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2020-12-21
Rivolta contro il cashback: «È un disastro»
Ansa
«Ogni piccola spesa quotidiana può diventare un grande guadagno», parola della presidenza del Consiglio. Tra messaggi dal sapore pubblicitario, colori che saltano subito all'occhio e card informative, il programma Italia cashless sembra quasi una lotteria: in tanti sperano di vincere, ma alla fine potrebbero gioire in pochi. A Palazzo Chigi, le parole d'ordine le hanno messe per iscritto, ben chiare: «Guadagni, vinci e cambi il Paese». Le aspettative sono alte, almeno a giudicare dalle risorse stanziate: 1,7 miliardi di euro per il 2021 e 3 miliardi per il 2022.
Per avere un termine di paragone, si tratta della stessa somma annua messa a bilancio per tagliare le tasse a chi lavora. Nelle intenzioni del governo, il piano per incentivare l'uso dei pagamenti digitali darà un impulso al processo di modernizzazione del Paese, favorendo uno sviluppo «semplice, veloce e trasparente». Peccato che, già nel giorno di lancio di una delle iniziative previste, il Programma cashback, il sistema abbia fatto flop. A causa delle numerose richieste, il sistema di PagoPa, cioè la piattaforma che gestisce i portafogli elettronici, è andata in tilt. A raffreddare ulteriormente gli entusiasmi governativi si sono aggiunti i rilievi che la Banca centrale europea ha spedito al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, in una lettera del 14 dicembre scorso. A Francoforte, i disincentivi all'uso del contante non convincono fino in fondo: una «misura sproporzionata» l'hanno definita, presa senza aver richiesto alcuna «consultazione» preventiva. Nella missiva si chiede di «dimostrare» che la limitazione delle banconote sia realmente efficace per «conseguire le finalità che si intende raggiungere», cioè il contrasto all'evasione fiscale. Prove che il cashback contribuisca a far emergere i mancati obblighi tributari, per la Bce, non ce ne sono.
Lo schiaffo da Francoforte arriva dopo le bocciature delle associazioni di categoria, che per giorni hanno ripetuto: «Non è il momento giusto». «In una fase di totale incertezza, fra chiusure e riaperture, era così urgente ripartire con il cashback e con la lotteria degli scontrini?», si chiede Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti. Nei negozi del Paese, almeno quelli che riescono a restare aperti, non si parla d'altro. Nel periodo sperimentale, che durerà fino a fine anno, chi aderisce al cashback ed effettua un minimo di 10 acquisti attraverso pagamenti digitali, ha diritto a un rimborso del 10% su ogni transazione, da calcolare su un valore complessivo non superiore a 1.500 euro. In sostanza, 150 euro di bonus potenziale. Dal prossimo anno, per il cashback di Stato aumentano le transazioni minime da effettuare - 50 ogni sei mesi - mentre resta uguale il tetto massimo di spesa: 1.500 euro. Il premio potenziale, di fatto, raddoppia.
Secondo la Cgia di Mestre, la lotteria di Stato si tradurrà in un regalo ai ricchi, che hanno una maggiore capacità di spesa. «Gli italiani», scrive l'Ufficio studi, «saranno chiamati a sostenere una spesa smisurata, a beneficio delle persone che vivono nelle grandi aree del Nord che dispongono di una condizione professionale e di un livello di istruzione medio alti».
A fronte di una contrazione del gettito annuo stimata in 48 miliardi, per il segretario della Cgia, Roberto Mason, «le risorse avrebbero potuto essere impiegate in maniera diversa, per aiutare in misura più diretta e incisiva soprattutto i commercianti». In molti, in effetti, si chiedono su quali agevolazioni abbiano potuto contare in questi mesi. «Come ci è venuto incontro lo Stato? In nessuna maniera, se non imponendoci cambiamenti e pagamenti continui», racconta alla Verità Elisabetta Ghion, che gestisce una macelleria a Cadoneghe, nella cintura urbana di Padova. Come molti suoi colleghi, si prepara a investire di nuovo per adeguarsi alla seconda iniziativa di Italia cashless, cioè la lotteria degli scontrini, che partirà il 1° gennaio. Ogni esercente, nel momento in cui rilascerà lo scontrino, avrà l'obbligo di trasferire i dati all'Agenzia delle entrate. Chi si rifiuta, potrebbe essere segnalato al fisco.
Dalla Confcommercio veneta parte una richiesta ben precisa: «Gli enormi problemi già sorti con il cashback consiglierebbero di ritardare l'avvio della lotteria. Solo il 65% dei registratori telematici è stato aggiornato, sarà impossibile arrivare in tempo con le incertezze di questi giorni». Per i sogni del governo, insomma, potrebbe volerci ancora del tempo.
