True
2024-09-09
La ricerca spirituale che aiuta la scienza a non perdere l’anima
iStock
libro di culto se ve n’è uno, è anche questo: un atto di amore per la scienza, un tentativo di arricchirla e di abbattere gli stereotipi che ne limitano l’espansione. Al contempo, questo misterioso arazzo narrativo permette di spalancare la mente al cospetto di uno sfavillante universo letterario, dove Gurdjieff e Arthur Machen si intrecciano alla magia della Golden Dawn, al nazismo esoterico e all’orrore cosmico di H.P. Lovecraft. Uscito in prima edizione francese nel 1960, è firmato non a caso da un uomo di scienza, Jacques Bergier, e da uno scrittore seguace di Gurdjieff, Louis Pauwels. Dalle librerie italiane mancava da troppo tempo, tanto che le quotazioni delle varie edizioni nel circuito del modernariato avevano raggiunto cifre anche abbastanza impegnative. Ma ecco che Mondadori si è decisa a ristamparlo, regalandolo - si spera - a una nuova generazione di lettori.
L’impatto dell’opera sulla cultura francese ed europea tutta è ben ricostruito dallo stesso Bergier nella sua affascinante autobiografia, Io non sono leggenda (pubblicata in Italia da Bietti e curata da Andrea Scarabelli, che ha curato anche il libro gemello di Bergier: Elogio del fantastico, per i tipi del Palindromo).
«Il mattino dei maghi ha posto l’accento su un buon numero di elementi che ancora oggi meritano di essere ricordati», scriveva Bergier. «Tra i molti, a mio giudizio, il fatto che la scienza non è una sequela di libri da gettare dopo aver dato un esame universitario, ma una potente forza d’importanza capitale, capace di svelare misteri, aprire le porte, cambiare il mondo. Tale idea era già stata espressa in Unione Sovietica e in America dalla fantascienza, che per ragioni oscure ha cominciato a essere diffusa in Francia dopo la pubblicazione del libro. La mia spiegazione vale quel che vale, ed è la seguente: quando ero adolescente, gli unici fumetti che circolavano erano di una stupidità disarmante. Le cose sono cambiate negli anni de Il mattino dei maghi: Tintin e Spirou hanno preparato il terreno ad Asterix, a Philipp Druillet e a tutta la scuola moderna francese. Così, oggi le nuove generazioni sono portate naturalmente verso la fantascienza. Un giorno qualche sociologo studierà l’influenza di fumetti come Spirou…».
La grande lezione è tutta qui: può sembrare assurdo o persino stupido, ma la letteratura, i fumetti persino, possono condurci ben oltre gli steccati di quella che riteniamo essere la verità scientifica. Lasciamo ancora la parola a Bergier: «L’enorme successo de Il mattino dei maghi è dovuto in gran parte allo stile di Pauwels. Per quanto mi riguarda, non nutro l’ambizione di essere uno scrittore, ma so di avere un gran talento nel raccontare storie. Quando discutevo con Pauwels, gli parlavo come se mi trovassi davanti al fuoco del campo coi miei compagni di lotta, o nei campi di concentramento cogli altri deportati. “E la verità?” potrebbe domandarmi a questo punto il lettore. “Quanto è importante?”. Di recente, agli inizi del 1976, ho esaminato l’ultima edizione de Il mattino dei maghi. Gli errori tipografici e i refusi della prima edizione (ad esempio, “manoscritti del Mar Nero” invece di “manoscritti del Mar Morto”) sono stati corretti. Il novantadue per cento dei fatti indicati all’interno del libro è esatto; purtroppo non siamo riusciti a verificare la restante parte, essendo coperta dal segreto militare (è il caso delle esperienze di telepatia a bordo del sottomarino Nautilus): ebbene, la veridicità del nostro libro è superiore a quella di qualsiasi altra opera scientifica contemporanea. Citerò solo due esempi. Nel 1961, tutti i libri di astronomia scrivevano che la vegetazione marziana è molto rigogliosa in primavera. Grazie alle immagini di Marte trasmesse dal Viking, ora sappiamo che sul pianeta non esiste vegetazione. Sempre nel 1961, tutti i libri di fisica nucleare affermavano come la prima pila a uranio fosse stata attivata a Chicago il 2 dicembre 1942. Ora sappiamo che si tratta di un fenomeno naturale e duemila anni fa ce ne furono diverse nel Gabon. L’esattezza dei migliori libri scientifici non supera in media il cinquanta per cento, vale dire che un fatto su due è falso. Nemmeno i dubbi degli scienziati cambiano nulla. Quando sono al potere, come gli antropologi nella Germania hitleriana o Lyssenko nella Russia di Stalin, spediscono chi contraddice le loro teorie nei forni crematori o nei campi, inverando le parole di Max Planck: “La verità non trionfa mai, ma i suoi avversari tendono sempre a morire”».
In queste parole c’è, per intero, la clamorosa attualità del Mattino dei maghi. Lo stimolo che fornisce a tutti noi e agli scienziati soprattutto affinché non tramutino le loro certezze in dogmi, affinché riconoscano la rilevanza dello spirito, ben più ampia e potente di quello che vogliamo credere. Uno stimolo che in molti, dagli anni Sessanta a oggi, hanno sicuramente raccolto e approfondito. Rilette oggi, tuttavia, le frasi di Bergier sulla intolleranza dei suoi colleghi scienziati toccano corde inquietanti.
«Partendo da questi dati», continuava il francese, «mi guardo bene dal generalizzare, dicendo come Anthony Staden (secondo cui “la scienza è una vacca sacra”) o Charles Fort, che tutta la scienza è falsa. Dico solo che, nel novantadue per cento dei casi, non bisogna vergognarsi di aver letto Il mattino dei maghi. Ciò non significa nemmeno che si debba farne una specie di Bibbia; Einstein ha detto (e concordo con lui): “Non credo all’educazione. Sii tu stesso il tuo unico insegnante, un insegnante spietato”. [...] Non amo affatto il termine divulgazione e credo sia impossibile divulgare senza volgarizzare, come recita il motto di una nota casa editrice. Ma si può certamente spiegare, anche se ciò implica un tradimento: infatti, il solo linguaggio della verità è di tipo matematico, e la matematica non può essere espressa a parole. Mi sono dovuto sforzare parecchio per inserire ne Il mattino dei maghi una sola formula matematica. Anche Jacques Monod ce l’ha fatta, nella sua celebre opera Il caso e la necessità, antitesi (o antidoto?) de Il mattino dei maghi. Tuttavia, se è giusto difendere ciò che si crede vero, bisogna essere anche capaci di evitare l’errore. Ebbene, l’unica formula inserita da Monod nel suo libro è sbagliata... Pur contenendo una sola formula aritmetica, Il mattino dei maghi è pieno di matematica. Uno dei suoi tre protagonisti più straordinari, Ramanujan, ne è un grande specialista. Sono convinto che gli aspetti più favolosi del mondo possano essere formulati solo a partire da tale scienza, ma che sia altrettanto necessario parlarne con uomini come Pauwels, a digiuno di matematica ma dotati di una certa dote poetica».
