True
2024-06-02
L’America che conta scommette su Trump
Ansa
È vero: Donald Trump è ormai il primo ex presidente della storia americana ad aver subito una condanna penale. E la faccenda si complica ulteriormente, visto che il diretto interessato è anche un candidato presidenziale. La domanda allora da porsi è: siamo sicuri che il verdetto della giuria di Manhattan intralcerà la corsa elettorale del tycoon? Ci sono vari motivi per dubitarne.
In primis, sembrerebbe proprio che la condanna abbia rafforzato Trump sul piano della raccolta fondi. Il team elettorale dell’ex presidente ha infatti reso noto di aver rastrellato oltre 50 milioni di dollari nelle ore successive al verdetto di giovedì. «La campagna di Trump ha raccolto 52,8 milioni di dollari attraverso la piattaforma di raccolta fondi digitale online. Sono più di due milioni di dollari all’ora», si legge in una nota del team dell’ex presidente, secondo cui un terzo delle persone che hanno donato nelle scorse ore lo avrebbe fatto per la prima volta. Se ciò fosse confermato, Trump starebbe, insomma, accorciando significativamente le distanze rispetto a Joe Biden in termini di fundraising.
Ma c’è un aspetto ancora più interessante da sottolineare. Il verdetto di giovedì non ha portato soltanto a un compattamento del Gop attorno a Trump (addirittura un acerrimo nemico interno dell’ex presidente, come il senatore Mitt Romney, ha accusato la Procura distrettuale di Manhattan di «abuso politico»). A schierarsi con il candidato repubblicano sono stati anche pezzi importanti dell’establishment. Partiamo da Elon Musk. «Oggi è stato arrecato un grave danno alla fiducia del popolo nel sistema legale americano. Se un ex presidente può essere condannato penalmente per una questione così banale, motivata dalla politica più che dalla giustizia, allora chiunque corre il rischio di un destino simile», aveva twittato il ceo di Tesla poco dopo il verdetto. Non solo. L’altro ieri, Musk ha annunciato che ospiterà Trump in un evento live sulla piattaforma X (anche se non è ancora stata resa nota una data precisa).
Senza infine dimenticare che, appena pochi giorni fa, il Wall Street Journal aveva rivelato che Musk e lo stesso Trump sarebbero in trattative per far entrare il ceo di Tesla come consigliere all’interno di un’eventuale nuova amministrazione repubblicana. Vale a tal proposito la pena di ricordare che, un tempo elettore dem, Musk, a partire dal 2022, si è progressivamente avvicinato al Partito repubblicano. Quello stesso Musk, la cui SpaceX vanta da tempo numerosi (e ricchi) contratti di appalto con il Pentagono. Sarà un caso, ma, a partire soprattutto dalla disastrosa evacuazione dall’Afghanistan del 2021, proprio vari settori della burocrazia del Pentagono sono ai ferri corti con Biden. E non stanno rinunciando a remargli contro (basti pensare allo scandalo dei Pentagon leaks scoppiato l’anno scorso).
Ma non è tutto. Anche pezzi importanti di Wall Street si starebbero continuando ad avvicinare a Trump. L’altro ieri, Bloomberg News ha riferito che vari alti finanzieri, riunitisi all’hotel Pierre di New York alcuni giorni prima del verdetto, hanno deciso di sostenere il tycoon indipendentemente dai suoi guai giudiziari. A difendere Trump dopo la condanna è stato anche il miliardario Bill Ackman che, un tempo finanziatore dem, era successivamente passato a foraggiare le campagne presidenziali di Robert Kennedy jr e di Nikki Haley, salvo poi avvicinarsi al campo del candidato repubblicano. Altro aspetto interessante: all’evento di fundraising a New York, che l’ex presidente ha tenuto subito dopo il verdetto, ha partecipato anche il ceo di Blackstone, Steve Schwarzman: un tempo alleato di Trump, aveva poi rotto con lui, per poi riappacificarcisi a fine maggio. Insomma, stavolta l’ex presidente sembra avere le spalle molto più coperte rispetto al 2016 e al 2020.
