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2025-06-06
La Germania si rifà la mega armata. Diktat americano sui soldi alla Nato
Esercito tedesco
Dopo il Regno Unito, tocca alla Germania. Ieri, Londra ha ribadito che investirà per migliorare la «letalità» e la «prontezza» del suo esercito. Poi, a margine della ministeriale Nato di Bruxelles, il titolare della Difesa tedesco ha annunciato che Berlino recluterà «50-60.000 soldati», al fine di soddisfare i nuovi obiettivi di capacità dell’Alleanza atlantica. Anche se, almeno per adesso, non occorrerà il ripristino della leva, di cui pure si era parlato mesi fa.
Dal momento che è la maggiore economia europea, ha aggiunto Boris Pistorius, il Paese «fornirà il secondo pacchetto di capacità più consistente all’interno della Nato, ad esempio attraverso la costituzione e il completo equipaggiamento di nuove unità a livello di brigata e il pieno equipaggiamento delle proprie brigate da combattimento». Una gara al riarmo resa possibile dalla riforma costituzionale approvata dal Bundestag, che ha rappresentato, a parere dell’esponente socialdemocratico, «un cambio di paradigma», sbloccando 1.000 miliardi di investimenti pubblici. Mossa elogiata da Donald Trump, che ha ricevuto il cancelliere Friedrich Merz nello Studio ovale, con cui ha discusso anche della presenza di truppe Usa sul suolo tedesco. Se Uk e Germania, oggi, non avessero in comune l’avversario russo, sembrerebbe di essere tornati ai prodromi della prima guerra mondiale.
Con franchezza, il ministro teutonico ha sottolineato l’importanza politica di identificare nemico esterno. Secondo Pistorius, nelle dichiarazioni conclusive del summit dell’Aja, che inizierà il 24 giugno, si dovrà affermare che Mosca è la principale minaccia per la Nato: «Altrimenti, sarebbe difficile anche per noi spiegare» ai cittadini perché le spese militari debbano aumentare. E perché la Germania, da nazione smobilitata, debba ridiventare una potenza marziale. Il premier ungherese, Viktor Orbán, ha lanciato un’accusa pesante all’Ue: intende scagliare «un attacco preventivo» ai danni della Russia.
Il vertice belga di ieri si è aperto nel segno delle pretese americane in merito agli impegni finanziari dei membri della coalizione. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è stato esplicito: «Gli Stati Uniti sono orgogliosi di essere qui al fianco dei nostri alleati, ma il nostro messaggio continuerà a essere chiaro: deterrenza e pace attraverso la forza. Ma non può trattarsi di fare affidamento» soltanto su Washington. «Non può e non deve esserci una dipendenza dall’America in un modo con molte minacce». L’uomo di Trump ritiene che, in Olanda verrà formalizzato l’obbligo, in capo agli Stati Nato, di portare le spese per la Difesa al 5% del Pil. In molti, ha riconosciuto Hegseth, già «superano ampiamente il 2%», però, in generale, «è tempo per l’Europa di fare di più». Lo scopo di tutto ciò, ha osservato il segretario generale dell’organizzazione, Mark Rutte, è riequilibrare i contributi del Vecchio continente, del Canada e degli Usa.
I baltici sono entusiasti; per l’Italia è un problema. Nel 2024 e nel 2025, il rapporto tra somme erogate per acquisti di mezzi militari e Prodotto interno lordo si attesterebbe all’1,3%. Distante persino dal minimo sindacale del 2, al quale, ad esempio, Madrid si atterrà quest’anno. I target Nato sono onerosi: un incremento del 30% delle capacità belliche rispetto al tetto stabilito nel 2021, che, in ogni caso, è stato realizzato solo al 60-80%. Dunque, l’aumento effettivo oscillerà tra il 50 e l’80%. Rutte ha definito «storica» l’intesa.
