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2022-07-11
L’ombra del riciclaggio dietro gli aiuti all’Ucraina
Ansa
Armi e soldi. La resistenza ucraina all’invasione russa non ammette altre possibilità: armi per contenere l’avanzata delle truppe di Putin e soldi per affrontare i costi di un conflitto che va avanti da oltre quattro mesi. Appena qualche giorno fa, il Parlamento europeo ha approvato la prima tranche di un pacchetto di assistenza eccezionale da 9 miliardi di euro, già annunciato lo scorso maggio dalla Commissione. In parallelo, il Dipartimento di Stato americano ha deliberato l’invio di 1,3 miliardi di dollari di aiuti economici in direzione Kiev. Si tratta dei primi trasferimenti di un pacchetto più consistente, da oltre 7,5 miliardi di dollari, approvato dal Congresso lo scorso maggio.
Sull’enorme flusso di denaro inviato a Kiev, avrebbero messo gli occhi alcune organizzazioni criminali informatiche, le cui attività non si sarebbero fermate neanche di fronte alle bombe. Anzi, avrebbero sfruttato l’occasione per perfezionare le tecniche con l’obiettivo di sottrarre denaro e criptovalute o riciclare proventi illeciti. L’ombra del malaffare emerge da una nota inviata ai vertici del Segretariato Generale del Consiglio dell’Unione europea lo scorso 27 maggio, firmata da Martine Deprez, membro del Segretariato Generale della Commissione europea. Nei paragrafi dedicati al crimine organizzato e al terrorismo, che La Verità ha potuto visionare, si legge: «Ci sono prove di false raccolte fondi in favore dell’Ucraina, organizzate da cyber criminali con il solo scopo di sottrarre denaro e criptovalute». Negli ultimi mesi, il Gruppo di analisi del rischio di Google ha evidenziato un numero crescente di soggetti che «sfrutta la guerra per mettere in atto truffe informatiche». E anche i ricercatori della compagnia Cyren rilevano un aumento di cripto truffatori che approfittano della guerra per mettere in piedi «falsi siti internet cui inviare denaro a sostegno dell’Ucraina». Tra i diversi canali su cui corrono donazioni e aiuti umanitari, ce n’è uno che avrebbe attirato l’attenzione di alcuni esperti di antiriciclaggio: si chiama MetaHistory Nft, è un museo digitale creato dal ministero della Trasformazione Digitale ucraino con l’obiettivo di «commemorare la storia degli eventi e preservare la verità».
Nella galleria digitale, sono esposte alcune delle immagini più rappresentative di questi 138 giorni di guerra: c’è la protesta in diretta tv della giornalista Marina Ovsyannikova contro la propaganda del Cremlino, l’esodo di migliaia di ucraini in fuga dalla città di Irpin presa di mira dalle bombe, l’elicottero russo Ka-52 «Alligator» abbattuto nella regione di Kherson. La particolarità di queste opere d’arte è che si tratta di Nft, i Non Fungible Token di cui ormai tutti vanno pazzi: oggetti anche digitali cui viene abbinato un token, cioè una sorta di numero di serie, che li rende unici. E spesso molto costosi: basti pensare all’opera Everydays: the First 5000 Days, di Beeple, venduta a circa 70 milioni di dollari.
Abbinare un numero di serie a un’opera d’arte significa cristallizzare un insieme di informazioni: le caratteristiche e le dimensioni dell’immagine, per esempio. Inoltre, un token è garanzia di originalità, l’assicurazione che l’opera sia esattamente quella realizzata dall’autore e non una delle tante potenzialmente riproducibili attraverso il web. Per acquistare Nft, l’unica moneta consentita nel museo della guerra è quella digitale: si paga solo in criptovalute. E qui sorgerebbero alcuni problemi, secondo il professor Giuseppe Miceli, fondatore dell’Osservatorio Antiriciclaggio per l’arte, che anche di Nft ha parlato lo scorso venerdì in Commissione Parlamentare antimafia. «Le organizzazioni criminali potrebbero sfruttare in maniera illecita l’impianto messo in piedi con il fine nobile di sostenere l’Ucraina», racconta alla Verità. «Il primo rischio riguarda il riciclaggio di denaro: le criptovalute utilizzate per acquistare Nft, per esempio, da dove provengono? Potrebbero essere frutto di una rapina e nessuno se ne accorgerebbe». Il meccanismo alla base della compravendita di Nft è concepito per mantenere l’anonimato di acquirenti e venditori: per aprire un account, a cui agganciare un portafoglio informatico, basta uno pseudonimo, senza mai inserire i propri dati personali. Le transazioni sono tracciabili e visibili a tutti i membri della blockchain, ma risalire alle identità reali è un esercizio pressoché impossibile, se non attraverso l’uso di meccanismi complessi, come spiegano gli investigatori specializzati in indagini digitali.
