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2018-05-04
L’Ue aumenta le spese militari, poi ci bastona
ANSA
Ci sono molti motivi per i quali l'Europa dei tecnocrati teme un governo a trazione Lega con Matteo Salvini presidente del Consiglio, ma ce n'è uno che sfugge ai più e che è strettamente legato al »balon d'essai» di Jean Claude Juncker sul bilancio europeo 2020/2027. Si discute adesso e approfittando del fatto che l'Italia in Europa è mal rappresentata, e in più ora non ha neanche un governo, si stanno affrettando a tagliare le fette della torta europea in modo che a noi tocchino le briciole. E la Lega che c'entra? Spieghiamolo. La riprofilatura del bilancio Ue che piace praticamente a nessuno tranne che alla Germania prevede che alle regioni del Nord Italia non andrà più neppure un euro e che l'agricoltura italiana perderà nei sette anni della nuova programmazione europea all'incirca 19 miliardi. Compensati in minima parte da un aumento dei contributi per l'immigrazione.
Juncker è convinto che all'Italia si addica lo schema di Salvatore Buzzi, il gran capo della cooperativa 29 giugno, finanziatore del Pd e alto dirigente della lega delle Coop rosse finito in manette per Mafia capitale, trafficante d'immigrati. Vogliono tenerci buoni pagando un po' di spese per l'accoglienza dei sedicenti profughi togliendo però soldi ai fondi agricoli e a quelli di coesione che servono a riequilibrare lo sviluppo tra le diverse aree dell'Europa. Ebbene nel nuovo schema di bilancio presentato da Juncker e dal commissario Gunther Oettinger che sta sempre bene attento a non scontentare frau Angela Merkel la sforbiciata più consistente è proprio sui fondi di coesione e su quelli agricoli. Attenzione: non a tutti i fondi agricoli, ma a quelli che interessano di più i Paesi mediterranei. La Polonia non perderebbe nulla nella nuova Pac, così la Germania che avrebbe un taglio percentualmente inferiore a quello dell'Italia potendo combinare gli aiuti agricoli a quelli dei fondi di perequazione. Per paradosso l'Italia è penalizzata dal fatto di avere il maggior Pil agricolo nelle regioni più ricche e la doppia sforbiciata sui contributi verdi e a quelli di coesione finisce per amplificare l'effetto delle restrizioni che tolgono soldi alle regioni agricole ricche e stanziamenti alle regioni del Sud che di più potevano attingere ai fondi di coesione.
Il taglio per i contributi agricoli dovrebbe essere di oltre il 15%, oltre il 20% quello sui fondi di coesione. Risultato: l'Italia nel settennato perderebbe circa 40 miliardi e le regioni del Nord di fatto sparirebbero dalla lista dei beneficiari europei. È di tutta evidenza che un governo italiano a trazione leghista diventerebbe assai scomodo per chi sta disegnando questo profilo di bilancio europeo (gravato anche dal venir meno dei 10 miliardi della Gran Bretagna che dopo Brexit non verserebbe ovviamente più neppure un euro nelle casse europee).
Ma a leggere bene le idee di Juncker si capisce che ce l'ha proprio con i Paesi mediterranei. La prima misura cancellata sarebbe quella relativa all'Ocm vino (gli aiuti all'export del vino), la seconda quella dei fondi per lo sviluppo rurale che sarebbero assorbiti dai fondi a vantaggio dell'ambiente. Giova ricordare che sul cosiddetto greening si giocò già nella passata Pac una partita assai delicata visto che l'Europa considerava ecologici e dunque finanziabili i pascoli del Nord, ma non gli ulivi del Mediterraneo. Una terza pesante penalizzazione alle produzioni agricole italiane verrebbe dalla rimodulazione dei Psr, i piani di sviluppo rurale, che diventerebbero non più esclusivi, ma concorrenti con i fondi di coesione. Insomma: o i soldi li prendi perché devi riequilibrare lo sviluppo con le altre economie o li prendi come sostegno all'agricoltura, ma non puoi prenderli su due assi di spesa. L'Italia dovrebbe così restituire con gli interessi l'aumento di contributi che sui Psr aveva strappato con la nuova Pac (da poco meno di 9 a 10,4 miliardi di fondi europei per i Psr che con il cofinanziamento nazionale arrivano a mobilitare oltre 20 miliardi) e che sono soldi a disposizione delle regioni, di tutte le regioni per sviluppare i territori e le produzioni agricole.
