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2019-02-23
La Procura di Genova è pronta a riaprire l’inchiesta archiviata sul padre di Renzi
Ansa
La Procura di Genova è pronta a riaprire l'indagine per bancarotta su Tiziano Renzi di fronte a nuove evidenze investigative che potrebbero arrivare dal Tribunale di Firenze, lo stesso che lunedì ha ordinato l'arresto per i genitori dell'ex premier e per il loro vecchio socio e collaboratore Mariano Massone. Lo ha confermato alla Verità il procuratore di Genova Francesco Cozzi. «Certamente sì, se ci sono elementi nuovi non solo possono, devono essere riaperte» osserva il magistrato. «Tra l'altro devo vedere il collega di Firenze a Roma, la prossima settimana, per una riunione alla Direzione nazionale antimafia, e chiederò a lui questi atti». La vicenda è quella del crac della Chil post, società dei Renzi ceduta a Massone nel 2010 con una discreta quantità di debiti in pancia. Per quella bancarotta, nel 2014, venne indagato anche Tiziano Renzi, che nel 2016 è stato archiviato. Una soluzione non definitiva, che a differenza dell'assoluzione, consente agli inquirenti di riaprire il fascicolo in qualunque momento. Per quel crac, nel 2016, Massone ha patteggiato 26 mesi di pena per bancarotta fraudolenta e il suo compare Antonello Gabelli, ufficialmente amministratore della ditta a partire dal 2010, si accordò per 22. Renzi senior venne archiviato dopo 29 mesi di complicate investigazioni, durante le quali il gip Roberta Bossi arrivò a chiedere un robusto supplemento d'indagine ai pm che avevano proposto il proscioglimento. Dopo gli ulteriori accertamenti, gli inquirenti non ritennero di dover modificare le proprie conclusioni e ribadirono la richiesta d'archiviazione, questa volta convincendo il giudice. Tutto questo avvenne mentre Tiziano intasava la Procura di dichiarazioni e memorie e i suoi due coindagati sceglievano invece la strada del silenzio assoluto. Una strategia resa possibile dalla bravura dell'avvocato Luca Gastini, difensore di Antonello Gabelli, ma di fatto alla guida del collegio che coordinava la difesa di tutti e tre gli indagati per bancarotta. Prima di scegliere Gastini (già storico difensore di Massone e in rapporti con Tiziano Renzi) Gabelli si era affidato a un avvocato dallo stile meno anglosassone, il quale a chi scrive, in un'intervista piena di fuochi artificiali, aveva annunciato che il suo cliente era pronto a rendere dichiarazioni esplosive. Dopo l'uscita dell'articolo Gabelli cambiò legale, le polveri delle sue presunte denunce si bagnarono, e da quel momento scelse la via del silenzio. L'indagato era stato scelto da Renzi senior come amministratore della Chil post alla vigilia della cessione e prima ancora era stato ingaggiato nella Arturo srl di Tiziano. Lavorò pure per la Delivery service Italia, la coop per il cui fallimento sono scattati gli arresti di lunedì.
Gabelli a Firenze, in veste di testimone e quindi senza avvocato, ha deciso di sciogliere la lingua. E le sue dichiarazioni sono diventate una delle pietre angolari dell'inchiesta. «In particolare devono evidenziarsi le dichiarazioni rese da Gabelli Antonello» ha scritto il giudice nella sua ordinanza. L'ex manager «ha riferito che Tiziano Renzi gli propose di collaborare con la sua società Chil, successivamente poiché la società di Renzi, Chil, aveva perso l'appalto per la distribuzione agli abbonati del Secolo XIX ed aveva quindi difficoltà a pagare il suo stipendio Tiziano Renzi gli propose di rientrare nella società di Massone denominata One post assicurandogli il suo diretto intervento per ricucire i rapporti con Massone.
