True
2019-01-10
Lo studio che smonta gli stereotipi. Uomini più discriminati delle donne
Ansa
Jeremy Clarkson, al solito, è stato piuttosto ruvido, ma chiaro. A suo dire, la Bbc discrimina gli uomini: «Chiunque abbia uno scroto se la può scordare», ha detto. «Semplicemente non danno più lavoro ai maschi». Il robusto presentatore - noto anche in Italia agli appassionati di motori per aver condotto il programma Top Gear - stava commentando l'ennesimo incarico di prestigio attribuito a un volto femminile. Per la precisione, la scelta dell'emittente britannica di affidare a Fiona Bruce lo storico talk show Question time, una scelta che sa molto di tributo al Me too.
«C'è una linea di pensiero secondo cui c'è stato un monopolio maschile per molto tempo», ha aggiunto Clarkson. «E dunque cosa c'è di male in un monopolio femminile? Capisco, va bene. Come uomini dobbiamo accettare che il nostro tempo è passato».
Le frasi dell'intrattenitore britannico sembrano uscite dall'ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Serotonina, una specie di trattato sulla decomposizione della mascolinità nell'Occidente contemporaneo. Il protagonista, a un certo punto, pronuncia parole emblematiche: «Ero un moderno, e per me come per tutti i miei contemporanei la carriera delle donne era una cosa che andava rispettata prima di ogni altra, era il criterio assoluto, il superamento della barbarie, l'uscita del Medioevo».
Questo, del resto, è il discorso dominante. Ovunque sentiamo ripetere che le donne, anche dalle nostre parti, sono discriminate e maltrattate. Ci sono addirittura spot televisivi a ricordarci quanto il sesso femminile sia penalizzato dal punto di vista salariale: sulla Rai, ma pure sulle emittenti private circolano le «pubblicità progresso» realizzate da Valore D (associazione di donne manager in forze per lo più a grandi multinazionali) contro il «gender pay gap», cioè la differenza di stipendi fra uomini e donne. In verità, tale differenza riguarda il settore privato, e in particolare le donne che lavorano ai vertici delle aziende, dunque non si tratta di una battaglia a favore delle persone comuni. Ma sono dettagli.
Resta che il ritornello è sempre il solito: in tutto il mondo le donne sono vessate. La realtà dei fatti, però, appare un pochino diversa, almeno stando a ciò che sostengono due autorevoli studiosi: David C. Geary (University of Missouri, Usa) e Gijsbert Stoet (University of Essex, Uk). Sulla rivista scientifica Plos One hanno pubblicato un articolo intitolato «Un approccio semplificato alla misurazione della disuguaglianza di genere nazionale», in cui spiegano che, a livello globale, la situazione dei maschi non è affatto migliore di quella delle donne, anzi.
I due autori sono partiti da una revisione del Global Gender Gap Index, un indice che viene largamente utilizzato da accademici e politici di tutto il pianeta per misurare la disuguaglianza di genere. «Noi sosteniamo che questo indice abbia una serie di problemi e introduciamo una misura più semplice dei livelli nazionali di disuguaglianza di genere», spiegano gli studiosi. «Il sistema di misurazione che proponiamo si basa sulle differenze tra i sessi nelle opportunità di condurre una vita lunga, sana e soddisfacente».
Secondo il professor Stoet, «nessuno degli strumenti attualmente utilizzati per misurare la disuguaglianza di genere coglie pienamente le difficoltà che gli uomini vivono in molti Paesi». Così, i due autori hanno creato l'indice chiamato Bigi (Basic index of gender inequality), uno strumento piuttosto complicato, che però tiene conto di un maggior numero di aspetti della vita delle persone. Applicando questo indice a 134 Paesi nel mondo, il risultato è stato sorprendente: in 91 Paesi gli uomini stanno peggio delle donne, che risultano più discriminate in 43 Stati.
«Abbiamo riscontrato che bassi livelli di sviluppo umano sono tipicamente associati a svantaggi per le ragazze e le donne», scrivono i ricercatori. «Mentre i livelli medio e alto di sviluppo sono tipicamente associati a svantaggi per ragazzi e uomini». In sostanza, nei Paesi più ricchi e sviluppati sono tendenzialmente i maschi a passarsela male.
