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2020-12-21
Rivolta contro il cashback: «È un disastro»
Ansa
«Ogni piccola spesa quotidiana può diventare un grande guadagno», parola della presidenza del Consiglio. Tra messaggi dal sapore pubblicitario, colori che saltano subito all'occhio e card informative, il programma Italia cashless sembra quasi una lotteria: in tanti sperano di vincere, ma alla fine potrebbero gioire in pochi. A Palazzo Chigi, le parole d'ordine le hanno messe per iscritto, ben chiare: «Guadagni, vinci e cambi il Paese». Le aspettative sono alte, almeno a giudicare dalle risorse stanziate: 1,7 miliardi di euro per il 2021 e 3 miliardi per il 2022.
Per avere un termine di paragone, si tratta della stessa somma annua messa a bilancio per tagliare le tasse a chi lavora. Nelle intenzioni del governo, il piano per incentivare l'uso dei pagamenti digitali darà un impulso al processo di modernizzazione del Paese, favorendo uno sviluppo «semplice, veloce e trasparente». Peccato che, già nel giorno di lancio di una delle iniziative previste, il Programma cashback, il sistema abbia fatto flop. A causa delle numerose richieste, il sistema di PagoPa, cioè la piattaforma che gestisce i portafogli elettronici, è andata in tilt. A raffreddare ulteriormente gli entusiasmi governativi si sono aggiunti i rilievi che la Banca centrale europea ha spedito al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, in una lettera del 14 dicembre scorso. A Francoforte, i disincentivi all'uso del contante non convincono fino in fondo: una «misura sproporzionata» l'hanno definita, presa senza aver richiesto alcuna «consultazione» preventiva. Nella missiva si chiede di «dimostrare» che la limitazione delle banconote sia realmente efficace per «conseguire le finalità che si intende raggiungere», cioè il contrasto all'evasione fiscale. Prove che il cashback contribuisca a far emergere i mancati obblighi tributari, per la Bce, non ce ne sono.
Lo schiaffo da Francoforte arriva dopo le bocciature delle associazioni di categoria, che per giorni hanno ripetuto: «Non è il momento giusto». «In una fase di totale incertezza, fra chiusure e riaperture, era così urgente ripartire con il cashback e con la lotteria degli scontrini?», si chiede Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti. Nei negozi del Paese, almeno quelli che riescono a restare aperti, non si parla d'altro. Nel periodo sperimentale, che durerà fino a fine anno, chi aderisce al cashback ed effettua un minimo di 10 acquisti attraverso pagamenti digitali, ha diritto a un rimborso del 10% su ogni transazione, da calcolare su un valore complessivo non superiore a 1.500 euro. In sostanza, 150 euro di bonus potenziale. Dal prossimo anno, per il cashback di Stato aumentano le transazioni minime da effettuare - 50 ogni sei mesi - mentre resta uguale il tetto massimo di spesa: 1.500 euro. Il premio potenziale, di fatto, raddoppia.
Secondo la Cgia di Mestre, la lotteria di Stato si tradurrà in un regalo ai ricchi, che hanno una maggiore capacità di spesa. «Gli italiani», scrive l'Ufficio studi, «saranno chiamati a sostenere una spesa smisurata, a beneficio delle persone che vivono nelle grandi aree del Nord che dispongono di una condizione professionale e di un livello di istruzione medio alti».
A fronte di una contrazione del gettito annuo stimata in 48 miliardi, per il segretario della Cgia, Roberto Mason, «le risorse avrebbero potuto essere impiegate in maniera diversa, per aiutare in misura più diretta e incisiva soprattutto i commercianti». In molti, in effetti, si chiedono su quali agevolazioni abbiano potuto contare in questi mesi. «Come ci è venuto incontro lo Stato? In nessuna maniera, se non imponendoci cambiamenti e pagamenti continui», racconta alla Verità Elisabetta Ghion, che gestisce una macelleria a Cadoneghe, nella cintura urbana di Padova. Come molti suoi colleghi, si prepara a investire di nuovo per adeguarsi alla seconda iniziativa di Italia cashless, cioè la lotteria degli scontrini, che partirà il 1° gennaio. Ogni esercente, nel momento in cui rilascerà lo scontrino, avrà l'obbligo di trasferire i dati all'Agenzia delle entrate. Chi si rifiuta, potrebbe essere segnalato al fisco.
Dalla Confcommercio veneta parte una richiesta ben precisa: «Gli enormi problemi già sorti con il cashback consiglierebbero di ritardare l'avvio della lotteria. Solo il 65% dei registratori telematici è stato aggiornato, sarà impossibile arrivare in tempo con le incertezze di questi giorni». Per i sogni del governo, insomma, potrebbe volerci ancora del tempo.
La protesta dei negozianti: costi esagerati
Da più di 10 giorni, i commercianti sono alle prese con il «conto della lavandaia», tra incassi in calo, merce da pagare e la richiesta di un adeguamento tecnologico improvviso che non è piaciuta proprio a tutti. Il Piano cashless è partito con un certo sospetto tra i piccoli negozi, quelli che più di tutti faticano a stare in piedi. L'idea di incentivare l'utilizzo della moneta elettronica, per loro, ha un significato ben preciso: costi maggiori, da evitare in un periodo di crisi. «Non era il momento di mettersi a giocare con cashback e lotterie, un sistema che complicherà la vita delle imprese», spiega Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Veneto. «Quando sento dire che dobbiamo spendere, mi viene l'orticaria. Dobbiamo imparare a investire i soldi, non giocare con questi trucchetti da feste di Natale».
Le associazioni di categoria temono che dietro al Programma cashback si nasconda una lotta per la sopravvivenza, che finirà per tagliare le gambe ai piccoli, alle botteghe tradizionali. In tanti, non a caso, hanno già detto no. Tra i negozi di Napoli, per esempio, la reticenza è molta, soprattutto a causa delle commissioni bancarie applicate alle transazioni elettroniche. «Molti imprenditori», racconta Vincenzo Schiavo, presidente Confesercenti Campania, «vendono prodotti per cifre non elevate: 20 o 30 euro al massimo. Applicare una commissione sulla singola operazione, che può arrivare fino al 3%, significa rendere la vendita non più conveniente. L'Italia non è fatta soltanto di grandi catene e megastore». Non a caso, il 67% delle imprese italiane giudica «non vantaggiosa» l'accettazione delle carte di credito e di debito. I numeri, che arrivano dall'Osservatorio credito di Confcommercio, parlano chiaro: nel 95% dei casi, il no è giustificato dall'insoddisfazione sui costi di gestione e sulle commissioni.
Per accelerare la diffusione dei pagamenti elettronici, alcuni circuiti - come PagoBancomat - hanno accettato il taglio delle commissioni a partire da gennaio, ma solo sulle transazioni con importo inferiore a 5 euro. Un taglio troppo esiguo per l'associazione dei commercianti, che chiede di azzerare i costi relativi alle commissioni per gli importi fino a 25 euro. «I quasi 5 miliardi per il Programma cashback», spiega il il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, «potevano essere impegnati diversamente, e meglio. Per esempio, per azzerare i costi delle commissioni e incrementare gli investimenti infrastrutturali necessari perché i pagamenti digitali funzionino. La moneta elettronica viaggia su sistemi moderni, veloci, dotati di una banda larga efficiente». E invece, nell'Italia che sogna di diventare cashless e che discute di didattica a distanza e smart working, ci sono ancora Comuni in cui la rete internet è un miraggio. Ne sa qualcosa Sara Pater, titolare dell'unica osteria rimasta aperta a Modignano, nella provincia di Lodi. In questa piccola frazione del Comune di Tavazzano, internet è praticamente un fantasma. Dei cantieri per la rete, nemmeno l'ombra. I privati girano alla larga. «Nel mio locale ho dovuto installare 3 sistemi di pagamento diversi», spiega Sara Pater al telefono. «Il primo, legato alla linea telefonica, ho smesso di usarlo. Il Pos gps e quello collegato alla scheda del cellulare non funzionano sempre. A volte mi trovo nella situazione in cui i pagamenti si bloccano all'improvviso o sono impossibili in tutti e tre i circuiti. Dei clienti che non hanno contanti, non resta che fidarmi, nella speranza che tornino indietro a pagare o che saldino attraverso bonifico».
Di aree dimenticate dalla tecnologia, è pieno lo Stivale. A Portico e San Benedetto (Forlì-Cesena) solo la sede del municipio è coperta dalla Rete, e neanche troppo bene. Il sindaco, Maurizio Monti, è costretto a uscire in terrazza per telefonare. Il resto del paese si arrangia con i servizi privati, che spesso vanno in tilt. Per avere la fibra, forse, se ne riparlerà tra due o tre anni. «Prima di avviare programmi di digitalizzazione nei pagamenti, spiega il sindaco, «sarebbe bene che tutti fossimo messi nelle stesse condizioni. In Italia, purtroppo, ci sono ancora troppe realtà diverse: da noi, basta un po' di maltempo per restare senza corrente».
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Solo pagamenti digitali: è l'obiettivo del governo per i rimborsi di Natale e la lotteria degli scontrini. L'operazione vale 4,7 miliardi, però non convince neppure la Bce: ecco come maiLe commissioni sugli acquisti elettronici non sono state ridotte e in molte località il collegamento Internet rimane un miraggio Confcommercio: non è il momento di fare questi giochini, sarebbe stato meglio usare quei soldi per potenziare la rete informaticaLo speciale contiene due articoli«Ogni piccola spesa quotidiana può diventare un grande guadagno», parola della presidenza del Consiglio. Tra messaggi dal sapore pubblicitario, colori che saltano subito all'occhio e card informative, il programma Italia cashless sembra quasi una lotteria: in tanti sperano di vincere, ma alla fine potrebbero gioire in pochi. A Palazzo Chigi, le parole d'ordine le hanno messe per iscritto, ben chiare: «Guadagni, vinci e cambi il Paese». Le aspettative sono alte, almeno a giudicare dalle risorse stanziate: 1,7 miliardi di euro per il 2021 e 3 miliardi per il 2022.Per avere un termine di paragone, si tratta della stessa somma annua messa a bilancio per tagliare le tasse a chi lavora. Nelle intenzioni del governo, il piano per incentivare l'uso dei pagamenti digitali darà un impulso al processo di modernizzazione del Paese, favorendo uno sviluppo «semplice, veloce e trasparente». Peccato che, già nel giorno di lancio di una delle iniziative previste, il Programma cashback, il sistema abbia fatto flop. A causa delle numerose richieste, il sistema di PagoPa, cioè la piattaforma che gestisce i portafogli elettronici, è andata in tilt. A raffreddare ulteriormente gli entusiasmi governativi si sono aggiunti i rilievi che la Banca centrale europea ha spedito al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, in una lettera del 14 dicembre scorso. A Francoforte, i disincentivi all'uso del contante non convincono fino in fondo: una «misura sproporzionata» l'hanno definita, presa senza aver richiesto alcuna «consultazione» preventiva. Nella missiva si chiede di «dimostrare» che la limitazione delle banconote sia realmente efficace per «conseguire le finalità che si intende raggiungere», cioè il contrasto all'evasione fiscale. Prove che il cashback contribuisca a far emergere i mancati obblighi tributari, per la Bce, non ce ne sono. Lo schiaffo da Francoforte arriva dopo le bocciature delle associazioni di categoria, che per giorni hanno ripetuto: «Non è il momento giusto». «In una fase di totale incertezza, fra chiusure e riaperture, era così urgente ripartire con il cashback e con la lotteria degli scontrini?», si chiede Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti. Nei negozi del Paese, almeno quelli che riescono a restare aperti, non si parla d'altro. Nel periodo sperimentale, che durerà fino a fine anno, chi aderisce al cashback ed effettua un minimo di 10 acquisti attraverso pagamenti digitali, ha diritto a un rimborso del 10% su ogni transazione, da calcolare su un valore complessivo non superiore a 1.500 euro. In sostanza, 150 euro di bonus potenziale. Dal prossimo anno, per il cashback di Stato aumentano le transazioni minime da effettuare - 50 ogni sei mesi - mentre resta uguale il tetto massimo di spesa: 1.500 euro. Il premio potenziale, di fatto, raddoppia. Secondo la Cgia di Mestre, la lotteria di Stato si tradurrà in un regalo ai ricchi, che hanno una maggiore capacità di spesa. «Gli italiani», scrive l'Ufficio studi, «saranno chiamati a sostenere una spesa smisurata, a beneficio delle persone che vivono nelle grandi aree del Nord che dispongono di una condizione professionale e di un livello di istruzione medio alti».A fronte di una contrazione del gettito annuo stimata in 48 miliardi, per il segretario della Cgia, Roberto Mason, «le risorse avrebbero potuto essere impiegate in maniera diversa, per aiutare in misura più diretta e incisiva soprattutto i commercianti». In molti, in effetti, si chiedono su quali agevolazioni abbiano potuto contare in questi mesi. «Come ci è venuto incontro lo Stato? In nessuna maniera, se non imponendoci cambiamenti e pagamenti continui», racconta alla Verità Elisabetta Ghion, che gestisce una macelleria a Cadoneghe, nella cintura urbana di Padova. Come molti suoi colleghi, si prepara a investire di nuovo per adeguarsi alla seconda iniziativa di Italia cashless, cioè la lotteria degli scontrini, che partirà il 1° gennaio. Ogni esercente, nel momento in cui rilascerà lo scontrino, avrà l'obbligo di trasferire i dati all'Agenzia delle entrate. Chi si rifiuta, potrebbe essere segnalato al fisco. Dalla Confcommercio veneta parte una richiesta ben precisa: «Gli enormi problemi già sorti con il cashback consiglierebbero di ritardare l'avvio della lotteria. Solo il 65% dei registratori telematici è stato aggiornato, sarà impossibile arrivare in tempo con le incertezze di questi giorni». Per i sogni del governo, insomma, potrebbe volerci ancora del tempo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ll-lato-oscuro-della-lotta-al-contante-2649563738.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-protesta-dei-negozianti-costi-esagerati" data-post-id="2649563738" data-published-at="1608483588" data-use-pagination="False"> La protesta dei negozianti: costi esagerati Da più di 10 giorni, i commercianti sono alle prese con il «conto della lavandaia», tra incassi in calo, merce da pagare e la richiesta di un adeguamento tecnologico improvviso che non è piaciuta proprio a tutti. Il Piano cashless è partito con un certo sospetto tra i piccoli negozi, quelli che più di tutti faticano a stare in piedi. L'idea di incentivare l'utilizzo della moneta elettronica, per loro, ha un significato ben preciso: costi maggiori, da evitare in un periodo di crisi. «Non era il momento di mettersi a giocare con cashback e lotterie, un sistema che complicherà la vita delle imprese», spiega Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Veneto. «Quando sento dire che dobbiamo spendere, mi viene l'orticaria. Dobbiamo imparare a investire i soldi, non giocare con questi trucchetti da feste di Natale». Le associazioni di categoria temono che dietro al Programma cashback si nasconda una lotta per la sopravvivenza, che finirà per tagliare le gambe ai piccoli, alle botteghe tradizionali. In tanti, non a caso, hanno già detto no. Tra i negozi di Napoli, per esempio, la reticenza è molta, soprattutto a causa delle commissioni bancarie applicate alle transazioni elettroniche. «Molti imprenditori», racconta Vincenzo Schiavo, presidente Confesercenti Campania, «vendono prodotti per cifre non elevate: 20 o 30 euro al massimo. Applicare una commissione sulla singola operazione, che può arrivare fino al 3%, significa rendere la vendita non più conveniente. L'Italia non è fatta soltanto di grandi catene e megastore». Non a caso, il 67% delle imprese italiane giudica «non vantaggiosa» l'accettazione delle carte di credito e di debito. I numeri, che arrivano dall'Osservatorio credito di Confcommercio, parlano chiaro: nel 95% dei casi, il no è giustificato dall'insoddisfazione sui costi di gestione e sulle commissioni. Per accelerare la diffusione dei pagamenti elettronici, alcuni circuiti - come PagoBancomat - hanno accettato il taglio delle commissioni a partire da gennaio, ma solo sulle transazioni con importo inferiore a 5 euro. Un taglio troppo esiguo per l'associazione dei commercianti, che chiede di azzerare i costi relativi alle commissioni per gli importi fino a 25 euro. «I quasi 5 miliardi per il Programma cashback», spiega il il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, «potevano essere impegnati diversamente, e meglio. Per esempio, per azzerare i costi delle commissioni e incrementare gli investimenti infrastrutturali necessari perché i pagamenti digitali funzionino. La moneta elettronica viaggia su sistemi moderni, veloci, dotati di una banda larga efficiente». E invece, nell'Italia che sogna di diventare cashless e che discute di didattica a distanza e smart working, ci sono ancora Comuni in cui la rete internet è un miraggio. Ne sa qualcosa Sara Pater, titolare dell'unica osteria rimasta aperta a Modignano, nella provincia di Lodi. In questa piccola frazione del Comune di Tavazzano, internet è praticamente un fantasma. Dei cantieri per la rete, nemmeno l'ombra. I privati girano alla larga. «Nel mio locale ho dovuto installare 3 sistemi di pagamento diversi», spiega Sara Pater al telefono. «Il primo, legato alla linea telefonica, ho smesso di usarlo. Il Pos gps e quello collegato alla scheda del cellulare non funzionano sempre. A volte mi trovo nella situazione in cui i pagamenti si bloccano all'improvviso o sono impossibili in tutti e tre i circuiti. Dei clienti che non hanno contanti, non resta che fidarmi, nella speranza che tornino indietro a pagare o che saldino attraverso bonifico». Di aree dimenticate dalla tecnologia, è pieno lo Stivale. A Portico e San Benedetto (Forlì-Cesena) solo la sede del municipio è coperta dalla Rete, e neanche troppo bene. Il sindaco, Maurizio Monti, è costretto a uscire in terrazza per telefonare. Il resto del paese si arrangia con i servizi privati, che spesso vanno in tilt. Per avere la fibra, forse, se ne riparlerà tra due o tre anni. «Prima di avviare programmi di digitalizzazione nei pagamenti, spiega il sindaco, «sarebbe bene che tutti fossimo messi nelle stesse condizioni. In Italia, purtroppo, ci sono ancora troppe realtà diverse: da noi, basta un po' di maltempo per restare senza corrente».
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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