Alcune aste per raccogliere fondi si rivelerebbero così strumenti fittizi, perfetti per ripulire denaro sporco. È il caso delle compravendite realizzate da uno stesso soggetto, che svolge sia il ruolo di acquirente che quello di venditore. Bastano due profili, con due portafogli collegati, apparentemente diversi, ma che in realtà schermano l’identità di una sola persona: il primo colloca Nft, il secondo li acquista pagandoli in criptovalute. Una volta incassate, le monete digitali si possono convertire in denaro avente corso legale, quindi spendibile, e il riciclaggio è realizzato. «Un rischio ulteriore - spiega ancora il professor Miceli - è il finanziamento di altre attività illecite: verificare che il ricavato finisca davvero in beneficenza è molto difficile, se non accertando che le criptovalute con cui vengono acquistati Nft siano effettivamente cambiate in euro o in dollari. Tuttavia, nessuno ha mai parlato di questo: il 100% dei trasferimenti finirà pure al ministero della Trasformazione digitale, ma finché si parla di criptovalute non c’è modo di controllare».
Lo scorso 30 giugno, la presidenza del Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sull’approvazione del Mica, il Regolamento per proteggere la stabilità finanziaria di chi opera nel mondo delle criptovalute, presentato dalla Commissione nel settembre del 2020. Per ora, gli Nft sono esclusi dall’ambito di applicazione del testo, a meno che non «rientrino in categorie di criptovalute esistenti». Come si legge nel comunicato diffuso alla stampa, «spetterà alla Commissione europea valutare una proposta legislativa specifica per creare un regime ad hoc e affrontare i rischi di questo nuovo mercato». Sempre che, nel frattempo, i buoi non siano già scappati.
«Normative vaghe consentono di usare in maniera illecita questa tecnologia»
Dall’arte alla moda, dalla cucina allo sport: tutti pazzi per gli Nft. Antonio Gigliotti, fondatore e direttore del centro studi Fiscal Focus, a cosa si deve questo enorme interesse?
«In parte, all’estrema fiducia nell’innovazione tecnologica e alla promozione, a volte un po’ ingenua, che ne hanno fatto vari influencer in diversi settori. A ciò si aggiunge una difficile comprensione dei rischi legati alla volatilità estrema di questi strumenti, per i quali non è stata ancora individuata una regolamentazione».
Ciò rappresenta un problema per le autorità dei vari Paesi. Come ci si orienta senza un quadro normativo di riferimento?
«In questo momento, le autorità sono ancora nella fase di studio e di comprensione del fenomeno: le criticità sono ancora moltissime».
Per esempio, quali?
«Innanzitutto, la scarsa disponibilità di informazioni sulle modalità di determinazione dei prezzi; e poi, la volatilità delle quotazioni, la complessità delle tecnologie utilizzate e l’assenza di tutele legali e contrattuali per gli operatori. Al di là delle raccomandazioni elaborate finora, la Commissione europea sta ultimando il Regolamento per le cripto-attività (Mica)».
Che benefici ci sarebbero?
«L’entrata in vigore di un Regolamento comunitario porterà a norme condivise, in modo da ridurre la frammentazione legislativa all’interno del mercato unico. Unica pecca: il Regolamento non riguarda gli Nft, per i quali si richiede una legislazione ad hoc».
La dematerializzazione rende difficile normare e tassare piattaforme e beni digitali?