A fronte di questi tagli impressionanti però l'Europa non fa nulla per difendere le produzioni italiane. Dalle etichette che hanno dato il via libera all'italian sounding (vale 70 miliardi di euro l'imitazione del prodotto italiano, di più di tutto il nostro Pil agricolo che è di poco superiore ai 60 miliardi) smentendo la protezione dei marchi europei Dop e Igp e svelando come le promesse del ministro agricolo del Pd, Maurizio Martina, sull'etichettatura di origine fossero delle foglie di fico, al via libera all'importazione senza dazio dell'olio tunisino non più contingentato, dei pomodori del Nord Africa e del concentrato di pomodoro cinese, della frutta del Maghreb e turca, del riso cambogiano e thailandese, dei grani nordamericani. Proprio le politiche di diplomazia commerciale europee sono quelle più dannose per noi. Basti dire che l'olio tunisino importato senza più né dazi né limiti finisce per essere intermediato dagli spagnoli che lo confezionano usando marchi italiani e fanno dumping alle nostre produzioni.
Però è anche vero che l'Italia ha le sue responsabilità. Certo, la latitanza a Bruxelles non ci aiuta, ma anche il fatto che le Regioni italiane spendono appena il 58% dei contributi che ricevono autorizza l'Europa a stringere i cordoni della borsa. E a tifare contro la Lega perché le Regioni meno efficienti nell'utilizzare i soldi di Bruxelles sono proprio quelle del Sud. Un motivo in più per usare le forbici solo con l'Italia.
Carlo Cambi
Moscovici minaccia l’Italia se non fa il governo pro Ue
Ieri, la Commissione europea ha presentato le stime economiche per la primavera 2018. Per l'Italia, in verità, non ci sono novità sostanziali: sono anni che il nostro Paese si conferma fanalino di coda d'Europa quanto ai dati sulla crescita, mentre il deficit rimane stabile, l'occupazione aumenta timidamente e il debito pubblico dovrebbe scendere al di sotto del 130% del Pil entro il 2019. L'esecutivo Ue, però, ha colto l'occasione per lanciare una stoccata al nostro Paese: «L'incertezza sulle politiche», secondo la Commissione, «se prolungata, potrebbe rendere i mercati più volatili».
Pure il Commissario per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, è entrato a gamba tesa sulle consultazioni italiane per la formazione del nuovo governo. Eppure, è difficile ipotizzare che la nostra situazione sia peggiorata molto rispetto alla metà di marzo, quando lo stesso Moscovici assicurava di non voler esprimere «alcuna forma di inquietudine politica» in seguito all'esito delle elezioni, smentendo così il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, secondo il quale il suo omologo europeo avrebbe considerato l'Italia una «fonte di incertezza». Nella conferenza stampa di ieri, invece, Moscovici è arrivato a lamentare che gli sforzi del nostro Paese in termini di riforme strutturali, nel 2018, «sono pari a zero», rinviando ulteriori considerazioni al pacchetto di misure che sarà presentato il 23 maggio prossimo.
Il Commissario Ue si è rimangiato le radiose previsioni che aveva formulato in autunno, quando affermò che l'Italia era «sulla buona strada», favorita da una «ripresa vera»? Il punto è che gli eurocrati paiono essere proprio allergici ai riti democratici: a gennaio, Moscovici aveva definito il voto italiano un rischio per l'Europa. All'inizio della scorsa settimana, invece, il francese si era scagliato contro l'estrema destra, che in Italia sarebbe rappresentata da Matteo Salvini. Il contesto in cui Moscovici aveva espresso preoccupazione per l'avanzata dei «populisti» era un incontro a porte chiuse, ma le sue dichiarazioni, prontamente riportate dal Corriere della Sera, dimostrano quale sia la più grande premura di Bruxelles: tenere fuori da Palazzo Chigi le forze politiche che contestano la governance dell'eurozona, assicurandosi un altro governo di fedeli esecutori. E agitare lo spauracchio dei «mercati volatili», evocando magari la tempesta dello spread, è uno strumento funzionale allo scopo, anche a costo di apparire grotteschi, paventando disastri finanziari per un Paese che, solo fino a due mesi fa, era considerato sì malato, ma in via di guarigione.
Le carte sulle quali può puntare la Commissione europea sono diverse. Lo scenario che sul breve termine sarebbe più rassicurante, probabilmente, è un «governissimo» che includa tutte le forze politiche, annacqui i programmi più radicali e garantisca che l'Italia metta in cantiere i provvedimenti necessari a rispettare i parametri di finanza pubblica. Un'ipotesi che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, avendo registrato l'inamovibilità dei partiti e preoccupato dall'incombente aumento dell'Iva, previsto dalle clausole di salvaguardia, starebbe seriamente prendendo in considerazione.
