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2020-05-17
Nelle chat del Csm l’indagato Palamara è il «capitano» anche di De Raho
Giovanni Legnini e Luca Palamara (Ansa)
«Grande capitano», scriveva il neo procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, a Luca Palamara, oggi indagato per corruzione a Perugia per i suoi disinvolti rapporti con l'imprenditore-lobbista Fabrizio Centofanti. È il 23 ottobre 2017, e il procuratore di Reggio Calabria sa già che la lotta per la poltrona più importante della Dna (Direzione nazionale antimafia) è vinta. In quinta commissione, al Csm, ha ottenuto una schiacciante affermazione per cinque a uno su Roberto Scarpinato, che poi si ritirerà, lasciando così la possibilità al plenum di votare all'unanimità per il magistrato napoletano. Le chat tra Palamara e Cafiero De Raho, allegate agli atti dell'inchiesta umbra, disegnano un rapporto di profonda stima e fiducia tra i due. Tanto che Cafiero De Raho si sente libero di scrivere al più giovane collega un giudizio tranchant sull'allora Guardasigilli, Andrea Orlando. «Carissimo Luca, è vergognoso che per Napoli il ministro dette il concerto in poche ore ed emise il decreto il giorno dopo il plenum per consentire la immediata presa di possesso e impedire la sospensiva; per Pna (Procura nazionale antimafia, ndr) sono passati dieci giorni. Non voglio esprimere valutazooni (sic, ndr) ma tra 20 giorni Roberti (Franco Roberti, suo predecessore e attuale parlamentare europeo del Pd, ndr) scade e non si può lasciare la Dna scoperta né si può pensare che il successore in una settimana lasci la propria sede e i propri effetti personali per raggiungere quella importante sede. Un fortissimo abbraccio». Ma è una delusione che dura un giorno. Il 26 ottobre, infatti, il magistrato che ha sgominato il clan dei Casalesi invia un altro Whatsapp a Palamara in cui gli segnala: «Carissimo Luca, il concerto è stato firmato. Nella settimana bianca fissare la nomina in straordinaria potrebbe indispettire alcuni e far registrare l'assenza di altri. Oramai è andata all'altra settimana. Valuta tu con la saggezza che ti contraddistingue». Una saggezza che è soprattutto politica se è vero che, quando l'incarico alla super Procura appare ormai cosa fatta, Cafiero gli chiede consiglio su come muoversi nella cristalleria del Consiglio superiore della magistratura. «Caro Luca, alle 11 vado a incontrare Canzio (Giovanni Canzio, primo presidente della Cassazione, ndr). Come va per il resto? Pensi che debba venire al Csm? Devo incontrare la Casellati (Maria Elisabetta Alberti Casellati, ex consigliere laico e oggi presidente del Senato, ndr)?». Palamara gli risponde che «un saluto alla Casellati va bene». Il dubbio di Cafiero è «con te o da solo?». Palamara decide: «Anche con me».Il destino professionale del magistrato partenopeo (ovviamente, non indagato) è al centro anche delle chat tra Palamara e Marco Minniti, all'epoca potente ministro dell'Interno. Quando Cafiero perde la corsa, contro Giovanni Melillo, per la Procura di Napoli, Minniti si rivolge al corregionale Palamara (sono entrambi calabresi) con una esplicita richiesta: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». E Palamara è d'accordo («Sì il mio intervento in plenum è stato in questo senso»).
Tra ottobre e novembre, si chiude finalmente la partita per la Direzione nazionale antimafia. Palamara informa il ministro che la nomina è passata in commissione («Votato De Raho 5 voti Scarpinato 1») e che sarà presto ratificata («Domani Cafiero andrà all'unanimità, un caro saluto») ottenendo per entrambi i messaggi Whatsapp un «eccellente» come risposta dal capo del Viminale (anche lui, chiaramente, non indagato).
