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2018-05-04
L’Ue aumenta le spese militari, poi ci bastona
ANSA
Ci sono molti motivi per i quali l'Europa dei tecnocrati teme un governo a trazione Lega con Matteo Salvini presidente del Consiglio, ma ce n'è uno che sfugge ai più e che è strettamente legato al »balon d'essai» di Jean Claude Juncker sul bilancio europeo 2020/2027. Si discute adesso e approfittando del fatto che l'Italia in Europa è mal rappresentata, e in più ora non ha neanche un governo, si stanno affrettando a tagliare le fette della torta europea in modo che a noi tocchino le briciole. E la Lega che c'entra? Spieghiamolo. La riprofilatura del bilancio Ue che piace praticamente a nessuno tranne che alla Germania prevede che alle regioni del Nord Italia non andrà più neppure un euro e che l'agricoltura italiana perderà nei sette anni della nuova programmazione europea all'incirca 19 miliardi. Compensati in minima parte da un aumento dei contributi per l'immigrazione.
Juncker è convinto che all'Italia si addica lo schema di Salvatore Buzzi, il gran capo della cooperativa 29 giugno, finanziatore del Pd e alto dirigente della lega delle Coop rosse finito in manette per Mafia capitale, trafficante d'immigrati. Vogliono tenerci buoni pagando un po' di spese per l'accoglienza dei sedicenti profughi togliendo però soldi ai fondi agricoli e a quelli di coesione che servono a riequilibrare lo sviluppo tra le diverse aree dell'Europa. Ebbene nel nuovo schema di bilancio presentato da Juncker e dal commissario Gunther Oettinger che sta sempre bene attento a non scontentare frau Angela Merkel la sforbiciata più consistente è proprio sui fondi di coesione e su quelli agricoli. Attenzione: non a tutti i fondi agricoli, ma a quelli che interessano di più i Paesi mediterranei. La Polonia non perderebbe nulla nella nuova Pac, così la Germania che avrebbe un taglio percentualmente inferiore a quello dell'Italia potendo combinare gli aiuti agricoli a quelli dei fondi di perequazione. Per paradosso l'Italia è penalizzata dal fatto di avere il maggior Pil agricolo nelle regioni più ricche e la doppia sforbiciata sui contributi verdi e a quelli di coesione finisce per amplificare l'effetto delle restrizioni che tolgono soldi alle regioni agricole ricche e stanziamenti alle regioni del Sud che di più potevano attingere ai fondi di coesione.
Il taglio per i contributi agricoli dovrebbe essere di oltre il 15%, oltre il 20% quello sui fondi di coesione. Risultato: l'Italia nel settennato perderebbe circa 40 miliardi e le regioni del Nord di fatto sparirebbero dalla lista dei beneficiari europei. È di tutta evidenza che un governo italiano a trazione leghista diventerebbe assai scomodo per chi sta disegnando questo profilo di bilancio europeo (gravato anche dal venir meno dei 10 miliardi della Gran Bretagna che dopo Brexit non verserebbe ovviamente più neppure un euro nelle casse europee).
Ma a leggere bene le idee di Juncker si capisce che ce l'ha proprio con i Paesi mediterranei. La prima misura cancellata sarebbe quella relativa all'Ocm vino (gli aiuti all'export del vino), la seconda quella dei fondi per lo sviluppo rurale che sarebbero assorbiti dai fondi a vantaggio dell'ambiente. Giova ricordare che sul cosiddetto greening si giocò già nella passata Pac una partita assai delicata visto che l'Europa considerava ecologici e dunque finanziabili i pascoli del Nord, ma non gli ulivi del Mediterraneo. Una terza pesante penalizzazione alle produzioni agricole italiane verrebbe dalla rimodulazione dei Psr, i piani di sviluppo rurale, che diventerebbero non più esclusivi, ma concorrenti con i fondi di coesione. Insomma: o i soldi li prendi perché devi riequilibrare lo sviluppo con le altre economie o li prendi come sostegno all'agricoltura, ma non puoi prenderli su due assi di spesa. L'Italia dovrebbe così restituire con gli interessi l'aumento di contributi che sui Psr aveva strappato con la nuova Pac (da poco meno di 9 a 10,4 miliardi di fondi europei per i Psr che con il cofinanziamento nazionale arrivano a mobilitare oltre 20 miliardi) e che sono soldi a disposizione delle regioni, di tutte le regioni per sviluppare i territori e le produzioni agricole.
A fronte di questi tagli impressionanti però l'Europa non fa nulla per difendere le produzioni italiane. Dalle etichette che hanno dato il via libera all'italian sounding (vale 70 miliardi di euro l'imitazione del prodotto italiano, di più di tutto il nostro Pil agricolo che è di poco superiore ai 60 miliardi) smentendo la protezione dei marchi europei Dop e Igp e svelando come le promesse del ministro agricolo del Pd, Maurizio Martina, sull'etichettatura di origine fossero delle foglie di fico, al via libera all'importazione senza dazio dell'olio tunisino non più contingentato, dei pomodori del Nord Africa e del concentrato di pomodoro cinese, della frutta del Maghreb e turca, del riso cambogiano e thailandese, dei grani nordamericani. Proprio le politiche di diplomazia commerciale europee sono quelle più dannose per noi. Basti dire che l'olio tunisino importato senza più né dazi né limiti finisce per essere intermediato dagli spagnoli che lo confezionano usando marchi italiani e fanno dumping alle nostre produzioni.