Gabelli ha quindi riferito di essere stato effettivamente assunto dalla One post come quality manager e che, pur essendo assunto alle dipendenze della One post, si occupava anche della Delivery descrivendola come la «società cooperativa che aveva all'interno tutti i dipendenti che svolgevano la funzione di distribuzione per le società di Massone e di Tiziano Renzi». È inutile precisare che One post, Chil e Delivery trovarono tutte la stessa triste fine, fallendo rispettivamente nel 2012, 2013 e 2015. Agli inquirenti Gabelli ha regalato altre rivelazioni: «In merito alla Delivery service, preciso che Laura Bovoli e Gambino Giovanna (moglie di Mariano Massone, ndr) si occupavano di questioni amministrativo-gestionali della stessa azienda. come delle altre, mentre Massone e Renzi erano i commerciali; sono loro che gestivano tutto di fatto, in quanto erano loro che prendevano le commesse». In sostanza le aziende dei Renzi e dei Massone si comportavano come un unico soggetto e si circondavano di coop cuscinetto su cui scaricare i problemi: «Una volta ottenute queste commesse le “dividevano" in base alle esigenze strutturali, logistiche e territoriali. In particolare venivano create aziende, prevalentemente sotto forma di cooperative, al solo fine di raggruppare i lavoratori o i mezzi. Tali realtà societarie venivano distinte dalla società “capofila" ossia Eventi 6 (ancora di proprietà dei Renzi, ndr), Chil, Mail service, One post ed Eukos. Tali società sono infatti quelle che nel tempo hanno intrattenuto concretamente i rapporti con i clienti, come ad esempio Carrefour, Conad, Euronics e altri. Per tale ragione queste società “capofila" non avevano direttamente alle dipendenze i distributori, se non per qualche periodo che io ricordi, ma tendenzialmente Mariano Massone, Gambino Giovanna, Tiziano Renzi e Laura Bovoli creavano società cooperative al fine di svolgere il lavoro operativo, concentrando tutte le criticità su queste e lasciando “pulite" le menzionate società capofila». Un modus operandi che la gip Angela Fantechi ha definito «criminogeno».
Secondo Gabelli, Renzi senior e Massone operavano come un sol uomo e visto che i loro rapporti di lavoro sono continuati sino ai giorni nostri risulta difficile prendere sul serio l'assunto che portò al proscioglimento di Tiziano Renzi a Genova e cioè che la cessione della Chil post con i suoi debiti fu una cesura definitiva tra i due imprenditori. A giudizio del pm Marco Airoldi, Tiziano voleva interrompere tutti i suoi rapporti con Massone ed è ciò che «mediante la cessione della società lo stesso Renzi ha perseguito: Chil promozioni (poi Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone». Un'asserzione clamorosamente smentita dall'inchiesta di Firenze, in cui i Renzi e Massone sono accusati di aver intrallazzato insieme almeno sino al dicembre 2012, quando, risultavano, secondo pm e giudice, tutti e tre amministratori di fatto della Europe coop service, società dichiarata fallita nell'aprile scorso.
Eppure già nel 2016 la Procura di Cuneo aveva inviato a Genova carte che sembravano smentire l'assioma degli inquirenti liguri. Da esse si evinceva, per esempio, che un ricco contratto per la distribuzione della posta non indirizzata, del valore di 500.000 euro l'anno, era stato trasferito dalla Chil post a una ditta piemontese su indicazione di Tiziano Renzi nell'ottobre 2011, un anno dopo la presunta chiusura definitiva dei rapporti tra Massone e i coniugi di Rignano sull'Arno.
Che fine hanno fatto quei documenti? Il procuratore Cozzi prova a ricostruire i fatti: «Il gip aveva chiesto un supplemento d'indagine e credo, ma all'epoca non ero procuratore, che quelle carte siano state acquisite nell'ambito di quell'approfondimento investigativo. Dovrei verificare». Fatto sta che a Genova è arrivata l'archiviazione e in Toscana sono stati ordinati gli arresti. «A Firenze avranno avuto ben altre prove. Ho letto di elementi sui presunti aspetti truffaldini della vicenda di cui qua non avevamo mai sentito parlare...» prosegue il magistrato. Chiederà di acquisire gli atti, tra cui c'è il verbale di Gabelli? «Adesso ne parlerò con i colleghi, con il coordinatore del gruppo reati economici. (…) Bisogna vedere se dagli atti di Firenze possano risultare elementi utili alla riapertura delle indagini». Il procuratore non esclude, però, che le prove raccolte dagli inquirenti toscani possano «essere cose del tutto indipendenti che non influiscono sulla vicenda genovese».
In questi anni il nostro giornale ha dimostrato, con foto e documenti, che gli affari di Mariano e Tiziano sono andati avanti ben oltre al 2010. Al punto che è stato Massone a individuare all'inizio del 2018 i presunti prestanome da portare a Firenze per sostituire presidente e consiglieri della Marmodiv, coop - sostengono i giudici - amministrata di fatto dai Renzi. Intervenne quando le acque erano particolarmente agitate, l'azienda era sull'orlo del fallimento e già assediata dalle indagini. Negli ultimi tre lustri Tiziano e Mariano si sono dimostrati fedeli l'uno all'altro, nella gioia e nel dolore, dai (rari) successi imprenditoriali all'arresto. Date queste premesse, potrebbe essere arrivato il momento di riscrivere la storia di un'inchiesta, quella genovese, forse chiusa con troppa superficialità.
