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2023-03-14
Usa e Ue nicchiano. L’attività diplomatica resta nelle mani di Xi e del Vaticano
Vladimir Putin (Ansa)
Pechino punta a rilanciare il proprio ruolo diplomatico nella crisi ucraina. Secondo quanto riferito da Reuters, il presidente cinese, Xi Jinping, ha intenzione di recarsi in visita a Mosca, per incontrare l’omologo russo, Vladimir Putin, la prossima settimana. Non solo. Il Wall Street Journal ha anticipato che, dopo il viaggio in Russia, il leader cinese punterebbe ad avere un colloquio in videoconferenza anche con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.
Dopo il suo recente documento sulla crisi ucraina, il Dragone mira evidentemente a ritagliarsi l’immagine di mediatore nel conflitto in corso: un’immagine che Pechino vuole rivendersi soprattutto agli occhi dei Paesi in via di sviluppo in chiave antiamericana. Non sarà d’altronde un caso che la notizia del viaggio russo di Xi sia uscita appena pochi giorni dopo l’accordo diplomatico, mediato proprio dalla Cina, tra l’Arabia Saudita e l’Iran. Ora, si registrano fondati dubbi sulla neutralità di Pechino nel conflitto ucraino: non solo non ha mai condannato l’invasione russa dell’Ucraina, ma continua a spalleggiare il Cremlino in sede Onu, mentre Washington sospetta che potrebbe addirittura fornirgli presto degli armamenti. È inoltre chiaro che il Dragone sta cercando di massimizzare il proprio tornaconto geopolitico da quanto sta accadendo, per cercare di mettere in difficoltà l’Occidente e realizzare, nel medio termine, un ordine internazionale di cui essere il perno. Tuttavia è altrettanto chiaro che Xi sta sfruttando l’irresolutezza del presidente statunitense, Joe Biden, il quale, dall’inizio dell’invasione russa, non sembra avere una strategia definita (e quindi misurabile) in termini di obiettivi sia militari sia politici: un fatto preoccupante che, non a caso, i repubblicani stanno duramente rimproverando in patria all’attuale inquilino della Casa Bianca.
Nel contempo, l’iniziativa diplomatica viene portata avanti anche dalla Santa Sede. Sabato, Papa Francesco aveva espresso il desiderio di recarsi sia a Mosca sia a Kiev: un’intenzione su cui ieri è stato interpellato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Dobbiamo aspettare una dichiarazione del Vaticano», ha affermato su un’eventuale visita del pontefice in Russia. «In questi tempi difficili, un dialogo tra leader religiosi può dare buoni frutti e contribuire ad unificare gli sforzi della gente di buona volontà per guarire le ferite della creazione di Dio», ha inoltre scritto il patriarca di Mosca Kirill al papa. «Saremo sempre disposti a collaborare con chi si impegna per porre fine ai conflitti», ha infine affermato il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin.
Frattanto sono iniziati a Ginevra i colloqui tra russi e funzionari delle Nazioni Unite per un’eventuale estensione dell’accordo sul grano nel Mar Nero: accordo che, in scadenza il prossimo 18 marzo, Mosca avrebbe intenzione di prorogare soltanto per sessanta giorni. Dall’altra parte, il Cremlino non ha escluso la possibilità che Putin partecipi al summit G20 di settembre a Nuova Delhi.
La strada diplomatica resta comunque ancora molto stretta. Basti pensare che Putin ha ricevuto il leader ceceno Ramzan Kadyrov, dicendogli: «Vedo come i tuoi uomini stanno combattendo nella zona dell’operazione militare speciale. A loro vanno le nostre parole migliori, grazie mille da parte nostra». «I combattenti della Repubblica cecena svolgono servizio con successo nella zona dell’Operazione militare speciale, eseguiamo tutti i suoi ordini e siamo decisi a continuare fino alla fine», ha dichiarato dal canto suo Kadyrov. Lo stesso Peskov ha affermato che «finora non ci sono i prerequisiti per la transizione del processo verso un corso pacifico».
In questo clima, la Russia ha messo in dubbio le recenti rivelazioni del New York Times, secondo cui a sabotare i gasdotti Nord Stream lo scorso settembre sarebbe stato un gruppo filo-ucraino. «Non è un segreto che operazioni come questa richiedono unità operative speciali adeguatamente addestrate ed equipaggiate, e gli Usa e la Gran Bretagna sicuramente le hanno», ha affermato il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolay Patrushev. «Un tale atto non è vantaggioso per il regime di Zelensky, che implora Berlino di fornire più aiuti militari», ha aggiunto. Dall’altra parte, ieri l’Ue ha prorogato di sei mesi le sanzioni contro 1.473 persone e 205 entità russe «in risposta all’aggressione militare ingiustificata e non provocata della Russia contro l’Ucraina».