«Non stiamo dicendo che le donne nei Paesi altamente sviluppati non subiscano svantaggi in alcuni aspetti della loro vita», dice Gijsbert Stoet. Lui e il suo collega fanno semplicemente notare che «la ricerca sulla disuguaglianza di genere si è concentrata quasi esclusivamente sulle questioni evidenziate dal movimento per i diritti delle donne. Le questioni che penalizzano più uomini rispetto alle donne sono state sottovalutate». Il loro indice permette di studiare la questione da un altro punto di vista e fornisce «un'immagine diversa da quella comunemente presentata sui media».
In effetti, sulle prime le affermazioni dei due scienziati suonano sconcertanti. Diventano più comprensibili quando si entra nei dettagli. In molti Paesi, infatti, gli uomini subiscono «punizioni più severe per gli stessi crimini», hanno una «sovrarappresentazione (93% a livello mondiale) nella popolazione carceraria», sono sottoposti a servizio militare obbligatorio, vanno in pensione più tardi, sono più spesso vittime di aggressioni fisiche in generale (non solo da parte di altri maschi). Non solo: «La grande maggioranza dei senzatetto senza riparo sono uomini», i maschi mostrano «livelli più elevati di abuso di droga e alcol, più alti tassi di suicidio, più morti professionali, sottoperformance nelle scuole». In più, «gli uomini sono anche sovrarappresentati in occupazioni che sono rischiose (ad esempio esposizione a tossine) e fisicamente pesanti».
In Burundi, in Egitto, in Kenya e in Algeria, per dire, le donne vivono decisamente peggio degli uomini. In Germania, Stati Uniti, Regno Unito e nella gran parte d'Europa, invece, le donne sono avvantaggiate. Perché, alla fine dei conti, la differenza salariale ad alti livelli non è l'unico indicatore utile a misurare la qualità della vita. Così come in alcuni Paesi le donne sono vessate da leggi umilianti (ad esempio costrette a coprirsi integralmente), ma non è che per la maggior parte degli uomini l'esistenza sia più radiosa.
Quanto all'Italia, beh, a quanto pare qui da noi vivono leggermente meglio i maschi (questione di pochi decimali). Ma, secondo Stoet e Geary, siamo anche il Paese al mondo più vicino a ottenere una completa parità dei sessi. Sentendo quanto si lamentano le femministe, non si direbbe proprio...
Per gli psicologi Usa il maschio virile è un malato di mente
In principio fu lo studioso Myron Brenton, nel suo The American Male (1966), a definire «la trappola della virilità un inutile intralcio», lamentandosi che il duro fosse «ancora identificato con il maschio».
Successivamente toccò poi a Mario Mieli, guru del movimento gay italiano, sulle pagine del suo Elementi di critica omosessuale (1977), affermare che in fondo «l'eterosessualità […] è patologica» e che «ogni persona «normale», dunque, è «schizofrenica» latente». Oggi, invece, a stigmatizzare la mascolinità tradizionale ci pensa direttamente l'Apa, acronimo che sta per American psychological association organizzazione che si definisce «scientifica» e alla quale, fra medici e ricercatori, fanno riferimento oltre 115.700 statunitensi.
La svolta virofoba dell'associazione è stata inaugurata con le linee guida per la pratica con uomini e ragazzi, pubblicate in questi giorni con un'introduzione, manco a dirlo, a cura di una donna, Stephanie Pappas. Un unicum, dato che in precedenza non era mai stato pubblicato nulla di simile né, in realtà, se ne era avvertito il bisogno, essendo da decenni la psicologia concentrata sugli uomini. «A prima vista», spiega infatti Pappas, «tutto questo potrebbe non sembrare necessario. Eppure qualcosa non va per gli uomini».
Segue una sottolineatura sul fatto che il 90% degli omicidi, negli Usa, avvenga per mano maschile, e sull'alta percentuale, pari al 77%, di suicidi fra uomini nonché sulla loro aspettativa di vita, inferiore di quasi 5 anni a quella femminile.