L’azienda di famiglia (allargata) che incarna lo spirito del renzismo
La storia della Chil srl è un po' la storia del renzismo e di quella straordinaria capacità che ha la famiglia di Rignano sull'Arno di saper cogliere l'attimo. L'unica coop dell'intricata ragnatela societaria di babbo Tiziano Renzi e mamma Laura Bovoli a cui sia associato il nome di Matteo. Che dell'azienda di distribuzione di materiale pubblicitario è prima socio al 40% e poi dirigente, a 7.000 euro al mese, grazie a un contratto firmato giusto 11 giorni prima di accettare la candidatura alla presidenza della Provincia di Firenze, nel 2003. Vinte le elezioni, il futuro premier si metterà in aspettativa e scaricherà per 10 anni gli onerosi costi previdenziali e del Tfr sulle spalle dei cittadini. Nelle carte dell'inchiesta genovese sul fallimento della Chil, da cui Tiziano è uscito archiviato, spunta anche il nome di un altro big dello storytelling renziano, tra i protagonisti della scalata da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Luca Lotti, o meglio: il suo papà, Marco Lotti. Gestore corporate dell'agenzia della Bcc di Pontassieve che concede un prestito da 697.000 euro a favore della coop appena 24 ore prima che Lotti jr venga assunto, proprio dal neosindaco fiorentino Matteo Renzi, come capostaff in Comune dopo esserlo stato in Provincia. Un prestito composto da 437.000 euro di mutuo chirografario, 10.000 di apertura di credito su c/c e 250.000 di «fido promiscuo» per l'anticipo fatture. Tutti soldi destinati a «liquidità aziendale, elasticità di cassa, smobilizzo crediti commerciali» e garantiti per 349.000 euro dalla finanziaria regionale Fidi Toscana e per 350.000 da un «fido omnibus» intestato a mamma Laura e «coperto» da un'ipoteca sulla casa di famiglia. A presentare l'istanza di garanzia è la Bovoli, amministratrice della società, sull'onda di una legge sull'imprenditoria femminile. Lo può fare perché, con lei, nella Chil, ci sono anche le due figlie Matilde e Benedetta. Subito dopo aver incassato i soldi, però, le donne di casa cedono nuovamente le quote a Tiziano Renzi che ritorna sulla tolda di comando. L'importo del mutuo chirografario della Bcc (437.000 euro) corrisponde alla cifra che alla società serve per estinguere gli anticipi di cassa con altre banche e per «rifornire» una delle coop di Mariano Massone. Chi è Massone? È il collaboratore-factotum storico di Tiziano, arrestato - coi genitori dell'ex premier - lunedì scorso dai pm di Firenze per bancarotta e false fatturazioni. Al papà di Mariano, il pensionato ex ufficiale marittimo Gianfranco Massone, Renzi senior vende nel 2010, per 3.800 euro, un ramo secco della Chil - diventata nel frattempo Chil Post - svuotata degli appalti migliori, che migrano verso un'altra coop di fiducia in Piemonte, ma non di gran parte dei 700.000 euro di debiti con la banca. Che saranno rimborsati solo nella misura utile ad eliminare l'ipoteca sulla casa dei Renzi. Dopo la ventireesima e ultima rata, la Chil Post smetterà di onorare i pagamenti costringendo Fidi Toscana a coprire con 266.000 euro di soldi pubblici la garanzia prestata a suo tempo. La Chil Post farà bancarotta di lì a poco. Chil, come il nome di un animale che compare nel Libro della giungla di Rudyard Kipling: un avvoltoio.
L’ex premier torna a minacciare: «Querelo Belpietro»
Era la sala gialla del Lingotto, ma a qualcuno può essere sembrata più una Salò del renzismo che una Leopolda, più un arrocco finale che un'occasione di ripartenza in positivo.
Si ricorderà che Matteo Renzi era atteso a Torino lunedì scorso, ma, a poche ore dalla presentazione del libro Un'altra strada, gli era arrivata la notizia del provvedimento restrittivo a carico dei suoi genitori, e l'evento fu annullato. Però già il mattino successivo l'ex premier riconvocò l'appuntamento, raccomandando di prenotare una sala più grande («Se qualcuno pensa di fermarmi, non mi conosce. Non ci conosce»).
E ieri, in un clima di autoesaltazione, Renzi si è ripresentato a Torino, prima di correre in tarda serata anche a Genova. One man show, maniche arrotolate, camicia bianca aderentissima inadatta a nascondere consistenti tracce di pinguedine, Renzi ha dato subito il titolo: «Noi siamo quelli che restano e non mollano mai».