Pure in occasione della corsa per la guida della Procura partenopea, Cafiero De Raho aveva dialogato a lungo con Palamara. I contatti risalgono alla fine di luglio 2017, quando le valutazioni dei candidati davanti al Csm sono nel vivo. Il 24 luglio è un giorno particolarmente delicato per il magistrato campano, che insiste ripetutamente per incontrare il potente consigliere di Unicost. «Scusa Luca a che punto siete?», gli domanda Cafiero. Palamara gli risponde: «Siamo ancora in audizione Fragliasso (Nunzio Fragliasso, ex reggente della Procura di Napoli, ndr)». Dopo un po', Cafiero lo sollecita: «So che è finita la commissione […]. Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l'attesa quanto l'immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». Il giorno dopo, i due si risentono. La corsa è finita, Melillo - all'epoca capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, Andrea Orlando - è il nuovo procuratore di Napoli, l'ufficio giudiziario più grande d'Italia per numero di magistrati. Palamara consola Cafiero: «Ho lottato insieme a te fino all'ultimo. Persa una battaglia, non la guerra». E lui gli risponde: «Carissimo Luca, sono convinto che ancora dobbiamo lottare insieme. Grazie, comunque, per avermi assecondato nella scelta, che non condividevi, di andare avanti. Sapevo della sconfitta ma per formazione vado avanti fino in fondo e non riesco a ritirarmi, mai. Un forte abbraccio. A presto». Come finirà con la Procura nazionale antimafia lo sappiamo. E, dal virus inoculato nel cellulare di Palamara, sappiamo pure che qualche tempo dopo sempre Palamara organizza un incontro riservato con il capo dell'Antimafia e David Ermini, neo vicepresidente del Csm. «Caro David, puoi bloccare se non hai altri impegni 22 o 24 ottobre sera volevo organizzare cena ristretta con Cafiero De Raho? Un abbraccio e quando vuoi caffè», è il testo del messaggio. Il numero due di Palazzo dei Marescialli replica: «Ok, per ora sono libero tutte e due le date. Fammi sapere». La data scelta sarà il 22 ottobre, ma l'argomento resta ignoto.
Panico tra le toghe: «Sembra la P2»
Viaggiano nelle mailing list dei magistrati italiani gli scoop della Verità sulle chat segrete di Luca Palamara e sollevano un fuoco incrociato sulla gestione assai dégagé del Csm e sui suoi protagonisti.
Il sostituto pg di Messina, Felice Lima, usa toni forti e richiama la violentissima denuncia di un collega che, in tempi non sospetti, aveva parlato di «metodi mafiosi» all'interno del Consiglio superiore della magistratura: «Hanno fatto gli indignati quando Andrea Mirenda (magistrato veronese, ndr) ha fatto il paragone con la mafia, ma lo schema, l'iconografia, il lessico, le abitudini sono le stesse». Gli uomini in toga, scrive ancora Lima nello spazio comune, «hanno un problema culturale: credono che mafia sia solo pistole e stragi. Essendo ignoranti, non sanno che la mafia è molto altro». Cita poi il nostro articolo sull'incontro tra Palamara e Francesco Greco, procuratore di Milano, che pure aveva stigmatizzato le manovre occulte a Palazzo dei Marescialli. «E io ingenuamente gli ho creduto e, infatti, subito ho scritto qui che evidentemente Greco alla Procura di Milano lo aveva portato la cicogna». Aggiungendo subito dopo: «Greco poteva giustamente disprezzare quelli che si incontravano a mucchi con Palamara negli alberghi, perché lui Luchino lo incontrava da solo nel loro “solito posto"». Più politica la lettura del gip di Ragusa, Andrea Reale, altro commentatore abituale e controcorrente delle cose giudiziarie. Uno che, emerge sempre dalle chat di Palamara, secondo Francesco Minisci, ex segretario dell'Anm, «non va letto, ma i colleghi lo leggono». Sostiene Reale: «Dalle intercettazioni emergono i contatti del Luca nazionale anche con quella corrente (quelle correnti: MD e Movimenti) che ha fatto dello scandalo di Perugia il grimaldello per ribaltare le maggioranze dentro l'Anm e dentro il Consiglio superiore […] Ci vuole al più presto una nuova legge elettorale e le correnti devono essere allontanate al più presto da tutte le istituzioni rappresentative della magistratura per il bene dell'Ordine giudiziario».
