True
2019-08-08
La mozione inutile sulla Tav umilia i grillini al Senato e avvicina la fine del governo
Ansa
I due vicepremier che non si salutano, il gelo tra Matteo Salvini e Danilo Toninelli, il senatore Alberto Airola che sbaglia i chilometri della Tav e la collega che tenta di correggerlo si mette le mani sulla faccia, il M5s che grida all'inciucio, la Lega che annuncia conseguenze politiche e il Pd che vuole Giuseppe Conte al Quirinale. Sono i momenti di una giornata di «ordinaria follia» a Palazzo Madama sulla Tav che ha di fatto aperto la prima vera crisi del governo gialloblù. La mozione grillina che impegnava il Parlamento a stoppare l'opera, non certo il governo, quindi con zero conseguenze sull'esecutivo, pur bocciata è diventata l'innesco dell'incendio nella maggioranza.
Il Senato ha respinto il testo del M5s contro la realizzazione dell'opera nonostante il via libera arrivato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte: la mozione pentastellata ha incassato 181 voti contrari e 110 a favore, peraltro 3 voti in più dei 107 senatori grillini (uno di essi il Pd Tommaso Cerno). Bocciata quella del M5s (che ha assorbito anche quella contraria di Leu) sono state approvate invece tutte quelle favorevoli alla Tav, votate dalle opposizioni e dalla Lega: il documento del Pd con 180 sì, 109 contrari e un astenuto; la mozione Bonino con 181 sì, 107 no e un astenuto; quella di Fdi è passata con 181 sì, 109 no e un astenuto; infine quella di Fi ha preso un voto in più ottenendo 182 voti favorevoli, 109 no e 2 astenuti.
La partita alla fine si è chiusa sul 4 a 1 con una maggioranza che aveva plasticamente mostrato le sue due facce quando la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, aveva dato la parola al governo e sono intervenuti il viceministro leghista all'Economia Massimo Garavaglia che ha invitato «a votare a favore di tutte le mozioni che dicono sì alla Tav, e contro chi blocca il Paese» e contemporaneamente si è alzato Vincenzo Sant'Angelo, sottosegretario grillino ai rapporti con il Parlamento, per annunciare che «l'esecutivo si rimette al parere del Parlamento». Tanto che poi Garavaglia, allargando le braccia ha ammesso: «Siamo il governo del cambiamento».
Del resto i rappresentanti del governo fondato su un «contratto» ieri erano materialmente divisi, più del solito: da una parte dei banchi i leghisti, dall'altra i grillini. Tra i primi Giulia Bongiorno, Matteo Salvini, Gian Marco Centinaio e Erika Stefani. Tre sedie vuote, compresa quella del premier, li dividevano dai grillini Riccardo Fraccaro e Danilo Toninelli, avversario della Tav e sfiduciato platealmente dal leader della Lega. E proprio lui, il ministro delle Infrastrutture che ieri in un'intervista al Corriere della Sera aveva cui ha definito il leader leghista come «un nano sulle spalle di giganti che lavorano» aveva appena ricevuto il tweet di risposta di Salvini: «Gli insulti di Renzi, della Boschi e del Pd mi divertono, gli attacchi quotidiani dei 5 stelle mi dispiacciono. Come si fa a lavorare così?». Poi è arrivato Luigi Di Maio, che è andato a sedersi tra i banchi del governo senza salutare il collega vicepremier.
Il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo nel suo intervento ha lanciato un avvertimento: «Diremo sì a tutte le mozioni pro Tav, anche quella del Pd. La mozione M5s impegna il Parlamento e non il governo, ma la questione politica resta. Se fate parte del governo dovete essere a favore della Tav. Se votate no ci saranno conseguenze».
