Il gip di Ragusa ha ordinato una perizia per capire se «Tachipirina e vigile attesa», la famosa raccomandazione che dava ai medici di base l’ex ministro Roberto Speranza, sia stata o no causa della morte di un malato di Covid e dell’aggravamento di suo figlio, sopravvissuto ma finito anche lui in terapia intensiva a fine 2020.
È la novità dell’inchiesta giudiziaria partita da Roma e trasferita dalla capitale a sette procure, che fa seguito alla denuncia presentata a dicembre del 2024 contro i vertici di ministero e Aifa e contro alcuni medici di base da tre parenti di morti di Covid e da chi scrive, in qualità di testimone per via dell’attività giornalistica svolta a Fuori dal Coro che documentò l’abbandono dei malati a casa durante la pandemia. Il fascicolo a Ragusa è arrivato da Roma la scorsa estate e il pm Gaetano Scollo ha deciso di iscrivere nel registro degli indagati, rispettivamente per omicidio colposo e lesioni colpose, la dottoressa Annamaria Cucuzzella, medico di base di Salvatore Occhipinti, morto di Covid il 3 gennaio del 2021 a 84 anni, e il dottor Giovanni Ferraro, medico di base del figlio di Salvatore, Gianluca Occhipinti, oggi cinquantacinquenne, che si ammalò di Covid come il papà a fine del 2020. Secondo quanto riportato nella denuncia, la dottoressa di base dell’anziano Occhipinti chiamò il paziente e parlò con lui al telefono una sola volta, limitandosi a parlare con la figlia del malato, ribadendole che l’unica cosa da fare era controllare il tampone. L’anziano Occhipinti, dopo 11 giorni senza che nessuno controllasse le sue condizioni di salute, finì ricoverato in terapia intensiva con una polmonite interstiziale bilaterale da Covid e infine morì. Anche il medico di base del figlio, Salvatore Occhipinti, lasciò il suo assistito da solo senza andarlo a visitare per dieci giorni e gli sconsigliò tutti i medicinali nonostante Gianluca gli mandasse vocali dove era evidente che stava sempre peggio: il medico di base gli diceva di aspettare in vigile attesa e in uno dei messaggi vocali, tutti allegati alla denuncia, il medico dice che bisognava fare così perché «tutti gli altri protocolli di cura erano stati smentiti dall’Aifa».
Le autorità sanitarie dell’epoca infatti ribadivano che non bisognava trattare precocemente a domicilio i malati di Covid se non con il paracetamolo, anche se i sintomi si aggravavano.
La perizia sui casi di Occhipinti padre e figlio è stata chiesta al gip di Ragusa dal pm e si svolgerà in incidente probatorio. Ieri c’è stata la prima udienza con la formulazione dei quesiti. Gianluca Occhipinti ha nominato come consulente di parte il professor Alessandro Capucci, tra i relatori di una relazione peritale medica collegiale allegata alla denuncia, che esamina dieci casi clinici, concludendo che «il ritardo nell’inizio della terapia, come previsto dal protocollo «vigile attesa», rappresenta il meccanismo determinante alla base del decesso di questi nove pazienti e dell’aggravamento che ha reso inevitabile l’ospedalizzazione del paziente sopravvissuto». Il pm di Ragusa, Scollo, nella sua richiesta al gip della perizia, ha chiesto che questa possa «accertare le cause della morte di Occhipinti Salvatore e delle lesioni personali patite da Occhipinti Gianluca, nonché la correttezza delle diagnosi e dei trattamenti terapeutici ai quali gli stessi sono stati sottoposti e se sia configurabile una qualche responsabilità professionale in capo a coloro i quali li hanno avuti in cura, riferendo, altresì, ogni altro elemento utile alle indagini».
