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2022-07-17
Miocarditi, ciclo, ragazzini disabili. Lampi di verità sui danni da vaccino
Ansa
Quatti quatti, con la faccia fresca, come se niente fosse, cominciano a dire la verità. Il sacro vaccino? Proprio infallibile non è. Qualche volta fa persino male. Il terrorismo pandemico? Da sconsiderati. Le cure anti Covid? Ci aiutano a contenere l’impatto di Omicron 5. Ma tu guarda: dove prima si scorgevano solo le farneticazioni di «complottisti» e «negazionisti», adesso baluginano lampi di realtà.
Ieri, ad esempio, Adnkronos rilanciava un comunicato del Codacons. L’associazione informa che un sedicenne, residente a Pisa, sarà risarcito per i danni permanenti riportati in seguito alla vaccinazione. Il dipartimento militare di medicina legale di La Spezia, infatti, ha riconosciuto il nesso causale tra la puntura e la trombocitemia immune che lo ha colpito, poche settimane dopo che aveva ricevuto una dose di Moderna.
Il ragazzo, «uno sportivo che ha sempre goduto di ottima salute», a luglio 2021 si reca diligentemente a farsi inoculare il farmaco anti Covid: in fondo, sono i giorni in cui il suo presidente del Consiglio, Mario Draghi, racconta che chi non si vaccina si ammala e muore. Un mese dopo, però, sulle braccia e le gambe del giovane compaiono i primi puntini rossi. A settembre, un ematoma esteso sul braccio destro e sul collo, bolle di sangue su palato, lingua e interno delle guance. Al pronto soccorso pisano gli viene diagnosticata una grave carenza piastrinica: resta ricoverato fino al 18 ottobre e i medici segnalano all’Aifa che, probabilmente, la patologia è stata provocata dal vaccino. A dicembre 2021, la famiglia lo porta al Gaslini di Genova, che conferma la piastrinopenia. I tecnici spezzini concludono: trattasi di «menomazione permanente dell’integrità psicofisica» del malcapitato. Gli sarà riconosciuto un indennizzo. Ma nessuna cifra potrebbe ripagare un adolescente che scoppiava di salute, che magari avrebbe reagito al coronavirus con qualche starnuto e qualche linea di febbre, per una vita intera da disabile.
Intanto, Science Advances aggiunge un tassello alle ricerche di cui, sulla Verità, vi davamo conto da mesi: i vaccini possono alterare il ciclo mestruale. Un gruppo di luminari americani ha condotto un maxi studio su 35.000 donne, il 42,1% delle quali ha riferito di sanguinamenti più intensi e inaspettati dopo le iniezioni. Per fortuna, in questo caso non parliamo di disturbi invalidanti. Però colpisce il commento di Kathryn Clancy, prof in un ateneo dell’Illinois, che ha coordinato il progetto: «I medici che si sono occupati dell’argomento, dopo aver raccolto le prime segnalazioni sulle alterazioni mestruali post vaccinazione», si sono mostrati «spesso sprezzanti nei confronti delle preoccupazioni dei pazienti». È l’effetto collaterale del «clima infame» costruito attorno alle siringhe: anziché spingere i dottori a monitorare gli inconvenienti dei farmaci, per migliorarne i profili di sicurezza, s’è creato l’incentivo a insabbiare, o almeno a minimizzare il problema.
Ve li ricordate, i cardiologi che snobbavano le miocarditi? Sono rare, pontificavano, e poi si curano con un paio di settimane di terapia. Intanto, negli Usa si pubblicavano le autopsie sugli adolescenti morti nel sonno, con il cuore ricoperto di tessuti fibrotici. Ebbene, quattro giorni fa, il British medical journal - già bersaglio dei fondamentalisti del vaccino, quando denunciò irregolarità in alcuni trial di Pfizer - ha diffuso un paper sui disturbi cardiaci innescati dalle inoculazioni a mRna. Il saggio canadese incrocia 46 report e 8.000 casi, ribadendo i dati già noti sull’aumento di miocarditi nei maschi tra 12 e 29 anni, specie in seguito alla vaccinazione con Moderna. Il suggerimento è di allungare l’intervallo tra le dosi, perché il tasso della patologia decresce se tra prima e seconda puntura passano più di 30 giorni. La scienza funziona così: verificando, sperimentando, parlando apertamente. L’opposto della stampa addomesticata.