Continua frattanto a infuriare la battaglia per Bakhmut. «In meno di una settimana, a partire dal 6 marzo, siamo riusciti a uccidere più di 1.100 soldati nemici nel solo settore di Bakhmut», ha dichiarato Zelensky, mentre le forze armate ucraine hanno fatto sapere che le truppe di Mosca «attaccano da più direzioni». «Più siamo vicini al centro della città, più violenti sono i combattimenti», ha affermato, dal canto suo, il capo del Wagner Group, Yevgeny Prigozhin. Sono invece due le persone rimaste ferite a seguito di bombardamenti russi nell’oblast di Kharkiv. Dall’altra parte, una cinquantina di soldati ucraini hanno terminato un addestramento di quattro settimane in Spagna, per imparare a usare i tank Leopard 2. Resta nel frattempo tesa la situazione in Moldavia. «Al momento non esiste un pericolo militare imminente contro la Moldavia, ma ci sono altri tipi di pericoli che incidono sulla sicurezza del Paese: la guerra ibrida», ha affermato il ministro della Difesa del Paese, Anatolie Nosatii.
L’Europa si è armata prima del 2022
L’istituto di ricerca Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), ha pubblicato il rapporto annuale sul mercato delle armi, un documento che dimostra quanto le esigenze della Difesa dei vari Paesi, soprattutto di quelli europei, siano cambiate prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Secondo i ricercatori Pieter Wezeman, Justine Gadon e Siemon Wezeman, il mercato mondiale delle armi tra il 2018 e il 2022 è stato inferiore a quello del periodo 2013-2018, con una contrazione vicina al 5%. I maggiori esportatori dell’ultimo quinquennio sono stati gli Usa, la Russia, Francia, Cina e Germania, che insieme hanno fornito il 76% del totale. A impressionare sono i contratti firmati con Parigi, aumentati del 44% tra il 2013 e il 2022 a scapito delle vendite russe, calate del 35%. I maggiori clienti del periodo 2018-2022 sono stati India, Arabia Saudita, Qatar, Australia e Cina, che sommate hanno ricevuto il 36% delle armi del mondo. La principale regione destinataria di armi è stata quella compresa tra Asia e Oceania (41% dell’import mondiale), seguita dal Medio Oriente (31%), dall’Europa (16%), le Americhe (5,8%) e l’Africa (5%). «Anche se i trasferimenti di armi sono diminuiti a livello globale, quelli verso l’Europa sono aumentati dal 2018 a causa delle tensioni tra la Russia e gli altri stati europei», ha affermato Pieter Wezeman, «ma la competizione continua ovunque: le importazioni in Asia orientale sono aumentate e verso il Medioriente rimangono elevate». Il dato europeo svela quale risveglio sia avvenuto a proposito del reale stato di prontezza degli equipaggiamenti dal 2018, un aggiornamento che le guerre in Iraq e Afghanistan non avevano richiesto poiché non c’era l’esigenza di dotarsi di carri armati e di sistemi antiaerei. Non a caso la ricerca dell’Ispri segnala che le importazioni di armi da parte europea avvenute nel periodo 2018-2022 sono state il 47% in più rispetto al periodo 2013-2017. Un aumento più significativo se messo in relazione con le nazioni Nato, che insieme hanno aumentato gli acquisti del 65%. L’Ucraina oggi è giocoforza la terza nazione al mondo per importazioni e nel periodo di riferimento 2018-2022 era al 14° posto. La quota degli Usa nelle esportazioni globali di armi è passata dal 33% al 40%, mentre quella della Russia è scesa dal 22% al 16%. A ridurre il mercato delle esportazioni militari russe è stata soprattutto l’India, che ha tagliato del 37% quanto acquistava da Putin, il quale ha cercato di compensare esportando verso Cina (+39%) ed Egitto (+44%). Wezeman puntualizza: «È probabile che l’invasione dell’Ucraina limiterà ulteriormente le esportazioni russe perché Mosca deve dare la priorità alla fornitura delle proprie forze armate e perché la domanda estera rimarrà bassa a causa della crescente pressione da parte degli Usa e dei suoi alleati affinché non ne vengano comprate». L’India ha comprato il 30% delle esportazioni francesi del periodo 2018-22. Tra i primi sette esportatori di armi dopo Usa, Russia e Francia, cinque Paesi hanno ora registrato un calo: Cina (-23%), Germania (-35%), Regno Unito (-35%), Spagna (- 4,4%) e Israele (-15%), mentre due hanno registrato forti incrementi: l’Italia (+45%), e il governo era quello precedente, ma globalmente diamo un modesto 3,8% che ci mette al sesto posto, e la Corea del Sud (+74%). I primi tra importatori del periodo 2018-22 erano Arabia Saudita, Qatar ed Egitto. L’Arabia Saudita è stata il secondo più grande importatore nel periodo 2018-22 ricevendo il 9,6% di tutte le vendite, mentre il Qatar ha segnato +311% di importazioni tra il 2013 e il 2022, diventando terzo importatore mondiale.