Il pm di Ragusa, iscrivendo nel registro degli indagati i due medici di base, ha così dato seguito al provvedimento di trasferimento del fascicolo del pm di Roma, Giorgio Orano, che così aveva scritto il 24 maggio scorso: «Al di là dunque del tratto comune alla diverse vicende (l’esistenza di Linee Guida ritenute inadeguate, che avrebbero inciso sulle condotte dei sanitari coinvolti) la trattazione in sede penale dei dieci casi clinici non può che avvenire separatamente - trattandosi per l’appunto di fatti distinti - e ad opera delle Procure competenti, sulla base del luogo di residenza e di decesso del paziente, cosi da accertare, come richiesto dalla denuncia, in primis le eventuali responsabilità dei sanitari che ebbero concretamente in cura il paziente medesimo». Dichiara l’avvocato Francesco Ricciardi del foro di Roma, che rappresenta uno dei parenti che hanno denunciato: «I nostri consulenti affermano che le Linee Guida fossero inadeguate. Se così sarà dimostrato, allora i medici avevano il dovere di disapplicarle. È senz’altro un primo segnale positivo - e speriamo non l’unico - il fatto che un magistrato abbia ritenuto di vederci chiaro sul caso sollevato in denuncia, decidendo di disporre una perizia tecnica e di accertare le responsabilità dei medici Auspichiamo un approfondimento anche sul ruolo degli organi di vertice denunciati». Prossima udienza il 23 giugno.
- Una ricerca di recente pubblicazione mostra come, dati alla mano, Covid e preparati genici velocizzino la crescita delle masse cancerogene. Chi ha ricevuto le dosi è più esposto perché più sollecitato.
- Boccia (Pd) durante l’audizione di Sileri in commissione: «Decidevano Cts e Cdm» L’allora viceministro conferma: «Io isolato. Non so chi abbia imposto la tachipirina».
Lo speciale contiene due articoli.
I vaccini a Rna messaggero contro il Covid favoriscono e velocizzano, se a dosi ripetute, la crescita di piccoli tumori già presenti nell’organismo e velocizzano la crescita di metastasi. È quanto emerge dalla letteratura scientifica e, in particolare, dagli esperimenti fatti in vitro sulle cellule e quelli sui topi, così come viene esposto nello studio pubblicato lo scorso 2 dicembre sulla rivista Mdpi da Ciro Isidoro, biologo, medico, patologo e oncologo sperimentale, nonché professore ordinario di patologia generale all’Università del Piemonte orientale di Novara. Lo studio è una review, ovvero una sintesi critica dei lavori scientifici pubblicati finora sull’argomento, e le conclusioni a cui arriva sono assai preoccupanti. Dai dati scientifici emerge che sia il vaccino a mRna contro il Covid sia lo stesso virus possono favorire la crescita di tumori e metastasi già esistenti. Inoltre, alla luce dei dati clinici a disposizione, emerge sempre più chiaramente che a questo rischio di tumori e metastasi «accelerati» appaiono più esposti i vaccinati con più dosi. Fa notare Isidoro: «Proprio a causa delle ripetute vaccinazioni i vaccinati sono più soggetti a contagiarsi e dunque - sebbene sia vero che il vaccino li protegge, ma temporaneamente, dal Covid grave - queste persone si ritrovano nella condizione di poter subire contemporaneamente i rischi oncologici provocati da vaccino e virus naturale messi insieme».
Sono diversi i meccanismi cellulari attraverso cui il vaccino può velocizzare l’andamento del cancro analizzati negli studi citati nella review di Isidoro, intitolata «Sars-Cov2 e vaccini anti-Covid-19 a mRna: Esiste un plausibile legame meccanicistico con il cancro?». Tra questi studi, alcuni rilevano che, in conseguenza della vaccinazione anti-Covid a mRna - e anche in conseguenza del Covid -, «si riduce Ace 2», enzima convertitore di una molecola chiamata angiotensina II, favorendo il permanere di questa molecola che favorisce a sua volta la proliferazione dei tumori. Altri dati analizzati nella review dimostrano inoltre che sia il virus che i vaccini di nuova generazione portano ad attivazione di geni e dunque all’attivazione di cellule tumorali. Altri dati ancora mostrano come sia il virus che il vaccino inibiscano l’espressione di proteine che proteggono dalle mutazioni del Dna.
