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2019-02-23
La Procura di Genova è pronta a riaprire l’inchiesta archiviata sul padre di Renzi
Ansa
La Procura di Genova è pronta a riaprire l'indagine per bancarotta su Tiziano Renzi di fronte a nuove evidenze investigative che potrebbero arrivare dal Tribunale di Firenze, lo stesso che lunedì ha ordinato l'arresto per i genitori dell'ex premier e per il loro vecchio socio e collaboratore Mariano Massone. Lo ha confermato alla Verità il procuratore di Genova Francesco Cozzi. «Certamente sì, se ci sono elementi nuovi non solo possono, devono essere riaperte» osserva il magistrato. «Tra l'altro devo vedere il collega di Firenze a Roma, la prossima settimana, per una riunione alla Direzione nazionale antimafia, e chiederò a lui questi atti». La vicenda è quella del crac della Chil post, società dei Renzi ceduta a Massone nel 2010 con una discreta quantità di debiti in pancia. Per quella bancarotta, nel 2014, venne indagato anche Tiziano Renzi, che nel 2016 è stato archiviato. Una soluzione non definitiva, che a differenza dell'assoluzione, consente agli inquirenti di riaprire il fascicolo in qualunque momento. Per quel crac, nel 2016, Massone ha patteggiato 26 mesi di pena per bancarotta fraudolenta e il suo compare Antonello Gabelli, ufficialmente amministratore della ditta a partire dal 2010, si accordò per 22. Renzi senior venne archiviato dopo 29 mesi di complicate investigazioni, durante le quali il gip Roberta Bossi arrivò a chiedere un robusto supplemento d'indagine ai pm che avevano proposto il proscioglimento. Dopo gli ulteriori accertamenti, gli inquirenti non ritennero di dover modificare le proprie conclusioni e ribadirono la richiesta d'archiviazione, questa volta convincendo il giudice. Tutto questo avvenne mentre Tiziano intasava la Procura di dichiarazioni e memorie e i suoi due coindagati sceglievano invece la strada del silenzio assoluto. Una strategia resa possibile dalla bravura dell'avvocato Luca Gastini, difensore di Antonello Gabelli, ma di fatto alla guida del collegio che coordinava la difesa di tutti e tre gli indagati per bancarotta. Prima di scegliere Gastini (già storico difensore di Massone e in rapporti con Tiziano Renzi) Gabelli si era affidato a un avvocato dallo stile meno anglosassone, il quale a chi scrive, in un'intervista piena di fuochi artificiali, aveva annunciato che il suo cliente era pronto a rendere dichiarazioni esplosive. Dopo l'uscita dell'articolo Gabelli cambiò legale, le polveri delle sue presunte denunce si bagnarono, e da quel momento scelse la via del silenzio. L'indagato era stato scelto da Renzi senior come amministratore della Chil post alla vigilia della cessione e prima ancora era stato ingaggiato nella Arturo srl di Tiziano. Lavorò pure per la Delivery service Italia, la coop per il cui fallimento sono scattati gli arresti di lunedì.
Gabelli a Firenze, in veste di testimone e quindi senza avvocato, ha deciso di sciogliere la lingua. E le sue dichiarazioni sono diventate una delle pietre angolari dell'inchiesta. «In particolare devono evidenziarsi le dichiarazioni rese da Gabelli Antonello» ha scritto il giudice nella sua ordinanza. L'ex manager «ha riferito che Tiziano Renzi gli propose di collaborare con la sua società Chil, successivamente poiché la società di Renzi, Chil, aveva perso l'appalto per la distribuzione agli abbonati del Secolo XIX ed aveva quindi difficoltà a pagare il suo stipendio Tiziano Renzi gli propose di rientrare nella società di Massone denominata One post assicurandogli il suo diretto intervento per ricucire i rapporti con Massone.