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Il leader cinese Xi Jinping organizza la visita a Mosca e manda segnali pure a Kiev. Anche il Papa prepara viaggi nelle due capitali. Un report internazionale traccia il mercato degli armamenti. E si scopre che dal 2018 le tensioni con la Russia hanno portato molti Paesi occidentali a riempire gli arsenali.Lo speciale contiene due articoli. Pechino punta a rilanciare il proprio ruolo diplomatico nella crisi ucraina. Secondo quanto riferito da Reuters, il presidente cinese, Xi Jinping, ha intenzione di recarsi in visita a Mosca, per incontrare l’omologo russo, Vladimir Putin, la prossima settimana. Non solo. Il Wall Street Journal ha anticipato che, dopo il viaggio in Russia, il leader cinese punterebbe ad avere un colloquio in videoconferenza anche con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.Dopo il suo recente documento sulla crisi ucraina, il Dragone mira evidentemente a ritagliarsi l’immagine di mediatore nel conflitto in corso: un’immagine che Pechino vuole rivendersi soprattutto agli occhi dei Paesi in via di sviluppo in chiave antiamericana. Non sarà d’altronde un caso che la notizia del viaggio russo di Xi sia uscita appena pochi giorni dopo l’accordo diplomatico, mediato proprio dalla Cina, tra l’Arabia Saudita e l’Iran. Ora, si registrano fondati dubbi sulla neutralità di Pechino nel conflitto ucraino: non solo non ha mai condannato l’invasione russa dell’Ucraina, ma continua a spalleggiare il Cremlino in sede Onu, mentre Washington sospetta che potrebbe addirittura fornirgli presto degli armamenti. È inoltre chiaro che il Dragone sta cercando di massimizzare il proprio tornaconto geopolitico da quanto sta accadendo, per cercare di mettere in difficoltà l’Occidente e realizzare, nel medio termine, un ordine internazionale di cui essere il perno. Tuttavia è altrettanto chiaro che Xi sta sfruttando l’irresolutezza del presidente statunitense, Joe Biden, il quale, dall’inizio dell’invasione russa, non sembra avere una strategia definita (e quindi misurabile) in termini di obiettivi sia militari sia politici: un fatto preoccupante che, non a caso, i repubblicani stanno duramente rimproverando in patria all’attuale inquilino della Casa Bianca.Nel contempo, l’iniziativa diplomatica viene portata avanti anche dalla Santa Sede. Sabato, Papa Francesco aveva espresso il desiderio di recarsi sia a Mosca sia a Kiev: un’intenzione su cui ieri è stato interpellato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Dobbiamo aspettare una dichiarazione del Vaticano», ha affermato su un’eventuale visita del pontefice in Russia. «In questi tempi difficili, un dialogo tra leader religiosi può dare buoni frutti e contribuire ad unificare gli sforzi della gente di buona volontà per guarire le ferite della creazione di Dio», ha inoltre scritto il patriarca di Mosca Kirill al papa. «Saremo sempre disposti a collaborare con chi si impegna per porre fine ai conflitti», ha infine affermato il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin. Frattanto sono iniziati a Ginevra i colloqui tra russi e funzionari delle Nazioni Unite per un’eventuale estensione dell’accordo sul grano nel Mar Nero: accordo che, in scadenza il prossimo 18 marzo, Mosca avrebbe intenzione di prorogare soltanto per sessanta giorni. Dall’altra parte, il Cremlino non ha escluso la possibilità che Putin partecipi al summit G20 di settembre a Nuova Delhi. La strada diplomatica resta comunque ancora molto stretta. Basti pensare che Putin ha ricevuto il leader ceceno Ramzan Kadyrov, dicendogli: «Vedo come i tuoi uomini stanno combattendo nella zona dell’operazione militare speciale. A loro vanno le nostre parole migliori, grazie mille da parte nostra». «I combattenti della Repubblica cecena svolgono servizio con successo nella zona dell’Operazione militare speciale, eseguiamo tutti i suoi ordini e siamo decisi a continuare fino alla fine», ha dichiarato dal canto suo Kadyrov. Lo stesso Peskov ha affermato che «finora non ci sono i prerequisiti per la transizione del processo verso un corso pacifico». In questo clima, la Russia ha messo in dubbio le recenti rivelazioni del New York Times, secondo cui a sabotare i gasdotti Nord Stream lo scorso settembre sarebbe stato un gruppo filo-ucraino. «Non è un segreto che operazioni come questa richiedono unità operative speciali adeguatamente addestrate ed equipaggiate, e gli Usa e la Gran Bretagna sicuramente le hanno», ha affermato il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolay Patrushev. «Un tale atto non è vantaggioso per il regime di Zelensky, che implora Berlino di fornire più aiuti militari», ha aggiunto. Dall’altra parte, ieri l’Ue ha prorogato di sei mesi le sanzioni contro 1.473 persone e 205 entità russe «in risposta all’aggressione militare ingiustificata e non provocata della Russia contro l’Ucraina».Continua frattanto a infuriare la battaglia per