Fin qui, quella dell'Apa potrebbe apparire una genuina preoccupazione per la condizione maschile. Il problema sorge quando si vanno a vedere le conclusioni cui gli psicologi americani approdano, e cioè una critica serrata alla mascolinità tradizionale come qualcosa di patologico. L'aggressività e il disagio maschile non vengono cioè considerati come elementi critici ed eccezionali, bensì peculiari dello stesso essere uomini, aspetto associato ad «una minore probabilità di mostrare comportamenti sani». Il messaggio è dunque fin troppo chiaro: sei un uomo? Inizia pure a pensare come curarti.
Naturalmente, gli studiosi americani non si esprimono in termini così espliciti e grossolani ed affermano che l'uomo tradizionale, sottintendendo quello bianco ed eterosessuale, abbisogna di aiuto in quanto vittima di sé stesso. Illuminanti, a questo proposito, le parole di Ronald F. Levant, docente emerito di psicologia all'università di Akron nonché co-editore del volume Apa The Psychology of Men and Masculinities: «Anche se gli uomini beneficiano del patriarcato, sono anche influenzati da esso». In altre parole, il loro essere aggressivi e prepotenti sarebbe un boomerang la cui origine prima, precisa lo psicologo Fredric Rabinowitz, è da ricercarsi nel «modo in cui molti uomini sono stati educati».
Secondo l'Apa, la mascolinità tradizionale è dunque «nel complesso dannosa» essendo «segnata da stoicismo, competitività, dominio e aggressività». Il problema, concludono i cervelloni americani, è che questo tipo di maschio è pure quello più riluttante a rivolgersi agli psicologi in caso di necessità. Un bel guaio.
D'accordo, ma cosa c'è di vero in questo arzigogolato argomentare degli studiosi yankee? Quasi nulla, secondo un intellettuale come Rod Dreher, che su The American Conservative in quattro e quattr'otto ha polverizzato il giochino dell'Apa, segnalando un uso quanto meno «fuorviante» delle statistiche. Che non solo dicono parecchio altro rispetto a quanto poc'anzi riportato, ma rivelano anche verità che sarebbe eufemistico definire scomode.
Per esempio, il fatto che se da un lato è vero l'elevatissimo coinvolgimento maschile in atti occisivi, dall'altro è parimenti inoppugnabile come negli Stati Uniti la netta maggioranza degli omicidi sia opera di uomini di colore. Eppure nessuno si sogna di affermare che essere afroamericani sia un disturbo mentale.
Allo stesso modo, aggiunge Dreher, non possiamo non notare come il tasso di suicidio maschile risulti sei volte più elevato tra i uomini bianchi rispetto a quelli di colore. L'ipotesi di un patriarcato redivivo e alla fine esiziale per gli stessi uomini, scaturita da chissà quale spremitura di meningi, si scioglie dunque come neve al sole, sotto la luce degli stessi numeri sulla base dei quali era stata imbastita.
In attesa di vedere se l'Apa farà marcia indietro o continuerà sulla sua strada, meglio darsi alla visione dei film di Clint Eastwood e Sylvester Stallone, prima che anche questi siano dichiarati troppo virili e «dannosi».
Giuliano Guzzo
La famiglia si può insultare, le cinquantenni no
Il tono della polemica lo dà Charlotte Montpezat, nel suo blog sulla versione francese dell'Huffington Post, il cui articolo si intitola «Yann Moix, la banalité du mâle», dove mâle, nella lingua d'Oltralpe, è il maschio, ma con l'ovvio di gioco di parole che rinvia al libro di Hannah Arendt su Adolf Eichmann. Perché si sa, uno fa una battuta sessista ed è un attimo a tornare all'Olocausto.
Il maschio-nazista nel mirino è lui, Yann Moix, appunto. Se non un illustre sconosciuto, in Italia, poco ci manca. Non così in Francia, dove Moix ha vinto il prestigioso Prix Goncourt con il romanzo di debutto Jubilations vers le ciel, ha diretto tre film e conduce un popolare talk show televisivo del sabato sera su France 2, On n'est pas couché. Nelle interviste rilasciate per l'uscita dell'ultimo libro, Rompre, edito da Grasset, Moix è incappato nel più classico dei dérapage, come dicono loro: ha detto di preferire le donne giovani alle sue coetanee (nato nel 1968, l'uomo ha mezzo secolo esatto).