«Per prima cosa, sarebbe opportuno che le autorità dessero una definizione comune di crypto-assets, che ancora non esiste. Per quanto riguarda gli Nft, le difficoltà connesse alla localizzazione geografica dei marketplace sono evidenti. Tuttavia, in tema di tassazione diretta, ci si rifà al Modello di Convenzione Ocse, secondo il quale i redditi generati da una determinata attività sono imponibili nello Stato in cui il percettore è residente».
In Italia qual è la situazione?
«In tema di monitoraggio fiscale, in Italia si rende necessario un altro intervento da parte dell’Agenzia delle Entrate, che già si era pronunciata nel 2018 con un interpello relativo alla detenzione di valute virtuali, a cui però non sono assimilabili gli NFT. In un secondo interpello del 2020, è stato ribadito che non esiste attualmente una chiara e univoca legislazione in materia di token, che consenta di dare una chiara qualificazione dello strumento ai fini fiscali. Insomma, per quel che riguarda gli aspetti fiscali, siamo viandanti su un mare di nebbia».
Ci sono dei rischi per chi svolge il ruolo del fiscalista?
«La tecnologia è neutra, mentre l’uso che se ne può fare non lo è affatto. Come professionisti, siamo tenuti per obbligo di legge alla segnalazione di operazione sospetta. La mancanza di regolamentazione, la natura immateriale dello strumento e la predisposizione prettamente speculativa rendono gli Nft appetibili per chi intende portare avanti operazioni illecite. Per esempio, potrebbero essere utilizzati per l’occultamento totale o parziale di proventi in nero, per operazioni di esterovestizione o per evitare di assoggettarsi all’imposizione diretta di redditi di natura finanziaria».
Una delle pratiche più diffuse è il wash trading, cioè la vendita di un Nft attraverso due portafogli controllati dalla stessa persona, in modo da aumentare il prezzo del bene. Il meccanismo, all’apparenza non complesso per chi sa muoversi in questo mondo, garantisce profitti enormi, ma anche speculazione alle stelle. Come mai risulta essere così semplice?
«Il meccanismo è molto semplice perché sui marketplace in cui è possibile vendere ed acquistare Nft ci si può registrare con delle credenziali fittizie. Mi lasci precisare che questa pratica non è soltanto riconducibile ad attività speculative: spesso si interseca con operazioni di riciclaggio ed autoriciclaggio di proventi illeciti. Per questo motivo, è importante che il legislatore intervenga al più presto».
A proposito di riciclaggio, Reuters ha recentemente ricostruito il meccanismo che avrebbe consentito alla criminalità organizzata di riciclare 2,3 miliardi di dollari sul principale exchange di criptovalute, Binance.
«È risaputo che nel dark web la criminalità organizzata sia avvezza a farsi pagare in criptovalute. Tuttavia, solo poche criptovalute consentono l’anonimato assoluto. Una tra tutte è Monero, che in Italia si dice sia particolarmente attenzionata dalla DIA. In tutti gli altri casi, esistono strumenti che consentono una complessa e non sempre efficace operazione di ricostruzione a ritroso del percorso di ogni singola transazione. La nebulosità della normativa internazionale sui crypto assets e le opere d’arte digitali, dovuta alla difficile comprensione del fenomeno, consente a chi vuole servirsi in maniera illecita di queste tecnologie di poterlo tranquillamente fare. Per questo, da un punto di vista legislativo, non possiamo permetterci ulteriore ritardo».
«Fenomeno difficile da tracciare»
«Stiamo conducendo campagne di monitoraggio per conoscere un fenomeno recentissimo e ancora largamente inesplorato», spiega il tenente colonnello Adolfo Rufa, comandante del 1° gruppo del Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche della guardia di finanza, reparto specializzato nelle investigazioni digitali forensi.
Per quale motivo il settore dell’arte è particolarmente permeabile ai tentativi di truffa attraverso gli Nft?
«Il mercato dell’arte ha una caratteristica particolare: il valore intrinseco dell’opera è puramente soggettivo. Non esiste un parametro oggettivo, come per esempio accade con l’oro. L’opera d’arte può essere pertanto soggetta a valutazioni, anche esagerate, dietro cui si possono nascondere operazioni di riciclaggio».