Va riletto, oggi, Il mattino dei maghi, e con grande attenzione anche. Se ne possono godere gli aspetti (numerosi) di suggestivo intrattenimento. Se ne possono cogliere i suggerimenti spirituali. Si può venire rapiti dalle robuste dosi di fantastico che questo capolavoro ci somministra. Ma, ora più che mai, occorre cogliere ciò che quest’opera ancora misteriosa - «vera» o meno che sia, non importa - ci dona: il sospetto, o il sentore, che ci sia qualcosa d’altro, qualcosa che va oltre i rigidi confini del neopositivismo oggi di moda. Questo libro ci regala il dubbio: dolce seme letterario che feconda la scienza.
«L’antica sapienza aveva anticipato le conquiste della fisica moderna»
Sebastiano Fusco è uno dei massimi esperti di cultura esoterica in Italia. Saggista, curatore di preziosi volumi per le Edizioni Mediterranee, è anche uno dei massimi esperti di letteratura fantastica, e può vantarsi di avere conosciuto Jacques Bergier.
Che tipo di libro è Il mattino dei maghi e perché è stato così importante?
«Quando uscì in Francia, nel 1960, qualcuno scrisse che leggerlo “è come cavalcare una cometa”. In effetti, è un libro che ti trasporta verso l’infinito perché insegna come oltre l’universo visibile ve ne sia un altro che non percepiamo ma che per noi è altrettanto importante: l’universo della nostra interiorità, fonte di sogni e incubi, fascino e terrore. Sosteneva la scandalosa tesi che la realtà invisibile non è meno sostanziale di quella che ci sforziamo (inadeguatamente) di conoscere e misurare con i nostri strumenti. E indicava anche alcune soglie a cui affacciarsi per averne una parziale visione, in particolare le Porte del Sonno, dalle quali transitano i nostri sogni. Porte che, come dice Omero, sono due: una di umile corno, l’altra di prezioso avorio. Avvertendo che i sogni veri sono quelli che escono dal modesto corno, mentre i sogni falsi s’ammantano dello splendido avorio. Le nostre ideologie oggi ci propalano sogni d’avorio, che sono ingannevoli e tossici, e diffondono visioni utopistiche di un futuro irrealizzabile, mentre i sogni della gente comune sono più veri perché nati dalla realtà così com’è, e non come se la immaginano i falsi maestri».
Lei ha conosciuto Bergier. Mi risulta avesse una formazione scientifica. Come è arrivato a interessarsi di tematiche esoteriche?
«Jacques Bergier è stato un chimico-fisico autore di ricerche importanti sulla struttura della materia a livello molecolare, ed ebbe anche un ruolo non secondario nel piano energetico che portò la Francia ad essere una delle prime nazioni del mondo a dotarsi di una vasta rete di centrali nucleari. (Noi, che in Italia al nucleare abbiamo dissennatamente rinunciato, dobbiamo comprare dai francesi l’energia elettrica che non riusciamo a produrre). Conobbi Bergier pochi anni prima della sua scomparsa, e gli posi la stessa domanda. Mi rispose che proprio la sua cultura scientifica lo aveva convinto che l’universo è molto più vasto e complicato di quanto si possa percepire affidandoci soltanto ai sensi e agli strumenti, e quindi per interpretarlo dobbiamo rivolgerci ad altri sistemi di conoscenza. La risposta mi colpì profondamente perché era la stessa che mi ero data io. Circa dieci anni prima di conoscere Bergier avevo studiato ingegneria elettronica e in particolare automazione del calcolo, e proprio le riflessioni sulla logica matematica mi avevano portato alla medesima conclusione. Ci sono molti sistemi, in gran parte ingannevoli, per “aprire” la nostra mente. L’esoterismo è uno di essi, collaudato da millenni di pratica».
E Pauwels, invece?
«Mentre Bergier l’ho conosciuto personalmente, con Pauwels ho avuto soltanto un breve scambio epistolare, quando mi diedero da revisionare la traduzione italiana del suo libro Monsieur Gurdjieff, pubblicata dalle Edizioni Mediterranee, e gli chiesi alcuni chiarimenti. Non mi è parso avesse un particolare interesse verso l’esoterismo come strumento di conoscenza, ma ne era affascinato principalmente come fenomeno culturale e di costume. Lo si vede per l’appunto dalla sua biografia di Gurdjieff, che è molto più interessata al personaggio in quanto tale che alla sua dottrina. Mentre invece Gudjieff, al di là del pittoresco, fu un vero e proprio aggregatore di conoscenze, soprattutto operative, che erano state largamente dimenticate o che non erano ancora in alcun modo penetrate nella cultura europea, e che tuttora non sono state esplorate a fondo. Il suo contributo al Mattino dei maghi mi pare sia soprattutto stilistico e a livello di aneddoti resi fascinosi dalla sua agile penna, mentre la sostanza dottrinale la si deve a Bergier».
Prima di proseguire vogliamo dare una definizione di esoterismo?
«Posso dare la definizione che mi è stata trasmessa dai primi che me l’hanno insegnato, quando ero ancora poco più che adolescente, ovvero da Julius Evola e i superstiti, all’epoca, del “Gruppo di Ur”, in particolare Massimo Scaligero, Aniceto del Massa ed Emilio Servadio. Fondamentalmente, l’esoterismo è un modo per giungere alla conoscenza dell’Io, ovvero, se vogliamo, dell’individuo assoluto. Questo non è limitativo perché, tradizionalmente, nell’uomo si stempera e sintetizza il Tutto, la Cosa Unica della Tavola di Smeraldo, in cui si ricompone la triade Dio-Universo-Uomo (la Grande Triade di René Guénon). I kabbalisti usavano l’immagine dell’Adam Qadmon, l’Adamo celeste, per rappresentare tale concetto. In questo senso, è come se ogni singolo individuo possa essere considerato una cellula di quell’immenso (infinito) organismo che è l’Adam Qadmon. E come in ogni cellula del corpo umano è racchiuso il Dna, la molecola che consente di replicare l’individuo completo, così in ogni singolo uomo è racchiuso il segreto per replicare l’infinito. Praticare l’esoterismo è dunque come cercar di decodificare il Dna dell’Universo, visibile e invisibile. Per questo a Delfi, sul frontone del tempio di Apollo (dio non soltanto delle arti, ma anche del vaticinio, ovvero della “sapienza segreta”) era scritto “Conosci te stesso”. Questo è un concetto estraneo alle modalità di conoscenza dell’empirismo e al perimetro di validità del materialismo. Ed è per questo che la nostra “cultura” (fra virgolette) contemporanea non ha saputo replicare né un’Odissea né una Divina Commedia, né un Partenone né un Duomo di Milano, né un Prassitele né un Michelangelo, e ha come massimi rappresentanti Saviano e Beppe Grillo. Si è perso il concetto di infinità del sapere e si sposta l’interesse dall’immenso ed eterno al ristretto e contingente. E soprattutto si è persa la visione dell’Uomo come immagine di Dio. Oggi, se ci guardiamo allo specchio, vediamo il volto ambiguo di Imane Khelif.
