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2022-07-11
L’ombra del riciclaggio dietro gli aiuti all’Ucraina
Ansa
Armi e soldi. La resistenza ucraina all’invasione russa non ammette altre possibilità: armi per contenere l’avanzata delle truppe di Putin e soldi per affrontare i costi di un conflitto che va avanti da oltre quattro mesi. Appena qualche giorno fa, il Parlamento europeo ha approvato la prima tranche di un pacchetto di assistenza eccezionale da 9 miliardi di euro, già annunciato lo scorso maggio dalla Commissione. In parallelo, il Dipartimento di Stato americano ha deliberato l’invio di 1,3 miliardi di dollari di aiuti economici in direzione Kiev. Si tratta dei primi trasferimenti di un pacchetto più consistente, da oltre 7,5 miliardi di dollari, approvato dal Congresso lo scorso maggio.
Sull’enorme flusso di denaro inviato a Kiev, avrebbero messo gli occhi alcune organizzazioni criminali informatiche, le cui attività non si sarebbero fermate neanche di fronte alle bombe. Anzi, avrebbero sfruttato l’occasione per perfezionare le tecniche con l’obiettivo di sottrarre denaro e criptovalute o riciclare proventi illeciti. L’ombra del malaffare emerge da una nota inviata ai vertici del Segretariato Generale del Consiglio dell’Unione europea lo scorso 27 maggio, firmata da Martine Deprez, membro del Segretariato Generale della Commissione europea. Nei paragrafi dedicati al crimine organizzato e al terrorismo, che La Verità ha potuto visionare, si legge: «Ci sono prove di false raccolte fondi in favore dell’Ucraina, organizzate da cyber criminali con il solo scopo di sottrarre denaro e criptovalute». Negli ultimi mesi, il Gruppo di analisi del rischio di Google ha evidenziato un numero crescente di soggetti che «sfrutta la guerra per mettere in atto truffe informatiche». E anche i ricercatori della compagnia Cyren rilevano un aumento di cripto truffatori che approfittano della guerra per mettere in piedi «falsi siti internet cui inviare denaro a sostegno dell’Ucraina». Tra i diversi canali su cui corrono donazioni e aiuti umanitari, ce n’è uno che avrebbe attirato l’attenzione di alcuni esperti di antiriciclaggio: si chiama MetaHistory Nft, è un museo digitale creato dal ministero della Trasformazione Digitale ucraino con l’obiettivo di «commemorare la storia degli eventi e preservare la verità».
Nella galleria digitale, sono esposte alcune delle immagini più rappresentative di questi 138 giorni di guerra: c’è la protesta in diretta tv della giornalista Marina Ovsyannikova contro la propaganda del Cremlino, l’esodo di migliaia di ucraini in fuga dalla città di Irpin presa di mira dalle bombe, l’elicottero russo Ka-52 «Alligator» abbattuto nella regione di Kherson. La particolarità di queste opere d’arte è che si tratta di Nft, i Non Fungible Token di cui ormai tutti vanno pazzi: oggetti anche digitali cui viene abbinato un token, cioè una sorta di numero di serie, che li rende unici. E spesso molto costosi: basti pensare all’opera Everydays: the First 5000 Days, di Beeple, venduta a circa 70 milioni di dollari.
Abbinare un numero di serie a un’opera d’arte significa cristallizzare un insieme di informazioni: le caratteristiche e le dimensioni dell’immagine, per esempio. Inoltre, un token è garanzia di originalità, l’assicurazione che l’opera sia esattamente quella realizzata dall’autore e non una delle tante potenzialmente riproducibili attraverso il web. Per acquistare Nft, l’unica moneta consentita nel museo della guerra è quella digitale: si paga solo in criptovalute. E qui sorgerebbero alcuni problemi, secondo il professor Giuseppe Miceli, fondatore dell’Osservatorio Antiriciclaggio per l’arte, che anche di Nft ha parlato lo scorso venerdì in Commissione Parlamentare antimafia. «Le organizzazioni criminali potrebbero sfruttare in maniera illecita l’impianto messo in piedi con il fine nobile di sostenere l’Ucraina», racconta alla Verità. «Il primo rischio riguarda il riciclaggio di denaro: le criptovalute utilizzate per acquistare Nft, per esempio, da dove provengono? Potrebbero essere frutto di una rapina e nessuno se ne accorgerebbe». Il meccanismo alla base della compravendita di Nft è concepito per mantenere l’anonimato di acquirenti e venditori: per aprire un account, a cui agganciare un portafoglio informatico, basta uno pseudonimo, senza mai inserire i propri dati personali. Le transazioni sono tracciabili e visibili a tutti i membri della blockchain, ma risalire alle identità reali è un esercizio pressoché impossibile, se non attraverso l’uso di meccanismi complessi, come spiegano gli investigatori specializzati in indagini digitali.
Alcune aste per raccogliere fondi si rivelerebbero così strumenti fittizi, perfetti per ripulire denaro sporco. È il caso delle compravendite realizzate da uno stesso soggetto, che svolge sia il ruolo di acquirente che quello di venditore. Bastano due profili, con due portafogli collegati, apparentemente diversi, ma che in realtà schermano l’identità di una sola persona: il primo colloca Nft, il secondo li acquista pagandoli in criptovalute. Una volta incassate, le monete digitali si possono convertire in denaro avente corso legale, quindi spendibile, e il riciclaggio è realizzato. «Un rischio ulteriore - spiega ancora il professor Miceli - è il finanziamento di altre attività illecite: verificare che il ricavato finisca davvero in beneficenza è molto difficile, se non accertando che le criptovalute con cui vengono acquistati Nft siano effettivamente cambiate in euro o in dollari. Tuttavia, nessuno ha mai parlato di questo: il 100% dei trasferimenti finirà pure al ministero della Trasformazione digitale, ma finché si parla di criptovalute non c’è modo di controllare».