Il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha subito fatto qualche precisazione sui desiderata del Pentagono: «Il tema sul tavolo del leader» all’Aja, ha dichiarato, seguito a ruota dallo stesso Rutte, «sarà quello di un 3,5%» del Pil da destinare alla Difesa e di un ulteriore 1,5% per capacità parallele, da sviluppare entro un termine che Roma e Londra vorrebbero spostare dal 2032 al 2035. Sarà necessario acquisire più personale e il ministero sta già «elaborando un piano». Crosetto, qui più diplomatico di Pistorius, ha voluto sottolineare che non considera la Russia «una nazione nemica», ma che è preoccupato dal suo riarmo: vanta numeri «mai visti dalla fine della guerra fredda» e «siccome la Russia non programma mai nulla per caso, mi chiedo a cosa servono».
Occhio a quell’1,5% cui ha accennato il ministro: è lì che ci si potrebbe ricavare un margine di manovra, per evitare le «scelte dolorose» evocate ieri, in un’intervista sulla Stampa, dal commissario Ue per l’Economia, Valdis Dombrovskis. Il quale ha ricordato che è possibile attivare le clausole di salvaguardia per la sospensione del Patto di stabilità e ha sollecitato un dirottamento dei fondi del Pnrr al settore militare. Crosetto ha ripetuto che, sui vincoli di bilancio, non è stata ancora presa una decisione. Il vicepremier Antonio Tajani, che ha rinfacciato agli Usa la contraddizione tra il chiedere più investimenti e l’imporre dazi, ha invece rispolverato una soluzione ingegnosa: far rientrare nel 5% imposto dalla Casa Bianca anche spese affini. Tipo quella per il Ponte sullo stretto di Messina, «fondamentale per garantire la sicurezza».
Intanto, sul business del riarmo si sta tuffando la Turchia, la quale preme sull’Europa affinché acquisti i suoi prodotti. Il levantino perde il pelo, ma non il fiuto per gli affari.
«Ho chiesto a Putin di non reagire»
Resta incandescente il clima tra Russia e Ucraina all’indomani dei colloqui telefonici del presidente russo Vladimir Putin con l’omologo Donald Trump e con papa Leone XIV.
Il tycoon, in occasione dell’incontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha reso noto che non crede che verrà firmato un accordo tra le due parti in guerra, promettendo che, nel caso in cui non venga raggiunta una tregua, sarà «durissimo» con Mosca. Pur non essendoci una scadenza ufficiale per imporre le sanzioni alla Russia, il presidente americano ha specificato: «Quando mi renderò conto che saremo impantanati, sarò durissimo».
Mosca è sempre intenzionata a rispondere ai recenti attacchi ucraini contro i bombardieri russi, con il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha ribadito che la rappresaglia avverrà «quando e come le forze armate riterranno opportuno». Non è altro che la conferma di come siano caduti quindi nel vuoto gli appelli portati avanti sia da Trump che dal pontefice: il primo ha invitato Mosca a desistere pur riconoscendo che Putin «è stato colpito duro e risponderà colpendo duro», mentre il secondo ha esortato il presidente russo a mostrare «un gesto che favorisca la pace».
Oltre alla minaccia di una rappresaglia, la Russia sta agendo anche su altri due fronti. Da una parte ha richiesto «una forte condanna» da parte della comunità internazionale contro Kiev. Dall’altra, ha emesso un mandato d’arresto contro l’ucraino Artyom Timofeyev: il proprietario dei cinque camion usati per attaccare le quattro basi aeree russe. Ma ci tiene anche a ridimensionare la beffa subita: il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha precisato che gli aerei russi «non sono stati distrutti ma danneggiati», dunque «saranno riparati». Per quel raid, l’ambasciatore russo a Londra evoca un coinvolgimento inglese.
Nel mezzo delle operazioni militari e delle annunciate ritorsioni, secondo la Russia i colloqui tra le due parti in conflitto non devono però subire rallentamenti. Peskov ha infatti confermato che i contatti «a livello operativo» tra Kiev e Mosca non devono subire una battuta d’arresto.