Ma a Bruxelles potrebbero giocarsi il jolly, confidando nella tanto discussa alleanza tra Partito democratico e Movimento 5 stelle. Questa prospettiva escluderebbe i leghisti dal governo e potrebbe permettere agli eurocrati di neutralizzare definitivamente ogni rimasuglio di euroscetticismo tra i pentastellati, già in piena svolta moderata. In fondo, i grillini si sono più volte dimostrati propensi a rientrare nei ranghi, come quando tentarono l'ingresso nel gruppo dei liberali dell'Alde all'Europarlamento, o quando votarono contro Milano per il trasferimento dell'Agenzia del farmaco. Commissariare il partito populista numericamente più consistente d'Europa sarebbe un indubbio successo per Jean Claude Juncker e soci, visto che l'Unione europea, per il periodo 2021-2027, sta preparando un bilancio tutt'altro che vantaggioso per l'Italia.
Nel peggiore dei casi, un eventuale governo del centrodestra con appoggio esterno dei dem finirebbe con lo stemperare i propositi di Salvini, consentendo all'Europa di fare leva sia su Forza Italia sia sulle manciate di voti del Pd, per impedire al nostro Paese di sottrarsi troppo ai diktat di Bruxelles.
Quali che siano i veri auspici della Commissione e di Moscovici, dalle velate minacce rivolte all'Italia emerge un dato incontrovertibile: l'insofferenza dell'esecutivo europeo nei confronti della democrazia e delle geometrie della politica, che hanno i loro tempi e i loro inconvenienti. Per gli eurocrati, tutto deve procedere al ritmo dei «mercati» e delle esigenze macroeconomiche stabilite da Bce e Fondo monetario. L'ex premier Mario Monti, pupillo dell'establishment europeista, ebbe modo di spiegacelo con tutto il candore di chi si sente al di sopra del giudizio popolare: questa Europa è nata per rimanere «al riparo dai processi elettorali».
Alessandro Rico
Difesa, spese aumentate del 40% e un progetto per missioni extra Ue

LaPresse
L'Unione europea mette a punto la sua macchina da guerra. Nella bozza di budget presentata ieri dalla Commissione c'è una voce che salta all'occhio, quella relativa alle spese per la sicurezza e la difesa. Per il periodo 2021-2027 sono previsti stanziamenti per complessivi 27,5 miliardi di euro, una cifra ancora relativamente contenuta rispetto agli altri capitoli di spesa ma in forte ascesa rispetto al precedente bilancio. Le spese per la difesa aumentano infatti ben del 40%. La decisione di ampliare la dotazione per le spese militari rappresenta un ulteriore tassello nella costruzione di una forza europea di intervento comune.
Circa metà dell'importo complessivo (13 miliardi) verrà destinata al Fondo europeo per la difesa, al fine di «integrare e catalizzare la spesa nazionale nella ricerca e nello sviluppo delle capacità». Il Fondo per la difesa è stato istituito dalla Commissione nel giugno 2017 con lo scopo di «aiutare gli Stati membri ad utilizzare il denaro dei contribuenti in modo più efficiente, ridurre le duplicazioni della spesa e ottenere il miglior rapporto qualità/prezzo nella spesa sostenuta». Annunciato dal presidente Jean Claude Juncker a settembre del 2016, è stato avallato dal Consiglio europeo nel dicembre successivo. Lo stanziamento al Fondo si divide in due tranche, una da 4,1 miliardi finalizzata alla ricerca sulle nuove tecnologie come i robot e i droni. Gli altri 8,9 miliardi serviranno per la realizzazione di artiglieria pesante, dai carri armati agli elicotteri. «L'Unione europea sta intensificando il proprio contributo per la sicurezza e difesa collettiva», ha commentato la Commissione in relazione alla decisione di destinare al Fondo per la difesa buona parte del budget in questo settore.
Ma i piani di Bruxelles non si fermano qui. La Commissione ha annunciato lo stanziamento di 6,5 miliardi che andranno a finanziare il piano d'azione per la mobilità militare (Apmm), un'iniziativa presentata a fine marzo che serve a facilitare gli spostamenti delle truppe e delle risorse militari. In poche parole, l'Apmm nasce per velocizzare il trasferimento di contingenti e mezzi nel caso di incursione da parte di una potenza straniera all'interno del territorio dell'Ue ma anche per creare una maggiore sinergia in caso di missioni in Paesi esterni all'Unione. Un progetto definito anche la «Schengen militare» lanciato nell'ambito della Pesco, la struttura permanente per la cooperazione nella difesa alla quale lo scorso novembre da 23 Paesi hanno aderito tutti i paesi dell'Ue tranne la Danimarca, Malta e il Regno Unito. A dicembre l'accordo sulla mobilità è stato salutato da Juncker come un passo importante per «gettare le basi per la fondazione di una difesa comune dell'Unione Europea». Sulla carta la Pesco è complementare alla Nato, ma Washington guarda con sospetto all'iniziativa europea, preoccupata che possa intralciare le attività dell'alleanza atlantica. «Monitoriamo con attenzione le future mosse della Pesco», ha riferito l'ambasciatore americano alla Nato, Kay Bailey Hutchison, «poiché potrebbe diventare un punto di rottura della nostra forte alleanza».