Lo scorso 30 giugno, la presidenza del Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sull’approvazione del Mica, il Regolamento per proteggere la stabilità finanziaria di chi opera nel mondo delle criptovalute, presentato dalla Commissione nel settembre del 2020. Per ora, gli Nft sono esclusi dall’ambito di applicazione del testo, a meno che non «rientrino in categorie di criptovalute esistenti». Come si legge nel comunicato diffuso alla stampa, «spetterà alla Commissione europea valutare una proposta legislativa specifica per creare un regime ad hoc e affrontare i rischi di questo nuovo mercato». Sempre che, nel frattempo, i buoi non siano già scappati.
«Normative vaghe consentono di usare in maniera illecita questa tecnologia»
Dall’arte alla moda, dalla cucina allo sport: tutti pazzi per gli Nft. Antonio Gigliotti, fondatore e direttore del centro studi Fiscal Focus, a cosa si deve questo enorme interesse?
«In parte, all’estrema fiducia nell’innovazione tecnologica e alla promozione, a volte un po’ ingenua, che ne hanno fatto vari influencer in diversi settori. A ciò si aggiunge una difficile comprensione dei rischi legati alla volatilità estrema di questi strumenti, per i quali non è stata ancora individuata una regolamentazione».
Ciò rappresenta un problema per le autorità dei vari Paesi. Come ci si orienta senza un quadro normativo di riferimento?
«In questo momento, le autorità sono ancora nella fase di studio e di comprensione del fenomeno: le criticità sono ancora moltissime».
Per esempio, quali?
«Innanzitutto, la scarsa disponibilità di informazioni sulle modalità di determinazione dei prezzi; e poi, la volatilità delle quotazioni, la complessità delle tecnologie utilizzate e l’assenza di tutele legali e contrattuali per gli operatori. Al di là delle raccomandazioni elaborate finora, la Commissione europea sta ultimando il Regolamento per le cripto-attività (Mica)».
Che benefici ci sarebbero?
«L’entrata in vigore di un Regolamento comunitario porterà a norme condivise, in modo da ridurre la frammentazione legislativa all’interno del mercato unico. Unica pecca: il Regolamento non riguarda gli Nft, per i quali si richiede una legislazione ad hoc».
La dematerializzazione rende difficile normare e tassare piattaforme e beni digitali?
«Per prima cosa, sarebbe opportuno che le autorità dessero una definizione comune di crypto-assets, che ancora non esiste. Per quanto riguarda gli Nft, le difficoltà connesse alla localizzazione geografica dei marketplace sono evidenti. Tuttavia, in tema di tassazione diretta, ci si rifà al Modello di Convenzione Ocse, secondo il quale i redditi generati da una determinata attività sono imponibili nello Stato in cui il percettore è residente».
In Italia qual è la situazione?
«In tema di monitoraggio fiscale, in Italia si rende necessario un altro intervento da parte dell’Agenzia delle Entrate, che già si era pronunciata nel 2018 con un interpello relativo alla detenzione di valute virtuali, a cui però non sono assimilabili gli NFT. In un secondo interpello del 2020, è stato ribadito che non esiste attualmente una chiara e univoca legislazione in materia di token, che consenta di dare una chiara qualificazione dello strumento ai fini fiscali. Insomma, per quel che riguarda gli aspetti fiscali, siamo viandanti su un mare di nebbia».
Ci sono dei rischi per chi svolge il ruolo del fiscalista?
«La tecnologia è neutra, mentre l’uso che se ne può fare non lo è affatto. Come professionisti, siamo tenuti per obbligo di legge alla segnalazione di operazione sospetta. La mancanza di regolamentazione, la natura immateriale dello strumento e la predisposizione prettamente speculativa rendono gli Nft appetibili per chi intende portare avanti operazioni illecite. Per esempio, potrebbero essere utilizzati per l’occultamento totale o parziale di proventi in nero, per operazioni di esterovestizione o per evitare di assoggettarsi all’imposizione diretta di redditi di natura finanziaria».
Una delle pratiche più diffuse è il wash trading, cioè la vendita di un Nft attraverso due portafogli controllati dalla stessa persona, in modo da aumentare il prezzo del bene. Il meccanismo, all’apparenza non complesso per chi sa muoversi in questo mondo, garantisce profitti enormi, ma anche speculazione alle stelle. Come mai risulta essere così semplice?
«Il meccanismo è molto semplice perché sui marketplace in cui è possibile vendere ed acquistare Nft ci si può registrare con delle credenziali fittizie. Mi lasci precisare che questa pratica non è soltanto riconducibile ad attività speculative: spesso si interseca con operazioni di riciclaggio ed autoriciclaggio di proventi illeciti. Per questo motivo, è importante che il legislatore intervenga al più presto».
A proposito di riciclaggio, Reuters ha recentemente ricostruito il meccanismo che avrebbe consentito alla criminalità organizzata di riciclare 2,3 miliardi di dollari sul principale exchange di criptovalute, Binance.
«È risaputo che nel dark web la criminalità organizzata sia avvezza a farsi pagare in criptovalute. Tuttavia, solo poche criptovalute consentono l’anonimato assoluto. Una tra tutte è Monero, che in Italia si dice sia particolarmente attenzionata dalla DIA. In tutti gli altri casi, esistono strumenti che consentono una complessa e non sempre efficace operazione di ricostruzione a ritroso del percorso di ogni singola transazione. La nebulosità della normativa internazionale sui crypto assets e le opere d’arte digitali, dovuta alla difficile comprensione del fenomeno, consente a chi vuole servirsi in maniera illecita di queste tecnologie di poterlo tranquillamente fare. Per questo, da un punto di vista legislativo, non possiamo permetterci ulteriore ritardo».
«Fenomeno difficile da tracciare»
«Stiamo conducendo campagne di monitoraggio per conoscere un fenomeno recentissimo e ancora largamente inesplorato», spiega il tenente colonnello Adolfo Rufa, comandante del 1° gruppo del Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche della guardia di finanza, reparto specializzato nelle investigazioni digitali forensi.
Per quale motivo il settore dell’arte è particolarmente permeabile ai tentativi di truffa attraverso gli Nft?