Gabelli ha quindi riferito di essere stato effettivamente assunto dalla One post come quality manager e che, pur essendo assunto alle dipendenze della One post, si occupava anche della Delivery descrivendola come la «società cooperativa che aveva all'interno tutti i dipendenti che svolgevano la funzione di distribuzione per le società di Massone e di Tiziano Renzi». È inutile precisare che One post, Chil e Delivery trovarono tutte la stessa triste fine, fallendo rispettivamente nel 2012, 2013 e 2015. Agli inquirenti Gabelli ha regalato altre rivelazioni: «In merito alla Delivery service, preciso che Laura Bovoli e Gambino Giovanna (moglie di Mariano Massone, ndr) si occupavano di questioni amministrativo-gestionali della stessa azienda. come delle altre, mentre Massone e Renzi erano i commerciali; sono loro che gestivano tutto di fatto, in quanto erano loro che prendevano le commesse». In sostanza le aziende dei Renzi e dei Massone si comportavano come un unico soggetto e si circondavano di coop cuscinetto su cui scaricare i problemi: «Una volta ottenute queste commesse le “dividevano" in base alle esigenze strutturali, logistiche e territoriali. In particolare venivano create aziende, prevalentemente sotto forma di cooperative, al solo fine di raggruppare i lavoratori o i mezzi. Tali realtà societarie venivano distinte dalla società “capofila" ossia Eventi 6 (ancora di proprietà dei Renzi, ndr), Chil, Mail service, One post ed Eukos. Tali società sono infatti quelle che nel tempo hanno intrattenuto concretamente i rapporti con i clienti, come ad esempio Carrefour, Conad, Euronics e altri. Per tale ragione queste società “capofila" non avevano direttamente alle dipendenze i distributori, se non per qualche periodo che io ricordi, ma tendenzialmente Mariano Massone, Gambino Giovanna, Tiziano Renzi e Laura Bovoli creavano società cooperative al fine di svolgere il lavoro operativo, concentrando tutte le criticità su queste e lasciando “pulite" le menzionate società capofila». Un modus operandi che la gip Angela Fantechi ha definito «criminogeno».
Secondo Gabelli, Renzi senior e Massone operavano come un sol uomo e visto che i loro rapporti di lavoro sono continuati sino ai giorni nostri risulta difficile prendere sul serio l'assunto che portò al proscioglimento di Tiziano Renzi a Genova e cioè che la cessione della Chil post con i suoi debiti fu una cesura definitiva tra i due imprenditori. A giudizio del pm Marco Airoldi, Tiziano voleva interrompere tutti i suoi rapporti con Massone ed è ciò che «mediante la cessione della società lo stesso Renzi ha perseguito: Chil promozioni (poi Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone». Un'asserzione clamorosamente smentita dall'inchiesta di Firenze, in cui i Renzi e Massone sono accusati di aver intrallazzato insieme almeno sino al dicembre 2012, quando, risultavano, secondo pm e giudice, tutti e tre amministratori di fatto della Europe coop service, società dichiarata fallita nell'aprile scorso.
Eppure già nel 2016 la Procura di Cuneo aveva inviato a Genova carte che sembravano smentire l'assioma degli inquirenti liguri. Da esse si evinceva, per esempio, che un ricco contratto per la distribuzione della posta non indirizzata, del valore di 500.000 euro l'anno, era stato trasferito dalla Chil post a una ditta piemontese su indicazione di Tiziano Renzi nell'ottobre 2011, un anno dopo la presunta chiusura definitiva dei rapporti tra Massone e i coniugi di Rignano sull'Arno.
Che fine hanno fatto quei documenti? Il procuratore Cozzi prova a ricostruire i fatti: «Il gip aveva chiesto un supplemento d'indagine e credo, ma all'epoca non ero procuratore, che quelle carte siano state acquisite nell'ambito di quell'approfondimento investigativo. Dovrei verificare». Fatto sta che a Genova è arrivata l'archiviazione e in Toscana sono stati ordinati gli arresti. «A Firenze avranno avuto ben altre prove. Ho letto di elementi sui presunti aspetti truffaldini della vicenda di cui qua non avevamo mai sentito parlare...» prosegue il magistrato. Chiederà di acquisire gli atti, tra cui c'è il verbale di Gabelli? «Adesso ne parlerò con i colleghi, con il coordinatore del gruppo reati economici. (…) Bisogna vedere se dagli atti di Firenze possano risultare elementi utili alla riapertura delle indagini». Il procuratore non esclude, però, che le prove raccolte dagli inquirenti toscani possano «essere cose del tutto indipendenti che non influiscono sulla vicenda genovese».
In questi anni il nostro giornale ha dimostrato, con foto e documenti, che gli affari di Mariano e Tiziano sono andati avanti ben oltre al 2010. Al punto che è stato Massone a individuare all'inizio del 2018 i presunti prestanome da portare a Firenze per sostituire presidente e consiglieri della Marmodiv, coop - sostengono i giudici - amministrata di fatto dai Renzi. Intervenne quando le acque erano particolarmente agitate, l'azienda era sull'orlo del fallimento e già assediata dalle indagini. Negli ultimi tre lustri Tiziano e Mariano si sono dimostrati fedeli l'uno all'altro, nella gioia e nel dolore, dai (rari) successi imprenditoriali all'arresto. Date queste premesse, potrebbe essere arrivato il momento di riscrivere la storia di un'inchiesta, quella genovese, forse chiusa con troppa superficialità.