Il M5s fin dall'inizio della seduta ha gridato all'inciucio: «La cosa più ridicola è che la Lega li sostiene dopo che il Pd ha presentato una mozione di sfiducia su Salvini. L'inciucio è servito! Aprite gli occhi!». Poco prima dell'apertura della seduta, infatti, il Pd aveva deciso di ridurre il testo della sua mozione a sole tre righe per impegnare il governo «ad adottare tutte le iniziative necessarie per consentire la rapida realizzazione della nuova linea ferroviaria Tav Torino-Lione», eliminando la premessa dove il Pd criticava l'atteggiamento del governo e le indecisioni all'interno della maggioranza sulla realizzazione della nuova infrastruttura. La mozione «innocua» ha consentito un voto trasversale, dal centrosinistra al centrodestra, compresa la Lega. E infatti, Romeo aveva detto: «Sono due righe, la votiamo certamente, votiamo sì».
Inciucio o no, dopo il voto anche il capogruppo grillino Stefano Patuanelli ha provato a ridimensionare la spaccatura: «La cosa surreale è dimenticarsi che questa è una repubblica parlamentare, non un premierato». Come a sottolineare che la mozione ha impegnato le Camere, quindi non c'è alcuna conseguenza per il governo. Non ha pensato alle conseguenze il ministro Toninelli che ha ribadito: «Ho votato no, vado avanti sereno».
Dopo la votazione il leader del Pd Nicola Zingaretti è stato tranchant: «Il governo non ha più una maggioranza. Il presidente Conte si rechi immediatamente al Quirinale dal presidente Mattarella per riferire della situazione di crisi che si è creata» mentre non è mancato il commento del senatore Matteo Renzi: «Ogni giorno i 5 stelle mangiano cucchiaini di merda. La partita Salvini-Di Maio? 6-0, 6-1». Ma poi attacca Salvini: «Non ha le palle, non è una persona coraggiosa. Se il governo non cade ora andrà avanti oltre maggio 2020, quando ci saranno nuove nomine».
Alla fine della mattinata la Tav è salva e la presidente del Senato, Alberti Casellati, ha augurato buone vacanze a tutti. Non sapendo, però, che di lì a poche ora la situazione sarebbe precipitata, trascinando l'esecutivo sull'orlo dell'abisso.
Il Pd spara a salve per tenersi le cadreghe
«Richiamiamo Tafazzi in servizio?». La domanda di Luciano Nobili, renziano doc del Partito democratico, è decisiva nel giorno del golpe mancato in Senato ed è l'unica certezza dentro il mondo dem, confuso e contorto perfino più del governo sulla Tav. Bisognerebbe richiamarlo, il Tafazzi, con la sua bottiglia pronta all'uso, simbolo di un'opposizione (e nel calderone ci sta come d'autunno anche Forza Italia) che poteva legittimamente creare una crisi di governo (poi comunque partita per autocombustione) ma non lo ha fatto. Perché anche più incollata alle poltrone di coloro che, sugli scranni della maggioranza, sono accusati d'esserlo.
Il problema del Pd è il tafazzismo congenito: Tafazzi perché ha tenuto in piedi il governo votando con il centrodestra e Tafazzi se lo avesse fatto cadere votando con i No Tav grillini dopo un decennio di incondizionati Sì all'opera. Un partito con le spalle al muro, che non se l'è sentita di seguire il suggerimento di Carlo Calenda. Alla vigilia il leader degli europeisti in Lacoste aveva colto il punto debole di tutta la faccenda e aveva lanciato l'idea sorniona: «Facciamo cadere questo governo, le opposizioni non presentino mozioni. Basterebbe uscire dall'aula al momento del voto per far abbassare il quorum. L'opera non sarebbe comunque in discussione perché il governo ha risposto all'Unione europea, perché ci sono i trattati internazionali. La verità è che se passa la mozione dei 5 stelle il governo andrà a casa come ha detto Matteo Salvini».
Sulla stessa linea era Luigi Zanda, che aveva in qualche modo solleticato l'appetito di Nicola Zingaretti e il suo favore nei confronti della spallata. Così il segretario ha contattato il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, e lo ha invitato a tentare lo sgambetto. La risposta è stata un deciso niet ammantato di coerenza tematica sulla Tav, dietro la quale c'è la rinuncia a fare politica (quindi a creare i presupposti per una sanguinosa crisi di Ferragosto) in nome delle poltrone. Il ragionamento è semplice: molti parlamentari del Pd sono ancora profondamente renziani, lontani dal segretario. Quindi contrari a tornare alle urne perché consapevoli che nelle liste per i collegi stilate dal vertice zingarettiano, per tanti di loro non ci sarebbe posto.