«Il mercato dell’arte ha una caratteristica particolare: il valore intrinseco dell’opera è puramente soggettivo. Non esiste un parametro oggettivo, come per esempio accade con l’oro. L’opera d’arte può essere pertanto soggetta a valutazioni, anche esagerate, dietro cui si possono nascondere operazioni di riciclaggio».
Come ci si muove in un mondo che ancora non si conosce e che cambia molto in fretta?
«Siamo di fronte a un fenomeno nuovo: il primo atto normativo che cerca di inquadrare i crypto asset in maniera globale è del 30 maggio scorso: attraverso il Regolamento Dlt, si stabiliscono delle norme di comportamento per i gestori delle piattaforme che impiegano tecnologie blockchain. Anche a livello nazionale, le vere norme attuative sono state varate solo lo scorso febbraio, con il decreto del Mef che istituisce il registro degli operatori valute virtuali. L’evoluzione tecnologica viaggia a ritmi fantastici mentre la produzione normativa ha un processo più lento, che prevede vari passaggi e dei tempi spesso non armonici».
Si rischia di produrre norme che nascono già vecchie?
«C’è bisogno di uno sforzo notevole per cercare di stare dietro alle innovazioni tecnologiche, che sono praticamente quotidiane».
Ritiene che in Italia ci siano le competenze per farlo?
«Le competenze ci sono. C’è anche la presa di coscienza del fenomeno, a tutti i livelli: politico, amministrativo, investigativo. Il problema è la velocità del mondo cyber, serve uno sforzo di tutte le entità per evitare che delle opportunità - come gli Nft, la blockchain e le criptovalute - escano fuori dai binari della legalità. Notoriamente, uno dei settori più normati è quello della finanza: abbiamo una marea di leggi che regolamentano il credito e il debito. Chi svolge le stesse funzioni nel mondo digitale dovrebbe rientrare all’interno dello stesso quadro. Eppure, ricondurre il mondo della finanza digitale al sistema normativo della finanza reale implica delle sfide tecniche e tecnologiche non banali».
Su quali binari si muove il vostro monitoraggio sulla cripto-arte?
«A livello generale, stiamo tracciando il mercato delle opere digitali per capire se ci sono delle impennate nelle valutazioni. Ci sono opere che vengono proposte sul mercato a prezzi ragionevoli, ma nel passaggio da un collezionista a un altro raggiungono costi esorbitanti, e quindi sospetti».
Come si fa il tracciamento?
«Bisogna rincorrere i flussi finanziari, analizzando i movimenti tra i portafogli informatici che lavorano all’interno delle varie blockchain, trasparenti e tracciabili».
Il problema è che i wallet sono anonimi: come ricondurli a una entità fisica o giuridica?
«L’anonimato è il grande vantaggio per gli utenti, e il grande svantaggio per chi fa indagini. Noi scontiamo anche l’internazionalizzazione dei fenomeni criminali, facilitata in maniera incredibile da Internet. Se prima il riciclatore italiano aveva dei percorsi obbligati - per esempio, la costituzione di scatole cinesi in un paradiso fiscale - ora il paradiso fiscale non ha confini. La buona notizia è che ci sono dei bacini di informazione, ai quali attingere a determinate condizioni, per fare analisi sui flussi finanziari e individuare delle identità sulle quali concentrarsi».
I riciclatori si possono scovare, quindi?
«Immaginiamo un’opera Nft, che viene comprata da un portafoglio informatico a 100 euro e rivenduta a un altro a 10 milioni di euro. In casi come questo, i software di analisi accendono una spia sul flusso finanziario, che diventa più intensa se l’operazione viene ripetuta. Quando l’allarme cresce, questi programmi vanno alla ricerca di pezzi di informazione - sui social o sul dark web - da ricondurre a quei wallet, in modo da individuare persone fisiche o giuridiche».
C’è chi sostiene che il sistema degli Nft sia una specie di maxi-schema Ponzi. Cosa pensa al riguardo?
«Lo schema Ponzi funziona finché viene alimentato da nuovi investitori, che portano capitali alla piramide in modo da remunerare a cascata anche i livelli più bassi della catena. Quando il flusso si interrompe, chi non ha preso i soldi resta a mani vuote. In tema di Nft, questi salti di prezzo potrebbero nascondere fenomeni di riciclaggio o uno schema Ponzi “adattato”: qualcuno potrebbe invogliare gli investitori ad alimentare il mercato fintanto che c’è flusso finanziario, per poi scappare con i soldi. Insomma, il rischio esiste. Tuttavia, credo che gli Nft siano un’innovazione tecnologica dalle tante implicazioni. Uno strumento che certifica l’origine e i passaggi successivi di un prodotto non può essere ridotto a un mero schema Ponzi, sarebbe ingeneroso».