Il mattino dei maghi è stato anche molto contestato. Quanta invenzione e quanta verità contiene?
«È stato contestato da quanti vedevano – all’epoca, ma purtroppo anche oggi – quale massima manifestazione della cultura ciò che è espresso dalle latrine delle fabbriche. Come ogni opera seminale contiene invenzioni che portano alla verità, e verità nascoste nelle invenzioni. Dalla sua uscita sono passati quasi sessantacinque anni. Quante opere così “contestate” scritte all’epoca vengono ancora riproposte? Quante opere considerate, quando apparvero, monumenti imprescindibili del sapere vengono ancora lette? Di quanti autori scomparsi da quasi cinquant’anni come Bergier si va cercando qualche superstite fra coloro che li conobbero, come avete fatto con me per parlare di lui? Non credo che a contare, per un libro del genere, siano la “verità” e la “invenzione” (concetti fra l’altro, dato l’argomento, supremamente relativi), ma l’effetto che il testo produce in chi lo legge».
Mi sembra che questo testo sia rilevante anche perché allarga lo sguardo, permette di ampliare i confini rispetto alla misurazione scientifica. Del resto la fisica negli ultimi decenni ha molto allargato i suoi orizzonti... Che ne pensa?
«Mi permetto di ricordare un modesto aneddoto che mi riguarda. Una delle conseguenze della mia pur breve amicizia con Bergier fu lo svilupparsi del mio interesse per la Kabbalah, di cui egli era, grazie alle sue origini ebraiche, un profondo conoscitore. Dopo averla studiata per quarant’anni e passa mi sono sentito in grado di affrontare la traduzione e commento del suo testo fondante, un breve trattato dal titolo Sepher Yetzirah (Libro della Formazione). Poiché, come ho già detto, ho una preparazione scientifica, sono rimasto impressionato da una serie di analogie, non semplicemente formali, ma a livello di serie numeriche, fra i concetti espressi dal suo remoto autore (probabilmente un palestinese abitante a Gaza nel secondo secolo d.C., guarda tu i corsi e ricorsi della storia) e certe proposizioni della fisica quantistica. Molto significative in particolari le coincidenze – ripeto, a livello numerico – fra la struttura del galgal, ovvero l’universo a settori multipli proposto dalla Kabbalah, e quello del Multiverso, il modello del Tutto che i fisici quantistici propongono per superare le incompatibilità con la Teoria della Relatività Generale. Poiché mi sembrava azzardato proporre queste osservazioni in un testo tutto sommato divulgativo, ho chiesto a quello che è considerato il principale teorico del Multiverso, ovvero il fisico britannico di origine ebraica David Deutsch, che cosa ne pensasse al riguardo (per inciso, ho diretto riviste scientifiche per quarant’anni e conosco luminari di ogni latitudine). Deutsch mi ha risposto che conosceva benissimo tali analogie, e non ci trovava niente di strano. Questo per dire che, sì, la fisica moderna sta volgendo lo sguardo verso orizzonti particolari, specie per quanto riguarda i rapporti fra uomo e universo. Mi ha molto impressionato l’ultimo libro di Federico Faggin (l’inventore del multiprocessore), intitolato Oltre l’invisibile, in cui invita a indagare proprio quella regione dell’universo in cui la conoscenza si confonde con la realtà e l’osservazione con l’essenza. Ma ci sarebbero molti altri scienziati da citare al riguardo»,
Il mattino dei maghi in qualche modo affronta anche questioni politiche. Quanto le correnti esoteriche hanno influenzato e influenzano la politica secondo lei? E come?
«Non sono seguace delle teorie complottiste e non credo che esistano conventicole segrete ai “maestri incogniti” o “illuminati” che pilotano i destini del mondo. Per capire chi comanda, basta riflettere su un dato: metà della ricchezza globale è in mano all’un per cento della popolazione (Global Wealth Report 2022). Se si pensa che i detentori della ricchezza lascino che a comandare siano la massa dei buffoni che si agitano in Parlamenti ridotti a teatrini delle marionette, ci si illude».
Perché secondo lei questo libro merita di essere letto oggi?
«Per almeno tre ragioni. 1) È un libro che apre la mente e ci invita a porci domande su tutto, prima di accettare risposte scontate o risposte offerte da altri. 2) È un libro che ci fa conoscere personaggi che altrimenti rimarrebbero nascosti da quella coltre d’ignoranza che è la cultura “accettata”, che propone solamente ciò che le fa comodo. Personalmente, per esempio, gli devo la scoperta di H.P. Lovecraft, un autore che per me è diventato molto importante e che oggi è famosissimo, mentre nel 1960 non lo conosceva praticamente nessuno. 3) È un libro scritto benissimo, che si legge d’un fiato malgrado la mole e non ha una sola pagina che induca alla noia. (Aneddoto: Bergier mi disse che, nello scriverlo, lui e Pauwels si attennero a un precetto di un noto autore di fantascienza, A.E. van Vogt: almeno ogni 900 parole, introdurre un concetto nuovo, altrimenti il lettore s’addormenta. Credetemi, funziona).
