
In una registrazione diffusa online, la bandiera della Roma dice di aver discusso l'ipotesi di un contratto legato al numero di partite: «Se sono malato, non costo nulla». Ipotesi sfumata e figuraccia per tutti.È più difficile tirare un rigore in una finale di Champions o discutere un contratto con 2 milioni di tifosi accalcati attorno alla scrivania? L'anno scorso Daniele De Rossi ha sfiorato la prima emozione, quest'anno ha deciso di vivere la seconda. «Se voi dite che sto male, allora datemi 100.000 euro a presenza. Se pensate che io non possa giocare più di dieci partite, guadagnerò 1 milione. Se invece non gioco mai, resterò gratis», propone all'amministratore delegato della Roma, Guido Fienga, come estrema provocazione in un audio che sta facendo il giro d'Italia. È il potere petulante di Whatsapp, è la forza dei social che hanno fatto prigioniero il mondo del pallone. Basta una ditata e il più prolifico dei cannonieri diventa un ectoplasma (Mauro Icardi) o il più segreto dei colloqui si trasforma in uno show imbarazzante. È la vita in diretta, è il Truman Show e bisogna farci i conti. Con tutte le sue schizofrenie e le sue menzogne: l'anno scorso di questi tempi Antoine Griezmann finanziò un documentario per dichiarare eterno amore all'Atletico Madrid, tre giorni fa ha fatto un video per salutare i tifosi. Andrà al Barcellona.Nel caso De Rossi sono preminenti i contenuti di un lungo addio, il valore di una maglia, quei 18 anni da guerriero che - come diceva Enrico Cuccia riferendosi a certi pacchetti azionari - non si contano ma si pesano. Esasperato dal gioco a mosca cieca sul rinnovo del contratto, De Rossi getta sulla scrivania l'ultima carta: un accordo a gettone, neanche fosse una schiappa per completare l'organico e non una bandiera, anzi l'ultima bandiera giallorossa. Il retroscena della conversazione finita su Whatsapp è clamoroso perché dimostra due verità antitetiche: che il capitano della Roma ama così tanto la maglia da proporsi eventualmente pure gratis («se non gioco mai») e che il capitano della Roma - esattamente come decine di monumenti di altre squadre - non sa come si esce di scena senza sbracare.La vicenda è goffa, è cominciata male e finisce peggio. Perfino con un'aggravante rispetto agli stucchevoli ultimi mesi dell'avventura pallonara di Francesco Totti: qui non c'è un Luciano Spalletti al quale dare ogni colpa. In realtà è tutto molto semplice: a 35 anni De Rossi avrebbe voluto un ultimo contratto importante e la Roma del presidente italoamericano presidente James Pallotta non aveva intenzione di offrirglielo. Così nel colloquio decisivo arriva a offrirsi a cottimo, quasi a ore, aggiungendo per sdrammatizzare: «Ho fatto una battuta del genere». La sua versione, inviata con un audio a un amico e da quest'ultimo messa in circolo non si sa quanto involontariamente, prosegue così. «Fienga mi ha detto: è quello che avrei voluto proporti io. Ma è una riflessione nata e morta lì, perché mi stava dicendo che non mi avrebbero tenuto. Due ore e mezza di colloquio. Poi arrivo a casa e mi fa: ho chiamato il presidente e mi ha detto che allora è ok. Ma come, non mi hanno detto niente per un anno, poi mi chiamano per dirmi che mi cacciano via e dopo 40 minuti arrivo a casa e mi dicono: non va bene, allora se vuoi facciamo il contratto?».Siamo al Bagaglino, anche perché secondo De Rossi la Roma avrebbe fatto sua la proposta a gettone, neppure presa in considerazione fino a quel momento. Secondo parte della tifoseria, affezionatissima al campione, l'anima nera del film sarebbe la vecchia conoscenza Franco Baldini, consulente di mercato del presidente con quartiere generale a Londra. Così proprio davanti alla London Tower ieri è comparso uno striscione molto trasteverino: «Prima Totti, poi Ddr. Baldini verme!». In realtà la versione di De Rossi non è l'unica variazione sul tema del lungo addio e i dirigenti della Roma raccontano una storia un po' diversa rispetto a quel «non mi hanno detto niente per un anno, poi mi chiamano per dirmi che mi cacciano via».Premesso che un club ha tutto il diritto di ammainare una bandiera (la Juventus lo ha fatto con Alessandro Del Piero e Gianluigi Buffon, l'Inter con Xavier Zanetti, il Milan con Paolo Maldini, tutti quasi in silenzio), in realtà gli incontri con De Rossi sarebbero stati tre, con la società trasparente nel disegnare un orizzonte sul quale la figura dell'anziano capitano non si stagliava più con il ruolo da protagonista. Progetti tecnici, ipotesi di allenatori e soprattutto un imperativo: la necessità di alzare il livello di intensità atletica per essere all'altezza del calcio che si gioca in Europa. La lezione di Liverpool, Ajax, Tottenham, Eintracht, Atalanta ha colto nel segno. Se gli altri corrono di più è perfino lecito provare a raggiungerli con nuovi metodi d'allenamento anche a Trigoria.Davanti a questa necessità, secondo la società De Rossi avrebbe chiesto tempo; in questa stagione gli infortuni si sono moltiplicati e l'incertezza sul futuro era palpabile. A questo punto Pallotta avrebbe deciso di non rinnovare, ma di agevolare il passaggio del giocatore alla Lega americana, suo vecchio pallino. Sempre da dentro la Roma arriva una smentita: mai il club avrebbe accettato il contratto a gettone. Una prassi del tutto inusuale nel mondo del pallone, se non per sontuosi calciatori stagionali come fu David Beckham nel Milan del 2009, ma adottata nel basket fino a qualche anno fa per coprire lunghi infortuni o togliersi qualche sfizio artistico. Nel 2015 Metta World Peace, stella dei Los Angeles Lakers, venne a giocare tre mesi a Cantù e lo stesso Kobe Bryant (durante il lockout della Nba) fu a un passo dal firmare un contratto per due mesi nella Virtus Bologna.Tornando a De Rossi, dopo le rivelazioni via Whatsapp la rottura diventa insanabile. Siamo agli stracci sul ballatoio e Antonio Conte (prossimo allenatore dell'Inter) pare abbia chiamato il guerriero romano nella consapevolezza che un paio d'anni ruggenti a Milano possa ancora farli. In tutto questo non sfugge un'ultima necessità: quella di imparare l'arte di saper smettere, di evitare la pretesa di Pantheon immediato. E di metabolizzare la lezione impagabile di monsieur Michel Platini, che a 32 anni disse semplicemente: «Mi ritiro perché non ce la faccio più. L'importante è essere sinceri con sé stessi».