Non bisogna dimenticare però che il budget proposto dalla Commissione deve ancora passare il vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio europeo, e in ogni caso si parla di progetti che vedranno la luce nel prossimo decennio. Emmanuel Macron non ci sta e insiste per mettere in campo azioni concrete già nell'immediato. Per questo motivo ha messo in piedi negli scorsi mesi un progetto denominato «European intervention initiative» (iniziativa d'intervento europea) per riunire tutti quei Paesi che, al pari della Francia, intendono realizzare una difesa comune. Un'alleanza di fatto parallela alla Pesco che vede nel novero anche il Regno Unito, estromesso d'ufficio dai progetti europei a causa della Brexit. Secondo le indiscrezioni riportate da Politico, a giugno i ministri della difesa di Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo, Danimarca ed Estonia firmeranno una lettera di intenti per mettere nero su bianco la volontà di una pianificazione comune.
L'allungo di Macron non è semplice strategia militare, ma tradisce l'ambizione del presidente francese di guidare l'importante partita per la difesa europea. Velleità che ovviamente non piacciono a Berlino, che nel frattempo rimane a guardare in attesa di comprendere quanta strada può fare il giocattolo del presidente francese.
Antonio Grizzuti
«Leggi imposte, tasse e privilegi. Questo sistema fa solo ricatti»
Marco Zanni è un europarlamentare della Lega, dove è approdato dal M5s. Bocconiano, sostiene lo smantellamento concordato dell'eurozona.
Zanni, in Italia si parla tanto di spending review, ma nel frattempo in Europa la Commissione aumenta i fondi per le spese amministrative.
«Le spese amministrative sono scandalosamente aumentate di oltre il 20%, passando da 70 miliardi a 85 miliardi di euro, nonostante l'uscita di un Paese con tutti i suoi funzionari. A pesare per quasi 20 miliardi sono due sole voci, le scuole europee e le pensioni degli ex euroburocrati. Noi abbiamo le scuole che cadono a pezzi, mentre per i figli dei funzionari europei, sono previste agevolazioni e supporti diretti. Le pensioni poi sono un altro capitolo vergognoso: nessuno ha il coraggio di dire che coloro che impongono le varie riforme pensionistiche nei diversi Paesi, vedi legge Fornero, hanno in realtà assurdi privilegi, con corposi assegni mensili, laute indicizzazioni e a volte sono perfino pagati per non lavorare, in attesa di essere collocati in pensione».
Che idea si è fatto nel complesso della bozza di budget 2021-2027 presentata lunedì?
«A mio avviso è gravissimo il potere che assume Bruxelles, da un lato imponendo nuove tasse, attraverso le cosiddette “risorse proprie"», che altro non sono che nuovi oneri che graveranno su cittadini e imprese, dall'altro condizionando l'erogazione di fondi al principio di “rule of law" - vedi i casi di Ungheria e Polonia - e all'imposizione di riforme economiche e sociali, che distruggeranno quel poco di autonomia e potere decisionale che ci è rimasto».
Quali iniziative intendete portare avanti al Parlamento europeo in merito alle criticità evidenziate?
«Non accetteremo che Bruxelles ci imponga nuove tasse né che ci condizioni: questo quadro finanziario è pensato proprio per incrementare il potere di ricatto della Commissione europea, speriamo di essere presto al governo per bloccare tutto questo. Nel frattempo lavoreremo perché più competenze tornino in capo a Stati membri e affinché il Quadro finanziario pluriennale diventi uno strumento ridotto per dotazione e che sia focalizzato veramente solo su quelle cose dove ci siano comprovato interesse comune e reale valore aggiunto europei».