Continua a leggereRiduci
Nel 1960 uscì «Il mattino dei maghi», libro estraneo alla cultura dominante. Mondadori lo ripubblica ed è più attuale che mai.Il saggista Sebastiano Fusco: «Oltre l’universo visibile ce n’è uno altrettanto importante: il nostro Io. Oggi si limita la ricerca a ciò che è contingente, ecco perché non sappiamo più replicare una “Odissea” o un Duomo di Milano»Lo speciale contiene due articolilibro di culto se ve n’è uno, è anche questo: un atto di amore per la scienza, un tentativo di arricchirla e di abbattere gli stereotipi che ne limitano l’espansione. Al contempo, questo misterioso arazzo narrativo permette di spalancare la mente al cospetto di uno sfavillante universo letterario, dove Gurdjieff e Arthur Machen si intrecciano alla magia della Golden Dawn, al nazismo esoterico e all’orrore cosmico di H.P. Lovecraft. Uscito in prima edizione francese nel 1960, è firmato non a caso da un uomo di scienza, Jacques Bergier, e da uno scrittore seguace di Gurdjieff, Louis Pauwels. Dalle librerie italiane mancava da troppo tempo, tanto che le quotazioni delle varie edizioni nel circuito del modernariato avevano raggiunto cifre anche abbastanza impegnative. Ma ecco che Mondadori si è decisa a ristamparlo, regalandolo - si spera - a una nuova generazione di lettori. L’impatto dell’opera sulla cultura francese ed europea tutta è ben ricostruito dallo stesso Bergier nella sua affascinante autobiografia, Io non sono leggenda (pubblicata in Italia da Bietti e curata da Andrea Scarabelli, che ha curato anche il libro gemello di Bergier: Elogio del fantastico, per i tipi del Palindromo). «Il mattino dei maghi ha posto l’accento su un buon numero di elementi che ancora oggi meritano di essere ricordati», scriveva Bergier. «Tra i molti, a mio giudizio, il fatto che la scienza non è una sequela di libri da gettare dopo aver dato un esame universitario, ma una potente forza d’importanza capitale, capace di svelare misteri, aprire le porte, cambiare il mondo. Tale idea era già stata espressa in Unione Sovietica e in America dalla fantascienza, che per ragioni oscure ha cominciato a essere diffusa in Francia dopo la pubblicazione del libro. La mia spiegazione vale quel che vale, ed è la seguente: quando ero adolescente, gli unici fumetti che circolavano erano di una stupidità disarmante. Le cose sono cambiate negli anni de Il mattino dei maghi: Tintin e Spirou hanno preparato il terreno ad Asterix, a Philipp Druillet e a tutta la scuola moderna francese. Così, oggi le nuove generazioni sono portate naturalmente verso la fantascienza. Un giorno qualche sociologo studierà l’influenza di fumetti come Spirou…». La grande lezione è tutta qui: può sembrare assurdo o persino stupido, ma la letteratura, i fumetti persino, possono condurci ben oltre gli steccati di quella che riteniamo essere la verità scientifica. Lasciamo ancora la parola a Bergier: «L’enorme successo de Il mattino dei maghi è dovuto in gran parte allo stile di Pauwels. Per quanto mi riguarda, non nutro l’ambizione di essere uno scrittore, ma so di avere un gran talento nel raccontare storie. Quando discutevo con Pauwels, gli parlavo come se mi trovassi davanti al fuoco del campo coi miei compagni di lotta, o nei campi di concentramento cogli altri deportati. “E la verità?” potrebbe domandarmi a questo punto il lettore. “Quanto è importante?”. Di recente, agli inizi del 1976, ho esaminato l’ultima edizione de Il mattino dei maghi. Gli errori tipografici e i refusi della prima edizione (ad esempio, “manoscritti del Mar Nero” invece di “manoscritti del Mar Morto”) sono stati corretti. Il novantadue per cento dei fatti indicati all’interno del libro è esatto; purtroppo non siamo riusciti a verificare la restante parte, essendo coperta dal segreto militare (è il caso delle esperienze di telepatia a bordo del sottomarino Nautilus): ebbene, la veridicità del nostro libro è superiore a quella di qualsiasi altra opera scientifica contemporanea. Citerò solo due esempi. Nel 1961, tutti i libri di astronomia scrivevano che la vegetazione marziana è molto rigogliosa in primavera. Grazie alle immagini di Marte trasmesse dal Viking, ora sappiamo che sul pianeta non esiste vegetazione. Sempre nel 1961, tutti i libri di fisica nucleare affermavano come la prima pila a uranio fosse stata attivata a Chicago il 2 dicembre 1942. Ora sappiamo che si tratta di un fenomeno naturale e duemila anni fa ce ne furono diverse nel Gabon. L’esattezza dei migliori libri scientifici non supera in media il cinquanta per cento, vale dire che un fatto su due è falso. Nemmeno i dubbi degli scienziati cambiano nulla. Quando sono al potere, come gli antropologi nella Germania hitleriana o Lyssenko nella Russia di Stalin, spediscono chi contraddice le loro teorie nei forni crematori o nei campi, inverando le parole di Max Planck: “La verità non trionfa mai, ma i suoi avversari tendono sempre a morire”».In queste parole c’è, per intero, la clamorosa attualità del Mattino dei maghi. Lo stimolo che fornisce a tutti noi e agli scienziati soprattutto affinché non tramutino le loro certezze in dogmi, affinché riconoscano la rilevanza dello spirito, ben più ampia e potente di quello che vogliamo credere. Uno stimolo che in molti, dagli anni Sessanta a oggi, hanno sicuramente raccolto e approfondito. Rilette oggi, tuttavia, le frasi di Bergier sulla intolleranza dei suoi colleghi scienziati toccano corde inquietanti. «Partendo da questi dati», continuava il francese, «mi guardo bene dal generalizzare, dicendo come Anthony Staden (secondo cui “la scienza è una vacca sacra”) o Charles Fort, che tutta la scienza è falsa. Dico solo che, nel novantadue per cento dei casi, non bisogna vergognarsi di aver letto Il mattino dei maghi. Ciò non significa nemmeno che si debba farne una specie di Bibbia; Einstein ha detto (e concordo con lui): “Non credo all’educazione. Sii tu stesso il tuo unico insegnante, un insegnante spietato”. [...] Non amo affatto il termine divulgazione e credo sia impossibile divulgare senza volgarizzare, come recita il motto di una nota casa editrice. Ma si può certamente spiegare, anche se ciò implica un tradimento: infatti, il solo linguaggio della verità è di tipo matematico, e la matematica non può essere espressa a parole. Mi sono dovuto sforzare parecchio per inserire ne Il mattino dei maghi una sola formula matematica. Anche Jacques Monod ce l’ha fatta, nella sua celebre opera Il caso e la necessità, antitesi (o antidoto?) de Il mattino dei maghi. Tuttavia, se è giusto difendere ciò che si crede vero, bisogna essere anche capaci di evitare l’errore. Ebbene, l’unica formula inserita da Monod nel suo libro è sbagliata... Pur contenendo una sola formula aritmetica, Il mattino dei maghi è pieno di matematica. Uno dei suoi tre protagonisti più straordinari, Ramanujan, ne è un grande specialista. Sono convinto che gli aspetti più favolosi del mondo possano essere formulati solo a partire da tale scienza, ma che sia altrettanto necessario parlarne con uomini come Pauwels, a digiuno di matematica ma dotati di una certa dote poetica». Va riletto, oggi, Il mattino dei maghi, e con grande attenzione anche. Se ne possono godere gli aspetti (numerosi) di suggestivo intrattenimento. Se ne possono cogliere i suggerimenti spirituali. Si può venire rapiti dalle robuste dosi di fantastico che questo capolavoro ci somministra. Ma, ora più che mai, occorre cogliere ciò che quest’opera ancora misteriosa - «vera» o meno che sia, non importa - ci dona: il sospetto, o il sentore, che ci sia qualcosa d’altro, qualcosa che va oltre i rigidi confini del neopositivismo oggi di moda. Questo libro ci regala il dubbio: dolce seme letterario che feconda la scienza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-ricerca-spirituale-che-aiuta-la-scienza-a-non-perdere-lanima-2669147120.