Sala molto piena (pare, riempita dai pullman copiosamente arrivati dal Piemonte, ma pure dalla Toscana e dall'Emilia, per un opportuno «rinforzino»). Presenti i candidati segretari Roberto Giachetti e Maurizio Martina. Ecco il commento di una Maria Elena Boschi in versione pasionaria del renzismo: «Il Pd ha bisogno di Renzi, delle sue idee, del suo coraggio». Allineati e schierati anche l'onnipresente tesoriere Francesco Bonifazi, il governatore piemontese Sergio Chiamparino e un pugno di parlamentari alla caccia del titolo di «fedelissimi». Renzi prima ha sciorinato la più tipica mozione degli affetti: «Sono orgoglioso di essere figlio di Tiziano Renzi e Laura Bovoli. Ai magistrati dico: noi non vogliamo impunità, immunità, scambi per non andare a processo. Noi non scappiamo come fanno gli altri, vogliamo andare in aula. E vedremo chi ha ragione e chi torto».
E poi è passato all'indicazione dei nemici, che ieri - in apparenza - sono stati tre.
Il primo è Marco Travaglio, contro cui l'ex premier ha firmato in diretta una querela, nel quadro dell'ondata di citazioni preannunciate da Renzi. «Non riesco a presentarle tutte oggi: chiedo scusa a Maurizio Belpietro, purtroppo non ce l'ho fatta, a lui la facciamo la prossima settimana, sono mortificato, mi dispiace moltissimo», ha chiosato Renzi pensando evidentemente di essere spiritoso.
Il secondo è il senatore grillino Mario Michele Giarrusso, l'uomo che ha mimato le manette davanti ai parlamentari Pd, a loro volta poco gloriosamente impegnati a chiedere processi per Salvini: «Ha detto che dovrei essere impiccato», ha urlato Renzi. «A uno che vuole tagliarmi la testa», ha aggiunto, «rispondo che ho chiesto al gruppo del Senato di intervenire lunedì in aula perché non abbiamo paura e io non mi faccio impaurire da questa gente qui e non ci faranno tacere». Presumibile quindi nuova agitazione a Palazzo Madama a inizio settimana. Insomma, Renzi cerca l'escalation.
Terzo nemico: Matteo Salvini, a cui, come aveva già fatto nel programma di Fabio Fazio, Renzi tenta obliquamente di addossare la responsabilità morale di un clima di xenofobia: «Salvini ha una strategia terribile: gioca sull'immigrazione come minaccia. Lui alimenta il terrore e l'inquietudine delle persone». E poi le battutacce personali: «Definire Salvini in modo civile non è facile. Tirava le uova alle divise dei carabinieri, ora poverino si è affezionato alle divise: non ha più nessuno a casa che gli stira le camicie».
E dopo questa sequenza di attacchi, la chiosa surreale: «Dicono che noi siamo arrabbiati, che siamo rancorosi». Ma non è vero, spiega Renzi: «Noi crediamo nel futuro».
Dicevamo però che questi sono solo i nemici apparenti. Forse i nemici reali di Renzi stanno dentro il Pd. Già nel libro non si contano i veleni politici direttamente o indirettamente riferibili a Paolo Gentiloni e Marco Minniti, per limitarci a un paio di esempi. Ma ieri in sala Renzi ha ripreso a evocare il «fuoco amico» del quale sarebbe stato vittima per anni. «Hanno fatto la guerra al Matteo sbagliato, e hanno aperto la porta a un populismo pericoloso».
E la stessa presenza in sala di due dei tre candidati segretari, Giachetti e Martina, è quasi un modo di evidenziare il «reprobo» che manca all'appello (Zingaretti) e anche di far immaginare - neanche troppo subliminalmente - nel caso in cui il governatore del Lazio non avesse una maggioranza schiacciante ai gazebo, una possibile intesa Giachetti-Martina ai suoi danni. I renziani contro il non renziano: chi non è con me è contro di me.
Insomma, un Renzi incattivito proprio mentre cerca di dissimulare la rabbia, già scaricato dal «partito di Repubblica», e separato in casa con mezzo Pd. Comunque finiscano le primarie, e comunque vadano le europee, difficile immaginare di ritrovare renziani e antirenziani nella stessa stanza e sotto le stesse insegne, tra qualche settimana.