Bakhmut. «In meno di una settimana, a partire dal 6 marzo, siamo riusciti a uccidere più di 1.100 soldati nemici nel solo settore di Bakhmut», ha dichiarato Zelensky, mentre le forze armate ucraine hanno fatto sapere che le truppe di Mosca «attaccano da più direzioni». «Più siamo vicini al centro della città, più violenti sono i combattimenti», ha affermato, dal canto suo, il capo del Wagner Group, Yevgeny Prigozhin. Sono invece due le persone rimaste ferite a seguito di bombardamenti russi nell’oblast di Kharkiv. Dall’altra parte, una cinquantina di soldati ucraini hanno terminato un addestramento di quattro settimane in Spagna, per imparare a usare i tank Leopard 2. Resta nel frattempo tesa la situazione in Moldavia. «Al momento non esiste un pericolo militare imminente contro la Moldavia, ma ci sono altri tipi di pericoli che incidono sulla sicurezza del Paese: la guerra ibrida», ha affermato il ministro della Difesa del Paese, Anatolie Nosatii. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lattivita-diplomatica-xi-e-vaticano-2659593535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leuropa-si-e-armata-prima-del-2022" data-post-id="2659593535" data-published-at="1678794173" data-use-pagination="False"> L’Europa si è armata prima del 2022 L’istituto di ricerca Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), ha pubblicato il rapporto annuale sul mercato delle armi, un documento che dimostra quanto le esigenze della Difesa dei vari Paesi, soprattutto di quelli europei, siano cambiate prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Secondo i ricercatori Pieter Wezeman, Justine Gadon e Siemon Wezeman, il mercato mondiale delle armi tra il 2018 e il 2022 è stato inferiore a quello del periodo 2013-2018, con una contrazione vicina al 5%. I maggiori esportatori dell’ultimo quinquennio sono stati gli Usa, la Russia, Francia, Cina e Germania, che insieme hanno fornito il 76% del totale. A impressionare sono i contratti firmati con Parigi, aumentati del 44% tra il 2013 e il 2022 a scapito delle vendite russe, calate del 35%. I maggiori clienti del periodo 2018-2022 sono stati India, Arabia Saudita, Qatar, Australia e Cina, che sommate hanno ricevuto il 36% delle armi del mondo. La principale regione destinataria di armi è stata quella compresa tra Asia e Oceania (41% dell’import mondiale), seguita dal Medio Oriente (31%), dall’Europa (16%), le Americhe (5,8%) e l’Africa (5%). «Anche se i trasferimenti di armi sono diminuiti a livello globale, quelli verso l’Europa sono aumentati dal 2018 a causa delle tensioni tra la Russia e gli altri stati europei», ha affermato Pieter Wezeman, «ma la competizione continua ovunque: le importazioni in Asia orientale sono aumentate e verso il Medioriente rimangono elevate». Il dato europeo svela quale risveglio sia avvenuto a proposito del reale stato di prontezza degli equipaggiamenti dal 2018, un aggiornamento che le guerre in Iraq e Afghanistan non avevano richiesto poiché non c’era l’esigenza di dotarsi di carri armati e di sistemi antiaerei. Non a caso la ricerca dell’Ispri segnala che le importazioni di armi da parte europea avvenute nel periodo 2018-2022 sono state il 47% in più rispetto al periodo 2013-2017. Un aumento più significativo se messo in relazione con le nazioni Nato, che insieme hanno aumentato gli acquisti del 65%. L’Ucraina oggi è giocoforza la terza nazione al mondo per importazioni e nel periodo di riferimento 2018-2022 era al 14° posto. La quota degli Usa nelle esportazioni globali di armi è passata dal 33% al 40%, mentre quella della Russia è scesa dal 22% al 16%. A ridurre il mercato delle esportazioni militari russe è stata soprattutto l’India, che ha tagliato del 37% quanto acquistava da Putin, il quale ha cercato di compensare esportando verso Cina (+39%) ed Egitto (+44%). Wezeman puntualizza: «È probabile che l’invasione dell’Ucraina limiterà ulteriormente le esportazioni russe perché Mosca deve dare la priorità alla fornitura delle proprie forze armate e perché la domanda estera rimarrà bassa a causa della crescente pressione da parte degli Usa e dei suoi alleati affinché non ne vengano comprate». L’India ha comprato il 30% delle esportazioni francesi del periodo 2018-22. Tra i primi sette esportatori di armi dopo Usa, Russia e Francia, cinque Paesi hanno ora registrato un calo: Cina (-23%), Germania (-35%), Regno Unito (-35%), Spagna (- 4,4%) e Israele (-15%), mentre due hanno registrato forti incrementi: l’Italia (+45%), e il governo era quello precedente, ma globalmente diamo un modesto 3,8% che ci mette al sesto posto, e la Corea del Sud (+74%). I primi tra importatori del periodo 2018-22 erano Arabia Saudita, Qatar ed Egitto. L’Arabia Saudita è stata il secondo più grande importatore nel periodo 2018-22 ricevendo il 9,6% di tutte le vendite, mentre il Qatar ha segnato +311% di importazioni tra il 2013 e il 2022, diventando terzo importatore mondiale.