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lantica-sapienza-aveva-anticipato-le-conquiste-della-fisica-moderna" data-post-id="2669147120" data-published-at="1725817611" data-use-pagination="False"> «L’antica sapienza aveva anticipato le conquiste della fisica moderna» Sebastiano Fusco è uno dei massimi esperti di cultura esoterica in Italia. Saggista, curatore di preziosi volumi per le Edizioni Mediterranee, è anche uno dei massimi esperti di letteratura fantastica, e può vantarsi di avere conosciuto Jacques Bergier. Che tipo di libro è Il mattino dei maghi e perché è stato così importante? «Quando uscì in Francia, nel 1960, qualcuno scrisse che leggerlo “è come cavalcare una cometa”. In effetti, è un libro che ti trasporta verso l’infinito perché insegna come oltre l’universo visibile ve ne sia un altro che non percepiamo ma che per noi è altrettanto importante: l’universo della nostra interiorità, fonte di sogni e incubi, fascino e terrore. Sosteneva la scandalosa tesi che la realtà invisibile non è meno sostanziale di quella che ci sforziamo (inadeguatamente) di conoscere e misurare con i nostri strumenti. E indicava anche alcune soglie a cui affacciarsi per averne una parziale visione, in particolare le Porte del Sonno, dalle quali transitano i nostri sogni. Porte che, come dice Omero, sono due: una di umile corno, l’altra di prezioso avorio. Avvertendo che i sogni veri sono quelli che escono dal modesto corno, mentre i sogni falsi s’ammantano dello splendido avorio. Le nostre ideologie oggi ci propalano sogni d’avorio, che sono ingannevoli e tossici, e diffondono visioni utopistiche di un futuro irrealizzabile, mentre i sogni della gente comune sono più veri perché nati dalla realtà così com’è, e non come se la immaginano i falsi maestri». Lei ha conosciuto Bergier. Mi risulta avesse una formazione scientifica. Come è arrivato a interessarsi di tematiche esoteriche? «Jacques Bergier è stato un chimico-fisico autore di ricerche importanti sulla struttura della materia a livello molecolare, ed ebbe anche un ruolo non secondario nel piano energetico che portò la Francia ad essere una delle prime nazioni del mondo a dotarsi di una vasta rete di centrali nucleari. (Noi, che in Italia al nucleare abbiamo dissennatamente rinunciato, dobbiamo comprare dai francesi l’energia elettrica che non riusciamo a produrre). Conobbi Bergier pochi anni prima della sua scomparsa, e gli posi la stessa domanda. Mi rispose che proprio la sua cultura scientifica lo aveva convinto che l’universo è molto più vasto e complicato di quanto si possa percepire affidandoci soltanto ai sensi e agli strumenti, e quindi per interpretarlo dobbiamo rivolgerci ad altri sistemi di conoscenza. La risposta mi colpì profondamente perché era la stessa che mi ero data io. Circa dieci anni prima di conoscere Bergier avevo studiato ingegneria elettronica e in particolare automazione del calcolo, e proprio le riflessioni sulla logica matematica mi avevano portato alla medesima conclusione. Ci sono molti sistemi, in gran parte ingannevoli, per “aprire” la nostra mente. L’esoterismo è uno di essi, collaudato da millenni di pratica». E Pauwels, invece? «Mentre Bergier l’ho conosciuto personalmente, con Pauwels ho avuto soltanto un breve scambio epistolare, quando mi diedero da revisionare la traduzione italiana del suo libro Monsieur Gurdjieff, pubblicata dalle Edizioni Mediterranee, e gli chiesi alcuni chiarimenti. Non mi è parso avesse un particolare interesse verso l’esoterismo come strumento di conoscenza, ma ne era affascinato principalmente come fenomeno culturale e di costume. Lo si vede per l’appunto dalla sua biografia di Gurdjieff, che è molto più interessata al personaggio in quanto tale che alla sua dottrina. Mentre invece Gudjieff, al di là del pittoresco, fu un vero e proprio aggregatore di conoscenze, soprattutto operative, che erano state largamente dimenticate o che non erano ancora in alcun modo penetrate nella cultura europea, e che tuttora non sono state esplorate a fondo. Il suo contributo al Mattino dei maghi mi pare sia soprattutto stilistico e a livello di aneddoti resi fascinosi dalla sua agile penna, mentre la sostanza dottrinale la si deve a Bergier». Prima di proseguire vogliamo dare una definizione di esoterismo? «Posso dare la definizione che mi è stata trasmessa dai primi che me l’hanno insegnato, quando ero ancora poco più che adolescente, ovvero da Julius Evola e i superstiti, all’epoca, del “Gruppo di Ur”, in particolare Massimo Scaligero, Aniceto del Massa ed Emilio Servadio. Fondamentalmente, l’esoterismo è un modo per giungere alla conoscenza dell’Io, ovvero, se vogliamo, dell’individuo assoluto. Questo non è limitativo perché, tradizionalmente, nell’uomo si stempera e sintetizza il Tutto, la Cosa Unica della Tavola di Smeraldo, in cui si ricompone la triade Dio-Universo-Uomo (la Grande Triade di René Guénon). I kabbalisti usavano l’immagine dell’Adam Qadmon, l’Adamo celeste, per rappresentare tale concetto. In questo senso, è come se ogni singolo individuo possa essere considerato una cellula di quell’immenso (infinito) organismo che è l’Adam Qadmon. E come in ogni cellula del corpo umano è racchiuso il Dna, la molecola che consente di replicare l’individuo completo, così in ogni singolo uomo è racchiuso il segreto per replicare l’infinito. Praticare l’esoterismo è dunque come cercar di decodificare il Dna dell’Universo, visibile e invisibile. Per questo a Delfi, sul frontone del tempio di Apollo (dio non soltanto delle arti, ma anche del vaticinio, ovvero della “sapienza segreta”) era scritto “Conosci te stesso”. Questo è un concetto estraneo alle modalità di conoscenza dell’empirismo e al perimetro di validità del materialismo. Ed è per questo che la nostra “cultura” (fra virgolette) contemporanea non ha saputo replicare né un’Odissea né una Divina Commedia, né un Partenone né un Duomo di Milano, né un Prassitele né un Michelangelo, e ha come massimi rappresentanti Saviano e Beppe Grillo. Si è perso il concetto di infinità del sapere e si sposta l’interesse dall’immenso ed eterno al ristretto e contingente. E soprattutto si è persa la visione dell’Uomo come immagine di Dio. Oggi, se ci guardiamo allo specchio, vediamo il volto ambiguo di Imane Khelif. Il mattino dei maghi è stato anche molto contestato. Quanta invenzione e quanta verità contiene? «È stato contestato da quanti vedevano – all’epoca, ma purtroppo anche oggi – quale massima manifestazione della cultura ciò che è espresso dalle latrine delle fabbriche. Come ogni opera seminale contiene invenzioni che portano alla verità, e verità nascoste nelle invenzioni. Dalla sua uscita sono passati quasi sessantacinque anni. Quante opere così “contestate” scritte all’epoca vengono ancora riproposte? Quante opere considerate, quando apparvero, monumenti imprescindibili del sapere vengono ancora lette? Di quanti autori scomparsi da quasi cinquant’anni come Bergier si