La protesta dei negozianti: costi esagerati
Da più di 10 giorni, i commercianti sono alle prese con il «conto della lavandaia», tra incassi in calo, merce da pagare e la richiesta di un adeguamento tecnologico improvviso che non è piaciuta proprio a tutti. Il Piano cashless è partito con un certo sospetto tra i piccoli negozi, quelli che più di tutti faticano a stare in piedi. L'idea di incentivare l'utilizzo della moneta elettronica, per loro, ha un significato ben preciso: costi maggiori, da evitare in un periodo di crisi. «Non era il momento di mettersi a giocare con cashback e lotterie, un sistema che complicherà la vita delle imprese», spiega Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Veneto. «Quando sento dire che dobbiamo spendere, mi viene l'orticaria. Dobbiamo imparare a investire i soldi, non giocare con questi trucchetti da feste di Natale».
Le associazioni di categoria temono che dietro al Programma cashback si nasconda una lotta per la sopravvivenza, che finirà per tagliare le gambe ai piccoli, alle botteghe tradizionali. In tanti, non a caso, hanno già detto no. Tra i negozi di Napoli, per esempio, la reticenza è molta, soprattutto a causa delle commissioni bancarie applicate alle transazioni elettroniche. «Molti imprenditori», racconta Vincenzo Schiavo, presidente Confesercenti Campania, «vendono prodotti per cifre non elevate: 20 o 30 euro al massimo. Applicare una commissione sulla singola operazione, che può arrivare fino al 3%, significa rendere la vendita non più conveniente. L'Italia non è fatta soltanto di grandi catene e megastore». Non a caso, il 67% delle imprese italiane giudica «non vantaggiosa» l'accettazione delle carte di credito e di debito. I numeri, che arrivano dall'Osservatorio credito di Confcommercio, parlano chiaro: nel 95% dei casi, il no è giustificato dall'insoddisfazione sui costi di gestione e sulle commissioni.
Per accelerare la diffusione dei pagamenti elettronici, alcuni circuiti - come PagoBancomat - hanno accettato il taglio delle commissioni a partire da gennaio, ma solo sulle transazioni con importo inferiore a 5 euro. Un taglio troppo esiguo per l'associazione dei commercianti, che chiede di azzerare i costi relativi alle commissioni per gli importi fino a 25 euro. «I quasi 5 miliardi per il Programma cashback», spiega il il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, «potevano essere impegnati diversamente, e meglio. Per esempio, per azzerare i costi delle commissioni e incrementare gli investimenti infrastrutturali necessari perché i pagamenti digitali funzionino. La moneta elettronica viaggia su sistemi moderni, veloci, dotati di una banda larga efficiente». E invece, nell'Italia che sogna di diventare cashless e che discute di didattica a distanza e smart working, ci sono ancora Comuni in cui la rete internet è un miraggio. Ne sa qualcosa Sara Pater, titolare dell'unica osteria rimasta aperta a Modignano, nella provincia di Lodi. In questa piccola frazione del Comune di Tavazzano, internet è praticamente un fantasma. Dei cantieri per la rete, nemmeno l'ombra. I privati girano alla larga. «Nel mio locale ho dovuto installare 3 sistemi di pagamento diversi», spiega Sara Pater al telefono. «Il primo, legato alla linea telefonica, ho smesso di usarlo. Il Pos gps e quello collegato alla scheda del cellulare non funzionano sempre. A volte mi trovo nella situazione in cui i pagamenti si bloccano all'improvviso o sono impossibili in tutti e tre i circuiti. Dei clienti che non hanno contanti, non resta che fidarmi, nella speranza che tornino indietro a pagare o che saldino attraverso bonifico».
Di aree dimenticate dalla tecnologia, è pieno lo Stivale. A Portico e San Benedetto (Forlì-Cesena) solo la sede del municipio è coperta dalla Rete, e neanche troppo bene. Il sindaco, Maurizio Monti, è costretto a uscire in terrazza per telefonare. Il resto del paese si arrangia con i servizi privati, che spesso vanno in tilt. Per avere la fibra, forse, se ne riparlerà tra due o tre anni. «Prima di avviare programmi di digitalizzazione nei pagamenti, spiega il sindaco, «sarebbe bene che tutti fossimo messi nelle stesse condizioni. In Italia, purtroppo, ci sono ancora troppe realtà diverse: da noi, basta un po' di maltempo per restare senza corrente».
