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2018-05-19
La politica movimenta Mps da anni ma per Padoan il problema è Borghi
ANSA
Impegnare il ministero dell'Economia contro Claudio Borghi, responsabile economico della Lega, è stata una mossa politica poco avveduta. Innanzitutto un ministro che risponde a un deputato confonde i piani, e poi ha attribuito al responsabile economico del Carroccio un potere rispetto ai mercati un tantino sopravvalutato. Le sue dichiarazioni su Mps secondo Pier Carlo Padoan avrebbero causato un crollo repentino in Borsa del titolo della banca senese, a sua volta un effetto a catena sul comparto bancario e - utilizzando le parole del ministro - «un pericolo diffuso sui risparmi degli italiani». Immediatamente gran parte dei media italiani hanno ripreso le accuse di Padoan e montato un caso notando che effettivamente Mps ha perso in questi due giorni più o meno il 10% a Piazza Affari.
Le dichiarazioni di Borghi possono essere sintetizzate in due punti. Il primo è la revisione della governance. Nulla di eccezionale, visto che la banca non sta certo volando e se la Lega andasse al governo, attraverso il Tesoro diventerebbe l'azionista di riferimento della banca e potrebbe dire la sua decidendo di sostituire Marco Morelli, attuale ad dell'istituto. Così come Padoan ha deciso di confermare il manager al suo posto di comando quando lo Stato a dicembre del 2016 è entrato nel capitale di Mps. Diverso parlare di nazionalizzazione. Quando si fa cenno a più Stato dentro una banca, gli investitori vendono, e quando si parla di privatizzazione gli investitori entrano: questo è un trend quasi scientifico. Per cui l'ipotesi di nazionalizzazione giustificherebbe un crollo in Borsa. Peccato che nel contratto di governo tra Lega e 5 stelle non ci sia scritto nulla di tutto ciò, ma semplicemente una dichiarazione d'intenti generica di dare nuova linfa all'istituto. Così abbiamo prima messo in fila l'andamento del titolo dal mancato aumento di capitale del dicembre 2016 a oggi, e poi abbiamo cercato di entrare un po' in profondità nei trend di vendita. Innanzitutto il titolo valeva nel 2016 (al netto delle ricapitalizzazioni) più di 21 euro. Oggi quota 2,8. Si nota, inoltre che a fine dicembre del 2016 il titolo crolla bruscamente quando agenzie di stampa, evidentemente attingendo a fonti del Mef, annunciano il probabile ingresso del tesoro nel capitale. La notizia fa addirittura saltare l'aumento di capitale stesso e apre la spirale negativa che ha imposto l'esborso di oltre 8 miliardi di denari pubblici. All'epoca nessuno si cosparse il capo di cenere, eppure il tonfo fu notevole e definitivo. All'indomani del voto del 4 marzo, il titolo ha cominciato di nuovo a scendere. Il trend è stato ben descritto da un articolo del Giornale datato 22 marzo e titolato. «I fondi scendono dal Monte». Il crollo del titolo (arrivato ai minimi) era legato a vari aspetti. Certamente il timore di un cambio di governo (l'incertezza non piace mai ai mercati), ma soprattutto al rischio di un nuovo aumento di capitale legato al timore che la Bce rialzasse l'asticella di tagli e risparmi. I fondi speculativi come Carlson e Paulson hanno avviato un programma di dismissioni che è stato in parte contrastato soltanto l'8 aprile scorso quando l'approvazione dei conti (positivi) ha concesso un fiammata.
Sono poi però bastati soltanto 5 giorni per perdere nuovamente un 10%, fino alla data del 14 maggio quando un articolo del Sole 24 Ore ha fatto fare un balzo al titolo del 17% circa. La tesi del pezzo sicuramente apprezzata da Padoan è: «Il Mef esce tra 18 mesi». A chi spetta questa decisione ai dirigenti che vanno o a quelli che arrivano? La risposta è ovvia. In ogni caso questo circo azionato da Padoan è buffo. Proprio lui che non è mai stato zitto nei momenti cruciali, sbagliando di solito quasi tutte le previsioni, e che su Mps si è anche giocato la campagna elettorale proprio a Siena. Bisogna infine sottolineare che il 14 maggio, prima che uscisse qualunque indiscrezione su Mps, la Borsa ha registrato un picco di posizioni short, ovvero ribassiste. Tra le 48 società di Borsa che sono state vendute allo scoperto, il primato spetta alle banche. Ben il 7,61% del capitale di BancoBpm è oggetto di short.