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L'indagine toscana, per la quale i coniugi sono stati arrestati, rivelerebbe nuovi particolari utili alle toghe liguri: «In tal caso è doveroso procedere».Il Rottamatore era socio della ditta e firmò un contratto da dipendente 11 giorni prima della candidatura alla Provincia. E il suo cospicuo Tfr finì in carico alle finanze pubbliche.A Torino davanti alla claque: «Firmo la settimana prossima». Sui colleghi del Pd: «Hanno fatto la lotta al Matteo sbagliato».Lo speciale contiene tre articoliLa Procura di Genova è pronta a riaprire l'indagine per bancarotta su Tiziano Renzi di fronte a nuove evidenze investigative che potrebbero arrivare dal Tribunale di Firenze, lo stesso che lunedì ha ordinato l'arresto per i genitori dell'ex premier e per il loro vecchio socio e collaboratore Mariano Massone. Lo ha confermato alla Verità il procuratore di Genova Francesco Cozzi. «Certamente sì, se ci sono elementi nuovi non solo possono, devono essere riaperte» osserva il magistrato. «Tra l'altro devo vedere il collega di Firenze a Roma, la prossima settimana, per una riunione alla Direzione nazionale antimafia, e chiederò a lui questi atti». La vicenda è quella del crac della Chil post, società dei Renzi ceduta a Massone nel 2010 con una discreta quantità di debiti in pancia. Per quella bancarotta, nel 2014, venne indagato anche Tiziano Renzi, che nel 2016 è stato archiviato. Una soluzione non definitiva, che a differenza dell'assoluzione, consente agli inquirenti di riaprire il fascicolo in qualunque momento. Per quel crac, nel 2016, Massone ha patteggiato 26 mesi di pena per bancarotta fraudolenta e il suo compare Antonello Gabelli, ufficialmente amministratore della ditta a partire dal 2010, si accordò per 22. Renzi senior venne archiviato dopo 29 mesi di complicate investigazioni, durante le quali il gip Roberta Bossi arrivò a chiedere un robusto supplemento d'indagine ai pm che avevano proposto il proscioglimento. Dopo gli ulteriori accertamenti, gli inquirenti non ritennero di dover modificare le proprie conclusioni e ribadirono la richiesta d'archiviazione, questa volta convincendo il giudice. Tutto questo avvenne mentre Tiziano intasava la Procura di dichiarazioni e memorie e i suoi due coindagati sceglievano invece la strada del silenzio assoluto. Una strategia resa possibile dalla bravura dell'avvocato Luca Gastini, difensore di Antonello Gabelli, ma di fatto alla guida del collegio che coordinava la difesa di tutti e tre gli indagati per bancarotta. Prima di scegliere Gastini (già storico difensore di Massone e in rapporti con Tiziano Renzi) Gabelli si era affidato a un avvocato dallo stile meno anglosassone, il quale a chi scrive, in un'intervista piena di fuochi artificiali, aveva annunciato che il suo cliente era pronto a rendere dichiarazioni esplosive. Dopo l'uscita dell'articolo Gabelli cambiò legale, le polveri delle sue presunte denunce si bagnarono, e da quel momento scelse la via del silenzio. L'indagato era stato scelto da Renzi senior come amministratore della Chil post alla vigilia della cessione e prima ancora era stato ingaggiato nella Arturo srl di Tiziano. Lavorò pure per la Delivery service Italia, la coop per il cui fallimento sono scattati gli arresti di lunedì.Gabelli a Firenze, in veste di testimone e quindi senza avvocato, ha deciso di sciogliere la lingua. E le sue dichiarazioni sono diventate una delle pietre angolari dell'inchiesta. «In particolare devono evidenziarsi le dichiarazioni rese da Gabelli Antonello» ha scritto il giudice nella sua ordinanza. L'ex manager «ha riferito che Tiziano Renzi gli propose di collaborare con la sua società Chil, successivamente poiché la società di Renzi, Chil, aveva perso l'appalto per la distribuzione agli abbonati del Secolo XIX ed aveva quindi difficoltà a pagare il suo stipendio Tiziano Renzi gli propose di rientrare nella società di Massone denominata One post assicurandogli il suo diretto intervento per ricucire i rapporti con Massone. Gabelli ha quindi riferito di essere stato effettivamente assunto dalla One post come quality manager e che, pur essendo assunto alle dipendenze della One post, si occupava anche della Delivery descrivendola come la «società cooperativa che aveva all'interno tutti i dipendenti che svolgevano la funzione di distribuzione per le società di Massone e di Tiziano Renzi». È inutile precisare che One post, Chil e Delivery trovarono tutte la stessa triste fine, fallendo rispettivamente nel 2012, 2013 e 2015. Agli inquirenti Gabelli ha