Antonio Grizzuti
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Tagli pesanti all'agricoltura. Se approvato, il bilancio presentato da Jean Claude Juncker in sette anni farà perdere all'Italia 19 miliardi e alle Regioni del Nord non andrà più un euro. Penalizzati del 20% i fondi di coesione. In cambio spiccioli per l'immigrazione.Il commissario all'Economia, Pierre Moscovici, che ci riteneva sulla buona strada, ora parla di Paese a rischio. Obiettivo: tenere lontane da Palazzo Chigi le forze contro l'eurogovernance.Previsti stanziamenti per 27,5 miliardi nel periodo 2021-2027 e una «Schengen militare» per velocizzare il trasporto di contingenti e mezzi. Ma il presidente francese Emmanuel Macron vuole iniziative d'intervento immediato.Intervista con l'eurodeputato leghista Marco Zanni: «Leggi imposte, tasse e privilegi. Questo sistema fa solo ricatti».Lo speciale contiene quattro articoli.Ci sono molti motivi per i quali l'Europa dei tecnocrati teme un governo a trazione Lega con Matteo Salvini presidente del Consiglio, ma ce n'è uno che sfugge ai più e che è strettamente legato al »balon d'essai» di Jean Claude Juncker sul bilancio europeo 2020/2027. Si discute adesso e approfittando del fatto che l'Italia in Europa è mal rappresentata, e in più ora non ha neanche un governo, si stanno affrettando a tagliare le fette della torta europea in modo che a noi tocchino le briciole. E la Lega che c'entra? Spieghiamolo. La riprofilatura del bilancio Ue che piace praticamente a nessuno tranne che alla Germania prevede che alle regioni del Nord Italia non andrà più neppure un euro e che l'agricoltura italiana perderà nei sette anni della nuova programmazione europea all'incirca 19 miliardi. Compensati in minima parte da un aumento dei contributi per l'immigrazione. Juncker è convinto che all'Italia si addica lo schema di Salvatore Buzzi, il gran capo della cooperativa 29 giugno, finanziatore del Pd e alto dirigente della lega delle Coop rosse finito in manette per Mafia capitale, trafficante d'immigrati. Vogliono tenerci buoni pagando un po' di spese per l'accoglienza dei sedicenti profughi togliendo però soldi ai fondi agricoli e a quelli di coesione che servono a riequilibrare lo sviluppo tra le diverse aree dell'Europa. Ebbene nel nuovo schema di bilancio presentato da Juncker e dal commissario Gunther Oettinger che sta sempre bene attento a non scontentare frau Angela Merkel la sforbiciata più consistente è proprio sui fondi di coesione e su quelli agricoli. Attenzione: non a tutti i fondi agricoli, ma a quelli che interessano di più i Paesi mediterranei. La Polonia non perderebbe nulla nella nuova Pac, così la Germania che avrebbe un taglio percentualmente inferiore a quello dell'Italia potendo combinare gli aiuti agricoli a quelli dei fondi di perequazione. Per paradosso l'Italia è penalizzata dal fatto di avere il maggior Pil agricolo nelle regioni più ricche e la doppia sforbiciata sui contributi verdi e a quelli di coesione finisce per amplificare l'effetto delle restrizioni che tolgono soldi alle regioni agricole ricche e stanziamenti alle regioni del Sud che di più potevano attingere ai fondi di coesione. Il taglio per i contributi agricoli dovrebbe essere di oltre il 15%, oltre il 20% quello sui fondi di coesione. Risultato: l'Italia nel settennato perderebbe circa 40 miliardi e le regioni del Nord di fatto sparirebbero dalla lista dei beneficiari europei. È di tutta evidenza che un governo italiano a trazione leghista diventerebbe assai scomodo per chi sta disegnando questo profilo di bilancio europeo (gravato anche dal venir meno dei 10 miliardi della Gran Bretagna che dopo Brexit non verserebbe ovviamente più neppure un euro nelle casse europee). Ma a leggere bene le idee di Juncker si capisce che ce l'ha proprio con i Paesi mediterranei. La prima misura cancellata sarebbe quella relativa all'Ocm vino (gli aiuti all'export del vino), la seconda quella dei fondi per lo sviluppo rurale che sarebbero assorbiti dai fondi a vantaggio dell'ambiente. Giova ricordare che sul cosiddetto greening si giocò già nella passata Pac una partita assai delicata visto che l'Europa considerava ecologici e dunque finanziabili i pascoli del Nord, ma non gli ulivi del Mediterraneo. Una terza pesante penalizzazione alle produzioni agricole italiane verrebbe dalla rimodulazione dei Psr, i piani di sviluppo rurale, che diventerebbero non più esclusivi, ma concorrenti con i fondi di coesione. Insomma: o i soldi li prendi perché devi riequilibrare lo sviluppo con le altre economie o li prendi come sostegno all'agricoltura, ma non puoi prenderli su due assi di spesa. L'Italia dovrebbe così restituire con gli interessi l'aumento di contributi che sui Psr aveva strappato con la nuova Pac (da poco meno di 9 a 10,4 miliardi di fondi europei per i Psr che con il cofinanziamento nazionale