Il portavoce del Cremlino ha anche fornito più dettagli sui colloqui telefonici che Putin ha avuto con il Papa e con Trump mercoledì. Riguardo al primo, ha spiegato che il presidente russo «ha espresso un’elevata valutazione del contributo del Vaticano alla risoluzione di diverse questioni umanitarie», mentre con il secondo la conversazione è stata «costruttiva e necessaria».
Chi intravede un ruolo guida del Vaticano nelle trattative per la tregua è l’Ucraina. L’ambasciatore gialloblù presso la Santa Sede, Andrii Yurash, su X, ha osservato come il Vaticano sia «il luogo veramente più logico e appropriato per i negoziati per raggiungere la pace».
Intanto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, su X, continua a chiedere a gran voce «azioni dagli Stati Uniti, l’Europa e tutti coloro che nel mondo possono aiutare».
Ma nell’appoggio a Kiev, a livello militare, ci sarebbe un ulteriore passo indietro da parte della Casa Bianca. Secondo il Wall street journal, Washington avrebbe deciso di dirottare la propria tecnologia anti drone dall’Ucraina all’aeronautica militare statunitense stanziata in Medio Oriente. Inoltre, sebbene «gli alleati hanno promesso oltre 20 miliardi di euro» per il 2025 a Kiev, come annunciato dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, pare ci siano delle divergenze tra l’Europa e l’Ucraina sulle ricchezze russe congelate. Stando a quanto riportato da Reuters, diversi funzionari del governo ucraino hanno criticato la decisione della società belga Euroclear di sequestrare miliardi di euro di beni russi per risarcire gli investitori occidentali in Russia. La mossa indebolirebbe la posizione europea, creando «una percezione di incoerenza».
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Il ministro Boris Pistorius: «Reclutiamo 60.000 uomini. Si dica che Mosca è la principale minaccia o non riusciremo a giustificare il riarmo». Il capo del Pentagono preme per il 5% del Pil in spese militari. L’Italia: «Entro il 2035».Donald Trump svela di aver provato a contenere lo zar, ma ammette: «Colpirà in modo pesante, tra lui e Kiev niente accordi. Senza tregua sarò durissimo con la Russia».Lo speciale contiene due articoliDopo il Regno Unito, tocca alla Germania. Ieri, Londra ha ribadito che investirà per migliorare la «letalità» e la «prontezza» del suo esercito. Poi, a margine della ministeriale Nato di Bruxelles, il titolare della Difesa tedesco ha annunciato che Berlino recluterà «50-60.000 soldati», al fine di soddisfare i nuovi obiettivi di capacità dell’Alleanza atlantica. Anche se, almeno per adesso, non occorrerà il ripristino della leva, di cui pure si era parlato mesi fa.Dal momento che è la maggiore economia europea, ha aggiunto Boris Pistorius, il Paese «fornirà il secondo pacchetto di capacità più consistente all’interno della Nato, ad esempio attraverso la costituzione e il completo equipaggiamento di nuove unità a livello di brigata e il pieno equipaggiamento delle proprie brigate da combattimento». Una gara al riarmo resa possibile dalla riforma costituzionale approvata dal Bundestag, che ha rappresentato, a parere dell’esponente socialdemocratico, «un cambio di paradigma», sbloccando 1.000 miliardi di investimenti pubblici. Mossa elogiata da Donald Trump, che ha ricevuto il cancelliere Friedrich Merz nello Studio ovale, con cui ha discusso anche della presenza di truppe Usa sul suolo tedesco. Se Uk e Germania, oggi, non avessero in comune l’avversario russo, sembrerebbe di essere tornati ai prodromi della prima guerra mondiale.Con franchezza, il ministro teutonico ha sottolineato l’importanza politica di identificare nemico esterno. Secondo Pistorius, nelle dichiarazioni conclusive del summit dell’Aja, che inizierà il 24 giugno, si dovrà affermare che Mosca è la principale minaccia per la Nato: «Altrimenti, sarebbe difficile anche per noi spiegare» ai cittadini perché le spese militari debbano aumentare. E perché la Germania, da nazione smobilitata, debba ridiventare una potenza marziale. Il premier ungherese, Viktor Orbán, ha lanciato un’accusa pesante all’Ue: intende scagliare «un attacco preventivo» ai danni della Russia. Il vertice belga di ieri si è aperto nel segno delle pretese americane in merito agli impegni finanziari dei membri della coalizione. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è stato esplicito: «Gli Stati Uniti sono orgogliosi di essere qui al fianco dei nostri alleati, ma il nostro messaggio continuerà a essere chiaro: deterrenza e pace attraverso la forza. Ma non può trattarsi di fare affidamento» soltanto su Washington. «Non può e non deve esserci una dipendenza dall’America in un modo con molte minacce». L’uomo di Trump ritiene che, in Olanda verrà formalizzato l’obbligo, in capo agli Stati Nato, di portare le spese per la Difesa al 5% del Pil. In molti, ha riconosciuto Hegseth, già «superano ampiamente il 2%», però, in generale, «è tempo per l’Europa di fare di più». Lo scopo di tutto ciò, ha osservato il segretario generale dell’organizzazione, Mark Rutte, è riequilibrare i contributi del Vecchio continente, del Canada e degli Usa.I baltici sono entusiasti; per l’Italia è un problema. Nel 2024 e nel 2025, il rapporto tra somme erogate per acquisti di mezzi militari e Prodotto interno lordo si attesterebbe all’1,3%. Distante persino dal minimo sindacale del 2, al quale, ad esempio, Madrid si atterrà quest’anno. I target Nato sono onerosi: un incremento del 30% delle capacità belliche rispetto al tetto stabilito nel 2021, che, in ogni caso, è stato realizzato solo al 60-80%. Dunque, l’aumento effettivo oscillerà tra il 50 e l’80%. Rutte ha definito «storica» l’intesa. Il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha subito fatto qualche precisazione sui desiderata del Pentagono: «Il tema sul tavolo del leader» all’Aja, ha dichiarato, seguito a ruota dallo stesso Rutte, «sarà quello di un 3,5%» del Pil da destinare alla Difesa e di un ulteriore 1,5% per capacità parallele, da sviluppare entro un termine che Roma e Londra vorrebbero spostare dal 2032 al 2035. Sarà necessario acquisire più personale e il ministero sta già «elaborando un piano». Crosetto, qui più diplomatico di Pistorius, ha voluto sottolineare che non considera la Russia «una nazione nemica», ma che è preoccupato dal suo riarmo: vanta numeri «mai visti dalla fine della guerra fredda» e «siccome la Russia non programma mai nulla per caso, mi chiedo a cosa servono». Occhio a quell’1,5% cui ha accennato il ministro: è lì che ci si potrebbe ricavare un margine di manovra, per evitare le «scelte dolorose» evocate ieri, in un’intervista sulla Stampa, dal commissario Ue per l’Economia, Valdis Dombrovskis. Il quale ha ricordato che è possibile attivare le clausole di salvaguardia per la sospensione del Patto di stabilità e ha sollecitato un dirottamento dei fondi del Pnrr al settore militare. Crosetto ha ripetuto che, sui vincoli di bilancio, non è stata ancora presa una decisione. Il vicepremier Antonio Tajani, che ha rinfacciato agli Usa la contraddizione tra il chiedere più investimenti e l’imporre dazi, ha invece rispolverato una soluzione ingegnosa: far rientrare nel 5% imposto dalla Casa Bianca anche spese affini. Tipo quella per il Ponte sullo stretto di Messina, «fondamentale per garantire la sicurezza». Intanto, sul business del riarmo si sta tuffando la Turchia, la quale preme sull’Europa affinché acquisti i suoi prodotti. Il levantino perde il pelo, ma non il fiuto per gli affari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-germania-si-riarma-2672321729.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ho-chiesto-a-putin-di-non-reagire" data-post-id="2672321729" data-published-at="1749210403" data-use-pagination="False"> «Ho chiesto a Putin di non reagire» Resta incandescente il clima tra Russia e Ucraina all’indomani dei colloqui telefonici del presidente russo Vladimir Putin con l’omologo Donald Trump e con papa Leone XIV. Il tycoon, in occasione dell’incontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha reso noto che non crede che verrà firmato un accordo tra le due parti in guerra, promettendo che, nel caso in cui non venga raggiunta una tregua, sarà «durissimo» con Mosca. Pur non essendoci una scadenza ufficiale per imporre le sanzioni alla Russia, il presidente americano ha specificato: «Quando mi renderò conto che saremo impantanati, sarò durissimo». Mosca è sempre intenzionata a rispondere ai recenti attacchi ucraini contro i bombardieri russi, con il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha ribadito che la rappresaglia avverrà «quando e come le forze armate riterranno opportuno». Non è altro che la conferma di come siano caduti quindi nel vuoto gli appelli portati avanti sia da Trump che dal pontefice: il primo ha invitato Mosca a desistere pur riconoscendo che Putin «è stato colpito duro e risponderà colpendo duro», mentre il secondo ha esortato il presidente russo a mostrare «un gesto che favorisca la pace». Oltre alla minaccia di una rappresaglia, la Russia sta agendo anche su altri due fronti. Da una parte ha richiesto «una forte condanna» da parte della comunità internazionale contro Kiev. Dall’altra, ha emesso un mandato d’arresto contro l’ucraino Artyom Timofeyev: il proprietario dei cinque camion usati per attaccare le quattro basi aeree russe. Ma ci tiene anche a ridimensionare la beffa subita: il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha precisato che gli aerei russi «non sono stati distrutti ma danneggiati», dunque «saranno riparati». Per quel raid, l’ambasciatore russo a Londra evoca un coinvolgimento inglese. Nel mezzo delle operazioni militari e delle annunciate ritorsioni, secondo la Russia i colloqui tra le due parti in conflitto non devono però subire rallentamenti. Peskov ha infatti confermato che i contatti «a livello operativo» tra Kiev e Mosca non devono subire una battuta d’arresto. Il portavoce del Cremlino ha anche fornito più dettagli sui colloqui telefonici che Putin ha avuto con il Papa e con Trump mercoledì. Riguardo al primo, ha spiegato che il presidente russo «ha espresso un’elevata valutazione del contributo del Vaticano alla risoluzione di diverse questioni umanitarie», mentre con il secondo la conversazione è stata «costruttiva e necessaria». Chi intravede un ruolo guida del Vaticano nelle trattative per la tregua è l’Ucraina. L’ambasciatore gialloblù presso la Santa Sede, Andrii Yurash, su X, ha osservato come il Vaticano sia «il luogo veramente più logico e appropriato per i negoziati per raggiungere la pace». Intanto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, su X, continua a chiedere a gran voce «azioni dagli Stati Uniti, l’Europa e tutti coloro che nel mondo possono aiutare». Ma nell’appoggio a Kiev, a livello militare, ci sarebbe un ulteriore passo indietro da parte della Casa Bianca. Secondo il Wall street journal, Washington avrebbe deciso di dirottare la propria tecnologia anti drone dall’Ucraina all’aeronautica militare statunitense stanziata in Medio Oriente. Inoltre, sebbene «gli alleati hanno promesso oltre 20 miliardi di euro» per il 2025 a Kiev, come annunciato dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, pare ci siano delle divergenze tra l’Europa e l’Ucraina sulle ricchezze russe congelate. Stando a quanto riportato da Reuters, diversi funzionari del governo ucraino hanno criticato la decisione della società belga Euroclear di sequestrare miliardi di euro di beni russi per risarcire gli investitori occidentali in Russia. La mossa indebolirebbe la posizione europea, creando «una percezione di incoerenza».
Nicole Minetti (Ansa)
Secondo il procuratore Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa l’ulteriore approfondimento non sarebbe necessario dopo le ricostruzioni ritenute «poco attendibili» fatte da Mabel De Los Santos Torres a mezzo stampa.