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Dell’enorme flusso di denaro inviato a Kiev hanno approfittato gruppi di criminali informatici che hanno sottratto denaro e criptovalute o rimesso in circolazione proventi illeciti. L’hanno fatto attraverso falsi fondi per il popolo colpito. E usando le nuove opere d’arte digitali: gli Nft.Il direttore del centro studi Fiscal Focus, Antonio Gigliotti: «Le autorità stanno ancora cercando di studiare e capire come meglio muoversi».L’ufficiale della Gdf Adolfo Rufa: «L’anonimato è vantaggioso per gli utenti e un ostacolo per chi svolge le indagini. Scontiamo anche l’internazionalizzazione delle attività fuorilegge».Lo speciale contiene tre articoli.Armi e soldi. La resistenza ucraina all’invasione russa non ammette altre possibilità: armi per contenere l’avanzata delle truppe di Putin e soldi per affrontare i costi di un conflitto che va avanti da oltre quattro mesi. Appena qualche giorno fa, il Parlamento europeo ha approvato la prima tranche di un pacchetto di assistenza eccezionale da 9 miliardi di euro, già annunciato lo scorso maggio dalla Commissione. In parallelo, il Dipartimento di Stato americano ha deliberato l’invio di 1,3 miliardi di dollari di aiuti economici in direzione Kiev. Si tratta dei primi trasferimenti di un pacchetto più consistente, da oltre 7,5 miliardi di dollari, approvato dal Congresso lo scorso maggio. Sull’enorme flusso di denaro inviato a Kiev, avrebbero messo gli occhi alcune organizzazioni criminali informatiche, le cui attività non si sarebbero fermate neanche di fronte alle bombe. Anzi, avrebbero sfruttato l’occasione per perfezionare le tecniche con l’obiettivo di sottrarre denaro e criptovalute o riciclare proventi illeciti. L’ombra del malaffare emerge da una nota inviata ai vertici del Segretariato Generale del Consiglio dell’Unione europea lo scorso 27 maggio, firmata da Martine Deprez, membro del Segretariato Generale della Commissione europea. Nei paragrafi dedicati al crimine organizzato e al terrorismo, che La Verità ha potuto visionare, si legge: «Ci sono prove di false raccolte fondi in favore dell’Ucraina, organizzate da cyber criminali con il solo scopo di sottrarre denaro e criptovalute». Negli ultimi mesi, il Gruppo di analisi del rischio di Google ha evidenziato un numero crescente di soggetti che «sfrutta la guerra per mettere in atto truffe informatiche». E anche i ricercatori della compagnia Cyren rilevano un aumento di cripto truffatori che approfittano della guerra per mettere in piedi «falsi siti internet cui inviare denaro a sostegno dell’Ucraina». Tra i diversi canali su cui corrono donazioni e aiuti umanitari, ce n’è uno che avrebbe attirato l’attenzione di alcuni esperti di antiriciclaggio: si chiama MetaHistory Nft, è un museo digitale creato dal ministero della Trasformazione Digitale ucraino con l’obiettivo di «commemorare la storia degli eventi e preservare la verità». Nella galleria digitale, sono esposte alcune delle immagini più rappresentative di questi 138 giorni di guerra: c’è la protesta in diretta tv della giornalista Marina Ovsyannikova contro la propaganda del Cremlino, l’esodo di migliaia di ucraini in fuga dalla città di Irpin presa di mira dalle bombe, l’elicottero russo Ka-52 «Alligator» abbattuto nella regione di Kherson. La particolarità di queste opere d’arte è che si tratta di Nft, i Non Fungible Token di cui ormai tutti vanno pazzi: oggetti anche digitali cui viene abbinato un token, cioè una sorta di numero di serie, che li rende unici. E spesso molto costosi: basti pensare all’opera Everydays: the First 5000 Days, di Beeple, venduta a circa 70 milioni di dollari. Abbinare un numero di serie a un’opera d’arte significa cristallizzare un insieme di informazioni: le caratteristiche e le dimensioni dell’immagine, per esempio. Inoltre, un token è garanzia di originalità, l’assicurazione che l’opera sia esattamente quella realizzata dall’autore e non una delle tante potenzialmente riproducibili attraverso il web. Per acquistare Nft, l’unica moneta consentita nel museo della guerra è quella digitale: si paga solo in criptovalute. E qui sorgerebbero alcuni problemi, secondo il professor Giuseppe Miceli, fondatore dell’Osservatorio Antiriciclaggio per l’arte, che anche di Nft ha parlato lo scorso venerdì in Commissione Parlamentare antimafia. «Le organizzazioni criminali potrebbero sfruttare in maniera illecita l’impianto messo in piedi con il fine nobile di sostenere l’Ucraina», racconta alla Verità. «Il primo rischio riguarda il riciclaggio di denaro: le criptovalute utilizzate per acquistare Nft, per esempio, da dove provengono? Potrebbero essere frutto di una rapina e nessuno se ne accorgerebbe». Il meccanismo alla base della compravendita di Nft è concepito per mantenere l’anonimato di acquirenti e venditori: per aprire un account, a cui agganciare un portafoglio informatico, basta uno pseudonimo, senza mai inserire i propri dati personali. Le transazioni sono tracciabili e visibili a tutti i membri della blockchain, ma risalire alle identità reali è un esercizio pressoché impossibile, se non attraverso l’uso di meccanismi complessi, come spiegano gli investigatori specializzati in indagini digitali. Alcune aste per raccogliere fondi si rivelerebbero così strumenti fittizi, perfetti per ripulire denaro sporco. È il caso delle compravendite realizzate da uno stesso soggetto, che svolge sia il ruolo di acquirente che quello di venditore. Bastano due profili, con due portafogli collegati, apparentemente diversi, ma che in realtà schermano l’identità di una sola persona: il primo colloca Nft, il secondo li acquista pagandoli in criptovalute. Una volta incassate, le monete digitali si possono convertire in denaro avente corso legale, quindi spendibile, e il riciclaggio è realizzato. «Un rischio ulteriore - spiega ancora il professor Miceli - è il finanziamento di altre attività illecite: verificare che il ricavato finisca davvero in beneficenza è molto difficile, se non accertando che le criptovalute con cui vengono acquistati Nft siano effettivamente cambiate in euro o in dollari. Tuttavia, nessuno ha mai parlato di questo: il 100% dei trasferimenti finirà pure al ministero della Trasformazione digitale, ma finché si parla di criptovalute non c’è modo di controllare». Lo scorso 30 giugno, la presidenza del Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sull’approvazione del Mica, il Regolamento per proteggere la stabilità finanziaria di chi opera nel mondo delle criptovalute, presentato dalla Commissione nel settembre del 2020. Per ora, gli Nft sono esclusi dall’ambito di applicazione del testo, a meno che non «rientrino in categorie di criptovalute esistenti». Come si legge nel comunicato diffuso alla stampa, «spetterà alla Commissione europea valutare una proposta legislativa specifica per creare un regime ad hoc e affrontare i rischi di questo nuovo mercato». Sempre che, nel frattempo, i buoi non siano già scappati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ombra-riciclaggio-aiuti-ucraina-2657641443.