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2018-04-28
Gli immigrati «risorse» di Milano: in una notte 4 rapine e 2 omicidi
ANSA
Beppe Sala, sindaco di Milano in quota Partito democratico, aveva assolutamente ragione: la sua città è un esempio sfavillante di governo progressista. Qualche settimana fa, sulla prima pagina di Repubblica, Sala ha esposto la sua geniale idea: «Per la sinistra modello Milano». Non sbagliava: nel capoluogo lombardo si possono ammirare i frutti delle politiche democratiche di accoglienza e attenzione alle minoranze. Un atteggiamento che si riassume nella frase «prendiamo tutti gli immigrati, e anche di più». Non basta la marea di richiedenti asilo e clandestini presenti sul territorio: bisogna chiedere che ne arrivino altri. In fondo, si tratta di «risorse» indispensabili per il Paese. Non a caso, nel maggio dell'anno scorso il Pd e altre formazioni di sinistra hanno sfilato nel capoluogo lombardo a sostegno dell'immigrazione selvaggia. Fra qualche settimana, il 23 di giugno, si replicherà: l'assessore Pierfrancesco Majorino ha deciso di riunire diverse migliaia di stranieri (c'è chi parla addirittura di 40.000 persone) al parco Sempione, dove offrirà un banchetto con circa 8.000 posti a sedere. Chi non riuscirà ad accomodarsi a tavola verrà omaggiato di un cestino da picnic in modo che possa ugualmente godere della giornata di festa pro accoglienza. In attesa del lieto evento, alcune delle «risorse» di cui sopra hanno deciso di condurre i festeggiamenti a modo loro, con una libagione a base di sangue. La sera e la notte di giovedì ci hanno offerto un quadro perfetto del «modello Milano» sotto forma di bollettino di guerra.
I protagonisti della mattanza sono due marocchini. Il primo, 28 anni, è giunto in Italia nel giugno del 2017, approdando in Calabria. L'altro, 30 anni, è arrivato a bordo di un barcone e nel dicembre del 2017 è stato gentilmente accolto nel centro profughi di Augusta (Siracusa). Entrambi hanno vagato liberamente nel nostro Paese per mesi. Le forze di polizia li hanno fermati più volte, e in ogni occasione i due hanno fornito generalità diverse. Il ventottenne è stato arrestato l'ultima volta il 21 aprile, per furto aggravato. Eppure giovedì era già fuori, libero di scatenarsi.
Lui e il suo compare si sono mossi da predoni, hanno razziato, picchiato e ucciso senza pietà. Hanno iniziato a Cinisello Balsamo, verso le 23.30. Erano sull'autobus e hanno adocchiato un passeggero, un peruviano di 36 anni. Sono scesi con lui in via Lincoln e gli si sono avventati addosso. Con una bottiglia di plastica tagliata lo hanno colpito in faccia, e quando il poveretto è franato al suolo lo hanno riempito di calci e pugni. Gli hanno rubato il cellulare e lo zaino e se ne sono andati. Il primo colpo era andato a segno. I marocchini si sono aggirati un po' per le strade vicine, fino a che non si sono imbattuti in un italiano di 31 anni. Uno che ha perso il lavoro, è stato sfrattato ed è costretto a vivere per strada.
Sembra un ritratto dell'Italia dipinto da Hieronymus Bosch. C'è un giovane uomo ridotto in miseria, aiutato da nessuno tanto da ridursi a dormire all'addiaccio. Due stranieri, accolti nel nostro Paese come povere vittime, nel bel mezzo della notte si sono accaniti su di lui per rapinarlo del pochissimo che gli è rimasto.
I marocchini lo hanno accoltellato due volte, gli hanno perforato la milza e il fegato. Lo hanno abbandonato sul ciglio della strada, in una pozza sanguinolenta. L'uomo si è salvato per miracolo, dopo essere stato trasportato d'urgenza all'ospedale Niguarda. Nel frattempo, i due nordafricani erano già diretti a Milano, sempre con i mezzi pubblici. Alle 2.15 di notte, i marocchini sono scesi in piazza Caiazzo. Avevano messo gli occhi su altre prede: due ragazze di appena 21 anni, studentesse dell'Università Cattolica. Una inglese, l'altra americana. Colpevoli soltanto di essersi spostate per Milano con il buio. In via Franchino Gaffurio, non molto distante dalla stazione Centrale (dunque nel cuore della città, non in una periferia degradata), le giovani sono state assalite dai maghrebini.
I criminali hanno accoltellato la ragazza inglese all'addome, le hanno rubato smartphone e borsetta, e si sono allontanati. La poverina si è salvata perché l'amica ha potuto chiamare i soccorsi. È andata peggio a un loro quasi coetaneo. Un bengalese di 23 anni, Samsul Haque, che si trovava regolarmente in Italia e lavorava come cameriere. I due marocchini l'hanno intercettato in via Settembrini, sempre nei pressi della Centrale. Gli sono saltati addosso alla loro maniera, affondandogli le lame in corpo. Lo hanno dilaniato e ucciso. Agli aggressori non bastava strappargli cellulare e portafogli: hanno dovuto anche prendergli la vita.
Samsul è stato trasportato d'urgenza all'ospedale Niguarda, ma non c'è stato nulla da fare: la pugnalata al torace è stata letale. Anche lui era un immigrato, però non era arrivato su un gommone. Si dava da fare, cercava un'esistenza migliore. Sapete chi gliel'ha negata? Due animali di cui l'Italia si è fatta carico perché «bisogna accogliere». Bilancio della scorreria marocchina: quattro rapine e un omicidio. Con questo peso sulla coscienza, i due malviventi, ieri mattina, se ne stavano beati a fare colazione in un McDonald in via Vitruvio, poco lontano dal luogo dei delitti. I carabinieri, guidati dal colonnello Michele Miulli, li hanno fermati mentre sorbivano il cappuccino. Addosso avevano ancora i cellulari delle vittime.
Benvenuti nel circo granguignolesco dell'immigrazione di massa, dove le presunte vittime divengono carnefici. Attenti, però, perché lo spettacolo non è ancora finito. Oltre alla mortifera scorribanda dei marocchini, la notte milanese ha partorito un'altra storia nera. Lo scenario è quello di via Padova, il celebratissimo «quartiere multietnico». Verso le 21.30 di giovedì una volante dei carabinieri si è precipitata all'uscita di un bar dove era stata segnalata un'aggressione. Lì gli agenti hanno trovato un uomo di 43 anni, romeno con svariati precedenti penali. Giaceva a terra, ha raccontato di essere stato colpito al volto da «uno straniero» che sarebbe fuggito subito dopo. Il romeno è stato trasportato in ospedale e verso l'1.30 di notte è morto per emorragia cerebrale.
