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2020-06-02
La Azzolina assicura: «La scuola ripartirà». Però nessuno sa con quali professori
Ansa
Il ministro dell'Istruzione prova a tranquillizzare, ma sulla regolare riapertura delle scuole dopo l'estate ci sono segnali sempre più confusi e preoccupanti. Ieri sui social Lucia Azzolina ringraziava «tutti i genitori che in questi mesi di emergenza hanno seguito i loro figli nella didattica a distanza» e annunciava che «la scuola tornerà più forte di prima, a settembre, quando i ragazzi potranno tornare nelle aule, con i loro insegnanti. Stiamo lavorando per questo. Senza sosta. Consapevoli delle difficoltà, ma certi che tutti uniti ce la faremo».
Forse su Facebook il ministro voleva unirsi idealmente anche alla moltitudine di precari, che invece si troveranno senza risposte e per questo scenderanno in piazza il 4 giugno protestando contro «200.000 supplenze». Già nel 2017 il ministero aveva quantificato in circa 22.000 i posti scoperti per assenza di candidati, dopo le uscite per «quota 100» il ricorso ai supplenti è diventato altissimo, arrivando ai numeri che i sindacati denunciano. L'Azzolina assicura che non saranno 200.000, ma non rassicura fornendo altri dati. Sappiamo che solo in autunno si svolgerà il concorso straordinario (per esami e non per titoli), per il ruolo da 32.000 posti rivolto ai non abilitati con oltre tre anni di servizio e definito «ammazza precari, visto lo scarso numero di docenti appartenenti a questa categoria che potranno essere stabilizzati», denuncia il Coordinamento nazionale precari scuola (Cnps), sostenendo che 70.000 insegnanti «cambieranno nuovamente scuola e alunni e il governo ancora una volta non avrà garantito la continuità didattica a discapito degli studenti».
Le decisioni del ministero «getteranno la scuola nel più completo caos», per questo invitano anche i genitori a protestare con loro tra due giorni, quando il decreto Scuola verrà ridiscusso alla Camera. Molte sono le questioni sollevate dai docenti precari, che non solo chiedono «una graduatoria provinciale per titoli e servizio e anno transitorio abilitante» (c'è una direttiva europea recepita dall'Italia che prevede la stabilizzazione dei precari dopo 36 mesi di contratto a tempo determinato), ma che la didattica inizi a settembre «in presenza», senza dimezzamento delle classi con la modalità a distanza e che ci siano «pari opportunità tra scuola statale e scuola paritaria». Il ministro Azzolina scrive sui social che «grazie alla “call veloce" a settembre avremo uno strumento in più per gestire il numero di supplenze che saranno richieste, in quanto ci permetterà di distribuire a livello nazionale le immissioni in ruolo rimaste vacanti, come tanti precari chiedono da mesi». Garantisce: «Ogni precario potrà concorrere non solo sulle 10 o 20 scuole indicate ma su tutte quelle della provincia. L'intera procedura avverrà per via telematica».
Replicano i sindacati: «Non viene data alcuna rilevanza all'esperienza maturata negli anni, se non nella sola valutazione dei titoli aggiuntivi», ricordando che avevano suggerito «una soluzione snella, formulata anche da diversi emendamenti presentati dalle varie forze politiche della maggioranza e dell'opposizione, che avrebbe portato in cattedra a settembre almeno una parte dei precari storici attraverso assunzione da graduatoria provinciale per titoli e servizio». Quanto al percorso di formazione abilitante, «sarebbe stato compiuto durante l'anno e la valutazione sarebbe stata in uscita, attraverso una prova orale».
Marcello Pacifico, presidente nazionale dell'Associazione nazionale insegnanti e formatori (Anief), è convinto «che il decreto non dia, ancora, le risposte giuste per far ripartire la scuola a settembre in sicurezza». «Ai precari deve essere data una risposta diversa da quella che è finora stata fornita dal governo. Dal momento che i concorsi sono stati rinviati, la necessità di incrementare gli organici ci impone di ribadire la richiesta di procedure diverse di selezione, come ad esempio quella per titoli. Dobbiamo iniziare il primo settembre senza precarietà, o almeno cominciando a lottare contro il problema della “supplentite" come, tra l'altro, ci richiede la Commissione europea». Anche i maggiori sindacati del mondo della scuola, Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda, protestano contro il dl Scuola fissando per l'8 giugno uno sciopero che ieri la Commissione di garanzia ha invitato a revocare. Tra le ragioni indicate, ci sarebbe il mancato rispetto del termine di preavviso di 15 giorni e della regola di intervallo di almeno sette giorni tra le azioni di sciopero. Il prossimo 5 giugno, infatti, era già stato proclamato dal Cobas lo sciopero nazionale del comparto Istruzione e ricerca.