Un altro magistrato, che si firma MB, ricorda invece il caso del procuratore aggiunto di Roma, Giuseppe Cascini, «che al Csm ha accusato Palamara & C. di intrecci massonici, parlandone come se lui fosse estraneo a queste vicende occulte di spartizioni e favori, posti di vertice per l'amico, concorsi, raccomandazioni per fratelli e amici. Altro che contrapposizione tra correnti: qui siamo in presenza di consociativismo che sfocia in lobbismo e abuso. E Cascini lo aveva detto: “Avevo notato delle ombre nei colleghi; questa vicenda ricorda la P2". Eh sì, questa volta bisogna dargli proprio ragione. Questa vicenda, che emerge con tutti i suoi protagonisti ogni giorno di più, ricorda molto da vicino la P2».
Nicola Saracino, giudicante a Verona, è breve e lapidario: «Nessuno si chiami fuori […] Alla logica spartitoria - sposata da tutti - è ineluttabilmente correlata la rinunzia al controllo sui prescelti per ogni tipo di incarico». E sarà forse per la delusione provocata dalla degenerazione del sistema che l'ex segretario generale di Unicost, Marcello Matera, nome storico dell'associazionismo in magistratura, ha deciso di rassegnare le dimissioni dalla corrente. Proprio lo stesso giorno in cui le toghe italiane si sono ritrovate i nostri articoli nelle caselle mail condivise.
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Su Whatsapp il superprocuratore antimafia chiedeva appoggi e consigli all'ex capo dell'Anm. Che si confrontava con Marco Minniti.Gli scoop della «Verità» viaggiano tra le mailing list e scuotono i magistrati. Il sostituto pg di Messina: «Metodi e abitudini da mafiosi». Nicola Saracino: «Nessuno si chiami fuori».Lo speciale contiene due articoli«Grande capitano», scriveva il neo procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, a Luca Palamara, oggi indagato per corruzione a Perugia per i suoi disinvolti rapporti con l'imprenditore-lobbista Fabrizio Centofanti. È il 23 ottobre 2017, e il procuratore di Reggio Calabria sa già che la lotta per la poltrona più importante della Dna (Direzione nazionale antimafia) è vinta. In quinta commissione, al Csm, ha ottenuto una schiacciante affermazione per cinque a uno su Roberto Scarpinato, che poi si ritirerà, lasciando così la possibilità al plenum di votare all'unanimità per il magistrato napoletano. Le chat tra Palamara e Cafiero De Raho, allegate agli atti dell'inchiesta umbra, disegnano un rapporto di profonda stima e fiducia tra i due. Tanto che Cafiero De Raho si sente libero di scrivere al più giovane collega un giudizio tranchant sull'allora Guardasigilli, Andrea Orlando. «Carissimo Luca, è vergognoso che per Napoli il ministro dette il concerto in poche ore ed emise il decreto il giorno dopo il plenum per consentire la immediata presa di possesso e impedire la sospensiva; per Pna (Procura nazionale antimafia, ndr) sono passati dieci giorni. Non voglio esprimere valutazooni (sic, ndr) ma tra 20 giorni Roberti (Franco Roberti, suo predecessore e attuale parlamentare europeo del Pd, ndr) scade e non si può lasciare la Dna scoperta né si può pensare che il successore in una settimana lasci la propria sede e i propri effetti personali per raggiungere quella importante sede. Un fortissimo abbraccio». Ma è una delusione che dura un giorno. Il 26 ottobre, infatti, il magistrato che ha sgominato il clan dei Casalesi invia un altro Whatsapp a Palamara in cui gli segnala: «Carissimo Luca, il concerto è stato firmato. Nella settimana bianca fissare la nomina in straordinaria potrebbe indispettire alcuni e far registrare l'assenza di altri. Oramai è andata all'altra settimana. Valuta tu con la saggezza che ti contraddistingue». Una saggezza che è soprattutto