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Solo pagamenti digitali: è l'obiettivo del governo per i rimborsi di Natale e la lotteria degli scontrini. L'operazione vale 4,7 miliardi, però non convince neppure la Bce: ecco come maiLe commissioni sugli acquisti elettronici non sono state ridotte e in molte località il collegamento Internet rimane un miraggio Confcommercio: non è il momento di fare questi giochini, sarebbe stato meglio usare quei soldi per potenziare la rete informaticaLo speciale contiene due articoli«Ogni piccola spesa quotidiana può diventare un grande guadagno», parola della presidenza del Consiglio. Tra messaggi dal sapore pubblicitario, colori che saltano subito all'occhio e card informative, il programma Italia cashless sembra quasi una lotteria: in tanti sperano di vincere, ma alla fine potrebbero gioire in pochi. A Palazzo Chigi, le parole d'ordine le hanno messe per iscritto, ben chiare: «Guadagni, vinci e cambi il Paese». Le aspettative sono alte, almeno a giudicare dalle risorse stanziate: 1,7 miliardi di euro per il 2021 e 3 miliardi per il 2022.Per avere un termine di paragone, si tratta della stessa somma annua messa a bilancio per tagliare le tasse a chi lavora. Nelle intenzioni del governo, il piano per incentivare l'uso dei pagamenti digitali darà un impulso al processo di modernizzazione del Paese, favorendo uno sviluppo «semplice, veloce e trasparente». Peccato che, già nel giorno di lancio di una delle iniziative previste, il Programma cashback, il sistema abbia fatto flop. A causa delle numerose richieste, il sistema di PagoPa, cioè la piattaforma che gestisce i portafogli elettronici, è andata in tilt. A raffreddare ulteriormente gli entusiasmi governativi si sono aggiunti i rilievi che la Banca centrale europea ha spedito al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, in una lettera del 14 dicembre scorso. A Francoforte, i disincentivi all'uso del contante non convincono fino in fondo: una «misura sproporzionata» l'hanno definita, presa senza aver richiesto alcuna «consultazione» preventiva. Nella missiva si chiede di «dimostrare» che la limitazione delle banconote sia realmente efficace per «conseguire le finalità che si intende raggiungere», cioè il contrasto all'evasione fiscale. Prove che il cashback contribuisca a far emergere i mancati obblighi tributari, per la Bce, non ce ne sono. Lo schiaffo da Francoforte arriva dopo le bocciature delle associazioni di categoria, che per giorni hanno ripetuto: «Non è il momento giusto». «In una fase di totale incertezza, fra chiusure e riaperture, era così urgente ripartire con il cashback e con la lotteria degli scontrini?», si chiede Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti. Nei negozi del Paese, almeno quelli che riescono a restare aperti, non si parla d'altro. Nel periodo sperimentale, che durerà fino a fine anno, chi aderisce al cashback ed effettua un minimo di 10 acquisti attraverso pagamenti digitali, ha diritto a un rimborso del 10% su ogni transazione, da calcolare su un valore complessivo non superiore a 1.500 euro. In sostanza, 150 euro di bonus potenziale. Dal prossimo anno, per il cashback di Stato aumentano le transazioni minime da effettuare - 50 ogni sei mesi - mentre resta uguale il tetto massimo di spesa: 1.500 euro. Il premio potenziale, di fatto, raddoppia. Secondo la Cgia di Mestre, la lotteria di Stato si tradurrà in un regalo ai ricchi, che hanno una maggiore capacità di spesa. «Gli italiani», scrive l'Ufficio studi, «saranno chiamati a sostenere una spesa smisurata, a beneficio delle persone che vivono nelle grandi aree del Nord che dispongono di una condizione professionale e di un livello di istruzione medio alti».A fronte di una contrazione del gettito annuo stimata in 48 miliardi, per il segretario della Cgia, Roberto Mason, «le risorse avrebbero potuto essere impiegate in maniera diversa, per aiutare in misura più diretta e incisiva soprattutto i commercianti». In molti, in effetti, si chiedono su quali agevolazioni abbiano potuto contare in questi mesi. «Come ci è venuto incontro lo Stato? In nessuna maniera, se non imponendoci cambiamenti e pagamenti continui», racconta alla Verità Elisabetta Ghion, che gestisce una macelleria a Cadoneghe, nella cintura urbana di Padova. Come molti suoi colleghi, si prepara a investire di nuovo per adeguarsi alla seconda iniziativa di Italia cashless, cioè la lotteria degli scontrini, che partirà il 1° gennaio. Ogni esercente, nel momento in cui rilascerà lo scontrino, avrà l'obbligo di trasferire i dati all'Agenzia delle entrate. Chi si rifiuta, potrebbe essere segnalato al fisco. Dalla Confcommercio veneta parte una richiesta ben precisa: «Gli enormi problemi già sorti con il cashback consiglierebbero di ritardare l'avvio della lotteria. Solo il 65% dei registratori telematici è stato aggiornato, sarà impossibile arrivare in tempo con le incertezze di questi giorni». Per i sogni del governo, insomma, potrebbe volerci ancora del tempo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ll-lato-oscuro-della-lotta-al-contante-2649563738.