Però è anche vero che l'Italia ha le sue responsabilità. Certo, la latitanza a Bruxelles non ci aiuta, ma anche il fatto che le Regioni italiane spendono appena il 58% dei contributi che ricevono autorizza l'Europa a stringere i cordoni della borsa. E a tifare contro la Lega perché le Regioni meno efficienti nell'utilizzare i soldi di Bruxelles sono proprio quelle del Sud. Un motivo in più per usare le forbici solo con l'Italia.
Carlo Cambi
Moscovici minaccia l’Italia se non fa il governo pro Ue
Ieri, la Commissione europea ha presentato le stime economiche per la primavera 2018. Per l'Italia, in verità, non ci sono novità sostanziali: sono anni che il nostro Paese si conferma fanalino di coda d'Europa quanto ai dati sulla crescita, mentre il deficit rimane stabile, l'occupazione aumenta timidamente e il debito pubblico dovrebbe scendere al di sotto del 130% del Pil entro il 2019. L'esecutivo Ue, però, ha colto l'occasione per lanciare una stoccata al nostro Paese: «L'incertezza sulle politiche», secondo la Commissione, «se prolungata, potrebbe rendere i mercati più volatili».
Pure il Commissario per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, è entrato a gamba tesa sulle consultazioni italiane per la formazione del nuovo governo. Eppure, è difficile ipotizzare che la nostra situazione sia peggiorata molto rispetto alla metà di marzo, quando lo stesso Moscovici assicurava di non voler esprimere «alcuna forma di inquietudine politica» in seguito all'esito delle elezioni, smentendo così il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, secondo il quale il suo omologo europeo avrebbe considerato l'Italia una «fonte di incertezza». Nella conferenza stampa di ieri, invece, Moscovici è arrivato a lamentare che gli sforzi del nostro Paese in termini di riforme strutturali, nel 2018, «sono pari a zero», rinviando ulteriori considerazioni al pacchetto di misure che sarà presentato il 23 maggio prossimo.
Il Commissario Ue si è rimangiato le radiose previsioni che aveva formulato in autunno, quando affermò che l'Italia era «sulla buona strada», favorita da una «ripresa vera»? Il punto è che gli eurocrati paiono essere proprio allergici ai riti democratici: a gennaio, Moscovici aveva definito il voto italiano un rischio per l'Europa. All'inizio della scorsa settimana, invece, il francese si era scagliato contro l'estrema destra, che in Italia sarebbe rappresentata da Matteo Salvini. Il contesto in cui Moscovici aveva espresso preoccupazione per l'avanzata dei «populisti» era un incontro a porte chiuse, ma le sue dichiarazioni, prontamente riportate dal Corriere della Sera, dimostrano quale sia la più grande premura di Bruxelles: tenere fuori da Palazzo Chigi le forze politiche che contestano la governance dell'eurozona, assicurandosi un altro governo di fedeli esecutori. E agitare lo spauracchio dei «mercati volatili», evocando magari la tempesta dello spread, è uno strumento funzionale allo scopo, anche a costo di apparire grotteschi, paventando disastri finanziari per un Paese che, solo fino a due mesi fa, era considerato sì malato, ma in via di guarigione.
Le carte sulle quali può puntare la Commissione europea sono diverse. Lo scenario che sul breve termine sarebbe più rassicurante, probabilmente, è un «governissimo» che includa tutte le forze politiche, annacqui i programmi più radicali e garantisca che l'Italia metta in cantiere i provvedimenti necessari a rispettare i parametri di finanza pubblica. Un'ipotesi che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, avendo registrato l'inamovibilità dei partiti e preoccupato dall'incombente aumento dell'Iva, previsto dalle clausole di salvaguardia, starebbe seriamente prendendo in considerazione.
Ma a Bruxelles potrebbero giocarsi il jolly, confidando nella tanto discussa alleanza tra Partito democratico e Movimento 5 stelle. Questa prospettiva escluderebbe i leghisti dal governo e potrebbe permettere agli eurocrati di neutralizzare definitivamente ogni rimasuglio di euroscetticismo tra i pentastellati, già in piena svolta moderata. In fondo, i grillini si sono più volte dimostrati propensi a rientrare nei ranghi, come quando tentarono l'ingresso nel gruppo dei liberali dell'Alde all'Europarlamento, o quando votarono contro Milano per il trasferimento dell'Agenzia del farmaco. Commissariare il partito populista numericamente più consistente d'Europa sarebbe un indubbio successo per Jean Claude Juncker e soci, visto che l'Unione europea, per il periodo 2021-2027, sta preparando un bilancio tutt'altro che vantaggioso per l'Italia.
Nel peggiore dei casi, un eventuale governo del centrodestra con appoggio esterno dei dem finirebbe con lo stemperare i propositi di Salvini, consentendo all'Europa di fare leva sia su Forza Italia sia sulle manciate di voti del Pd, per impedire al nostro Paese di sottrarsi troppo ai diktat di Bruxelles.
Quali che siano i veri auspici della Commissione e di Moscovici, dalle velate minacce rivolte all'Italia emerge un dato incontrovertibile: l'insofferenza dell'esecutivo europeo nei confronti della democrazia e delle geometrie della politica, che hanno i loro tempi e i loro inconvenienti. Per gli eurocrati, tutto deve procedere al ritmo dei «mercati» e delle esigenze macroeconomiche stabilite da Bce e Fondo monetario. L'ex premier Mario Monti, pupillo dell'establishment europeista, ebbe modo di spiegacelo con tutto il candore di chi si sente al di sopra del giudizio popolare: questa Europa è nata per rimanere «al riparo dai processi elettorali».
