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2020-05-17
Nelle chat del Csm l’indagato Palamara è il «capitano» anche di De Raho
Giovanni Legnini e Luca Palamara (Ansa)
«Grande capitano», scriveva il neo procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, a Luca Palamara, oggi indagato per corruzione a Perugia per i suoi disinvolti rapporti con l'imprenditore-lobbista Fabrizio Centofanti. È il 23 ottobre 2017, e il procuratore di Reggio Calabria sa già che la lotta per la poltrona più importante della Dna (Direzione nazionale antimafia) è vinta. In quinta commissione, al Csm, ha ottenuto una schiacciante affermazione per cinque a uno su Roberto Scarpinato, che poi si ritirerà, lasciando così la possibilità al plenum di votare all'unanimità per il magistrato napoletano. Le chat tra Palamara e Cafiero De Raho, allegate agli atti dell'inchiesta umbra, disegnano un rapporto di profonda stima e fiducia tra i due. Tanto che Cafiero De Raho si sente libero di scrivere al più giovane collega un giudizio tranchant sull'allora Guardasigilli, Andrea Orlando. «Carissimo Luca, è vergognoso che per Napoli il ministro dette il concerto in poche ore ed emise il decreto il giorno dopo il plenum per consentire la immediata presa di possesso e impedire la sospensiva; per Pna (Procura nazionale antimafia, ndr) sono passati dieci giorni. Non voglio esprimere valutazooni (sic, ndr) ma tra 20 giorni Roberti (Franco Roberti, suo predecessore e attuale parlamentare europeo del Pd, ndr) scade e non si può lasciare la Dna scoperta né si può pensare che il successore in una settimana lasci la propria sede e i propri effetti personali per raggiungere quella importante sede. Un fortissimo abbraccio». Ma è una delusione che dura un giorno. Il 26 ottobre, infatti, il magistrato che ha sgominato il clan dei Casalesi invia un altro Whatsapp a Palamara in cui gli segnala: «Carissimo Luca, il concerto è stato firmato. Nella settimana bianca fissare la nomina in straordinaria potrebbe indispettire alcuni e far registrare l'assenza di altri. Oramai è andata all'altra settimana. Valuta tu con la saggezza che ti contraddistingue». Una saggezza che è soprattutto politica se è vero che, quando l'incarico alla super Procura appare ormai cosa fatta, Cafiero gli chiede consiglio su come muoversi nella cristalleria del Consiglio superiore della magistratura. «Caro Luca, alle 11 vado a incontrare Canzio (Giovanni Canzio, primo presidente della Cassazione, ndr). Come va per il resto? Pensi che debba venire al Csm? Devo incontrare la Casellati (Maria Elisabetta Alberti Casellati, ex consigliere laico e oggi presidente del Senato, ndr)?». Palamara gli risponde che «un saluto alla Casellati va bene». Il dubbio di Cafiero è «con te o da solo?». Palamara decide: «Anche con me».Il destino professionale del magistrato partenopeo (ovviamente, non indagato) è al centro anche delle chat tra Palamara e Marco Minniti, all'epoca potente ministro dell'Interno. Quando Cafiero perde la corsa, contro Giovanni Melillo, per la Procura di Napoli, Minniti si rivolge al corregionale Palamara (sono entrambi calabresi) con una esplicita richiesta: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». E Palamara è d'accordo («Sì il mio intervento in plenum è stato in questo senso»).
Tra ottobre e novembre, si chiude finalmente la partita per la Direzione nazionale antimafia. Palamara informa il ministro che la nomina è passata in commissione («Votato De Raho 5 voti Scarpinato 1») e che sarà presto ratificata («Domani Cafiero andrà all'unanimità, un caro saluto») ottenendo per entrambi i messaggi Whatsapp un «eccellente» come risposta dal capo del Viminale (anche lui, chiaramente, non indagato).