La zona della città in cui è avvenuto il fatto non è distante da via dei Valtorta dove, il 20 aprile, si è verificato un altro episodio di violenza terrificante. Un anziano di 78 anni, Umberto De Zordo, stava rientrando lentamente a casa con le borse della spesa in mano. All'ingresso del palazzo lo aspettava Chestor Caldararu, 29 anni. Il romeno, per qualche minuto, si è aggirato fremente, facendo ballonzolare la pancia gonfia, vicino alla porta del condominio. Poi, quando l'anziano gli si è avvicinato, Caldararu gli ha sferrato un paio di colpi potenti in faccia. De Zordo è crollato al suolo, battendo la testa sul pavimento di pietra. Ora giace in coma alla clinica Città studi.
Il romeno è stato arrestato qualche giorno dopo. Aveva fatto il pieno di precedenti, era già stato fermato varie volte. Lo hanno preso mentre se ne stava tranquillo in casa, felice di aver quasi ammazzato un uomo di 78 anni per rubargli il Rolex. È in carcere, accusato di tentato omicidio, ma non è una grande soddisfazione.
Queste sono solo le vicende di cronaca più recenti. Se allarghiamo lo spettro, ci rendiamo conto che il catalogo delle brutalità milanesi di questi anni è sterminato. Clandestini che prendono a sprangate la gente per strada, gruppi di immigrati che si lanciano contro i militari in stazione Centrale, musulmani esaltati dall'Isis che accoltellano agenti, furti, rapine, pestaggi.
Ecco la Milano multietnica e solidale. Un grande modello di governo, non ci sono dubbi.
Francesco Borgonovo
Quando i buonisti ci rassicuravano: «I terroristi non sono sui barconi»

LaPresse
Tra qualche tempo, la famosa citazione attribuita a Winston Churchill sui 45 milioni di fascisti che, dall'oggi al domani, diventano 45 milioni di antifascisti, negando peraltro la loro precedente militanza, potrà essere ripetuta anche nei confronti di chi ha pronunciato la frase «gli immigrati non vengono sui barconi».
Pian piano che le evidenze del contrario si fanno largo (ultimo caso: il richiedente asilo gambiano Alagie Touray, arrestato a Napoli prima che compisse una strage in nome dell'Isis) si farà sempre più fatica a trovare qualcuno che ammetta di aver pronunciato quella boiata galattica. Che, tuttavia, per un certo periodo, è stata veramente un must, nei salotti politici e culturali. Nessun legame tra immigrazione e terrorismo, nessuno jihadista sui barconi, anzi, Roberto Saviano arrivò a dire che solo con più accoglienza avremmo fermato le stragi, mentre Laura Boldrini affermava che chiudere le frontiere era «il miglior regalo che potremmo fare all'Isis». Insomma, curare la polmonite con un bel bagno all'aperto in dicembre inoltrato.
Eppure, all'epoca, ne erano tutti molto sicuri. «Abbiamo un dato di fatto: tutti gli attentati che sono avvenuti in Europa sono avvenuti sulla base di iniziative di cittadini europei. Non è arrivato nessuno sui barconi per fare un attentato», salmodiava, con il solito piglio di quello che ne sa, l'allora sottosegretario Marco Minniti, il 2 settembre 2016, invitato a una Festa dell'Unità. Nel novembre 2017, nel frattempo diventato ministro dell'Interno, il dem con la faccia da duro si correggeva in modo un po' contorto: «Se lo scorso anno qualcuno mi avesse chiesto se era possibile che una minaccia organizzata dell'Isis poteva utilizzare i flussi migratori per minacciare l'Europa, avrei risposto di no. Ma nel momento in cui si tratta di una fuga individuale, di una diaspora, il rischio che questi singoli soggetti possano unirsi per mimetizzarsi ai flussi migratori diventa un rischio reale». Anzi: ogni foreign fighters in fuga dalla rotta dello Stato islamico, aggiungeva, «è alla ricerca di una via, è naturale pensare che possano utilizzare i flussi migratori, la via libica e quella dei Balcani».
Triplo salto carpiato, pur di non ammettere di aver toppato, anche da Paolo Gentiloni. Nel maggio 2015, ad Agorà, l'allora ministro degli Esteri dichiarava che «i nostri servizi di intelligence ci dicono che non ci sono informazioni di infiltrazioni terroristiche nei barconi di migranti». Eppure proprio lui, il 22 gennaio dello stesso anno, a Londra per un vertice anti Isis, aveva detto: «Ci sono rischi di infiltrazione anche notevoli di terroristi dall'immigrazione». Angelino Alfano, in quell'anno al Viminale, gli aveva fatto eco poche ore dopo: «Ripeto quello che ho sempre detto e che non è smentibile: nessuno può escludere infiltrazioni di terroristi tra gli immigrati ma fino a questo momento non ci sono tracce».
Anche Matteo Renzi, quando sedeva a palazzo Chigi, era sicuro del fatto suo: «I terroristi non arrivano con i barconi. I terroristi erano nati e cresciuti in Francia e Danimarca», diceva nel 2015. Questa idea di dare la colpa delle stragi a generici «europei» faceva peraltro già di per sé acqua da tutte le parti, perché quei «francesi» e quei «danesi» citati erano in realtà altri immigrati, solo venuti prima. Il che non è un modo particolarmente brillante per perorare la causa dell'immigrazione.
Se poi ci si mette pure chi dal terrorismo deve proteggerci, la cosa si fa inquietante. Nel marzo 2016, una relazione al Parlamento dei servizi segreti spiegava che «il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori, quanto alla direttrice nordafricana, nonostante ricorrenti warning, non ha trovato specifici riscontri», sia pur ammettendo che il pericolo fosse reale, invece, sulla rotta balcanica. Ed è stato Francesco Borgonovo, ieri su questo giornale, a ricordare come il capo della polizia Franco Gabrielli, si fosse lasciato andare, nell'agosto 2016, alla seguente considerazione: «Ad oggi questo tanto sbandierato parallelismo tra flussi migratori e rischio terrorismo è quanto meno ardito».