L’azienda di famiglia (allargata) che incarna lo spirito del renzismo
La storia della Chil srl è un po' la storia del renzismo e di quella straordinaria capacità che ha la famiglia di Rignano sull'Arno di saper cogliere l'attimo. L'unica coop dell'intricata ragnatela societaria di babbo Tiziano Renzi e mamma Laura Bovoli a cui sia associato il nome di Matteo. Che dell'azienda di distribuzione di materiale pubblicitario è prima socio al 40% e poi dirigente, a 7.000 euro al mese, grazie a un contratto firmato giusto 11 giorni prima di accettare la candidatura alla presidenza della Provincia di Firenze, nel 2003. Vinte le elezioni, il futuro premier si metterà in aspettativa e scaricherà per 10 anni gli onerosi costi previdenziali e del Tfr sulle spalle dei cittadini. Nelle carte dell'inchiesta genovese sul fallimento della Chil, da cui Tiziano è uscito archiviato, spunta anche il nome di un altro big dello storytelling renziano, tra i protagonisti della scalata da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Luca Lotti, o meglio: il suo papà, Marco Lotti. Gestore corporate dell'agenzia della Bcc di Pontassieve che concede un prestito da 697.000 euro a favore della coop appena 24 ore prima che Lotti jr venga assunto, proprio dal neosindaco fiorentino Matteo Renzi, come capostaff in Comune dopo esserlo stato in Provincia. Un prestito composto da 437.000 euro di mutuo chirografario, 10.000 di apertura di credito su c/c e 250.000 di «fido promiscuo» per l'anticipo fatture. Tutti soldi destinati a «liquidità aziendale, elasticità di cassa, smobilizzo crediti commerciali» e garantiti per 349.000 euro dalla finanziaria regionale Fidi Toscana e per 350.000 da un «fido omnibus» intestato a mamma Laura e «coperto» da un'ipoteca sulla casa di famiglia. A presentare l'istanza di garanzia è la Bovoli, amministratrice della società, sull'onda di una legge sull'imprenditoria femminile. Lo può fare perché, con lei, nella Chil, ci sono anche le due figlie Matilde e Benedetta. Subito dopo aver incassato i soldi, però, le donne di casa cedono nuovamente le quote a Tiziano Renzi che ritorna sulla tolda di comando. L'importo del mutuo chirografario della Bcc (437.000 euro) corrisponde alla cifra che alla società serve per estinguere gli anticipi di cassa con altre banche e per «rifornire» una delle coop di Mariano Massone. Chi è Massone? È il collaboratore-factotum storico di Tiziano, arrestato - coi genitori dell'ex premier - lunedì scorso dai pm di Firenze per bancarotta e false fatturazioni. Al papà di Mariano, il pensionato ex ufficiale marittimo Gianfranco Massone, Renzi senior vende nel 2010, per 3.800 euro, un ramo secco della Chil - diventata nel frattempo Chil Post - svuotata degli appalti migliori, che migrano verso un'altra coop di fiducia in Piemonte, ma non di gran parte dei 700.000 euro di debiti con la banca. Che saranno rimborsati solo nella misura utile ad eliminare l'ipoteca sulla casa dei Renzi. Dopo la ventireesima e ultima rata, la Chil Post smetterà di onorare i pagamenti costringendo Fidi Toscana a coprire con 266.000 euro di soldi pubblici la garanzia prestata a suo tempo. La Chil Post farà bancarotta di lì a poco. Chil, come il nome di un animale che compare nel Libro della giungla di Rudyard Kipling: un avvoltoio.
L’ex premier torna a minacciare: «Querelo Belpietro»
Era la sala gialla del Lingotto, ma a qualcuno può essere sembrata più una Salò del renzismo che una Leopolda, più un arrocco finale che un'occasione di ripartenza in positivo.
Si ricorderà che Matteo Renzi era atteso a Torino lunedì scorso, ma, a poche ore dalla presentazione del libro Un'altra strada, gli era arrivata la notizia del provvedimento restrittivo a carico dei suoi genitori, e l'evento fu annullato. Però già il mattino successivo l'ex premier riconvocò l'appuntamento, raccomandando di prenotare una sala più grande («Se qualcuno pensa di fermarmi, non mi conosce. Non ci conosce»).
E ieri, in un clima di autoesaltazione, Renzi si è ripresentato a Torino, prima di correre in tarda serata anche a Genova. One man show, maniche arrotolate, camicia bianca aderentissima inadatta a nascondere consistenti tracce di pinguedine, Renzi ha dato subito il titolo: «Noi siamo quelli che restano e non mollano mai».