Pure in occasione della corsa per la guida della Procura partenopea, Cafiero De Raho aveva dialogato a lungo con Palamara. I contatti risalgono alla fine di luglio 2017, quando le valutazioni dei candidati davanti al Csm sono nel vivo. Il 24 luglio è un giorno particolarmente delicato per il magistrato campano, che insiste ripetutamente per incontrare il potente consigliere di Unicost. «Scusa Luca a che punto siete?», gli domanda Cafiero. Palamara gli risponde: «Siamo ancora in audizione Fragliasso (Nunzio Fragliasso, ex reggente della Procura di Napoli, ndr)». Dopo un po', Cafiero lo sollecita: «So che è finita la commissione […]. Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l'attesa quanto l'immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». Il giorno dopo, i due si risentono. La corsa è finita, Melillo - all'epoca capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, Andrea Orlando - è il nuovo procuratore di Napoli, l'ufficio giudiziario più grande d'Italia per numero di magistrati. Palamara consola Cafiero: «Ho lottato insieme a te fino all'ultimo. Persa una battaglia, non la guerra». E lui gli risponde: «Carissimo Luca, sono convinto che ancora dobbiamo lottare insieme. Grazie, comunque, per avermi assecondato nella scelta, che non condividevi, di andare avanti. Sapevo della sconfitta ma per formazione vado avanti fino in fondo e non riesco a ritirarmi, mai. Un forte abbraccio. A presto». Come finirà con la Procura nazionale antimafia lo sappiamo. E, dal virus inoculato nel cellulare di Palamara, sappiamo pure che qualche tempo dopo sempre Palamara organizza un incontro riservato con il capo dell'Antimafia e David Ermini, neo vicepresidente del Csm. «Caro David, puoi bloccare se non hai altri impegni 22 o 24 ottobre sera volevo organizzare cena ristretta con Cafiero De Raho? Un abbraccio e quando vuoi caffè», è il testo del messaggio. Il numero due di Palazzo dei Marescialli replica: «Ok, per ora sono libero tutte e due le date. Fammi sapere». La data scelta sarà il 22 ottobre, ma l'argomento resta ignoto.
Panico tra le toghe: «Sembra la P2»
Viaggiano nelle mailing list dei magistrati italiani gli scoop della Verità sulle chat segrete di Luca Palamara e sollevano un fuoco incrociato sulla gestione assai dégagé del Csm e sui suoi protagonisti.
Il sostituto pg di Messina, Felice Lima, usa toni forti e richiama la violentissima denuncia di un collega che, in tempi non sospetti, aveva parlato di «metodi mafiosi» all'interno del Consiglio superiore della magistratura: «Hanno fatto gli indignati quando Andrea Mirenda (magistrato veronese, ndr) ha fatto il paragone con la mafia, ma lo schema, l'iconografia, il lessico, le abitudini sono le stesse». Gli uomini in toga, scrive ancora Lima nello spazio comune, «hanno un problema culturale: credono che mafia sia solo pistole e stragi. Essendo ignoranti, non sanno che la mafia è molto altro». Cita poi il nostro articolo sull'incontro tra Palamara e Francesco Greco, procuratore di Milano, che pure aveva stigmatizzato le manovre occulte a Palazzo dei Marescialli. «E io ingenuamente gli ho creduto e, infatti, subito ho scritto qui che evidentemente Greco alla Procura di Milano lo aveva portato la cicogna». Aggiungendo subito dopo: «Greco poteva giustamente disprezzare quelli che si incontravano a mucchi con Palamara negli alberghi, perché lui Luchino lo incontrava da solo nel loro “solito posto"». Più politica la lettura del gip di Ragusa, Andrea Reale, altro commentatore abituale e controcorrente delle cose giudiziarie. Uno che, emerge sempre dalle chat di Palamara, secondo Francesco Minisci, ex segretario dell'Anm, «non va letto, ma i colleghi lo leggono». Sostiene Reale: «Dalle intercettazioni emergono i contatti del Luca nazionale anche con quella corrente (quelle correnti: MD e Movimenti) che ha fatto dello scandalo di Perugia il grimaldello per ribaltare le maggioranze dentro l'Anm e dentro il Consiglio superiore […] Ci vuole al più presto una nuova legge elettorale e le correnti devono essere allontanate al più presto da tutte le istituzioni rappresentative della magistratura per il bene dell'Ordine giudiziario».