Dopo il disastro in Senato, lo stesso Marcucci che qualche ora prima aveva fatto consapevolmente da stampella al governo per puro calcolo opportunistico chiede al premier Giuseppe Conte di dimettersi «perché la maggioranza non c'è più. Sono umanamente vicino ai colleghi del Movimento 5 stelle e mi rendo conto della loro frustrazione. Non riescono a mantenere una promessa». Il temporale d'estate in casa Pd prosegue con la critica di Zanda alla scelta di Marcucci e a quel voto salvagoverno dei renziani. «Sono a favore della Tav» dice il tesoriere del partito, «ma ho votato per disciplina del gruppo perché politicamente sarebbe stato molto più utile uscire dall'aula e far emergere con più forza l'incompatibilità conclamata fra Lega e 5 stelle».
Lacrime di coccodrillo, coerenza a orologeria, occasione mancata di portare l'affondo decisivo. Doveva essere il giorno più debole della maggioranza, finisce per diventare la Caporetto strategica del Pd, incapace di affermare il principio fondante di un ruolo: l'opposizione sostanzialmente si oppone. Anche Forza Italia avrebbe potuto dare un segnale, ma Silvio Berlusconi si è limitato a ribadire: «Questo Parlamento non è in grado di esprimere maggioranze diverse. Nuove elezioni sono la soluzione migliore». Mentre il Senato chiude per ferie, rimane aperta l'eterna polemica a sinistra. E Nobili, quello che evocò Tafazzi, tira amaramente le somme con una domanda retorica: «Alla fine Zanda chi attacca violentemente e con gli stessi argomenti dei grillini? Matteo Renzi. Sono irrecuperabili». Meglio andare al mare.
La sfida da Sabaudia: «Qualcosa si è rotto»
Quella che sembrava l'ennesima, scontata, e senza conseguenze, dimostrazione di forza leghista nei confronti dell'alleato-vassallo è diventata invece la miccia che rischia di mandare in cenere l'intero esecutivo sintetizzata nel «qualcosa si è rotto, troppi no» pronunciato da Matteo Salvini dal palco di Sabaudia alla fine di una giornata convulsa.
Andiamo con ordine. Prima che la mozione pentastellata che voleva impegnare il Senato a opporsi alla Tav (mossa istituzionalmente ridicola in sé, dopo il via libera del premier all'opera) venisse asfaltata, il capogruppo leghista a Palazzo Madama, Massimiliano Romeo, aveva preso la parola accendendo le polveri: «È una questione politica. Il Movimento 5 stelle si assumerà la responsabilità. È una questione di credibilità di tutto il governo, ci saranno conseguenze». Un particolare non deve sfuggire. Il leghista poco prima dell'intervento ha parlato fitto fitto con il vicepremier Matteo Salvini, presente in Aula per tutte le votazioni. È abbastanza palese, quindi, che il messaggio del leader leghista ai suoi è stato quello di alzare marcatamente i toni, pronto a trasformare la provocazione grillina (la mozione anti Tav) in una leva politica per mettere all'angolo loro e Conte.
Archiviato il voto, con la figuraccia grillina che vede il proprio partner di governo votare tutte le mozioni delle opposizioni a favore dell'alta velocità, succede infatti qualcosa. Per buona parte del pomeriggio il consueto cicaleccio di tweet, agenzie, video della maggioranza si tace. Nessuna comunicazione per tre ore. Di più, il Viminale fa sapere che il comizio ad Anzio del ministro, previsto per le 17, è annullato. Confermato solo quello delle 21 a Sabaudia. La chiusura delle comunicazioni, sia in casa leghista che grillina, ha immediatamente fatto pensare a qualcosa di grosso in pentola. Solo poco prima delle 20 i primi lanci di agenzie hanno fatto chiarezza: «È in corso a Palazzo Chigi, a quanto si apprende, un colloquio tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini, che è giunto poco dopo le 19 nella sede del governo». Al termine fonti leghiste di Palazzo Chigi riferiscono che «l'incontro tra il vicepremier Salvini e Giuseppe Conte è stato lungo, pacato e cordiale».
