso i migranti? In tv, lei si difese: «Non ho mai ricevuto una chiamata da una persona che mi dice: pronto, sono uno scafista e ti sto dando le coordinate». Ma ogni emergenza è una situazione confusa, che può mescolare i ruoli dei buoni e dei cattivi, soprattutto se si crede nelle «verità» a senso unico. Qualche tempo fa La Verità provò a contattarla. Una fonte sosteneva che alcuni bambini e adolescenti migranti, maschi, poco dopo lo sbarco, venivano fatti prostituire alla stazione di Catania. La fonte fece il nome di Nawal e di un'altra ragazza siciliana, sua amica: «Loro conoscono questi fatti», disse. Allora Nawal non volle parlare con noi. Lei, il cui hashtag del momento contro il governo Conte è #corridoi-umanitari-per-milioni-di-persone-unica-soluzione, quella volta discriminò chi le voleva solo parlare per provare a denunciare la prostituzione coatta di quei bambini abusati sessualmente e sfruttati, per soldi, nella stazione della sua città. Paolo Giovannelli
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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