«Jo Nesbø's Detective Hole» (Netflix)
Dopo il film con Michael Fassbender, il personaggio di Jo Nesbø arriva su Netflix con una serie che ne esplora fragilità e ossessioni. Basata su «La stella del diavolo», segue un’unica indagine tra i demoni personali del protagonista.
Harry Hole, al cinema, ha avuto il volto cupo di Michael Fassbender, i capelli ramati e un accenno di barba. Quando si è deciso di far delle sue gesta un film, si è scelto avesse le fattezze massicce dell'attore, così simile a quelle immaginate da Jo Nesbø. Poi, però, ci si è fermati. Harry Hole non ha avuto seguiti né adattamenti ulteriori. Eppure, Nesbø ha continuato a scrivere. E tanto ha prodotto da aver - finalmente - convinto una piattaforma a fare del suo detective il centro di una serie crime.
Jo Nesbø's Detective Hole, disponibile su Netflix da giovedì 26 marzo, prova a mettere insieme tutti i romanzi dello scrittore norvegese, costruendo su quel suo investigatore una narrazione capace di ricostruirne la complessità.Harry Hole, non più interpretato da Fassbender ma da Tobias Santelmann, è la copia carbone di quello che tanti detective prima di lui sono stati. Un genio preda di fantasmi e tormenti, l'intuitivo fuori scala inversamente proporzionale all'abilità di intessere relazioni umane soddisfacenti. Hole, pur noto ad Oslo come il più talentuoso fra gli investigatori, è vittima di una depressione cronica che, negli anni, lo ha indotto a sviluppare una forma altrettanto cronica di alcolismo. Beve fino a perdere conoscenza, Jim Beam, whiskey per lo più.
Eppure, il vizio non ha mai intaccato le sue capacità deduttive. Si è preso altro: il privato, le relazioni di Hole, monche e lacunose. Il detective, pur temuto e rispettato, ha amato una sola donna, senza riuscire a tenersela accanto. Rachel, un tempo amore, si è trasformata in tormento: tossica quanto e più del whiskey. Harry Hole non è mai riuscito a dirle addio. Rachel è sempre tornata, ondivaga e insicura. E con lei, puntuali, si sono fatti avanti i demoni. Gli stessi che l'investigatore sta goffamente cercando di combattere quando il candore di Oslo, sua città natale, si tinge di rosso. Una ragazza è stata trovata morta nel proprio appartamento, un dito le è stato reciso e, dietro una palpebra, il killer si è premurato di lasciarle un piccolo diamante a forma di stella. Una firma, un indizio, un peccato di vanità che, nella letteratura, ha dato il titolo ad uno dei romanzi di Nesbø.
Benché la serie Netflix ambisca ad essere un compendio di quanto prodotto dallo scrittore, Jo Nesbø's Detective Hole è basata per lo più su uno dei suoi tanti romanzi, il quinto, La stella del diavolo. Così ha voluto Nesbø, che per Netflix ha curato parte della sceneggiatura. Lo show, dunque, si trova a riavvolgere il filo per raccontare, intimamente, chi sia quest'uomo complesso. Poi, però, entra nel merito di un suo solo caso, un solo serial killer e una sola indagine, condotta - come da libro - insieme all'odiato e corretto collega Tom Waaler.
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Ford introduce le versioni BlueCruise Edition su Kuga e Puma, portando la guida assistita di livello 2 su modelli più diffusi. Il sistema è utilizzabile su oltre 135.000 chilometri di strade europee ed è incluso senza abbonamento.