Ma sotto la superficie il magma del malcontento del ministro dell'Interno ribolle. Fonti vicine al capo leghista confermano che mai come in queste ore la tanto evocata crisi si è materializzata. Forte dell'aver incassato l'ennesima vittoria tattica, vedi la Tav, il segretario vuole passare all'incasso. Ovvero rimuovere quegli ostacoli al fare, al rilancio, che passano sotto i nomi di alcuni ministri M5s: Danilo Toninelli, ovviamente, ma anche Elisabetta Trenta (Difesa) e un terzo membro di governo. Tutto farebbe pensare a Giovanni Tria, titolare del Mef, anche se conferme dirette di una richiesta di sacrificio da parte di Salvini non ci sono state. Più probabile che il terzo sia il titolare dell'Ambiente Sergio Costa. In ogni caso, è il succo leghista, o Conte (che ha rinviato la conferenza stampa prevista per stamattina) - e il Quirinale - accettano un robusto rimpasto, magari accompagnato da una riscrittura del contratto di governo, che aprirebbe di fatto la strada a un Conte bis, o è meglio votare. Convinti, in via Bellerio, che la finestra di ottobre sia praticabile, delegando l'impostazione della manovra ai tecnici salvo poi imprimervi la curvatura politica una volta insediato il nuovo esecutivo, con un maxi emendamento.
Continua a leggereRiduci
I senatori bocciano il documento del M5s mentre il Carroccio vota quello a favore di Pd, Fi, Fdi ed Emma Bonino. I pentastellati gridano all'inciucio ma la Lega dà il via al redde rationem.Il gruppo dem a trazione renziana (e anche Fi) non esce dall'Aula quando potrebbe. Tutto per sopravvivere.L'escalation di Matteo Salvini dopo il silenzio totale del pomeriggio: incontro con il premier e poi il comizio notturno.Lo speciale contiene tre articoli.I due vicepremier che non si salutano, il gelo tra Matteo Salvini e Danilo Toninelli, il senatore Alberto Airola che sbaglia i chilometri della Tav e la collega che tenta di correggerlo si mette le mani sulla faccia, il M5s che grida all'inciucio, la Lega che annuncia conseguenze politiche e il Pd che vuole Giuseppe Conte al Quirinale. Sono i momenti di una giornata di «ordinaria follia» a Palazzo Madama sulla Tav che ha di fatto aperto la prima vera crisi del governo gialloblù. La mozione grillina che impegnava il Parlamento a stoppare l'opera, non certo il governo, quindi con zero conseguenze sull'esecutivo, pur bocciata è diventata l'innesco dell'incendio nella maggioranza.Il Senato ha respinto il testo del M5s contro la realizzazione dell'opera nonostante il via libera arrivato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte: la mozione pentastellata ha incassato 181 voti contrari e 110 a favore, peraltro 3 voti in più dei 107 senatori grillini (uno di essi il Pd Tommaso Cerno). Bocciata quella del M5s (che ha assorbito anche quella contraria di Leu) sono state approvate invece tutte quelle favorevoli alla Tav, votate dalle opposizioni e dalla Lega: il documento del Pd con 180 sì, 109 contrari e un astenuto; la mozione Bonino con 181 sì, 107 no e un astenuto; quella di Fdi è passata con 181 sì, 109 no e un astenuto; infine quella di Fi ha preso un voto in più ottenendo 182 voti favorevoli, 109 no e 2 astenuti.La partita alla fine si è chiusa sul 4 a 1 con una maggioranza che aveva plasticamente mostrato le sue due facce quando la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, aveva dato la parola al governo e sono intervenuti il viceministro leghista all'Economia Massimo Garavaglia che ha invitato «a votare a favore di tutte le mozioni che dicono sì alla Tav, e contro chi blocca il Paese» e contemporaneamente si è alzato Vincenzo Sant'Angelo, sottosegretario grillino ai rapporti con il Parlamento, per annunciare che «l'esecutivo si rimette al parere del Parlamento». Tanto che poi Garavaglia, allargando le braccia ha ammesso: «Siamo il governo del cambiamento».Del