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-protesta-dei-negozianti-costi-esagerati" data-post-id="2649563738" data-published-at="1608483588" data-use-pagination="False"> La protesta dei negozianti: costi esagerati Da più di 10 giorni, i commercianti sono alle prese con il «conto della lavandaia», tra incassi in calo, merce da pagare e la richiesta di un adeguamento tecnologico improvviso che non è piaciuta proprio a tutti. Il Piano cashless è partito con un certo sospetto tra i piccoli negozi, quelli che più di tutti faticano a stare in piedi. L'idea di incentivare l'utilizzo della moneta elettronica, per loro, ha un significato ben preciso: costi maggiori, da evitare in un periodo di crisi. «Non era il momento di mettersi a giocare con cashback e lotterie, un sistema che complicherà la vita delle imprese», spiega Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Veneto. «Quando sento dire che dobbiamo spendere, mi viene l'orticaria. Dobbiamo imparare a investire i soldi, non giocare con questi trucchetti da feste di Natale». Le associazioni di categoria temono che dietro al Programma cashback si nasconda una lotta per la sopravvivenza, che finirà per tagliare le gambe ai piccoli, alle botteghe tradizionali. In tanti, non a caso, hanno già detto no. Tra i negozi di Napoli, per esempio, la reticenza è molta, soprattutto a causa delle commissioni bancarie applicate alle transazioni elettroniche. «Molti imprenditori», racconta Vincenzo Schiavo, presidente Confesercenti Campania, «vendono prodotti per cifre non elevate: 20 o 30 euro al massimo. Applicare una commissione sulla singola operazione, che può arrivare fino al 3%, significa rendere la vendita non più conveniente. L'Italia non è fatta soltanto di grandi catene e megastore». Non a caso, il 67% delle imprese italiane giudica «non vantaggiosa» l'accettazione delle carte di credito e di debito. I numeri, che arrivano dall'Osservatorio credito di Confcommercio, parlano chiaro: nel 95% dei casi, il no è giustificato dall'insoddisfazione sui costi di gestione e sulle commissioni. Per accelerare la diffusione dei pagamenti elettronici, alcuni circuiti - come PagoBancomat - hanno accettato il taglio delle commissioni a partire da gennaio, ma solo sulle transazioni con importo inferiore a 5 euro. Un taglio troppo esiguo per l'associazione dei commercianti, che chiede di azzerare i costi relativi alle commissioni per gli importi fino a 25 euro. «I quasi 5 miliardi per il Programma cashback», spiega il il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, «potevano essere impegnati diversamente, e meglio. Per esempio, per azzerare i costi delle commissioni e incrementare gli investimenti infrastrutturali necessari perché i pagamenti digitali funzionino. La moneta elettronica viaggia su sistemi moderni, veloci, dotati di una banda larga efficiente». E invece, nell'Italia che sogna di diventare cashless e che discute di didattica a distanza e smart working, ci sono ancora Comuni in cui la rete internet è un miraggio. Ne sa qualcosa Sara Pater, titolare dell'unica osteria rimasta aperta a Modignano, nella provincia di Lodi. In questa piccola frazione del Comune di Tavazzano, internet è praticamente un fantasma. Dei cantieri per la rete, nemmeno l'ombra. I privati girano alla larga. «Nel mio locale ho dovuto installare 3 sistemi di pagamento diversi», spiega Sara Pater al telefono. «Il primo, legato alla linea telefonica, ho smesso di usarlo. Il Pos gps e quello collegato alla scheda del cellulare non funzionano sempre. A volte mi trovo nella situazione in cui i pagamenti si bloccano all'improvviso o sono impossibili in tutti e tre i circuiti. Dei clienti che non hanno contanti, non resta che fidarmi, nella speranza che tornino indietro a pagare o che saldino attraverso bonifico». Di aree dimenticate dalla tecnologia, è pieno lo Stivale. A Portico e San Benedetto (Forlì-Cesena) solo la sede del municipio è coperta dalla Rete, e neanche troppo bene. Il sindaco, Maurizio Monti, è costretto a uscire in terrazza per telefonare. Il resto del paese si arrangia con i servizi privati, che spesso vanno in tilt. Per avere la fibra, forse, se ne riparlerà tra due o tre anni. «Prima di avviare programmi di digitalizzazione nei pagamenti, spiega il sindaco, «sarebbe bene che tutti fossimo messi nelle stesse condizioni. In Italia, purtroppo, ci sono ancora troppe realtà diverse: da noi, basta un po' di maltempo per restare senza corrente».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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