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2019-02-23
La Procura di Genova è pronta a riaprire l’inchiesta archiviata sul padre di Renzi
Ansa
La Procura di Genova è pronta a riaprire l'indagine per bancarotta su Tiziano Renzi di fronte a nuove evidenze investigative che potrebbero arrivare dal Tribunale di Firenze, lo stesso che lunedì ha ordinato l'arresto per i genitori dell'ex premier e per il loro vecchio socio e collaboratore Mariano Massone. Lo ha confermato alla Verità il procuratore di Genova Francesco Cozzi. «Certamente sì, se ci sono elementi nuovi non solo possono, devono essere riaperte» osserva il magistrato. «Tra l'altro devo vedere il collega di Firenze a Roma, la prossima settimana, per una riunione alla Direzione nazionale antimafia, e chiederò a lui questi atti». La vicenda è quella del crac della Chil post, società dei Renzi ceduta a Massone nel 2010 con una discreta quantità di debiti in pancia. Per quella bancarotta, nel 2014, venne indagato anche Tiziano Renzi, che nel 2016 è stato archiviato. Una soluzione non definitiva, che a differenza dell'assoluzione, consente agli inquirenti di riaprire il fascicolo in qualunque momento. Per quel crac, nel 2016, Massone ha patteggiato 26 mesi di pena per bancarotta fraudolenta e il suo compare Antonello Gabelli, ufficialmente amministratore della ditta a partire dal 2010, si accordò per 22. Renzi senior venne archiviato dopo 29 mesi di complicate investigazioni, durante le quali il gip Roberta Bossi arrivò a chiedere un robusto supplemento d'indagine ai pm che avevano proposto il proscioglimento. Dopo gli ulteriori accertamenti, gli inquirenti non ritennero di dover modificare le proprie conclusioni e ribadirono la richiesta d'archiviazione, questa volta convincendo il giudice. Tutto questo avvenne mentre Tiziano intasava la Procura di dichiarazioni e memorie e i suoi due coindagati sceglievano invece la strada del silenzio assoluto. Una strategia resa possibile dalla bravura dell'avvocato Luca Gastini, difensore di Antonello Gabelli, ma di fatto alla guida del collegio che coordinava la difesa di tutti e tre gli indagati per bancarotta. Prima di scegliere Gastini (già storico difensore di Massone e in rapporti con Tiziano Renzi) Gabelli si era affidato a un avvocato dallo stile meno anglosassone, il quale a chi scrive, in un'intervista piena di fuochi artificiali, aveva annunciato che il suo cliente era pronto a rendere dichiarazioni esplosive. Dopo l'uscita dell'articolo Gabelli cambiò legale, le polveri delle sue presunte denunce si bagnarono, e da quel momento scelse la via del silenzio. L'indagato era stato scelto da Renzi senior come amministratore della Chil post alla vigilia della cessione e prima ancora era stato ingaggiato nella Arturo srl di Tiziano. Lavorò pure per la Delivery service Italia, la coop per il cui fallimento sono scattati gli arresti di lunedì.
Gabelli a Firenze, in veste di testimone e quindi senza avvocato, ha deciso di sciogliere la lingua. E le sue dichiarazioni sono diventate una delle pietre angolari dell'inchiesta. «In particolare devono evidenziarsi le dichiarazioni rese da Gabelli Antonello» ha scritto il giudice nella sua ordinanza. L'ex manager «ha riferito che Tiziano Renzi gli propose di collaborare con la sua società Chil, successivamente poiché la società di Renzi, Chil, aveva perso l'appalto per la distribuzione agli abbonati del Secolo XIX ed aveva quindi difficoltà a pagare il suo stipendio Tiziano Renzi gli propose di rientrare nella società di Massone denominata One post assicurandogli il suo diretto intervento per ricucire i rapporti con Massone.
Gabelli ha quindi riferito di essere stato effettivamente assunto dalla One post come quality manager e che, pur essendo assunto alle dipendenze della One post, si occupava anche della Delivery descrivendola come la «società cooperativa che aveva all'interno tutti i dipendenti che svolgevano la funzione di distribuzione per le società di Massone e di Tiziano Renzi». È inutile precisare che One post, Chil e Delivery trovarono tutte la stessa triste fine, fallendo rispettivamente nel 2012, 2013 e 2015. Agli inquirenti Gabelli ha regalato altre rivelazioni: «In merito alla Delivery service, preciso che Laura Bovoli e Gambino Giovanna (moglie di Mariano Massone, ndr) si occupavano di questioni amministrativo-gestionali della stessa azienda. come delle altre, mentre Massone e Renzi erano i commerciali; sono loro che gestivano tutto di fatto, in quanto erano loro che prendevano le commesse». In sostanza le aziende dei Renzi e dei Massone si comportavano come un unico soggetto e si circondavano di coop cuscinetto su cui scaricare i problemi: «Una volta ottenute queste commesse le “dividevano" in base alle esigenze strutturali, logistiche e territoriali. In particolare venivano create aziende, prevalentemente sotto forma di cooperative, al solo fine di raggruppare i lavoratori o i mezzi. Tali realtà societarie venivano distinte dalla società “capofila" ossia Eventi 6 (ancora di proprietà dei Renzi, ndr), Chil, Mail service, One post ed Eukos. Tali società sono infatti quelle che nel tempo hanno intrattenuto concretamente i rapporti con i clienti, come ad esempio Carrefour, Conad, Euronics e altri. Per tale ragione queste società “capofila" non avevano direttamente alle dipendenze i distributori, se non per qualche periodo che io ricordi, ma tendenzialmente Mariano Massone, Gambino Giovanna, Tiziano Renzi e Laura Bovoli creavano società cooperative al fine di svolgere il lavoro operativo, concentrando tutte le criticità su queste e lasciando “pulite" le menzionate società capofila». Un modus operandi che la gip Angela Fantechi ha definito «criminogeno».
Secondo Gabelli, Renzi senior e Massone operavano come un sol uomo e visto che i loro rapporti di lavoro sono continuati sino ai giorni nostri risulta difficile prendere sul serio l'assunto che portò al proscioglimento di Tiziano Renzi a Genova e cioè che la cessione della Chil post con i suoi debiti fu una cesura definitiva tra i due imprenditori. A giudizio del pm Marco Airoldi, Tiziano voleva interrompere tutti i suoi rapporti con Massone ed è ciò che «mediante la cessione della società lo stesso Renzi ha perseguito: Chil promozioni (poi Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone». Un'asserzione clamorosamente smentita dall'inchiesta di Firenze, in cui i Renzi e Massone sono accusati di aver intrallazzato insieme almeno sino al dicembre 2012, quando, risultavano, secondo pm e giudice, tutti e tre amministratori di fatto della Europe coop service, società dichiarata fallita nell'aprile scorso.
Eppure già nel 2016 la Procura di Cuneo aveva inviato a Genova carte che sembravano smentire l'assioma degli inquirenti liguri. Da esse si evinceva, per esempio, che un ricco contratto per la distribuzione della posta non indirizzata, del valore di 500.000 euro l'anno, era stato trasferito dalla Chil post a una ditta piemontese su indicazione di Tiziano Renzi nell'ottobre 2011, un anno dopo la presunta chiusura definitiva dei rapporti tra Massone e i coniugi di Rignano sull'Arno.
Che fine hanno fatto quei documenti? Il procuratore Cozzi prova a ricostruire i fatti: «Il gip aveva chiesto un supplemento d'indagine e credo, ma all'epoca non ero procuratore, che quelle carte siano state acquisite nell'ambito di quell'approfondimento investigativo. Dovrei verificare». Fatto sta che a Genova è arrivata l'archiviazione e in Toscana sono stati ordinati gli arresti. «A Firenze avranno avuto ben altre prove. Ho letto di elementi sui presunti aspetti truffaldini della vicenda di cui qua non avevamo mai sentito parlare...» prosegue il magistrato. Chiederà di acquisire gli atti, tra cui c'è il verbale di Gabelli? «Adesso ne parlerò con i colleghi, con il coordinatore del gruppo reati economici. (…) Bisogna vedere se dagli atti di Firenze possano risultare elementi utili alla riapertura delle indagini». Il procuratore non esclude, però, che le prove raccolte dagli inquirenti toscani possano «essere cose del tutto indipendenti che non influiscono sulla vicenda genovese».
In questi anni il nostro giornale ha dimostrato, con foto e documenti, che gli affari di Mariano e Tiziano sono andati avanti ben oltre al 2010. Al punto che è stato Massone a individuare all'inizio del 2018 i presunti prestanome da portare a Firenze per sostituire presidente e consiglieri della Marmodiv, coop - sostengono i giudici - amministrata di fatto dai Renzi. Intervenne quando le acque erano particolarmente agitate, l'azienda era sull'orlo del fallimento e già assediata dalle indagini. Negli ultimi tre lustri Tiziano e Mariano si sono dimostrati fedeli l'uno all'altro, nella gioia e nel dolore, dai (rari) successi imprenditoriali all'arresto. Date queste premesse, potrebbe essere arrivato il momento di riscrivere la storia di un'inchiesta, quella genovese, forse chiusa con troppa superficialità.
L’azienda di famiglia (allargata) che incarna lo spirito del renzismo
La storia della Chil srl è un po' la storia del renzismo e di quella straordinaria capacità che ha la famiglia di Rignano sull'Arno di saper cogliere l'attimo. L'unica coop dell'intricata ragnatela societaria di babbo Tiziano Renzi e mamma Laura Bovoli a cui sia associato il nome di Matteo. Che dell'azienda di distribuzione di materiale pubblicitario è prima socio al 40% e poi dirigente, a 7.000 euro al mese, grazie a un contratto firmato giusto 11 giorni prima di accettare la candidatura alla presidenza della Provincia di Firenze, nel 2003. Vinte le elezioni, il futuro premier si metterà in aspettativa e scaricherà per 10 anni gli onerosi costi previdenziali e del Tfr sulle spalle dei cittadini. Nelle carte dell'inchiesta genovese sul fallimento della Chil, da cui Tiziano è uscito archiviato, spunta anche il nome di un altro big dello storytelling renziano, tra i protagonisti della scalata da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Luca Lotti, o meglio: il suo papà, Marco Lotti. Gestore corporate dell'agenzia della Bcc di Pontassieve che concede un prestito da 697.000 euro a favore della coop appena 24 ore prima che Lotti jr venga assunto, proprio dal neosindaco fiorentino Matteo Renzi, come capostaff in Comune dopo esserlo stato in Provincia. Un prestito composto da 437.000 euro di mutuo chirografario, 10.000 di apertura di credito su c/c e 250.000 di «fido promiscuo» per l'anticipo fatture. Tutti soldi destinati a «liquidità aziendale, elasticità di cassa, smobilizzo crediti commerciali» e garantiti per 349.000 euro dalla finanziaria regionale Fidi Toscana e per 350.000 da un «fido omnibus» intestato a mamma Laura e «coperto» da un'ipoteca sulla casa di famiglia. A presentare l'istanza di garanzia è la Bovoli, amministratrice della società, sull'onda di una legge sull'imprenditoria femminile. Lo può fare perché, con lei, nella Chil, ci sono anche le due figlie Matilde e Benedetta. Subito dopo aver incassato i soldi, però, le donne di casa cedono nuovamente le quote a Tiziano Renzi che ritorna sulla tolda di comando. L'importo del mutuo chirografario della Bcc (437.000 euro) corrisponde alla cifra che alla società serve per estinguere gli anticipi di cassa con altre banche e per «rifornire» una delle coop di Mariano Massone. Chi è Massone? È il collaboratore-factotum storico di Tiziano, arrestato - coi genitori dell'ex premier - lunedì scorso dai pm di Firenze per bancarotta e false fatturazioni. Al papà di Mariano, il pensionato ex ufficiale marittimo Gianfranco Massone, Renzi senior vende nel 2010, per 3.800 euro, un ramo secco della Chil - diventata nel frattempo Chil Post - svuotata degli appalti migliori, che migrano verso un'altra coop di fiducia in Piemonte, ma non di gran parte dei 700.000 euro di debiti con la banca. Che saranno rimborsati solo nella misura utile ad eliminare l'ipoteca sulla casa dei Renzi. Dopo la ventireesima e ultima rata, la Chil Post smetterà di onorare i pagamenti costringendo Fidi Toscana a coprire con 266.000 euro di soldi pubblici la garanzia prestata a suo tempo. La Chil Post farà bancarotta di lì a poco. Chil, come il nome di un animale che compare nel Libro della giungla di Rudyard Kipling: un avvoltoio.
L’ex premier torna a minacciare: «Querelo Belpietro»
Era la sala gialla del Lingotto, ma a qualcuno può essere sembrata più una Salò del renzismo che una Leopolda, più un arrocco finale che un'occasione di ripartenza in positivo.
Si ricorderà che Matteo Renzi era atteso a Torino lunedì scorso, ma, a poche ore dalla presentazione del libro Un'altra strada, gli era arrivata la notizia del provvedimento restrittivo a carico dei suoi genitori, e l'evento fu annullato. Però già il mattino successivo l'ex premier riconvocò l'appuntamento, raccomandando di prenotare una sala più grande («Se qualcuno pensa di fermarmi, non mi conosce. Non ci conosce»).
E ieri, in un clima di autoesaltazione, Renzi si è ripresentato a Torino, prima di correre in tarda serata anche a Genova. One man show, maniche arrotolate, camicia bianca aderentissima inadatta a nascondere consistenti tracce di pinguedine, Renzi ha dato subito il titolo: «Noi siamo quelli che restano e non mollano mai».
Sala molto piena (pare, riempita dai pullman copiosamente arrivati dal Piemonte, ma pure dalla Toscana e dall'Emilia, per un opportuno «rinforzino»). Presenti i candidati segretari Roberto Giachetti e Maurizio Martina. Ecco il commento di una Maria Elena Boschi in versione pasionaria del renzismo: «Il Pd ha bisogno di Renzi, delle sue idee, del suo coraggio». Allineati e schierati anche l'onnipresente tesoriere Francesco Bonifazi, il governatore piemontese Sergio Chiamparino e un pugno di parlamentari alla caccia del titolo di «fedelissimi». Renzi prima ha sciorinato la più tipica mozione degli affetti: «Sono orgoglioso di essere figlio di Tiziano Renzi e Laura Bovoli. Ai magistrati dico: noi non vogliamo impunità, immunità, scambi per non andare a processo. Noi non scappiamo come fanno gli altri, vogliamo andare in aula. E vedremo chi ha ragione e chi torto».
E poi è passato all'indicazione dei nemici, che ieri - in apparenza - sono stati tre.
Il primo è Marco Travaglio, contro cui l'ex premier ha firmato in diretta una querela, nel quadro dell'ondata di citazioni preannunciate da Renzi. «Non riesco a presentarle tutte oggi: chiedo scusa a Maurizio Belpietro, purtroppo non ce l'ho fatta, a lui la facciamo la prossima settimana, sono mortificato, mi dispiace moltissimo», ha chiosato Renzi pensando evidentemente di essere spiritoso.
Il secondo è il senatore grillino Mario Michele Giarrusso, l'uomo che ha mimato le manette davanti ai parlamentari Pd, a loro volta poco gloriosamente impegnati a chiedere processi per Salvini: «Ha detto che dovrei essere impiccato», ha urlato Renzi. «A uno che vuole tagliarmi la testa», ha aggiunto, «rispondo che ho chiesto al gruppo del Senato di intervenire lunedì in aula perché non abbiamo paura e io non mi faccio impaurire da questa gente qui e non ci faranno tacere». Presumibile quindi nuova agitazione a Palazzo Madama a inizio settimana. Insomma, Renzi cerca l'escalation.
Terzo nemico: Matteo Salvini, a cui, come aveva già fatto nel programma di Fabio Fazio, Renzi tenta obliquamente di addossare la responsabilità morale di un clima di xenofobia: «Salvini ha una strategia terribile: gioca sull'immigrazione come minaccia. Lui alimenta il terrore e l'inquietudine delle persone». E poi le battutacce personali: «Definire Salvini in modo civile non è facile. Tirava le uova alle divise dei carabinieri, ora poverino si è affezionato alle divise: non ha più nessuno a casa che gli stira le camicie».
E dopo questa sequenza di attacchi, la chiosa surreale: «Dicono che noi siamo arrabbiati, che siamo rancorosi». Ma non è vero, spiega Renzi: «Noi crediamo nel futuro».
Dicevamo però che questi sono solo i nemici apparenti. Forse i nemici reali di Renzi stanno dentro il Pd. Già nel libro non si contano i veleni politici direttamente o indirettamente riferibili a Paolo Gentiloni e Marco Minniti, per limitarci a un paio di esempi. Ma ieri in sala Renzi ha ripreso a evocare il «fuoco amico» del quale sarebbe stato vittima per anni. «Hanno fatto la guerra al Matteo sbagliato, e hanno aperto la porta a un populismo pericoloso».
E la stessa presenza in sala di due dei tre candidati segretari, Giachetti e Martina, è quasi un modo di evidenziare il «reprobo» che manca all'appello (Zingaretti) e anche di far immaginare - neanche troppo subliminalmente - nel caso in cui il governatore del Lazio non avesse una maggioranza schiacciante ai gazebo, una possibile intesa Giachetti-Martina ai suoi danni. I renziani contro il non renziano: chi non è con me è contro di me.
Insomma, un Renzi incattivito proprio mentre cerca di dissimulare la rabbia, già scaricato dal «partito di Repubblica», e separato in casa con mezzo Pd. Comunque finiscano le primarie, e comunque vadano le europee, difficile immaginare di ritrovare renziani e antirenziani nella stessa stanza e sotto le stesse insegne, tra qualche settimana.
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L'indagine toscana, per la quale i coniugi sono stati arrestati, rivelerebbe nuovi particolari utili alle toghe liguri: «In tal caso è doveroso procedere».Il Rottamatore era socio della ditta e firmò un contratto da dipendente 11 giorni prima della candidatura alla Provincia. E il suo cospicuo Tfr finì in carico alle finanze pubbliche.A Torino davanti alla claque: «Firmo la settimana prossima». Sui colleghi del Pd: «Hanno fatto la lotta al Matteo sbagliato».Lo speciale contiene tre articoliLa Procura di Genova è pronta a riaprire l'indagine per bancarotta su Tiziano Renzi di fronte a nuove evidenze investigative che potrebbero arrivare dal Tribunale di Firenze, lo stesso che lunedì ha ordinato l'arresto per i genitori dell'ex premier e per il loro vecchio socio e collaboratore Mariano Massone. Lo ha confermato alla Verità il procuratore di Genova Francesco Cozzi. «Certamente sì, se ci sono elementi nuovi non solo possono, devono essere riaperte» osserva il magistrato. «Tra l'altro devo vedere il collega di Firenze a Roma, la prossima settimana, per una riunione alla Direzione nazionale antimafia, e chiederò a lui questi atti». La vicenda è quella del crac della Chil post, società dei Renzi ceduta a Massone nel 2010 con una discreta quantità di debiti in pancia. Per quella bancarotta, nel 2014, venne indagato anche Tiziano Renzi, che nel 2016 è stato archiviato. Una soluzione non definitiva, che a differenza dell'assoluzione, consente agli inquirenti di riaprire il fascicolo in qualunque momento. Per quel crac, nel 2016, Massone ha patteggiato 26 mesi di pena per bancarotta fraudolenta e il suo compare Antonello Gabelli, ufficialmente amministratore della ditta a partire dal 2010, si accordò per 22. Renzi senior venne archiviato dopo 29 mesi di complicate investigazioni, durante le quali il gip Roberta Bossi arrivò a chiedere un robusto supplemento d'indagine ai pm che avevano proposto il proscioglimento. Dopo gli ulteriori accertamenti, gli inquirenti non ritennero di dover modificare le proprie conclusioni e ribadirono la richiesta d'archiviazione, questa volta convincendo il giudice. Tutto questo avvenne mentre Tiziano intasava la Procura di dichiarazioni e memorie e i suoi due coindagati sceglievano invece la strada del silenzio assoluto. Una strategia resa possibile dalla bravura dell'avvocato Luca Gastini, difensore di Antonello Gabelli, ma di fatto alla guida del collegio che coordinava la difesa di tutti e tre gli indagati per bancarotta. Prima di scegliere Gastini (già storico difensore di Massone e in rapporti con Tiziano Renzi) Gabelli si era affidato a un avvocato dallo stile meno anglosassone, il quale a chi scrive, in un'intervista piena di fuochi artificiali, aveva annunciato che il suo cliente era pronto a rendere dichiarazioni esplosive. Dopo l'uscita dell'articolo Gabelli cambiò legale, le polveri delle sue presunte denunce si bagnarono, e da quel momento scelse la via del silenzio. L'indagato era stato scelto da Renzi senior come amministratore della Chil post alla vigilia della cessione e prima ancora era stato ingaggiato nella Arturo srl di Tiziano. Lavorò pure per la Delivery service Italia, la coop per il cui fallimento sono scattati gli arresti di lunedì.Gabelli a Firenze, in veste di testimone e quindi senza avvocato, ha deciso di sciogliere la lingua. E le sue dichiarazioni sono diventate una delle pietre angolari dell'inchiesta. «In particolare devono evidenziarsi le dichiarazioni rese da Gabelli Antonello» ha scritto il giudice nella sua ordinanza. L'ex manager «ha riferito che Tiziano Renzi gli propose di collaborare con la sua società Chil, successivamente poiché la società di Renzi, Chil, aveva perso l'appalto per la distribuzione agli abbonati del Secolo XIX ed aveva quindi difficoltà a pagare il suo stipendio Tiziano Renzi gli propose di rientrare nella società di Massone denominata One post assicurandogli il suo diretto intervento per ricucire i rapporti con Massone. Gabelli ha quindi riferito di essere stato effettivamente assunto dalla One post come quality manager e che, pur essendo assunto alle dipendenze della One post, si occupava anche della Delivery descrivendola come la «società cooperativa che aveva all'interno tutti i dipendenti che svolgevano la funzione di distribuzione per le società di Massone e di Tiziano Renzi». È inutile precisare che One post, Chil e Delivery trovarono tutte la stessa triste fine, fallendo rispettivamente nel 2012, 2013 e 2015. Agli inquirenti Gabelli ha regalato altre rivelazioni: «In merito alla Delivery service, preciso che Laura Bovoli e Gambino Giovanna (moglie di Mariano Massone, ndr) si occupavano di questioni amministrativo-gestionali della stessa azienda. come delle altre, mentre Massone e Renzi erano i commerciali; sono loro che gestivano tutto di fatto, in quanto erano loro che prendevano le commesse». In sostanza le aziende dei Renzi e dei Massone si comportavano come un unico soggetto e si circondavano di coop cuscinetto su cui scaricare i problemi: «Una volta ottenute queste commesse le “dividevano" in base alle esigenze strutturali, logistiche e territoriali. In particolare venivano create aziende, prevalentemente sotto forma di cooperative, al solo fine di raggruppare i lavoratori o i mezzi. Tali realtà societarie venivano distinte dalla società “capofila" ossia Eventi 6 (ancora di proprietà dei Renzi, ndr), Chil, Mail service, One post ed Eukos. Tali società sono infatti quelle che nel tempo hanno intrattenuto concretamente i rapporti con i clienti, come ad esempio Carrefour, Conad, Euronics e altri. Per tale ragione queste società “capofila" non avevano direttamente alle dipendenze i distributori, se non per qualche periodo che io ricordi, ma tendenzialmente Mariano Massone, Gambino Giovanna, Tiziano Renzi e Laura Bovoli creavano società cooperative al fine di svolgere il lavoro operativo, concentrando tutte le criticità su queste e lasciando “pulite" le menzionate società capofila». Un modus operandi che la gip Angela Fantechi ha definito «criminogeno». Secondo Gabelli, Renzi senior e Massone operavano come un sol uomo e visto che i loro rapporti di lavoro sono continuati sino ai giorni nostri risulta difficile prendere sul serio l'assunto che portò al proscioglimento di Tiziano Renzi a Genova e cioè che la cessione della Chil post con i suoi debiti fu una cesura definitiva tra i due imprenditori. A giudizio del pm Marco Airoldi, Tiziano voleva interrompere tutti i suoi rapporti con Massone ed è ciò che «mediante la cessione della società lo stesso Renzi ha perseguito: Chil promozioni (poi Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone». Un'asserzione clamorosamente smentita dall'inchiesta di Firenze, in cui i Renzi e Massone sono accusati di aver intrallazzato insieme almeno sino al dicembre 2012, quando, risultavano, secondo pm e giudice, tutti e tre amministratori di fatto della Europe coop service, società dichiarata fallita nell'aprile scorso. Eppure già nel 2016 la Procura di Cuneo aveva inviato a Genova carte che sembravano smentire l'assioma degli inquirenti liguri. Da esse si evinceva, per esempio, che un ricco contratto per la distribuzione della posta non indirizzata, del valore di 500.000 euro l'anno, era stato trasferito dalla Chil post a una ditta piemontese su indicazione di Tiziano Renzi nell'ottobre 2011, un anno dopo la presunta chiusura definitiva dei rapporti tra Massone e i coniugi di Rignano sull'Arno. Che fine hanno fatto quei documenti? Il procuratore Cozzi prova a ricostruire i fatti: «Il gip aveva chiesto un supplemento d'indagine e credo, ma all'epoca non ero procuratore, che quelle carte siano state acquisite nell'ambito di quell'approfondimento investigativo. Dovrei verificare». Fatto sta che a Genova è arrivata l'archiviazione e in Toscana sono stati ordinati gli arresti. «A Firenze avranno avuto ben altre prove. Ho letto di elementi sui presunti aspetti truffaldini della vicenda di cui qua non avevamo mai sentito parlare...» prosegue il magistrato. Chiederà di acquisire gli atti, tra cui c'è il verbale di Gabelli? «Adesso ne parlerò con i colleghi, con il coordinatore del gruppo reati economici. (…) Bisogna vedere se dagli atti di Firenze possano risultare elementi utili alla riapertura delle indagini». Il procuratore non esclude, però, che le prove raccolte dagli inquirenti toscani possano «essere cose del tutto indipendenti che non influiscono sulla vicenda genovese». In questi anni il nostro giornale ha dimostrato, con foto e documenti, che gli affari di Mariano e Tiziano sono andati avanti ben oltre al 2010. Al punto che è stato Massone a individuare all'inizio del 2018 i presunti prestanome da portare a Firenze per sostituire presidente e consiglieri della Marmodiv, coop - sostengono i giudici - amministrata di fatto dai Renzi. Intervenne quando le acque erano particolarmente agitate, l'azienda era sull'orlo del fallimento e già assediata dalle indagini. Negli ultimi tre lustri Tiziano e Mariano si sono dimostrati fedeli l'uno all'altro, nella gioia e nel dolore, dai (rari) successi imprenditoriali all'arresto. Date queste premesse, potrebbe essere arrivato il momento di riscrivere la storia di un'inchiesta, quella genovese, forse chiusa con troppa superficialità. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-procura-di-genova-e-pronta-a-riaprire-linchiesta-archiviata-sul-padre-di-renzi-2629742746.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lazienda-di-famiglia-allargata-che-incarna-lo-spirito-del-renzismo" data-post-id="2629742746" data-published-at="1781107622" data-use-pagination="False"> L’azienda di famiglia (allargata) che incarna lo spirito del renzismo La storia della Chil srl è un po' la storia del renzismo e di quella straordinaria capacità che ha la famiglia di Rignano sull'Arno di saper cogliere l'attimo. L'unica coop dell'intricata ragnatela societaria di babbo Tiziano Renzi e mamma Laura Bovoli a cui sia associato il nome di Matteo. Che dell'azienda di distribuzione di materiale pubblicitario è prima socio al 40% e poi dirigente, a 7.000 euro al mese, grazie a un contratto firmato giusto 11 giorni prima di accettare la candidatura alla presidenza della Provincia di Firenze, nel 2003. Vinte le elezioni, il futuro premier si metterà in aspettativa e scaricherà per 10 anni gli onerosi costi previdenziali e del Tfr sulle spalle dei cittadini. Nelle carte dell'inchiesta genovese sul fallimento della Chil, da cui Tiziano è uscito archiviato, spunta anche il nome di un altro big dello storytelling renziano, tra i protagonisti della scalata da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Luca Lotti, o meglio: il suo papà, Marco Lotti. Gestore corporate dell'agenzia della Bcc di Pontassieve che concede un prestito da 697.000 euro a favore della coop appena 24 ore prima che Lotti jr venga assunto, proprio dal neosindaco fiorentino Matteo Renzi, come capostaff in Comune dopo esserlo stato in Provincia. Un prestito composto da 437.000 euro di mutuo chirografario, 10.000 di apertura di credito su c/c e 250.000 di «fido promiscuo» per l'anticipo fatture. Tutti soldi destinati a «liquidità aziendale, elasticità di cassa, smobilizzo crediti commerciali» e garantiti per 349.000 euro dalla finanziaria regionale Fidi Toscana e per 350.000 da un «fido omnibus» intestato a mamma Laura e «coperto» da un'ipoteca sulla casa di famiglia. A presentare l'istanza di garanzia è la Bovoli, amministratrice della società, sull'onda di una legge sull'imprenditoria femminile. Lo può fare perché, con lei, nella Chil, ci sono anche le due figlie Matilde e Benedetta. Subito dopo aver incassato i soldi, però, le donne di casa cedono nuovamente le quote a Tiziano Renzi che ritorna sulla tolda di comando. L'importo del mutuo chirografario della Bcc (437.000 euro) corrisponde alla cifra che alla società serve per estinguere gli anticipi di cassa con altre banche e per «rifornire» una delle coop di Mariano Massone. Chi è Massone? È il collaboratore-factotum storico di Tiziano, arrestato - coi genitori dell'ex premier - lunedì scorso dai pm di Firenze per bancarotta e false fatturazioni. Al papà di Mariano, il pensionato ex ufficiale marittimo Gianfranco Massone, Renzi senior vende nel 2010, per 3.800 euro, un ramo secco della Chil - diventata nel frattempo Chil Post - svuotata degli appalti migliori, che migrano verso un'altra coop di fiducia in Piemonte, ma non di gran parte dei 700.000 euro di debiti con la banca. Che saranno rimborsati solo nella misura utile ad eliminare l'ipoteca sulla casa dei Renzi. Dopo la ventireesima e ultima rata, la Chil Post smetterà di onorare i pagamenti costringendo Fidi Toscana a coprire con 266.000 euro di soldi pubblici la garanzia prestata a suo tempo. La Chil Post farà bancarotta di lì a poco. Chil, come il nome di un animale che compare nel Libro della giungla di Rudyard Kipling: un avvoltoio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-procura-di-genova-e-pronta-a-riaprire-linchiesta-archiviata-sul-padre-di-renzi-2629742746.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lex-premier-torna-a-minacciare-querelo-belpietro" data-post-id="2629742746" data-published-at="1781107622" data-use-pagination="False"> L’ex premier torna a minacciare: «Querelo Belpietro» Era la sala gialla del Lingotto, ma a qualcuno può essere sembrata più una Salò del renzismo che una Leopolda, più un arrocco finale che un'occasione di ripartenza in positivo. Si ricorderà che Matteo Renzi era atteso a Torino lunedì scorso, ma, a poche ore dalla presentazione del libro Un'altra strada, gli era arrivata la notizia del provvedimento restrittivo a carico dei suoi genitori, e l'evento fu annullato. Però già il mattino successivo l'ex premier riconvocò l'appuntamento, raccomandando di prenotare una sala più grande («Se qualcuno pensa di fermarmi, non mi conosce. Non ci conosce»). E ieri, in un clima di autoesaltazione, Renzi si è ripresentato a Torino, prima di correre in tarda serata anche a Genova. One man show, maniche arrotolate, camicia bianca aderentissima inadatta a nascondere consistenti tracce di pinguedine, Renzi ha dato subito il titolo: «Noi siamo quelli che restano e non mollano mai». Sala molto piena (pare, riempita dai pullman copiosamente arrivati dal Piemonte, ma pure dalla Toscana e dall'Emilia, per un opportuno «rinforzino»). Presenti i candidati segretari Roberto Giachetti e Maurizio Martina. Ecco il commento di una Maria Elena Boschi in versione pasionaria del renzismo: «Il Pd ha bisogno di Renzi, delle sue idee, del suo coraggio». Allineati e schierati anche l'onnipresente tesoriere Francesco Bonifazi, il governatore piemontese Sergio Chiamparino e un pugno di parlamentari alla caccia del titolo di «fedelissimi». Renzi prima ha sciorinato la più tipica mozione degli affetti: «Sono orgoglioso di essere figlio di Tiziano Renzi e Laura Bovoli. Ai magistrati dico: noi non vogliamo impunità, immunità, scambi per non andare a processo. Noi non scappiamo come fanno gli altri, vogliamo andare in aula. E vedremo chi ha ragione e chi torto». E poi è passato all'indicazione dei nemici, che ieri - in apparenza - sono stati tre. Il primo è Marco Travaglio, contro cui l'ex premier ha firmato in diretta una querela, nel quadro dell'ondata di citazioni preannunciate da Renzi. «Non riesco a presentarle tutte oggi: chiedo scusa a Maurizio Belpietro, purtroppo non ce l'ho fatta, a lui la facciamo la prossima settimana, sono mortificato, mi dispiace moltissimo», ha chiosato Renzi pensando evidentemente di essere spiritoso. Il secondo è il senatore grillino Mario Michele Giarrusso, l'uomo che ha mimato le manette davanti ai parlamentari Pd, a loro volta poco gloriosamente impegnati a chiedere processi per Salvini: «Ha detto che dovrei essere impiccato», ha urlato Renzi. «A uno che vuole tagliarmi la testa», ha aggiunto, «rispondo che ho chiesto al gruppo del Senato di intervenire lunedì in aula perché non abbiamo paura e io non mi faccio impaurire da questa gente qui e non ci faranno tacere». Presumibile quindi nuova agitazione a Palazzo Madama a inizio settimana. Insomma, Renzi cerca l'escalation. Terzo nemico: Matteo Salvini, a cui, come aveva già fatto nel programma di Fabio Fazio, Renzi tenta obliquamente di addossare la responsabilità morale di un clima di xenofobia: «Salvini ha una strategia terribile: gioca sull'immigrazione come minaccia. Lui alimenta il terrore e l'inquietudine delle persone». E poi le battutacce personali: «Definire Salvini in modo civile non è facile. Tirava le uova alle divise dei carabinieri, ora poverino si è affezionato alle divise: non ha più nessuno a casa che gli stira le camicie». E dopo questa sequenza di attacchi, la chiosa surreale: «Dicono che noi siamo arrabbiati, che siamo rancorosi». Ma non è vero, spiega Renzi: «Noi crediamo nel futuro». Dicevamo però che questi sono solo i nemici apparenti. Forse i nemici reali di Renzi stanno dentro il Pd. Già nel libro non si contano i veleni politici direttamente o indirettamente riferibili a Paolo Gentiloni e Marco Minniti, per limitarci a un paio di esempi. Ma ieri in sala Renzi ha ripreso a evocare il «fuoco amico» del quale sarebbe stato vittima per anni. «Hanno fatto la guerra al Matteo sbagliato, e hanno aperto la porta a un populismo pericoloso». E la stessa presenza in sala di due dei tre candidati segretari, Giachetti e Martina, è quasi un modo di evidenziare il «reprobo» che manca all'appello (Zingaretti) e anche di far immaginare - neanche troppo subliminalmente - nel caso in cui il governatore del Lazio non avesse una maggioranza schiacciante ai gazebo, una possibile intesa Giachetti-Martina ai suoi danni. I renziani contro il non renziano: chi non è con me è contro di me. Insomma, un Renzi incattivito proprio mentre cerca di dissimulare la rabbia, già scaricato dal «partito di Repubblica», e separato in casa con mezzo Pd. Comunque finiscano le primarie, e comunque vadano le europee, difficile immaginare di ritrovare renziani e antirenziani nella stessa stanza e sotto le stesse insegne, tra qualche settimana.
Da quel 31 marzo e da quella piovosa, a tratti gelida, notte di Zenica, in Bosnia, il sentimento che ha accompagnato il nostro avvicinamento ai Mondiali è stato uno soltanto: tristezza. Ma anche amarezza, rabbia e delusione. L'Italia non sarà alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva e questo lo sappiamo ormai da oltre due mesi. Il nostro calcio attraversa una crisi profonda e, mentre si avvicinano le elezioni federali del 22 giugno – dalle quali uscirà il presidente chiamato a nominare il nuovo commissario tecnico e ad avviare quel percorso di riforme di cui tutto il sistema sembra avere urgente bisogno – non resta che farsene definitivamente una ragione.
E magari aggrapparsi ai timidi segnali positivi arrivati nelle ultime settimane: l'entusiasmo e la freschezza dei giovani affidati alla guida di Silvio Baldini nelle amichevoli contro Lussemburgo e Grecia, oppure il successo dell'Under 17 all'Europeo di categoria. Ma soprattutto mettersi comodi davanti alla televisione e provare a godersi quello che, per chi ama il calcio, resta l'evento degli eventi.
Perché se è vero che un Mondiale senza azzurri rischia inevitabilmente di far perdere interesse a molti tifosi italiani, è altrettanto vero che la Coppa del Mondo si guarda a prescindere. Anche solo per vedere all'opera i migliori giocatori del pianeta. Da Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, attesi da quello che potrebbe essere il loro ultimo ballo, a Harry Kane ed Erling Haaland, già candidati credibili per la classifica marcatori. Fino ai talenti della nuova generazione, come Lamine Yamal e Michael Olise, pronti a trascinare Spagna e Francia con il loro estro. Senza dimenticare Kylian Mbappé, chiamato a riscattare una stagione al di sotto delle aspettative con il Real Madrid, e Ousmane Dembélé, reduce da dodici mesi da protagonista assoluto con il Paris Saint-Germain, culminati con la conquista della seconda Champions League consecutiva e del Pallone d'Oro. Proprio il Pallone d'Oro è uno dei temi che accompagneranno il torneo: è altamente probabile che il Mondiale finisca per incidere in maniera decisiva sull'assegnazione del prossimo riconoscimento individuale istituito da France Football.
Un Mondiale che non vedrà protagonista l'Italia, ma che parlerà comunque un po' la nostra lingua grazie ai tre commissari tecnici italiani presenti in panchina: Carlo Ancelotti alla guida del Brasile, Vincenzo Montella con la Turchia e Fabio Cannavaro alla sua storica prima partecipazione con l'Uzbekistan. Soprattutto Ancelotti potrebbe inseguire un'impresa senza precedenti. Nessuna nazionale, infatti, ha mai conquistato il Mondiale con un commissario tecnico straniero. Ci andarono vicini l'austriaco Ernst Happel con l'Olanda nel 1978 e l'inglese George Raynor con la Svezia nel 1958, ma nessuno riuscì a completare l'opera. Toccherà ora all'allenatore di Reggiolo provare ad abbattere uno degli ultimi tabù del calcio internazionale.
E poi ci sono le curiosità, le statistiche, i record da inseguire o da battere, ma anche le polemiche e i problemi che hanno accompagnato la vigilia del torneo diffuso tra Canada, Messico e Stati Uniti. Gli spunti, insomma, non mancano.
Le immagini dei giocatori del Senegal sottoposti a controlli direttamente sulla pista dell'aeroporto, quelle di Kevin De Bruyne perquisito con il metal detector e il passaggio dell'Uzbekistan di Cannavaro tra i cani antidroga hanno fatto il giro dei social, alimentando il dibattito sulle modalità di accoglienza adottate dalle autorità statunitensi. Ancora più delicato il caso di Omar Artan. Il 34enne arbitro somalo, designato dalla Fifa per dirigere alcune gare del torneo e destinato a diventare il primo fischietto del suo Paese a partecipare a un Mondiale, è stato respinto all'ingresso negli Stati Uniti dopo undici ore di interrogatorio a Miami. «Avevo tutti i documenti in regola», ha raccontato al New York Times, spiegando di essere stato interrogato a lungo anche sulla situazione politica della Somalia. La Fifa lo ha successivamente escluso dalla lista arbitrale. Sul piano diplomatico, l'Iran ha denunciato la revoca della quota di biglietti destinata ai propri tifosi e le difficoltà incontrate da diversi membri della delegazione nell'ottenere il visto d'ingresso negli Stati Uniti, tanto da spostare il ritiro in Messico. E proprio in Messico, a meno di quarantotto ore dalla partita inaugurale, migliaia di insegnanti hanno tentato di raggiungere lo stadio Azteca per protestare contro il governo di Claudia Sheinbaum, costringendo le autorità a blindare l'area attorno all'impianto. Nella capitale sono state sospese le lezioni e introdotte forme di lavoro agile per alleggerire il traffico previsto nel giorno del debutto del torneo.
Ma un Mondiale non vive soltanto di favoriti, polemiche e grandi campioni. Vive anche di storie. Come quella di Curaçao, arrivata all'ultima amichevole prima della partenza a bordo di un vecchio scuolabus con la musica ad alto volume e un entusiasmo contagioso. Oppure quella di Haiti, che porterà sulle proprie maglie la bandiera polacca in omaggio ai soldati che all'inizio dell'Ottocento decisero di schierarsi al fianco degli haitiani nella guerra d'indipendenza contro la Francia napoleonica. Il torneo nordamericano segnerà anche un traguardo simbolico. Tunisia-Giappone, in programma il 20 giugno a Monterrey, sarà infatti la millesima partita nella storia dei Mondiali, a quasi un secolo dalla prima edizione disputata in Uruguay nel 1930.
L'Italia resterà a guardare, e questo continuerà a fare male. Ma i Mondiali hanno sempre avuto la capacità di trascinare anche chi si avvicina con disincanto. Per le storie che raccontano, per i gol che rimangono nella storia, per i campioni che consacrano e per le sorprese che regalano. E forse è proprio questo il motivo per cui, nonostante tutto, da giovedì sera milioni di italiani saranno ancora una volta incollati davanti alla televisione.
Il torneo più grande di sempre tra format e nuove regole

Una vista panoramica dello Stadio di Città del Messico, nel contesto dell'atmosfera pre-Mondiale 2026 (Getty Images)
Non sarà soltanto il Mondiale più grande della storia. Quello che scatterà domani, giovedì 11 giugno, tra Messico, Stati Uniti e Canada rappresenta anche un punto di svolta per il calcio internazionale. Per la prima volta le Nazionali partecipanti saranno 48, le partite complessive saliranno a 104 e la Fifa sperimenterà una serie di novità regolamentari destinate a incidere concretamente sul gioco. Dal Var con poteri ampliati alla lotta contro le perdite di tempo, fino a una cerimonia inaugurale diffusa in tre Paesi diversi: il Mondiale 2026 sarà un laboratorio del calcio del futuro.
Il primo cambiamento riguarda le dimensioni del torneo. Dopo oltre vent'anni con il format a 32 squadre, la Fifa ha deciso di allargare la competizione a 48 Nazionali. Una scelta che porterà il numero complessivo delle partite da 64 a 104 e che ridisegnerà anche il percorso verso il titolo. Le squadre saranno suddivise in dodici gironi da quattro. Al termine della prima fase accederanno ai sedicesimi di finale le prime due classificate di ciascun gruppo e le otto migliori terze. Una novità che introduce un turno a eliminazione diretta in più rispetto al passato e che allunga inevitabilmente il cammino della squadra destinata a sollevare il trofeo il 19 luglio al MetLife Stadium di New York.
Cambierà anche il modo di arbitrare le partite. L'Ifab ha infatti approvato una serie di modifiche che debutteranno proprio durante il Mondiale nordamericano, con l'obiettivo dichiarato di ridurre le perdite di tempo e rendere il gioco più fluido. Il Var, ad esempio, avrà margini d'intervento più ampi rispetto al passato. Oltre ai tradizionali casi legati a gol, rigori ed espulsioni dirette, potrà correggere alcuni errori evidenti che finora rimanevano senza rimedio, come l'assegnazione errata di un calcio d'angolo o situazioni disciplinari derivanti da un'identificazione sbagliata del giocatore sanzionato. Particolare attenzione sarà riservata anche ai comportamenti ostruzionistici. I calciatori sostituiti dovranno lasciare il terreno di gioco entro dieci secondi dalla comunicazione del cambio; in caso contrario, il compagno designato a entrare dovrà attendere sessanta secondi prima di poter partecipare all'azione. Una misura pensata soprattutto per limitare le perdite di tempo nei minuti finali.
Non sarà l'unica novità in questa direzione. Gli arbitri potranno infatti avviare un conto alla rovescia per accelerare la ripresa del gioco in occasione di rimesse laterali e rinvii dal fondo. Se il tempo concesso non verrà rispettato, scatterà automaticamente una sanzione tecnica a favore della squadra avversaria. Cambiano anche le procedure relative agli infortuni. Salvo eccezioni specifiche, come nel caso dei portieri o di traumi particolarmente seri, i giocatori che riceveranno cure mediche dovranno restare fuori dal campo per almeno un minuto prima di poter rientrare. Una scelta che punta a scoraggiare interruzioni tattiche e simulazioni. L'unica deroga ai tentativi di velocizzare il gioco riguarda le pause idratazione. Considerate le elevate temperature previste in alcune sedi statunitensi e messicane, sarà consentita una sospensione di tre minuti per ciascun tempo di gioco.
Ad aprire ufficialmente il Mondiale sarà il Messico, impegnato giovedì 11 giugno contro il Sudafrica nello storico stadio Azteca di Città del Messico. Prima del calcio d'inizio, previsto alle 21 italiane, andrà in scena la prima delle tre cerimonie inaugurali organizzate dalla Fifa. Una scelta in linea con la natura itinerante di questa edizione, ospitata per la prima volta da tre Paesi diversi. Il giorno successivo toccherà infatti al Canada, a Toronto, e agli Stati Uniti, a Los Angeles, celebrare l'inizio della manifestazione con eventi dedicati. Un modo per dare visibilità a ciascuno dei Paesi organizzatori e sottolineare la dimensione globale di un torneo che punta a essere il più grande di sempre, non soltanto per il numero di squadre partecipanti. Oltre al mitico Azteca di Città del Messico e al MetLife Stadium di New York, si giocherà in 14 stadi distribuiti tra Stati Uniti, Messico e Canada, con una rete di impianti che attraversa praticamente tutto il continente nordamericano. Il Messico ospiterà le partite in tre sedi, aggiungendo all'Azteca (83.000 spettatori), l'Estadio Akron di Guadalajara (48.000 spettatori) e l'Estadio Bbva di Monterrey (53.500 spettatori). Il Canada avrà due stadi: il Bmo Field di Toronto (45.000 spettatori) e il Bc Place di Vancouver (54.000 spettatori). La parte più consistente del torneo si disputerà negli Stati Uniti, con undici impianti sparsi tra costa Est, Midwest e costa Ovest. Dal Mercedes-Benz Stadium di Atlanta (75.000 spettatori) al Gillette Stadium di Boston (65.000 spettatori) fino al AT&T Stadium di Dallas (94.000 spettatori) e all'Nrg Stadium di Houston (72.000 spettatori). E poi ancora l'Arrowhead Stadium di Kansas City (73.000 spettatori), il SoFi Stadium di Los Angeles (70.000 spettatori), l'Hard Rock Stadium di Miami (65.000 spettatori), il Lincoln Financial Field di Philadelphia (69.000 spettatori), il Levi's Stadium di San Francisco/Bay Arena (71.000 spettatori), il Lumen Field di Seattle (69.000 spettatori) e lo stadio della finalissima, il MetLife Stadium di New York/New Jersey (82.500 spettatori).
Un Mondiale, questo, che sarà inevitabilmente un banco di prova per la Fifa che punta a rendere il calcio più veloce, più spettacolare e ancora più globale. Resta da capire se tutte queste innovazioni riusciranno a migliorare davvero il torneo più importante del pianeta o se finiranno per snaturarne almeno in parte la tradizione. La risposta, come sempre, arriverà dal campo.
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«Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio». Lo ha detto il presidente del Consiglio all’assemblea di Confcommercio. «Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere un patrimonio dopo decenni di sacrifici», ha aggiunto.
Il premier ha inoltre sottolineato le misure varate dal governo contro le attività «apri e chiudi», affermando: «Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole». Citando il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha ribadito che «Non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita».
Dalle primarie a Trump, dai casi Epstein-Gates al boom dell’IA, un Paese in campagna elettorale e attraversato da nuove fratture.
Marcello Dell'Utri (Imagoeconomica)
Dal decreto, ancora parzialmente coperto da omissis, emerge con chiarezza quella che appare la motivazione centrale della decisione: «Mancano elementi concreti su contatti o rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi». Si tratta della sesta archiviazione in circa 30 anni di indagini sul medesimo filone investigativo. Un dato che, al di là delle inevitabili letture politiche, impone alcune riflessioni.
La prima riguarda il funzionamento del sistema giudiziario. Al di là degli esiti referendari e delle contrapposizioni ideologiche, è difficile sostenere che la giustizia italiana possa considerarsi pienamente efficiente quando sono necessari tre decenni per giungere a una conclusione che potrebbe essere definitiva su una vicenda tanto delicata per la storia della Repubblica.
Accertare se un leader politico che ha guidato il Paese per quattro volte, restando a Palazzo Chigi per oltre nove anni complessivi, abbia avuto o meno rapporti con la criminalità mafiosa non può essere considerato un tema marginale. In uno Stato maturo, una questione di tale rilevanza dovrebbe trovare una risposta certa in tempi ragionevoli. Il fatto che ciò non sia avvenuto rappresenta di per sé un elemento di riflessione. Sei archiviazioni e 30 anni di indagini appaiono un periodo eccessivo, persino considerando che Berlusconi è stato uno degli uomini politici più indagati della storia italiana.
Vi è poi un ulteriore aspetto che merita attenzione. La possibilità di mantenere aperti filoni investigativi per decenni attraverso successivi sviluppi procedurali solleva interrogativi sul piano delle garanzie individuali. La continua riapertura delle indagini, il periodico riaffiorare di vecchie dichiarazioni accusatorie e di nuove presunte acquisizioni probatorie, spesso a distanza di molti anni dai fatti, rischiano di produrre un effetto permanente di sospensione del giudizio, alimentando nell’opinione pubblica anticipazioni di colpevolezza che possono rivelarsi infondate. È un’impressione che ho maturato anche sul piano personale. Nelle occasioni in cui ho avuto modo di incontrare e confrontarmi con Berlusconi negli ultimi anni della sua vita, non ho mai percepito, neppure lontanamente, l’immagine dell’uomo cui, nel tempo, sono state attribuite le accuse più gravi. Le nostre conversazioni iniziavano spesso con un misto di comprensibile amarezza per gli oltre 100 procedimenti giudiziari affrontati e di sincera stima verso quella parte della magistratura che, con professionalità, dedizione e talvolta sacrificio personale, svolge quotidianamente il proprio compito al servizio della giustizia.
Alla luce dell’ennesima archiviazione, caratterizzata da motivazioni particolarmente nette, quelle parole appaiono oggi ancora più autentiche. Restituiscono il senso della sofferenza di un uomo che si è sempre dichiarato estraneo ad accuse gravissime e che ha vissuto per decenni sotto il peso di sospetti mai tradotti in prove sufficienti. Da uomo delle istituzioni e da osservatore della vita pubblica, non posso non rilevare come questa vicenda lasci l’impressione di una giustizia arrivata troppo tardi: una giustizia che, per molti aspetti, ha dato una risposta definitiva soltanto dopo la morte del diretto interessato.
Al di là delle simpatie o delle antipatie che ciascuno può nutrire nei confronti dell’uomo o del politico, questa storia dovrebbe offrire un insegnamento più generale. È interesse di tutti rendere il sistema giudiziario italiano più efficiente, più rapido e più equilibrato. Un sistema nel quale possano susseguirsi per 30 anni indagini, intercettazioni, interrogatori e inevitabili esposizioni mediatiche non rappresenta un modello auspicabile per nessun cittadino. Personalmente, avevo auspicato che un percorso di riforma potesse prendere avvio attraverso la revisione costituzionale proposta negli ultimi anni. Ciò non è avvenuto. Resta però la necessità di proseguire lungo la strada delle riforme, nella prospettiva di un processo capace di fornire risposte autorevoli in tempi ragionevoli.
Perché la credibilità della giustizia non è una questione che riguarda soltanto i tribunali. È uno dei pilastri della democrazia e della lotta alla criminalità organizzata.
Viene spontaneo chiedersi quanti autentici mafiosi abbiano potuto prosperare mentre energie investigative venivano impiegate nel tentativo di dimostrare una presunta contiguità mafiosa che, dopo decenni di accertamenti, non ha trovato conferma. E viene altrettanto spontaneo interrogarsi su quale percezione possano maturare i cittadini davanti a vicende processuali di durata così straordinaria. Come esce da tutto questo il sistema giustizia nel suo complesso? Se si vuole individuare un elemento positivo, esso risiede forse nella chiusura di una delle pagine più controverse della storia repubblicana recente. Una pagina che, almeno sul piano giudiziario, sembra mettere la parola fine alle insinuazioni relative ai presunti rapporti tra un ex premier e la criminalità mafiosa. Resta tuttavia un interrogativo che non può essere ignorato: dopo sei archiviazioni, questa vicenda può dirsi davvero conclusa oppure esiste il rischio che nuovi sviluppi investigativi la riportino ancora una volta al centro del dibattito pubblico e giudiziario? È proprio questa incertezza, protratta per decenni, a rappresentare uno degli aspetti più problematici dell’intera vicenda.
Resta ora una sfida importante per la magistratura: recuperare pienamente autorevolezza e credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, anche alla luce delle difficoltà e delle polemiche che hanno interessato il settore negli ultimi anni. Solo attraverso una collaborazione leale tra tutte le istituzioni sarà possibile costruire una giustizia più giusta, più rapida e più credibile. Una giustizia all’altezza delle aspettative dei cittadini e delle esigenze di uno Stato democratico.
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