Appena un anno fa, era invece il segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, subito dopo uno degli attentati di Londra, a lanciare un monito: «Evitare semplificazioni. Questi delinquenti mostrano di non avere voglia di arrivare qui coi barconi, ma ci arrivano con altre strade». Nell'agosto scorso, invece, Pietro Grasso, dallo scranno più alto di palazzo Madama, invitava a non fare congetture circa i sempre più frequenti «sbarchi fantasma»: «Non si possono fare ipotesi sulla possibile appartenenza dei migranti “fantasma" che sbarcano sulle coste siciliane a cellule islamiche. Vanno tutti identificati e il controllo c'è. Non si può creare un fenomeno su una ipotesi». Solo poche settimane prima, nel pieno dell'euforia pro ius soli, aveva comunque chiarito che «offrire a chi nasce, studia e cresce in Italia la possibilità di sentirsi pienamente parte della nostra comunità nazionale serve a rendere il nostro Paese più forte e sicuro». Insomma, la cittadinanza agli immigrati di seconda generazione avrebbe risolto ogni cosa. Come del resto è accaduto, sembra chiaro a tutti, nelle periferie di Parigi e Bruxelles, così piene di marocchini, tunisini e algerini con passaporto europeo, nati e cresciuti qui, eppure così entusiasticamente vogliosi di farci saltare tutti in aria.
Fabrizio La Rocca
I boss gestiscono traffici e centri
L'accoglienza è diventata un business capace di stimolare forti appetiti, soprattutto tra le fila della criminalità organizzata. Appetiti così forti che in Sicilia, ad esempio, per la tratta che collega l'isola alla Tunisia, gli investigatori ritengono che ci sia scappato anche un morto. I boss di Campobello di Mazara, ricostruisce un'indagine della Procura di Marsala, avevano investito le loro forze nell'affare dei viaggi per migranti facoltosi, quelli che potevano permettersi di pagare anche 5.000 euro per i gommoni veloci e magari anche una sosta ristoratrice in una villa di Pantelleria. E così è stato scoperto che uno degli uomini più vicini a Raffaele Urso, indicato dagli investigatori come il boss della famiglia di Campobello, tale Giuseppe Marcianò, ucciso il 6 luglio dell'anno scorso, era in stretto contatto con un gruppo di tunisini che gestiva proprio un'agenzia di traghettamenti clandestini.
Sui gommoni, insieme al carico umano, viaggiavano le sigarette di contrabbando. E ora in Procura sospettano che sia stato ucciso durante un regolamento di conti per il giro dei viaggi di lusso per migranti. Ma in Sicilia quello della tratta Tunisia-Marsala non è l'unico affare legato all'accoglienza in mano alla mala. In un pezzo di terra siciliano detto «della Montagna», tra i comuni di Santa Elisabetta, Raffadali, Aragona, Sant'Angelo Muxaro e San Biagio Platani, tutti in provincia di Agrigento, Cosa nostra aveva sostituito lo Stato. E così, anche per le autorizzazioni per l'accoglienza bisognava rivolgersi al boss della cosca che, nonostante fosse ben ancorata con le radici nel passato (a guidarla un tempo c'erano nomi del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano), guardava ai business della nuova era con grande interesse. Solo tre mesi fa, tra le accuse di voto di scambio e di associazione di stampo mafioso per i Fragapane, insieme alle classiche estorsioni, gli investigatori hanno scoperto anche che il clan taglieggiava le coop dell'accoglienza, portando i soldi del governo dritti nelle casse della mafia. Non solo. Per le autorizzazioni necessarie all'apertura degli Sprar bisognava passare prima dal clan, altrimenti nisba. E anche la struttura che avrebbe dovuto ospitare i richiedenti asilo era stata scelta dalla mala. Risalendo lo stivale il business passa di mano e Cosa nostra lascia spazio alle famiglie di 'ndrangheta. Il caso più famoso è quello del centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.
Nelle tasche della cosca Arena erano finiti 36 miloni di euro di fondi europei per la gestione dell'emergenza. A Cirò Marina, sempre nella provincia di Crotone, un'operazione antimafia di qualche mese fa ha chiuso i conti con gli affari nel settore dell'accoglienza del cartello criminale Farao-Marincola. Poco dopo si è scoperto che tre centri Sprar della provincia di Vibo Valentia erano nelle mani dei potentissimi Mancuso di Limbadi e la Prefettura di Vibo Valentia li ha commissariati. Altri quattro centri sono stati scippati dallo Stato alla 'ndrangheta a Catanzaro, sempre con provvedimenti prefettizi. La scorsa estate, poi, è emerso che in provincia di Cosenza batteva il cuore di un gruppo malavitoso, legato ai De Stefano-Tegano di Reggio Calabria, che mandava a lavorare nelle ricche campagne toscane, tra Montepulciano e Siena, i richiedenti asilo come braccianti, pagandoli in nero e con tariffe orarie da fame. Li facevano dormire ammassati nei casolari che un tempo venivano usati come granai e si spartivano i fondi destinati all'accoglienza. Doppio guadagno. Un affare da criminali.
Fabio Amendolara
L’Ue ha un piano per l’Italia: «Teneteveli tutti»
Un enorme centro profughi che sgravi l'Europa dal fardello di un'accoglienza che politicamente costa troppo cara. Questo, a partire dal prossimo 28-29 giugno, potrebbe essere ufficialmente il destino dell'Italia, già martoriata, dagli sbarchi e dagli obblighi che derivano dall'essere punto di primo approdo. Insieme a Cipro, Grecia, Malta e Spagna il nostro Paese ha alzato gli scudi, ma presentarsi senza un governo con le idee chiare potrebbe essere esiziale.
Già oggi di fatto, insieme agli altri Paesi del Mediterraneo, siamo un enorme hub. Schiacciati a nord dalle frontiere chiuse della Francia, oppressi a sud dai continui sbarchi e costantemente beffati dagli accordi sulla ricollocazione dei richiedenti asilo per quote, nel resto d'Europa, che esistono, ma non vengono applicati.