politica se è vero che, quando l'incarico alla super Procura appare ormai cosa fatta, Cafiero gli chiede consiglio su come muoversi nella cristalleria del Consiglio superiore della magistratura. «Caro Luca, alle 11 vado a incontrare Canzio (Giovanni Canzio, primo presidente della Cassazione, ndr). Come va per il resto? Pensi che debba venire al Csm? Devo incontrare la Casellati (Maria Elisabetta Alberti Casellati, ex consigliere laico e oggi presidente del Senato, ndr)?». Palamara gli risponde che «un saluto alla Casellati va bene». Il dubbio di Cafiero è «con te o da solo?». Palamara decide: «Anche con me».Il destino professionale del magistrato partenopeo (ovviamente, non indagato) è al centro anche delle chat tra Palamara e Marco Minniti, all'epoca potente ministro dell'Interno. Quando Cafiero perde la corsa, contro Giovanni Melillo, per la Procura di Napoli, Minniti si rivolge al corregionale Palamara (sono entrambi calabresi) con una esplicita richiesta: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». E Palamara è d'accordo («Sì il mio intervento in plenum è stato in questo senso»). Tra ottobre e novembre, si chiude finalmente la partita per la Direzione nazionale antimafia. Palamara informa il ministro che la nomina è passata in commissione («Votato De Raho 5 voti Scarpinato 1») e che sarà presto ratificata («Domani Cafiero andrà all'unanimità, un caro saluto») ottenendo per entrambi i messaggi Whatsapp un «eccellente» come risposta dal capo del Viminale (anche lui, chiaramente, non indagato).Pure in occasione della corsa per la guida della Procura partenopea, Cafiero De Raho aveva dialogato a lungo con Palamara. I contatti risalgono alla fine di luglio 2017, quando le valutazioni dei candidati davanti al Csm sono nel vivo. Il 24 luglio è un giorno particolarmente delicato per il magistrato campano, che insiste ripetutamente per incontrare il potente consigliere di Unicost. «Scusa Luca a che punto siete?», gli domanda Cafiero. Palamara gli risponde: «Siamo ancora in audizione Fragliasso (Nunzio Fragliasso, ex reggente della Procura di Napoli, ndr)». Dopo un po', Cafiero lo sollecita: «So che è finita la commissione […]. Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l'attesa quanto l'immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». Il giorno dopo, i due si risentono. La corsa è finita, Melillo - all'epoca capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, Andrea Orlando - è il nuovo procuratore di Napoli, l'ufficio giudiziario più grande d'Italia per numero di magistrati. Palamara consola Cafiero: «Ho lottato insieme a te fino all'ultimo. Persa una battaglia, non la guerra». E lui gli risponde: «Carissimo Luca, sono convinto che ancora dobbiamo lottare insieme. Grazie, comunque, per avermi assecondato nella scelta, che non condividevi, di andare avanti. Sapevo della sconfitta ma per formazione vado avanti fino in fondo e non riesco a ritirarmi, mai. Un forte abbraccio. A presto». Come finirà con la Procura nazionale antimafia lo sappiamo. E, dal virus inoculato nel cellulare di Palamara, sappiamo pure che qualche tempo dopo sempre Palamara organizza un incontro riservato con il capo dell'Antimafia e David Ermini, neo vicepresidente del Csm. «Caro David, puoi bloccare se non hai altri impegni 22 o 24 ottobre sera volevo organizzare cena ristretta con Cafiero De Raho? Un abbraccio e quando vuoi caffè», è il testo del messaggio. Il numero due di Palazzo dei Marescialli replica: «Ok, per ora sono libero tutte e due le date. Fammi sapere». La data scelta sarà il 22 ottobre, ma l'argomento resta ignoto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-chat-del-csm-lindagato-palamara-e-il-capitano-anche-di-de-raho-2646015483.