arrivano a mobilitare oltre 20 miliardi) e che sono soldi a disposizione delle regioni, di tutte le regioni per sviluppare i territori e le produzioni agricole. A fronte di questi tagli impressionanti però l'Europa non fa nulla per difendere le produzioni italiane. Dalle etichette che hanno dato il via libera all'italian sounding (vale 70 miliardi di euro l'imitazione del prodotto italiano, di più di tutto il nostro Pil agricolo che è di poco superiore ai 60 miliardi) smentendo la protezione dei marchi europei Dop e Igp e svelando come le promesse del ministro agricolo del Pd, Maurizio Martina, sull'etichettatura di origine fossero delle foglie di fico, al via libera all'importazione senza dazio dell'olio tunisino non più contingentato, dei pomodori del Nord Africa e del concentrato di pomodoro cinese, della frutta del Maghreb e turca, del riso cambogiano e thailandese, dei grani nordamericani. Proprio le politiche di diplomazia commerciale europee sono quelle più dannose per noi. Basti dire che l'olio tunisino importato senza più né dazi né limiti finisce per essere intermediato dagli spagnoli che lo confezionano usando marchi italiani e fanno dumping alle nostre produzioni.Però è anche vero che l'Italia ha le sue responsabilità. Certo, la latitanza a Bruxelles non ci aiuta, ma anche il fatto che le Regioni italiane spendono appena il 58% dei contributi che ricevono autorizza l'Europa a stringere i cordoni della borsa. E a tifare contro la Lega perché le Regioni meno efficienti nell'utilizzare i soldi di Bruxelles sono proprio quelle del Sud. Un motivo in più per usare le forbici solo con l'Italia.Carlo Cambi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-falcia-la-nostra-agricoltura-2565608943.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="moscovici-minaccia-litalia-se-non-fa-il-governo-pro-ue" data-post-id="2565608943" data-published-at="1774138008" data-use-pagination="False"> Moscovici minaccia l’Italia se non fa il governo pro Ue Ieri, la Commissione europea ha presentato le stime economiche per la primavera 2018. Per l'Italia, in verità, non ci sono novità sostanziali: sono anni che il nostro Paese si conferma fanalino di coda d'Europa quanto ai dati sulla crescita, mentre il deficit rimane stabile, l'occupazione aumenta timidamente e il debito pubblico dovrebbe scendere al di sotto del 130% del Pil entro il 2019. L'esecutivo Ue, però, ha colto l'occasione per lanciare una stoccata al nostro Paese: «L'incertezza sulle politiche», secondo la Commissione, «se prolungata, potrebbe rendere i mercati più volatili». Pure il Commissario per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, è entrato a gamba tesa sulle consultazioni italiane per la formazione del nuovo governo. Eppure, è difficile ipotizzare che la nostra situazione sia peggiorata molto rispetto alla metà di marzo, quando lo stesso Moscovici assicurava di non voler esprimere «alcuna forma di inquietudine politica» in seguito all'esito delle elezioni, smentendo così il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, secondo il quale il suo omologo europeo avrebbe considerato l'Italia una «fonte di incertezza». Nella conferenza stampa di ieri, invece, Moscovici è arrivato a lamentare che gli sforzi del nostro Paese in termini di riforme strutturali, nel 2018, «sono pari a zero», rinviando ulteriori considerazioni al pacchetto di misure che sarà presentato il 23 maggio prossimo. Il Commissario Ue si è rimangiato le radiose previsioni che aveva formulato in autunno, quando affermò che l'Italia era «sulla buona strada», favorita da una «ripresa vera»? Il punto è che gli eurocrati paiono essere proprio allergici ai riti democratici: a gennaio, Moscovici aveva definito il voto italiano un rischio per l'Europa. All'inizio della scorsa settimana, invece, il francese si era scagliato contro l'estrema destra, che in Italia sarebbe rappresentata da Matteo Salvini. Il contesto in cui Moscovici aveva espresso preoccupazione per l'avanzata dei «populisti» era un incontro a porte chiuse, ma le sue dichiarazioni, prontamente riportate dal Corriere della Sera, dimostrano quale sia la più grande premura di Bruxelles: tenere fuori da Palazzo Chigi le forze politiche che contestano la governance dell'eurozona, assicurandosi un altro governo di fedeli esecutori. E agitare lo spauracchio dei «mercati volatili», evocando magari la tempesta dello spread, è uno strumento funzionale allo scopo, anche a costo di apparire grotteschi, paventando disastri finanziari per un Paese che, solo fino a due mesi fa, era considerato sì malato, ma in via di guarigione. Le carte sulle quali può puntare la Commissione europea sono diverse. Lo scenario che sul breve termine sarebbe più rassicurante, probabilmente, è un «governissimo» che includa tutte le forze politiche, annacqui i programmi più radicali e garantisca che