L'inizio dell'estate, però, potrebbe segnare un peggioramento perché quello che oggi è uno stato di fatto potrebbe essere formalizzato. In quella data, infatti, a distanza di sette mesi dall'ultimo incontro, a Bruxelles, gli Stati membri si troveranno per ridiscutere parzialmente il trattato di Dublino (proprio quello che stabilisce a chi spetta l'accoglienza dei sedicenti profughi) e, dopo aver sbandierato per mesi, principi di umana solidarietà Francia e Germania sembrano intenzionati a frenare, e non di poco, sui ricollocamenti e sulla ridistribuzione. A quanto pare, infatti, la bozza che verrà sottoposta al voto, per cominciare, scaricherebbe per dieci anni la responsabilità di ogni singolo richiedente asilo sul Paese di prima accoglienza, creando l'alibi per tutti gli altri di rispedirlo indietro appena varcata una qualsiasi frontiera.
Poi, come se non bastasse, la nuova ipotesi del trattato vorrebbe escludere dalle quote di ridistribuzione tutti quei clandestini che non provengono da zone di guerra, cioè proprio i migranti economici. E infine, beffa nella beffa, il documento prevederebbe l'avvio delle procedure per una ridistribuzione dei richiedenti asilo nel resto d'Europa solo quando (e se) il numero dei clandestini sbarcati in un anno dovesse superare del 160% quello dell'anno precedente. Cioè, di fatto, mai. Soprattutto se ad essere conteggiati fossero solo i profughi che, davvero, scappano dalla guerra.
In sintesi, Francia e Germania, vorrebbero mettere nero su bianco il loro diritto di agire verso i Paesi del Mediterraneo, come già fino ad oggi hanno fatto: tenendosi (eventualmente) le famiglie che scappano dalle guerre e lasciando a noi i giovanotti in cerca di fortuna. Ora l'Italia, insieme agli altri Paesi che compongono la frontiera Sud dell'Unione ha formulato una richiesta ufficiale, spedita a tutti gli Stati membri e alla stessa Ue, puntando sul rafforzare i meccanismi di ridistribuzione, nel tentativo di evitare l'ulteriore stretta. Il rischio di soccombere, però, è altissimo.
«Svegliamoci, il 28 giugno o abbiamo un governo di centrodestra o rischiamo di diventare il più grande centro di raccolta immigrati d'Europa», ha dichiarato Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato.
Alessia Pedrielli
La circolare Gabrielli ferma più sagre che attentati
Niente passeggini né carrozzine. Al bando ombrelli, cavalletti per le macchine fotografiche e animali, anche se al guinzaglio. E poi, naturalmente, vietato portare borse di qualunque tipo.
Sono solo alcune delle misure imposte ai visitatori della tradizionale festa dei Ceri di Gubbio. Quest'anno più blindata che mai, per rispondere alle indicazioni della circolare Gabrielli, la norma che impone misure di sicurezza eccezionali durante sagre, fiere ed eventi pubblici per scongiurare qualunque allarme terrorismo. La disposizione era stata firmata circa un anno fa (precisamente il 3 giugno, all'indomani degli incidenti in piazza San Carlo, a Torino, durante la finale di Champions League fra Juventus e Real Madrid) dal capo della polizia Franco Gabrielli.
Ma gli adempimenti burocratici imposti alle pro loco e organizzatori sono talmente tanto costosi da mettere in pericolo la sopravvivenza di queste feste, così amate nel nostro Paese. La circolare impone, fra le altre cose, la divisione delle aree in settori, la creazione di percorsi separati di accesso, così come di corridoi centrali e perimetrali o l'allestimento di spazi di soccorso. E ancora, la realizzazione di piani di evacuazione, l'assunzione di personale formato ad hoc, l'installazione di maxi schermi e altoparlanti per avvisare il pubblico in caso di pericolo, di barriere anti camion, di sistemi di video sorveglianza. Il costo di questa macchina organizzativa si aggira fra 15 e 20.000 euro per ogni evento, davvero troppo per le piccole realtà che normalmente si assumono l'onere delle manifestazioni. Il risultato è che, come successo già lo scorso anno, anche questa estate sarà ricordata come la stagione delle feste di paese blindate o, addirittura, a numero chiuso.
Gli eventi a rischio annullamento sono già numerosi. Una delle vittime potrebbe essere la festa della patata di Cesiomaggiore (Belluno), un appuntamento che va avanti da 18 anni e che in questo 2018 dovrebbe svolgersi come sempre a fine agosto. Il condizionale però è d'obbligo visto che i responsabili della cooperativa La Fiorita hanno già fatto sapere che l'organizzazione è più complessa che mai e che questa potrebbe essere l'ultima edizione della sagra. In pericolo è anche il seguitissimo palio di Feltre. Già nel 2017 l'appuntamento era stato blindato per adeguarsi alle nuove disposizioni, quest'anno il presidente dell'associazione, Donatella Boldo, ha fatto sapere di voler chiudere la sua esperienza perché non riesce più «a sostenere incombenze così pesanti».
È invece già stata annullata la festa patronale di San Giorgio nel Torinese, inizialmente programmata per il 22 aprile. Questo dopo che gli organizzatori erano già stati costretti a sopprimere la Via Crucis di Bussoleno. Le cose non vanno meglio in Umbria dove sono addirittura 400 le feste e sagre che questa estate rischiano di saltare. I costi determinati dalle disposizioni anti terrorismo sono giudicati troppo alti. Ne sanno qualcosa gli abitanti di Copparo, piccolo centro in provincia di Ferrara. Quest'anno sono stati costretti a dire addio perfino alle celebrazioni del 25 aprile. Così alcuni consiglieri dell'Emilia Romagna hanno sottoscritto una risoluzione, nella speranza di trovare una soluzione più sostenibile. Ma nel frattempo le sagre estive, una delle tradizioni italiane più gettonate, rischiano di scomparire per sempre.