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="normative-vaghe-consentono-di-usare-in-maniera-illecita-questa-tecnologia" data-post-id="2657641443" data-published-at="1657465700" data-use-pagination="False"> «Normative vaghe consentono di usare in maniera illecita questa tecnologia» Dall’arte alla moda, dalla cucina allo sport: tutti pazzi per gli Nft. 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Al di là delle raccomandazioni elaborate finora, la Commissione europea sta ultimando il Regolamento per le cripto-attività (Mica)». Che benefici ci sarebbero? «L’entrata in vigore di un Regolamento comunitario porterà a norme condivise, in modo da ridurre la frammentazione legislativa all’interno del mercato unico. Unica pecca: il Regolamento non riguarda gli Nft, per i quali si richiede una legislazione ad hoc». La dematerializzazione rende difficile normare e tassare piattaforme e beni digitali? «Per prima cosa, sarebbe opportuno che le autorità dessero una definizione comune di crypto-assets, che ancora non esiste. Per quanto riguarda gli Nft, le difficoltà connesse alla localizzazione geografica dei marketplace sono evidenti. Tuttavia, in tema di tassazione diretta, ci si rifà al Modello di Convenzione Ocse, secondo il quale i redditi generati da una determinata attività sono imponibili nello Stato in cui il percettore è residente». In Italia qual è la situazione? «In tema di monitoraggio fiscale, in Italia si rende necessario un altro intervento da parte dell’Agenzia delle Entrate, che già si era pronunciata nel 2018 con un interpello relativo alla detenzione di valute virtuali, a cui però non sono assimilabili gli NFT. In un secondo interpello del 2020, è stato ribadito che non esiste attualmente una chiara e univoca legislazione in materia di token, che consenta di dare una chiara qualificazione dello strumento ai fini fiscali. Insomma, per quel che riguarda gli aspetti fiscali, siamo viandanti su un mare di nebbia». Ci sono dei rischi per chi svolge il ruolo del fiscalista? «La tecnologia è neutra, mentre l’uso che se ne può fare non lo è affatto. Come professionisti, siamo tenuti per obbligo di legge alla segnalazione di operazione sospetta. La mancanza di regolamentazione, la natura immateriale dello strumento e la predisposizione prettamente speculativa rendono gli Nft appetibili per chi intende portare avanti operazioni illecite. Per esempio, potrebbero essere utilizzati per l’occultamento totale o parziale di proventi in nero, per operazioni di esterovestizione o per evitare di assoggettarsi all’imposizione diretta di redditi di natura finanziaria». Una delle pratiche più diffuse è il wash trading, cioè la vendita di un Nft attraverso due portafogli controllati dalla stessa persona, in modo da aumentare il prezzo del bene. Il meccanismo, all’apparenza non complesso per chi sa muoversi in questo mondo, garantisce profitti enormi, ma anche speculazione alle stelle. Come mai risulta essere così semplice? «Il meccanismo è molto semplice perché sui marketplace in cui è possibile vendere ed acquistare Nft ci si può registrare con delle credenziali fittizie. Mi lasci precisare che questa pratica non è soltanto riconducibile ad attività speculative: spesso si interseca con operazioni di riciclaggio ed autoriciclaggio di proventi illeciti. Per questo motivo, è importante che il legislatore intervenga al più presto». A proposito di riciclaggio, Reuters ha recentemente ricostruito il meccanismo che avrebbe consentito alla criminalità organizzata di riciclare 2,3 miliardi di dollari sul principale exchange di criptovalute, Binance. «È risaputo che nel dark web la criminalità organizzata sia avvezza a farsi pagare in criptovalute. Tuttavia, solo poche criptovalute consentono l’anonimato assoluto. Una tra tutte è Monero, che in Italia si dice sia particolarmente attenzionata dalla DIA. In tutti gli altri casi, esistono strumenti che consentono una complessa e non sempre efficace operazione di ricostruzione a ritroso del percorso di ogni singola transazione. 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Per quale motivo il settore dell’arte è particolarmente permeabile ai tentativi di truffa attraverso gli Nft? «Il mercato dell’arte ha una caratteristica particolare: il valore intrinseco dell’opera è puramente soggettivo. Non esiste un parametro oggettivo, come per esempio accade con l’oro. L’opera d’arte può essere pertanto soggetta a valutazioni, anche esagerate, dietro cui si possono nascondere operazioni di riciclaggio». Come ci si muove in un mondo che ancora non si conosce e che cambia molto in fretta? «Siamo di fronte a un fenomeno nuovo: il primo atto normativo che cerca di inquadrare i crypto asset in maniera globale è del 30 maggio scorso: attraverso il Regolamento Dlt, si stabiliscono delle norme di comportamento per i gestori delle piattaforme che impiegano tecnologie blockchain. Anche a livello nazionale, le vere norme attuative sono state varate solo lo scorso febbraio, con il decreto del Mef che istituisce il registro degli operatori valute virtuali. L’evoluzione tecnologica viaggia a ritmi fantastici mentre la produzione normativa ha un processo più lento, che prevede vari passaggi e dei tempi spesso non armonici». Si rischia di produrre norme che nascono già vecchie? «C’è bisogno di uno sforzo notevole per cercare di stare dietro alle innovazioni tecnologiche, che sono praticamente quotidiane». Ritiene che in Italia ci siano le competenze per farlo? «Le competenze ci sono. C’è anche la presa di coscienza del fenomeno, a tutti i livelli: politico, amministrativo, investigativo. Il problema è la velocità del mondo cyber, serve uno sforzo di tutte le entità per evitare che delle opportunità - come gli Nft, la blockchain e le criptovalute - escano fuori dai binari della legalità. Notoriamente, uno dei settori più normati è quello della finanza: abbiamo una marea di leggi