va cercando qualche superstite fra coloro che li conobbero, come avete fatto con me per parlare di lui? Non credo che a contare, per un libro del genere, siano la “verità” e la “invenzione” (concetti fra l’altro, dato l’argomento, supremamente relativi), ma l’effetto che il testo produce in chi lo legge». Mi sembra che questo testo sia rilevante anche perché allarga lo sguardo, permette di ampliare i confini rispetto alla misurazione scientifica. Del resto la fisica negli ultimi decenni ha molto allargato i suoi orizzonti... Che ne pensa? «Mi permetto di ricordare un modesto aneddoto che mi riguarda. Una delle conseguenze della mia pur breve amicizia con Bergier fu lo svilupparsi del mio interesse per la Kabbalah, di cui egli era, grazie alle sue origini ebraiche, un profondo conoscitore. Dopo averla studiata per quarant’anni e passa mi sono sentito in grado di affrontare la traduzione e commento del suo testo fondante, un breve trattato dal titolo Sepher Yetzirah (Libro della Formazione). Poiché, come ho già detto, ho una preparazione scientifica, sono rimasto impressionato da una serie di analogie, non semplicemente formali, ma a livello di serie numeriche, fra i concetti espressi dal suo remoto autore (probabilmente un palestinese abitante a Gaza nel secondo secolo d.C., guarda tu i corsi e ricorsi della storia) e certe proposizioni della fisica quantistica. Molto significative in particolari le coincidenze – ripeto, a livello numerico – fra la struttura del galgal, ovvero l’universo a settori multipli proposto dalla Kabbalah, e quello del Multiverso, il modello del Tutto che i fisici quantistici propongono per superare le incompatibilità con la Teoria della Relatività Generale. Poiché mi sembrava azzardato proporre queste osservazioni in un testo tutto sommato divulgativo, ho chiesto a quello che è considerato il principale teorico del Multiverso, ovvero il fisico britannico di origine ebraica David Deutsch, che cosa ne pensasse al riguardo (per inciso, ho diretto riviste scientifiche per quarant’anni e conosco luminari di ogni latitudine). Deutsch mi ha risposto che conosceva benissimo tali analogie, e non ci trovava niente di strano. Questo per dire che, sì, la fisica moderna sta volgendo lo sguardo verso orizzonti particolari, specie per quanto riguarda i rapporti fra uomo e universo. Mi ha molto impressionato l’ultimo libro di Federico Faggin (l’inventore del multiprocessore), intitolato Oltre l’invisibile, in cui invita a indagare proprio quella regione dell’universo in cui la conoscenza si confonde con la realtà e l’osservazione con l’essenza. Ma ci sarebbero molti altri scienziati da citare al riguardo», Il mattino dei maghi in qualche modo affronta anche questioni politiche. Quanto le correnti esoteriche hanno influenzato e influenzano la politica secondo lei? E come? «Non sono seguace delle teorie complottiste e non credo che esistano conventicole segrete ai “maestri incogniti” o “illuminati” che pilotano i destini del mondo. Per capire chi comanda, basta riflettere su un dato: metà della ricchezza globale è in mano all’un per cento della popolazione (Global Wealth Report 2022). Se si pensa che i detentori della ricchezza lascino che a comandare siano la massa dei buffoni che si agitano in Parlamenti ridotti a teatrini delle marionette, ci si illude». Perché secondo lei questo libro merita di essere letto oggi? «Per almeno tre ragioni. 1) È un libro che apre la mente e ci invita a porci domande su tutto, prima di accettare risposte scontate o risposte offerte da altri. 2) È un libro che ci fa conoscere personaggi che altrimenti rimarrebbero nascosti da quella coltre d’ignoranza che è la cultura “accettata”, che propone solamente ciò che le fa comodo. Personalmente, per esempio, gli devo la scoperta di H.P. Lovecraft, un autore che per me è diventato molto importante e che oggi è famosissimo, mentre nel 1960 non lo conosceva praticamente nessuno. 3) È un libro scritto benissimo, che si legge d’un fiato malgrado la mole e non ha una sola pagina che induca alla noia. (Aneddoto: Bergier mi disse che, nello scriverlo, lui e Pauwels si attennero a un precetto di un noto autore di fantascienza, A.E. van Vogt: almeno ogni 900 parole, introdurre un concetto nuovo, altrimenti il lettore s’addormenta. Credetemi, funziona).
Renato Guttuso. Stretto di Messina Scilla, 1949
Una mostra che definirei «essenziale » e sintetica, sia per l’allestimento minimale che per le opere esposte, ma che nella sua semplicità rende bene l’idea di quella che è stata la parabola artistica di Renato Guttuso (1911-1987), politico, intellettuale e tra i più importanti pittori neorealisti italiani del XX secolo.
Siciliano di Bagheria, una passione per l’arte trasmessagli sin dall’infanzia dal padre Gioacchino, agrimensore e acquarellista, già dalla prima adolescenza Renato Guttuso comincia a distinguersi per alcune sue opere, paesaggi soprattutto, rilievi montuosi e scorci della sua Sicilia e di Bagheria, quelle origini che porterà sempre nel cuore e che saranno fonte di ispirazione durante tutta la sua carriera. Artista impegnato politicamente, amico di Sciascia e Pasolini, antifascista convinto e fedele al PCI sino alla morte (nel 1940 aderì al Partito Comunista d’Italia clandestino e nel 1976 fu eletto senatore nel collegio di Sciacca ), l’arte di Guttuso è il riflesso della sua coscienza politica, che con quel suo straordinario Neorealismo fatto di tratti decisi e colori accesi (i suoi potenti rossi innanzitutto, ma anche il giallo sole, il verde brillante, il blu intenso...), da voce al dolore, alla fatica, alle ingiustizie sociali , all’emarginazione di contadini e operai. E se uno dei suoi più noti capolavori, I funerali di Togliatti (1976), è forse l’espressione più evidente del suo credo politico, una sorta di manifesto del «realismo comunista», nell’ altrettanto famosa Vucciria (1974) come nell’ Occupazione delle terre incolte in Sicilia (1949), passando per il Raccoglitore di olive (opera esposta nella mostra di Sarzana)e Contadini al lavoro (1951), emerge a tutto tondo non solo il legame viscerale per la sua terra natia, ma anche tutto il suo interesse, profondo e genuino, per quel mondo oppresso, sfruttato e bistrattato, fatto di proletari , sottoproletari e poveri agricoltori. Ma se impegno politico e sociale sono tematiche costanti nell’arte del Maestro siciliano, altrettanto ricorrenti sono l’eros, il paesaggio, le nature morte e il ritratto, la sua esperienza personale che si unisce alla dimensione collettiva, arte e vita che si fondono in un unico, indissolubile gesto. Per Guttuso dipingere era un modo per prendere posizione, per dialogare con la storia e la politica non in modo astratto, ma concretamente e con partecipata sofferenza. Esponente di punta del gruppo di Corrente, costituitosi a Milano nel 1938 in contrapposizione alla cultura e al linguaggio retorico del regime fascista, Guttuso, al pari di Vedova, Sassu, Morlotti, Birolli e Treccani (quest’ultimo fondatore del gruppo), guardava all’Ottocento francese, alle Avanguardie internazionali e a quegli artisti così eccezionali da sfuggire ad ogni tentativo di «classificazione»: Van Gogh, ma soprattutto Picasso ,la cui influenza cubista emerge chiaramente in molte delle sue opere. Nella Marsigliese contadina (1947) per esempio, ma anche nello Stretto di Messina (1949), una delle tele in mostra a Sarzana.
La Mostra
Ospitata negli spazi rinascimentali della Fortezza Firmafede , come ha ben sottolineato il curatore, Lorenzo Canova «…La mostra attraversa quarant’anni della ricerca di Guttuso, dall’impegno politico e civile al paesaggio, dalla natura morta all’eros, mettendo in dialogo opere emblematiche come Figure sedute, Stretto di Messina: Scilla, I Falsari, Donna al telefono, fino a Donne nello studio di Velate. Un percorso che restituisce tutta la coerenza, la forza e l’attualità di un artista che ha sempre vissuto la pittura come un atto vitale e necessario». Certo, è innegabile che il visitatore possa «sentire la mancanza» di qualche opera iconica (per esempio le già citate Vucceria e I funerali di Togliatti), ma il percorso espositivo offre comunque l’opportunità di seguire tutta la parabola artistica del Maestro , ben equilibrandosi fra dipinti, disegni e opere grafiche, partendo dalle influenze cubiste e postcubiste picassiane degli anni ‘40 fino ad arrivare alle tele dedicate alla natura, al paesaggio, agli oggetti quotidiani e, naturalmente all’eros, altro elemento ( o forse è meglio dire energia) che attraversa tutta l’opera di Guttuso. La sua rappresentazione dell’eros è potente e sensuale, fatta di corpi femminili che attraggono e inquietano, luoghi di desiderio e di tensione emotiva, di immaginato e di reale. Che siano contadine o donne sensuali, reduci dai campi o da una notte d’amore, le donne di Guttuso sono personaggi più che persone fisiche, donne indagate e rappresentate in tutte le forme artistiche, pittoriche e grafiche, ma mai volgari, nemmeno quando si mostrano in una potente, spregiudicata nudità. Disegnatore «seriale» (è risaputo che Guttuso disegnasse sempre e ovunque) , parte della mostra accoglie anche un ciclo di interessanti disegni (bellissimi Emigranti e l’allucinata visione infernale dei Falsari ) e una piccola sezione dedicata alla grafica, che con tratti e segni raffinati, spesso arricchiti da un'intensa componente cromatica, rappresenta e unisce natura, figure femminili, politica e impegno civile. In pratica, tutto Guttuso…
Continua a leggereRiduci
La scuola di Trescore dove è avvenuta l'aggressione. Nel riquadro, Chiara Mocchi (Ansa)
«Dettata con voce flebile» dalla professoressa di 57 anni, accoltellata mercoledì scorso al collo e al torace da un tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca. Le condizioni di Mocchi sono migliorate, ieri pomeriggio ha potuto lasciare l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dove era ricoverata e tornare a casa, a Berzo San Fermo.
Mentre era ancora in reparto, ha messo insieme altri particolari dell’aggressione. Scrive della sua «potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio». L’insegnante vuole ringraziare i soccorritori, tra questi l’adolescente che ha sentito la sua prof urlare e non ha esitato a intervenire. Mentre Mocchi tentava di difendersi e cadeva a terra, l’alunno di terza media ha affrontato il compagno armato di coltello prendendolo a calci e facendolo scappare. «È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia perché se le merita», ha dichiarato l’avvocato Murtas.
C’è un tredicenne che non sembra smettere di odiare, non dimostra alcun pentimento durante gli interrogatori, anzi ribadisce che la sua volontà era di uccidere l’insegnante di francese perché si considera «vittima di ingiustizie da parte sua»; è c’è uno studente che non si fa frenare dalla giovanissima età per arginare un atto di violenza estrema.
Non è scappato a nascondersi, anche se nessuno l’avrebbe biasimato: ogni allievo poteva essere vittima di altri fendenti in quegli attimi di terrore. «E» non ha dato retta alla paura che certamente l’avrà assalito, ma non bloccato. Si è buttato in difesa della donna che ha visto colpire più volte e crollare a terra. Il giovane, poco più di un bambino, era a mani nude ma le gambe sono scattate e ha preso a calci quel coetaneo impazzito. Con l’adrenalina a mille, ha reagito allo spavento sferrando colpi con i piedi riuscendo a fermare l’accanimento sull’insegnante e a far scappare l’accoltellatore.
Immaginarlo, mentre così giovane reagisce temerario e coraggioso, fa un gran bene. Perché significa che non c’è solo indifferenza, rassegnazione al male, alla violenza o, peggio, voglia di commetterla come testimonia la volontà di trasmettere in diretta su Telegram un omicidio che risultava programmato con dovizia di particolari.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, dopo aver fatto visita a Mocchi nella giornata di domenica, ha chiamato la preside dell’istituto per invitare il ragazzo e la sua classe al ministero per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio. L’insegnante aveva rischiato di non raggiungere viva l’ospedale. «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”», scrive nella seconda lettera. Durante il volo dell’eliambulanza, la trasfusione di sangue ha scongiurato l’esito letale. Ricorda: «Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!”. Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo».
L’insegnante nomina tutti i componenti dell’equipaggio Blood on Board che definisce «professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai». Un pensiero speciale, commosso, lo rivolge al suo legale: «Penso - e non è un sogno - che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che ha salvato la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima all’Avis di Monterosso a Bergamo. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita».
L’insegnante si augura che il lettore «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore», se ancora non l’ha fatto e conclude con un pensiero al padre che «fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”».
Continua a leggereRiduci
iStock
Si chiama Fomo e sembra il nome di un locale all’ultima moda, invece è quello di una patologia psicologica. Il termine «fomo», infatti, in realtà è l’acronimo di Fear Of Missing Out, che significa paura di essere esclusi. Da che cosa? Non - intendiamoci - letteralmente dalla società tutta, quanto dalla socialità. E da quella esercitata da chi ci è più vicino. La paura, quindi, riguarda qualunque piccolo o grande gruppo sociale: la paura di essere esclusi dall’invito alla cena di Capodanno dei familiari oppure al matrimonio del cugino, il gruppo sociale in questo caso è familiare; la paura di essere esclusi dall’invito a pausa pranzo dal gruppo di cui si fa parte in ufficio; esclusi dall’invito del condominio alla festicciola per gli auguri di Natale. Di qualunque gruppo si faccia parte, la Fomo è il timore che il gruppo ci escluda e che, a causa di quell’esclusione, si perdano opportunità, eventi, esperienze piacevoli e il senso di appartenenza al gruppo stesso. La Fomo è, quindi, direttamente collegata al bisogno evolutivo di connessione sociale.
Si potrebbe pensare che essa nasca con i social network, in realtà la Fomo esiste da ben prima che i social network diventassero i fili che manovrano molte persone come burattini da mane a sera e da sera a mane. Facebook, per esempio, è arrivato in Italia in lingua italiana nel 2008, ma in un primo momento usufruivano dei social network soltanto coloro che in qualche modo erano fortemente digitali. Chi, per esempio, aveva un personal computer a casa o in ufficio (se l’ufficio permetteva di connettersi ad Internet anche per cose personali). Gli «scrivoni internettiani» prima dei social network avevano i propri blog oppure partecipavano coi commenti a blog altrui. Chi scrive aveva il proprio blog (e il proprio sito Internet personale), che smise di aggiornare quando si iscrisse a Facebook e Twitter oggi X. In quel primo decennio del secondo millennio, Internet non era ancora una rete capillare come oggi, si trattava di una rete per pochi smanettoni, una rete con pochi nodi: chi non aveva molto da dire, chi non avrebbe potuto riempire giornalmente un blog non aveva alcun interesse a porsi sui social network. Dopo qualche anno dalla sua nascita, avvenuta nel 2007, per la precisione con la diffusione delle antenne 3G, divenne diffusissimo lo smartphone Apple. Era almeno un quinquennio dopo il 2007 quando tutti, veramente tutti, iniziarono a possedere uno smartphone sempre connesso e ad iscriversi in massa ai social network. Se i primi modelli di iPhone Apple e prima ancora dell’iPhone Apple il pioniere dello smartphone, il Blackberry, che permetteva le notifiche push delle e-mail, erano stati appannaggio di chi doveva essere sempre connesso per lavoro, quindi liberi professionisti, politici, Vip, quadri e impiegati in settori tecnologici, con la massiccia diffusione dell’iPhone e contemporaneamente delle antenne 3G tutto il mondo si è riversato sui social network, anche se non aveva davvero niente di interessante da dire (se ricordate, in un primo momento nemmeno i politici erano sui social network. Solo poi hanno capito la potenzialità comunicativa barra propagandistica della rete, anche osservando cosa era riuscito a fare Beppe Grillo, negli anni addietro, col suo blog, cioè che movimento era riuscito a creare, divenuto poi voti in sede elettorale). Insomma, tutto il mondo si è riversato sui social network, in una sorta di Fomo collettiva di non appartenere alla rete. Tutto il mondo, infatti, ci si è riversato per essere connesso, quindi parte di un gruppo sociale, che fosse quello della famiglia, dell’ufficio, della squadra di calcetto, degli ex compagni di scuola. Giusto, bene. Ma questo, determinando la possibilità di avere sempre davanti agli occhi la vita degli altri, ha trasformato la Fomo da semplice paura che si poteva vivere una tantum, in una vita non connessa tramite la rete Internet, a paura continua. Oggi si definisce Fomo l’ansia che nasce dal timore di perdere esperienze gratificanti vissute da altri, spesso amplificata dall’uso dei social network. Ragioniamoci. Prima dei social network, per sapere chi era stato invitato, mentre noi no, al matrimonio del cugino di secondo grado a Gradoli, per dire, bisognava agire in qualunque modo per saperlo. E nemmeno era facile riuscirci. Coi social network, la vita degli altri con cui siamo connessi è continuamente rappresentata sotto i nostri occhi, basta entrare nella app sullo smartphone a seguito, innanzitutto, delle notifiche. Ma quando la dipendenza è instaurata, nemmeno si aspettano le notifiche. Si entra e si va a guardare. Quindi la Fomo digitale è sì collegata ad atavici e normali bisogni psicologici di appartenenza e connessione sociale insoddisfatti come era la Fomo prima dell’avvento dei social network, ma dopo questo avvento è divenuta un’ansia più diffusa e più pericolosa, causata dagli stessi social network che inducono le persone a controllare frequentemente aggiornamenti e interazioni online e così possono trovarsi a sapere che, per dire, alcuni colleghi di ufficio sono andati a fare l’aperitivo, ma non li hanno invitati, l’amico che aveva detto a Ruggero che sarebbe andato a dormire in realtà è andato a ballare con Mattia e Matteo e Ruggero, poverino, si sente tradito, a causa della menzogna di colui che credeva amico, e abbandonato e così via. Considerato che già il meraviglioso viaggio della vita offre comunque una serie di difficoltà, potevamo sicuramente fare a meno delle novelle difficoltà procurate dalla rete… Ma ci siamo dentro e allora conviene conoscerle per restarne lontani. I social network, se ci pensiamo, sono quei luoghi in cui la possibilità della visione delle vite altrui non ha pari. Ci fanno assaporare l’onniscienza divina, ma allo stesso tempo se non sappiamo fregarcene ci possono far dannare come se fossimo all’inferno, non nel paradiso, che è il luogo in cui risiede Dio. Fino a prima dei social network si poteva osservare fisicamente la propria realtà fisica: ora, grazie alla rete, si può osservare da remoto la rappresentazione elettronica della vita di chiunque ed essere connesso con chiunque, soffrendo se si è esclusi. I paragoni che possono ingenerare sofferenza tramite l’osservazione sui social network sono molti, ma di solito chi è saggio ne sta al riparo. Purtroppo, non tutti sono o sanno divenire saggi, tutelare la propria serenità ed alimentare correttamente la propria autostima.
Stare al riparo dai tanti problemi causati dai social network e, nello specifico, dalla Fomo, insomma, per tanti è difficile. Innanzitutto per i giovani che sono nati e crescono in un ambiente già sempre connesso e sempre digitale e quindi si trovano dentro una vita già completamente pregna di connettività praticamente obbligata. Il giovane non deve scegliere se essere connesso, la connessione è normale, ovvia, da molti coetanei si sarebbe considerati degli spostati rifiutandola in tutto o in parte. Ma non è semplice nemmeno per gli adulti. A ulteriore testimonianza del fatto che la Fomo odierna digitale è direttamente indotta dalla stessa digitalità social, spesso esordisce in maniera apparentemente blanda, per poi vivere un crescendo dei sintomi. Quali sono? L’esordio è caratterizzato dal controllo continuo dei social network, l’incapacità di trattenersi dal leggere le notifiche delle attività condivise dagli altri o, addirittura, andare a cercare direttamente le novità delle vite altrui, poi la necessità di condividere ogni propria attività per apparire interessanti. Faccio, dunque sono. Faccio anch’io, dunque valgo anche io. Quando la verità è che si è e si vale a prescindere dal fare e dal mostrarlo sui social network. Si soffre di Fomo digitale se si presentano questi due precisi elementi: sintomi di ansia, angoscia e depressione all’idea che gli altri possano avere delle esperienze piacevoli a cui il soggetto con Fomo non partecipa e poi aumento del controllo degli altri tramite i social network proprio per vedere cosa stanno facendo, stando ulteriormente male (altra ansia, altra angoscia, altra depressione) se si vede che stanno facendo cose che il soggetto con Fomo trova migliori di quelle che sta facendo lui.
Continua a leggereRiduci
Il "consiglio non richiesto" suona come un ultimo avviso ai naviganti. Il centrodestra rischia di scivolare nel più classico degli errori: chiudersi nei vertici, perdersi nei "rimpastini" e farsi distrarre dai salotti televisivi, mentre il Paese reale chiede risposte.