Alessandro Rico
Difesa, spese aumentate del 40% e un progetto per missioni extra Ue

LaPresse
L'Unione europea mette a punto la sua macchina da guerra. Nella bozza di budget presentata ieri dalla Commissione c'è una voce che salta all'occhio, quella relativa alle spese per la sicurezza e la difesa. Per il periodo 2021-2027 sono previsti stanziamenti per complessivi 27,5 miliardi di euro, una cifra ancora relativamente contenuta rispetto agli altri capitoli di spesa ma in forte ascesa rispetto al precedente bilancio. Le spese per la difesa aumentano infatti ben del 40%. La decisione di ampliare la dotazione per le spese militari rappresenta un ulteriore tassello nella costruzione di una forza europea di intervento comune.
Circa metà dell'importo complessivo (13 miliardi) verrà destinata al Fondo europeo per la difesa, al fine di «integrare e catalizzare la spesa nazionale nella ricerca e nello sviluppo delle capacità». Il Fondo per la difesa è stato istituito dalla Commissione nel giugno 2017 con lo scopo di «aiutare gli Stati membri ad utilizzare il denaro dei contribuenti in modo più efficiente, ridurre le duplicazioni della spesa e ottenere il miglior rapporto qualità/prezzo nella spesa sostenuta». Annunciato dal presidente Jean Claude Juncker a settembre del 2016, è stato avallato dal Consiglio europeo nel dicembre successivo. Lo stanziamento al Fondo si divide in due tranche, una da 4,1 miliardi finalizzata alla ricerca sulle nuove tecnologie come i robot e i droni. Gli altri 8,9 miliardi serviranno per la realizzazione di artiglieria pesante, dai carri armati agli elicotteri. «L'Unione europea sta intensificando il proprio contributo per la sicurezza e difesa collettiva», ha commentato la Commissione in relazione alla decisione di destinare al Fondo per la difesa buona parte del budget in questo settore.
Ma i piani di Bruxelles non si fermano qui. La Commissione ha annunciato lo stanziamento di 6,5 miliardi che andranno a finanziare il piano d'azione per la mobilità militare (Apmm), un'iniziativa presentata a fine marzo che serve a facilitare gli spostamenti delle truppe e delle risorse militari. In poche parole, l'Apmm nasce per velocizzare il trasferimento di contingenti e mezzi nel caso di incursione da parte di una potenza straniera all'interno del territorio dell'Ue ma anche per creare una maggiore sinergia in caso di missioni in Paesi esterni all'Unione. Un progetto definito anche la «Schengen militare» lanciato nell'ambito della Pesco, la struttura permanente per la cooperazione nella difesa alla quale lo scorso novembre da 23 Paesi hanno aderito tutti i paesi dell'Ue tranne la Danimarca, Malta e il Regno Unito. A dicembre l'accordo sulla mobilità è stato salutato da Juncker come un passo importante per «gettare le basi per la fondazione di una difesa comune dell'Unione Europea». Sulla carta la Pesco è complementare alla Nato, ma Washington guarda con sospetto all'iniziativa europea, preoccupata che possa intralciare le attività dell'alleanza atlantica. «Monitoriamo con attenzione le future mosse della Pesco», ha riferito l'ambasciatore americano alla Nato, Kay Bailey Hutchison, «poiché potrebbe diventare un punto di rottura della nostra forte alleanza».
Non bisogna dimenticare però che il budget proposto dalla Commissione deve ancora passare il vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio europeo, e in ogni caso si parla di progetti che vedranno la luce nel prossimo decennio. Emmanuel Macron non ci sta e insiste per mettere in campo azioni concrete già nell'immediato. Per questo motivo ha messo in piedi negli scorsi mesi un progetto denominato «European intervention initiative» (iniziativa d'intervento europea) per riunire tutti quei Paesi che, al pari della Francia, intendono realizzare una difesa comune. Un'alleanza di fatto parallela alla Pesco che vede nel novero anche il Regno Unito, estromesso d'ufficio dai progetti europei a causa della Brexit. Secondo le indiscrezioni riportate da Politico, a giugno i ministri della difesa di Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo, Danimarca ed Estonia firmeranno una lettera di intenti per mettere nero su bianco la volontà di una pianificazione comune.
L'allungo di Macron non è semplice strategia militare, ma tradisce l'ambizione del presidente francese di guidare l'importante partita per la difesa europea. Velleità che ovviamente non piacciono a Berlino, che nel frattempo rimane a guardare in attesa di comprendere quanta strada può fare il giocattolo del presidente francese.
Antonio Grizzuti
«Leggi imposte, tasse e privilegi. Questo sistema fa solo ricatti»
Marco Zanni è un europarlamentare della Lega, dove è approdato dal M5s. Bocconiano, sostiene lo smantellamento concordato dell'eurozona.
Zanni, in Italia si parla tanto di spending review, ma nel frattempo in Europa la Commissione aumenta i fondi per le spese amministrative.