che regolamentano il credito e il debito. Chi svolge le stesse funzioni nel mondo digitale dovrebbe rientrare all’interno dello stesso quadro. Eppure, ricondurre il mondo della finanza digitale al sistema normativo della finanza reale implica delle sfide tecniche e tecnologiche non banali». Su quali binari si muove il vostro monitoraggio sulla cripto-arte? «A livello generale, stiamo tracciando il mercato delle opere digitali per capire se ci sono delle impennate nelle valutazioni. Ci sono opere che vengono proposte sul mercato a prezzi ragionevoli, ma nel passaggio da un collezionista a un altro raggiungono costi esorbitanti, e quindi sospetti». Come si fa il tracciamento? «Bisogna rincorrere i flussi finanziari, analizzando i movimenti tra i portafogli informatici che lavorano all’interno delle varie blockchain, trasparenti e tracciabili». Il problema è che i wallet sono anonimi: come ricondurli a una entità fisica o giuridica? «L’anonimato è il grande vantaggio per gli utenti, e il grande svantaggio per chi fa indagini. Noi scontiamo anche l’internazionalizzazione dei fenomeni criminali, facilitata in maniera incredibile da Internet. Se prima il riciclatore italiano aveva dei percorsi obbligati - per esempio, la costituzione di scatole cinesi in un paradiso fiscale - ora il paradiso fiscale non ha confini. La buona notizia è che ci sono dei bacini di informazione, ai quali attingere a determinate condizioni, per fare analisi sui flussi finanziari e individuare delle identità sulle quali concentrarsi». I riciclatori si possono scovare, quindi? «Immaginiamo un’opera Nft, che viene comprata da un portafoglio informatico a 100 euro e rivenduta a un altro a 10 milioni di euro. In casi come questo, i software di analisi accendono una spia sul flusso finanziario, che diventa più intensa se l’operazione viene ripetuta. Quando l’allarme cresce, questi programmi vanno alla ricerca di pezzi di informazione - sui social o sul dark web - da ricondurre a quei wallet, in modo da individuare persone fisiche o giuridiche». C’è chi sostiene che il sistema degli Nft sia una specie di maxi-schema Ponzi. Cosa pensa al riguardo? «Lo schema Ponzi funziona finché viene alimentato da nuovi investitori, che portano capitali alla piramide in modo da remunerare a cascata anche i livelli più bassi della catena. Quando il flusso si interrompe, chi non ha preso i soldi resta a mani vuote. In tema di Nft, questi salti di prezzo potrebbero nascondere fenomeni di riciclaggio o uno schema Ponzi “adattato”: qualcuno potrebbe invogliare gli investitori ad alimentare il mercato fintanto che c’è flusso finanziario, per poi scappare con i soldi. Insomma, il rischio esiste. Tuttavia, credo che gli Nft siano un’innovazione tecnologica dalle tante implicazioni. Uno strumento che certifica l’origine e i passaggi successivi di un prodotto non può essere ridotto a un mero schema Ponzi, sarebbe ingeneroso».
Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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Barbara Fabbroni (Getty Images)
Ne parliamo con Barbara Fabbroni, criminologa e scrittrice, che ci offre una prospettiva unica sull’intersezione tra moda, crimine sociale e cultura contemporanea e come questo possa incidere sull’evoluzione del nostro modo di vestire, pensare e, soprattutto, resistere.
C’è sempre un maggiore interesse per i temi sociali nella moda, in particolare per quelli legati alla violenza di genere e alle disuguaglianze. Come vede questa evoluzione?
«Come una reazione necessaria, quasi inevitabile, prima ancora che come una scelta estetica. La moda, storicamente, è sempre stata uno specchio del tempo, ma oggi quello specchio si è incrinato. Non riflette più solo desideri o status, riflette fratture sociali, ferite collettive, urgenze non risolte. Quando la violenza di genere e le disuguaglianze entrano nelle collezioni, non è perché “fanno tendenza” ma perché non possono più essere ignorate. È un tentativo di rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto sommerso, normalizzato, silenziato. Il rischio, semmai - ed è un rischio reale - è che questa visibilità resti superficiale. Ma il movimento, in sé, è già un segnale di consapevolezza sociale».
Come pensa che la moda stia trasformando il concetto di «empowerment femminile»? In che modo le collezioni stanno affrontando la violenza di genere e le disuguaglianze in modo diverso rispetto al passato?
«L’empowerment femminile, oggi, non passa più solo dall’immagine della donna forte, invincibile. Sta emergendo un concetto più maturo: il potere come possibilità di essere complesse, non perfette. Io amo dire che “la perfezione sta sempre nell’imperfezione di ciascuna individualità”. Le collezioni più interessanti non celebrano più un femminile idealizzato, ma raccontano corpi reali, storie ferite. È una rottura rispetto al passato, dove la moda parlava sulle donne; oggi, quando funziona davvero, parla con le donne. Anche la violenza di genere non viene più trattata come choc visivo, ma come processo culturale, come sistema che va decostruito, non semplicemente denunciato».
Molti brand e designer stanno utilizzando la moda come strumento per trasmettere messaggi sociali. Qual è il ruolo della moda come linguaggio anche di protesta?
«La moda è un linguaggio silenzioso ma, proprio per questo, potentissimo. Non argomenta: mostra. Non convince: disturba. In una società sempre più polarizzata, la moda può diventare uno spazio di resistenza simbolica, perché agisce sull’immaginario, non sull’ideologia. Un abito può essere un manifesto ma anche e, forse, soprattutto una domanda aperta. Il suo ruolo più importante non è schierarsi, ma rompere la neutralità apparente, che spesso è la forma più subdola di complicità. La moda, quando è autentica, non pacifica: mette a disagio, costringe a guardare».
C’è un legame tra l’evoluzione estetica della moda e l’analisi criminologica dei crimini sociali?
«Sì e credo sia un legame profondo. La criminologia studia le dinamiche invisibili: potere, controllo, esclusione, normalizzazione della violenza. La moda, spesso senza rendersene conto, mette in scena gli stessi meccanismi: chi è visibile, chi è escluso, quali corpi sono legittimi e quali restano marginalizzati. Nell’incrocio tra questi ambiti, vedo una possibilità importante: usare l’estetica non per occultare il conflitto, ma per renderlo leggibile. La moda può diventare una mappa emotiva dei crimini sociali, se accetta di non essere rassicurante».