Come ci si muove in un mondo che ancora non si conosce e che cambia molto in fretta?
«Siamo di fronte a un fenomeno nuovo: il primo atto normativo che cerca di inquadrare i crypto asset in maniera globale è del 30 maggio scorso: attraverso il Regolamento Dlt, si stabiliscono delle norme di comportamento per i gestori delle piattaforme che impiegano tecnologie blockchain. Anche a livello nazionale, le vere norme attuative sono state varate solo lo scorso febbraio, con il decreto del Mef che istituisce il registro degli operatori valute virtuali. L’evoluzione tecnologica viaggia a ritmi fantastici mentre la produzione normativa ha un processo più lento, che prevede vari passaggi e dei tempi spesso non armonici».
Si rischia di produrre norme che nascono già vecchie?
«C’è bisogno di uno sforzo notevole per cercare di stare dietro alle innovazioni tecnologiche, che sono praticamente quotidiane».
Ritiene che in Italia ci siano le competenze per farlo?
«Le competenze ci sono. C’è anche la presa di coscienza del fenomeno, a tutti i livelli: politico, amministrativo, investigativo. Il problema è la velocità del mondo cyber, serve uno sforzo di tutte le entità per evitare che delle opportunità - come gli Nft, la blockchain e le criptovalute - escano fuori dai binari della legalità. Notoriamente, uno dei settori più normati è quello della finanza: abbiamo una marea di leggi che regolamentano il credito e il debito. Chi svolge le stesse funzioni nel mondo digitale dovrebbe rientrare all’interno dello stesso quadro. Eppure, ricondurre il mondo della finanza digitale al sistema normativo della finanza reale implica delle sfide tecniche e tecnologiche non banali».
Su quali binari si muove il vostro monitoraggio sulla cripto-arte?
«A livello generale, stiamo tracciando il mercato delle opere digitali per capire se ci sono delle impennate nelle valutazioni. Ci sono opere che vengono proposte sul mercato a prezzi ragionevoli, ma nel passaggio da un collezionista a un altro raggiungono costi esorbitanti, e quindi sospetti».
Come si fa il tracciamento?
«Bisogna rincorrere i flussi finanziari, analizzando i movimenti tra i portafogli informatici che lavorano all’interno delle varie blockchain, trasparenti e tracciabili».
Il problema è che i wallet sono anonimi: come ricondurli a una entità fisica o giuridica?
«L’anonimato è il grande vantaggio per gli utenti, e il grande svantaggio per chi fa indagini. Noi scontiamo anche l’internazionalizzazione dei fenomeni criminali, facilitata in maniera incredibile da Internet. Se prima il riciclatore italiano aveva dei percorsi obbligati - per esempio, la costituzione di scatole cinesi in un paradiso fiscale - ora il paradiso fiscale non ha confini. La buona notizia è che ci sono dei bacini di informazione, ai quali attingere a determinate condizioni, per fare analisi sui flussi finanziari e individuare delle identità sulle quali concentrarsi».
I riciclatori si possono scovare, quindi?
«Immaginiamo un’opera Nft, che viene comprata da un portafoglio informatico a 100 euro e rivenduta a un altro a 10 milioni di euro. In casi come questo, i software di analisi accendono una spia sul flusso finanziario, che diventa più intensa se l’operazione viene ripetuta. Quando l’allarme cresce, questi programmi vanno alla ricerca di pezzi di informazione - sui social o sul dark web - da ricondurre a quei wallet, in modo da individuare persone fisiche o giuridiche».
C’è chi sostiene che il sistema degli Nft sia una specie di maxi-schema Ponzi. Cosa pensa al riguardo?