Un altro magistrato, che si firma MB, ricorda invece il caso del procuratore aggiunto di Roma, Giuseppe Cascini, «che al Csm ha accusato Palamara & C. di intrecci massonici, parlandone come se lui fosse estraneo a queste vicende occulte di spartizioni e favori, posti di vertice per l'amico, concorsi, raccomandazioni per fratelli e amici. Altro che contrapposizione tra correnti: qui siamo in presenza di consociativismo che sfocia in lobbismo e abuso. E Cascini lo aveva detto: “Avevo notato delle ombre nei colleghi; questa vicenda ricorda la P2". Eh sì, questa volta bisogna dargli proprio ragione. Questa vicenda, che emerge con tutti i suoi protagonisti ogni giorno di più, ricorda molto da vicino la P2».
Nicola Saracino, giudicante a Verona, è breve e lapidario: «Nessuno si chiami fuori […] Alla logica spartitoria - sposata da tutti - è ineluttabilmente correlata la rinunzia al controllo sui prescelti per ogni tipo di incarico». E sarà forse per la delusione provocata dalla degenerazione del sistema che l'ex segretario generale di Unicost, Marcello Matera, nome storico dell'associazionismo in magistratura, ha deciso di rassegnare le dimissioni dalla corrente. Proprio lo stesso giorno in cui le toghe italiane si sono ritrovate i nostri articoli nelle caselle mail condivise.
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Su Whatsapp il superprocuratore antimafia chiedeva appoggi e consigli all'ex capo dell'Anm. Che si confrontava con Marco Minniti.Gli scoop della «Verità» viaggiano tra le mailing list e scuotono i magistrati. Il sostituto pg di Messina: «Metodi e abitudini da mafiosi». Nicola Saracino: «Nessuno si chiami fuori».Lo speciale contiene due articoli«Grande capitano», scriveva il neo procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, a Luca Palamara, oggi indagato per corruzione a Perugia per i suoi disinvolti rapporti con l'imprenditore-lobbista Fabrizio Centofanti. È il 23 ottobre 2017, e il procuratore di Reggio Calabria sa già che la lotta per la poltrona più importante della Dna (Direzione nazionale antimafia) è vinta. In quinta commissione, al Csm, ha ottenuto una schiacciante affermazione per cinque a uno su Roberto Scarpinato, che poi si ritirerà, lasciando così la possibilità al plenum di votare all'unanimità per il magistrato napoletano. Le chat tra Palamara e Cafiero De Raho, allegate agli atti dell'inchiesta umbra, disegnano un rapporto di profonda stima e fiducia tra i due. Tanto che Cafiero De Raho si sente libero di scrivere al più giovane collega un giudizio tranchant sull'allora Guardasigilli, Andrea Orlando. «Carissimo Luca, è vergognoso che per Napoli il ministro dette il concerto in poche ore ed emise il decreto il giorno dopo il plenum per consentire la immediata presa di possesso e impedire la sospensiva; per Pna (Procura nazionale antimafia, ndr) sono passati dieci giorni. Non voglio esprimere valutazooni (sic, ndr) ma tra 20 giorni Roberti (Franco Roberti, suo predecessore e attuale parlamentare europeo del Pd, ndr) scade e non si può lasciare la Dna scoperta né si può pensare che il successore in una settimana lasci la propria sede e i propri effetti personali per raggiungere quella importante sede. Un fortissimo abbraccio». Ma è una delusione che dura un giorno. Il 26 ottobre, infatti, il magistrato che ha sgominato il clan dei Casalesi invia un altro Whatsapp a Palamara in cui gli segnala: «Carissimo Luca, il concerto è stato firmato. Nella settimana bianca fissare la nomina in straordinaria potrebbe indispettire alcuni e far registrare l'assenza di altri. Oramai è andata all'altra settimana. Valuta tu con la saggezza che ti contraddistingue». Una saggezza che è soprattutto politica se è vero che, quando l'incarico alla super Procura appare ormai cosa fatta, Cafiero gli chiede