Come pensa che i giovani stiano interpretando questi messaggi? C’è una relazione tra il modo in cui si vestono e come percepiscono il mondo che li circonda?
«I giovani usano il corpo come spazio di incontro, spesso più consapevolmente degli adulti. Il modo in cui si vestono è una forma di posizionamento nel mondo: identitario, relazionale, valoriale, esistenziale. Non è solo stile. È presa di parola, è comunicazione di sé all’altro e al mondo. Attraverso l’abbigliamento esprimono conflitto, rifiuto, ricerca di senso, possibilità. È un linguaggio immediato, ma tutt’altro che superficiale. Spesso racconta proprio quello spazio che non trovano altrove e che, allora, cercano di costruire. Ignorarlo significa non ascoltare una generazione che sta cercando nuovi codici per interpretare una realtà complessa come quella che stiamo vivendo».
Quali sfide ritiene che la moda debba affrontare per essere davvero un catalizzatore di cambiamento sociale?
«La sfida principale è non fermarsi all’immagine. Il rischio più grande è la neutralizzazione del messaggio: trasformare il pensiero del cambiamento in stile, l’empowerment in branding, il dolore in trend. Per evitarlo servono coerenza, continuità, responsabilità. La moda può essere catalizzatore di cambiamento solo se accetta di lasciare andare qualcosa. E non è poco: consenso, comodità, neutralità. Il cambiamento non è mai esteticamente semplice. E, forse, è proprio lì che la moda deve avere il coraggio di stare».
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Al levar del sole, si faceva accompagnare dalla sua borsa blu (conservata, poi, come una sorta di reliquia per anni) che, con pochi chili di acquisto, gli permetteva di gestire la cucina. Nel contempo, con l’amico macellaio Emilio Hen andava «a studiare» le cucine dei locali che allora, nel territorio, risultavano tra i più rinomati. «Davo un’occhiata per imparare a copiare qualche piatto, era una sorta di spionaggio industriale», diceva. A trovare la quadra gli viene in aiuto, nel suo pellegrinaggio mattutino al mercato del pesce mestrino, il signor Galvani, che ne intuisce le potenzialità. «Dia un’occhiata a quello che mangia la gente qui per strada». In primis i folpetti caldi ripescati al momento dal pentolone in bella vista. Da lì l’intuizione conseguente.
All’entrata del suo locale ecco un carrello tentatore con il meglio dei cicheti (i piccoli assaggi di street food locale) della tradizione, a iniziare da quelli freddi: gamberi, uova di seppia, alici marinate. Il passaggio conseguente a tavola, con quelli caldi in arrivo dalla cucina, dagli immancabili folpetti ai peoci (le cozze) e molto altro. Su queste basi, sior Dino ottimizza la sua filosofia, ovvero quella di conservare e valorizzare il passato, in una Venezia patrimonio secolare, con uno sguardo continuamente rivolto al futuro ma sempre rimanendo nel solco della tradizione, di un territorio con molte storie da offrire, se non da riscoprire, in un tempo in cui, con il boom economico, anche la cucina seguiva nuove mode, a prevalenza transalpina ma un po’ «senz’anima», ovvero proponibili un po’ ovunque. Su queste basi trovare la quadra è indispensabile, a partire da chi sappia gestire la regia ai fornelli con talento e spirito conseguente.
Era il tempo in cui, il lunedì mattina, con un’ombra e due cicheti passava a salutare il fratello Bepi, cuoco in carica, Federico «Rico» Spolaore, con diverse esperienze in importanti cucine d’albergo della catena Ciga. Dino lo annusa e butta l’esca: «Non le chiedo quanto mi costa, ma soltanto di applicare la sua bravura a questa cucina», magari con qualche piccola invenzione, ma sempre nel solco della tradizione. Chef «Rico» lo guarda, paga il conto e se ne va senza rispondere. Dopo qualche giorno ritorna, stavolta non per salutare il fratello Bepi, ma per confrontarsi, occhi negli occhi, con un Boscarato felicemente rincuorato dall’aver scommesso per la giusta causa. Dall’Amelia comincia a prendere il volo. Il passaparola va oltre i confini locali e i suoi piatti hanno un primo riconoscimento con l’entrata nel circuito dei Ristoranti del Buon ricordo, nato dalla felice intuizione di Dino Villani, tra i fondatori dell’Accademia italiana della cucina. Un primo riconoscimento con il Fogher d’Oro, nel 1969, al tempo uno dei maggiori tra quelli riservati a quei locali che, tra Veneto e Friuli, nel rispetto della qualità, sapevano valorizzare al meglio le rispettive cucine locali. Nel 1970 altro cambio di passo. Parte la ristrutturazione della vecchia Amelia, grazie all’architetto Luigi Carrer che, oltre a decorare gli interni con un tratto personale, si inventa il logo che poi diventerà un’icona conosciuta e ambita dai vari pellegrini golosi. Un pesce con un bel cappellone da chef. Messaggio neanche tanto subliminale per far intendere che, dall’Amelia, la cucina di pesce viaggia a paso doble.
Iniziano le missioni all’estero, come ad esempio a New York. Nella preparazione della lista della spesa, un involontario qui pro quo linguistico: il tradizionale stoccafisso, ovvero il merluzzo essiccato al vento delle Lofoten, nel Veneto è tradotto come baccalà mentre invece, come tale, nel resto del mondo si intende quello conservato sotto sale. Due preparazioni che richiedono un trattamento completamente diverso. Giunti alla vigilia del grande evento, i cuochi amelioti non sanno più che fare. Partono telefonate a tutti i fornitori della Grande mela ma niente da fare. Poi, all’ultimo, il miracolo: in un negozietto di Little Italy, gestito da una famiglia calabrese, ci sono dei mini stoccafissi, poco più grandi di sardine, «ma piccoli e duri come il marmo».
