2025-11-29
L’imam di Torino tifa per i terroristi. Il vescovo e la Cgil: «Non va espulso»
Mohamed Shahin (Ansa). Nel riquadro, il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Imagoeconomica)
Per il Viminale, Mohamed Shahin è una persona radicalizzata che rappresenta una minaccia per lo Stato. Sulle stragi di Hamas disse: «Non è violenza». Monsignor Olivero lo difende: «Ha solo espresso un’opinione».Per il Viminale è un pericoloso estremista. Per la sinistra e la Chiesa un simbolo da difendere. Dalla Cgil al Pd, da Avs al Movimento 5 stelle, dal vescovo di Pinerolo ai rappresentanti della Chiesa valdese, un’alleanza trasversale e influente è scesa in campo a sostegno di un imam che è in attesa di essere espulso per «ragioni di sicurezza dello Stato e prevenzione del terrorismo». Un personaggio a cui, già l’8 novembre 2023, le autorità negarono la cittadinanza italiana per «ragioni di sicurezza dello Stato». Addirittura un nutrito gruppo di antagonisti, anche in suo nome, ha dato l’assalto alla redazione della Stampa. Una saldatura tra mondi diversi che non promette niente di buono.Tutti questi signori chiedono la liberazione del quarantasettenne di origini egiziane Mohamed Shahin, nonostante sia ritenuto dai nostri investigatori un soggetto pericoloso, guida della moschea Omar Ibn Khattab di via Saluzzo, nel quartiere San Salvario di Torino, in questo momento trattenuto nel Cpr di Caltanissetta in attesa del rimpatrio nel suo Paese. Una «personalità carismatica […] guida spirituale e politica», con un uditorio ampio, in un momento «di estrema conflittualità internazionale» si legge nelle carte giudiziarie che lo riguardano.Un clima assurdo che ieri ha avuto un inquietante epilogo: come detto, durante la manifestazione indetta dall’organizzazione sindacale Usb, un’ottantina di facinorosi legati al centro sociale antagonista Askatasuna e alle sue ramificazioni universitarie, ha sfondato l’ingresso di un bar adiacente, ha fatto irruzione nella redazione del quotidiano di Torino e ha imbrattato i muri con scritte contro il giornale, i Cpr e a sostegno di Shahin. Quest’ultimo è arrivato nel nostro Paese nel 2004 e conosciuto nel capoluogo piemontese come figura di raccordo tra comunità musulmana e territorio, da anni è vivace animatore delle manifestazioni e dei cortei a sostegno dei diritti dei palestinesi ed è considerato un critico dichiarato del regime del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi. E nonostante sia stato messo all’indice dalle nostre forze di polizia, il vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, si è speso personalmente per difenderlo. In un video su Internet parla di «enorme ingiustizia»: «Mohamed è da 20 anni in Italia, è stato lavoratore, incensurato, ha sempre lavorato per il dialogo». Poi l’affondo: «Mi sembra strano e assurdo che ora rischi di essere espulso per delle opinioni espresse». Olivero è un fervido sostenitore del free speech (islamista): «Non possiamo condannare una persona semplicemente per le opinioni espresse». Chiede di far circolare l’appello, perché «un uomo ha diritto a difendersi e ha diritto a un regolare processo». E avverte: «L’espulsione sarebbe in un Paese in cui lui si oppone a quel regime e dunque finirebbe sicuramente in carcere e penso non solo in carcere». A Torino, intanto, la protesta è già scesa in piazza scandendo «Free Shahin». Le opposizioni urlano allo stop immediato del rimpatrio. Luigi Daniele, professore associato di diritto internazionale all’Università del Molise, paragona la vicenda a quella dell’attivista filo-palestinese arrestato a New York nel marzo scorso: «Da oggi anche l’Italia ha il suo Mahmoud Khalil». Il movimento Torino per Gaza parla di mossa politica «per fermare chi in questi anni si è mobilitato contro il genocidio». E la Cgil sostiene che sia «stato allontanato per essere collocato in quello che» il sindacato ha «più volte denunciato essere un gorgo in cui i diritti si perdono e le vite si annientano». Tutto è cominciato con le parole pronunciate dall’imam il 9 ottobre scorso. Frasi rimbalzate ovunque e riportate nel decreto di espulsione, parole che sembrano giustificare il pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023: «Ho detto chiaro e questo lo ribadisco e vorrei dirlo ad alta voce, che noi siamo, io personalmente, sono d’accordo con quello che è successo il 7 ottobre. Noi non siamo qui per essere con la violenza, ma quello che è successo nel 7 ottobre 2023 non è una violazione, non è una violenza». E ancora: «Io sono qui a