Ford accelera sulla democratizzazione della guida assistita e introduce le nuove BlueCruise Edition su due dei modelli più apprezzati della gamma europea, Kuga e Puma. Le nuove versioni rappresentano un passo concreto verso una mobilità sempre più tecnologica e accessibile, portando su larga scala il sistema di assistenza alla guida di livello 2 che consente la modalità «mani libere, occhi puntati sulla strada».
Dopo il debutto europeo su Mustang Mach-E, primo sistema di questo tipo a ottenere l’approvazione normativa nel continente, BlueCruise amplia ora il proprio raggio d’azione. L’obiettivo è chiaro: offrire un’esperienza di guida più rilassata e sicura anche a un pubblico più ampio, andando oltre il segmento premium e integrandosi su modelli ad alta diffusione.
Le nuove Kuga e Puma BlueCruise Edition nascono infatti con una vocazione precisa: ridurre lo stress nei lunghi viaggi, soprattutto in autostrada. Grazie al Co-Pilot Pack di serie, il sistema consente la guida a mani libere su oltre 135.000 chilometri di arterie europee, le cosiddette «Blue Zones», distribuite in 16 Paesi. Un’estensione significativa che rende la tecnologia concretamente utilizzabile nella quotidianità.
Uno degli elementi più rilevanti dell’offerta è l’assenza di abbonamenti: BlueCruise è incluso senza costi aggiuntivi, insieme alla navigazione connessa basata su cloud, che fornisce aggiornamenti sul traffico in tempo reale e suggerisce percorsi ottimizzati. Una scelta strategica che punta a semplificare l’esperienza d’uso e a rafforzare il valore percepito del prodotto.
Non manca un’attenzione particolare al design. Le BlueCruise Edition si distinguono per dettagli esclusivi, a partire dalla livrea Vapor Blue abbinata al tetto a contrasto nero e agli specchietti coordinati. Completano il look i cerchi in lega dedicati, da 18 pollici su Puma e da 19 su Kuga. All’interno, l’ambiente si caratterizza per finiture Nordic Blue e inserti dei sedili lavorati, che conferiscono un tocco distintivo senza rinunciare alla sobrietà.
Ampia anche la gamma di motorizzazioni. Kuga è proposta in versione full hybrid e plug-in hybrid, mentre Puma affianca alle unità EcoBoost hybrid con cambio automatico anche la nuova declinazione completamente elettrica Gen-E. Una varietà che riflette la strategia multienergia del costruttore, orientata a soddisfare esigenze diverse in termini di utilizzo e sostenibilità.
Con le BlueCruise Edition, Ford compie dunque un passo deciso verso la diffusione capillare della guida assistita avanzata. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica, ma di un cambio di paradigma: la comodità e il supporto alla guida diventano elementi centrali dell’esperienza automobilistica, accessibili a un pubblico sempre più vasto.
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Ansa
La parabola di Plotino si rispecchia nel bacino Mediterraneo, è l’erede di quei mondi antichi, il maestro di quel passaggio e il crocevia del pensiero, dal Medio Oriente a Roma. Dopo di lui verrà Sant’Agostino, con la Patristica. Nel suo tempo cresce la Gnosi e si diffonde il Manicheismo. A lui si deve il platonismo a Roma, con una scuola frequentata anche dai politici e dalle donne. A lui si deve il grande sogno della città governata dai filosofi, Platonopoli, che sarebbe sorta a due passi da Napoli. A lui si deve il primo, grande pensiero che supera il dualismo, con la teoria dell’emanazione e la nostalgia del Ritorno: l’Uno emana il mondo, come i raggi del sole, e le anime avvertono il conato di tornare alle origini. In Plotino la vita come il pensiero sono percorsi dalla nostalgia dell’origine. Emanazione e Ritorno sono il respiro del mondo, L’Uno espira e dà fiato al mondo, il mondo inspira e torna all’Uno. A lui si deve la prima grande filosofia della bellezza che dal corpo scorre verso l’anima e dall’anima risale a Dio.
Il suo pensiero fecondò la dottrina cristiana e il pensiero arabo, soffiò nel platonismo medioevale e nell’alchimia, poi nell’Umanesimo e nel Rinascimento, l’idealismo e il romanticismo, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola fino a Schelling, e poi a raggiungere nel Novecento personalità eminenti di ambiti differenti come Jung e Florenskij, Yeats e Bergson, Hillmann e Hadot, Eliade e Sestov. Pure Leopardi s’innamorò di lui e a lui dedicò un dialogo, uno dei suoi pochi scritti in difesa della vita, quando Plotino riesce a dissuadere il suo allievo Porfirio, che sarà poi il suo biografo, dal desiderio di suicidarsi.