«Per ora il parere sulla grazia è confermato». A indurre i magistrati milanesi a prendere questa posizione sarebbero tre novità: l’arrivo di un primo fascicolo dell’Interpol, che non comprova il racconto impressionista della donna; il riscontro negativo dei colleghi di Montevideo che hanno negato l’esistenza di fascicoli aperti per reati contro la morale a carico dell’ex igienista dentale; le smentite della stessa testimone (con ritrattazioni e «non ricordo») durante conversazioni con le televisioni uruguaiane. Un passo avanti che consente anche ai corazzieri del Quirinale di dormire sonni tranquilli.
Qualche giorno fa la signora Torres aveva riaperto i dubbi sull’opportunità di concedere il massimo atto di clemenza, firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con un’intervista al Fatto Quotidiano nella quale sosteneva che Minetti non aveva mai cambiato vita e aveva continuato a fare ciò per cui era stata condannata in Italia: il favoreggiamento della prostituzione. La massaggiatrice aveva parlato di «festini con escort di imprenditori e politici anche italiani». E aveva aggiunto - lei che per 20 anni aveva lavorato nella proprietà - che ragazze pure minorenni reclutate in Argentina, Brasile, Italia e Uruguay facevano passerella nella riedizione «gaucha» delle cene eleganti di vecchia memoria.
«Ho cominciato a lavorare per Cipriani a 23 anni», ha detto Mabel De Los Santos Torres. «Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli amici di casa. E lì iniziavano alcool, droga e sesso». Ha anche avanzato accuse di molestie: «Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi e smisero di chiamarmi». Secondo la sua narrazione, Nicole Minetti «viveva lì per lunghi periodi ed era lei a scegliere le ragazze. Al figlio invece (sempre secondo il racconto della donna, ndr) badava la tata uruguaiana».
Una ricostruzione shock non confermata da nessuna indagine, anzi smentita dagli approfondimenti giudiziari. La massaggiatrice in un primo tempo si era detta disponibile a testimoniare davanti ai pm milanesi «a condizione di essere protetta perché ho paura». I legali di Minetti-Cipriani, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra avevano replicato così alle nuove accuse: «Sono falsità. I giornalisti, invece di prendere atto della realtà, rilanciano diffondendo ulteriori notizie che nulla hanno a che vedere con la verità. Si tratta di circostanze del tutto inveritiere, anche queste facilmente smentibili documenti alla mano. Procederemo in sede giudiziaria nei confronti dei responsabili di questa violenta campagna mediatica».
Ora la Procura generale ha fatto un passo ufficiale. Aveva ricevuto il nullaosta dal ministero della Giustizia per concretizzare la rogatoria ma ha ritenuto di non dover proseguire nelle verifiche per «l’inattendibilità della teste» in una ricostruzione «priva di fondamento». Il nodo di tutto è il cambiamento dello stile di vita di Minetti, alla base del recepimento della domanda di grazia da parte degli uffici del Quirinale. Nel caso che non fosse confermato, l’architrave comincerebbe a scricchiolare. Non sembra così.
Sulla liceità dell’adozione del bambino affetto da grave patologia le certezze sono ormai granitiche: l’iter è stato formalmente validato da una sentenza del tribunale di Maldonado e riconosciuto anche dal Tribunale dei minori di Venezia. Un altro punto riguarda le cure mediche del minore. Nella richiesta di grazia, Minetti aveva riferito di avere consultato in via informale medici italiani - tra cui specialisti dell’ospedale San Raffaele e di una struttura di Padova - prima di decidere di portare il bambino a Boston, dove opera un centro all’avanguardia per quella specifica malattia. L’iter era stato autorizzato dall’Inau (istituto uruguaiano per i minori) poiché il bimbo era ancora in regime di pre-adozione.
In ogni caso la vicenda non si conclude qui. La Procura generale di Milano è alla ricerca di nuove testimonianze e attende per i primi di giugno un nuovo dossier dall’Interpol per completare l’istruttoria. Ci sarebbe anche l’inchiesta di Sigfrido Ranucci, ma da quel fronte nessuna novità. Sta ancora verificando.
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