farci ricordare a tutte le persone che sono ancora con la parola che la resistenza dicono i terroristi di Hamas, i terroristi di Hamas che lo hanno detto molte volte fino a oggi». Dichiarazioni incendiarie che avrebbero prodotto un fascicolo iscritto in Procura a modello 45 su segnalazione della Sezione antiterrorismo della Digos. Che si somma a un procedimento per un blocco stradale di maggio al quale l’imam avrebbe partecipato insieme a un gruppo pro Pal. Il decreto racconta che nello stesso intervento del 9 ottobre avrebbe «legittimato lo sterminio di inermi cittadini israeliani, contestualizzandolo nella sequela di conflitti che dal 1948 a oggi ha segnato i rapporti tra Israele e i paesi arabi confinanti». Il virgolettato successivo è quello in cui Shahin invita i giornalisti a riportare il suo intervento in modo integrale: «Non prendete un pezzo di quello che ho detto per andare a dire ai musulmani (che, ndr) l’imam della moschea di via Saluzzo sostiene Hamas». Poi, però, si sarebbe lasciato di nuovo andare, invitando a «non dimenticare queste 12 guerre che hanno ucciso migliaia, migliaia e migliaia di palestinesi». Poi arriva la notte tra il 23 e il 24 novembre. L’imam viene portato via. Destinazione il Cpr di Caltanissetta. Il decreto di espulsione è firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Motivazione: «Ragioni di sicurezza dello Stato e prevenzione del terrorismo». Nel provvedimento Shahin è descritto come un uomo «radicalizzato», «portatore di ideologia fondamentalista e antisemita», in contatto con «soggetti noti per la visione violenta dell’Islam». Ma, soprattutto, come vicino alla Fratellanza musulmana, movimento politico-religioso sunnita nato in Egitto nel 1928, che punta a costruire uno Stato ispirato alla legge islamica. Ha governato per circa un anno con Mohamed Morsi dopo le rivolte del 2011. Dal colpo di Stato del 2013 è stato dichiarato organizzazione terroristica dal governo di Al Sisi. Proprio nella sera incriminata, parlando sul palco, ha elogiato l’ex presidente Morsi «eletto dal popolo palestinese e ucciso dai sionisti in carcere», contrapponendolo all’attuale presidente, «sionista, dittatore, criminale». Sono questi giudizi, dicono i suoi avvocati, Gianluca Vitale e Fairus Ahmed Jama, a rendere pericoloso un suo eventuale rientro in Egitto. Nel frattempo, però, un decreto di 16 pagine della Terza sezione penale della Corte d’appello ricostruisce il percorso giudiziario: dalla revoca del permesso di soggiorno alla richiesta d’asilo respinta, fino alla frase che ha acceso la miccia. A carico di Shahin pendono il decreto di espulsione del 19 novembre e il decreto di trattenimento nel Cpr del 24 novembre, convalidato dal giudice di pace. Proprio in quest’ultima udienza Shahin ha formalizzato una domanda di protezione internazionale. Una mossa che, per la Corte, non cambia il punto centrale: la domanda d’asilo, dal punto di vista giuridico, non annulla il provvedimento di espulsione del Viminale, dove è indicato che Shahin avrebbe «intrapreso percorso di radicalizzazione religiosa connotata da spiccata ideologia antisemita» e avrebbe avuto «contatti con soggetti noti per la loro visione fondamentalista e violenta dell’Islam». La Corte segnala alcune relazioni pericolose dell’uomo: «Nel marzo 2012 veniva fermato a Imperia insieme a Giuliano Ibrahim Del Nievo (genovese, ndr), trasferitosi quello stesso anno in Siria per unirsi alle formazioni jihadiste e morto in combattimento nel 2013». Non è finita. Nel 2018, in un’indagine su Elmahdi Halili (condannato nel 2019, con sentenza divenuta irrevocabile nel 2022, per aver partecipato all'organizzazione terroristica dello Stato islamico), «veniva registrata una conversazione in cui questi consigliava ad altro soggetto di rivolgersi a Shanin presso la moschea di Torino». Il cuore del decreto, però, è tutto in una frase: le parole pronunciate da Shahin il 9 ottobre alla manifestazione pro Palestina «hanno veicolato un messaggio adesivo a quanto accaduto il 7 ottobre 2023». Non basta appellarsi all’articolo 21 della Costituzione (la libertà di manifestare il pensiero), che «ha sempre un limite non derogabile nel mantenimento dell’ordine pubblico». Shahin in udienza nega tutto: contatti, simpatie, legami con ambienti radicali. Dice di aver solo parlato di «impegno sociale e religioso», di aver «ripudiato ogni forma di violenza». La sinistra tutta e la Chiesa cattolica sembrano credere più a lui che al nostro Antiterrorismo.
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