A lui si riferirono anche scrittori e poeti del secolo scorso: da Albert Camus, che scrisse la tesi di laurea su di lui a Ezra Pound che gli dedicò una poesia giovanile in A lume spento, fino a Borges che ne parlò agli esorti della sua Storia dell’eternità.
Sarebbe un esercizio curioso e intrigante rileggere alcune teorie di Plotino alla luce della tecno-scienza di oggi e della fisica quantica: il nesso tra microcosmo e macrocosmo, la connessione di ogni parte al tutto, la convinzione che ogni particella del cosmo, come una miniatura dell’universo, abbia in sé la totalità del mondo. Tutto ciò precorre su altri versanti le più recenti teorie della fisica, le particelle di Dio, le onde elettromagnetiche e gravitazionali, le vibrazioni cosmiche...
Per tutte queste ragioni, dopo tanti anni di passione per il pensiero di Plotino nel fatidico anno 2000, mi dedicai a lui, autore sommo nel mio pantheon personale. Lo scrissi in forma di autobiografia, in prima persona, riferendomi agli ultimi anni vissuti da Plotino nella campagna di Minturno, dove morì. Al testo letterario ho aggiunto un saggio su di lui e sul suo pensiero. Il testo è un bilancio della sua vita e del suo pensiero, attraverso i luoghi e i temi che li avevano scanditi. Gli impliciti modelli di scrittura erano Così parlò Zarathustra di Nietzsche e le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
Dietro l’apparenza di una fictio, i dettagli storici e teorici combaciavano con la realtà storica e col suo pensiero, con le fonti, i nomi e i luoghi. Dalla sua nascita e poi la sua infanzia sulle rive del basso Nilo - nei pressi dell’odierna Asyut - alla sua prima maturità ad Alessandria d’Egitto dove fu iniziato alla filosofia, poi il suo soggiorno ad Antiochia e la sua partecipazione in Siria alla guerra con i persiani, dove rischiò di essere ucciso, nel suo tentativo di spingersi verso Oriente fino a vagheggiare la meta dell’India per conoscere i sapienti. Quindi il suo viaggio verso Roma, dove fondò la sua scuola frequentata anche da senatori e patrizi, che tenne per vent’anni, le sue commemorazioni di Platone, Socrate e Aristotele, il suo sogno di fondare una città ideale a sud di Roma, Platonopoli e di convincere all’impresa l’imperatore Gallieno; il suo dialogo con l’allievo Porfirio per dissuaderlo dal proposito di togliersi la vita, quindi il suo ritiro nella campagna di Minturno, infine la sua morte intorno ai 68 anni.
È solo una congettura, invece, l’incontro con Mani e con Origene il cristiano, suoi contemporanei; autentico è invece il suo incontro fatale con Ammonio Sacca che lo iniziò alla sapienza. L’amore per Gemina è invece un’amorosa illazione su una amicizia effettiva del filosofo con una donna e con sua figlia che aveva lo stesso nome della madre, assidue della sua scuola e appartenenti al ceto nobiliare romano. Plotino aveva ritrosia a parlare e a scrivere di sé. Si vergognava di avere un corpo, fermò il suo allievo Amerio che voleva farlo ritrarre dal pittore Carterio; aveva perfino pudore di mangiare in presenza d’altri. Coltivava la vita incorporea del corpo.
Nella copertina dell’autobiografia appare il ritratto che ne fece Raffaello nella Scuola d’Atene. Immaginai che quella presunta autobiografia Plotino l’avesse poi gettata nel fiume del tempo, inabissandola nelle acque del fiume Lyris, come facevano coloro che attraversavano il fiume e per ingraziarsi l’impervio corso fluviale gettavano una moneta nelle sue acque. La moneta gettata da Plotino per ingraziarsi gli dei era la sua vita raccolta in uno scritto «sacrificale». Quel fiume Liri, oggi noto nella sua parte terminale come Garigliano, si ricongiungeva in una geografia poetica - avrebbe detto Vico - al fiume Nilo delle sue origini, ai fiumi Ilisso e Celari di Socrate, dei suoi allievi e dei suoi dialoghi platonici, poi ai fiumi della sua maturità, il Tigri e l’Eufrate, crinali d’Oriente e Occidente, e infine al Tevere alle cui sponde Plotino rimase per oltre un ventennio. Il libro finisce nei fondali del fiume e si perde ogni sua traccia; e dunque quel che i lettori hanno tra le mani in realtà non può esistere. Vissi la scrittura di quel libro nella primavera del 2000 in uno stato di grazia, felice di scrivere e di vivere in compagnia di Plotino. Spero che altrettanta gioia possa scaturire nella lettura di questo libro in compagnia di quel maestro di luce e di bellezza. Plotino ci indica la via del ritorno all’Uno, alla Casa, all’Origine e la bellezza divina dell’Essere. Come scrive Porfirio nella Vita di Plotino: «Io mi sforzo di ricondurre il divino che è in me al divino che è nell’universo».
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Päivi Räsänen (Ansa)
Poi le indagini a carico della politica cristiana si sono allargate a un opuscolo parrocchiale risalente al 2004, scritto sempre dalla Räsänen intitolato Maschio e femmina li creò - le relazioni omosessuali sfidano il concetto cristiano di umanità. Per quel documento è finito sotto indagine anche il vescovo luterano Juhana Pohjola, in quanto responsabile della sua pubblicazione e della sua diffusione. L’opuscolo è diventato materia processuale dopo l’avvio delle indagini preliminari nel 2019, dato che la Räsänen - indagata anche per delle affermazioni fatte lo stesso anno in un dibattito radiofonico - ha continuato a condividerlo sulle proprie pagine internet e sui social media tra il 2019 e il 2020, quando, appunto, era già sotto inchiesta.
Conseguentemente, la dottoressa e nonna di 12 nipoti è andata a processo prima all’inizio del 2022 poi nuovamente nel 2023. Nel 2022, il tribunale distrettuale di Helsinki aveva assolto da tutte le accuse sia l’ex ministro sia il vescovo Pohjola; nel 2023, la Corte d’Appello aveva poi confermato l’assoluzione. Tuttavia la faccenda si era nuovamente riaperta nel 2024 con la Corte Suprema che, dopo il ricorso della Procura di Stato - ricorso che aveva evitato di impugnare solo la citata accusa sul dibattito radiofonico -, aveva accettato di riesaminare il caso. Per la precisione, il riesame del caso, su due delle tre accuse originarie, da parte della Corte risale all’ottobre 2025. Si è così arrivati al giudizio di ieri, che come si diceva è risultato duplice: in parte assolutorio, in parte di condanna. L’assoluzione ha riguardato il citato tweet del 2019, con la Corte Suprema che ha assolto l’ex ministro all’unanimità.
Diverso, purtroppo, è stato l’esito relativamente all’opuscolo che, con una decisione di scarto minimo - tre voti a favore contro due di segno opposto -, ha visto la magistratura nordica dichiarare la Räsänen colpevole di «incitamento all’odio». L’ex ministro è stata condannata con Pohjola per aver, attraverso l’opuscolo, «messo a disposizione di tutti e mantenuto disponibili opinioni che insultano gli omosessuali come gruppo sulla base del loro orientamento sessuale». Va tuttavia detto che la Corte, pur infliggendo una sanzione di 1.800 euro alla donna e al vescovo e di 5.000 alla Fondazione di Lutero che aveva pubblicato l’opuscolo sul suo sito - e pur ordinando la rimozione e distruzione delle dichiarazioni incriminate nel documento - ha riconosciuto che il testo non conteneva incitamenti alla violenza o minacce dirette, concludendo che la condotta non era «particolarmente grave» in termini di natura del reato.
Questo però non dà alcun sollievo alla parlamentare. «Sono scioccata e profondamente delusa dal fatto che la corte non abbia riconosciuto il mio diritto umano fondamentale alla libertà di espressione», ha dichiarato, aggiungendo: «Rimango fedele agli insegnamenti della mia fede cristiana e continuerò a difendere il mio diritto e quello di ogni persona di condividere le proprie convinzioni nella sfera pubblica». Proprio per continuare ad affermare le sue ragioni, Räsänen ha fatto sapere di voler dare ancora battaglia rispetto alla condanna inflittale: «Mi sto consultando con un legale per valutare un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo». «Non si tratta», ha concluso, «solo della mia libertà di espressione, ma di quella di ogni persona in Finlandia. Una sentenza favorevole contribuirebbe a impedire che altre persone innocenti subiscano la stessa sorte per il semplice fatto di aver espresso le proprie opinioni».
Parole non diverse son giunte dal team legale che assiste l’ex parlamentare, coordinato da Adf International. «La libertà di parola è un pilastro della democrazia. È giusto che la Corte abbia assolto Päivi Räsänen per il suo tweet del 2019 contenente un versetto biblico», ha dichiarato Paul Coleman, direttore esecutivo di Adf, secondo cui, «tuttavia, la condanna per un semplice opuscolo religioso pubblicato decenni fa è un esempio oltraggioso di censura di Stato». Indignato dalla condanna è pure Markku Ruotsila, docente di storia della Chiesa, che ha parlato di «giornata vergognosa. Per molti versi, i peggiori timori si sono avverati. In questo Paese, ora esistono parole chiaramente proibite e reati di pensiero». Siamo nel 2026 ma sembra il 1984. Quello di Orwell ovviamente.
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