«Lo schema Ponzi funziona finché viene alimentato da nuovi investitori, che portano capitali alla piramide in modo da remunerare a cascata anche i livelli più bassi della catena. Quando il flusso si interrompe, chi non ha preso i soldi resta a mani vuote. In tema di Nft, questi salti di prezzo potrebbero nascondere fenomeni di riciclaggio o uno schema Ponzi “adattato”: qualcuno potrebbe invogliare gli investitori ad alimentare il mercato fintanto che c’è flusso finanziario, per poi scappare con i soldi. Insomma, il rischio esiste. Tuttavia, credo che gli Nft siano un’innovazione tecnologica dalle tante implicazioni. Uno strumento che certifica l’origine e i passaggi successivi di un prodotto non può essere ridotto a un mero schema Ponzi, sarebbe ingeneroso».
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Dell’enorme flusso di denaro inviato a Kiev hanno approfittato gruppi di criminali informatici che hanno sottratto denaro e criptovalute o rimesso in circolazione proventi illeciti. L’hanno fatto attraverso falsi fondi per il popolo colpito. E usando le nuove opere d’arte digitali: gli Nft.Il direttore del centro studi Fiscal Focus, Antonio Gigliotti: «Le autorità stanno ancora cercando di studiare e capire come meglio muoversi».L’ufficiale della Gdf Adolfo Rufa: «L’anonimato è vantaggioso per gli utenti e un ostacolo per chi svolge le indagini. Scontiamo anche l’internazionalizzazione delle attività fuorilegge».Lo speciale contiene tre articoli.Armi e soldi. La resistenza ucraina all’invasione russa non ammette altre possibilità: armi per contenere l’avanzata delle truppe di Putin e soldi per affrontare i costi di un conflitto che va avanti da oltre quattro mesi. Appena qualche giorno fa, il Parlamento europeo ha approvato la prima tranche di un pacchetto di assistenza eccezionale da 9 miliardi di euro, già annunciato lo scorso maggio dalla Commissione. In parallelo, il Dipartimento di Stato americano ha deliberato l’invio di 1,3 miliardi di dollari di aiuti economici in direzione Kiev. Si tratta dei primi trasferimenti di un pacchetto più consistente, da oltre 7,5 miliardi di dollari, approvato dal Congresso lo scorso maggio. Sull’enorme flusso di denaro inviato a Kiev, avrebbero messo gli occhi alcune organizzazioni criminali informatiche, le cui attività non si sarebbero fermate neanche di fronte alle bombe. Anzi, avrebbero sfruttato l’occasione per perfezionare le tecniche con l’obiettivo di sottrarre denaro e criptovalute o riciclare proventi illeciti. L’ombra del malaffare emerge da una nota inviata ai vertici del Segretariato Generale del Consiglio dell’Unione europea lo scorso 27 maggio, firmata da Martine Deprez, membro del Segretariato Generale della Commissione europea. Nei paragrafi dedicati al crimine organizzato e al terrorismo, che La Verità ha potuto visionare, si legge: «Ci sono prove di false raccolte fondi in favore dell’Ucraina, organizzate da cyber criminali con il solo scopo di sottrarre denaro e criptovalute». Negli ultimi mesi, il Gruppo di analisi del rischio di Google ha evidenziato un numero crescente di soggetti che «sfrutta la guerra per mettere in atto truffe informatiche». E anche i ricercatori della compagnia Cyren rilevano un aumento di cripto truffatori che approfittano della guerra per mettere in piedi «falsi siti internet cui inviare denaro a sostegno dell’Ucraina». Tra i diversi canali su cui corrono donazioni e aiuti umanitari, ce n’è uno che avrebbe attirato l’attenzione di alcuni esperti di antiriciclaggio: si chiama MetaHistory Nft, è un museo digitale creato dal ministero della Trasformazione Digitale ucraino con l’obiettivo di «commemorare la storia degli eventi e preservare la verità». Nella galleria digitale, sono esposte alcune delle immagini più rappresentative di questi 138 giorni di guerra: c’è la protesta in diretta tv della giornalista Marina Ovsyannikova contro la propaganda del Cremlino, l’esodo di migliaia di ucraini in fuga dalla città di Irpin presa di mira dalle bombe, l’elicottero russo Ka-52 «Alligator» abbattuto nella regione di Kherson. La particolarità di queste opere d’arte è che si tratta di Nft, i Non Fungible Token di cui ormai tutti vanno pazzi: oggetti anche digitali cui viene abbinato un token, cioè una sorta di numero di serie, che li rende unici. E spesso molto costosi: basti pensare all’opera Everydays: the First 5000 Days, di Beeple, venduta a circa 70 milioni di dollari. Abbinare un numero di serie a un’opera d’arte significa cristallizzare un insieme di informazioni: le caratteristiche e le dimensioni dell’immagine, per esempio. Inoltre, un token è garanzia di originalità, l’assicurazione che l’opera sia esattamente quella realizzata dall’autore e non una delle tante potenzialmente riproducibili attraverso il web. Per acquistare Nft, l’unica moneta consentita nel museo della guerra è quella digitale: si paga solo in criptovalute. E qui sorgerebbero alcuni problemi, secondo il professor Giuseppe Miceli, fondatore dell’Osservatorio Antiriciclaggio per l’arte, che anche di Nft ha parlato lo scorso venerdì in Commissione Parlamentare antimafia. «Le organizzazioni criminali potrebbero sfruttare in maniera illecita l’impianto messo in piedi con il fine nobile di sostenere l’Ucraina», racconta alla Verità. «Il primo rischio riguarda il riciclaggio di denaro: le criptovalute utilizzate per acquistare Nft, per esempio, da dove provengono? Potrebbero essere frutto di una rapina e nessuno se ne accorgerebbe». Il meccanismo alla base della compravendita di Nft è concepito per mantenere l’anonimato di acquirenti e venditori: per aprire un account, a cui agganciare un portafoglio informatico, basta uno pseudonimo, senza mai inserire i propri dati personali. Le transazioni sono tracciabili e visibili a tutti i membri della blockchain, ma risalire alle identità reali è un esercizio pressoché impossibile, se non attraverso l’uso di meccanismi complessi, come spiegano gli investigatori specializzati in indagini digitali. Alcune aste per raccogliere fondi si rivelerebbero così strumenti fittizi, perfetti per ripulire denaro sporco. È il caso delle compravendite realizzate da uno stesso soggetto, che svolge sia il ruolo di acquirente che quello di venditore. Bastano due profili, con due portafogli collegati, apparentemente diversi, ma che in realtà schermano l’identità di una sola persona: il primo colloca Nft, il secondo li acquista pagandoli in criptovalute. Una volta incassate, le monete digitali si possono convertire in denaro avente corso legale, quindi spendibile, e il riciclaggio è realizzato. «Un rischio ulteriore - spiega ancora il professor Miceli - è il finanziamento di altre attività illecite: verificare che il ricavato finisca davvero in beneficenza è molto difficile, se non accertando che le criptovalute con cui vengono acquistati Nft siano effettivamente cambiate in euro o in dollari. Tuttavia, nessuno ha mai parlato di questo: il 100% dei trasferimenti finirà pure al ministero della Trasformazione digitale, ma finché si parla di criptovalute non c’è modo di controllare». Lo scorso 30 giugno, la presidenza del Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sull’approvazione del Mica, il Regolamento per proteggere la stabilità finanziaria di chi opera nel mondo delle criptovalute, presentato dalla Commissione nel settembre del 2020. Per ora, gli Nft sono esclusi dall’ambito di applicazione del testo, a meno che non «rientrino in categorie di criptovalute esistenti». Come si legge nel comunicato diffuso alla stampa, «spetterà alla Commissione europea valutare una proposta legislativa specifica per creare un regime ad hoc e affrontare i rischi di questo nuovo mercato». Sempre che, nel frattempo, i buoi non siano già scappati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ombra-riciclaggio-aiuti-ucraina-2657641443.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="normative-vaghe-consentono-di-usare-in-maniera-illecita-questa-tecnologia" data-post-id="2657641443" data-published-at="1657465700" data-use-pagination="False"> «Normative vaghe consentono di usare in maniera illecita questa tecnologia» Dall’arte alla moda, dalla cucina allo sport: tutti pazzi per gli Nft. 