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2020-12-21
Rivolta contro il cashback: «È un disastro»
Ansa
«Ogni piccola spesa quotidiana può diventare un grande guadagno», parola della presidenza del Consiglio. Tra messaggi dal sapore pubblicitario, colori che saltano subito all'occhio e card informative, il programma Italia cashless sembra quasi una lotteria: in tanti sperano di vincere, ma alla fine potrebbero gioire in pochi. A Palazzo Chigi, le parole d'ordine le hanno messe per iscritto, ben chiare: «Guadagni, vinci e cambi il Paese». Le aspettative sono alte, almeno a giudicare dalle risorse stanziate: 1,7 miliardi di euro per il 2021 e 3 miliardi per il 2022.
Per avere un termine di paragone, si tratta della stessa somma annua messa a bilancio per tagliare le tasse a chi lavora. Nelle intenzioni del governo, il piano per incentivare l'uso dei pagamenti digitali darà un impulso al processo di modernizzazione del Paese, favorendo uno sviluppo «semplice, veloce e trasparente». Peccato che, già nel giorno di lancio di una delle iniziative previste, il Programma cashback, il sistema abbia fatto flop. A causa delle numerose richieste, il sistema di PagoPa, cioè la piattaforma che gestisce i portafogli elettronici, è andata in tilt. A raffreddare ulteriormente gli entusiasmi governativi si sono aggiunti i rilievi che la Banca centrale europea ha spedito al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, in una lettera del 14 dicembre scorso. A Francoforte, i disincentivi all'uso del contante non convincono fino in fondo: una «misura sproporzionata» l'hanno definita, presa senza aver richiesto alcuna «consultazione» preventiva. Nella missiva si chiede di «dimostrare» che la limitazione delle banconote sia realmente efficace per «conseguire le finalità che si intende raggiungere», cioè il contrasto all'evasione fiscale. Prove che il cashback contribuisca a far emergere i mancati obblighi tributari, per la Bce, non ce ne sono.
Lo schiaffo da Francoforte arriva dopo le bocciature delle associazioni di categoria, che per giorni hanno ripetuto: «Non è il momento giusto». «In una fase di totale incertezza, fra chiusure e riaperture, era così urgente ripartire con il cashback e con la lotteria degli scontrini?», si chiede Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti. Nei negozi del Paese, almeno quelli che riescono a restare aperti, non si parla d'altro. Nel periodo sperimentale, che durerà fino a fine anno, chi aderisce al cashback ed effettua un minimo di 10 acquisti attraverso pagamenti digitali, ha diritto a un rimborso del 10% su ogni transazione, da calcolare su un valore complessivo non superiore a 1.500 euro. In sostanza, 150 euro di bonus potenziale. Dal prossimo anno, per il cashback di Stato aumentano le transazioni minime da effettuare - 50 ogni sei mesi - mentre resta uguale il tetto massimo di spesa: 1.500 euro. Il premio potenziale, di fatto, raddoppia.
Secondo la Cgia di Mestre, la lotteria di Stato si tradurrà in un regalo ai ricchi, che hanno una maggiore capacità di spesa. «Gli italiani», scrive l'Ufficio studi, «saranno chiamati a sostenere una spesa smisurata, a beneficio delle persone che vivono nelle grandi aree del Nord che dispongono di una condizione professionale e di un livello di istruzione medio alti».
A fronte di una contrazione del gettito annuo stimata in 48 miliardi, per il segretario della Cgia, Roberto Mason, «le risorse avrebbero potuto essere impiegate in maniera diversa, per aiutare in misura più diretta e incisiva soprattutto i commercianti». In molti, in effetti, si chiedono su quali agevolazioni abbiano potuto contare in questi mesi. «Come ci è venuto incontro lo Stato? In nessuna maniera, se non imponendoci cambiamenti e pagamenti continui», racconta alla Verità Elisabetta Ghion, che gestisce una macelleria a Cadoneghe, nella cintura urbana di Padova. Come molti suoi colleghi, si prepara a investire di nuovo per adeguarsi alla seconda iniziativa di Italia cashless, cioè la lotteria degli scontrini, che partirà il 1° gennaio. Ogni esercente, nel momento in cui rilascerà lo scontrino, avrà l'obbligo di trasferire i dati all'Agenzia delle entrate. Chi si rifiuta, potrebbe essere segnalato al fisco.
Dalla Confcommercio veneta parte una richiesta ben precisa: «Gli enormi problemi già sorti con il cashback consiglierebbero di ritardare l'avvio della lotteria. Solo il 65% dei registratori telematici è stato aggiornato, sarà impossibile arrivare in tempo con le incertezze di questi giorni». Per i sogni del governo, insomma, potrebbe volerci ancora del tempo.
La protesta dei negozianti: costi esagerati
Da più di 10 giorni, i commercianti sono alle prese con il «conto della lavandaia», tra incassi in calo, merce da pagare e la richiesta di un adeguamento tecnologico improvviso che non è piaciuta proprio a tutti. Il Piano cashless è partito con un certo sospetto tra i piccoli negozi, quelli che più di tutti faticano a stare in piedi. L'idea di incentivare l'utilizzo della moneta elettronica, per loro, ha un significato ben preciso: costi maggiori, da evitare in un periodo di crisi. «Non era il momento di mettersi a giocare con cashback e lotterie, un sistema che complicherà la vita delle imprese», spiega Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Veneto. «Quando sento dire che dobbiamo spendere, mi viene l'orticaria. Dobbiamo imparare a investire i soldi, non giocare con questi trucchetti da feste di Natale».
Le associazioni di categoria temono che dietro al Programma cashback si nasconda una lotta per la sopravvivenza, che finirà per tagliare le gambe ai piccoli, alle botteghe tradizionali. In tanti, non a caso, hanno già detto no. Tra i negozi di Napoli, per esempio, la reticenza è molta, soprattutto a causa delle commissioni bancarie applicate alle transazioni elettroniche. «Molti imprenditori», racconta Vincenzo Schiavo, presidente Confesercenti Campania, «vendono prodotti per cifre non elevate: 20 o 30 euro al massimo. Applicare una commissione sulla singola operazione, che può arrivare fino al 3%, significa rendere la vendita non più conveniente. L'Italia non è fatta soltanto di grandi catene e megastore». Non a caso, il 67% delle imprese italiane giudica «non vantaggiosa» l'accettazione delle carte di credito e di debito. I numeri, che arrivano dall'Osservatorio credito di Confcommercio, parlano chiaro: nel 95% dei casi, il no è giustificato dall'insoddisfazione sui costi di gestione e sulle commissioni.
Per accelerare la diffusione dei pagamenti elettronici, alcuni circuiti - come PagoBancomat - hanno accettato il taglio delle commissioni a partire da gennaio, ma solo sulle transazioni con importo inferiore a 5 euro. Un taglio troppo esiguo per l'associazione dei commercianti, che chiede di azzerare i costi relativi alle commissioni per gli importi fino a 25 euro. «I quasi 5 miliardi per il Programma cashback», spiega il il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, «potevano essere impegnati diversamente, e meglio. Per esempio, per azzerare i costi delle commissioni e incrementare gli investimenti infrastrutturali necessari perché i pagamenti digitali funzionino. La moneta elettronica viaggia su sistemi moderni, veloci, dotati di una banda larga efficiente». E invece, nell'Italia che sogna di diventare cashless e che discute di didattica a distanza e smart working, ci sono ancora Comuni in cui la rete internet è un miraggio. Ne sa qualcosa Sara Pater, titolare dell'unica osteria rimasta aperta a Modignano, nella provincia di Lodi. In questa piccola frazione del Comune di Tavazzano, internet è praticamente un fantasma. Dei cantieri per la rete, nemmeno l'ombra. I privati girano alla larga. «Nel mio locale ho dovuto installare 3 sistemi di pagamento diversi», spiega Sara Pater al telefono. «Il primo, legato alla linea telefonica, ho smesso di usarlo. Il Pos gps e quello collegato alla scheda del cellulare non funzionano sempre. A volte mi trovo nella situazione in cui i pagamenti si bloccano all'improvviso o sono impossibili in tutti e tre i circuiti. Dei clienti che non hanno contanti, non resta che fidarmi, nella speranza che tornino indietro a pagare o che saldino attraverso bonifico».
Di aree dimenticate dalla tecnologia, è pieno lo Stivale. A Portico e San Benedetto (Forlì-Cesena) solo la sede del municipio è coperta dalla Rete, e neanche troppo bene. Il sindaco, Maurizio Monti, è costretto a uscire in terrazza per telefonare. Il resto del paese si arrangia con i servizi privati, che spesso vanno in tilt. Per avere la fibra, forse, se ne riparlerà tra due o tre anni. «Prima di avviare programmi di digitalizzazione nei pagamenti, spiega il sindaco, «sarebbe bene che tutti fossimo messi nelle stesse condizioni. In Italia, purtroppo, ci sono ancora troppe realtà diverse: da noi, basta un po' di maltempo per restare senza corrente».
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Solo pagamenti digitali: è l'obiettivo del governo per i rimborsi di Natale e la lotteria degli scontrini. L'operazione vale 4,7 miliardi, però non convince neppure la Bce: ecco come maiLe commissioni sugli acquisti elettronici non sono state ridotte e in molte località il collegamento Internet rimane un miraggio Confcommercio: non è il momento di fare questi giochini, sarebbe stato meglio usare quei soldi per potenziare la rete informaticaLo speciale contiene due articoli«Ogni piccola spesa quotidiana può diventare un grande guadagno», parola della presidenza del Consiglio. Tra messaggi dal sapore pubblicitario, colori che saltano subito all'occhio e card informative, il programma Italia cashless sembra quasi una lotteria: in tanti sperano di vincere, ma alla fine potrebbero gioire in pochi. A Palazzo Chigi, le parole d'ordine le hanno messe per iscritto, ben chiare: «Guadagni, vinci e cambi il Paese». Le aspettative sono alte, almeno a giudicare dalle risorse stanziate: 1,7 miliardi di euro per il 2021 e 3 miliardi per il 2022.Per avere un termine di paragone, si tratta della stessa somma annua messa a bilancio per tagliare le tasse a chi lavora. Nelle intenzioni del governo, il piano per incentivare l'uso dei pagamenti digitali darà un impulso al processo di modernizzazione del Paese, favorendo uno sviluppo «semplice, veloce e trasparente». Peccato che, già nel giorno di lancio di una delle iniziative previste, il Programma cashback, il sistema abbia fatto flop. A causa delle numerose richieste, il sistema di PagoPa, cioè la piattaforma che gestisce i portafogli elettronici, è andata in tilt. A raffreddare ulteriormente gli entusiasmi governativi si sono aggiunti i rilievi che la Banca centrale europea ha spedito al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, in una lettera del 14 dicembre scorso. A Francoforte, i disincentivi all'uso del contante non convincono fino in fondo: una «misura sproporzionata» l'hanno definita, presa senza aver richiesto alcuna «consultazione» preventiva. Nella missiva si chiede di «dimostrare» che la limitazione delle banconote sia realmente efficace per «conseguire le finalità che si intende raggiungere», cioè il contrasto all'evasione fiscale. Prove che il cashback contribuisca a far emergere i mancati obblighi tributari, per la Bce, non ce ne sono. Lo schiaffo da Francoforte arriva dopo le bocciature delle associazioni di categoria, che per giorni hanno ripetuto: «Non è il momento giusto». «In una fase di totale incertezza, fra chiusure e riaperture, era così urgente ripartire con il cashback e con la lotteria degli scontrini?», si chiede Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti. Nei negozi del Paese, almeno quelli che riescono a restare aperti, non si parla d'altro. Nel periodo sperimentale, che durerà fino a fine anno, chi aderisce al cashback ed effettua un minimo di 10 acquisti attraverso pagamenti digitali, ha diritto a un rimborso del 10% su ogni transazione, da calcolare su un valore complessivo non superiore a 1.500 euro. In sostanza, 150 euro di bonus potenziale. Dal prossimo anno, per il cashback di Stato aumentano le transazioni minime da effettuare - 50 ogni sei mesi - mentre resta uguale il tetto massimo di spesa: 1.500 euro. Il premio potenziale, di fatto, raddoppia. Secondo la Cgia di Mestre, la lotteria di Stato si tradurrà in un regalo ai ricchi, che hanno una maggiore capacità di spesa. «Gli italiani», scrive l'Ufficio studi, «saranno chiamati a sostenere una spesa smisurata, a beneficio delle persone che vivono nelle grandi aree del Nord che dispongono di una condizione professionale e di un livello di istruzione medio alti».A fronte di una contrazione del gettito annuo stimata in 48 miliardi, per il segretario della Cgia, Roberto Mason, «le risorse avrebbero potuto essere impiegate in maniera diversa, per aiutare in misura più diretta e incisiva soprattutto i commercianti». In molti, in effetti, si chiedono su quali agevolazioni abbiano potuto contare in questi mesi. «Come ci è venuto incontro lo Stato? In nessuna maniera, se non imponendoci cambiamenti e pagamenti continui», racconta alla Verità Elisabetta Ghion, che gestisce una macelleria a Cadoneghe, nella cintura urbana di Padova. Come molti suoi colleghi, si prepara a investire di nuovo per adeguarsi alla seconda iniziativa di Italia cashless, cioè la lotteria degli scontrini, che partirà il 1° gennaio. Ogni esercente, nel momento in cui rilascerà lo scontrino, avrà l'obbligo di trasferire i dati all'Agenzia delle entrate. Chi si rifiuta, potrebbe essere segnalato al fisco. Dalla Confcommercio veneta parte una richiesta ben precisa: «Gli enormi problemi già sorti con il cashback consiglierebbero di ritardare l'avvio della lotteria. Solo il 65% dei registratori telematici è stato aggiornato, sarà impossibile arrivare in tempo con le incertezze di questi giorni». Per i sogni del governo, insomma, potrebbe volerci ancora del tempo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ll-lato-oscuro-della-lotta-al-contante-2649563738.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-protesta-dei-negozianti-costi-esagerati" data-post-id="2649563738" data-published-at="1608483588" data-use-pagination="False"> La protesta dei negozianti: costi esagerati Da più di 10 giorni, i commercianti sono alle prese con il «conto della lavandaia», tra incassi in calo, merce da pagare e la richiesta di un adeguamento tecnologico improvviso che non è piaciuta proprio a tutti. Il Piano cashless è partito con un certo sospetto tra i piccoli negozi, quelli che più di tutti faticano a stare in piedi. L'idea di incentivare l'utilizzo della moneta elettronica, per loro, ha un significato ben preciso: costi maggiori, da evitare in un periodo di crisi. «Non era il momento di mettersi a giocare con cashback e lotterie, un sistema che complicherà la vita delle imprese», spiega Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Veneto. «Quando sento dire che dobbiamo spendere, mi viene l'orticaria. Dobbiamo imparare a investire i soldi, non giocare con questi trucchetti da feste di Natale». Le associazioni di categoria temono che dietro al Programma cashback si nasconda una lotta per la sopravvivenza, che finirà per tagliare le gambe ai piccoli, alle botteghe tradizionali. In tanti, non a caso, hanno già detto no. Tra i negozi di Napoli, per esempio, la reticenza è molta, soprattutto a causa delle commissioni bancarie applicate alle transazioni elettroniche. «Molti imprenditori», racconta Vincenzo Schiavo, presidente Confesercenti Campania, «vendono prodotti per cifre non elevate: 20 o 30 euro al massimo. Applicare una commissione sulla singola operazione, che può arrivare fino al 3%, significa rendere la vendita non più conveniente. L'Italia non è fatta soltanto di grandi catene e megastore». Non a caso, il 67% delle imprese italiane giudica «non vantaggiosa» l'accettazione delle carte di credito e di debito. I numeri, che arrivano dall'Osservatorio credito di Confcommercio, parlano chiaro: nel 95% dei casi, il no è giustificato dall'insoddisfazione sui costi di gestione e sulle commissioni. Per accelerare la diffusione dei pagamenti elettronici, alcuni circuiti - come PagoBancomat - hanno accettato il taglio delle commissioni a partire da gennaio, ma solo sulle transazioni con importo inferiore a 5 euro. Un taglio troppo esiguo per l'associazione dei commercianti, che chiede di azzerare i costi relativi alle commissioni per gli importi fino a 25 euro. «I quasi 5 miliardi per il Programma cashback», spiega il il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, «potevano essere impegnati diversamente, e meglio. Per esempio, per azzerare i costi delle commissioni e incrementare gli investimenti infrastrutturali necessari perché i pagamenti digitali funzionino. La moneta elettronica viaggia su sistemi moderni, veloci, dotati di una banda larga efficiente». E invece, nell'Italia che sogna di diventare cashless e che discute di didattica a distanza e smart working, ci sono ancora Comuni in cui la rete internet è un miraggio. Ne sa qualcosa Sara Pater, titolare dell'unica osteria rimasta aperta a Modignano, nella provincia di Lodi. In questa piccola frazione del Comune di Tavazzano, internet è praticamente un fantasma. Dei cantieri per la rete, nemmeno l'ombra. I privati girano alla larga. «Nel mio locale ho dovuto installare 3 sistemi di pagamento diversi», spiega Sara Pater al telefono. «Il primo, legato alla linea telefonica, ho smesso di usarlo. Il Pos gps e quello collegato alla scheda del cellulare non funzionano sempre. A volte mi trovo nella situazione in cui i pagamenti si bloccano all'improvviso o sono impossibili in tutti e tre i circuiti. Dei clienti che non hanno contanti, non resta che fidarmi, nella speranza che tornino indietro a pagare o che saldino attraverso bonifico». Di aree dimenticate dalla tecnologia, è pieno lo Stivale. A Portico e San Benedetto (Forlì-Cesena) solo la sede del municipio è coperta dalla Rete, e neanche troppo bene. Il sindaco, Maurizio Monti, è costretto a uscire in terrazza per telefonare. Il resto del paese si arrangia con i servizi privati, che spesso vanno in tilt. Per avere la fibra, forse, se ne riparlerà tra due o tre anni. «Prima di avviare programmi di digitalizzazione nei pagamenti, spiega il sindaco, «sarebbe bene che tutti fossimo messi nelle stesse condizioni. In Italia, purtroppo, ci sono ancora troppe realtà diverse: da noi, basta un po' di maltempo per restare senza corrente».
Una manifestazione contro il collettivo «Némésis». A destra, due immagini dell'aggressione di Lione (Ansa)
E probabilmente è proprio questo che non è andato giù agli antifascisti della Jeune garde, movimento vicino alla France insoumise, il partito di estrema sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon.
La tragedia si è consumata l’altro ieri a Lione, a margine di una protesta che le sei attiviste di Némésis avevano organizzato davanti all’Institut d’études politiques (Iep), al cui interno si stava svolgendo una conferenza con Rima Hassan, controversa eurodeputata franco-palestinese, eletta tra le file della France insoumise. Le ragazze di Némésis, durante un flash-mob, si erano limitate a srotolare uno striscione su cui era scritto Islamo-gauchistes hors de nos facs, cioè «islamo-sinistrorsi fuori dalle nostre università». Tanto è bastato per scatenare la violenta reazione degli «antagonisti», che non si sono fatti scrupoli ad aggredire le attiviste disarmate. Una di loro, una giovane di 19 anni, è stata trascinata a terra e strangolata, come mostra un video diffuso sui social dall’associazione.
Ma il peggio doveva ancora venire. Quentin si trovava insieme ad altri attivisti identitari a una certa distanza dal flash-mob organizzato dalle ragazze, pronto a intervenire in caso le cose si fossero messe male. «Di solito non chiamiamo il servizio d’ordine, perché sappiamo benissimo che gli antifascisti sono violenti e più numerosi di noi», ha dichiarato alla Verità Astrid, portavoce di Némésis. «In questo caso però, vista la situazione tesa, una delle nostre ragazze ha chiesto al fidanzato di portare con sé degli attivisti maschi, giusto per stare tranquille». Tra questi ragazzi c’era, appunto, anche Quentin.
Una volta terminato il flash-mob, Quentin si è allontanato dalla zona con un suo amico per rincasare. Un commando di 30 antifascisti, tuttavia, li ha seguiti per poi aggredirli di sorpresa in una strada più defilata. Quentin è stato fatto cadere con uno sgambetto, che gli ha fatto battere violentemente la testa sull’asfalto, e successivamente è stato massacrato con numerosi calci mentre era già a terra. L’amico, ferito in modo lieve, lo ha aiutato a rientrare, ma durante il tragitto Quentin è svenuto. Trasportato d’urgenza all’ospedale Édouard Herriot, il giovane è stato ricoverato in condizioni disperate a causa di un’emorragia cerebrale. Ieri mattina Quentin, fervente cattolico impegnato nella vita pastorale, ha ricevuto l’estrema unzione, una volta che ai suoi genitori è stata comunicata la morte cerebrale del figlio.
«Siamo terribilmente addolorate, ma anche profondamente arrabbiate», ci dice la portavoce di Némésis. «Siamo tutte sotto choc», ha proseguito, «ma quello che non possiamo in alcun modo tollerare è l’impunità di cui godono questi criminali, che sono protetti dalla stampa e dai partiti francesi. Molti media stanno già parlando di “rissa”, ma qui c’è stato un vero e proprio agguato che è sfociato in un omicidio politico». Anche l’avvocato della famiglia della vittima, Fabien Rajon, ha contestato ufficialmente l’ipotesi della «rissa», parlando di un «linciaggio gratuito» e specificando che Quentin «non ha precedenti, tanto meno per violenze: la sua fedina penale è pulita».
In questo momento, prosegue la portavoce di Némésis, «è ancora presto per capire che cosa fare, adesso è il momento del lutto. Di sicuro vogliamo organizzare una “marche blanche” (manifestazione in cui i partecipanti, vestiti di bianco, sfilano in silenzio per chiedere giustizia ed esprimere solidarietà alla famiglia della vittima di violenza, ndr)». Inoltre, sottolinea Astrid, «stiamo valutando se ingaggiare una scorta privata per le nostre attiviste più conosciute: costa tanto, è vero, ma non possiamo più permetterci di lasciarle indifese».
Il collettivo Némésis, in ogni caso, ha intenzione di chiedere che gli antifascisti siano inseriti nell’elenco delle organizzazioni terroriste, un po’ come ha proposto Donald Trump negli Stati Uniti. «Questi estremisti di sinistra sono molto pericolosi e adottano i metodi violenti usati dalle gang nelle banlieue», afferma Astrid. «È inconcepibile che lo Stato francese non tuteli noi, che siamo un’associazione pacifica, ma protegga invece questi criminali». Tra i partiti che offrono protezione alla Jeune garde, spiega la portavoce di Némésis, «c’è soprattutto il partito di Mélenchon». Il collettivo, anzi, ha fatto sapere in un comunicato che «tra gli aggressori, riconosciuti dalle nostre militanti, vi è un uomo di nome Jacques-Élie Favrot, collaboratore del deputato del partito di estrema sinistra La France insoumise Raphaël Arnault e membro attivo del gruppo antifascista Jeune garde». Arnault, da parte sua, ha negato questo coinvolgimento. Nel frattempo, la Procura di Lione ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per violenza aggravata.
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Sabato 28 febbraio la Casa di reclusione di Milano Bollate ospita la terza edizione dei Giochi della Speranza. Detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e società civile in campo insieme per una «piccola olimpiade» che usa lo sport come strumento di inclusione e speranza.
Le Olimpiadi arrivano anche dietro le sbarre. A Milano lo sport entra in carcere con la terza edizione dei Giochi della Speranza, una «piccola olimpiade» che sabato 28 febbraio porterà gare e tornei dentro la Casa di reclusione di Milano Bollate. L’iniziativa si inserisce nel clima dei Giochi olimpici e paralimpici di Milano Cortina 2026 e prova a tradurne i valori in un contesto dove il confine tra dentro e fuori è, per definizione, più netto.
Il carcere, per un giorno, diventerà un campo di gara. Non per dimenticare dove ci si trova, ma per usare lo sport come linguaggio comune, capace di accorciare le distanze e rompere schemi e abitudini. È questo lo spirito con cui i Giochi della Speranza arrivano per la prima volta a Bollate, dopo le edizioni precedenti e l’esperienza avviata a Rebibbia, a Roma.
Il progetto è promosso dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport, insieme al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al Gruppo sportivo Fiamme Azzurre e alla rete dei magistrati Sport e Legalità, con il patrocinio del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La presentazione si è svolta alla Triennale di Milano, nella sede di Casa Italia. Negli anni, i Giochi della Speranza si sono costruiti un’identità precisa: non un evento simbolico, ma un progetto educativo che mette al centro dignità della persona, giustizia e percorsi di recupero. L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo: creare spazi reali di incontro e responsabilità condivisa dentro gli istituti di pena, usando lo sport come terreno neutro su cui riconoscersi parte della stessa comunità.
A spiegare il senso dell’iniziativa è Daniele Pasquini, presidente della Fondazione promotrice: «Portare la speranza in carcere», dice, «significa offrire alle persone detenute un’aria di normalità, spezzare una quotidianità spesso monotona e ridare valore al tempo». Non solo una giornata di gare, quindi, ma un percorso che crea attesa, preparazione e coinvolgimento. Questa edizione milanese è organizzata in collaborazione con il Csi Milano e avrà una formula particolare: in campo scenderanno quattro delegazioni – detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile – chiamate a competere fianco a fianco, senza gerarchie. «In una città attraversata dal vento olimpico» – ha spiegato il presidente del Csi Milano Massimo Achini – «è emozionante pensare che quell’atmosfera possa scavalcare muri che di solito sono invalicabili». Una giornata che, nelle sue parole, è il punto di arrivo di un lavoro quotidiano svolto durante l’anno negli istituti di pena del territorio. Il senso più profondo dell’iniziativa lo ha riassunto Fabrizio Basei, giudice e coordinatore della rete Magistrati Sport e Legalità: «Il carcere può restare un luogo dimenticato, oppure diventare uno spazio in cui si sconta la pena ma si inizia anche un percorso nuovo, di reinserimento e di speranza. I Giochi nascono per stare da questa seconda parte».
Il programma di sabato 28 febbraio prevede una mattinata di gare, dalle 9.30 alle 13.00, dopo la cerimonia di apertura. In calendario tornei e prove sportive che vanno dal calcio alla pallavolo, dal tennis tavolo all’atletica (velocità e staffetta), fino a biliardino e scacchi. Discipline diverse, un messaggio unico: lo sport come strumento di educazione alle regole, cura della persona e responsabilizzazione.
Sul valore umano dell’iniziativa si è soffermato anche Michele Robibaro, rappresentante del Dicastero per il Servizio allo sviluppo umano integrale della Santa Sede, ricordando come «l’accompagnamento delle persone detenute sia un gesto di umanizzazione» e come «lo sport, in carcere, possa diventare un’esperienza concreta di libertà possibile». Il direttore del carcere, Giorgio Leggieri, ha parlato dell’importanza dell’attesa e di iniziative radicate nel territorio, soprattutto in un periodo segnato dalle Olimpiadi: il carcere, spesso percepito solo come luogo di separazione, può trasformarsi in uno scenario di inclusione sociale per una comunità che conta oltre 1.600 persone. Infine Irene Marotta, direttore Div. IV Gruppi Sportivi del Corpo di Polizia penitenziaria - Fiamme Azzurre, ha sottolineato come il progetto sia pensato per essere replicabile negli istituti dotati di strutture adeguate: le quattro rappresentative in campo insieme sono il simbolo di una possibile ricomposizione del conflitto attraverso lo sport.
Alle 13 sono previste le premiazioni. Ma, al di là dei risultati, l’obiettivo resta uno solo: dimostrare che anche dietro le sbarre lo sport può aprire uno spazio di incontro, responsabilità e futuro.
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(IStock)
Chiunque sia dotato di un livello minimo di buon senso sa che un bambino dai quattro anni in poi, fino alla preadolescenza e all’adolescenza, ma soprattutto nei primi anni, vive un processo molto complesso, e soprattutto molto personale, che cambia da bambino a bambino, da bambina a bambina. Un bambino può arrivare a camminare prima di un altro ma può sviluppare più tardi una certa proprietà di linguaggio e questo dimostra che non è possibile determinare, anzi predeterminare, uno sviluppo che segua rigidamente delle tappe prestabilite. Figuriamoci se è possibile, in questa fase così delicata, inserire per legge e nella scuola, neanche in famiglia, la possibilità per un bambino o una bambina di aggiungere a tutto il «peso» psicologico, ma anche diremmo alla magia di questo percorso, un ulteriore elemento e cioè quello dell’orientamento sessuale, o del gender, che andrebbe in ogni caso ad appesantire quel patrimonio di base che comunque andrà nel futuro e che è quello che costituirà le fondamenta della personalità individuale. Ci ha insegnato il grande filosofo e pedagogista Jean Piaget che esistono, nello sviluppo cognitivo, due elementi base ma fondanti che sono un insieme di funzioni dette «invarianti» che consentono, sia al bambino sia all’adulto, di avere un rapporto di scambio con l’ambiente esterno che gli consente di ottenere informazioni, comprenderle, elaborarle, memorizzarle e utilizzarle grazie proprio all’elasticità che va sviluppandosi nel processo psicologico evolutivo e che consente al bambino di adattarsi all’ambiente circostante, non solo recependo le informazioni che gli giungono, ma anche elaborandole, ognuno secondo un percorso personale, e interagire così col mondo che lo circonda. C’è poi un secondo elemento che ci indica Jean Piaget ed è costituito dalle «strutture cognitive» che si costruiscono proprio all’incrocio tra i processi mentali della persona e l’ambiente fisico e sociale esistente e nel quale è introdotta e si modificano durante la crescita per far fronte ai nuovi bisogni che sorgono con il passare dei primi anni di vita. I bambini non sono soggetti passivi, come del resto chiunque ha avuto a che fare con loro ha potuto sperimentare, ma sono soggetti che raccolgono dati attraverso l’esperienza, li classificano in schemi mentali preesistenti, ma spesso li modificano a seconda di nuove informazioni o nuove esigenze. Pensate un bambino al quale viene proposto un gioco, magari di costruzioni possibili, passerà più o meno velocemente dalle costruzioni più semplici che rappresentano figure presenti già nella sua mente a figure magari stravaganti e che non si reggono in piedi, ma che manifestano la sua possibilità di sviluppo e di adattamento, ma anche di creatività nei confronti di quel materiale da gioco che gli è stato fornito.
Cosa vuol dire tutto questo? Vuol dire che il bambino ha bisogno di costruire delle strutture di base che rafforzino le sue strutture cognitive secondo un ciclo che è certamente personalizzato a seconda dei diversi bambini ma che comporta alcuni passaggi essenziali a loro comuni.
Abbiamo scritto questa lunga premessa per rendere presente a quegli scellerati, colpevoli scellerati, che vogliono inserire la questione gender fin dall’età di quattro anni, che dovrebbero avere la consapevolezza che prima di far funzionare un’auto e decidere se farla svoltare a destra o a sinistra bisogna che quell’auto - ci rendiamo conto del paragone rozzo, ma vi ricorriamo consapevolmente data la rozzezza della proposta di questi folli inglesi -, ebbene, prima di decidere l’indirizzo bisogna costruire bene l’auto, bisogna che essa abbia tutto ciò che necessita per poter viaggiare tranquilla e decidere la direzione.
Vogliamo lasciare a questi bambini e bambine un tempo tranquillo nel quale sviluppare le strutture di base psicologiche che possano, un domani, momento di raggiunta maturità, portare anche a delle scelte di orientamento sessuale diverse dalla realtà biologica? Oppure riteniamo che a quattro anni si possa individuare una fenomenologia di comportamenti tale da poter decretare noi, non loro, i bambini e le bambine, che appaiono evidenti i segni di un orientamento sessuale diverso dal dato biologico? Ma siamo veramente tutti impazziti? Vogliamo arrivare al punto di dare delle pasticche per la transizione sessuale alla scuola elementare? Arriveremo forse al punto in cui i genitori, non contenti del sesso della creatura che stanno concependo, vorranno iniziare da subito una transizione voluta da loro e inflitta a queste povere creature innocenti e inconsapevoli? Vogliano arrivare al punto che partiremo da delle iniezioni intraplacentari? Dove vogliamo arrivare? Non basta quello a cui siamo arrivati che è, a mio modestissimo avviso, ampiamente oltre le offese sopportabili dal dato naturale biologico? La situazione non è disarmante, è molto peggiore, qui si scherza con la natura umana. Forse invasati dall’intelligenza artificiale si pensa che si possa a nostro piacimento manipolare l’intelligenza naturale. Non si rendono conto, questi folli, che una cosa è la scelta personale e consapevole riguardo al proprio orientamento sessuale e altra cosa è una scelta fatta da altri per bambini e bambine sul loro orientamento sessuale che, nelle prime fasi evolutive, non può che corrispondere esclusivamente al dato biologico che si restringe a due categorie: maschio e femmina.
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