Alfredo Arduino
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Nella città che il sindaco Beppe Sala spaccia per modello di integrazione, due nordafricani mettono a segno quattro rapine e un omicidio. Erano sbarcati sulle nostre coste nel 2017, per poi girare indisturbati. Nelle stesse ore muore anche un'altra vittima di rapina. L'arresto a Napoli del richiedente asilo legato all'Isis evidenzia il legame tra flussi dall'Africa e jihadismo. Ma, dal ministro Marco Minniti al premier Paolo Gentiloni, in molti hanno negato l'evidenza, salvo poi dover fare imbarazzanti dietrofront. Le mani dei clan sull'accoglienza: dalla mafia alla 'ndrangheta, la tratta dei nuovi schiavi arricchisce le cosche. A fine giugno Bruxelles cambierà le regole per la ridistribuzione dei nuovi arrivati. Ecco la soluzione europea: ce li dovremo tenere tutti noi. Le norme anti terrorismo impongono precauzioni onerose anche a eventi di paese basati sul volontariato. E molti mollano. Lo speciale contiene cinque articoli. Beppe Sala, sindaco di Milano in quota Partito democratico, aveva assolutamente ragione: la sua città è un esempio sfavillante di governo progressista. Qualche settimana fa, sulla prima pagina di Repubblica, Sala ha esposto la sua geniale idea: «Per la sinistra modello Milano». Non sbagliava: nel capoluogo lombardo si possono ammirare i frutti delle politiche democratiche di accoglienza e attenzione alle minoranze. Un atteggiamento che si riassume nella frase «prendiamo tutti gli immigrati, e anche di più». Non basta la marea di richiedenti asilo e clandestini presenti sul territorio: bisogna chiedere che ne arrivino altri. In fondo, si tratta di «risorse» indispensabili per il Paese. Non a caso, nel maggio dell'anno scorso il Pd e altre formazioni di sinistra hanno sfilato nel capoluogo lombardo a sostegno dell'immigrazione selvaggia. Fra qualche settimana, il 23 di giugno, si replicherà: l'assessore Pierfrancesco Majorino ha deciso di riunire diverse migliaia di stranieri (c'è chi parla addirittura di 40.000 persone) al parco Sempione, dove offrirà un banchetto con circa 8.000 posti a sedere. Chi non riuscirà ad accomodarsi a tavola verrà omaggiato di un cestino da picnic in modo che possa ugualmente godere della giornata di festa pro accoglienza. In attesa del lieto evento, alcune delle «risorse» di cui sopra hanno deciso di condurre i festeggiamenti a modo loro, con una libagione a base di sangue. La sera e la notte di giovedì ci hanno offerto un quadro perfetto del «modello Milano» sotto forma di bollettino di guerra. I protagonisti della mattanza sono due marocchini. Il primo, 28 anni, è giunto in Italia nel giugno del 2017, approdando in Calabria. L'altro, 30 anni, è arrivato a bordo di un barcone e nel dicembre del 2017 è stato gentilmente accolto nel centro profughi di Augusta (Siracusa). Entrambi hanno vagato liberamente nel nostro Paese per mesi. Le forze di polizia li hanno fermati più volte, e in ogni occasione i due hanno fornito generalità diverse. Il ventottenne è stato arrestato l'ultima volta il 21 aprile, per furto aggravato. Eppure giovedì era già fuori, libero di scatenarsi. Lui e il suo compare si sono mossi da predoni, hanno razziato, picchiato e ucciso senza pietà. Hanno iniziato a Cinisello Balsamo, verso le 23.30. Erano sull'autobus e hanno adocchiato un passeggero, un peruviano di 36 anni. Sono scesi con lui in via Lincoln e gli si sono avventati addosso. Con una bottiglia di plastica tagliata lo hanno colpito in faccia, e quando il poveretto è franato al suolo lo hanno riempito di calci e pugni. Gli hanno rubato il cellulare e lo zaino e se ne sono andati. Il primo colpo era andato a segno. I marocchini si sono aggirati un po' per le strade vicine, fino a che non si sono imbattuti in un italiano di 31 anni. Uno che ha perso il lavoro, è stato sfrattato ed è costretto a vivere per strada. Sembra un ritratto dell'Italia dipinto da Hieronymus Bosch. C'è un giovane uomo ridotto in miseria, aiutato da nessuno tanto da ridursi a dormire all'addiaccio. Due stranieri, accolti nel nostro Paese come povere vittime, nel bel mezzo della notte si sono accaniti su di lui per rapinarlo del pochissimo che gli è rimasto. I marocchini lo hanno accoltellato due volte, gli hanno perforato la milza e il fegato. Lo hanno abbandonato sul ciglio della strada, in una pozza sanguinolenta. L'uomo si è salvato per miracolo, dopo essere stato trasportato d'urgenza all'ospedale Niguarda. Nel frattempo, i due nordafricani erano già diretti a Milano, sempre con i mezzi pubblici. Alle 2.15 di notte, i marocchini sono scesi in piazza Caiazzo. Avevano messo gli occhi su altre prede: due ragazze di appena 21 anni, studentesse dell'Università Cattolica. Una inglese, l'altra americana. Colpevoli soltanto di essersi spostate per Milano con il buio. In via Franchino Gaffurio, non molto distante dalla stazione Centrale (dunque nel cuore della città, non in una periferia degradata), le giovani sono state assalite dai maghrebini. I criminali hanno accoltellato la ragazza inglese all'addome, le hanno rubato smartphone e borsetta, e si sono allontanati. La poverina si è salvata perché l'amica ha potuto chiamare i soccorsi. È andata peggio a un loro quasi coetaneo. Un bengalese di 23 anni, Samsul Haque, che si trovava regolarmente in Italia e lavorava come cameriere. I due marocchini l'hanno intercettato in via Settembrini, sempre nei pressi della Centrale. Gli sono saltati addosso alla loro maniera, affondandogli le lame in corpo. Lo hanno dilaniato e ucciso. Agli aggressori non bastava strappargli cellulare e portafogli: hanno dovuto anche prendergli la vita. Samsul è stato trasportato d'urgenza all'ospedale Niguarda, ma non c'è stato nulla da fare: la pugnalata al torace è stata letale. Anche lui era un immigrato, però non era arrivato su un gommone. Si dava da fare, cercava un'esistenza migliore. Sapete chi gliel'ha negata? Due animali di cui l'Italia si è fatta carico perché «bisogna accogliere». Bilancio della scorreria marocchina: quattro rapine e un omicidio. Con questo peso sulla coscienza, i due malviventi, ieri mattina, se ne stavano beati a fare colazione in un McDonald in via Vitruvio, poco lontano dal luogo dei delitti. I carabinieri, guidati dal colonnello Michele Miulli, li hanno fermati mentre sorbivano il cappuccino. Addosso avevano ancora i cellulari delle vittime. Benvenuti nel circo granguignolesco dell'immigrazione di massa, dove le presunte vittime divengono carnefici. Attenti, però, perché lo spettacolo non è ancora finito. Oltre alla mortifera scorribanda dei marocchini, la notte milanese ha partorito un'altra storia nera. Lo scenario è quello di via Padova, il celebratissimo «quartiere multietnico». Verso le 21.30 di giovedì una volante dei carabinieri si è precipitata all'uscita di un bar dove era stata segnalata un'aggressione. Lì gli agenti hanno trovato un uomo di 43 anni, romeno con svariati precedenti penali. Giaceva a terra, ha raccontato di essere stato colpito al volto da «uno straniero» che sarebbe fuggito subito dopo. Il romeno è stato trasportato in ospedale e verso l'1.30 di notte è morto per emorragia cerebrale. La zona della città in cui è avvenuto il fatto non è distante da via dei Valtorta dove, il 20 aprile, si è verificato un altro episodio di violenza terrificante. Un anziano di 78 anni, Umberto De Zordo, stava rientrando lentamente a casa con le borse della spesa in mano. All'ingresso del palazzo lo aspettava Chestor Caldararu, 29 anni. Il romeno, per qualche minuto, si è aggirato fremente, facendo ballonzolare la pancia gonfia, vicino alla porta del condominio. Poi, quando l'anziano gli si è avvicinato, Caldararu gli ha sferrato un paio di colpi potenti in faccia. De Zordo è crollato al suolo, battendo la testa sul pavimento di pietra. Ora giace in coma alla clinica Città studi. Il romeno è stato arrestato qualche giorno dopo. Aveva fatto il pieno di precedenti, era già stato fermato varie volte. Lo hanno preso mentre se ne stava tranquillo in casa, felice di aver quasi ammazzato un uomo di 78 anni per rubargli il Rolex. È in carcere, accusato di tentato omicidio, ma non è una grande soddisfazione. Queste sono solo le vicende di cronaca più recenti. Se allarghiamo lo spettro, ci rendiamo conto che il catalogo delle brutalità milanesi di questi anni è sterminato. Clandestini che prendono a sprangate la gente per strada, gruppi di immigrati che si lanciano contro i militari in stazione Centrale, musulmani esaltati dall'Isis che accoltellano agenti, furti, rapine, pestaggi. Ecco la Milano multietnica e solidale. Un grande modello di governo, non ci sono dubbi. Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/le-risorse-di-milano-beppe-sala-2563883009.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quando-i-buonisti-ci-rassicuravano-i-terroristi-non-sono-sui-barconi" data-post-id="2563883009" data-published-at="1781350848" data-use-pagination="False"> Quando i buonisti ci rassicuravano: «I terroristi non sono sui barconi» LaPresse Tra qualche tempo, la famosa citazione attribuita a Winston Churchill sui 45 milioni di fascisti che, dall'oggi al domani, diventano 45 milioni di antifascisti, negando peraltro la loro precedente militanza, potrà essere ripetuta anche nei confronti di chi ha pronunciato la frase «gli immigrati non vengono sui barconi». Pian piano che le evidenze del contrario si fanno largo (ultimo caso: il richiedente asilo gambiano Alagie Touray, arrestato a Napoli prima che compisse una strage in nome dell'Isis) si farà sempre più fatica a trovare qualcuno che ammetta di aver pronunciato quella boiata galattica. Che, tuttavia, per un certo periodo, è stata veramente un must, nei salotti politici e culturali. Nessun legame tra immigrazione e terrorismo, nessuno jihadista sui barconi, anzi, Roberto Saviano arrivò a dire che solo con più accoglienza avremmo fermato le stragi, mentre Laura Boldrini affermava che chiudere le frontiere era «il miglior regalo che potremmo fare all'Isis». Insomma, curare la polmonite con un bel bagno all'aperto in dicembre inoltrato. Eppure, all'epoca, ne erano tutti molto sicuri. «Abbiamo un dato di fatto: tutti gli attentati che sono avvenuti in Europa sono avvenuti sulla base di iniziative di cittadini europei. Non è arrivato nessuno sui barconi per fare un attentato», salmodiava, con il solito piglio di quello che ne sa, l'allora sottosegretario Marco Minniti, il 2 settembre 2016, invitato a una Festa dell'Unità. Nel novembre 2017, nel frattempo diventato ministro dell'Interno, il dem con la faccia da duro si correggeva in modo un po' contorto: «Se lo scorso anno qualcuno mi avesse chiesto se era possibile che una minaccia organizzata dell'Isis poteva utilizzare i flussi migratori per minacciare l'Europa, avrei risposto di no. Ma nel momento in cui si tratta di una fuga individuale, di una diaspora, il rischio che questi singoli soggetti possano unirsi per mimetizzarsi ai flussi migratori diventa un rischio reale». Anzi: ogni foreign fighters in fuga dalla rotta dello Stato islamico, aggiungeva, «è alla ricerca di una via, è naturale pensare che possano utilizzare i flussi migratori, la via libica e quella dei Balcani». Triplo salto carpiato, pur di non ammettere di aver toppato, anche da Paolo Gentiloni. Nel maggio 2015, ad Agorà, l'allora ministro degli Esteri dichiarava che «i nostri servizi di intelligence ci dicono che non ci sono informazioni di infiltrazioni terroristiche nei barconi di migranti». Eppure proprio lui, il 22 gennaio dello stesso anno, a Londra per un vertice anti Isis, aveva detto: «Ci sono rischi di infiltrazione anche notevoli di terroristi dall'immigrazione». Angelino Alfano, in quell'anno al Viminale, gli aveva fatto eco poche ore dopo: «Ripeto quello che ho sempre detto e che non è smentibile: nessuno può escludere infiltrazioni di terroristi tra gli immigrati ma fino a questo momento non ci sono tracce». Anche Matteo Renzi, quando sedeva a palazzo Chigi, era sicuro del fatto suo: «I terroristi non arrivano con i barconi. I terroristi erano nati e cresciuti in Francia e Danimarca», diceva nel 2015. Questa idea di dare la colpa delle stragi a generici «europei» faceva peraltro già di per sé acqua da tutte le parti, perché quei «francesi» e quei «danesi» citati erano in realtà altri immigrati, solo venuti prima. Il che non è un modo particolarmente brillante per perorare la causa dell'immigrazione. Se poi ci si mette pure chi dal terrorismo deve proteggerci, la cosa si fa inquietante. Nel marzo 2016, una relazione al Parlamento dei servizi segreti spiegava che «il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori, quanto alla direttrice nordafricana, nonostante ricorrenti warning, non ha trovato specifici riscontri», sia pur ammettendo che il pericolo fosse reale, invece, sulla rotta balcanica. Ed è stato Francesco Borgonovo, ieri su questo giornale, a ricordare come il capo della polizia Franco Gabrielli, si fosse lasciato andare, nell'agosto 2016, alla seguente considerazione: «Ad oggi questo tanto sbandierato parallelismo tra flussi migratori e rischio terrorismo è quanto meno ardito». Appena un anno fa, era invece il segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, subito dopo uno degli attentati di Londra, a lanciare un monito: «Evitare semplificazioni. Questi delinquenti mostrano di non avere voglia di arrivare qui coi barconi, ma ci arrivano con altre strade». Nell'agosto scorso, invece, Pietro Grasso, dallo scranno più alto di palazzo Madama, invitava a non fare congetture circa i sempre più frequenti «sbarchi fantasma»: «Non si possono fare ipotesi sulla possibile appartenenza dei migranti “fantasma" che sbarcano sulle coste siciliane a cellule islamiche. Vanno tutti identificati e il controllo c'è. Non si può creare un fenomeno su una ipotesi». Solo poche settimane prima, nel pieno dell'euforia pro ius soli, aveva comunque chiarito che «offrire a chi nasce, studia e cresce in Italia la possibilità di sentirsi pienamente parte della nostra comunità nazionale serve a rendere il nostro Paese più forte e sicuro». Insomma, la cittadinanza agli immigrati di seconda generazione avrebbe risolto ogni cosa. Come del resto è accaduto, sembra chiaro a tutti, nelle periferie di Parigi e Bruxelles, così piene di marocchini, tunisini e algerini con passaporto europeo, nati e cresciuti qui, eppure così entusiasticamente vogliosi di farci saltare tutti in aria. Fabrizio La Rocca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-risorse-di-milano-beppe-sala-2563883009.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="i-boss-gestiscono-traffici-e-centri" data-post-id="2563883009" data-published-at="1781350848" data-use-pagination="False"> I boss gestiscono traffici e centri L'accoglienza è diventata un business capace di stimolare forti appetiti, soprattutto tra le fila della criminalità organizzata. Appetiti così forti che in Sicilia, ad esempio, per la tratta che collega l'isola alla Tunisia, gli investigatori ritengono che ci sia scappato anche un morto. I boss di Campobello di Mazara, ricostruisce un'indagine della Procura di Marsala, avevano investito le loro forze nell'affare dei viaggi per migranti facoltosi, quelli che potevano permettersi di pagare anche 5.000 euro per i gommoni veloci e magari anche una sosta ristoratrice in una villa di Pantelleria. E così è stato scoperto che uno degli uomini più vicini a Raffaele Urso, indicato dagli investigatori come il boss della famiglia di Campobello, tale Giuseppe Marcianò, ucciso il 6 luglio dell'anno scorso, era in stretto contatto con un gruppo di tunisini che gestiva proprio un'agenzia di traghettamenti clandestini. Sui gommoni, insieme al carico umano, viaggiavano le sigarette di contrabbando. E ora in Procura sospettano che sia stato ucciso durante un regolamento di conti per il giro dei viaggi di lusso per migranti. Ma in Sicilia quello della tratta Tunisia-Marsala non è l'unico affare legato all'accoglienza in mano alla mala. In un pezzo di terra siciliano detto «della Montagna», tra i comuni di Santa Elisabetta, Raffadali, Aragona, Sant'Angelo Muxaro e San Biagio Platani, tutti in provincia di Agrigento, Cosa nostra aveva sostituito lo Stato. E così, anche per le autorizzazioni per l'accoglienza bisognava rivolgersi al boss della cosca che, nonostante fosse ben ancorata con le radici nel passato (a guidarla un tempo c'erano nomi del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano), guardava ai business della nuova era con grande interesse. Solo tre mesi fa, tra le accuse di voto di scambio e di associazione di stampo mafioso per i Fragapane, insieme alle classiche estorsioni, gli investigatori hanno scoperto anche che il clan taglieggiava le coop dell'accoglienza, portando i soldi del governo dritti nelle casse della mafia. Non solo. Per le autorizzazioni necessarie all'apertura degli Sprar bisognava passare prima dal clan, altrimenti nisba. E anche la struttura che avrebbe dovuto ospitare i richiedenti asilo era stata scelta dalla mala. Risalendo lo stivale il business passa di mano e Cosa nostra lascia spazio alle famiglie di 'ndrangheta. Il caso più famoso è quello del centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone. Nelle tasche della cosca Arena erano finiti 36 miloni di euro di fondi europei per la gestione dell'emergenza. A Cirò Marina, sempre nella provincia di Crotone, un'operazione antimafia di qualche mese fa ha chiuso i conti con gli affari nel settore dell'accoglienza del cartello criminale Farao-Marincola. Poco dopo si è scoperto che tre centri Sprar della provincia di Vibo Valentia erano nelle mani dei potentissimi Mancuso di Limbadi e la Prefettura di Vibo Valentia li ha commissariati. Altri quattro centri sono stati scippati dallo Stato alla 'ndrangheta a Catanzaro, sempre con provvedimenti prefettizi. La scorsa estate, poi, è emerso che in provincia di Cosenza batteva il cuore di un gruppo malavitoso, legato ai De Stefano-Tegano di Reggio Calabria, che mandava a lavorare nelle ricche campagne toscane, tra Montepulciano e Siena, i richiedenti asilo come braccianti, pagandoli in nero e con tariffe orarie da fame. Li facevano dormire ammassati nei casolari che un tempo venivano usati come granai e si spartivano i fondi destinati all'accoglienza. Doppio guadagno. Un affare da criminali. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-risorse-di-milano-beppe-sala-2563883009.