Resta l’esigenza di definire rischi e benefici del vaccino, in un contesto epidemiologico in cui, al di sotto dei 40 anni, esso sta mostrando un’efficacia negativa persino sui ricoveri in terapia intensiva. Verrà il giorno in cui qualcuno sdoganerà l’interrogativo proibito.
Un po’ come ha fatto ieri, su Facebook, Francesco Vaia: «In questi giorni di preparazione per le meritate vacanze», ha scritto, «si sta scatenando una ressa per i tamponi. Tutti vogliono, legittimamente, essere tranquilli e partire. In caso di positività, che magari si allunga oltre la settimana, crescono l’insofferenza, la rabbia e la paura determinate da sciagurate campagne catastrofiste. Serve calma». Finalmente si può dire: sciagurati i terroristi dell’ondata estiva, degli ospedali in affanno, delle mascherine abbandonate «troppo presto». Parola del direttore scientifico dello Spallanzani, mica di quei puzzoni del giornale di Maurizio Belpietro. Sulle cui colonne, Andrea Crisanti ha già ammesso: a morire di Covid non sono i no vax, bensì i fragili trivaccinati.
Quatti quatti, con la faccia fresca, come se niente fosse, dopo averci sbeffeggiato in quanto gazzettino dei no vax, gli ex gendarmi del regimetto sanitario, di colpo, ci danno ragione. Meglio tardi che mai. Non chiederemo il risarcimento.
Rianimazione, è flop delle punture
La nota congiunta di ministero della Salute, Aifa e Istituto superiore di sanità ha dato il via libera alla quarta dose perché è aumentata la «circolazione virale con ripresa della curva epidemica, associata ad aumento dell’occupazione di posti letto nelle aree mediche e, in minor misura, nelle terapie intensiva». Il rapporto dell’Iss, aggiornato al 13 luglio, e l’analisi condotta sui dati Siaarti, la società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva, forniscono informazioni del tutto diverse e sorge spontanea la domanda: che razza di comunicazione esiste ai vertici della nostra Sanità?
Partiamo dalla rilevazione degli anestesisti che, a livello nazionale, il 13 luglio non ha segnalato un’impennata di ricoveri in rianimazione. Dei 1.252 pazienti nei 155 centri campione, solo 211 (16,9%) erano positivi al test. Al 5 luglio erano il 13,5%, la variazione è molto piccola ed è confermata l’assoluta prevalenza di ricoverati con altre patologie: 83,1%. Una settimana fa erano l’86%, siamo lontanissimi da un’emergenza Covid in terapia intensiva dove, per altro, l’età media delle persone è 70 anni, come ci comunica l’Iss.
Quindi i 57 pazienti su 211 positivi, con supporto respiratorio invasivo, ci immaginiamo che non scoppiassero di salute prima di finire ricoverati. Lo stesso presidente di Siaarti, Antonino Giarratano, ha così commentato le analisi fornite dal suo network: «Il virus sta determinando una quota di malattia grave inferiore alle precedenti ondate e questo è dovuto principalmente a due fattori: la gran parte della popolazione è protetta da malattia grave dalla vaccinazione o dalla precedente infezione, e Omicron Ba5 sembra colpire più frequentemente le vie respiratorie superiori». Quindi non c’è emergenza, l’allarme non è giustificato da reparti al collasso e 405 pazienti nelle terapie intensive di tutta Italia sono un nulla.