resto i rappresentanti del governo fondato su un «contratto» ieri erano materialmente divisi, più del solito: da una parte dei banchi i leghisti, dall'altra i grillini. Tra i primi Giulia Bongiorno, Matteo Salvini, Gian Marco Centinaio e Erika Stefani. Tre sedie vuote, compresa quella del premier, li dividevano dai grillini Riccardo Fraccaro e Danilo Toninelli, avversario della Tav e sfiduciato platealmente dal leader della Lega. E proprio lui, il ministro delle Infrastrutture che ieri in un'intervista al Corriere della Sera aveva cui ha definito il leader leghista come «un nano sulle spalle di giganti che lavorano» aveva appena ricevuto il tweet di risposta di Salvini: «Gli insulti di Renzi, della Boschi e del Pd mi divertono, gli attacchi quotidiani dei 5 stelle mi dispiacciono. Come si fa a lavorare così?». Poi è arrivato Luigi Di Maio, che è andato a sedersi tra i banchi del governo senza salutare il collega vicepremier.Il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo nel suo intervento ha lanciato un avvertimento: «Diremo sì a tutte le mozioni pro Tav, anche quella del Pd. La mozione M5s impegna il Parlamento e non il governo, ma la questione politica resta. Se fate parte del governo dovete essere a favore della Tav. Se votate no ci saranno conseguenze».Il M5s fin dall'inizio della seduta ha gridato all'inciucio: «La cosa più ridicola è che la Lega li sostiene dopo che il Pd ha presentato una mozione di sfiducia su Salvini. L'inciucio è servito! Aprite gli occhi!». Poco prima dell'apertura della seduta, infatti, il Pd aveva deciso di ridurre il testo della sua mozione a sole tre righe per impegnare il governo «ad adottare tutte le iniziative necessarie per consentire la rapida realizzazione della nuova linea ferroviaria Tav Torino-Lione», eliminando la premessa dove il Pd criticava l'atteggiamento del governo e le indecisioni all'interno della maggioranza sulla realizzazione della nuova infrastruttura. La mozione «innocua» ha consentito un voto trasversale, dal centrosinistra al centrodestra, compresa la Lega. E infatti, Romeo aveva detto: «Sono due righe, la votiamo certamente, votiamo sì».Inciucio o no, dopo il voto anche il capogruppo grillino Stefano Patuanelli ha provato a ridimensionare la spaccatura: «La cosa surreale è dimenticarsi che questa è una repubblica parlamentare, non un premierato». Come a sottolineare che la mozione ha impegnato le Camere, quindi non c'è alcuna conseguenza per il governo. Non ha pensato alle conseguenze il ministro Toninelli che ha ribadito: «Ho votato no, vado avanti sereno».Dopo la votazione il leader del Pd Nicola Zingaretti è stato tranchant: «Il governo non ha più una maggioranza. Il presidente Conte si rechi immediatamente al Quirinale dal presidente Mattarella per riferire della situazione di crisi che si è creata» mentre non è mancato il commento del senatore Matteo Renzi: «Ogni giorno i 5 stelle mangiano cucchiaini di merda. La partita Salvini-Di Maio? 6-0, 6-1». Ma poi attacca Salvini: «Non ha le palle, non è una persona coraggiosa. Se il governo non cade ora andrà avanti oltre maggio 2020, quando ci saranno nuove nomine».Alla fine della mattinata la Tav è salva e la presidente del Senato, Alberti Casellati, ha augurato buone vacanze a tutti. Non sapendo, però, che di lì a poche ora la situazione sarebbe precipitata, trascinando l'esecutivo sull'orlo dell'abisso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-mozione-inutile-sulla-tav-umilia-i-grillini-al-senato-e-avvicina-la-fine-del-governo-2639714251.