Diego Fusaro (Imagoeconomica)
Il filosofo Diego Fusaro: «Il cibo nutre la pancia ma anche la testa. È in atto una vera e propria guerra contro la nostra identità culinaria».
La filosofia si nutre di pasta e fagioli, meglio se con le cotiche. La filosofia apprezza molto l’ossobuco alla milanese con il ris giald, il riso allo zafferano giallo come l’oro. E i bucatini all’amatriciana? I saltinbocca alla romana? La finocchiona toscana? La filosofia è ghiotta di questa e di quelli. È ghiotta di ogni piatto che ha un passato, una tradizione, un’identità territoriale, una cultura. Lo spiega bene Diego Fusaro, filosofo, docente di storia della filosofia all’Istituto alti studi strategici e politici di Milano, autore del libro La dittatura del sapore: «La filosofia va a nozze con i piatti che si nutrono di cultura e ci aiutano a combattere il dilagante globalismo guidato dalle multinazionali che ci vorrebbero tutti omologati nei gusti, con le stesse abitudini alimentari, con uno stesso piatto unico. Sedersi a tavola in buona compagnia e mangiare i piatti tradizionali del proprio territorio è un atto filosofico, culturale. La filosofia è pensiero e i migliori pensieri nascono a tavola dove si difende ciò che siamo, la nostra identità dalla dittatura del sapore che dopo averci imposto il politicamente corretto vorrebbe imporci il gastronomicamente corretto: larve, insetti, grilli».
Leonardo
Il fondo è pronto a entrare nella divisione aerostrutture della società della difesa. Possibile accordo già dopo l’incontro di settimana prossima tra Meloni e Bin Salman.
La data da segnare con il circoletto rosso nell’agenda finanziaria è quella del 3 dicembre. Quando il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, parteciperà al quarantaseiesimo vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), su espressa richiesta del re del Bahrein, Hamad bin Isa Al Khalifa. Una presenza assolutamente non scontata, perché nella Penisola araba sono solitamente parchi con gli inviti. Negli anni hanno fatto qualche eccezione per l’ex premier britannica Theresa May, l’ex presidente francese François Hollande e l’attuale leader cinese Xi Jinping e poco altro.
Emmanuel Macron (Ansa)
Bruxelles apre una procedura sull’Italia per le banche e tace sull’acciaio transalpino.
L’Europa continua a strizzare l’occhio alla Francia, o meglio, a chiuderlo. Questa volta si tratta della nazionalizzazione di ArcelorMittal France, la controllata transalpina del colosso dell’acciaio indiano. La Camera dei deputati francese ha votato la proposta del partito di estrema sinistra La France Insoumise guidato da Jean-Luc Mélenchon. Il provvedimento è stato approvato con il supporto degli altri partiti di sinistra, mentre Rassemblement National ha ritenuto di astenersi. Manca il voto in Senato dove l’approvazione si preannuncia più difficile, visto che destra e centro sono contrari alla nazionalizzazione e possono contare su un numero maggiore di senatori. All’Assemblée Nationale hanno votato a favore 127 deputati contro 41. Il governo è contrario alla proposta di legge, mentre il leader di La France Insoumise, Mélenchon, su X ha commentato: «Una pagina di storia all’Assemblea nazionale».
Maria Rita Parsi (Imagoeconomica)
La celebre psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi: «È mancata la gradualità nell’allontanamento, invece è necessaria Il loro stile di vita non era così contestabile da determinare quanto accaduto. E c’era tanto amore per i figli».
Maria Rita Parsi, celebre psicologa e psicoterapeuta, è stata tra le prime esperte a prendere la parola sulla vicenda della famiglia del bosco.