Il team di Biden, dal canto suo, non è certo inconsapevole di questi sommovimenti. E non può non esserne preoccupato. D’altronde, che il campo dem sia attraversato da un certo nervosismo è testimoniato anche dagli atteggiamenti ondivaghi assunti dallo staff elettorale del presidente sulla condanna di Trump. Pochi giorni fa, il team di Biden aveva coinvolto Robert De Niro per fare una tirata antitrumpista fuori dal tribunale. Tutto questo mentre, dopo il verdetto, lo stesso Biden prima ha detto che il candidato repubblicano va battuto nelle urne, poi se ne è uscito dicendo che nessuno è al di sopra della legge. Insomma, la campagna di Biden è indecisa se cavalcare o meno i guai giudiziari del tycoon: d’altronde, se a prima vista sembrerebbe un’occasione ghiotta, va anche ricordato che Trump ha cominciato a volare nei sondaggi (e nei consensi) dopo le incriminazioni subite l’anno scorso.
A rendere ancora più nebulosa la situazione ci si è messo ieri il deputato dem, Dean Phillips, che, fino a inizio marzo, aveva tentato di contendere a Biden la nomination presidenziale dell’Asinello. Ebbene, venerdì proprio Phillips ha chiesto alla governatrice dem dello Stato di New York, Kathy Hochul, di graziare Trump per evitare di farne un «martire». Se dall’entourage della governatrice hanno fatto sapere che una simile mossa è «improbabile», l’ex direttore della comunicazione di Kamala Harris, Jamal Simmons, si è detto convinto che la condanna danneggerà elettoralmente il tycoon. Questa girandola di posizioni contrastanti certifica agitazione (e confusione) nella galassia dem: l’Asinello non riesce a tenere una linea chiara e teme che cavalcare le tegole giudiziarie di Trump possa alla fine ritorcerglisi contro. Uno scenario, questo, che, al momento, sembra tutt’altro che improbabile.
Sudafrica, flop del partito di Mandela. Dopo 30 anni non governerà da solo
È un autentico scossone politico quello verificatosi in Sudafrica a seguito delle elezioni generali, tenutesi mercoledì. Il partito fondato da Nelson Mandela, il Congresso nazionale africano, non è infatti riuscito a raggiungere la maggioranza assoluta in seno all’Assemblea nazionale: si tratta della prima volta in 30 anni.Con lo spoglio ormai al 99%, il Congresso nazionale africano - schieramento di centrosinistra - si è fermato al 40,3% dei consensi (un calo significativo rispetto al 57,5% ottenuto alle elezioni del 2019). Il principale partito di opposizione, Alleanza democratica, che è collocato su posizioni centriste, ha conseguito invece il 21,6%, andando lievemente meglio rispetto alla precedente tornata elettorale, quando si era fermato al 20,7%.Più indietro si sono infine piazzati due schieramenti nati a seguito di scissioni dal Congresso nazionale africano: da una parte abbiamo Mk che, improntato al socialismo e guidato dall’ex presidente sudafricano Jacob Zuma, ha ottenuto il 14,7%; dall’altra c’è invece la formazione marxista Economic Freedom Fighters, che ha sfiorato il 10% dei voti. Era dal 1994, vale a dire dalla fine dell’apartheid, che il partito di Mandela deteneva la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale: alle elezioni di quell’anno raggiunse il 63% dei consensi (il suo miglior risultato fu tuttavia nel 2004, quando sfiorò il 70%). «Gli elettori stufi hanno inferto al partito di Nelson Mandela un colpo sismico alle urne dopo anni di scandali di corruzione e cattiva gestione economica», ha riferito la Cnn. Questo vuol dire che l’attuale presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, che è a capo del Congresso nazionale africano, dovrà cercare di accordarsi con altri partiti per formare una maggioranza parlamentare: ricordiamo d’altronde