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-spara-a-salve-per-tenersi-le-cadreghe" data-post-id="2639714251" data-published-at="1774155510" data-use-pagination="False"> Il Pd spara a salve per tenersi le cadreghe «Richiamiamo Tafazzi in servizio?». La domanda di Luciano Nobili, renziano doc del Partito democratico, è decisiva nel giorno del golpe mancato in Senato ed è l'unica certezza dentro il mondo dem, confuso e contorto perfino più del governo sulla Tav. Bisognerebbe richiamarlo, il Tafazzi, con la sua bottiglia pronta all'uso, simbolo di un'opposizione (e nel calderone ci sta come d'autunno anche Forza Italia) che poteva legittimamente creare una crisi di governo (poi comunque partita per autocombustione) ma non lo ha fatto. Perché anche più incollata alle poltrone di coloro che, sugli scranni della maggioranza, sono accusati d'esserlo. Il problema del Pd è il tafazzismo congenito: Tafazzi perché ha tenuto in piedi il governo votando con il centrodestra e Tafazzi se lo avesse fatto cadere votando con i No Tav grillini dopo un decennio di incondizionati Sì all'opera. Un partito con le spalle al muro, che non se l'è sentita di seguire il suggerimento di Carlo Calenda. Alla vigilia il leader degli europeisti in Lacoste aveva colto il punto debole di tutta la faccenda e aveva lanciato l'idea sorniona: «Facciamo cadere questo governo, le opposizioni non presentino mozioni. Basterebbe uscire dall'aula al momento del voto per far abbassare il quorum. L'opera non sarebbe comunque in discussione perché il governo ha risposto all'Unione europea, perché ci sono i trattati internazionali. La verità è che se passa la mozione dei 5 stelle il governo andrà a casa come ha detto Matteo Salvini». Sulla stessa linea era Luigi Zanda, che aveva in qualche modo solleticato l'appetito di Nicola Zingaretti e il suo favore nei confronti della spallata. Così il segretario ha contattato il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, e lo ha invitato a tentare lo sgambetto. La risposta è stata un deciso niet ammantato di coerenza tematica sulla Tav, dietro la quale c'è la rinuncia a fare politica (quindi a creare i presupposti per una sanguinosa crisi di Ferragosto) in nome delle poltrone. Il ragionamento è semplice: molti parlamentari del Pd sono ancora profondamente renziani, lontani dal segretario. Quindi contrari a tornare alle urne perché consapevoli che nelle liste per i collegi stilate dal vertice zingarettiano, per tanti di loro non ci sarebbe posto. Dopo il disastro in Senato, lo stesso Marcucci che qualche ora prima aveva fatto consapevolmente da stampella al governo per puro calcolo opportunistico chiede al premier Giuseppe Conte di dimettersi «perché la maggioranza non c'è più. Sono umanamente vicino ai colleghi del Movimento 5 stelle e mi rendo conto della loro frustrazione. Non riescono a mantenere una promessa». Il temporale d'estate in casa Pd prosegue con la critica di Zanda alla scelta di Marcucci e a quel voto salvagoverno dei renziani. «Sono a favore della Tav» dice il tesoriere del partito, «ma ho votato per disciplina del gruppo perché politicamente sarebbe stato molto più utile uscire dall'aula e far emergere con più forza l'incompatibilità conclamata fra Lega e 5 stelle». Lacrime di coccodrillo, coerenza a orologeria, occasione mancata di portare l'affondo decisivo. Doveva essere il giorno più debole della maggioranza, finisce per diventare la Caporetto strategica del Pd, incapace di affermare il principio fondante di un ruolo: l'opposizione sostanzialmente si oppone. Anche Forza Italia avrebbe potuto dare un segnale, ma Silvio Berlusconi si è limitato a ribadire: «Questo Parlamento non è in grado di esprimere maggioranze diverse. Nuove elezioni sono la soluzione migliore». Mentre il Senato chiude per ferie, rimane aperta l'eterna polemica a sinistra. E Nobili, quello che evocò Tafazzi, tira amaramente le somme con una domanda retorica: «Alla fine Zanda chi attacca violentemente e con gli stessi argomenti dei grillini? Matteo Renzi. Sono irrecuperabili». Meglio andare al mare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-mozione-inutile-sulla-tav-umilia-i-grillini-al-senato-e-avvicina-la-fine-del-governo-2639714251.