Bisogna fare il miracolo. I Boscarato boys vanno nell’officina meccanica dell’albergo e lì procedono alla battitura di rito usando una pressa metallica destinata ad altri usi, ma il risultato al piatto risulterà molto gradito al centinaio di convitati curiosi di scoprire le vere specialità della cucina veneziana. Il giorno dopo, per premiarsi della fatica, Dino e i suoi ragazzi vanno nell’ambasciata culinaria italiana di Manhattan, «Le Cirque», di quel toscanaccio di Sirio Maccioni. E chi ti incontrano? Enzo Biagi, anche lui in trasferta yankee, che offrirà loro il pranzo, per ringraziare sior Dino di avergli assegnato, qualche mese prima, il prestigioso premio «Tavola all’Amelia». In sostanza, era successo questo. Dall’Amelia, nel tempo, diventa sempre più centro di golosità permanente del meglio dell’intellighenzia dapprima veneta e poi nazionale. Nel 1965, dalla collaborazione con il gallerista Mario Lucchesi, si pensò di dare un premio a chi si era distinto in vari settori della cultura, dalla letteratura all’arte nelle sue varie declinazioni. Come premio, la riproduzione di una scultura di Salvatore Messina.
Nell’albo d’oro ci sono nomi che hanno fatto la storia sella cultura italiana: Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Uto Ughi, Carlo Rubbia, Ottavio Missoni, Ermanno Olmi. Con la possibilità, per il pubblico, sempre più fidelizzato alla «missione Amelia» di conoscerli in diretta, almeno per una sera. La gemmazione conseguente con «A Tavola con l’autore». Il tutto è nato un po’ per caso, ma bisogna avere talento per cogliere quell’occasione che può fare la differenza. Siamo nel 1983. Dall’Amelia, oramai, è un mito consolidato. Una serata è dedicata alla presentazione dell’ultima creatura editoriale di Bepi Maffioli, un gigante del connubio tra cucina, storia e cultura, La cucina veneziana, per i tipi di Franco Muzzio Editore. Come rendere il meritato onore a cotanta firma? Elementare, Watson: Boscarato si incuriosisce a ricercare tra le pagine di Maffioli lo spunto per proporre qualche ricetta originale, magari un po’ dimenticata dallo scorrere del tempo. Ed ecco riemergere un piatto del XVIII secolo, il baccalà in turbante, un’eredità del ghetto sepolta nella memoria. Uno stoccafisso messo a sobbollire lentamente con burro e latte, cui vengono poi aggiunti spinaci lessati, uova e noce moscata. Il tutto messo in forno entro uno stampo rotondo con il buco in mezzo. Ne deriva, servito al piatto, come un turbante goloso. È facile immaginarsi lo stupore dei commensali e dello stesso Maffioli. Così come il riso e fagioli con i gò, piccoli pesciolini della laguna che vivono prudentemente nascondendosi sotto i fondali per sfuggire alle reti dei piccoli veneziani che così venivano addestrati dai nonni all’arte della pesca.
Un format, quello de A tavola con l’autore» che avrà oltre 100 repliche nel corso del tempo, ad esempio con il polesano Gian Antonio Cibotto, in una serata in cui il pubblico ha scoperto quali fossero le radici del popolare riso a la sbiraglia» Durante il dominio austriaco gli sbiri (ovvero i gendarmi) di Cecco Beppe, predavano le campagne delle famiglie rurali di quanto trovavano, in primis i polli. Poi entravano in qualche osteria con sorriso sornione: «O mi cuoci bene questi polli, o ti rubo anche i tuoi». Era conseguente che la cuoca vittima di tale approccio era quanto mai generosa nel condire il tutto con quanto offrivano le risaie del vicino delta del Po.
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Narendra Modi (Ansa)
Dal 1° gennaio l’India ha assunto la presidenza dei Brics, per la prima volta alla guida del formato allargato a dieci Paesi. Narendra Modi propone una visione «humanity-first», mentre sullo sfondo pesano le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e la sfida di rafforzare il ruolo del Global South in un contesto geopolitico instabile.
L’India ha assunto ufficialmente la presidenza dei Brics il 1° gennaio 2026, prendendo il timone del gruppo in una fase segnata da forti tensioni commerciali globali e da un quadro geopolitico in rapido mutamento. Il passaggio di consegne è avvenuto dal Brasile e affida ora a Nuova Delhi la guida di un blocco allargato a dieci Paesi, chiamato a muoversi in un contesto economico instabile.
Il primo ministro Narendra Modi ha delineato per il mandato indiano una visione definita «humanity-first», proponendo una rilettura dell’acronimo Brics come Building Resilience and Innovation for Cooperation and Sustainability. Un’impostazione che punta a rafforzare il ruolo e la voce del cosiddetto Global South, in continuità con l’approccio adottato dall’India durante la sua presidenza del G20, fortemente orientata ai temi dello sviluppo.
La leadership indiana si inserisce inoltre in un momento di rapporti commerciali tesi con gli Stati Uniti, deterioratisi dopo la rielezione di Donald Trump. Nel 2025, l’amministrazione americana ha imposto dazi elevati su alcune esportazioni indiane, un fattore che spinge Nuova Delhi a utilizzare il foro Brics per promuovere una linea di «realismo commerciale». Tra i punti chiave figurano il ricorso a regolamenti in valuta locale, la riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense e la contrarietà a barriere commerciali unilaterali.
La presidenza del 2026 assume un peso particolare perché è la prima esercitata dall’India alla guida del formato Brics+, ampliato con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, che si affiancano ai membri fondatori Russia, Cina e Sudafrica. Nuova Delhi ha individuato quattro priorità centrali per il suo mandato: resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità. Tra i dossier su cui concentrare l’azione figurano lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche digitali, il finanziamento climatico a favore dei Paesi in via di sviluppo e la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il banco di prova politico sarà il 18° vertice Brics, atteso nel corso dell’anno proprio a New Delhi. L’appuntamento servirà a misurare la capacità dell’India di mantenere la propria autonomia strategica, bilanciando i rapporti con le grandi potenze e proponendosi al tempo stesso come ponte tra il mondo sviluppato e il Global South.
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