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="panico-tra-le-toghe-sembra-la-p2" data-post-id="2646015483" data-published-at="1589651301" data-use-pagination="False"> Panico tra le toghe: «Sembra la P2» Viaggiano nelle mailing list dei magistrati italiani gli scoop della Verità sulle chat segrete di Luca Palamara e sollevano un fuoco incrociato sulla gestione assai dégagé del Csm e sui suoi protagonisti. Il sostituto pg di Messina, Felice Lima, usa toni forti e richiama la violentissima denuncia di un collega che, in tempi non sospetti, aveva parlato di «metodi mafiosi» all'interno del Consiglio superiore della magistratura: «Hanno fatto gli indignati quando Andrea Mirenda (magistrato veronese, ndr) ha fatto il paragone con la mafia, ma lo schema, l'iconografia, il lessico, le abitudini sono le stesse». Gli uomini in toga, scrive ancora Lima nello spazio comune, «hanno un problema culturale: credono che mafia sia solo pistole e stragi. Essendo ignoranti, non sanno che la mafia è molto altro». Cita poi il nostro articolo sull'incontro tra Palamara e Francesco Greco, procuratore di Milano, che pure aveva stigmatizzato le manovre occulte a Palazzo dei Marescialli. «E io ingenuamente gli ho creduto e, infatti, subito ho scritto qui che evidentemente Greco alla Procura di Milano lo aveva portato la cicogna». Aggiungendo subito dopo: «Greco poteva giustamente disprezzare quelli che si incontravano a mucchi con Palamara negli alberghi, perché lui Luchino lo incontrava da solo nel loro “solito posto"». Più politica la lettura del gip di Ragusa, Andrea Reale, altro commentatore abituale e controcorrente delle cose giudiziarie. Uno che, emerge sempre dalle chat di Palamara, secondo Francesco Minisci, ex segretario dell'Anm, «non va letto, ma i colleghi lo leggono». Sostiene Reale: «Dalle intercettazioni emergono i contatti del Luca nazionale anche con quella corrente (quelle correnti: MD e Movimenti) che ha fatto dello scandalo di Perugia il grimaldello per ribaltare le maggioranze dentro l'Anm e dentro il Consiglio superiore […] Ci vuole al più presto una nuova legge elettorale e le correnti devono essere allontanate al più presto da tutte le istituzioni rappresentative della magistratura per il bene dell'Ordine giudiziario». Un altro magistrato, che si firma MB, ricorda invece il caso del procuratore aggiunto di Roma, Giuseppe Cascini, «che al Csm ha accusato Palamara & C. di intrecci massonici, parlandone come se lui fosse estraneo a queste vicende occulte di spartizioni e favori, posti di vertice per l'amico, concorsi, raccomandazioni per fratelli e amici. Altro che contrapposizione tra correnti: qui siamo in presenza di consociativismo che sfocia in lobbismo e abuso. E Cascini lo aveva detto: “Avevo notato delle ombre nei colleghi; questa vicenda ricorda la P2". Eh sì, questa volta bisogna dargli proprio ragione. Questa vicenda, che emerge con tutti i suoi protagonisti ogni giorno di più, ricorda molto da vicino la P2». Nicola Saracino, giudicante a Verona, è breve e lapidario: «Nessuno si chiami fuori […] Alla logica spartitoria - sposata da tutti - è ineluttabilmente correlata la rinunzia al controllo sui prescelti per ogni tipo di incarico». E sarà forse per la delusione provocata dalla degenerazione del sistema che l'ex segretario generale di Unicost, Marcello Matera, nome storico dell'associazionismo in magistratura, ha deciso di rassegnare le dimissioni dalla corrente. Proprio lo stesso giorno in cui le toghe italiane si sono ritrovate i nostri articoli nelle caselle mail condivise.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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