Insomma, il vaccino anti-Covid, così come il virus, interferisce nei meccanismi cellulari di protezione dal cancro esponendo a maggiori rischi chi ha già una predisposizione genetica alla formazione di cellule tumorali e i malati oncologici con tumori dormienti, spiega Isidoro, facendo notare come i vaccinati con tre o più dosi si sono rivelati più esposti al contagio «perché il sistema immunitario in qualche modo viene ingannato e si adatta alla spike e dunque rende queste persone più suscettibili ad infettarsi».
Nella review anche alcune conferme agli esperimenti in vitro che arrivano dal mondo reale, come uno studio retrospettivo basato su un’ampia coorte di individui non vaccinati (595.007) e vaccinati (2.380.028) a Seul, che ha rilevato un’associazione tra vaccinazione e aumento del rischio di cancro alla tiroide, allo stomaco, al colon-retto, al polmone, al seno e alla prostata. «Questi dati se considerati nel loro insieme», spiega Isidoro, «convergono alla stessa conclusione: dovrebbero suscitare sospetti e stimolare una discussione nella comunità scientifica».
D’altra parte, anche Katalin Karikó, la biochimica vincitrice nel 2023 del Nobel per la Medicina proprio in virtù dei suoi studi sull’Rna applicati ai vaccini anti Covid, aveva parlato di questi possibili effetti collaterali di «acceleratore di tumori già esistenti». In particolare, in un’intervista rilasciata a Die Welt lo scorso gennaio, la ricercatrice ungherese aveva riferito della conversazione con una donna sulla quale, due giorni dopo l’inoculazione, era comparso «un grosso nodulo al seno». La signora aveva attribuito l’insorgenza del cancro al vaccino, mentre la scienziata lo escludeva ma tuttavia forniva una spiegazione del fenomeno: «Il cancro c’era già», spiegava Karikó, «e la vaccinazione ha dato una spinta in più al sistema immunitario, così che le cellule di difesa immunitaria si sono precipitate in gran numero sul nemico», sostenendo, infine, che il vaccino avrebbe consentito alla malcapitata di «scoprire più velocemente il cancro», affermazione che ha lasciato e ancor di più oggi lascia - alla luce di questo studio di Isidoro - irrisolti tanti interrogativi, soprattutto di fronte all’incremento in numero dei cosiddetti turbo-cancri e alla riattivazione di metastasi in malati oncologici, tutti eventi che si sono manifestati post vaccinazione anti- Covid e non hanno trovato altro tipo di plausibilità biologica diversa da una possibile correlazione con i preparati a mRna.
«Marginale il gabinetto di Speranza»
Mentre eravamo chiusi in casa durante il lockdown, il più lungo di tutti i Paesi occidentali, ognuno di noi era certo in cuor suo che i decisori che apparecchiavano ogni giorno alle 18 il tragico rito della lettura dei contagi e dei decessi sapessero ciò che stavano facendo. In realtà, al netto di un accettabile margine di impreparazione vista l’emergenza del tutto nuova, nelle tante stanze dei bottoni che il governo Pd-M5S di allora, guidato da Giuseppe Conte, aveva istituito, andavano tutti in ordine sparso. E l’audizione in commissione Covid del proctologo del San Raffaele Pierpaolo Sileri, allora viceministro alla Salute in quota 5 stelle, ha reso ancor più tangibile il livello d’improvvisazione e sciatteria di chi allora prese le decisioni e oggi è impegnato in tripli salti carpiati pur di rinnegarne la paternità. È il caso, ad esempio, del senatore Francesco Boccia del Pd, che ieri è intervenuto con zelante sollecitudine rivolgendo a Sileri alcune domande che son suonate più come ingannevoli asseverazioni. Una per tutte: «Io penso che il gabinetto del ministero della salute (guidato da Roberto Speranza, ndr) fosse assolutamente marginale, decidevano Protezione civile e coordinamento dei ministri». Il senso dell’intervento di Boccia non è difficile da cogliere: minimizzare le responsabilità del primo imputato della malagestione pandemica, Speranza, collega di partito di Boccia, e rovesciare gli oneri ora sul Cts, ora sulla Protezione civile, eventualmente sul governo ma in senso collegiale. «Puoi chiarire questi aspetti così li mettiamo a verbale?», ha chiesto Boccia a Sileri. L’ex sottosegretario alla salute, però, non ha dato la risposta desiderata: «Il mio ruolo era marginale», ha dichiarato Sileri, impegnato a sua volta a liberarsi del peso degli errori e delle omissioni in nome di un malcelato «io non c’ero, e se c’ero dormivo», «il Cts faceva la valutazione scientifica e la dava alla politica. Era il governo che poi decideva». Quello stesso governo dove Speranza, per forza di cose, allora era il componente più rilevante. Sileri ha dichiarato di essere stato isolato dai funzionari del ministero: «Alle riunioni non credo aver preso parte se non una volta» e «i Dpcm li ricevevo direttamente in aula, non ne avevo nemmeno una copia». Che questo racconto sia funzionale all’obiettivo di scaricare le responsabilità su altri, è un dato di fatto, ma l’immagine che ne esce è quella di decisori «inadeguati e tragicomici», come ebbe già ad ammettere l’altro sottosegretario Sandra Zampa (Pd).Anche sull’adozione dell’antiscientifica «terapia» a base di paracetamolo (Tachipirina) e vigile attesa, Sileri ha dichiarato di essere totalmente estraneo alla decisione: «Non so chi ha redatto la circolare del 30 novembre 2020 che dava agli antinfiammatori un ruolo marginale, ne ho scoperto l’esistenza soltanto dopo che era già uscita». Certo, ha ammesso, a novembre poteva essere dato maggiore spazio ai Fans perché «da marzo avevamo capito che non erano poi così malvagi». Bontà sua. Per Alice Buonguerrieri (Fdi) «è la conferma che la gestione del Covid affogasse nella confusione più assoluta». Boccia è tornato all’attacco anche sul piano pandemico: «Alcuni virologi hanno ribadito che era scientificamente impossibile averlo su Sars Cov-2, confermi?». «L'impatto era inatteso, ma ovviamente avere un piano pandemico aggiornato avrebbe fatto grosse differenze», ha replicato Sileri, che nel corso dell’audizione ha anche preso le distanze dalle misure suggerite dall’Oms che «aveva un grosso peso politico da parte dalla Cina». «I burocrati nominati da Speranza sono stati lasciati spadroneggiare per coprire le scelte errate dei vertici politici», è il commento di Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia, alla «chicca» emersa in commissione: un messaggio di fuoco che l’allora capo di gabinetto del ministero Goffredo Zaccardi indirizzò a Sileri («Stai buono o tiro fuori i dossier che ho nel cassetto», avrebbe scritto).In che mani siamo stati.
«Io avevo 18 anni e stavo bene. Vivevo una vita normale. Mi allenavo. Ero in forma. Mi sono vaccinata ad agosto del 2021 e dieci giorni dopo la seconda dose ho iniziato a stare malissimo e da quel momento in poi sono peggiorata sempre di più. Adesso praticamente non riesco a fare più niente, riesco a stare in piedi a malapena qualche minuto e a fare qualche passo in casa, ma poi ho bisogno della sedia a rotelle, perché se mi sforzo mi vengono dolori lancinanti. Non riesco neppure ad asciugarmi i capelli perché le braccia non mi reggono…». Letizia Martini, di Rimini, oggi ha 22 anni e la vita rovinata a causa degli effetti collaterali neurologici del vaccino Pfizer. Già subito dopo la prima dose aveva avvertito i primi sintomi della malattia, che poi si è manifestata con violenza dopo la seconda puntura, tant’è che adesso Letizia è stata riconosciuta invalida all’80%.
Anche la storia clinica di questa ragazza, come le altre storie che vi abbiamo raccontato, è certificata nei referti ospedalieri ed è tremendamente simile a tante altre di danneggiati dal vaccino che hanno sviluppato malattie neurologiche di origine autoimmune, coerentemente con quanto pubblicato in questi anni nella letteratura scientifica. Che qualcuno finge di non conoscere, ma che invece ha documentato l’insorgenza di tutta una serie malattie neurologiche, anche gravemente invalidanti, come conseguenza della vaccinazione anti Covid. Tra queste malattie c’è’ anche la patologia che ha colpito questa ragazza: una neuropatia delle piccole fibre, la stessa che ha distrutto l’esistenza a un’altra giovane ex atleta che abbiamo intervistato la scorsa settimana, Gaia Zazzaretti, un tempo campionessa di karate e ora costretta, a 28 anni, a una vita da anziana, dopo aver creduto al virologo Roberto Burioni che nei salotti tv rassicurava la popolazione negando, in coro con le altre «virostar», che i vaccini fossero sperimentali ed escludendo ogni rischio, quando invece già esistevano dati, allarmanti, che arrivavano da Israele e Inghilterra. Dati ignorati dalle nostre autorità sanitarie, tant’è che poi fu emanato il green pass.
Ora, le conseguenze della vaccinazione di massa indiscriminata e per lo più estorta le vediamo su persone prima perfettamente sane come Letizia. Il suo è un calvario, iniziato tre anni fa, che non vede fine: «I sintomi insorti dopo la prima dose li ho sottovalutati, anche perché io non credevo che il vaccino anti Covid potesse farmi male, visto che ci dicevano il contrario. Però ricordo che ho avuto subito una strana rigidità muscolare e avevo tachicardia. Dopo la seconda dose la situazione è precipitata: subito un dolore alla schiena fortissimo con sintomi simil-influenzali e da lì ogni giorno sono peggiorata: dolori muscolari e articolari e poi nebbia cognitiva, con vertigini e continui giramenti di testa. Praticamente non riuscivo a fare più niente, neanche ad andare a scuola e i professori non mi capivano, non mi credevano, pensavano che mi stessi inventando tutto, che fossi una malata immaginaria».
Piange al telefono, Letizia, mentre racconta quei giorni e mesi in cui si è sentita tremendamente sola, se non fosse stato per la vicinanza della mamma, l’unica che sin da subito ha creduto in lei e le è rimasta a fianco. È stato orribile, innanzitutto perché era il periodo del Covid e sembrava impossibile fare visite in ospedale. Quindi ho iniziato a farmi visitare privatamente, ma i medici mi vedevano molto giovane e vedevano che apparentemente, esteticamente, stavo bene, quindi credevano che stessi esagerando o mi inventassi qualcosa per attirare l’attenzione su di me. Mi trattavano come una malata immaginaria, insomma, mi dicevano di prendere qualche antinfiammatorio e finiva lì. Solo nel 2024 ho avuto la prima diagnosi». Si legge nel referto del neurologo che ha visitato la ragazza presso l’Asl di Bologna: «8 agosto 2021 seconda dose vaccino anti Covid (Pfizer). Dopo due settimane artralgie e astenia. Successivamente comparsa di prurito in tutto il corpo e parestesie agli arti inferiori che si sono estese anche agli arti superiori. Livedo reticularis alle ginocchia. Tachicardie soprattutto nei cambi posturali. I disturbi determinano una certa difficoltà a deambulare». Dopo anni di analisi ed esami, non è stata trovata altra causa scatenante della malattia di Letizia tranne le ripetute vaccinazioni anti Covid. Ora la ragazza ha avviato le pratiche per il riconoscimento ufficiale della correlazione e il diritto all’indennizzo, ma sarà impossibile per lei tornare quella di una volta.
Letizia si chiede se il suo destino poteva essere diverso, qualora il danno da vaccino le fosse stato diagnosticato subito: «La parestesia alle gambe mi è venuta dopo circa due mesi. Quindi forse c’era il tempo e il modo di intervenire prima che tutto degenerasse. Invece nessuno mi diceva cosa accadeva e nessuno mi prendeva neanche in carico. Andavo al pronto soccorso e mi rimandavano a casa ed ero disperata insieme alla mia mamma, che non sapeva neanche lei cosa fare. Dovevano dirlo che i vaccini erano rischiosi! Dovevano comportarsi in un altro modo, soprattutto con noi giovani! Rovinare la vita a una persona che ha 18 anni e ha una vita davanti a sé è cosa molto grave. Invece nessuno si prende la responsabilità di nulla. Si continua in maniera ridicola a negare. Ma io dico: se è stato fatto un errore, almeno si cerchi di aiutare chi sta male per questo errore! Così è disumano».