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Al di là delle raccomandazioni elaborate finora, la Commissione europea sta ultimando il Regolamento per le cripto-attività (Mica)». Che benefici ci sarebbero? «L’entrata in vigore di un Regolamento comunitario porterà a norme condivise, in modo da ridurre la frammentazione legislativa all’interno del mercato unico. Unica pecca: il Regolamento non riguarda gli Nft, per i quali si richiede una legislazione ad hoc». La dematerializzazione rende difficile normare e tassare piattaforme e beni digitali? «Per prima cosa, sarebbe opportuno che le autorità dessero una definizione comune di crypto-assets, che ancora non esiste. Per quanto riguarda gli Nft, le difficoltà connesse alla localizzazione geografica dei marketplace sono evidenti. Tuttavia, in tema di tassazione diretta, ci si rifà al Modello di Convenzione Ocse, secondo il quale i redditi generati da una determinata attività sono imponibili nello Stato in cui il percettore è residente». In Italia qual è la situazione? «In tema di monitoraggio fiscale, in Italia si rende necessario un altro intervento da parte dell’Agenzia delle Entrate, che già si era pronunciata nel 2018 con un interpello relativo alla detenzione di valute virtuali, a cui però non sono assimilabili gli NFT. In un secondo interpello del 2020, è stato ribadito che non esiste attualmente una chiara e univoca legislazione in materia di token, che consenta di dare una chiara qualificazione dello strumento ai fini fiscali. Insomma, per quel che riguarda gli aspetti fiscali, siamo viandanti su un mare di nebbia». Ci sono dei rischi per chi svolge il ruolo del fiscalista? «La tecnologia è neutra, mentre l’uso che se ne può fare non lo è affatto. Come professionisti, siamo tenuti per obbligo di legge alla segnalazione di operazione sospetta. La mancanza di regolamentazione, la natura immateriale dello strumento e la predisposizione prettamente speculativa rendono gli Nft appetibili per chi intende portare avanti operazioni illecite. Per esempio, potrebbero essere utilizzati per l’occultamento totale o parziale di proventi in nero, per operazioni di esterovestizione o per evitare di assoggettarsi all’imposizione diretta di redditi di natura finanziaria». Una delle pratiche più diffuse è il wash trading, cioè la vendita di un Nft attraverso due portafogli controllati dalla stessa persona, in modo da aumentare il prezzo del bene. Il meccanismo, all’apparenza non complesso per chi sa muoversi in questo mondo, garantisce profitti enormi, ma anche speculazione alle stelle. Come mai risulta essere così semplice? «Il meccanismo è molto semplice perché sui marketplace in cui è possibile vendere ed acquistare Nft ci si può registrare con delle credenziali fittizie. Mi lasci precisare che questa pratica non è soltanto riconducibile ad attività speculative: spesso si interseca con operazioni di riciclaggio ed autoriciclaggio di proventi illeciti. Per questo motivo, è importante che il legislatore intervenga al più presto». A proposito di riciclaggio, Reuters ha recentemente ricostruito il meccanismo che avrebbe consentito alla criminalità organizzata di riciclare 2,3 miliardi di dollari sul principale exchange di criptovalute, Binance. «È risaputo che nel dark web la criminalità organizzata sia avvezza a farsi pagare in criptovalute. Tuttavia, solo poche criptovalute consentono l’anonimato assoluto. Una tra tutte è Monero, che in Italia si dice sia particolarmente attenzionata dalla DIA. In tutti gli altri casi, esistono strumenti che consentono una complessa e non sempre efficace operazione di ricostruzione a ritroso del percorso di ogni singola transazione. 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Per quale motivo il settore dell’arte è particolarmente permeabile ai tentativi di truffa attraverso gli Nft? «Il mercato dell’arte ha una caratteristica particolare: il valore intrinseco dell’opera è puramente soggettivo. Non esiste un parametro oggettivo, come per esempio accade con l’oro. L’opera d’arte può essere pertanto soggetta a valutazioni, anche esagerate, dietro cui si possono nascondere operazioni di riciclaggio». Come ci si muove in un mondo che ancora non si conosce e che cambia molto in fretta? «Siamo di fronte a un fenomeno nuovo: il primo atto normativo che cerca di inquadrare i crypto asset in maniera globale è del 30 