che, in Sudafrica, il capo dello Stato è eletto proprio dall’Assemblea nazionale. Sempre secondo la Cnn, gli schieramenti hanno adesso due settimane di tempo per cercare di trovare un’intesa, altrimenti sarà necessario tornare alle urne.Visti i pessimi rapporti tra Ramaphosa e Zuma, è abbastanza improbabile che possa emergere un’alleanza tra i loro partiti. Alcuni analisti ritengono invece maggiormente verosimile un’intesa tra il Congresso nazionale africano e Alleanza democratica, sebbene non tutti concordino sulla reale probabilità di un tale scenario. E attenzione: potrebbero verificarsi novità anche sul piano della politica estera. Il Congresso nazionale africano ha avuto una linea piuttosto amichevole nei confronti di Russia e Cina: era il 2010 quando il Sudafrica entrò a far parte di Brics, mentre Pretoria si è ben guardata dal mollare Mosca dopo l’avvio dell’invasione dell’Ucraina. Alleanza democratica, di contro, sposa una visione maggiormente pro-occidentale, sostenendo inoltre Israele e Kiev. Insomma, dalla formazione della nuova maggioranza parlamentare si capirà, forse, quale strada adotterà il Sudafrica per il futuro sul fronte internazionale. Ecco perché, molto probabilmente, le trattative politiche nel Paese saranno attentamente monitorate da Washington, Mosca e Pechino.
Continua a leggereRiduci
In meno di due giorni dalla condanna, il tycoon ha raccolto quasi 53 milioni dai suoi sostenitori. Attorno al repubblicano fanno quadrato pure i pezzi grossi di Wall Street, incluso il ceo di Blackstone, e Musk, pronto a diventare suo consigliere alla Casa Bianca. Il Cna crolla al 40% (57% nel 2019). Stabile la sigla di centro. Al via il valzer delle alleanze. Lo speciale contiene due articoli.È vero: Donald Trump è ormai il primo ex presidente della storia americana ad aver subito una condanna penale. E la faccenda si complica ulteriormente, visto che il diretto interessato è anche un candidato presidenziale. La domanda allora da porsi è: siamo sicuri che il verdetto della giuria di Manhattan intralcerà la corsa elettorale del tycoon? Ci sono vari motivi per dubitarne.In primis, sembrerebbe proprio che la condanna abbia rafforzato Trump sul piano della raccolta fondi. Il team elettorale dell’ex presidente ha infatti reso noto di aver rastrellato oltre 50 milioni di dollari nelle ore successive al verdetto di giovedì. «La campagna di Trump ha raccolto 52,8 milioni di dollari attraverso la piattaforma di raccolta fondi digitale online. Sono più di due milioni di dollari all’ora», si legge in una nota del team dell’ex presidente, secondo cui un terzo delle persone che hanno donato nelle scorse ore lo avrebbe fatto per la prima volta. Se ciò fosse confermato, Trump starebbe, insomma, accorciando significativamente le distanze rispetto a Joe Biden in termini di fundraising.Ma c’è un aspetto ancora più interessante da sottolineare. Il verdetto di giovedì non ha portato soltanto a un compattamento del Gop attorno a Trump (addirittura un acerrimo nemico interno dell’ex presidente, come il senatore Mitt Romney, ha accusato la Procura distrettuale di Manhattan di «abuso politico»). A schierarsi con il candidato repubblicano sono stati anche pezzi importanti dell’establishment. Partiamo da Elon Musk. «Oggi è stato arrecato un grave danno alla fiducia del popolo nel sistema legale americano. Se un ex presidente può essere condannato penalmente per una questione così banale, motivata dalla politica più che dalla giustizia, allora chiunque corre il rischio di un destino simile», aveva twittato il ceo di Tesla poco dopo il verdetto. Non solo. L’altro ieri, Musk ha annunciato che ospiterà Trump in un evento live sulla piattaforma X (anche se non è ancora stata resa nota una data precisa).Senza infine dimenticare che, appena pochi giorni fa, il Wall Street Journal aveva rivelato che Musk e lo stesso Trump sarebbero in trattative per far entrare il ceo di Tesla come consigliere all’interno di un’eventuale nuova amministrazione repubblicana. Vale a tal proposito la pena di ricordare che, un tempo elettore dem, Musk, a partire dal 2022, si è progressivamente avvicinato al Partito repubblicano. Quello stesso Musk, la cui SpaceX vanta da tempo numerosi (e ricchi) contratti di appalto con il Pentagono. Sarà un caso, ma, a partire soprattutto dalla disastrosa evacuazione dall’Afghanistan del 2021, proprio vari settori della burocrazia del Pentagono sono ai ferri corti con Biden. E non stanno rinunciando a remargli contro (basti pensare allo scandalo dei Pentagon leaks scoppiato l’anno scorso).Ma non è tutto. Anche pezzi importanti di Wall Street si starebbero continuando ad avvicinare a Trump. L’altro ieri, Bloomberg News ha riferito che vari alti finanzieri, riunitisi all’hotel Pierre di New York alcuni giorni prima del verdetto, hanno deciso di sostenere il tycoon indipendentemente dai suoi guai giudiziari. A difendere Trump dopo la condanna è stato anche il miliardario Bill Ackman che, un tempo finanziatore dem, era successivamente passato a foraggiare le campagne presidenziali di Robert Kennedy jr e di Nikki Haley, salvo poi avvicinarsi al campo del candidato repubblicano. Altro aspetto interessante: all’evento di fundraising a New York, che l’ex presidente ha tenuto subito dopo il verdetto, ha partecipato anche il ceo di Blackstone, Steve Schwarzman: un tempo alleato di Trump, aveva poi rotto con lui, per poi riappacificarcisi a fine maggio. Insomma, stavolta l’ex presidente sembra avere le spalle molto più coperte rispetto al 2016 e al 2020.Il team di Biden, dal canto suo, non è certo inconsapevole di questi sommovimenti. E non può non esserne preoccupato. D’altronde, che il campo dem sia attraversato da un certo nervosismo è testimoniato anche dagli atteggiamenti ondivaghi assunti dallo staff elettorale del presidente sulla condanna di Trump. Pochi giorni fa, il team di Biden aveva coinvolto Robert De Niro per fare una tirata antitrumpista fuori dal tribunale. Tutto questo mentre, dopo il verdetto, lo stesso Biden prima ha detto che il candidato repubblicano va battuto nelle urne, poi se ne è uscito dicendo che nessuno è al di sopra della legge. Insomma, la campagna di Biden è indecisa se cavalcare o meno i guai giudiziari del tycoon: d’altronde, se a prima vista sembrerebbe un’occasione ghiotta, va anche ricordato che Trump ha cominciato a volare nei sondaggi (e nei consensi) dopo le incriminazioni subite l’anno scorso. A rendere ancora più nebulosa la situazione ci si è messo ieri il deputato dem, Dean Phillips, che, fino a inizio marzo, aveva tentato di contendere a Biden la nomination presidenziale dell’Asinello. Ebbene, venerdì proprio Phillips ha chiesto alla governatrice dem dello Stato di New York, Kathy Hochul, di graziare Trump per evitare di farne un «martire». Se dall’entourage della governatrice hanno fatto sapere che una simile mossa è «improbabile», l’ex direttore della comunicazione di Kamala Harris, Jamal Simmons, si è detto convinto che la condanna danneggerà elettoralmente il tycoon. Questa girandola di posizioni contrastanti certifica agitazione (e confusione) nella galassia dem: l’Asinello non riesce a tenere una linea chiara e teme che cavalcare le tegole giudiziarie di Trump possa alla fine ritorcerglisi contro. Uno scenario, questo, che, al momento, sembra tutt’altro che improbabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lamerica-che-conta-scommette-trump-2668436746.