Agenas, l’Agenzia regionale per i servizi regionali, ieri indicava una percentuale del 3,7 % di pazienti Covid in terapia intensiva rispetto agli ospedalizzati. Sempre in data 15 luglio, il rapporto tra pazienti Covid ospedalizzati e totale positivi in Italia è appena dello 0,8%. Sempre nella confusione di non sapere se vengono conteggiati gli infettati o gli ammalati.
C’è dell’altro, che smentisce l’urgenza di ricorrere alla quarta dose. Il report del 13 luglio dell’Iss, quando calcola il rischio relativo per età e stato vaccinale su 100.000 abitanti, segnala che nelle diagnosi con ricovero in terapia intensiva, tra il 27 maggio e il 26 giugno scorsi, la fascia 12-39 anni dei tridosati ha il doppio di probabilità in più rispetto ai non vaccinati di finire in terapia intensiva, mentre la popolazione di persone della stessa età e con due dosi effettuate da meno di 120 giorni, hanno un rischio relativo cinque volte più elevato. Nella fascia 40-59 anni, i vaccinati con ciclo completo da meno 120 giorni, hanno il 25% di probabilità in più di finire in terapia intensiva rispetto a un non vaccinato, se si infettano. Non va meglio con la stima dell’efficacia vaccinale per fascia di età. Tra i 12-39 anni con ciclo completo e richiamo, si ferma al 45,4% nei confronti dell’infezione e del 46% tra i 40-59 anni, per la fascia 60-70 è al 60%. Potremmo scommetterci, anche se in tema di vaccinazioni sarebbe di pessimo gusto: dopo una quarta dose, con un vaccino ancora sul ceppo di Wuhan che non esiste più, la situazione non cambierebbe affatto. Con il rischio che vaccinazioni ripetute e ravvicinate «la nostra macchina immunologica possa andare in corto circuito», come ha dichiarato Antonio Cassone, professore all’American academy microbiology.
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Dopo mesi di reticenze, sui media fanno capolino le tesi tabù: dal risarcimento a un sedicenne «menomato» dall’iniezione, all’articolo del «Bmj» sulle reazioni cardiache, al maxi studio sulle alterazioni del mestruo.Nella fascia 12-39 anni ricoveri rari, però più frequenti tra i tridosati che tra i no vax. Intanto, i numeri degli anestesisti confermano: nessun allarme in terapia intensiva.Lo speciale contiene due articoli.Quatti quatti, con la faccia fresca, come se niente fosse, cominciano a dire la verità. Il sacro vaccino? Proprio infallibile non è. Qualche volta fa persino male. Il terrorismo pandemico? Da sconsiderati. Le cure anti Covid? Ci aiutano a contenere l’impatto di Omicron 5. Ma tu guarda: dove prima si scorgevano solo le farneticazioni di «complottisti» e «negazionisti», adesso baluginano lampi di realtà.Ieri, ad esempio, Adnkronos rilanciava un comunicato del Codacons. L’associazione informa che un sedicenne, residente a Pisa, sarà risarcito per i danni permanenti riportati in seguito alla vaccinazione. Il dipartimento militare di medicina legale di La Spezia, infatti, ha riconosciuto il nesso causale tra la puntura e la trombocitemia immune che lo ha colpito, poche settimane dopo che aveva ricevuto una dose di Moderna.Il ragazzo, «uno sportivo che ha sempre goduto di ottima salute», a luglio 2021 si reca diligentemente a farsi inoculare il farmaco anti Covid: in fondo, sono i giorni in cui il suo presidente del Consiglio, Mario Draghi, racconta che chi non si vaccina si ammala e muore. Un mese dopo, però, sulle braccia e le gambe del giovane compaiono i primi puntini rossi. A settembre, un ematoma esteso sul braccio destro e sul collo, bolle di sangue su palato, lingua e interno delle guance. Al pronto soccorso pisano gli viene diagnosticata una grave carenza piastrinica: resta ricoverato fino al 18 ottobre e i medici segnalano all’Aifa che, probabilmente, la patologia è stata provocata dal vaccino. A dicembre 2021, la famiglia lo porta al Gaslini