consiglio su come muoversi nella cristalleria del Consiglio superiore della magistratura. «Caro Luca, alle 11 vado a incontrare Canzio (Giovanni Canzio, primo presidente della Cassazione, ndr). Come va per il resto? Pensi che debba venire al Csm? Devo incontrare la Casellati (Maria Elisabetta Alberti Casellati, ex consigliere laico e oggi presidente del Senato, ndr)?». Palamara gli risponde che «un saluto alla Casellati va bene». Il dubbio di Cafiero è «con te o da solo?». Palamara decide: «Anche con me».Il destino professionale del magistrato partenopeo (ovviamente, non indagato) è al centro anche delle chat tra Palamara e Marco Minniti, all'epoca potente ministro dell'Interno. Quando Cafiero perde la corsa, contro Giovanni Melillo, per la Procura di Napoli, Minniti si rivolge al corregionale Palamara (sono entrambi calabresi) con una esplicita richiesta: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». E Palamara è d'accordo («Sì il mio intervento in plenum è stato in questo senso»). Tra ottobre e novembre, si chiude finalmente la partita per la Direzione nazionale antimafia. Palamara informa il ministro che la nomina è passata in commissione («Votato De Raho 5 voti Scarpinato 1») e che sarà presto ratificata («Domani Cafiero andrà all'unanimità, un caro saluto») ottenendo per entrambi i messaggi Whatsapp un «eccellente» come risposta dal capo del Viminale (anche lui, chiaramente, non indagato).Pure in occasione della corsa per la guida della Procura partenopea, Cafiero De Raho aveva dialogato a lungo con Palamara. I contatti risalgono alla fine di luglio 2017, quando le valutazioni dei candidati davanti al Csm sono nel vivo. Il 24 luglio è un giorno particolarmente delicato per il magistrato campano, che insiste ripetutamente per incontrare il potente consigliere di Unicost. «Scusa Luca a che punto siete?», gli domanda Cafiero. Palamara gli risponde: «Siamo ancora in audizione Fragliasso (Nunzio Fragliasso, ex reggente della Procura di Napoli, ndr)». Dopo un po', Cafiero lo sollecita: «So che è finita la commissione […]. Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l'attesa quanto l'immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». Il giorno dopo, i due si risentono. La corsa è finita, Melillo - all'epoca capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, Andrea Orlando - è il nuovo procuratore di Napoli, l'ufficio giudiziario più grande d'Italia per numero di magistrati. Palamara consola Cafiero: «Ho lottato insieme a te fino all'ultimo. Persa una battaglia, non la guerra». E lui gli risponde: «Carissimo Luca, sono convinto che ancora dobbiamo lottare insieme. Grazie, comunque, per avermi assecondato nella scelta, che non condividevi, di andare avanti. Sapevo della sconfitta ma per formazione vado avanti fino in fondo e non riesco a ritirarmi, mai. Un forte abbraccio. A presto». Come finirà con la Procura nazionale antimafia lo sappiamo. E, dal virus inoculato nel cellulare di Palamara, sappiamo pure che qualche tempo dopo sempre Palamara organizza un incontro riservato con il capo dell'Antimafia e David Ermini, neo vicepresidente del Csm. «Caro David, puoi bloccare se non hai altri impegni 22 o 24 ottobre sera volevo organizzare cena ristretta con Cafiero De Raho? Un abbraccio e quando vuoi caffè», è il testo del messaggio. Il numero due di Palazzo dei Marescialli replica: «Ok, per ora sono libero tutte e due le date. Fammi sapere». La data scelta sarà il 22 ottobre, ma l'argomento resta ignoto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-chat-del-csm-lindagato-palamara-e-il-capitano-anche-di-de-raho-2646015483.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="panico-tra-le-toghe-sembra-la-p2" data-post-id="2646015483" data-published-at="1589651301" data-use-pagination="False"> Panico tra le toghe: «Sembra la P2» Viaggiano nelle mailing list dei magistrati italiani gli scoop della Verità sulle chat segrete di Luca Palamara e sollevano un fuoco incrociato sulla gestione assai dégagé del Csm e sui suoi protagonisti. Il sostituto pg di Messina, Felice Lima, usa toni forti e richiama la violentissima denuncia di un collega che, in tempi non sospetti, aveva parlato di «metodi mafiosi» all'interno del Consiglio superiore della magistratura: «Hanno fatto gli indignati quando Andrea Mirenda (magistrato veronese, ndr) ha fatto il paragone con la mafia, ma lo schema, l'iconografia, il lessico, le abitudini sono le stesse». Gli uomini in toga, scrive ancora Lima nello spazio comune, «hanno un problema culturale: credono che mafia sia solo pistole e stragi. Essendo ignoranti, non sanno che la mafia è molto altro». Cita poi il nostro articolo sull'incontro tra Palamara e Francesco Greco, procuratore di Milano, che pure aveva stigmatizzato le manovre occulte a Palazzo dei Marescialli. «E io ingenuamente gli ho creduto e, infatti, subito ho scritto qui che evidentemente Greco alla Procura di Milano lo aveva portato la cicogna». Aggiungendo subito dopo: «Greco poteva giustamente disprezzare quelli che si incontravano a mucchi con Palamara negli alberghi, perché lui Luchino lo incontrava da solo nel loro “solito posto"». Più politica la lettura del gip di Ragusa, Andrea Reale, altro commentatore abituale e controcorrente delle cose giudiziarie. Uno che, emerge sempre dalle chat di Palamara, secondo Francesco Minisci, ex segretario dell'Anm, «non va letto, ma i colleghi lo leggono». Sostiene Reale: «Dalle intercettazioni emergono i contatti del Luca nazionale anche con quella corrente (quelle correnti: MD e Movimenti) che ha fatto dello scandalo di Perugia il grimaldello per ribaltare le maggioranze dentro l'Anm e dentro il Consiglio superiore […] Ci vuole al più presto una nuova legge elettorale e le correnti devono essere allontanate al più presto da tutte le istituzioni rappresentative della magistratura per il bene dell'Ordine giudiziario». Un altro magistrato, che si firma MB, ricorda invece il caso del procuratore aggiunto di Roma, Giuseppe Cascini, «che al Csm ha accusato Palamara & C. di intrecci massonici, parlandone come se lui fosse estraneo a queste vicende occulte di spartizioni e favori, posti di vertice per l'amico, concorsi, raccomandazioni per fratelli e amici. Altro che contrapposizione tra correnti: qui siamo in presenza di consociativismo che sfocia in lobbismo e abuso. E Cascini lo aveva detto: “Avevo notato delle ombre nei colleghi; questa vicenda ricorda la P2". Eh sì, questa volta bisogna dargli proprio ragione. Questa vicenda, che emerge con tutti i suoi protagonisti ogni giorno di più, ricorda molto da vicino la P2». Nicola Saracino, giudicante a Verona, è breve e lapidario: «Nessuno si chiami fuori […] Alla logica spartitoria - sposata da tutti - è ineluttabilmente correlata la rinunzia al controllo sui prescelti per ogni tipo di incarico». E sarà forse per la delusione provocata dalla degenerazione del sistema che l'ex segretario generale di Unicost, Marcello Matera, nome storico dell'associazionismo in magistratura, ha deciso di rassegnare le dimissioni dalla corrente. Proprio lo stesso giorno in cui le toghe italiane si sono ritrovate i nostri articoli nelle caselle mail condivise.
Roberto Speranza e Francesca Bertorello (Ansa)
Il civilista Bertorello e il penalista Salvatore Bottiglieri, legali dei genitori della trentaduenne insegnante genovese, chiedono la prosecuzione delle indagini. Non sono emerse responsabilità penali dei medici vaccinatori, né di coloro che la assistettero in ospedale, ma non basta per chiedere l’archiviazione: occorre indagare ai piani alti, politici e sanitari.
Gli avvocati sostengono che i profili di indagine penale devono rivolgersi a tutta la «catena di comando» dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, del Comitato tecnico scientifico (Cts) ed «eventuali altri organismi pubblici come l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa)», che in Italia nella primavera del 2021, tra togliere e rimettere in commercio il vaccino, concessero l’autorizzazione per Astrazeneca anche a tutti i soggetti di età superiore ai 18 anni «in iniziative, quali i vaccination day».
Il decesso di Francesca Tuscano è «ragionevolmente da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19», dichiararono i sanitari incaricati dalla Procura di Genova di redigere la perizia medico legale. Il 22 marzo 2021 la giovane aveva ricevuto la prima dose di Astrazeneca al polo vaccinale della struttura nota a Genova come Albergo dei poveri.
Pochi giorni dopo, il 3 aprile, i genitori con i quali viveva la trovarono in tarda mattinata ancora a letto, priva di coscienza. Il 118 la trasportò in stato comatoso all’Ospedale San Martino di Genova dove una Tac dell’encefalo rivelò una vasta emorragia celebrale, associata a trombosi dei seni venosi, con marcati segni di effetto massa. Il neurochirurgo decise di non intervenire chirurgicamente, Francesca venne trasferita nel reparto di rianimazione. Non ne uscirà viva: alle 9 di mattina del 4 aprile venne certificata la sua morte cerebrale.
Un fascicolo di indagine venne aperto d’ufficio dalla Procura di Genova, che diede incarico di redigere l’apposita relazione di consulenza tecnica al dottor Luca Tajana, specialista in medicina legale e delle assicurazioni, e al dottor Franco Piovella, specialista in ematologia clinica e di laboratorio. Le conclusioni furono che il decesso della giovane erano da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19, come successivamente confermò la Commissione medica ospedaliera del Dipartimento militare di medicina legale della Spezia e un’ulteriore perizia.
L’indagine era andata parallela a quella per la morte di Camilla Canepa, la studentessa diciottenne di Sestri Levante deceduta sempre per Vitt dopo una dose di Astrazeneca che le era stata somministrata in un Open day del maggio di quell’anno. Il nesso causale per Francesca è stato accertato, la morte era avvenuta per trombocitopenia e trombosi immunitaria indotta dal vaccino a vettore adenovirale
Per Tuscano, l’opposizione all’archiviazione verrà discussa il prossimo 26 febbraio davanti al gip Angela Nutini. «Non ci interessa verificare le responsabilità di Astrazeneca», spiega Bertorello. «Ci interessano le responsabilità penali e civili dello Stato italiano, chiediamo che si interroghino e si perseguano coloro che hanno deciso e coadiuvato le scelte dell’allora ministero della Salute di continuare a somministrare Astrazeneca».
L’avvocato sottolinea che Francesca era morta dopo Zelia Guzzo, l’insegnante di Gela di 37 anni deceduta per una trombosi celebrale il 24 marzo 2021 in seguito alla somministrazione dello stesso vaccino anglosvedese. «Obbligata pure Zelia a vaccinarsi in quanto insegnante, il ministero si limitò a sospendere Astrazeneca per una settimana, salvo poi riutilizzarlo malgrado ci fossero grandi dubbi, come documentò la Verità pubblicando i file video dove si faceva cenno anche a pressioni politiche per abbassare la soglia di età».
Si riferisce a un fuori onda, con l’allora presidente dell’Aifa, Giorgio Palù, che parlava con il microfono aperto: «Ci sono pressioni che non capisco sia per portarla più bassa Astrazeneca che Johnson&Johnson. Le dico la verità, glielo dico perché, uno per la responsabilità, perché il Cts in questo momento dà un parere e credo che ho espresso il mio parere anche come virologo e non mi sento di tornare indietro ecco, per qualche insistenza o desiderata ministeriale, ecco, volevo dirglielo questo…».
Bertorello trova inaccettabile che ancora non si sia provveduto a desecretare «i contratti firmati dal governo Conte con i produttori di vaccino, sulla base di accordi stipulati dall’Unione europea. Purtroppo la maggioranza di centrodestra non è compatta nel chiedere che siano resi noti. E c’è ancora chi confonde queste battaglie per i diritti dei danneggiati, o dei morti da vaccino, come rivendicazioni di no vax».
Il riconoscimento dello Stato per i genitori di Francesca Tuscano è stato irrisorio, poco più di 77.468,53 euro. «Una riapertura delle indagini e possibilmente un rinvio a giudizio di questi soggetti potrebbe aprire uno spiraglio per ottenere il risarcimento dei danni», dichiara Bertorello.
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«Bambini di piombo» (Netflix)
Quando Jolanta Wadowska-Król ha iniziato il proprio percorso di ricerca era il 1974. In Alta Slesia, come nel resto della Polonia, comandava il regime comunista. Nulla era chiaro, perché tutto doveva essere subordinato all'ideologia e funzionale alla sua sopravvivenza. Di più, alla sua magnificazione.
La dottoressa, però, era donna di scienza, e fra il dovere implicito di compiacere il proprio governo e la verità medica non ha faticato a scegliere. Jolanta Wadowska-Król, che sarebbe poi stata soprannominata la Erin Brockovich della Slesia, ha fatto tutto di nascosto. Giorno dopo giorno, esame dopo esame. In silenzio, ha visitato oltre cinquemila bambini, lei che nel distretto di Szopienice si è resa conto per prima dello stato di salute precario in cui versavano i più piccoli. Notò un'incidenza anomala di anemia e disturbi neurologici tra i bambini del distretto. Avevano alti livelli di saturnismo. E, nonostante i proclami del regime, la dottoressa decise di imputare queste patologie alla vicina fonderia di zinco. Alle sue esalazioni. A quel che il governo negava, minacciando ritorsioni per chiunque avesse sostenuto il contrario.
Jolanta Wadowska-Król, cui Netflix ora ha dedicato la serie Bambini di piombo, non ha chinato il capo. Sola, è andata avanti, riuscendo a far ricoverare i casi più gravi nei sanatori polacchi e riuscendo persino a ricollocare intere famiglie, procurando loro un'esistenza diversa, lontana dalla fonderia. Nessuno le ha teso una mano. Il regime, al contrario, ha provato a spogliarla della sua credibilità. E lei è finita così, isolata, impaurita. Ma determinata, in ogni caso, a portare avanti quel che aveva iniziato.
Quel che Bambini di piombo documenta in sei episodi, muovendosi indietro nel tempo fino a ritrovare quel clima di terrore, quella paura, quella lotta impari, condotta da una donna che - sulla carta - non avrebbe dovuto avere alcuna possibilità di sopravvivere al governo che le stava sopra.
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Keir Starmer (Ansa)
Nel Regno Unito l’affare Epstein sta assumendo proporzioni talmente imponenti che ieri si sono esposti anche il principe William e la moglie Kate. La famiglia reale è coinvolta per colpa di Andrea Mountbatten-Windsor (zio di William e fratello di Re Carlo III), ora sospettato - in aggiunta agli scandali sessuali già noti - di aver trasmesso documenti riservati all’amico Epstein mentre ricopriva l’incarico di inviato speciale per il Commercio nel 2010. A tal proposito, la polizia britannica ha avviato nuove indagini per esaminare quanto emerso dall’ultima tranche di file pubblicati. «Possiamo confermare che il principe e la principessa di Galles sono profondamente preoccupati per le continue rivelazioni», si legge in un comunicato ufficiale di Palazzo Reale. «I loro pensieri vanno tutti alle vittime». Anche Re Carlo, in una nota separata, si è detto pronto a collaborare nelle indagini sul fratello. Le pressioni contro Starmer, tuttavia, non sembrano diminuire al cadere dei vari capri espiatori, e non provengono solo dalle file dell’opposizione. Da giorni si susseguono voci su un possibile cambio di guardia all’interno del Partito laburista e ieri, a chiedere la testa dell’attuale presidente del Consiglio, si è unito anche il leader dei laburisti scozzesi Anas Sarwa.