«Le spese amministrative sono scandalosamente aumentate di oltre il 20%, passando da 70 miliardi a 85 miliardi di euro, nonostante l'uscita di un Paese con tutti i suoi funzionari. A pesare per quasi 20 miliardi sono due sole voci, le scuole europee e le pensioni degli ex euroburocrati. Noi abbiamo le scuole che cadono a pezzi, mentre per i figli dei funzionari europei, sono previste agevolazioni e supporti diretti. Le pensioni poi sono un altro capitolo vergognoso: nessuno ha il coraggio di dire che coloro che impongono le varie riforme pensionistiche nei diversi Paesi, vedi legge Fornero, hanno in realtà assurdi privilegi, con corposi assegni mensili, laute indicizzazioni e a volte sono perfino pagati per non lavorare, in attesa di essere collocati in pensione».
Che idea si è fatto nel complesso della bozza di budget 2021-2027 presentata lunedì?
«A mio avviso è gravissimo il potere che assume Bruxelles, da un lato imponendo nuove tasse, attraverso le cosiddette “risorse proprie"», che altro non sono che nuovi oneri che graveranno su cittadini e imprese, dall'altro condizionando l'erogazione di fondi al principio di “rule of law" - vedi i casi di Ungheria e Polonia - e all'imposizione di riforme economiche e sociali, che distruggeranno quel poco di autonomia e potere decisionale che ci è rimasto».
Quali iniziative intendete portare avanti al Parlamento europeo in merito alle criticità evidenziate?
«Non accetteremo che Bruxelles ci imponga nuove tasse né che ci condizioni: questo quadro finanziario è pensato proprio per incrementare il potere di ricatto della Commissione europea, speriamo di essere presto al governo per bloccare tutto questo. Nel frattempo lavoreremo perché più competenze tornino in capo a Stati membri e affinché il Quadro finanziario pluriennale diventi uno strumento ridotto per dotazione e che sia focalizzato veramente solo su quelle cose dove ci siano comprovato interesse comune e reale valore aggiunto europei».
Antonio Grizzuti
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Tagli pesanti all'agricoltura. Se approvato, il bilancio presentato da Jean Claude Juncker in sette anni farà perdere all'Italia 19 miliardi e alle Regioni del Nord non andrà più un euro. Penalizzati del 20% i fondi di coesione. In cambio spiccioli per l'immigrazione.Il commissario all'Economia, Pierre Moscovici, che ci riteneva sulla buona strada, ora parla di Paese a rischio. Obiettivo: tenere lontane da Palazzo Chigi le forze contro l'eurogovernance.Previsti stanziamenti per 27,5 miliardi nel periodo 2021-2027 e una «Schengen militare» per velocizzare il trasporto di contingenti e mezzi. Ma il presidente francese Emmanuel Macron vuole iniziative d'intervento immediato.Intervista con l'eurodeputato leghista Marco Zanni: «Leggi imposte, tasse e privilegi. Questo sistema fa solo ricatti».Lo speciale contiene quattro articoli.Ci sono molti motivi per i quali l'Europa dei tecnocrati teme un governo a trazione Lega con Matteo Salvini presidente del Consiglio, ma ce n'è uno che sfugge ai più e che è strettamente legato al »balon d'essai» di Jean Claude Juncker sul bilancio europeo 2020/2027. Si discute adesso e approfittando del fatto che l'Italia in Europa è mal rappresentata, e in più ora non ha neanche un governo, si stanno affrettando a tagliare le fette della torta europea in modo che a noi tocchino le briciole. E la Lega che c'entra? Spieghiamolo. La riprofilatura del bilancio Ue che piace praticamente a nessuno tranne che alla Germania prevede che alle regioni del Nord Italia non andrà più neppure un euro e che l'agricoltura italiana perderà nei sette anni della nuova programmazione europea all'incirca 19 miliardi. Compensati in minima parte da un aumento dei contributi per l'immigrazione. Juncker è convinto che all'Italia si addica lo schema di Salvatore Buzzi, il gran capo della cooperativa 29 giugno, finanziatore del Pd e alto dirigente della lega delle Coop rosse finito in manette per Mafia capitale, trafficante d'immigrati. Vogliono tenerci buoni pagando un po' di spese per l'accoglienza dei sedicenti profughi togliendo però soldi ai fondi agricoli e a quelli di coesione che servono a riequilibrare lo sviluppo tra le diverse aree dell'Europa. Ebbene nel nuovo schema di bilancio presentato da Juncker e dal commissario Gunther Oettinger che sta sempre bene attento a non scontentare frau Angela Merkel la sforbiciata più consistente è proprio sui fondi di coesione e su quelli agricoli. Attenzione: non a tutti i fondi agricoli, ma a quelli che interessano di più i Paesi mediterranei. La Polonia non perderebbe nulla nella nuova Pac, così la Germania che avrebbe un taglio percentualmente inferiore a quello dell'Italia potendo combinare gli aiuti agricoli a quelli dei fondi di perequazione. Per paradosso l'Italia è penalizzata dal fatto di avere il maggior Pil agricolo nelle regioni più ricche e la doppia sforbiciata sui contributi verdi e a quelli di coesione finisce per amplificare l'effetto delle restrizioni che tolgono soldi alle regioni agricole ricche e stanziamenti alle regioni del Sud che di più potevano attingere ai fondi di coesione. Il taglio per i contributi agricoli dovrebbe essere di oltre il 15%, oltre il 20% quello sui fondi di coesione. Risultato: l'Italia nel settennato perderebbe circa 40 miliardi e le regioni del Nord di fatto sparirebbero dalla lista dei beneficiari europei. È di tutta evidenza che un governo italiano a trazione leghista diventerebbe assai scomodo per chi sta disegnando questo profilo di bilancio europeo (gravato anche dal venir meno dei 10 miliardi della Gran Bretagna che dopo Brexit non verserebbe ovviamente più neppure un euro nelle casse europee). Ma a leggere bene le idee di Juncker si capisce che ce l'ha proprio con i Paesi mediterranei. La prima misura cancellata sarebbe quella relativa all'Ocm vino (gli aiuti all'export del vino), la seconda quella dei fondi per lo sviluppo rurale che sarebbero assorbiti dai fondi a vantaggio dell'ambiente. Giova ricordare che sul cosiddetto greening si giocò già nella passata Pac una partita assai delicata visto che l'Europa considerava ecologici e dunque finanziabili i pascoli del Nord, ma non gli ulivi del Mediterraneo. Una terza pesante penalizzazione alle produzioni agricole italiane verrebbe dalla rimodulazione dei Psr, i piani di sviluppo rurale, che diventerebbero non più esclusivi, ma concorrenti con i fondi di coesione. Insomma: o i soldi li prendi perché devi riequilibrare lo sviluppo con le altre economie o li prendi come sostegno all'agricoltura, ma non puoi prenderli su due assi di spesa. L'Italia dovrebbe così restituire con gli interessi l'aumento di contributi che sui Psr aveva strappato con la nuova Pac (da poco meno di 9 a 10,4 miliardi di fondi europei per i Psr che con il cofinanziamento nazionale arrivano a mobilitare oltre 20 miliardi) e che sono soldi a disposizione delle regioni, di tutte le regioni per sviluppare i territori e le produzioni agricole. A fronte di questi tagli impressionanti però l'Europa non fa nulla per difendere le produzioni italiane. Dalle etichette che hanno dato il via libera all'italian sounding (vale 70 miliardi di euro l'imitazione del prodotto italiano, di più di tutto il nostro Pil agricolo che è di poco superiore ai 60 miliardi) smentendo la protezione dei marchi europei Dop e Igp e svelando come le promesse del ministro agricolo del Pd, Maurizio Martina, sull'etichettatura di origine fossero delle foglie di fico, al via libera all'importazione senza dazio dell'olio tunisino non più contingentato, dei pomodori del Nord Africa e del concentrato di pomodoro cinese, della frutta del Maghreb e turca, del riso cambogiano e thailandese, dei grani nordamericani. Proprio le politiche di diplomazia commerciale europee sono quelle più dannose per noi. Basti dire che l'olio tunisino importato senza più né dazi né limiti finisce per essere intermediato dagli spagnoli che lo confezionano usando marchi italiani e fanno dumping alle nostre produzioni.Però è anche vero che l'Italia ha le sue responsabilità. Certo, la latitanza a Bruxelles non ci aiuta, ma anche il fatto che le Regioni italiane spendono appena il 58% dei contributi che ricevono autorizza l'Europa a stringere i cordoni della borsa. E a tifare contro la Lega perché le Regioni meno efficienti nell'utilizzare i soldi di Bruxelles sono proprio quelle del Sud. Un motivo in più per usare le forbici solo con l'Italia.Carlo Cambi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-falcia-la-nostra-agricoltura-2565608943.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="moscovici-minaccia-litalia-se-non-fa-il-governo-pro-ue" data-post-id="2565608943" data-published-at="1774995352" data-use-pagination="False"> Moscovici minaccia l’Italia se non fa il governo pro Ue Ieri, la Commissione europea ha presentato le stime economiche per la primavera 2018. Per l'Italia, in verità, non ci sono novità sostanziali: sono anni che il nostro Paese si conferma fanalino di coda d'Europa quanto ai dati sulla crescita, mentre il deficit rimane stabile, l'occupazione aumenta timidamente e il debito pubblico dovrebbe scendere al di sotto del 130% del Pil entro il 2019. L'esecutivo Ue, però, ha colto l'occasione per lanciare una stoccata al nostro Paese: «L'incertezza sulle politiche», secondo la Commissione, «se prolungata, potrebbe rendere i mercati più volatili». Pure il Commissario per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, è entrato a gamba tesa sulle consultazioni italiane per la formazione del nuovo governo. Eppure, è difficile ipotizzare che la nostra situazione sia peggiorata molto rispetto alla metà di marzo, quando lo stesso Moscovici assicurava di non voler esprimere «alcuna forma di inquietudine politica» in seguito all'esito delle elezioni, smentendo così il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, secondo il quale il suo omologo europeo avrebbe considerato l'Italia una «fonte di incertezza». Nella conferenza stampa di ieri, invece, Moscovici è arrivato a lamentare che gli sforzi del nostro Paese in termini di riforme strutturali, nel 2018, «sono pari a zero», rinviando ulteriori considerazioni al pacchetto di misure che sarà presentato il 23 maggio prossimo. Il Commissario Ue si è rimangiato le radiose previsioni che aveva formulato in autunno, quando affermò che l'Italia era «sulla buona strada», favorita da una «ripresa vera»? Il punto è che gli eurocrati paiono essere proprio allergici ai riti democratici: a gennaio, Moscovici aveva definito il voto italiano un rischio per l'Europa. All'inizio della scorsa settimana, invece, il francese si era scagliato contro l'estrema destra, che in Italia sarebbe rappresentata da Matteo Salvini. Il contesto in cui Moscovici aveva espresso preoccupazione per l'avanzata dei «populisti» era un incontro a porte chiuse, ma le sue dichiarazioni, prontamente riportate dal Corriere della Sera, dimostrano quale sia la più grande premura di Bruxelles: tenere fuori da Palazzo Chigi le forze politiche che contestano la governance dell'eurozona, assicurandosi un altro governo di fedeli esecutori. E agitare lo spauracchio dei «mercati volatili», evocando magari la tempesta dello spread, è uno strumento funzionale allo scopo, anche a costo di apparire grotteschi, paventando disastri finanziari per un Paese che, solo fino a due mesi fa, era considerato sì malato, ma in via di guarigione. Le carte sulle quali può puntare la Commissione europea sono diverse. Lo scenario che sul breve termine sarebbe più rassicurante, probabilmente, è un «governissimo» che includa tutte le forze politiche, annacqui i programmi più radicali e garantisca che l'Italia metta in cantiere i provvedimenti necessari a rispettare i parametri di finanza pubblica. Un'ipotesi che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, avendo registrato l'inamovibilità dei partiti e preoccupato dall'incombente aumento dell'Iva, previsto dalle clausole di salvaguardia, starebbe seriamente prendendo in considerazione. Ma a Bruxelles potrebbero giocarsi il jolly, confidando nella tanto discussa alleanza tra Partito democratico e Movimento 5 stelle. Questa prospettiva escluderebbe i leghisti dal governo e potrebbe permettere agli eurocrati di neutralizzare definitivamente ogni rimasuglio di euroscetticismo tra i pentastellati, già in piena svolta moderata. In fondo, i grillini si sono più volte dimostrati propensi a rientrare nei ranghi, come quando tentarono l'ingresso nel gruppo dei liberali dell'Alde all'Europarlamento, o quando votarono contro Milano per il trasferimento dell'Agenzia del farmaco. Commissariare il partito populista numericamente più consistente d'Europa sarebbe un indubbio successo per Jean Claude Juncker e soci, visto che l'Unione europea, per il periodo 2021-2027, sta preparando un bilancio tutt'altro che vantaggioso per l'Italia. Nel peggiore dei casi, un eventuale governo del centrodestra con appoggio esterno dei dem finirebbe con lo stemperare i propositi di Salvini, consentendo all'Europa di fare leva sia su Forza Italia sia sulle manciate di voti del Pd, per impedire al nostro Paese di sottrarsi troppo ai diktat di Bruxelles. Quali che siano i veri auspici della Commissione e di Moscovici, dalle velate minacce rivolte all'Italia emerge un dato incontrovertibile: l'insofferenza dell'esecutivo europeo nei confronti della democrazia e delle geometrie della politica, che hanno i loro tempi e i loro inconvenienti. Per gli eurocrati, tutto deve procedere al ritmo dei «mercati» e delle esigenze macroeconomiche stabilite da Bce e Fondo monetario. L'ex premier Mario Monti, pupillo dell'establishment europeista, ebbe modo di spiegacelo con tutto il candore di chi si sente al di sopra del giudizio popolare: questa Europa è nata per rimanere «al riparo dai processi elettorali». Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-falcia-la-nostra-agricoltura-2565608943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="difesa-spese-aumentate-del-40-e-un-progetto-per-missioni-extra-ue" data-post-id="2565608943" data-published-at="1774995352" data-use-pagination="False"> Difesa, spese aumentate del 40% e un progetto per missioni extra Ue LaPresse L'Unione europea mette a punto la sua macchina da guerra. Nella bozza di budget presentata ieri dalla Commissione c'è una voce che salta all'occhio, quella relativa alle spese per la sicurezza e la difesa. Per il periodo 2021-2027 sono previsti stanziamenti per complessivi 27,5 miliardi di euro, una cifra ancora relativamente contenuta rispetto agli altri capitoli di spesa ma in forte ascesa rispetto al precedente bilancio. Le spese per la difesa aumentano infatti ben del 40%. La decisione di ampliare la dotazione per le spese militari rappresenta un ulteriore tassello nella costruzione di una forza europea di intervento comune. Circa metà dell'importo complessivo (13 miliardi) verrà destinata al Fondo europeo per la difesa, al fine di «integrare e catalizzare la spesa nazionale nella ricerca e nello sviluppo delle capacità». Il Fondo per la difesa è stato istituito dalla Commissione nel giugno 2017 con lo scopo di «aiutare gli Stati membri ad utilizzare il denaro dei contribuenti in modo più efficiente, ridurre le duplicazioni della spesa e ottenere il miglior rapporto qualità/prezzo nella spesa sostenuta». Annunciato dal presidente Jean Claude Juncker a settembre del 2016, è stato avallato dal Consiglio europeo nel dicembre successivo. Lo stanziamento al Fondo si divide in due tranche, una da 4,1 miliardi finalizzata alla ricerca sulle nuove tecnologie come i robot e i droni. Gli altri 8,9 miliardi serviranno per la realizzazione di artiglieria pesante, dai carri armati agli elicotteri. «L'Unione europea sta intensificando il proprio contributo per la sicurezza e difesa collettiva», ha commentato la Commissione in relazione alla decisione di destinare al Fondo per la difesa buona parte del budget in questo settore. Ma i piani di Bruxelles non si fermano qui. La Commissione ha annunciato lo stanziamento di 6,5 miliardi che andranno a finanziare il piano d'azione per la mobilità militare (Apmm), un'iniziativa presentata a fine marzo che serve a facilitare gli spostamenti delle truppe e delle risorse militari. In poche parole, l'Apmm nasce per velocizzare il trasferimento di contingenti e mezzi nel caso di incursione da parte di una potenza straniera all'interno del territorio dell'Ue ma anche per creare una maggiore sinergia in caso di missioni in Paesi esterni all'Unione. Un progetto definito anche la «Schengen militare» lanciato nell'ambito della Pesco, la struttura permanente per la cooperazione nella difesa alla quale lo scorso novembre da 23 Paesi hanno aderito tutti i paesi dell'Ue tranne la Danimarca, Malta e il Regno Unito. A dicembre l'accordo sulla mobilità è stato salutato da Juncker come un passo importante per «gettare le basi per la fondazione di una difesa comune dell'Unione Europea». Sulla carta la Pesco è complementare alla Nato, ma Washington guarda con sospetto all'iniziativa europea, preoccupata che possa intralciare le attività dell'alleanza atlantica. «Monitoriamo con attenzione le future mosse della Pesco», ha riferito l'ambasciatore americano alla Nato, Kay Bailey Hutchison, «poiché potrebbe diventare un punto di rottura della nostra forte alleanza». Non bisogna dimenticare però che il budget proposto dalla Commissione deve ancora passare il vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio europeo, e in ogni caso si parla di progetti che vedranno la luce nel prossimo decennio. Emmanuel Macron non ci sta e insiste per mettere in campo azioni concrete già nell'immediato. Per questo motivo ha messo in piedi negli scorsi mesi un progetto denominato «European intervention initiative» (iniziativa d'intervento europea) per riunire tutti quei Paesi che, al pari della Francia, intendono realizzare una difesa comune. Un'alleanza di fatto parallela alla Pesco che vede nel novero anche il Regno Unito, estromesso d'ufficio dai progetti europei a causa della Brexit. Secondo le indiscrezioni riportate da Politico, a giugno i ministri della difesa di Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo, Danimarca ed Estonia firmeranno una lettera di intenti per mettere nero su bianco la volontà di una pianificazione comune. L'allungo di Macron non è semplice strategia militare, ma tradisce l'ambizione del presidente francese di guidare l'importante partita per la difesa europea. Velleità che ovviamente non piacciono a Berlino, che nel frattempo rimane a guardare in attesa di comprendere quanta strada può fare il giocattolo del presidente francese. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-falcia-la-nostra-agricoltura-2565608943.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="leggi-imposte-tasse-e-privilegi-questo-sistema-fa-solo-ricatti" data-post-id="2565608943" data-published-at="1774995352" data-use-pagination="False"> «Leggi imposte, tasse e privilegi. Questo sistema fa solo ricatti» Marco Zanni è un europarlamentare della Lega, dove è approdato dal M5s. Bocconiano, sostiene lo smantellamento concordato dell'eurozona. Zanni, in Italia si parla tanto di spending review, ma nel frattempo in Europa la Commissione aumenta i fondi per le spese amministrative. «Le spese amministrative sono scandalosamente aumentate di oltre il 20%, passando da 70 miliardi a 85 miliardi di euro, nonostante l'uscita di un Paese con tutti i suoi funzionari. A pesare per quasi 20 miliardi sono due sole voci, le scuole europee e le pensioni degli ex euroburocrati. Noi abbiamo le scuole che cadono a pezzi, mentre per i figli dei funzionari europei, sono previste agevolazioni e supporti diretti. Le pensioni poi sono un altro capitolo vergognoso: nessuno ha il coraggio di dire che coloro che impongono le varie riforme pensionistiche nei diversi Paesi, vedi legge Fornero, hanno in realtà assurdi privilegi, con corposi assegni mensili, laute indicizzazioni e a volte sono perfino pagati per non lavorare, in attesa di essere collocati in pensione». Che idea si è fatto nel complesso della bozza di budget 2021-2027 presentata lunedì? «A mio avviso è gravissimo il potere che assume Bruxelles, da un lato imponendo nuove tasse, attraverso le cosiddette “risorse proprie"», che altro non sono che nuovi oneri che graveranno su cittadini e imprese, dall'altro condizionando l'erogazione di fondi al principio di “rule of law" - vedi i casi di Ungheria e Polonia - e all'imposizione di riforme economiche e sociali, che distruggeranno quel poco di autonomia e potere decisionale che ci è rimasto». Quali iniziative intendete portare avanti al Parlamento europeo in merito alle criticità evidenziate? «Non accetteremo che Bruxelles ci imponga nuove tasse né che ci condizioni: questo quadro finanziario è pensato proprio per incrementare il potere di ricatto della Commissione europea, speriamo di essere presto al governo per bloccare tutto questo. Nel frattempo lavoreremo perché più competenze tornino in capo a Stati membri e affinché il Quadro finanziario pluriennale diventi uno strumento ridotto per dotazione e che sia focalizzato veramente solo su quelle cose dove ci siano comprovato interesse comune e reale valore aggiunto europei». Antonio Grizzuti
Ansa
A Zenica gli azzurri cadono ai rigori dopo l’1-1 nei tempi regolamentari. Decisivi gli errori dal dischetto di Esposito e Cristante. Per l’Italia è la terza mancata qualificazione consecutiva al Mondiale: un dato che conferma una difficoltà ormai strutturale.
Psicodramma. Disfatta. Delusione. Fallimento. Maledizione. Si potrebbe andare avanti a oltranza per descrivere lo stato d’animo che accompagna la terza mancata qualificazione a un Mondiale della Nazionale. E invece è sufficiente dire che l’Italia si è sciolta, di nuovo, come neve al sole, nonostante il clima rigido di Zenica. E così dopo non essere andati in Russia nel 2018, in Qatar nel 2022, la prossima estate non andremo nemmeno in Usa, Canada e Messico. In principio fu la Svezia. Poi toccò alla Macedonia del Nord. E ora la Bosnia. Con l’unica differenza che stavolta la sofferenza si è prolungata per 120 minuti più i calci di rigore.
A decidere la finale playoff a Zenica sono stati infatti i tiri dal dischetto dopo l’1-1 dei tempi regolamentari. Il match era partito come previsto, con l'Italia costretta subito a fare i conti con l’impatto emotivo del Bilino Polje. La Bosnia aggredisce, spinge, si appoggia sull’entusiasmo del pubblico e nei primi minuti prova a mettere pressione soprattutto sugli esterni. Gli azzurri reggono senza scomporsi, ma faticano a prendere il controllo del gioco.
Il primo squillo è dei padroni di casa, con Demirovic che calcia centralmente, senza creare problemi a Donnarumma. È un segnale però della direzione della partita: ritmo alto, pochi spazi e Italia più attenta a non concedere che a costruire. La svolta, almeno iniziale, arriva al quarto d’ora ed è figlia di un errore. Vasilj sbaglia un disimpegno elementare e consegna il pallone a Barella, che serve immediatamente Kean. L’attaccante non sbaglia e porta avanti l’Italia, gelando uno stadio che fino a quel momento aveva spinto con continuità. Il vantaggio però non cambia davvero l’inerzia. La Bosnia continua a giocare con intensità, costruisce occasioni soprattutto su cross e seconde palle, mentre Donnarumma è chiamato più volte a intervenire, prima su Basic e poi in uscita bassa sugli sviluppi da corner. L’episodio che rimette tutto in discussione arriva nel finale di primo tempo: Bastoni interviene in scivolata su Memic lanciato verso la porta e viene espulso. Una decisione che cambia la partita, costringe Gattuso a ridisegnare l’assetto e restituisce alla Bosnia entusiasmo e campo.
Nella ripresa lo scenario è inevitabile: Italia schiacciata, Bosnia stabilmente nella metà campo azzurra. L’ingresso dei nuovi giocatori dà ulteriore energia ai padroni di casa, che alzano il baricentro e trasformano la partita in un assedio continuo. Eppure, proprio nel momento più difficile, l’Italia ha le occasioni per chiuderla. Kean scappa via in campo aperto ma non trova la porta davanti a Vasilj. Poco dopo Pio Esposito, su assist di Palestra, calcia alto da posizione favorevole. Poi è Dimarco a non concretizzare un’altra situazione potenzialmente decisiva. Tre opportunità nitide che restano lì, non sfruttate.
Il prezzo arriva a dieci minuti dalla fine. Su un pallone messo in area, Dzeko riesce a colpire da distanza ravvicinata, Donnarumma respinge come può ma lascia il pallone vivo e Tabakovic è il più rapido ad avventarsi. È l’1-1 che riporta tutto in equilibrio, ma soprattutto che certifica il momento della partita: Bosnia in spinta, Italia in difficoltà numerica e fisica. Nel finale dei tempi regolamentari e poi nei supplementari, la gara resta aperta ma bloccata. L’Italia prova a resistere e a ripartire quando può, la Bosnia continua a cercare il colpo decisivo, andando anche vicina al gol con Tahirovic nel secondo tempo supplementare. Si arriva così ai rigori, inevitabile conclusione di una partita giocata più sull’equilibrio e sugli episodi che sulla qualità. Dal dischetto la Bosnia è perfetta. L’Italia no. Esposito calcia alto il primo rigore, Cristante colpisce la traversa. Errori che pesano più di tutto il resto e che consegnano la qualificazione ai padroni di casa.Un incantesimo che prosegue da 12 anni e che il nostro calcio proprio non riesce a spezzare.
La verità nuda e cruda con cui dobbiamo fare i conti, volenti o nolenti, è che soffriamo questo tipo di partite. Partite dove essere, o peggio sentirsi, superiori tecnicamente non basta. Abbiamo trascorso la vigilia a dividerci tra chi ha criticato quel gruppetto di azzurri sorpresi a festeggiare l’incrocio con la Bosnia anziché con il Galles e chi, al contrario, sosteneva che dopotutto era meglio così, perché vuoi mettere andare al Millennium Stadium di Cardiff e giocare davanti a 80.000 spettatori contro una squadra 37ª nel ranking Fifa? Certo, la Bosnia è 66ª, ma se è vero che il ranking è veritiero rispetto alla forza reale delle squadre, è altrettanto vero che l’Italia è 12ª (fino a stasera) in questa classifica e quindi non dovrebbe temere né l’una né l’altra. Ma quando sei assente dalla madre di tutte le competizioni calcistiche e non solo, succede questo. E non perché qualcuno lo aveva detto prima o perché è troppo semplice parlare con il senno del poi. Ma perché il calcio non è mai una scienza esatta e questo lo si sa da oltre un secolo.
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Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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