regalato altre rivelazioni: «In merito alla Delivery service, preciso che Laura Bovoli e Gambino Giovanna (moglie di Mariano Massone, ndr) si occupavano di questioni amministrativo-gestionali della stessa azienda. come delle altre, mentre Massone e Renzi erano i commerciali; sono loro che gestivano tutto di fatto, in quanto erano loro che prendevano le commesse». In sostanza le aziende dei Renzi e dei Massone si comportavano come un unico soggetto e si circondavano di coop cuscinetto su cui scaricare i problemi: «Una volta ottenute queste commesse le “dividevano" in base alle esigenze strutturali, logistiche e territoriali. In particolare venivano create aziende, prevalentemente sotto forma di cooperative, al solo fine di raggruppare i lavoratori o i mezzi. Tali realtà societarie venivano distinte dalla società “capofila" ossia Eventi 6 (ancora di proprietà dei Renzi, ndr), Chil, Mail service, One post ed Eukos. Tali società sono infatti quelle che nel tempo hanno intrattenuto concretamente i rapporti con i clienti, come ad esempio Carrefour, Conad, Euronics e altri. Per tale ragione queste società “capofila" non avevano direttamente alle dipendenze i distributori, se non per qualche periodo che io ricordi, ma tendenzialmente Mariano Massone, Gambino Giovanna, Tiziano Renzi e Laura Bovoli creavano società cooperative al fine di svolgere il lavoro operativo, concentrando tutte le criticità su queste e lasciando “pulite" le menzionate società capofila». Un modus operandi che la gip Angela Fantechi ha definito «criminogeno». Secondo Gabelli, Renzi senior e Massone operavano come un sol uomo e visto che i loro rapporti di lavoro sono continuati sino ai giorni nostri risulta difficile prendere sul serio l'assunto che portò al proscioglimento di Tiziano Renzi a Genova e cioè che la cessione della Chil post con i suoi debiti fu una cesura definitiva tra i due imprenditori. A giudizio del pm Marco Airoldi, Tiziano voleva interrompere tutti i suoi rapporti con Massone ed è ciò che «mediante la cessione della società lo stesso Renzi ha perseguito: Chil promozioni (poi Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone». Un'asserzione clamorosamente smentita dall'inchiesta di Firenze, in cui i Renzi e Massone sono accusati di aver intrallazzato insieme almeno sino al dicembre 2012, quando, risultavano, secondo pm e giudice, tutti e tre amministratori di fatto della Europe coop service, società dichiarata fallita nell'aprile scorso. Eppure già nel 2016 la Procura di Cuneo aveva inviato a Genova carte che sembravano smentire l'assioma degli inquirenti liguri. Da esse si evinceva, per esempio, che un ricco contratto per la distribuzione della posta non indirizzata, del valore di 500.000 euro l'anno, era stato trasferito dalla Chil post a una ditta piemontese su indicazione di Tiziano Renzi nell'ottobre 2011, un anno dopo la presunta chiusura definitiva dei rapporti tra Massone e i coniugi di Rignano sull'Arno. Che fine hanno fatto quei documenti? Il procuratore Cozzi prova a ricostruire i fatti: «Il gip aveva chiesto un supplemento d'indagine e credo, ma all'epoca non ero procuratore, che quelle carte siano state acquisite nell'ambito di quell'approfondimento investigativo. Dovrei verificare». Fatto sta che a Genova è arrivata l'archiviazione e in Toscana sono stati ordinati gli arresti. «A Firenze avranno avuto ben altre prove. Ho letto di elementi sui presunti aspetti truffaldini della vicenda di cui qua non avevamo mai sentito parlare...» prosegue il magistrato. Chiederà di acquisire gli atti, tra cui c'è il verbale di Gabelli? «Adesso ne parlerò con i colleghi, con il coordinatore del gruppo reati economici. (…) Bisogna vedere se dagli atti di Firenze possano risultare elementi utili alla riapertura delle indagini». Il procuratore non esclude, però, che le prove raccolte dagli inquirenti toscani possano «essere cose del tutto indipendenti che non influiscono sulla vicenda genovese». In questi anni il nostro giornale ha dimostrato, con foto e documenti, che gli affari di Mariano e Tiziano sono andati avanti ben oltre al 2010. Al punto che è stato Massone a individuare all'inizio del 2018 i presunti prestanome da portare a Firenze per sostituire presidente e consiglieri della Marmodiv, coop - sostengono i giudici - amministrata di fatto dai Renzi. Intervenne quando le acque erano particolarmente agitate, l'azienda era sull'orlo del fallimento e già assediata dalle indagini. Negli ultimi tre lustri Tiziano e Mariano si sono dimostrati fedeli l'uno all'altro, nella gioia e nel dolore, dai (rari) successi imprenditoriali all'arresto. Date queste premesse, potrebbe essere arrivato il momento di riscrivere la storia di un'inchiesta, quella genovese, forse chiusa con troppa superficialità. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-procura-di-genova-e-pronta-a-riaprire-linchiesta-archiviata-sul-padre-di-renzi-2629742746.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lazienda-di-famiglia-allargata-che-incarna-lo-spirito-del-renzismo" data-post-id="2629742746" data-published-at="1782321588" data-use-pagination="False"> L’azienda di famiglia (allargata) che incarna lo spirito del renzismo La storia della Chil srl è un po' la storia del renzismo e di quella straordinaria capacità che ha la famiglia di Rignano sull'Arno di saper cogliere l'attimo. L'unica coop dell'intricata ragnatela societaria di babbo Tiziano Renzi e mamma Laura Bovoli a cui sia associato il nome di Matteo. Che dell'azienda di distribuzione di materiale pubblicitario è prima socio al 40% e poi dirigente, a 7.000 euro al mese, grazie a un contratto firmato giusto 11 giorni prima di accettare la candidatura alla presidenza della Provincia di Firenze, nel 2003. Vinte le elezioni, il futuro premier si metterà in aspettativa e scaricherà per 10 anni gli onerosi costi previdenziali e del Tfr sulle spalle dei cittadini. Nelle carte dell'inchiesta genovese sul fallimento della Chil, da cui Tiziano è uscito archiviato, spunta anche il nome di un altro big dello storytelling renziano, tra i protagonisti della scalata da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Luca Lotti, o meglio: il suo papà, Marco Lotti. Gestore corporate dell'agenzia della Bcc di Pontassieve che concede un prestito da 697.000 euro a favore della coop appena 24 ore prima che Lotti jr venga assunto, proprio dal neosindaco fiorentino Matteo Renzi, come capostaff in Comune dopo esserlo stato in Provincia. Un prestito composto da 437.000 euro di mutuo chirografario, 10.000 di apertura di credito su c/c e 250.000 di «fido promiscuo» per l'anticipo fatture. Tutti soldi destinati a «liquidità aziendale, elasticità di cassa, smobilizzo crediti commerciali» e garantiti per 349.000 euro dalla finanziaria regionale Fidi Toscana e per 350.000 da un «fido omnibus» intestato a mamma Laura e «coperto» da un'ipoteca sulla casa di famiglia. A presentare l'istanza di garanzia è la Bovoli, amministratrice della società, sull'onda di una legge sull'imprenditoria femminile. Lo può fare perché, con lei, nella Chil, ci sono anche le due figlie Matilde e Benedetta. Subito dopo aver incassato i soldi, però, le donne di casa cedono nuovamente le quote a Tiziano Renzi che ritorna sulla tolda di comando. L'importo del mutuo chirografario della Bcc (437.000 euro) corrisponde alla cifra che alla società serve per estinguere gli anticipi di cassa con altre banche e per «rifornire» una delle coop di Mariano Massone. Chi è Massone? È il collaboratore-factotum storico di Tiziano, arrestato - coi genitori dell'ex premier - lunedì scorso dai pm di Firenze per bancarotta e false fatturazioni. Al papà di Mariano, il pensionato ex ufficiale marittimo Gianfranco Massone, Renzi senior vende nel 2010, per 3.800 euro, un ramo secco della Chil - diventata nel frattempo Chil Post - svuotata degli appalti migliori, che migrano verso un'altra coop di fiducia in Piemonte, ma non di gran parte dei 700.000 euro di debiti con la banca. Che saranno rimborsati solo nella misura utile ad eliminare l'ipoteca sulla casa dei Renzi. Dopo la ventireesima e ultima rata, la Chil Post smetterà di onorare i pagamenti costringendo Fidi Toscana a coprire con 266.000 euro di soldi pubblici la garanzia prestata a suo tempo. La Chil Post farà bancarotta di lì a poco. Chil, come il nome di un animale che compare nel Libro della giungla di Rudyard Kipling: un avvoltoio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-procura-di-genova-e-pronta-a-riaprire-linchiesta-archiviata-sul-padre-di-renzi-2629742746.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lex-premier-torna-a-minacciare-querelo-belpietro" data-post-id="2629742746" data-published-at="1782321588" data-use-pagination="False"> L’ex premier torna a minacciare: «Querelo Belpietro» Era la sala gialla del Lingotto, ma a qualcuno può essere sembrata più una Salò del renzismo che una Leopolda, più un arrocco finale che un'occasione di ripartenza in positivo. Si ricorderà che Matteo Renzi era atteso a Torino lunedì scorso, ma, a poche ore dalla presentazione del libro Un'altra strada, gli era arrivata la notizia del provvedimento restrittivo a carico dei suoi genitori, e l'evento fu annullato. Però già il mattino successivo l'ex premier riconvocò l'appuntamento, raccomandando di prenotare una sala più grande («Se qualcuno pensa di fermarmi, non mi conosce. Non ci conosce»). E ieri, in un clima di autoesaltazione, Renzi si è ripresentato a Torino, prima di correre in tarda serata anche a Genova. One man show, maniche arrotolate, camicia bianca aderentissima inadatta a nascondere consistenti tracce di pinguedine, Renzi ha dato subito il titolo: «Noi siamo quelli che restano e non mollano mai». Sala molto piena (pare, riempita dai pullman copiosamente arrivati dal Piemonte, ma pure dalla Toscana e dall'Emilia, per un opportuno «rinforzino»). Presenti i candidati segretari Roberto Giachetti e Maurizio Martina. Ecco il commento di una Maria Elena Boschi in versione pasionaria del renzismo: «Il Pd ha bisogno di Renzi, delle sue idee, del suo coraggio». Allineati e schierati anche l'onnipresente tesoriere Francesco Bonifazi, il governatore piemontese Sergio Chiamparino e un pugno di parlamentari alla caccia del titolo di «fedelissimi». Renzi prima ha sciorinato la più tipica mozione degli affetti: «Sono orgoglioso di essere figlio di Tiziano Renzi e Laura Bovoli. Ai magistrati dico: noi non vogliamo impunità, immunità, scambi per non andare a processo. Noi non scappiamo come fanno gli altri, vogliamo andare in aula. E vedremo chi ha ragione e chi torto». E poi è passato all'indicazione dei nemici, che ieri - in apparenza - sono stati tre. Il primo è Marco Travaglio, contro cui l'ex premier ha firmato in diretta una querela, nel quadro dell'ondata di citazioni preannunciate da Renzi. «Non riesco a presentarle tutte oggi: chiedo scusa a Maurizio Belpietro, purtroppo non ce l'ho fatta, a lui la facciamo la prossima settimana, sono mortificato, mi dispiace moltissimo», ha chiosato Renzi pensando evidentemente di essere spiritoso. Il secondo è il senatore grillino Mario Michele Giarrusso, l'uomo che ha mimato le manette davanti ai parlamentari Pd, a loro volta poco gloriosamente impegnati a chiedere processi per Salvini: «Ha detto che dovrei essere impiccato», ha urlato Renzi. «A uno che vuole tagliarmi la testa», ha aggiunto, «rispondo che ho chiesto al gruppo del Senato di intervenire lunedì in aula perché non abbiamo paura e io non mi faccio impaurire da questa gente qui e non ci faranno tacere». Presumibile quindi nuova agitazione a Palazzo Madama a inizio settimana. Insomma, Renzi cerca l'escalation. Terzo nemico: Matteo Salvini, a cui, come aveva già fatto nel programma di Fabio Fazio, Renzi tenta obliquamente di addossare la responsabilità morale di un clima di xenofobia: «Salvini ha una strategia terribile: gioca sull'immigrazione come minaccia. Lui alimenta il terrore e l'inquietudine delle persone». E poi le battutacce personali: «Definire Salvini in modo civile non è facile. Tirava le uova alle divise dei carabinieri, ora poverino si è affezionato alle divise: non ha più nessuno a casa che gli stira le camicie». E dopo questa sequenza di attacchi, la chiosa surreale: «Dicono che noi siamo arrabbiati, che siamo rancorosi». Ma non è vero, spiega Renzi: «Noi crediamo nel futuro». Dicevamo però che questi sono solo i nemici apparenti. Forse i nemici reali di Renzi stanno dentro il Pd. Già nel libro non si contano i veleni politici direttamente o indirettamente riferibili a Paolo Gentiloni e Marco Minniti, per limitarci a un paio di esempi. Ma ieri in sala Renzi ha ripreso a evocare il «fuoco amico» del quale sarebbe stato vittima per anni. «Hanno fatto la guerra al Matteo sbagliato, e hanno aperto la porta a un populismo pericoloso». E la stessa presenza in sala di due dei tre candidati segretari, Giachetti e Martina, è quasi un modo di evidenziare il «reprobo» che manca all'appello (Zingaretti) e anche di far immaginare - neanche troppo subliminalmente - nel caso in cui il governatore del Lazio non avesse una maggioranza schiacciante ai gazebo, una possibile intesa Giachetti-Martina ai suoi danni. I renziani contro il non renziano: chi non è con me è contro di me. Insomma, un Renzi incattivito proprio mentre cerca di dissimulare la rabbia, già scaricato dal «partito di Repubblica», e separato in casa con mezzo Pd. Comunque finiscano le primarie, e comunque vadano le europee, difficile immaginare di ritrovare renziani e antirenziani nella stessa stanza e sotto le stesse insegne, tra qualche settimana.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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