Sala molto piena (pare, riempita dai pullman copiosamente arrivati dal Piemonte, ma pure dalla Toscana e dall'Emilia, per un opportuno «rinforzino»). Presenti i candidati segretari Roberto Giachetti e Maurizio Martina. Ecco il commento di una Maria Elena Boschi in versione pasionaria del renzismo: «Il Pd ha bisogno di Renzi, delle sue idee, del suo coraggio». Allineati e schierati anche l'onnipresente tesoriere Francesco Bonifazi, il governatore piemontese Sergio Chiamparino e un pugno di parlamentari alla caccia del titolo di «fedelissimi». Renzi prima ha sciorinato la più tipica mozione degli affetti: «Sono orgoglioso di essere figlio di Tiziano Renzi e Laura Bovoli. Ai magistrati dico: noi non vogliamo impunità, immunità, scambi per non andare a processo. Noi non scappiamo come fanno gli altri, vogliamo andare in aula. E vedremo chi ha ragione e chi torto».
E poi è passato all'indicazione dei nemici, che ieri - in apparenza - sono stati tre.
Il primo è Marco Travaglio, contro cui l'ex premier ha firmato in diretta una querela, nel quadro dell'ondata di citazioni preannunciate da Renzi. «Non riesco a presentarle tutte oggi: chiedo scusa a Maurizio Belpietro, purtroppo non ce l'ho fatta, a lui la facciamo la prossima settimana, sono mortificato, mi dispiace moltissimo», ha chiosato Renzi pensando evidentemente di essere spiritoso.
Il secondo è il senatore grillino Mario Michele Giarrusso, l'uomo che ha mimato le manette davanti ai parlamentari Pd, a loro volta poco gloriosamente impegnati a chiedere processi per Salvini: «Ha detto che dovrei essere impiccato», ha urlato Renzi. «A uno che vuole tagliarmi la testa», ha aggiunto, «rispondo che ho chiesto al gruppo del Senato di intervenire lunedì in aula perché non abbiamo paura e io non mi faccio impaurire da questa gente qui e non ci faranno tacere». Presumibile quindi nuova agitazione a Palazzo Madama a inizio settimana. Insomma, Renzi cerca l'escalation.
Terzo nemico: Matteo Salvini, a cui, come aveva già fatto nel programma di Fabio Fazio, Renzi tenta obliquamente di addossare la responsabilità morale di un clima di xenofobia: «Salvini ha una strategia terribile: gioca sull'immigrazione come minaccia. Lui alimenta il terrore e l'inquietudine delle persone». E poi le battutacce personali: «Definire Salvini in modo civile non è facile. Tirava le uova alle divise dei carabinieri, ora poverino si è affezionato alle divise: non ha più nessuno a casa che gli stira le camicie».
E dopo questa sequenza di attacchi, la chiosa surreale: «Dicono che noi siamo arrabbiati, che siamo rancorosi». Ma non è vero, spiega Renzi: «Noi crediamo nel futuro».
Dicevamo però che questi sono solo i nemici apparenti. Forse i nemici reali di Renzi stanno dentro il Pd. Già nel libro non si contano i veleni politici direttamente o indirettamente riferibili a Paolo Gentiloni e Marco Minniti, per limitarci a un paio di esempi. Ma ieri in sala Renzi ha ripreso a evocare il «fuoco amico» del quale sarebbe stato vittima per anni. «Hanno fatto la guerra al Matteo sbagliato, e hanno aperto la porta a un populismo pericoloso».
E la stessa presenza in sala di due dei tre candidati segretari, Giachetti e Martina, è quasi un modo di evidenziare il «reprobo» che manca all'appello (Zingaretti) e anche di far immaginare - neanche troppo subliminalmente - nel caso in cui il governatore del Lazio non avesse una maggioranza schiacciante ai gazebo, una possibile intesa Giachetti-Martina ai suoi danni. I renziani contro il non renziano: chi non è con me è contro di me.
Insomma, un Renzi incattivito proprio mentre cerca di dissimulare la rabbia, già scaricato dal «partito di Repubblica», e separato in casa con mezzo Pd. Comunque finiscano le primarie, e comunque vadano le europee, difficile immaginare di ritrovare renziani e antirenziani nella stessa stanza e sotto le stesse insegne, tra qualche settimana.