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-sfida-da-sabaudia-qualcosa-si-e-rotto" data-post-id="2639714251" data-published-at="1774155510" data-use-pagination="False"> La sfida da Sabaudia: «Qualcosa si è rotto» Quella che sembrava l'ennesima, scontata, e senza conseguenze, dimostrazione di forza leghista nei confronti dell'alleato-vassallo è diventata invece la miccia che rischia di mandare in cenere l'intero esecutivo sintetizzata nel «qualcosa si è rotto, troppi no» pronunciato da Matteo Salvini dal palco di Sabaudia alla fine di una giornata convulsa. Andiamo con ordine. Prima che la mozione pentastellata che voleva impegnare il Senato a opporsi alla Tav (mossa istituzionalmente ridicola in sé, dopo il via libera del premier all'opera) venisse asfaltata, il capogruppo leghista a Palazzo Madama, Massimiliano Romeo, aveva preso la parola accendendo le polveri: «È una questione politica. Il Movimento 5 stelle si assumerà la responsabilità. È una questione di credibilità di tutto il governo, ci saranno conseguenze». Un particolare non deve sfuggire. Il leghista poco prima dell'intervento ha parlato fitto fitto con il vicepremier Matteo Salvini, presente in Aula per tutte le votazioni. È abbastanza palese, quindi, che il messaggio del leader leghista ai suoi è stato quello di alzare marcatamente i toni, pronto a trasformare la provocazione grillina (la mozione anti Tav) in una leva politica per mettere all'angolo loro e Conte. Archiviato il voto, con la figuraccia grillina che vede il proprio partner di governo votare tutte le mozioni delle opposizioni a favore dell'alta velocità, succede infatti qualcosa. Per buona parte del pomeriggio il consueto cicaleccio di tweet, agenzie, video della maggioranza si tace. Nessuna comunicazione per tre ore. Di più, il Viminale fa sapere che il comizio ad Anzio del ministro, previsto per le 17, è annullato. Confermato solo quello delle 21 a Sabaudia. La chiusura delle comunicazioni, sia in casa leghista che grillina, ha immediatamente fatto pensare a qualcosa di grosso in pentola. Solo poco prima delle 20 i primi lanci di agenzie hanno fatto chiarezza: «È in corso a Palazzo Chigi, a quanto si apprende, un colloquio tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini, che è giunto poco dopo le 19 nella sede del governo». Al termine fonti leghiste di Palazzo Chigi riferiscono che «l'incontro tra il vicepremier Salvini e Giuseppe Conte è stato lungo, pacato e cordiale». Ma sotto la superficie il magma del malcontento del ministro dell'Interno ribolle. Fonti vicine al capo leghista confermano che mai come in queste ore la tanto evocata crisi si è materializzata. Forte dell'aver incassato l'ennesima vittoria tattica, vedi la Tav, il segretario vuole passare all'incasso. Ovvero rimuovere quegli ostacoli al fare, al rilancio, che passano sotto i nomi di alcuni ministri M5s: Danilo Toninelli, ovviamente, ma anche Elisabetta Trenta (Difesa) e un terzo membro di governo. Tutto farebbe pensare a Giovanni Tria, titolare del Mef, anche se conferme dirette di una richiesta di sacrificio da parte di Salvini non ci sono state. Più probabile che il terzo sia il titolare dell'Ambiente Sergio Costa. In ogni caso, è il succo leghista, o Conte (che ha rinviato la conferenza stampa prevista per stamattina) - e il Quirinale - accettano un robusto rimpasto, magari accompagnato da una riscrittura del contratto di governo, che aprirebbe di fatto la strada a un Conte bis, o è meglio votare. Convinti, in via Bellerio, che la finestra di ottobre sia praticabile, delegando l'impostazione della manovra ai tecnici salvo poi imprimervi la curvatura politica una volta insediato il nuovo esecutivo, con un maxi emendamento.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci