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2020-12-21
Rivolta contro il cashback: «È un disastro»
Ansa
«Ogni piccola spesa quotidiana può diventare un grande guadagno», parola della presidenza del Consiglio. Tra messaggi dal sapore pubblicitario, colori che saltano subito all'occhio e card informative, il programma Italia cashless sembra quasi una lotteria: in tanti sperano di vincere, ma alla fine potrebbero gioire in pochi. A Palazzo Chigi, le parole d'ordine le hanno messe per iscritto, ben chiare: «Guadagni, vinci e cambi il Paese». Le aspettative sono alte, almeno a giudicare dalle risorse stanziate: 1,7 miliardi di euro per il 2021 e 3 miliardi per il 2022.
Per avere un termine di paragone, si tratta della stessa somma annua messa a bilancio per tagliare le tasse a chi lavora. Nelle intenzioni del governo, il piano per incentivare l'uso dei pagamenti digitali darà un impulso al processo di modernizzazione del Paese, favorendo uno sviluppo «semplice, veloce e trasparente». Peccato che, già nel giorno di lancio di una delle iniziative previste, il Programma cashback, il sistema abbia fatto flop. A causa delle numerose richieste, il sistema di PagoPa, cioè la piattaforma che gestisce i portafogli elettronici, è andata in tilt. A raffreddare ulteriormente gli entusiasmi governativi si sono aggiunti i rilievi che la Banca centrale europea ha spedito al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, in una lettera del 14 dicembre scorso. A Francoforte, i disincentivi all'uso del contante non convincono fino in fondo: una «misura sproporzionata» l'hanno definita, presa senza aver richiesto alcuna «consultazione» preventiva. Nella missiva si chiede di «dimostrare» che la limitazione delle banconote sia realmente efficace per «conseguire le finalità che si intende raggiungere», cioè il contrasto all'evasione fiscale. Prove che il cashback contribuisca a far emergere i mancati obblighi tributari, per la Bce, non ce ne sono.
Lo schiaffo da Francoforte arriva dopo le bocciature delle associazioni di categoria, che per giorni hanno ripetuto: «Non è il momento giusto». «In una fase di totale incertezza, fra chiusure e riaperture, era così urgente ripartire con il cashback e con la lotteria degli scontrini?», si chiede Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti. Nei negozi del Paese, almeno quelli che riescono a restare aperti, non si parla d'altro. Nel periodo sperimentale, che durerà fino a fine anno, chi aderisce al cashback ed effettua un minimo di 10 acquisti attraverso pagamenti digitali, ha diritto a un rimborso del 10% su ogni transazione, da calcolare su un valore complessivo non superiore a 1.500 euro. In sostanza, 150 euro di bonus potenziale. Dal prossimo anno, per il cashback di Stato aumentano le transazioni minime da effettuare - 50 ogni sei mesi - mentre resta uguale il tetto massimo di spesa: 1.500 euro. Il premio potenziale, di fatto, raddoppia.
Secondo la Cgia di Mestre, la lotteria di Stato si tradurrà in un regalo ai ricchi, che hanno una maggiore capacità di spesa. «Gli italiani», scrive l'Ufficio studi, «saranno chiamati a sostenere una spesa smisurata, a beneficio delle persone che vivono nelle grandi aree del Nord che dispongono di una condizione professionale e di un livello di istruzione medio alti».
A fronte di una contrazione del gettito annuo stimata in 48 miliardi, per il segretario della Cgia, Roberto Mason, «le risorse avrebbero potuto essere impiegate in maniera diversa, per aiutare in misura più diretta e incisiva soprattutto i commercianti». In molti, in effetti, si chiedono su quali agevolazioni abbiano potuto contare in questi mesi. «Come ci è venuto incontro lo Stato? In nessuna maniera, se non imponendoci cambiamenti e pagamenti continui», racconta alla Verità Elisabetta Ghion, che gestisce una macelleria a Cadoneghe, nella cintura urbana di Padova. Come molti suoi colleghi, si prepara a investire di nuovo per adeguarsi alla seconda iniziativa di Italia cashless, cioè la lotteria degli scontrini, che partirà il 1° gennaio. Ogni esercente, nel momento in cui rilascerà lo scontrino, avrà l'obbligo di trasferire i dati all'Agenzia delle entrate. Chi si rifiuta, potrebbe essere segnalato al fisco.
Dalla Confcommercio veneta parte una richiesta ben precisa: «Gli enormi problemi già sorti con il cashback consiglierebbero di ritardare l'avvio della lotteria. Solo il 65% dei registratori telematici è stato aggiornato, sarà impossibile arrivare in tempo con le incertezze di questi giorni». Per i sogni del governo, insomma, potrebbe volerci ancora del tempo.
La protesta dei negozianti: costi esagerati
Da più di 10 giorni, i commercianti sono alle prese con il «conto della lavandaia», tra incassi in calo, merce da pagare e la richiesta di un adeguamento tecnologico improvviso che non è piaciuta proprio a tutti. Il Piano cashless è partito con un certo sospetto tra i piccoli negozi, quelli che più di tutti faticano a stare in piedi. L'idea di incentivare l'utilizzo della moneta elettronica, per loro, ha un significato ben preciso: costi maggiori, da evitare in un periodo di crisi. «Non era il momento di mettersi a giocare con cashback e lotterie, un sistema che complicherà la vita delle imprese», spiega Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Veneto. «Quando sento dire che dobbiamo spendere, mi viene l'orticaria. Dobbiamo imparare a investire i soldi, non giocare con questi trucchetti da feste di Natale».
Le associazioni di categoria temono che dietro al Programma cashback si nasconda una lotta per la sopravvivenza, che finirà per tagliare le gambe ai piccoli, alle botteghe tradizionali. In tanti, non a caso, hanno già detto no. Tra i negozi di Napoli, per esempio, la reticenza è molta, soprattutto a causa delle commissioni bancarie applicate alle transazioni elettroniche. «Molti imprenditori», racconta Vincenzo Schiavo, presidente Confesercenti Campania, «vendono prodotti per cifre non elevate: 20 o 30 euro al massimo. Applicare una commissione sulla singola operazione, che può arrivare fino al 3%, significa rendere la vendita non più conveniente. L'Italia non è fatta soltanto di grandi catene e megastore». Non a caso, il 67% delle imprese italiane giudica «non vantaggiosa» l'accettazione delle carte di credito e di debito. I numeri, che arrivano dall'Osservatorio credito di Confcommercio, parlano chiaro: nel 95% dei casi, il no è giustificato dall'insoddisfazione sui costi di gestione e sulle commissioni.
Per accelerare la diffusione dei pagamenti elettronici, alcuni circuiti - come PagoBancomat - hanno accettato il taglio delle commissioni a partire da gennaio, ma solo sulle transazioni con importo inferiore a 5 euro. Un taglio troppo esiguo per l'associazione dei commercianti, che chiede di azzerare i costi relativi alle commissioni per gli importi fino a 25 euro. «I quasi 5 miliardi per il Programma cashback», spiega il il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, «potevano essere impegnati diversamente, e meglio. Per esempio, per azzerare i costi delle commissioni e incrementare gli investimenti infrastrutturali necessari perché i pagamenti digitali funzionino. La moneta elettronica viaggia su sistemi moderni, veloci, dotati di una banda larga efficiente». E invece, nell'Italia che sogna di diventare cashless e che discute di didattica a distanza e smart working, ci sono ancora Comuni in cui la rete internet è un miraggio. Ne sa qualcosa Sara Pater, titolare dell'unica osteria rimasta aperta a Modignano, nella provincia di Lodi. In questa piccola frazione del Comune di Tavazzano, internet è praticamente un fantasma. Dei cantieri per la rete, nemmeno l'ombra. I privati girano alla larga. «Nel mio locale ho dovuto installare 3 sistemi di pagamento diversi», spiega Sara Pater al telefono. «Il primo, legato alla linea telefonica, ho smesso di usarlo. Il Pos gps e quello collegato alla scheda del cellulare non funzionano sempre. A volte mi trovo nella situazione in cui i pagamenti si bloccano all'improvviso o sono impossibili in tutti e tre i circuiti. Dei clienti che non hanno contanti, non resta che fidarmi, nella speranza che tornino indietro a pagare o che saldino attraverso bonifico».
Di aree dimenticate dalla tecnologia, è pieno lo Stivale. A Portico e San Benedetto (Forlì-Cesena) solo la sede del municipio è coperta dalla Rete, e neanche troppo bene. Il sindaco, Maurizio Monti, è costretto a uscire in terrazza per telefonare. Il resto del paese si arrangia con i servizi privati, che spesso vanno in tilt. Per avere la fibra, forse, se ne riparlerà tra due o tre anni. «Prima di avviare programmi di digitalizzazione nei pagamenti, spiega il sindaco, «sarebbe bene che tutti fossimo messi nelle stesse condizioni. In Italia, purtroppo, ci sono ancora troppe realtà diverse: da noi, basta un po' di maltempo per restare senza corrente».
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Solo pagamenti digitali: è l'obiettivo del governo per i rimborsi di Natale e la lotteria degli scontrini. L'operazione vale 4,7 miliardi, però non convince neppure la Bce: ecco come maiLe commissioni sugli acquisti elettronici non sono state ridotte e in molte località il collegamento Internet rimane un miraggio Confcommercio: non è il momento di fare questi giochini, sarebbe stato meglio usare quei soldi per potenziare la rete informaticaLo speciale contiene due articoli«Ogni piccola spesa quotidiana può diventare un grande guadagno», parola della presidenza del Consiglio. Tra messaggi dal sapore pubblicitario, colori che saltano subito all'occhio e card informative, il programma Italia cashless sembra quasi una lotteria: in tanti sperano di vincere, ma alla fine potrebbero gioire in pochi. A Palazzo Chigi, le parole d'ordine le hanno messe per iscritto, ben chiare: «Guadagni, vinci e cambi il Paese». Le aspettative sono alte, almeno a giudicare dalle risorse stanziate: 1,7 miliardi di euro per il 2021 e 3 miliardi per il 2022.Per avere un termine di paragone, si tratta della stessa somma annua messa a bilancio per tagliare le tasse a chi lavora. Nelle intenzioni del governo, il piano per incentivare l'uso dei pagamenti digitali darà un impulso al processo di modernizzazione del Paese, favorendo uno sviluppo «semplice, veloce e trasparente». Peccato che, già nel giorno di lancio di una delle iniziative previste, il Programma cashback, il sistema abbia fatto flop. A causa delle numerose richieste, il sistema di PagoPa, cioè la piattaforma che gestisce i portafogli elettronici, è andata in tilt. A raffreddare ulteriormente gli entusiasmi governativi si sono aggiunti i rilievi che la Banca centrale europea ha spedito al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, in una lettera del 14 dicembre scorso. A Francoforte, i disincentivi all'uso del contante non convincono fino in fondo: una «misura sproporzionata» l'hanno definita, presa senza aver richiesto alcuna «consultazione» preventiva. Nella missiva si chiede di «dimostrare» che la limitazione delle banconote sia realmente efficace per «conseguire le finalità che si intende raggiungere», cioè il contrasto all'evasione fiscale. Prove che il cashback contribuisca a far emergere i mancati obblighi tributari, per la Bce, non ce ne sono. Lo schiaffo da Francoforte arriva dopo le bocciature delle associazioni di categoria, che per giorni hanno ripetuto: «Non è il momento giusto». «In una fase di totale incertezza, fra chiusure e riaperture, era così urgente ripartire con il cashback e con la lotteria degli scontrini?», si chiede Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti. Nei negozi del Paese, almeno quelli che riescono a restare aperti, non si parla d'altro. Nel periodo sperimentale, che durerà fino a fine anno, chi aderisce al cashback ed effettua un minimo di 10 acquisti attraverso pagamenti digitali, ha diritto a un rimborso del 10% su ogni transazione, da calcolare su un valore complessivo non superiore a 1.500 euro. In sostanza, 150 euro di bonus potenziale. Dal prossimo anno, per il cashback di Stato aumentano le transazioni minime da effettuare - 50 ogni sei mesi - mentre resta uguale il tetto massimo di spesa: 1.500 euro. Il premio potenziale, di fatto, raddoppia. Secondo la Cgia di Mestre, la lotteria di Stato si tradurrà in un regalo ai ricchi, che hanno una maggiore capacità di spesa. «Gli italiani», scrive l'Ufficio studi, «saranno chiamati a sostenere una spesa smisurata, a beneficio delle persone che vivono nelle grandi aree del Nord che dispongono di una condizione professionale e di un livello di istruzione medio alti».A fronte di una contrazione del gettito annuo stimata in 48 miliardi, per il segretario della Cgia, Roberto Mason, «le risorse avrebbero potuto essere impiegate in maniera diversa, per aiutare in misura più diretta e incisiva soprattutto i commercianti». In molti, in effetti, si chiedono su quali agevolazioni abbiano potuto contare in questi mesi. «Come ci è venuto incontro lo Stato? In nessuna maniera, se non imponendoci cambiamenti e pagamenti continui», racconta alla Verità Elisabetta Ghion, che gestisce una macelleria a Cadoneghe, nella cintura urbana di Padova. Come molti suoi colleghi, si prepara a investire di nuovo per adeguarsi alla seconda iniziativa di Italia cashless, cioè la lotteria degli scontrini, che partirà il 1° gennaio. Ogni esercente, nel momento in cui rilascerà lo scontrino, avrà l'obbligo di trasferire i dati all'Agenzia delle entrate. Chi si rifiuta, potrebbe essere segnalato al fisco. Dalla Confcommercio veneta parte una richiesta ben precisa: «Gli enormi problemi già sorti con il cashback consiglierebbero di ritardare l'avvio della lotteria. Solo il 65% dei registratori telematici è stato aggiornato, sarà impossibile arrivare in tempo con le incertezze di questi giorni». Per i sogni del governo, insomma, potrebbe volerci ancora del tempo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ll-lato-oscuro-della-lotta-al-contante-2649563738.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-protesta-dei-negozianti-costi-esagerati" data-post-id="2649563738" data-published-at="1608483588" data-use-pagination="False"> La protesta dei negozianti: costi esagerati Da più di 10 giorni, i commercianti sono alle prese con il «conto della lavandaia», tra incassi in calo, merce da pagare e la richiesta di un adeguamento tecnologico improvviso che non è piaciuta proprio a tutti. Il Piano cashless è partito con un certo sospetto tra i piccoli negozi, quelli che più di tutti faticano a stare in piedi. L'idea di incentivare l'utilizzo della moneta elettronica, per loro, ha un significato ben preciso: costi maggiori, da evitare in un periodo di crisi. «Non era il momento di mettersi a giocare con cashback e lotterie, un sistema che complicherà la vita delle imprese», spiega Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Veneto. «Quando sento dire che dobbiamo spendere, mi viene l'orticaria. Dobbiamo imparare a investire i soldi, non giocare con questi trucchetti da feste di Natale». Le associazioni di categoria temono che dietro al Programma cashback si nasconda una lotta per la sopravvivenza, che finirà per tagliare le gambe ai piccoli, alle botteghe tradizionali. In tanti, non a caso, hanno già detto no. Tra i negozi di Napoli, per esempio, la reticenza è molta, soprattutto a causa delle commissioni bancarie applicate alle transazioni elettroniche. «Molti imprenditori», racconta Vincenzo Schiavo, presidente Confesercenti Campania, «vendono prodotti per cifre non elevate: 20 o 30 euro al massimo. Applicare una commissione sulla singola operazione, che può arrivare fino al 3%, significa rendere la vendita non più conveniente. L'Italia non è fatta soltanto di grandi catene e megastore». Non a caso, il 67% delle imprese italiane giudica «non vantaggiosa» l'accettazione delle carte di credito e di debito. I numeri, che arrivano dall'Osservatorio credito di Confcommercio, parlano chiaro: nel 95% dei casi, il no è giustificato dall'insoddisfazione sui costi di gestione e sulle commissioni. Per accelerare la diffusione dei pagamenti elettronici, alcuni circuiti - come PagoBancomat - hanno accettato il taglio delle commissioni a partire da gennaio, ma solo sulle transazioni con importo inferiore a 5 euro. Un taglio troppo esiguo per l'associazione dei commercianti, che chiede di azzerare i costi relativi alle commissioni per gli importi fino a 25 euro. «I quasi 5 miliardi per il Programma cashback», spiega il il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, «potevano essere impegnati diversamente, e meglio. Per esempio, per azzerare i costi delle commissioni e incrementare gli investimenti infrastrutturali necessari perché i pagamenti digitali funzionino. La moneta elettronica viaggia su sistemi moderni, veloci, dotati di una banda larga efficiente». E invece, nell'Italia che sogna di diventare cashless e che discute di didattica a distanza e smart working, ci sono ancora Comuni in cui la rete internet è un miraggio. Ne sa qualcosa Sara Pater, titolare dell'unica osteria rimasta aperta a Modignano, nella provincia di Lodi. In questa piccola frazione del Comune di Tavazzano, internet è praticamente un fantasma. Dei cantieri per la rete, nemmeno l'ombra. I privati girano alla larga. «Nel mio locale ho dovuto installare 3 sistemi di pagamento diversi», spiega Sara Pater al telefono. «Il primo, legato alla linea telefonica, ho smesso di usarlo. Il Pos gps e quello collegato alla scheda del cellulare non funzionano sempre. A volte mi trovo nella situazione in cui i pagamenti si bloccano all'improvviso o sono impossibili in tutti e tre i circuiti. Dei clienti che non hanno contanti, non resta che fidarmi, nella speranza che tornino indietro a pagare o che saldino attraverso bonifico». Di aree dimenticate dalla tecnologia, è pieno lo Stivale. A Portico e San Benedetto (Forlì-Cesena) solo la sede del municipio è coperta dalla Rete, e neanche troppo bene. Il sindaco, Maurizio Monti, è costretto a uscire in terrazza per telefonare. Il resto del paese si arrangia con i servizi privati, che spesso vanno in tilt. Per avere la fibra, forse, se ne riparlerà tra due o tre anni. «Prima di avviare programmi di digitalizzazione nei pagamenti, spiega il sindaco, «sarebbe bene che tutti fossimo messi nelle stesse condizioni. In Italia, purtroppo, ci sono ancora troppe realtà diverse: da noi, basta un po' di maltempo per restare senza corrente».
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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