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L'indagine toscana, per la quale i coniugi sono stati arrestati, rivelerebbe nuovi particolari utili alle toghe liguri: «In tal caso è doveroso procedere».Il Rottamatore era socio della ditta e firmò un contratto da dipendente 11 giorni prima della candidatura alla Provincia. E il suo cospicuo Tfr finì in carico alle finanze pubbliche.A Torino davanti alla claque: «Firmo la settimana prossima». Sui colleghi del Pd: «Hanno fatto la lotta al Matteo sbagliato».Lo speciale contiene tre articoliLa Procura di Genova è pronta a riaprire l'indagine per bancarotta su Tiziano Renzi di fronte a nuove evidenze investigative che potrebbero arrivare dal Tribunale di Firenze, lo stesso che lunedì ha ordinato l'arresto per i genitori dell'ex premier e per il loro vecchio socio e collaboratore Mariano Massone. Lo ha confermato alla Verità il procuratore di Genova Francesco Cozzi. «Certamente sì, se ci sono elementi nuovi non solo possono, devono essere riaperte» osserva il magistrato. «Tra l'altro devo vedere il collega di Firenze a Roma, la prossima settimana, per una riunione alla Direzione nazionale antimafia, e chiederò a lui questi atti». La vicenda è quella del crac della Chil post, società dei Renzi ceduta a Massone nel 2010 con una discreta quantità di debiti in pancia. Per quella bancarotta, nel 2014, venne indagato anche Tiziano Renzi, che nel 2016 è stato archiviato. Una soluzione non definitiva, che a differenza dell'assoluzione, consente agli inquirenti di riaprire il fascicolo in qualunque momento. Per quel crac, nel 2016, Massone ha patteggiato 26 mesi di pena per bancarotta fraudolenta e il suo compare Antonello Gabelli, ufficialmente amministratore della ditta a partire dal 2010, si accordò per 22. Renzi senior venne archiviato dopo 29 mesi di complicate investigazioni, durante le quali il gip Roberta Bossi arrivò a chiedere un robusto supplemento d'indagine ai pm che avevano proposto il proscioglimento. Dopo gli ulteriori accertamenti, gli inquirenti non ritennero di dover modificare le proprie conclusioni e ribadirono la richiesta d'archiviazione, questa volta convincendo il giudice. Tutto questo avvenne mentre Tiziano intasava la Procura di dichiarazioni e memorie e i suoi due coindagati sceglievano invece la strada del silenzio assoluto. Una strategia resa possibile dalla bravura dell'avvocato Luca Gastini, difensore di Antonello Gabelli, ma di fatto alla guida del collegio che coordinava la difesa di tutti e tre gli indagati per bancarotta. Prima di scegliere Gastini (già storico difensore di Massone e in rapporti con Tiziano Renzi) Gabelli si era affidato a un avvocato dallo stile meno anglosassone, il quale a chi scrive, in un'intervista piena di fuochi artificiali, aveva annunciato che il suo cliente era pronto a rendere dichiarazioni esplosive. Dopo l'uscita dell'articolo Gabelli cambiò legale, le polveri delle sue presunte denunce si bagnarono, e da quel momento scelse la via del silenzio. L'indagato era stato scelto da Renzi senior come amministratore della Chil post alla vigilia della cessione e prima ancora era stato ingaggiato nella Arturo srl di Tiziano. Lavorò pure per la Delivery service Italia, la coop per il cui fallimento sono scattati gli arresti di lunedì.Gabelli a Firenze, in veste di testimone e quindi senza avvocato, ha deciso di sciogliere la lingua. E le sue dichiarazioni sono diventate una delle pietre angolari dell'inchiesta. «In particolare devono evidenziarsi le dichiarazioni rese da Gabelli Antonello» ha scritto il giudice nella sua ordinanza. L'ex manager «ha riferito che Tiziano Renzi gli propose di collaborare con la sua società Chil, successivamente poiché la società di Renzi, Chil, aveva perso l'appalto per la distribuzione agli abbonati del Secolo XIX ed aveva quindi difficoltà a pagare il suo stipendio Tiziano Renzi gli propose di rientrare nella società di Massone denominata One post assicurandogli il suo diretto intervento per ricucire i rapporti con Massone. Gabelli ha quindi riferito di essere stato effettivamente assunto dalla One post come quality manager e che, pur essendo assunto alle dipendenze della One post, si occupava anche della Delivery descrivendola come la «società cooperativa che aveva all'interno tutti i dipendenti che svolgevano la funzione di distribuzione per le società di Massone e di Tiziano Renzi». È inutile precisare che One post, Chil e Delivery trovarono tutte la stessa triste fine, fallendo rispettivamente nel 2012, 2013 e 2015. Agli inquirenti Gabelli ha regalato altre rivelazioni: «In merito alla Delivery service, preciso che Laura Bovoli e Gambino Giovanna (moglie di Mariano Massone, ndr) si occupavano di questioni amministrativo-gestionali della stessa azienda. come delle altre, mentre Massone e Renzi erano i commerciali; sono loro che gestivano tutto di fatto, in quanto erano loro che prendevano le commesse». In sostanza le aziende dei Renzi e dei Massone si comportavano come un unico soggetto e si circondavano di coop cuscinetto su cui scaricare i problemi: «Una volta ottenute queste commesse le “dividevano" in base alle esigenze strutturali, logistiche e territoriali. In particolare venivano create aziende, prevalentemente sotto forma di cooperative, al solo fine di raggruppare i lavoratori o i mezzi. Tali realtà societarie venivano distinte dalla società “capofila" ossia Eventi 6 (ancora di proprietà dei Renzi, ndr), Chil, Mail service, One post ed Eukos. Tali società sono infatti quelle che nel tempo hanno intrattenuto concretamente i rapporti con i clienti, come ad esempio Carrefour, Conad, Euronics e altri. Per tale ragione queste società “capofila" non avevano direttamente alle dipendenze i distributori, se non per qualche periodo che io ricordi, ma tendenzialmente Mariano Massone, Gambino Giovanna, Tiziano Renzi e Laura Bovoli creavano società cooperative al fine di svolgere il lavoro operativo, concentrando tutte le criticità su queste e lasciando “pulite" le menzionate società capofila». Un modus operandi che la gip Angela Fantechi ha definito «criminogeno». Secondo Gabelli, Renzi senior e Massone operavano come un sol uomo e visto che i loro rapporti di lavoro sono continuati sino ai giorni nostri risulta difficile prendere sul serio l'assunto che portò al proscioglimento di Tiziano Renzi a Genova e cioè che la cessione della Chil post con i suoi debiti fu una cesura definitiva tra i due imprenditori. A giudizio del pm Marco Airoldi, Tiziano voleva interrompere tutti i suoi rapporti con Massone ed è ciò che «mediante la cessione della società lo stesso Renzi ha perseguito: Chil promozioni (poi Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone». Un'asserzione clamorosamente smentita dall'inchiesta di Firenze, in cui i Renzi e Massone sono accusati di aver intrallazzato insieme almeno sino al dicembre 2012, quando, risultavano, secondo pm e giudice, tutti e tre amministratori di fatto della Europe coop service, società dichiarata fallita nell'aprile scorso. Eppure già nel 2016 la Procura di Cuneo aveva inviato a Genova carte che sembravano smentire l'assioma degli inquirenti liguri. Da esse si evinceva, per esempio, che un ricco contratto per la distribuzione della posta non indirizzata, del valore di 500.000 euro l'anno, era stato trasferito dalla Chil post a una ditta piemontese su indicazione di Tiziano Renzi nell'ottobre 2011, un anno dopo la presunta chiusura definitiva dei rapporti tra Massone e i coniugi di Rignano sull'Arno. Che fine hanno fatto quei documenti? Il procuratore Cozzi prova a ricostruire i fatti: «Il gip aveva chiesto un supplemento d'indagine e credo, ma all'epoca non ero procuratore, che quelle carte siano state acquisite nell'ambito di quell'approfondimento investigativo. Dovrei verificare». Fatto sta che a Genova è arrivata l'archiviazione e in Toscana sono stati ordinati gli arresti. «A Firenze avranno avuto ben altre prove. Ho letto di elementi sui presunti aspetti truffaldini della vicenda di cui qua non avevamo mai sentito parlare...» prosegue il magistrato. Chiederà di acquisire gli atti, tra cui c'è il verbale di Gabelli? «Adesso ne parlerò con i colleghi, con il coordinatore del gruppo reati economici. (…) Bisogna vedere se dagli atti di Firenze possano risultare elementi utili alla riapertura delle indagini». Il procuratore non esclude, però, che le prove raccolte dagli inquirenti toscani possano «essere cose del tutto indipendenti che non influiscono sulla vicenda genovese». In questi anni il nostro giornale ha dimostrato, con foto e documenti, che gli affari di Mariano e Tiziano sono andati avanti ben oltre al 2010. Al punto che è stato Massone a individuare all'inizio del 2018 i presunti prestanome da portare a Firenze per sostituire presidente e consiglieri della Marmodiv, coop - sostengono i giudici - amministrata di fatto dai Renzi. Intervenne quando le acque erano particolarmente agitate, l'azienda era sull'orlo del fallimento e già assediata dalle indagini. Negli ultimi tre lustri Tiziano e Mariano si sono dimostrati fedeli l'uno all'altro, nella gioia e nel dolore, dai (rari) successi imprenditoriali all'arresto. Date queste premesse, potrebbe essere arrivato il momento di riscrivere la storia di un'inchiesta, quella genovese, forse chiusa con troppa superficialità. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-procura-di-genova-e-pronta-a-riaprire-linchiesta-archiviata-sul-padre-di-renzi-2629742746.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lazienda-di-famiglia-allargata-che-incarna-lo-spirito-del-renzismo" data-post-id="2629742746" data-published-at="1781780047" data-use-pagination="False"> L’azienda di famiglia (allargata) che incarna lo spirito del renzismo La storia della Chil srl è un po' la storia del renzismo e di quella straordinaria capacità che ha la famiglia di Rignano sull'Arno di saper cogliere l'attimo. L'unica coop dell'intricata ragnatela societaria di babbo Tiziano Renzi e mamma Laura Bovoli a cui sia associato il nome di Matteo. Che dell'azienda di distribuzione di materiale pubblicitario è prima socio al 40% e poi dirigente, a 7.000 euro al mese, grazie a un contratto firmato giusto 11 giorni prima di accettare la candidatura alla presidenza della Provincia di Firenze, nel 2003. Vinte le elezioni, il futuro premier si metterà in aspettativa e scaricherà per 10 anni gli onerosi costi previdenziali e del Tfr sulle spalle dei cittadini. Nelle carte dell'inchiesta genovese sul fallimento della Chil, da cui Tiziano è uscito archiviato, spunta anche il nome di un altro big dello storytelling renziano, tra i protagonisti della scalata da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Luca Lotti, o meglio: il suo papà, Marco Lotti. Gestore corporate dell'agenzia della Bcc di Pontassieve che concede un prestito da 697.000 euro a favore della coop appena 24 ore prima che Lotti jr venga assunto, proprio dal neosindaco fiorentino Matteo Renzi, come capostaff in Comune dopo esserlo stato in Provincia. Un prestito composto da 437.000 euro di mutuo chirografario, 10.000 di apertura di credito su c/c e 250.000 di «fido promiscuo» per l'anticipo fatture. Tutti soldi destinati a «liquidità aziendale, elasticità di cassa, smobilizzo crediti commerciali» e garantiti per 349.000 euro dalla finanziaria regionale Fidi Toscana e per 350.000 da un «fido omnibus» intestato a mamma Laura e «coperto» da un'ipoteca sulla casa di famiglia. A presentare l'istanza di garanzia è la Bovoli, amministratrice della società, sull'onda di una legge sull'imprenditoria femminile. Lo può fare perché, con lei, nella Chil, ci sono anche le due figlie Matilde e Benedetta. Subito dopo aver incassato i soldi, però, le donne di casa cedono nuovamente le quote a Tiziano Renzi che ritorna sulla tolda di comando. L'importo del mutuo chirografario della Bcc (437.000 euro) corrisponde alla cifra che alla società serve per estinguere gli anticipi di cassa con altre banche e per «rifornire» una delle coop di Mariano Massone. Chi è Massone? È il collaboratore-factotum storico di Tiziano, arrestato - coi genitori dell'ex premier - lunedì scorso dai pm di Firenze per bancarotta e false fatturazioni. Al papà di Mariano, il pensionato ex ufficiale marittimo Gianfranco Massone, Renzi senior vende nel 2010, per 3.800 euro, un ramo secco della Chil - diventata nel frattempo Chil Post - svuotata degli appalti migliori, che migrano verso un'altra coop di fiducia in Piemonte, ma non di gran parte dei 700.000 euro di debiti con la banca. Che saranno rimborsati solo nella misura utile ad eliminare l'ipoteca sulla casa dei Renzi. Dopo la ventireesima e ultima rata, la Chil Post smetterà di onorare i pagamenti costringendo Fidi Toscana a coprire con 266.000 euro di soldi pubblici la garanzia prestata a suo tempo. La Chil Post farà bancarotta di lì a poco. Chil, come il nome di un animale che compare nel Libro della giungla di Rudyard Kipling: un avvoltoio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-procura-di-genova-e-pronta-a-riaprire-linchiesta-archiviata-sul-padre-di-renzi-2629742746.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lex-premier-torna-a-minacciare-querelo-belpietro" data-post-id="2629742746" data-published-at="1781780047" data-use-pagination="False"> L’ex premier torna a minacciare: «Querelo Belpietro» Era la sala gialla del Lingotto, ma a qualcuno può essere sembrata più una Salò del renzismo che una Leopolda, più un arrocco finale che un'occasione di ripartenza in positivo. Si ricorderà che Matteo Renzi era atteso a Torino lunedì scorso, ma, a poche ore dalla presentazione del libro Un'altra strada, gli era arrivata la notizia del provvedimento restrittivo a carico dei suoi genitori, e l'evento fu annullato. Però già il mattino successivo l'ex premier riconvocò l'appuntamento, raccomandando di prenotare una sala più grande («Se qualcuno pensa di fermarmi, non mi conosce. Non ci conosce»). E ieri, in un clima di autoesaltazione, Renzi si è ripresentato a Torino, prima di correre in tarda serata anche a Genova. One man show, maniche arrotolate, camicia bianca aderentissima inadatta a nascondere consistenti tracce di pinguedine, Renzi ha dato subito il titolo: «Noi siamo quelli che restano e non mollano mai». Sala molto piena (pare, riempita dai pullman copiosamente arrivati dal Piemonte, ma pure dalla Toscana e dall'Emilia, per un opportuno «rinforzino»). Presenti i candidati segretari Roberto Giachetti e Maurizio Martina. Ecco il commento di una Maria Elena Boschi in versione pasionaria del renzismo: «Il Pd ha bisogno di Renzi, delle sue idee, del suo coraggio». Allineati e schierati anche l'onnipresente tesoriere Francesco Bonifazi, il governatore piemontese Sergio Chiamparino e un pugno di parlamentari alla caccia del titolo di «fedelissimi». Renzi prima ha sciorinato la più tipica mozione degli affetti: «Sono orgoglioso di essere figlio di Tiziano Renzi e Laura Bovoli. Ai magistrati dico: noi non vogliamo impunità, immunità, scambi per non andare a processo. Noi non scappiamo come fanno gli altri, vogliamo andare in aula. E vedremo chi ha ragione e chi torto». E poi è passato all'indicazione dei nemici, che ieri - in apparenza - sono stati tre. Il primo è Marco Travaglio, contro cui l'ex premier ha firmato in diretta una querela, nel quadro dell'ondata di citazioni preannunciate da Renzi. «Non riesco a presentarle tutte oggi: chiedo scusa a Maurizio Belpietro, purtroppo non ce l'ho fatta, a lui la facciamo la prossima settimana, sono mortificato, mi dispiace moltissimo», ha chiosato Renzi pensando evidentemente di essere spiritoso. Il secondo è il senatore grillino Mario Michele Giarrusso, l'uomo che ha mimato le manette davanti ai parlamentari Pd, a loro volta poco gloriosamente impegnati a chiedere processi per Salvini: «Ha detto che dovrei essere impiccato», ha urlato Renzi. «A uno che vuole tagliarmi la testa», ha aggiunto, «rispondo che ho chiesto al gruppo del Senato di intervenire lunedì in aula perché non abbiamo paura e io non mi faccio impaurire da questa gente qui e non ci faranno tacere». Presumibile quindi nuova agitazione a Palazzo Madama a inizio settimana. Insomma, Renzi cerca l'escalation. Terzo nemico: Matteo Salvini, a cui, come aveva già fatto nel programma di Fabio Fazio, Renzi tenta obliquamente di addossare la responsabilità morale di un clima di xenofobia: «Salvini ha una strategia terribile: gioca sull'immigrazione come minaccia. Lui alimenta il terrore e l'inquietudine delle persone». E poi le battutacce personali: «Definire Salvini in modo civile non è facile. Tirava le uova alle divise dei carabinieri, ora poverino si è affezionato alle divise: non ha più nessuno a casa che gli stira le camicie». E dopo questa sequenza di attacchi, la chiosa surreale: «Dicono che noi siamo arrabbiati, che siamo rancorosi». Ma non è vero, spiega Renzi: «Noi crediamo nel futuro». Dicevamo però che questi sono solo i nemici apparenti. Forse i nemici reali di Renzi stanno dentro il Pd. Già nel libro non si contano i veleni politici direttamente o indirettamente riferibili a Paolo Gentiloni e Marco Minniti, per limitarci a un paio di esempi. Ma ieri in sala Renzi ha ripreso a evocare il «fuoco amico» del quale sarebbe stato vittima per anni. «Hanno fatto la guerra al Matteo sbagliato, e hanno aperto la porta a un populismo pericoloso». E la stessa presenza in sala di due dei tre candidati segretari, Giachetti e Martina, è quasi un modo di evidenziare il «reprobo» che manca all'appello (Zingaretti) e anche di far immaginare - neanche troppo subliminalmente - nel caso in cui il governatore del Lazio non avesse una maggioranza schiacciante ai gazebo, una possibile intesa Giachetti-Martina ai suoi danni. I renziani contro il non renziano: chi non è con me è contro di me. Insomma, un Renzi incattivito proprio mentre cerca di dissimulare la rabbia, già scaricato dal «partito di Repubblica», e separato in casa con mezzo Pd. Comunque finiscano le primarie, e comunque vadano le europee, difficile immaginare di ritrovare renziani e antirenziani nella stessa stanza e sotto le stesse insegne, tra qualche settimana.
Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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