Nello specifico, lo scrittore ha destato scandalo per aver dichiarato che «a 50 anni non potrei mai amare una donna di 50» perché «le trovo troppo vecchie, forse quando avrò 60 anni ne sarò capace, allora una donna di 50 mi sembrerà giovane». Non è esattamente il massimo dell'eleganza, ma in effetti quale uomo potrebbe davvero biasimare chi afferma: «Le cinquantenni per me sono invisibili. Preferisco i corpi delle donne giovani, tutto qua. Punto. Il corpo di una donna di 25 anni è straordinario, quello di una donna di 50 anni non lo è affatto»?
Non a caso parliamo di un conterraneo di Jacques de La Palice. Certo, il mondo dello spettacolo e non solo offre diversi esempi di splendide cinquantenni, avvenenti e desiderabili nonostante l'età, ma proprio perché sono state in grado di conservare un fisico da… venticinquenne. L'amore, d'accordo, è un'altra cosa, e forse davvero non ha età. Ma magari per Moix non è così e in fondo sono un po' anche affari suoi.
È quello che, dopo lo scoppio della polemica, ha cercato di spiegare: «Sono delle frasi che non ritiro, perché riguardano solo me. Io amo chi voglio e non devo rispondere a nessun tribunale del gusto». Niente da fare, il meccanismo della scomunica era partito. Le Nouvel Observateur gli ha dato del gilet giallo, che da quelle parti è il massimo delle offese. Sono intervenute anche l'ex première dame Valerie Trierweiler, la portavoce de La République en Marche, Oliva Gregoire, la scrittrice femminista Mona Chollet. Quasi un caso di Stato, manca solo il parere di Brigitte Macron, che dal canto suo ha al fianco un uomo che non sembra farsi certi problemi.
In Italia, Sara Gandolfi ha commentato la vicenda su La 27°ora con un titolo eloquente: «Noi cinquantenni siamo invisibili? Lo scrittore che mette la data di scadenza ai corpi delle donne», mentre Massimo Gramellini, sempre sul pezzo, ha ironizzato sul fatto che ci vuole un bel coraggio «per atteggiarsi a contropotere quando si sta al potere, per definire buonsenso quello che è solo senso comune e per spacciare da paladini dell'anticonformismo i nuovi conformisti, che nulla rischiano con le loro provocazioni di cartapesta, se non di racimolare un po' di celebrità».
Insomma, gliele hanno proprio cantate. Mica come quella volta (era il 29 maggio del 2015, il magazine era Voici) in cui Moix dichiarò: «Sono inadatto alla famiglia. Detesto vederle, incrociarle in giro. Per me essere a tavola con i miei genitori è già incesto. È dai legami di sangue che sono derivati il razzismo e la monarchia assoluta. La vera rivoluzione, la vera eguaglianza totale, sarebbe di mescolare i bimbi alla nascita. Si dovrebbe proibire ai genitori di allevare i propri figli biologici».
Ma sì, offendere le famiglie, vagheggiare una soluzione totalitaria che strappi i bambini dal grembo delle madri, istituire un legame tra genitorialità e razzismo: che vuoi che sia? E infatti nessuno protestò, niente editoriali scandalizzati, e chissà a che pensava all'epoca Gramellini. Le curiose priorità del politicamente corretto.