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sudafrica-flop-del-partito-di-mandela-dopo-30-anni-non-governera-da-solo" data-post-id="2668436746" data-published-at="1717271428" data-use-pagination="False"> Sudafrica, flop del partito di Mandela. Dopo 30 anni non governerà da solo È un autentico scossone politico quello verificatosi in Sudafrica a seguito delle elezioni generali, tenutesi mercoledì. Il partito fondato da Nelson Mandela, il Congresso nazionale africano, non è infatti riuscito a raggiungere la maggioranza assoluta in seno all’Assemblea nazionale: si tratta della prima volta in 30 anni.Con lo spoglio ormai al 99%, il Congresso nazionale africano - schieramento di centrosinistra - si è fermato al 40,3% dei consensi (un calo significativo rispetto al 57,5% ottenuto alle elezioni del 2019). Il principale partito di opposizione, Alleanza democratica, che è collocato su posizioni centriste, ha conseguito invece il 21,6%, andando lievemente meglio rispetto alla precedente tornata elettorale, quando si era fermato al 20,7%.Più indietro si sono infine piazzati due schieramenti nati a seguito di scissioni dal Congresso nazionale africano: da una parte abbiamo Mk che, improntato al socialismo e guidato dall’ex presidente sudafricano Jacob Zuma, ha ottenuto il 14,7%; dall’altra c’è invece la formazione marxista Economic Freedom Fighters, che ha sfiorato il 10% dei voti. Era dal 1994, vale a dire dalla fine dell’apartheid, che il partito di Mandela deteneva la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale: alle elezioni di quell’anno raggiunse il 63% dei consensi (il suo miglior risultato fu tuttavia nel 2004, quando sfiorò il 70%). «Gli elettori stufi hanno inferto al partito di Nelson Mandela un colpo sismico alle urne dopo anni di scandali di corruzione e cattiva gestione economica», ha riferito la Cnn. Questo vuol dire che l’attuale presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, che è a capo del Congresso nazionale africano, dovrà cercare di accordarsi con altri partiti per formare una maggioranza parlamentare: ricordiamo d’altronde che, in Sudafrica, il capo dello Stato è eletto proprio dall’Assemblea nazionale. Sempre secondo la Cnn, gli schieramenti hanno adesso due settimane di tempo per cercare di trovare un’intesa, altrimenti sarà necessario tornare alle urne.Visti i pessimi rapporti tra Ramaphosa e Zuma, è abbastanza improbabile che possa emergere un’alleanza tra i loro partiti. Alcuni analisti ritengono invece maggiormente verosimile un’intesa tra il Congresso nazionale africano e Alleanza democratica, sebbene non tutti concordino sulla reale probabilità di un tale scenario. E attenzione: potrebbero verificarsi novità anche sul piano della politica estera. Il Congresso nazionale africano ha avuto una linea piuttosto amichevole nei confronti di Russia e Cina: era il 2010 quando il Sudafrica entrò a far parte di Brics, mentre Pretoria si è ben guardata dal mollare Mosca dopo l’avvio dell’invasione dell’Ucraina. Alleanza democratica, di contro, sposa una visione maggiormente pro-occidentale, sostenendo inoltre Israele e Kiev. Insomma, dalla formazione della nuova maggioranza parlamentare si capirà, forse, quale strada adotterà il Sudafrica per il futuro sul fronte internazionale. Ecco perché, molto probabilmente, le trattative politiche nel Paese saranno attentamente monitorate da Washington, Mosca e Pechino.
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
Continua a leggereRiduci
Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
Continua a leggereRiduci
Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
Continua a leggereRiduci