maggio scorso: attraverso il Regolamento Dlt, si stabiliscono delle norme di comportamento per i gestori delle piattaforme che impiegano tecnologie blockchain. Anche a livello nazionale, le vere norme attuative sono state varate solo lo scorso febbraio, con il decreto del Mef che istituisce il registro degli operatori valute virtuali. L’evoluzione tecnologica viaggia a ritmi fantastici mentre la produzione normativa ha un processo più lento, che prevede vari passaggi e dei tempi spesso non armonici». Si rischia di produrre norme che nascono già vecchie? «C’è bisogno di uno sforzo notevole per cercare di stare dietro alle innovazioni tecnologiche, che sono praticamente quotidiane». Ritiene che in Italia ci siano le competenze per farlo? «Le competenze ci sono. C’è anche la presa di coscienza del fenomeno, a tutti i livelli: politico, amministrativo, investigativo. Il problema è la velocità del mondo cyber, serve uno sforzo di tutte le entità per evitare che delle opportunità - come gli Nft, la blockchain e le criptovalute - escano fuori dai binari della legalità. Notoriamente, uno dei settori più normati è quello della finanza: abbiamo una marea di leggi che regolamentano il credito e il debito. Chi svolge le stesse funzioni nel mondo digitale dovrebbe rientrare all’interno dello stesso quadro. Eppure, ricondurre il mondo della finanza digitale al sistema normativo della finanza reale implica delle sfide tecniche e tecnologiche non banali». Su quali binari si muove il vostro monitoraggio sulla cripto-arte? «A livello generale, stiamo tracciando il mercato delle opere digitali per capire se ci sono delle impennate nelle valutazioni. Ci sono opere che vengono proposte sul mercato a prezzi ragionevoli, ma nel passaggio da un collezionista a un altro raggiungono costi esorbitanti, e quindi sospetti». Come si fa il tracciamento? «Bisogna rincorrere i flussi finanziari, analizzando i movimenti tra i portafogli informatici che lavorano all’interno delle varie blockchain, trasparenti e tracciabili». Il problema è che i wallet sono anonimi: come ricondurli a una entità fisica o giuridica? «L’anonimato è il grande vantaggio per gli utenti, e il grande svantaggio per chi fa indagini. Noi scontiamo anche l’internazionalizzazione dei fenomeni criminali, facilitata in maniera incredibile da Internet. Se prima il riciclatore italiano aveva dei percorsi obbligati - per esempio, la costituzione di scatole cinesi in un paradiso fiscale - ora il paradiso fiscale non ha confini. La buona notizia è che ci sono dei bacini di informazione, ai quali attingere a determinate condizioni, per fare analisi sui flussi finanziari e individuare delle identità sulle quali concentrarsi». I riciclatori si possono scovare, quindi? «Immaginiamo un’opera Nft, che viene comprata da un portafoglio informatico a 100 euro e rivenduta a un altro a 10 milioni di euro. In casi come questo, i software di analisi accendono una spia sul flusso finanziario, che diventa più intensa se l’operazione viene ripetuta. Quando l’allarme cresce, questi programmi vanno alla ricerca di pezzi di informazione - sui social o sul dark web - da ricondurre a quei wallet, in modo da individuare persone fisiche o giuridiche». C’è chi sostiene che il sistema degli Nft sia una specie di maxi-schema Ponzi. Cosa pensa al riguardo? «Lo schema Ponzi funziona finché viene alimentato da nuovi investitori, che portano capitali alla piramide in modo da remunerare a cascata anche i livelli più bassi della catena. Quando il flusso si interrompe, chi non ha preso i soldi resta a mani vuote. In tema di Nft, questi salti di prezzo potrebbero nascondere fenomeni di riciclaggio o uno schema Ponzi “adattato”: qualcuno potrebbe invogliare gli investitori ad alimentare il mercato fintanto che c’è flusso finanziario, per poi scappare con i soldi. Insomma, il rischio esiste. Tuttavia, credo che gli Nft siano un’innovazione tecnologica dalle tante implicazioni. Uno strumento che certifica l’origine e i passaggi successivi di un prodotto non può essere ridotto a un mero schema Ponzi, sarebbe ingeneroso».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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