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Una nuova ricerca scientifica dimostra che in 91 Paesi è il presunto «sesso debole» a passarsela meglio. Quanto a noi, siamo la nazione più vicina di tutte all'assoluta parità. Con buona pace delle femministe.L'ultimo rapporto degli studiosi americani definisce la figura tradizionale dell'uomo come «deviante» e persino «dannosa».Dalla Francia all'Italia, tutti indignati con Yann Moix, che ha detto di non amare le compagne di mezza età. Ma quando, nel 2015, dichiarò che «bisognerebbe togliere i figli biologici alle madri», nessuno ebbe da ridire.Lo speciale contiene tre articoli Jeremy Clarkson, al solito, è stato piuttosto ruvido, ma chiaro. A suo dire, la Bbc discrimina gli uomini: «Chiunque abbia uno scroto se la può scordare», ha detto. «Semplicemente non danno più lavoro ai maschi». Il robusto presentatore - noto anche in Italia agli appassionati di motori per aver condotto il programma Top Gear - stava commentando l'ennesimo incarico di prestigio attribuito a un volto femminile. Per la precisione, la scelta dell'emittente britannica di affidare a Fiona Bruce lo storico talk show Question time, una scelta che sa molto di tributo al Me too. «C'è una linea di pensiero secondo cui c'è stato un monopolio maschile per molto tempo», ha aggiunto Clarkson. «E dunque cosa c'è di male in un monopolio femminile? Capisco, va bene. Come uomini dobbiamo accettare che il nostro tempo è passato». Le frasi dell'intrattenitore britannico sembrano uscite dall'ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Serotonina, una specie di trattato sulla decomposizione della mascolinità nell'Occidente contemporaneo. Il protagonista, a un certo punto, pronuncia parole emblematiche: «Ero un moderno, e per me come per tutti i miei contemporanei la carriera delle donne era una cosa che andava rispettata prima di ogni altra, era il criterio assoluto, il superamento della barbarie, l'uscita del Medioevo». Questo, del resto, è il discorso dominante. Ovunque sentiamo ripetere che le donne, anche dalle nostre parti, sono discriminate e maltrattate. Ci sono addirittura spot televisivi a ricordarci quanto il sesso femminile sia penalizzato dal punto di vista salariale: sulla Rai, ma pure sulle emittenti private circolano le «pubblicità progresso» realizzate da Valore D (associazione di donne manager in forze per lo più a grandi multinazionali) contro il «gender pay gap», cioè la differenza di stipendi fra uomini e donne. In verità, tale differenza riguarda il settore privato, e in particolare le donne che lavorano ai vertici delle aziende, dunque non si tratta di una battaglia a favore delle persone comuni. Ma sono dettagli.Resta che il ritornello è sempre il solito: in tutto il mondo le donne sono vessate. La realtà dei fatti, però, appare un pochino diversa, almeno stando a ciò che sostengono due autorevoli studiosi: David C. Geary (University of Missouri, Usa) e Gijsbert Stoet (University of Essex, Uk). Sulla rivista scientifica Plos One hanno pubblicato un articolo intitolato «Un approccio semplificato alla misurazione della disuguaglianza di genere nazionale», in cui spiegano che, a livello globale, la situazione dei maschi non è affatto migliore di quella delle donne, anzi. I due autori sono partiti da una revisione del Global Gender Gap Index, un indice che viene largamente utilizzato da accademici e politici di tutto il pianeta per misurare la disuguaglianza di genere. «Noi sosteniamo che questo indice abbia una serie di problemi e introduciamo una misura più semplice dei livelli nazionali di disuguaglianza di genere», spiegano gli studiosi. «Il sistema di misurazione che proponiamo si basa sulle differenze tra i sessi nelle opportunità di condurre una vita lunga, sana e soddisfacente». Secondo il professor Stoet, «nessuno degli strumenti attualmente utilizzati per misurare la disuguaglianza di genere coglie pienamente le difficoltà che gli uomini vivono in molti Paesi». Così, i due autori hanno creato l'indice chiamato Bigi (Basic index of gender inequality), uno strumento piuttosto complicato, che però tiene conto di un maggior numero di aspetti della vita delle persone. Applicando questo indice a 134 Paesi nel mondo, il risultato è stato sorprendente: in 91 Paesi gli uomini stanno peggio delle donne, che risultano più discriminate in 43 Stati. «Abbiamo riscontrato che bassi livelli di sviluppo umano sono tipicamente associati a svantaggi per le ragazze e le donne», scrivono i ricercatori. «Mentre i livelli medio e alto di sviluppo sono tipicamente associati a svantaggi per ragazzi e uomini». In sostanza, nei Paesi più ricchi e sviluppati sono tendenzialmente i maschi a passarsela male. «Non stiamo dicendo che le donne nei Paesi altamente sviluppati non subiscano svantaggi in alcuni aspetti della loro vita», dice Gijsbert Stoet. Lui e il suo collega fanno semplicemente notare che «la ricerca sulla disuguaglianza di genere si è concentrata quasi esclusivamente sulle questioni evidenziate dal movimento per i diritti delle donne. Le questioni che penalizzano più uomini rispetto alle donne sono state sottovalutate». Il loro indice permette di studiare la questione da un altro punto di vista e fornisce «un'immagine diversa da quella comunemente presentata sui media». In effetti, sulle prime le affermazioni dei due scienziati suonano sconcertanti. Diventano più comprensibili quando si entra nei dettagli. In molti Paesi, infatti, gli uomini subiscono «punizioni più severe per gli stessi crimini», hanno una «sovrarappresentazione (93% a livello mondiale) nella popolazione carceraria», sono sottoposti a servizio militare obbligatorio, vanno in pensione più tardi, sono più spesso vittime di aggressioni fisiche in generale (non solo da parte di altri maschi). Non solo: «La grande maggioranza dei senzatetto senza riparo sono uomini», i maschi mostrano «livelli più elevati di abuso di droga e alcol, più alti tassi di suicidio, più morti professionali, sottoperformance nelle scuole». In più, «gli uomini sono anche sovrarappresentati in occupazioni che sono rischiose (ad esempio esposizione a tossine) e fisicamente pesanti». In Burundi, in Egitto, in Kenya e in Algeria, per dire, le donne vivono decisamente peggio degli uomini. In Germania, Stati Uniti, Regno Unito e nella gran parte d'Europa, invece, le donne sono avvantaggiate. Perché, alla fine dei conti, la differenza salariale ad alti livelli non è l'unico indicatore utile a misurare la qualità della vita. Così come in alcuni Paesi le donne sono vessate da leggi umilianti (ad esempio costrette a coprirsi integralmente), ma non è che per la maggior parte degli uomini l'esistenza sia più radiosa. Quanto all'Italia, beh, a quanto pare qui da noi vivono leggermente meglio i maschi (questione di pochi decimali). Ma, secondo Stoet e Geary, siamo anche il Paese al mondo più vicino a ottenere una completa parità dei sessi. Sentendo quanto si lamentano le femministe, non si direbbe proprio...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-studio-che-smonta-gli-stereotipi-uomini-piu-discriminati-delle-donne-2625555311.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-gli-psicologi-usa-il-maschio-virile-e-un-malato-di-mente" data-post-id="2625555311" data-published-at="1774138412" data-use-pagination="False"> Per gli psicologi Usa il maschio virile è un malato di mente In principio fu lo studioso Myron Brenton, nel suo The American Male (1966), a definire «la trappola della virilità un inutile intralcio», lamentandosi che il duro fosse «ancora identificato con il maschio». Successivamente toccò poi a Mario Mieli, guru del movimento gay italiano, sulle pagine del suo Elementi di critica omosessuale (1977), affermare che in fondo «l'eterosessualità […] è patologica» e che «ogni persona «normale», dunque, è «schizofrenica» latente». Oggi, invece, a stigmatizzare la mascolinità tradizionale ci pensa direttamente l'Apa, acronimo che sta per American psychological association organizzazione che si definisce «scientifica» e alla quale, fra medici e ricercatori, fanno riferimento oltre 115.700 statunitensi. La svolta virofoba dell'associazione è stata inaugurata con le linee guida per la pratica con uomini e ragazzi, pubblicate in questi giorni con un'introduzione, manco a dirlo, a cura di una donna, Stephanie Pappas. Un unicum, dato che in precedenza non era mai stato pubblicato nulla di simile né, in realtà, se ne era avvertito il bisogno, essendo da decenni la psicologia concentrata sugli uomini. «A prima vista», spiega infatti Pappas, «tutto questo potrebbe non sembrare necessario. Eppure qualcosa non va per gli uomini». Segue una sottolineatura sul fatto che il 90% degli omicidi, negli Usa, avvenga per mano maschile, e sull'alta percentuale, pari al 77%, di suicidi fra uomini nonché sulla loro aspettativa di vita, inferiore di quasi 5 anni a quella femminile. Fin qui, quella dell'Apa potrebbe apparire una genuina preoccupazione per la condizione maschile. Il problema sorge quando si vanno a vedere le conclusioni cui gli psicologi americani approdano, e cioè una critica serrata alla mascolinità tradizionale come qualcosa di patologico. L'aggressività e il disagio maschile non vengono cioè considerati come elementi critici ed eccezionali, bensì peculiari dello stesso essere uomini, aspetto associato ad «una minore probabilità di mostrare comportamenti sani». Il messaggio è dunque fin troppo chiaro: sei un uomo? Inizia pure a pensare come curarti. Naturalmente, gli studiosi americani non si esprimono in termini così espliciti e grossolani ed affermano che l'uomo tradizionale, sottintendendo quello bianco ed eterosessuale, abbisogna di aiuto in quanto vittima di sé stesso. Illuminanti, a questo proposito, le parole di Ronald F. Levant, docente emerito di psicologia all'università di Akron nonché co-editore del volume Apa The Psychology of Men and Masculinities: «Anche se gli uomini beneficiano del patriarcato, sono anche influenzati da esso». In altre parole, il loro essere aggressivi e prepotenti sarebbe un boomerang la cui origine prima, precisa lo psicologo Fredric Rabinowitz, è da ricercarsi nel «modo in cui molti uomini sono stati educati». Secondo l'Apa, la mascolinità tradizionale è dunque «nel complesso dannosa» essendo «segnata da stoicismo, competitività, dominio e aggressività». Il problema, concludono i cervelloni americani, è che questo tipo di maschio è pure quello più riluttante a rivolgersi agli psicologi in caso di necessità. Un bel guaio. D'accordo, ma cosa c'è di vero in questo arzigogolato argomentare degli studiosi yankee? Quasi nulla, secondo un intellettuale come Rod Dreher, che su The American Conservative in quattro e quattr'otto ha polverizzato il giochino dell'Apa, segnalando un uso quanto meno «fuorviante» delle statistiche. Che non solo dicono parecchio altro rispetto a quanto poc'anzi riportato, ma rivelano anche verità che sarebbe eufemistico definire scomode. Per esempio, il fatto che se da un lato è vero l'elevatissimo coinvolgimento maschile in atti occisivi, dall'altro è parimenti inoppugnabile come negli Stati Uniti la netta maggioranza degli omicidi sia opera di uomini di colore. Eppure nessuno si sogna di affermare che essere afroamericani sia un disturbo mentale. Allo stesso modo, aggiunge Dreher, non possiamo non notare come il tasso di suicidio maschile risulti sei volte più elevato tra i uomini bianchi rispetto a quelli di colore. L'ipotesi di un patriarcato redivivo e alla fine esiziale per gli stessi uomini, scaturita da chissà quale spremitura di meningi, si scioglie dunque come neve al sole, sotto la luce degli stessi numeri sulla base dei quali era stata imbastita. In attesa di vedere se l'Apa farà marcia indietro o continuerà sulla sua strada, meglio darsi alla visione dei film di Clint Eastwood e Sylvester Stallone, prima che anche questi siano dichiarati troppo virili e «dannosi». Giuliano Guzzo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-studio-che-smonta-gli-stereotipi-uomini-piu-discriminati-delle-donne-2625555311.