Gli hacker arrivano prima dell’app. Test su «Immuni» in quattro regioni
Se n'è parlato tanto, perché tanta era la confusione di chi ha deciso di «tracciarci digitalmente» dopo averci segregato in casa due mesi, che gli hacker hanno avuto il tempo di inviare una serie di finte mail per il download di Immuni che infettano i nostri pc con il virus «FuckUnicorn», prendendo in ostaggio tutti i nostri dati e poi chiedendo un riscatto di 300 euro in bitcoin. Come ha spiegato Agid-Cert, la struttura del governo che si occupa di cybersicurezza, bisogna stare molto attenti perché si chiama «Immuni» proprio come quella per il tracciamento dei contatti per prevenire il contagio da Covid-19 e che ieri ha ricevuto il via libera del Garante della privacy. Così, anche se il virus è morto come dice il prof Alberto Zangrillo, l'app della casa di sviluppo milanese Bending Spoons è stata subito disponibile su App Store di Apple e su Google Play per gli smartphone. «Immuni» dunque è disponibile per il download in tutta Italia, anche se le sue funzione saranno attive da mercoledì solo nelle Regioni che partecipano alla sperimentazione: Liguria, Abruzzo, Marche e Puglia. La fase di test dovrebbe durare una settimana e dovrà dare risposte sulla gestione del sistema da parte delle strutture sanitarie, poi verrà coinvolta tutta Italia, come ha spiegato Pierluigi Lopalco, l'epidemiologo a capo della task force pugliese per l'emergenza coronavirus. Inizialmente era previsto anche il Friuli Venezia Giulia, ma pochi giorni fa il governatore Massimiliano Fedriga ha deciso di ritirare la disponibilità della regione.
L'ok dell'Authority è arrivato anche se né il ministero per l'Innovazione né il dicastero della Salute hanno confermato per oggi la data di attivazione. Comunque il Garante ha dato il via «Sulla base della valutazione d'impatto trasmessa dal ministero, il trattamento di dati personali effettuato nell'ambito del Sistema può essere considerato proporzionato, essendo state previste misure volte a garantire in misura sufficiente il rispetto dei diritti e le libertà degli interessati, che attenuano i rischi che potrebbero derivare da trattamento». Però considerata la complessità del sistema di allerta e del numero dei soggetti potenzialmente coinvolti, il Garante raccomanda di rafforzare le misure di sicurezza dei dati delle persone già nella prima fase di sperimentazione. Insomma possiamo volontariamente decidere di essere tracciati da Immuni scaricando l'App, inserendo il Comune di residenza e pochi altri dati, e il sistema funzionerà in automatico. Secondo il governo e le sue task force questo potrebbe consentire di contenere una possibile recrudescenza dei contagi da Covid 19 e aiutare in questa Fase2. Saranno gli smartphone sui quali l'App verrà installata a scambiarsi dei codici generati automaticamente e in maniera anonima così da poter risalire a chi è a rischio nel caso qualcuno risulti poi contagiato. Tra i dati che verranno caricati, oltre alla zona di provenienza, ci saranno anche le informazioni epidemiologiche, come ad esempio la durata dell'esposizione a un utente positivo. Se una persona dovesse contrarre il coronavirus, l'Asl di riferimento farà partire un messaggio di allerta su tutti i telefoni di coloro che sono venuti a contatto, anche in maniera inconsapevole, con il contagiato. Quanto alla privacy, i dati raccolti verranno conservati sui dispositivi e non su un server centrale. Non verranno tracciati gli spostamenti ma solo i contatti di prossimità tra smartphone e i dati raccolti potranno essere condivisi solo con l'autorizzazione del proprietario del telefonino. I dati raccolti e condivisi con il server centrale verranno tutti cancellati entro dicembre 2020.