di Genova, che conferma la piastrinopenia. I tecnici spezzini concludono: trattasi di «menomazione permanente dell’integrità psicofisica» del malcapitato. Gli sarà riconosciuto un indennizzo. Ma nessuna cifra potrebbe ripagare un adolescente che scoppiava di salute, che magari avrebbe reagito al coronavirus con qualche starnuto e qualche linea di febbre, per una vita intera da disabile. Intanto, Science Advances aggiunge un tassello alle ricerche di cui, sulla Verità, vi davamo conto da mesi: i vaccini possono alterare il ciclo mestruale. Un gruppo di luminari americani ha condotto un maxi studio su 35.000 donne, il 42,1% delle quali ha riferito di sanguinamenti più intensi e inaspettati dopo le iniezioni. Per fortuna, in questo caso non parliamo di disturbi invalidanti. Però colpisce il commento di Kathryn Clancy, prof in un ateneo dell’Illinois, che ha coordinato il progetto: «I medici che si sono occupati dell’argomento, dopo aver raccolto le prime segnalazioni sulle alterazioni mestruali post vaccinazione», si sono mostrati «spesso sprezzanti nei confronti delle preoccupazioni dei pazienti». È l’effetto collaterale del «clima infame» costruito attorno alle siringhe: anziché spingere i dottori a monitorare gli inconvenienti dei farmaci, per migliorarne i profili di sicurezza, s’è creato l’incentivo a insabbiare, o almeno a minimizzare il problema. Ve li ricordate, i cardiologi che snobbavano le miocarditi? Sono rare, pontificavano, e poi si curano con un paio di settimane di terapia. Intanto, negli Usa si pubblicavano le autopsie sugli adolescenti morti nel sonno, con il cuore ricoperto di tessuti fibrotici. Ebbene, quattro giorni fa, il British medical journal - già bersaglio dei fondamentalisti del vaccino, quando denunciò irregolarità in alcuni trial di Pfizer - ha diffuso un paper sui disturbi cardiaci innescati dalle inoculazioni a mRna. Il saggio canadese incrocia 46 report e 8.000 casi, ribadendo i dati già noti sull’aumento di miocarditi nei maschi tra 12 e 29 anni, specie in seguito alla vaccinazione con Moderna. Il suggerimento è di allungare l’intervallo tra le dosi, perché il tasso della patologia decresce se tra prima e seconda puntura passano più di 30 giorni. La scienza funziona così: verificando, sperimentando, parlando apertamente. L’opposto della stampa addomesticata. Resta l’esigenza di definire rischi e benefici del vaccino, in un contesto epidemiologico in cui, al di sotto dei 40 anni, esso sta mostrando un’efficacia negativa persino sui ricoveri in terapia intensiva. Verrà il giorno in cui qualcuno sdoganerà l’interrogativo proibito.Un po’ come ha fatto ieri, su Facebook, Francesco Vaia: «In questi giorni di preparazione per le meritate vacanze», ha scritto, «si sta scatenando una ressa per i tamponi. Tutti vogliono, legittimamente, essere tranquilli e partire. In caso di positività, che magari si allunga oltre la settimana, crescono l’insofferenza, la rabbia e la paura determinate da sciagurate campagne catastrofiste. Serve calma». Finalmente si può dire: sciagurati i terroristi dell’ondata estiva, degli ospedali in affanno, delle mascherine abbandonate «troppo presto». Parola del direttore scientifico dello Spallanzani, mica di quei puzzoni del giornale di Maurizio Belpietro. Sulle cui colonne, Andrea Crisanti ha già ammesso: a morire di Covid non sono i no vax, bensì i fragili trivaccinati. Quatti quatti, con la faccia fresca, come se niente fosse, dopo averci sbeffeggiato in quanto gazzettino dei no vax, gli ex gendarmi del regimetto sanitario, di colpo, ci danno ragione. Meglio tardi che mai. Non chiederemo il risarcimento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/miocarditi-ciclo-verita-danni-vaccino-2657683168.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rianimazione-e-flop-delle-punture" data-post-id="2657683168" data-published-at="1658015974" data-use-pagination="False"> Rianimazione, è flop delle punture La nota congiunta di ministero della Salute, Aifa e Istituto superiore di sanità ha dato il via libera alla quarta dose perché è aumentata la «circolazione virale con ripresa della curva epidemica, associata ad aumento dell’occupazione di posti letto nelle aree mediche e, in minor misura, nelle terapie intensiva». Il rapporto dell’Iss, aggiornato al 13 luglio, e l’analisi condotta sui dati Siaarti, la società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva, forniscono informazioni del tutto diverse e sorge spontanea la domanda: che razza di comunicazione esiste ai vertici della nostra Sanità? Partiamo dalla rilevazione degli anestesisti che, a livello nazionale, il 13 luglio non ha segnalato un’impennata di ricoveri in rianimazione. Dei 1.252 pazienti nei 155 centri campione, solo 211 (16,9%) erano positivi al test. Al 5 luglio erano il 13,5%, la variazione è molto piccola ed è confermata l’assoluta prevalenza di ricoverati con altre patologie: 83,1%. Una settimana fa erano l’86%, siamo lontanissimi da un’emergenza Covid in terapia intensiva dove, per altro, l’età media delle persone è 70 anni, come ci comunica l’Iss. Quindi i 57 pazienti su 211 positivi, con supporto respiratorio invasivo, ci immaginiamo che non scoppiassero di salute prima di finire ricoverati. Lo stesso presidente di Siaarti, Antonino Giarratano, ha così commentato le analisi fornite dal suo network: «Il virus sta determinando una quota di malattia grave inferiore alle precedenti ondate e questo è dovuto principalmente a due fattori: la gran parte della popolazione è protetta da malattia grave dalla vaccinazione o dalla precedente infezione, e Omicron Ba5 sembra colpire più frequentemente le vie respiratorie superiori». Quindi non c’è emergenza, l’allarme non è giustificato da reparti al collasso e 405 pazienti nelle terapie intensive di tutta Italia sono un nulla. Agenas, l’Agenzia regionale per i servizi regionali, ieri indicava una percentuale del 3,7 % di pazienti Covid in terapia intensiva rispetto agli ospedalizzati. Sempre in data 15 luglio, il rapporto tra pazienti Covid ospedalizzati e totale positivi in Italia è appena dello 0,8%. Sempre nella confusione di non sapere se vengono conteggiati gli infettati o gli ammalati. C’è dell’altro, che smentisce l’urgenza di ricorrere alla quarta dose. Il report del 13 luglio dell’Iss, quando calcola il rischio relativo per età e stato vaccinale su 100.000 abitanti, segnala che nelle diagnosi con ricovero in terapia intensiva, tra il 27 maggio e il 26 giugno scorsi, la fascia 12-39 anni dei tridosati ha il doppio di probabilità in più rispetto ai non vaccinati di finire in terapia intensiva, mentre la popolazione di persone della stessa età e con due dosi effettuate da meno di 120 giorni, hanno un rischio relativo cinque volte più elevato. Nella fascia 40-59 anni, i vaccinati con ciclo completo da meno 120 giorni, hanno il 25% di probabilità in più di finire in terapia intensiva rispetto a un non vaccinato, se si infettano. Non va meglio con la stima dell’efficacia vaccinale per fascia di età. Tra i 12-39 anni con ciclo completo e richiamo, si ferma al 45,4% nei confronti dell’infezione e del 46% tra i 40-59 anni, per la fascia 60-70 è al 60%. Potremmo scommetterci, anche se in tema di vaccinazioni sarebbe di pessimo gusto: dopo una quarta dose, con un vaccino ancora sul ceppo di Wuhan che non esiste più, la situazione non cambierebbe affatto. Con il rischio che vaccinazioni ripetute e ravvicinate «la nostra macchina immunologica possa andare in corto circuito», come ha dichiarato Antonio Cassone, professore all’American academy microbiology.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.