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-famiglia-si-puo-insultare-le-cinquantenni-no" data-post-id="2625555311" data-published-at="1774138412" data-use-pagination="False"> La famiglia si può insultare, le cinquantenni no Il tono della polemica lo dà Charlotte Montpezat, nel suo blog sulla versione francese dell'Huffington Post, il cui articolo si intitola «Yann Moix, la banalité du mâle», dove mâle, nella lingua d'Oltralpe, è il maschio, ma con l'ovvio di gioco di parole che rinvia al libro di Hannah Arendt su Adolf Eichmann. Perché si sa, uno fa una battuta sessista ed è un attimo a tornare all'Olocausto. Il maschio-nazista nel mirino è lui, Yann Moix, appunto. Se non un illustre sconosciuto, in Italia, poco ci manca. Non così in Francia, dove Moix ha vinto il prestigioso Prix Goncourt con il romanzo di debutto Jubilations vers le ciel, ha diretto tre film e conduce un popolare talk show televisivo del sabato sera su France 2, On n'est pas couché. Nelle interviste rilasciate per l'uscita dell'ultimo libro, Rompre, edito da Grasset, Moix è incappato nel più classico dei dérapage, come dicono loro: ha detto di preferire le donne giovani alle sue coetanee (nato nel 1968, l'uomo ha mezzo secolo esatto). Nello specifico, lo scrittore ha destato scandalo per aver dichiarato che «a 50 anni non potrei mai amare una donna di 50» perché «le trovo troppo vecchie, forse quando avrò 60 anni ne sarò capace, allora una donna di 50 mi sembrerà giovane». Non è esattamente il massimo dell'eleganza, ma in effetti quale uomo potrebbe davvero biasimare chi afferma: «Le cinquantenni per me sono invisibili. Preferisco i corpi delle donne giovani, tutto qua. Punto. Il corpo di una donna di 25 anni è straordinario, quello di una donna di 50 anni non lo è affatto»? Non a caso parliamo di un conterraneo di Jacques de La Palice. Certo, il mondo dello spettacolo e non solo offre diversi esempi di splendide cinquantenni, avvenenti e desiderabili nonostante l'età, ma proprio perché sono state in grado di conservare un fisico da… venticinquenne. L'amore, d'accordo, è un'altra cosa, e forse davvero non ha età. Ma magari per Moix non è così e in fondo sono un po' anche affari suoi. È quello che, dopo lo scoppio della polemica, ha cercato di spiegare: «Sono delle frasi che non ritiro, perché riguardano solo me. Io amo chi voglio e non devo rispondere a nessun tribunale del gusto». Niente da fare, il meccanismo della scomunica era partito. Le Nouvel Observateur gli ha dato del gilet giallo, che da quelle parti è il massimo delle offese. Sono intervenute anche l'ex première dame Valerie Trierweiler, la portavoce de La République en Marche, Oliva Gregoire, la scrittrice femminista Mona Chollet. Quasi un caso di Stato, manca solo il parere di Brigitte Macron, che dal canto suo ha al fianco un uomo che non sembra farsi certi problemi. In Italia, Sara Gandolfi ha commentato la vicenda su La 27°ora con un titolo eloquente: «Noi cinquantenni siamo invisibili? Lo scrittore che mette la data di scadenza ai corpi delle donne», mentre Massimo Gramellini, sempre sul pezzo, ha ironizzato sul fatto che ci vuole un bel coraggio «per atteggiarsi a contropotere quando si sta al potere, per definire buonsenso quello che è solo senso comune e per spacciare da paladini dell'anticonformismo i nuovi conformisti, che nulla rischiano con le loro provocazioni di cartapesta, se non di racimolare un po' di celebrità». Insomma, gliele hanno proprio cantate. Mica come quella volta (era il 29 maggio del 2015, il magazine era Voici) in cui Moix dichiarò: «Sono inadatto alla famiglia. Detesto vederle, incrociarle in giro. Per me essere a tavola con i miei genitori è già incesto. È dai legami di sangue che sono derivati il razzismo e la monarchia assoluta. La vera rivoluzione, la vera eguaglianza totale, sarebbe di mescolare i bimbi alla nascita. Si dovrebbe proibire ai genitori di allevare i propri figli biologici». Ma sì, offendere le famiglie, vagheggiare una soluzione totalitaria che strappi i bambini dal grembo delle madri, istituire un legame tra genitorialità e razzismo: che vuoi che sia? E infatti nessuno protestò, niente editoriali scandalizzati, e chissà a che pensava all'epoca Gramellini. Le curiose priorità del politicamente corretto.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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