l'Italia metta in cantiere i provvedimenti necessari a rispettare i parametri di finanza pubblica. Un'ipotesi che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, avendo registrato l'inamovibilità dei partiti e preoccupato dall'incombente aumento dell'Iva, previsto dalle clausole di salvaguardia, starebbe seriamente prendendo in considerazione. Ma a Bruxelles potrebbero giocarsi il jolly, confidando nella tanto discussa alleanza tra Partito democratico e Movimento 5 stelle. Questa prospettiva escluderebbe i leghisti dal governo e potrebbe permettere agli eurocrati di neutralizzare definitivamente ogni rimasuglio di euroscetticismo tra i pentastellati, già in piena svolta moderata. In fondo, i grillini si sono più volte dimostrati propensi a rientrare nei ranghi, come quando tentarono l'ingresso nel gruppo dei liberali dell'Alde all'Europarlamento, o quando votarono contro Milano per il trasferimento dell'Agenzia del farmaco. Commissariare il partito populista numericamente più consistente d'Europa sarebbe un indubbio successo per Jean Claude Juncker e soci, visto che l'Unione europea, per il periodo 2021-2027, sta preparando un bilancio tutt'altro che vantaggioso per l'Italia. Nel peggiore dei casi, un eventuale governo del centrodestra con appoggio esterno dei dem finirebbe con lo stemperare i propositi di Salvini, consentendo all'Europa di fare leva sia su Forza Italia sia sulle manciate di voti del Pd, per impedire al nostro Paese di sottrarsi troppo ai diktat di Bruxelles. Quali che siano i veri auspici della Commissione e di Moscovici, dalle velate minacce rivolte all'Italia emerge un dato incontrovertibile: l'insofferenza dell'esecutivo europeo nei confronti della democrazia e delle geometrie della politica, che hanno i loro tempi e i loro inconvenienti. Per gli eurocrati, tutto deve procedere al ritmo dei «mercati» e delle esigenze macroeconomiche stabilite da Bce e Fondo monetario. L'ex premier Mario Monti, pupillo dell'establishment europeista, ebbe modo di spiegacelo con tutto il candore di chi si sente al di sopra del giudizio popolare: questa Europa è nata per rimanere «al riparo dai processi elettorali». Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-falcia-la-nostra-agricoltura-2565608943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="difesa-spese-aumentate-del-40-e-un-progetto-per-missioni-extra-ue" data-post-id="2565608943" data-published-at="1774138008" data-use-pagination="False"> Difesa, spese aumentate del 40% e un progetto per missioni extra Ue LaPresse L'Unione europea mette a punto la sua macchina da guerra. Nella bozza di budget presentata ieri dalla Commissione c'è una voce che salta all'occhio, quella relativa alle spese per la sicurezza e la difesa. Per il periodo 2021-2027 sono previsti stanziamenti per complessivi 27,5 miliardi di euro, una cifra ancora relativamente contenuta rispetto agli altri capitoli di spesa ma in forte ascesa rispetto al precedente bilancio. Le spese per la difesa aumentano infatti ben del 40%. La decisione di ampliare la dotazione per le spese militari rappresenta un ulteriore tassello nella costruzione di una forza europea di intervento comune. Circa metà dell'importo complessivo (13 miliardi) verrà destinata al Fondo europeo per la difesa, al fine di «integrare e catalizzare la spesa nazionale nella ricerca e nello sviluppo delle capacità». Il Fondo per la difesa è stato istituito dalla Commissione nel giugno 2017 con lo scopo di «aiutare gli Stati membri ad utilizzare il denaro dei contribuenti in modo più efficiente, ridurre le duplicazioni della spesa e ottenere il miglior rapporto qualità/prezzo nella spesa sostenuta». Annunciato dal presidente Jean Claude Juncker a settembre del 2016, è stato avallato dal Consiglio europeo nel dicembre successivo. Lo stanziamento al Fondo si divide in due tranche, una da 4,1 miliardi finalizzata alla ricerca sulle nuove tecnologie come i robot e i droni. Gli altri 8,9 miliardi serviranno per la realizzazione di artiglieria pesante, dai carri armati agli elicotteri. «L'Unione europea sta intensificando il proprio contributo per la sicurezza e difesa collettiva», ha commentato la Commissione in relazione alla decisione di destinare al Fondo per la difesa buona parte del budget in questo settore. Ma i piani di Bruxelles non si fermano qui. La Commissione ha annunciato lo stanziamento di 6,5 miliardi che andranno a finanziare il piano d'azione per la mobilità militare (Apmm), un'iniziativa presentata a fine marzo che serve a facilitare gli spostamenti delle truppe e delle risorse militari. In poche parole, l'Apmm nasce per velocizzare il trasferimento di contingenti e mezzi nel caso di incursione da parte di una potenza straniera all'interno del territorio dell'Ue ma anche per creare una maggiore sinergia in caso di missioni in Paesi esterni all'Unione. Un