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Il ministro promette certezze e assunzioni ma con il concorso i precari rimarranno nel caos. I sindacati scendono in piazza.Gli hacker arrivano prima dell'app. Test su «Immuni» in quattro regioni. Via alla sperimentazione. I cybercriminali rubano i dati personali grazie a un sito falso.Lo speciale comprende due articoli. Il ministro dell'Istruzione prova a tranquillizzare, ma sulla regolare riapertura delle scuole dopo l'estate ci sono segnali sempre più confusi e preoccupanti. Ieri sui social Lucia Azzolina ringraziava «tutti i genitori che in questi mesi di emergenza hanno seguito i loro figli nella didattica a distanza» e annunciava che «la scuola tornerà più forte di prima, a settembre, quando i ragazzi potranno tornare nelle aule, con i loro insegnanti. Stiamo lavorando per questo. Senza sosta. Consapevoli delle difficoltà, ma certi che tutti uniti ce la faremo». Forse su Facebook il ministro voleva unirsi idealmente anche alla moltitudine di precari, che invece si troveranno senza risposte e per questo scenderanno in piazza il 4 giugno protestando contro «200.000 supplenze». Già nel 2017 il ministero aveva quantificato in circa 22.000 i posti scoperti per assenza di candidati, dopo le uscite per «quota 100» il ricorso ai supplenti è diventato altissimo, arrivando ai numeri che i sindacati denunciano. L'Azzolina assicura che non saranno 200.000, ma non rassicura fornendo altri dati. Sappiamo che solo in autunno si svolgerà il concorso straordinario (per esami e non per titoli), per il ruolo da 32.000 posti rivolto ai non abilitati con oltre tre anni di servizio e definito «ammazza precari, visto lo scarso numero di docenti appartenenti a questa categoria che potranno essere stabilizzati», denuncia il Coordinamento nazionale precari scuola (Cnps), sostenendo che 70.000 insegnanti «cambieranno nuovamente scuola e alunni e il governo ancora una volta non avrà garantito la continuità didattica a discapito degli studenti». Le decisioni del ministero «getteranno la scuola nel più completo caos», per questo invitano anche i genitori a protestare con loro tra due giorni, quando il decreto Scuola verrà ridiscusso alla Camera. Molte sono le questioni sollevate dai docenti precari, che non solo chiedono «una graduatoria provinciale per titoli e servizio e anno transitorio abilitante» (c'è una direttiva europea recepita dall'Italia che prevede la stabilizzazione dei precari dopo 36 mesi di contratto a tempo determinato), ma che la didattica inizi a settembre «in presenza», senza dimezzamento delle classi con la modalità a distanza e che ci siano «pari opportunità tra scuola statale e scuola paritaria». Il ministro Azzolina scrive sui social che «grazie alla “call veloce" a settembre avremo uno strumento in più per gestire il numero di supplenze che saranno richieste, in quanto ci permetterà di distribuire a livello nazionale le immissioni in ruolo rimaste vacanti, come tanti precari chiedono da mesi». Garantisce: «Ogni precario potrà concorrere non solo sulle 10 o 20 scuole indicate ma su tutte quelle della provincia. L'intera procedura avverrà per via telematica». Replicano i sindacati: «Non viene data alcuna rilevanza all'esperienza maturata negli anni, se non nella sola valutazione dei titoli aggiuntivi», ricordando che avevano suggerito «una soluzione snella, formulata anche da diversi emendamenti presentati dalle varie forze politiche della maggioranza e dell'opposizione, che avrebbe portato in cattedra a settembre almeno una parte dei precari storici attraverso assunzione da graduatoria provinciale per titoli e servizio». Quanto al percorso di formazione abilitante, «sarebbe stato compiuto durante l'anno e la valutazione sarebbe stata in uscita, attraverso una prova orale».Marcello Pacifico, presidente nazionale dell'Associazione nazionale insegnanti e formatori (Anief), è convinto «che il decreto non dia, ancora, le risposte giuste per far ripartire la scuola a settembre in sicurezza». «Ai precari deve essere data una risposta diversa da quella che è finora stata fornita dal governo. Dal momento che i concorsi sono stati rinviati, la necessità di incrementare gli organici ci impone di ribadire la richiesta di procedure diverse di selezione, come ad esempio quella per titoli. Dobbiamo iniziare il primo settembre senza precarietà, o almeno cominciando a lottare contro il problema della “supplentite" come, tra l'altro, ci richiede la Commissione europea». Anche i maggiori sindacati del mondo della scuola, Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda, protestano contro il dl Scuola fissando per l'8 giugno uno sciopero che ieri la Commissione di garanzia ha invitato a revocare. Tra le ragioni indicate, ci sarebbe il mancato rispetto del termine di preavviso di 15 giorni e della regola di intervallo di almeno sette giorni tra le azioni di sciopero. Il prossimo 5 giugno, infatti, era già stato proclamato dal Cobas lo sciopero nazionale del comparto Istruzione e ricerca. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-azzolina-assicura-la-scuola-ripartira-pero-nessuno-sa-con-quali-professori-2646143796.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-hacker-arrivano-prima-dellapp-test-su-immuni-in-quattro-regioni" data-post-id="2646143796" data-published-at="1591038694" data-use-pagination="False"> Gli hacker arrivano prima dell’app. Test su «Immuni» in quattro regioni Se n'è parlato tanto, perché tanta era la confusione di chi ha deciso di «tracciarci digitalmente» dopo averci segregato in casa due mesi, che gli hacker hanno avuto il tempo di inviare una serie di finte mail per il download di Immuni che infettano i nostri pc con il virus «FuckUnicorn», prendendo in ostaggio tutti i nostri dati e poi chiedendo un riscatto di 300 euro in bitcoin. Come ha spiegato Agid-Cert, la struttura del governo che si occupa di cybersicurezza, bisogna stare molto attenti perché si chiama «Immuni» proprio come quella per il tracciamento dei contatti per prevenire il contagio da Covid-19 e che ieri ha ricevuto il via libera del Garante della privacy. Così, anche se il virus è morto come dice il prof Alberto Zangrillo, l'app della casa di sviluppo milanese Bending Spoons è stata subito disponibile su App Store di Apple e su Google Play per gli smartphone. «Immuni» dunque è disponibile per il download in tutta Italia, anche se le sue funzione saranno attive da mercoledì solo nelle Regioni che partecipano alla sperimentazione: Liguria, Abruzzo, Marche e Puglia. La fase di test dovrebbe durare una settimana e dovrà dare risposte sulla gestione del sistema da parte delle strutture sanitarie, poi verrà coinvolta tutta Italia, come ha spiegato Pierluigi Lopalco, l'epidemiologo a capo della task force pugliese per l'emergenza coronavirus. Inizialmente era previsto anche il Friuli Venezia Giulia, ma pochi giorni fa il governatore Massimiliano Fedriga ha deciso di ritirare la disponibilità della regione. L'ok dell'Authority è arrivato anche se né il ministero per l'Innovazione né il dicastero della Salute hanno confermato per oggi la data di attivazione. Comunque il Garante ha dato il via «Sulla base della valutazione d'impatto trasmessa dal ministero, il trattamento di dati personali effettuato nell'ambito del Sistema può essere considerato proporzionato, essendo state previste misure volte a garantire in misura sufficiente il rispetto dei diritti e le libertà degli interessati, che attenuano i rischi che potrebbero derivare da trattamento». Però considerata la complessità del sistema di allerta e del numero dei soggetti potenzialmente coinvolti, il Garante raccomanda di rafforzare le misure di sicurezza dei dati delle persone già nella prima fase di sperimentazione. Insomma possiamo volontariamente decidere di essere tracciati da Immuni scaricando l'App, inserendo il Comune di residenza e pochi altri dati, e il sistema funzionerà in automatico. Secondo il governo e le sue task force questo potrebbe consentire di contenere una possibile recrudescenza dei contagi da Covid 19 e aiutare in questa Fase2. Saranno gli smartphone sui quali l'App verrà installata a scambiarsi dei codici generati automaticamente e in maniera anonima così da poter risalire a chi è a rischio nel caso qualcuno risulti poi contagiato. Tra i dati che verranno caricati, oltre alla zona di provenienza, ci saranno anche le informazioni epidemiologiche, come ad esempio la durata dell'esposizione a un utente positivo. Se una persona dovesse contrarre il coronavirus, l'Asl di riferimento farà partire un messaggio di allerta su tutti i telefoni di coloro che sono venuti a contatto, anche in maniera inconsapevole, con il contagiato. Quanto alla privacy, i dati raccolti verranno conservati sui dispositivi e non su un server centrale. Non verranno tracciati gli spostamenti ma solo i contatti di prossimità tra smartphone e i dati raccolti potranno essere condivisi solo con l'autorizzazione del proprietario del telefonino. I dati raccolti e condivisi con il server centrale verranno tutti cancellati entro dicembre 2020.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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