2025-11-29
«Un’ora da incubo nella macelleria islamica»
Un frame del video dell'aggressione a Costanza Tosi (nel riquadro) nella macelleria islamica di Roubaix
Giornalista di «Fuori dal coro», sequestrata in Francia nel ghetto musulmano di Roubaix.Sequestrata in una macelleria da un gruppo di musulmani. Minacciata, irrisa, costretta a chiedere scusa senza una colpa. È durato più di un’ora l’incubo di Costanza Tosi, giornalista e inviata per la trasmissione Fuori dal coro, a Roubaix, in Francia, una città dove il credo islamico ha ormai sostituito la cultura occidentale.Mercoledì scorso Costanza era impegnata a fare il suo lavoro: telecamera addosso, telefono in mano e operatore al seguito, da giornalista esperta quale è, faceva interviste alla gente per strada e nei negozi. Domande semplici sulle abitudini di vita del quartiere, sulla possibilità di vivere all’occidentale, domande lecite, che vogliono mettere in luce una realtà poco lontana da noi e che potrebbe diventare presto anche la nostra.Ma a Roubaix le domande non le puoi fare. Costanza è entrata in una macelleria halal, dietro al bancone il proprietario del negozio. Poche parole tra i due, prima cortesi, poi lui, all’improvviso, cambia atteggiamento: «Quando mi ha detto di appoggiare il telefono ho pensato, semplicemente, che non volesse essere ripreso. Ho fatto come mi ha chiesto, ma non mi aspettavo certo quello che poi è successo». L’uomo si impossessa del cellulare, dal retrobottega arriva un giovane, forse il figlio, poi un terzo uomo entra nel negozio. Si passano il telefono di mano in mano, cercando forsennatamente di accendere lo schermo. «Il telefono era bloccato e, per questo, si sono innervositi», racconta Costanza Tosi. «Mi hanno intimato di dare loro il codice di accesso, ho proposto di cancellare di mano mia il video appena fatto, se era quello che volevano... ma loro no. Insistevano per avere il codice del telefono, tanto che il primo uomo ha minacciato di buttarlo nel tritacarne se non gli avessi risposto. Ho capito di essere in pericolo quando era troppo tardi. Nella stanza sono entrate anche alcune donne che hanno bloccato la porta, in modo da non farmi uscire». Costanza prova a convincere i suoi sequestratori, dice che chiamerà la polizia, chiede rispetto per il suo lavoro, ripete che quello che stanno facendo è illegale, che non possono tenerla prigioniera, che devono farla uscire. Ma il gruppo non sente ragioni. «Se continui ancora ti tiro un destro in testa», la minaccia uno degli energumeni, mentre gli altri ridono. La porta è sempre bloccata dall’interno, la giornalista chiede aiuto attraverso il vetro, gesticolando disperata, ma nessuno le va in soccorso. Le persone passano davanti alla vetrina, probabilmente la vedono ma, per loro, lei - bionda, occhi azzurri e senza velo - non è una vittima, ma una che «certamente merita quella punizione». Dopo oltre un’ora Costanza è distrutta. Seduta a terra in quel negozio che odora di carne, schiacciata dall’indifferenza e dalla violenza delle persone che le stanno intorno e che le ripetono: «È inutile che speri, sei sola qui, non ti aiuterà nessuno». Piange, si sente mancare il respiro. Poi cede e rivela il codice. «Da quel momento con il mio telefono hanno fatto di tutto: hanno cancellato i video, sono entrati nei profili social, hanno fotografato i dati personali in modo da sapere chi sono e dove abito. Ridevano di me per umiliarmi e continuare a farmi paura», racconta ancora, «e poi mi hanno obbligata a chiedere scusa, per tre volte». Lei chiede scusa per salvarsi da quella situazione assurda, figlia di una mentalità che non rispetta le leggi, che non ha rispetto o pietà per una donna sola in balia di un gruppo di uomini e che non ha nessun timore delle forze dell’ordine. «Chiama pure la polizia, mi dicevano, tanto arresterà te che filmavi senza chiedere», racconta ancora la giornalista. E se non è stato così, poco ci è mancato. «Quando sono andata in caserma gli agenti mi hanno accolta sottolineando che non avrei dovuto registrare quei video senza permesso», spiega l’inviata di Fuori dal coro, «e, come fosse una cosa normale, mi hanno informata che di solito, per entrare nel quartiere in cui mi ero addentrata, bisogna chiedere prima all’imam...».
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