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lue-ha-un-piano-per-litalia-teneteveli-tutti" data-post-id="2563883009" data-published-at="1781350848" data-use-pagination="False"> L’Ue ha un piano per l’Italia: «Teneteveli tutti» Un enorme centro profughi che sgravi l'Europa dal fardello di un'accoglienza che politicamente costa troppo cara. Questo, a partire dal prossimo 28-29 giugno, potrebbe essere ufficialmente il destino dell'Italia, già martoriata, dagli sbarchi e dagli obblighi che derivano dall'essere punto di primo approdo. Insieme a Cipro, Grecia, Malta e Spagna il nostro Paese ha alzato gli scudi, ma presentarsi senza un governo con le idee chiare potrebbe essere esiziale. Già oggi di fatto, insieme agli altri Paesi del Mediterraneo, siamo un enorme hub. Schiacciati a nord dalle frontiere chiuse della Francia, oppressi a sud dai continui sbarchi e costantemente beffati dagli accordi sulla ricollocazione dei richiedenti asilo per quote, nel resto d'Europa, che esistono, ma non vengono applicati. L'inizio dell'estate, però, potrebbe segnare un peggioramento perché quello che oggi è uno stato di fatto potrebbe essere formalizzato. In quella data, infatti, a distanza di sette mesi dall'ultimo incontro, a Bruxelles, gli Stati membri si troveranno per ridiscutere parzialmente il trattato di Dublino (proprio quello che stabilisce a chi spetta l'accoglienza dei sedicenti profughi) e, dopo aver sbandierato per mesi, principi di umana solidarietà Francia e Germania sembrano intenzionati a frenare, e non di poco, sui ricollocamenti e sulla ridistribuzione. A quanto pare, infatti, la bozza che verrà sottoposta al voto, per cominciare, scaricherebbe per dieci anni la responsabilità di ogni singolo richiedente asilo sul Paese di prima accoglienza, creando l'alibi per tutti gli altri di rispedirlo indietro appena varcata una qualsiasi frontiera. Poi, come se non bastasse, la nuova ipotesi del trattato vorrebbe escludere dalle quote di ridistribuzione tutti quei clandestini che non provengono da zone di guerra, cioè proprio i migranti economici. E infine, beffa nella beffa, il documento prevederebbe l'avvio delle procedure per una ridistribuzione dei richiedenti asilo nel resto d'Europa solo quando (e se) il numero dei clandestini sbarcati in un anno dovesse superare del 160% quello dell'anno precedente. Cioè, di fatto, mai. Soprattutto se ad essere conteggiati fossero solo i profughi che, davvero, scappano dalla guerra. In sintesi, Francia e Germania, vorrebbero mettere nero su bianco il loro diritto di agire verso i Paesi del Mediterraneo, come già fino ad oggi hanno fatto: tenendosi (eventualmente) le famiglie che scappano dalle guerre e lasciando a noi i giovanotti in cerca di fortuna. Ora l'Italia, insieme agli altri Paesi che compongono la frontiera Sud dell'Unione ha formulato una richiesta ufficiale, spedita a tutti gli Stati membri e alla stessa Ue, puntando sul rafforzare i meccanismi di ridistribuzione, nel tentativo di evitare l'ulteriore stretta. Il rischio di soccombere, però, è altissimo. «Svegliamoci, il 28 giugno o abbiamo un governo di centrodestra o rischiamo di diventare il più grande centro di raccolta immigrati d'Europa», ha dichiarato Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato. Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-risorse-di-milano-beppe-sala-2563883009.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-circolare-gabrielli-ferma-piu-sagre-che-attentati" data-post-id="2563883009" data-published-at="1781350848" data-use-pagination="False"> La circolare Gabrielli ferma più sagre che attentati Niente passeggini né carrozzine. Al bando ombrelli, cavalletti per le macchine fotografiche e animali, anche se al guinzaglio. E poi, naturalmente, vietato portare borse di qualunque tipo. Sono solo alcune delle misure imposte ai visitatori della tradizionale festa dei Ceri di Gubbio. Quest'anno più blindata che mai, per rispondere alle indicazioni della circolare Gabrielli, la norma che impone misure di sicurezza eccezionali durante sagre, fiere ed eventi pubblici per scongiurare qualunque allarme terrorismo. La disposizione era stata firmata circa un anno fa (precisamente il 3 giugno, all'indomani degli incidenti in piazza San Carlo, a Torino, durante la finale di Champions League fra Juventus e Real Madrid) dal capo della polizia Franco Gabrielli. Ma gli adempimenti burocratici imposti alle pro loco e organizzatori sono talmente tanto costosi da mettere in pericolo la sopravvivenza di queste feste, così amate nel nostro Paese. La circolare impone, fra le altre cose, la divisione delle aree in settori, la creazione di percorsi separati di accesso, così come di corridoi centrali e perimetrali o l'allestimento di spazi di soccorso. E ancora, la realizzazione di piani di evacuazione, l'assunzione di personale formato ad hoc, l'installazione di maxi schermi e altoparlanti per avvisare il pubblico in caso di pericolo, di barriere anti camion, di sistemi di video sorveglianza. Il costo di questa macchina organizzativa si aggira fra 15 e 20.000 euro per ogni evento, davvero troppo per le piccole realtà che normalmente si assumono l'onere delle manifestazioni. Il risultato è che, come successo già lo scorso anno, anche questa estate sarà ricordata come la stagione delle feste di paese blindate o, addirittura, a numero chiuso. Gli eventi a rischio annullamento sono già numerosi. Una delle vittime potrebbe essere la festa della patata di Cesiomaggiore (Belluno), un appuntamento che va avanti da 18 anni e che in questo 2018 dovrebbe svolgersi come sempre a fine agosto. Il condizionale però è d'obbligo visto che i responsabili della cooperativa La Fiorita hanno già fatto sapere che l'organizzazione è più complessa che mai e che questa potrebbe essere l'ultima edizione della sagra. In pericolo è anche il seguitissimo palio di Feltre. Già nel 2017 l'appuntamento era stato blindato per adeguarsi alle nuove disposizioni, quest'anno il presidente dell'associazione, Donatella Boldo, ha fatto sapere di voler chiudere la sua esperienza perché non riesce più «a sostenere incombenze così pesanti». È invece già stata annullata la festa patronale di San Giorgio nel Torinese, inizialmente programmata per il 22 aprile. Questo dopo che gli organizzatori erano già stati costretti a sopprimere la Via Crucis di Bussoleno. Le cose non vanno meglio in Umbria dove sono addirittura 400 le feste e sagre che questa estate rischiano di saltare. I costi determinati dalle disposizioni anti terrorismo sono giudicati troppo alti. Ne sanno qualcosa gli abitanti di Copparo, piccolo centro in provincia di Ferrara. Quest'anno sono stati costretti a dire addio perfino alle celebrazioni del 25 aprile. Così alcuni consiglieri dell'Emilia Romagna hanno sottoscritto una risoluzione, nella speranza di trovare una soluzione più sostenibile. Ma nel frattempo le sagre estive, una delle tradizioni italiane più gettonate, rischiano di scomparire per sempre. Alfredo Arduino
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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