progetto definito anche la «Schengen militare» lanciato nell'ambito della Pesco, la struttura permanente per la cooperazione nella difesa alla quale lo scorso novembre da 23 Paesi hanno aderito tutti i paesi dell'Ue tranne la Danimarca, Malta e il Regno Unito. A dicembre l'accordo sulla mobilità è stato salutato da Juncker come un passo importante per «gettare le basi per la fondazione di una difesa comune dell'Unione Europea». Sulla carta la Pesco è complementare alla Nato, ma Washington guarda con sospetto all'iniziativa europea, preoccupata che possa intralciare le attività dell'alleanza atlantica. «Monitoriamo con attenzione le future mosse della Pesco», ha riferito l'ambasciatore americano alla Nato, Kay Bailey Hutchison, «poiché potrebbe diventare un punto di rottura della nostra forte alleanza». Non bisogna dimenticare però che il budget proposto dalla Commissione deve ancora passare il vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio europeo, e in ogni caso si parla di progetti che vedranno la luce nel prossimo decennio. Emmanuel Macron non ci sta e insiste per mettere in campo azioni concrete già nell'immediato. Per questo motivo ha messo in piedi negli scorsi mesi un progetto denominato «European intervention initiative» (iniziativa d'intervento europea) per riunire tutti quei Paesi che, al pari della Francia, intendono realizzare una difesa comune. Un'alleanza di fatto parallela alla Pesco che vede nel novero anche il Regno Unito, estromesso d'ufficio dai progetti europei a causa della Brexit. Secondo le indiscrezioni riportate da Politico, a giugno i ministri della difesa di Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo, Danimarca ed Estonia firmeranno una lettera di intenti per mettere nero su bianco la volontà di una pianificazione comune. L'allungo di Macron non è semplice strategia militare, ma tradisce l'ambizione del presidente francese di guidare l'importante partita per la difesa europea. Velleità che ovviamente non piacciono a Berlino, che nel frattempo rimane a guardare in attesa di comprendere quanta strada può fare il giocattolo del presidente francese. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-falcia-la-nostra-agricoltura-2565608943.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="leggi-imposte-tasse-e-privilegi-questo-sistema-fa-solo-ricatti" data-post-id="2565608943" data-published-at="1774138008" data-use-pagination="False"> «Leggi imposte, tasse e privilegi. Questo sistema fa solo ricatti» Marco Zanni è un europarlamentare della Lega, dove è approdato dal M5s. Bocconiano, sostiene lo smantellamento concordato dell'eurozona. Zanni, in Italia si parla tanto di spending review, ma nel frattempo in Europa la Commissione aumenta i fondi per le spese amministrative. «Le spese amministrative sono scandalosamente aumentate di oltre il 20%, passando da 70 miliardi a 85 miliardi di euro, nonostante l'uscita di un Paese con tutti i suoi funzionari. A pesare per quasi 20 miliardi sono due sole voci, le scuole europee e le pensioni degli ex euroburocrati. Noi abbiamo le scuole che cadono a pezzi, mentre per i figli dei funzionari europei, sono previste agevolazioni e supporti diretti. Le pensioni poi sono un altro capitolo vergognoso: nessuno ha il coraggio di dire che coloro che impongono le varie riforme pensionistiche nei diversi Paesi, vedi legge Fornero, hanno in realtà assurdi privilegi, con corposi assegni mensili, laute indicizzazioni e a volte sono perfino pagati per non lavorare, in attesa di essere collocati in pensione». Che idea si è fatto nel complesso della bozza di budget 2021-2027 presentata lunedì? «A mio avviso è gravissimo il potere che assume Bruxelles, da un lato imponendo nuove tasse, attraverso le cosiddette “risorse proprie"», che altro non sono che nuovi oneri che graveranno su cittadini e imprese, dall'altro condizionando l'erogazione di fondi al principio di “rule of law" - vedi i casi di Ungheria e Polonia - e all'imposizione di riforme economiche e sociali, che distruggeranno quel poco di autonomia e potere decisionale che ci è rimasto». Quali iniziative intendete portare avanti al Parlamento europeo in merito alle criticità evidenziate? «Non accetteremo che Bruxelles ci imponga nuove tasse né che ci condizioni: questo quadro finanziario è pensato proprio per incrementare il potere di ricatto della Commissione europea, speriamo di essere presto al governo per bloccare tutto questo. Nel frattempo lavoreremo perché più competenze tornino in capo a Stati membri e affinché il Quadro finanziario pluriennale diventi uno strumento ridotto per dotazione e che sia focalizzato veramente solo su quelle cose dove ci siano comprovato interesse comune e reale valore aggiunto europei». Antonio Grizzuti
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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