È singolare, ma la maggior parte delle figure finora travolte dall’ondata degli Epstein files si trovano in Europa. La polizia norvegese ha aperto un’inchiesta contro la nota diplomatica Mona Juul e il marito Terje Rod-Larsen, sospettati rispettivamente di «corruzione aggravata» e «complicità in corruzione aggravata». Entrambi furono protagonisti dei negoziati segreti tra Israele e l’Olp che portarono agli accordi di Oslo degli anni Novanta. In serata, Juul ha annunciato le sue dimissioni da ambasciatrice della Giordania, ruolo da cui era già stata sospesa nei giorni scorsi. In Francia, dopo le clamorose indagini su Jack Lang (finito sotto scorta insieme alla moglie per via delle minacce subite sui social) e la famiglia Caroline, Emmanuel Macron ha dichiarato che il caso riguarda «soprattutto gli Stati Uniti» e, in questo senso, «la giustizia americana deve fare il suo lavoro e basta». Una frase piuttosto incomprensibile, vista la natura dello scandalo e la fitta corrispondenza del pedofilo. Anche Deutsche Bank ieri ha dovuto rilasciare un comunicato di scuse pubbliche: «Come sottolineato ripetutamente dal 2020, la banca riconosce di aver sbagliato ad accettare Jeffrey Epstein come cliente nel 2013», ha dichiarato un portavoce della più importante banca tedesca. Il magnate avrebbe gestito temporaneamente più di 40 conti presso l’istituto di Francoforte, custodendovi gran parte del proprio patrimonio.
Non che Oltreoceano le acque siano più calme. Ieri, la compagna e complice del pedofilo, Ghislaine Maxwell, è stata convocata dalla commissione d’inchiesta del Congresso degli Stati Uniti, ma la donna si è avvalsa del quinto emendamento e ha rifiutato di rispondere alle domande. I suoi legali giocano sporco e affermano che «la signora Maxwell è pronta a parlare in modo completo e onesto se le sarà data la grazia dal presidente Trump», aggiungendo, inoltre, che soltanto lei può spiegare «perché sia il presidente Trump che il presidente Clinton sono innocenti, non hanno commesso nulla di sbagliato».
Da ieri, inoltre, i membri del Congresso possono consultare i documenti originali non censurati presso il Dipartimento della Giustizia (Doj). «Domani (ieri per chi legge, ndr) andrò al Doj per vedere gli Epstein files non redatti. Che documenti dovrei vedere? Allegate i link originali in risposta», ha scritto domenica sul suo profilo X il deputato repubblicano Thomas Massie. Lo stesso esponente del Gop, non certo uno dei più trumpiani, da giorni chiede le dimissioni del segretario al Commercio, Howard Lutnick, già citato più volte dalla Verità in relazione al suo discorso sulla fine della globalizzazione tenuto a Davos. Lutnick dichiarò di aver interrotto i legami con Epstein nel 2005, ma le recenti email desecretate smentiscono tali affermazioni.
Le risposte degli utenti al post di Massie fanno ben comprendere lo stato di confusione in cui giace l’opinione pubblica mondiale, non solo americana, e la necessità di un atto di trasparenza democratico di cui questo passaggio parlamentare potrebbe costituire un buon inizio. La prima risposta sotto al post allega una mail indirizzata a Epstein il cui mittente, però, è oscurato con una barra nera: «Ti do il permesso di ucciderlo. Dovrebbe essere insieme a [redatto]. Ha mentito a te e ha mentito a me», si legge. Un altro profilo chiede al deputato di visionare un’email inviata dal pedofilo a un destinatario altrettanto oscurato in cui è scritto: «Dove sei? Tutto bene? Mi è piaciuto tantissimo il video delle torture». Di elementi da chiarire, in questa storia, ce ne sono ancora parecchi.
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 febbraio 2026. Il nostro Stefano Graziosi ci illustra gli indici di gradimento di Donald Trump negli Usa in vista delle elezioni di midterm.