A seguire tutti gli altri. Ieri la maggior parte di queste posizioni si sono realizzate. Ciò spiega la botta negativa sul listino. Ciò che invece resta di difficile comprensione è perché il Mef (visto che non ha smentito l'articolo del Sole) abbia voluto definire una road map così stretta da lasciare in eredità ad altri. Su una cosa invece non abbiamo dubbi. La politica dovrebbe sempre rimanere fuori dalle banche. Vale per tutti i partiti, ma Padoan non ha alcun titolo per sostenere tale tesi.
Claudio Antonelli
I giudici sulla figlia del ministro: «Elemento pericoloso»
Non è un periodo fortunato per Veronica Padoan, barricadera figlia del ministro dell'Economia, Pier Carlo. Il Tar di Reggio Calabria ha infatti respinto il ricorso che la donna aveva presentato contro il ministero dell'Interno per l'annullamento del provvedimento del questore di Reggio Calabria, emanato lo scorso 18 agosto, con il quale era stato deciso il suo rimpatrio nel Comune di Roma, con divieto di fare ritorno per tre anni a San Ferdinando, nel cuore della Piana di Gioia Tauro.
La singolare vicenda che vede protagonista la figlia dell'economista ruota attorno allo sgombero della tendopoli per migranti di San Ferdinando. Esponente di punta del collettivo di sinistra «Campagne in lotta», che si batte contro il caporalato, la Padoan si oppose la scorsa estate al trasferimento degli stranieri in una nuova struttura disposto dalla prefettura di Reggio Calabria. Una contrarietà radicale, che la spinse a diffondere, si legge nella sentenza pubblicata recentemente, «comunicati di dissenso online estremamente critici rispetto alle operazioni trasferimento nella nuova tendopoli», tanto da definirle «sgombero definivo e istituzione di un campo di lavoro istituzionale e da incitare alla resistenza avverso lo spostamento». Qualche giorno prima, il 3 agosto, durante un controllo della polizia, l'attivista era stata fermata mentre percorreva la statale 18. «Nel baule posteriore dell'auto sulla quale viaggiava», scrivono sempre i giudici amministrativi, «veniva rinvenuto materiale propagandistico in lingua italiana, inglese e francese già utilizzato nei giorni precedenti dagli extracomunitari nel corso delle manifestazioni non autorizzate». Il materiale propagandistico recava «un invito a restare uniti e a essere solidali continuando a lottare a favore delle persone che vivono nella tendopoli, in quanto lo Stato stava rispondendo con invio delle forze dell'ordine senza risolvere i problemi degli immigrati».
Dunque, per i giudici del Tar è «innegabile» il ruolo svolto dalla rete «Campagne in Lotta» nel fomentare le tensioni poi scoppiate il 18 agosto, durante il trasferimento (poi sospeso) dei migranti in una struttura più idonea e dotata di maggiori servizi oltre che di controlli. Già, perché all'iniziale consenso degli stranieri è seguito il forte dissenso rispetto a ogni ipotesi di trasloco da un ghetto frequentemente teatro di situazioni al limite della legalità.
Così come deve ritenersi che la condotta assunta dalla Padoan, che di fronte al provvedimento ha contestato il mancato riconoscimento dei diritti garantiti dalla Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, «possa essere considerata effettivamente pericolosa per l'ordine e la sicurezza pubblica». Una situazione sui generis, che non trova molti precedenti. In altre situazioni, con persone sempre sottoposte a rimpatrio coatto, il Tar ha ritenuto che dovesse essere garantita la libera manifestazione di opinioni di dissenso laddove condotte pacificamente e nel rispetto della legge. In questo caso, invece, si è optato per la linea dura. «Promuovere manifestazioni di protesta non autorizzate», si legge ancora nella sentenza, «dare sostegno, anche solo morale, mediante campagne informative che incitano alla protesta ed all'opposizione al trasferimento» può favorire la «messa in pericolo dell'ordine e della sicurezza pubblica». Da qui la decisione di ritenere il ricorso «infondato» e di compensare le spese di lite fra le parti. Per la figlia del ministro, spesso immortalata con il megafono in mano, una magra consolazione. Quando siede ai tavoli con sindaci e prefetti, non fa mai seguire il cognome al nome. «Sono Veronica», ama ripetere, «conta quello che faccio non chi sono». In Puglia, per esempio, si segnalò per la contestazione al Guardasigilli Andrea Orlando, collega di suo padre non solo al governo ma anche nel Pd. Una conferma, l'ennesima, della distanza siderale che c'è tra lady Padoan e l'universo dem.
Antonio Ricchio
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Le posizioni ribassiste in Borsa sono partite prima delle dichiarazioni del leghista sul cambio di governance. Il Mef sopravvaluta il suo impatto sul mercato, mentre quando le indiscrezioni facevano comodo è stato zitto.Veronica Padoan espulsa dalla Calabria per una rivolta di immigrati perde il ricorso al Tar: «Rischiosa per l'ordine pubblico».Lo speciale contiene due articoli.Impegnare il ministero dell'Economia contro Claudio Borghi, responsabile economico della Lega, è stata una mossa politica poco avveduta. Innanzitutto un ministro che risponde a un deputato confonde i piani, e poi ha attribuito al responsabile economico del Carroccio un potere rispetto ai mercati un tantino sopravvalutato. Le sue dichiarazioni su Mps secondo Pier Carlo Padoan avrebbero causato un crollo repentino in Borsa del titolo della banca senese, a sua volta un effetto a catena sul comparto bancario e - utilizzando le parole del ministro - «un pericolo diffuso sui risparmi degli italiani». Immediatamente gran parte dei media italiani hanno ripreso le accuse di Padoan e montato un caso notando che effettivamente Mps ha perso in questi due giorni più o meno il 10% a Piazza Affari. Le dichiarazioni di Borghi possono essere sintetizzate in due punti. Il primo è la revisione della governance. Nulla di eccezionale, visto che la banca non sta certo volando e se la Lega andasse al governo, attraverso il Tesoro diventerebbe l'azionista di riferimento della banca e potrebbe dire la sua decidendo di sostituire Marco Morelli, attuale ad dell'istituto. Così come Padoan ha deciso di confermare il manager al suo posto di comando quando lo Stato a dicembre del 2016 è entrato nel capitale di Mps. Diverso parlare di nazionalizzazione. Quando si fa cenno a più Stato dentro una banca, gli investitori vendono, e quando si parla di privatizzazione gli investitori entrano: questo è un trend quasi scientifico. Per cui l'ipotesi di nazionalizzazione giustificherebbe un crollo in Borsa. Peccato che nel contratto di governo tra Lega e 5 stelle non ci sia scritto nulla di tutto ciò, ma semplicemente una dichiarazione d'intenti generica di dare nuova linfa all'istituto. Così abbiamo prima messo in fila l'andamento del titolo dal mancato aumento di capitale del dicembre 2016 a oggi, e poi abbiamo cercato di entrare un po' in profondità nei trend di vendita. Innanzitutto il titolo valeva nel 2016 (al netto delle ricapitalizzazioni) più di 21 euro. Oggi quota 2,8. Si nota, inoltre che a fine dicembre del 2016 il titolo crolla bruscamente quando agenzie di stampa, evidentemente attingendo a fonti del Mef, annunciano il probabile ingresso del tesoro nel capitale. La notizia fa addirittura saltare l'aumento di capitale stesso e apre la spirale negativa che ha imposto l'esborso di oltre 8 miliardi di denari pubblici. All'epoca nessuno si cosparse il capo di cenere, eppure il tonfo fu notevole e definitivo. All'indomani del voto del 4 marzo, il titolo ha cominciato di nuovo a scendere. Il trend è stato ben descritto da un articolo del Giornale datato 22 marzo e titolato. «I fondi scendono dal Monte». Il crollo del titolo (arrivato ai minimi) era legato a vari aspetti. Certamente il timore di un cambio di governo (l'incertezza non piace mai ai mercati), ma soprattutto al rischio di un nuovo aumento di capitale legato al timore che la Bce rialzasse l'asticella di tagli e risparmi. I fondi speculativi come Carlson e Paulson hanno avviato un programma di dismissioni che è stato in parte contrastato soltanto l'8 aprile scorso quando l'approvazione dei conti (positivi) ha concesso un fiammata.Sono poi però bastati soltanto 5 giorni per perdere nuovamente un 10%, fino alla data del 14 maggio quando un articolo del Sole 24 Ore ha fatto fare un balzo al titolo del 17% circa. La tesi del pezzo sicuramente apprezzata da Padoan è: «Il Mef esce tra 18 mesi». A chi spetta questa decisione ai dirigenti che vanno o a quelli che arrivano? La risposta è ovvia. In ogni caso questo circo azionato da Padoan è buffo. Proprio lui che non è mai stato zitto nei momenti cruciali, sbagliando di solito quasi tutte le previsioni, e che su Mps si è anche giocato la campagna elettorale proprio a Siena. Bisogna infine sottolineare che il 14 maggio, prima che uscisse qualunque indiscrezione su Mps, la Borsa ha registrato un picco di posizioni short, ovvero ribassiste. Tra le 48 società di Borsa che sono state vendute allo scoperto, il primato spetta alle banche. Ben il 7,61% del capitale di BancoBpm è oggetto di short. A seguire tutti gli altri. Ieri la maggior parte di queste posizioni si sono realizzate. Ciò spiega la botta negativa sul listino. Ciò che invece resta di difficile comprensione è perché il Mef (visto che non ha smentito l'articolo del Sole) abbia voluto definire una road map così stretta da lasciare in eredità ad altri. Su una cosa invece non abbiamo dubbi. La politica dovrebbe sempre rimanere fuori dalle banche. Vale per tutti i partiti, ma Padoan non ha alcun titolo per sostenere tale tesi.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mps-borghi-dirigenza-2570020698.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giudici-sulla-figlia-del-ministro-elemento-pericoloso" data-post-id="2570020698" data-published-at="1770535048" data-use-pagination="False"> I giudici sulla figlia del ministro: «Elemento pericoloso» Non è un periodo fortunato per Veronica Padoan, barricadera figlia del ministro dell'Economia, Pier Carlo. Il Tar di Reggio Calabria ha infatti respinto il ricorso che la donna aveva presentato contro il ministero dell'Interno per l'annullamento del provvedimento del questore di Reggio Calabria, emanato lo scorso 18 agosto, con il quale era stato deciso il suo rimpatrio nel Comune di Roma, con divieto di fare ritorno per tre anni a San Ferdinando, nel cuore della Piana di Gioia Tauro. La singolare vicenda che vede protagonista la figlia dell'economista ruota attorno allo sgombero della tendopoli per migranti di San Ferdinando. Esponente di punta del collettivo di sinistra «Campagne in lotta», che si batte contro il caporalato, la Padoan si oppose la scorsa estate al trasferimento degli stranieri in una nuova struttura disposto dalla prefettura di Reggio Calabria. Una contrarietà radicale, che la spinse a diffondere, si legge nella sentenza pubblicata recentemente, «comunicati di dissenso online estremamente critici rispetto alle operazioni trasferimento nella nuova tendopoli», tanto da definirle «sgombero definivo e istituzione di un campo di lavoro istituzionale e da incitare alla resistenza avverso lo spostamento». Qualche giorno prima, il 3 agosto, durante un controllo della polizia, l'attivista era stata fermata mentre percorreva la statale 18. «Nel baule posteriore dell'auto sulla quale viaggiava», scrivono sempre i giudici amministrativi, «veniva rinvenuto materiale propagandistico in lingua italiana, inglese e francese già utilizzato nei giorni precedenti dagli extracomunitari nel corso delle manifestazioni non autorizzate». Il materiale propagandistico recava «un invito a restare uniti e a essere solidali continuando a lottare a favore delle persone che vivono nella tendopoli, in quanto lo Stato stava rispondendo con invio delle forze dell'ordine senza risolvere i problemi degli immigrati». Dunque, per i giudici del Tar è «innegabile» il ruolo svolto dalla rete «Campagne in Lotta» nel fomentare le tensioni poi scoppiate il 18 agosto, durante il trasferimento (poi sospeso) dei migranti in una struttura più idonea e dotata di maggiori servizi oltre che di controlli. Già, perché all'iniziale consenso degli stranieri è seguito il forte dissenso rispetto a ogni ipotesi di trasloco da un ghetto frequentemente teatro di situazioni al limite della legalità. Così come deve ritenersi che la condotta assunta dalla Padoan, che di fronte al provvedimento ha contestato il mancato riconoscimento dei diritti garantiti dalla Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, «possa essere considerata effettivamente pericolosa per l'ordine e la sicurezza pubblica». Una situazione sui generis, che non trova molti precedenti. In altre situazioni, con persone sempre sottoposte a rimpatrio coatto, il Tar ha ritenuto che dovesse essere garantita la libera manifestazione di opinioni di dissenso laddove condotte pacificamente e nel rispetto della legge. In questo caso, invece, si è optato per la linea dura. «Promuovere manifestazioni di protesta non autorizzate», si legge ancora nella sentenza, «dare sostegno, anche solo morale, mediante campagne informative che incitano alla protesta ed all'opposizione al trasferimento» può favorire la «messa in pericolo dell'ordine e della sicurezza pubblica». Da qui la decisione di ritenere il ricorso «infondato» e di compensare le spese di lite fra le parti. Per la figlia del ministro, spesso immortalata con il megafono in mano, una magra consolazione. Quando siede ai tavoli con sindaci e prefetti, non fa mai seguire il cognome al nome. «Sono Veronica», ama ripetere, «conta quello che faccio non chi sono». In Puglia, per esempio, si segnalò per la contestazione al Guardasigilli Andrea Orlando, collega di suo padre non solo al governo ma anche nel Pd. Una conferma, l'ennesima, della distanza siderale che c'è tra lady Padoan e l'universo dem. Antonio Ricchio
Russia e Iran, eccesso di petrolio. Rame, tregua dopo i record. Project Vault, sulle terre rare gli USA come la Cina. GNL USA, la Germania cerca alternative.
Ansa
Una piazza che, dietro la facciata della protesta contro il caro-casa e lo sviluppo urbano, ha concentrato fin dall’inizio la propria energia contro i bersagli consueti - il premier Giorgia Meloni, il governo, gli Stati Uniti, l’Ice e la polizia - e che nel momento più critico ha avanzato verso lo sbarramento di via Marocchetti, dove l’accesso è stato chiuso con mezzi antisommossa e qualche carica di contenimento: sono sette le persone fermate e identificate. Nel mirino sono finiti anche il sindaco Beppe Sala e l’amministrazione comunale. Il risultato è un corteo in cui c’è tutto e il contrario di tutto - dalle Olimpiadi alla Palestina, dall’Ice al Comune - in un accumulo di temi che si sovrappongono fino a cancellarsi a vicenda.
I numeri seguono la consueta geometria variabile delle piazze antagoniste: per gli organizzatori i partecipanti erano quasi 10.000, ma in realtà erano meno della metà. Una forbice evidente fin dall’inizio, quando al concentramento iniziale si contavano poche centinaia di persone, circondate da più telecamere (soprattutto straniere) che manifestanti. In testa hanno sfilato gli alberi di cartone, simbolo dei larici abbattuti a Cortina, e lo striscione «Riprendiamoci le città, liberiamo le montagne». Il corteo ha attraversato corso Lodi sotto il controllo delle forze dell’ordine, mentre il Villaggio Olimpico di via Lorenzini è restato un bersaglio solo evocato. Sul ponte dell’ex scalo di Porta Romana sono volati petardi e fumogeni; più avanti Rifondazione comunista ha esposto il cartello contro Manfredi Catella e, al Corvetto, alcuni manifestantisono saliti sul tetto dell’ex mercato comunale, tra cori cantati sulle note di Hanno ucciso l’uomo ragno contro Sala e i governatori Luca Zaia e Attilio Fontana.
Nello spezzone finale il tema olimpico scompare quasi del tutto. Spuntano i grandi poster con la scritta «Libertà» e i volti di Mohammad Hannoun e di altri suoi sodali, tutti accompagnati da richieste di scarcerazione. Hannoun, leader dell’Api, è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Genova che ipotizza un sistema di raccolta fondi presentati come beneficenza e in realtà destinati a Hamas. Dal megafono prende la parola il figlio di Hannoun, che definisce il padre «una delle prime vittime della guerra della destra alla giustizia, alla libertà e alla Palestina» spingendosi poi su un terreno delirante, trasformando l’intervento in un comizio. «Abbiamo visto cosa c’era negli Epstein files. Daranno Gaza a un gruppo di pedofili».
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato di Fdi parla di «un altro patetico corteo», sostenendo che «dietro la facciata della protesta contro Olimpiadi e caro-vita si nasconda il solito odio ideologico contro il premier Meloni, il governatore Fontana e l’Ice». Sottolinea poi che «gli antagonisti hanno attaccato anche il sindaco Sala», segnando una rottura dopo lo sgombero del Leoncavallo, e chiede «sgomberi immediati» dell’ex Palasharp e il ripristino della legalità dopo l’imbrattamento della Casa dello Sport, invocando l’applicazione rigorosa del decreto Sicurezza.
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Ansa
Un contenitore di plastica, inoltre, era pieno di una polvere bianca che emanava odore di Kerosene e conteneva anche una lampadina. Era stato ancorato con una fascetta da elettricista ai corrugati dei cavi elettrici. Mentre in una seconda scatola c’era l’innesco, collegato a una batteria da nove volt. Sul posto sono intervenuti gli artificieri per le operazioni di bonifica. Non ci sono rivendicazioni. Ma il gesto viene collocato da chi indaga, soprattutto per le modalità e per i precedenti, nel perimetro degli antagonisti e dell’area anarco-insurrezionalista. Il momento, d’altra parte, è considerato bollente, perché in concomitanza con l’avvio dei Giochi di Milano-Cortina. La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo contro ignoti e procede per l’ipotesi di «danneggiamento aggravato». Ma i pm, coordinati dal procuratore capo Paolo Guido, dopo aver ricevuto una prima informativa, «stanno valutando l’ipotesi di procedere per terrorismo». Nel frattempo è stata disposta «la sospensione del transito dei convogli sulle linee ad alta velocità Bologna-Milano e Bologna-Venezia». I problemi sono cominciati attorno alle 8 e si sono estesi fino a determinare la sospensione della circolazione, poi gradualmente ripresa. I treni ad alta velocità, gli Intercity e i regionali hanno registrato «ritardi fino a 120 minuti».
Insomma la pista del terrorismo è più che un’ipotesi, che si sia trattato di un sabotaggio invece è certezza. Le foto sono inequivocabili e non lasciano spazio a dubbi.
Per il ministro dei Trasporti e vicepremier Matteo Salvini, obiettivo di questi sabotatori evidentemente insieme alle Olimpiadi, è «probabilmente è un atto di terrorismo, di interruzione sull’alta velocità da parte di anarchici e casinisti vari» aggiungendo che «queste azioni di inaudita gravità non sporcano in alcun modo l’immagine dell’Italia nel mondo, che proprio i Giochi renderanno ancora più convincente e positiva» ha commentato. «I gravi episodi di sabotaggio avvenuti nei pressi della stazione di Bologna e a Pesaro, che hanno causato pesanti disagi a migliaia di viaggiatori, sono preoccupanti e ricalcano gli atti di terrorismo verificatisi in Francia a poche ore dalla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi». Insomma parla proprio di terrorismo Salvini garantendo di seguire l’evolversi della situazione molto da vicino.
«Non sono compagni che sbagliano ma sabotatori del più importante evento mondiale del 2026, le Olimpiadi Milano - Cortina», il commento di Alessandro Morelli, sottosegretario di Stato. «La sinistra era già pronta a sciacallare di fronte agli annunci di ritardi e invece si deve mordere la lingua vista la malaparata: una sinistra sempre pronta a coccolare e a volte a giustificare balordi e violenti. Sono curioso di vedere se Lilli Gruber riuscirà ad annoverare i ritardi odierni tra i numeri già da fantasilandia che ha rinfacciato ad un incredulo Salvini nei giorni scorsi».
Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami contestualizza: «Siamo dinanzi a un sabotaggio che segue di poche ore l’inizio delle Olimpiadi e che ripropone il tema della difesa delle infrastrutture dagli attacchi di quelli che sono veri e propri terroristi. Anzi sono propri questi eventi che spiegano il ricorso a norme più dure». Bignami non si lascia scappare un commento sulle toghe, augurandosi «che i responsabili siano condannati in maniera ferma ed esemplare. Toghe rosse permettendo...».
«Mentre oggi l’Italia migliore si ritrova unita a tifare per la nazione, a sostenere i suoi valori e a credere nel futuro del Paese, c’è purtroppo chi sceglie la strada opposta: quella della violenza, del sabotaggio e della destabilizzazione. Quanto accaduto a Bologna è un fatto di una gravità assoluta. Sabotare la rete ferroviaria significa colpire infrastrutture strategiche, mettere a rischio la sicurezza dei cittadini e compromettere servizi essenziali del Paese», ha detto il vicepresidente del Senato Licia Ronzulli, che ha chiosato: «Non può esserci alcuna ambiguità né indulgenza verso chi tenta di destabilizzare lo Stato». Sul tema interviene anche Azione con Osvaldo Napoli: «Sono terroristi senza ideologia».
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