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2020-06-02
La Azzolina assicura: «La scuola ripartirà». Però nessuno sa con quali professori
Ansa
Il ministro dell'Istruzione prova a tranquillizzare, ma sulla regolare riapertura delle scuole dopo l'estate ci sono segnali sempre più confusi e preoccupanti. Ieri sui social Lucia Azzolina ringraziava «tutti i genitori che in questi mesi di emergenza hanno seguito i loro figli nella didattica a distanza» e annunciava che «la scuola tornerà più forte di prima, a settembre, quando i ragazzi potranno tornare nelle aule, con i loro insegnanti. Stiamo lavorando per questo. Senza sosta. Consapevoli delle difficoltà, ma certi che tutti uniti ce la faremo».
Forse su Facebook il ministro voleva unirsi idealmente anche alla moltitudine di precari, che invece si troveranno senza risposte e per questo scenderanno in piazza il 4 giugno protestando contro «200.000 supplenze». Già nel 2017 il ministero aveva quantificato in circa 22.000 i posti scoperti per assenza di candidati, dopo le uscite per «quota 100» il ricorso ai supplenti è diventato altissimo, arrivando ai numeri che i sindacati denunciano. L'Azzolina assicura che non saranno 200.000, ma non rassicura fornendo altri dati. Sappiamo che solo in autunno si svolgerà il concorso straordinario (per esami e non per titoli), per il ruolo da 32.000 posti rivolto ai non abilitati con oltre tre anni di servizio e definito «ammazza precari, visto lo scarso numero di docenti appartenenti a questa categoria che potranno essere stabilizzati», denuncia il Coordinamento nazionale precari scuola (Cnps), sostenendo che 70.000 insegnanti «cambieranno nuovamente scuola e alunni e il governo ancora una volta non avrà garantito la continuità didattica a discapito degli studenti».
Le decisioni del ministero «getteranno la scuola nel più completo caos», per questo invitano anche i genitori a protestare con loro tra due giorni, quando il decreto Scuola verrà ridiscusso alla Camera. Molte sono le questioni sollevate dai docenti precari, che non solo chiedono «una graduatoria provinciale per titoli e servizio e anno transitorio abilitante» (c'è una direttiva europea recepita dall'Italia che prevede la stabilizzazione dei precari dopo 36 mesi di contratto a tempo determinato), ma che la didattica inizi a settembre «in presenza», senza dimezzamento delle classi con la modalità a distanza e che ci siano «pari opportunità tra scuola statale e scuola paritaria». Il ministro Azzolina scrive sui social che «grazie alla “call veloce" a settembre avremo uno strumento in più per gestire il numero di supplenze che saranno richieste, in quanto ci permetterà di distribuire a livello nazionale le immissioni in ruolo rimaste vacanti, come tanti precari chiedono da mesi». Garantisce: «Ogni precario potrà concorrere non solo sulle 10 o 20 scuole indicate ma su tutte quelle della provincia. L'intera procedura avverrà per via telematica».
Replicano i sindacati: «Non viene data alcuna rilevanza all'esperienza maturata negli anni, se non nella sola valutazione dei titoli aggiuntivi», ricordando che avevano suggerito «una soluzione snella, formulata anche da diversi emendamenti presentati dalle varie forze politiche della maggioranza e dell'opposizione, che avrebbe portato in cattedra a settembre almeno una parte dei precari storici attraverso assunzione da graduatoria provinciale per titoli e servizio». Quanto al percorso di formazione abilitante, «sarebbe stato compiuto durante l'anno e la valutazione sarebbe stata in uscita, attraverso una prova orale».
Marcello Pacifico, presidente nazionale dell'Associazione nazionale insegnanti e formatori (Anief), è convinto «che il decreto non dia, ancora, le risposte giuste per far ripartire la scuola a settembre in sicurezza». «Ai precari deve essere data una risposta diversa da quella che è finora stata fornita dal governo. Dal momento che i concorsi sono stati rinviati, la necessità di incrementare gli organici ci impone di ribadire la richiesta di procedure diverse di selezione, come ad esempio quella per titoli. Dobbiamo iniziare il primo settembre senza precarietà, o almeno cominciando a lottare contro il problema della “supplentite" come, tra l'altro, ci richiede la Commissione europea». Anche i maggiori sindacati del mondo della scuola, Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda, protestano contro il dl Scuola fissando per l'8 giugno uno sciopero che ieri la Commissione di garanzia ha invitato a revocare. Tra le ragioni indicate, ci sarebbe il mancato rispetto del termine di preavviso di 15 giorni e della regola di intervallo di almeno sette giorni tra le azioni di sciopero. Il prossimo 5 giugno, infatti, era già stato proclamato dal Cobas lo sciopero nazionale del comparto Istruzione e ricerca.
Gli hacker arrivano prima dell’app. Test su «Immuni» in quattro regioni
Se n'è parlato tanto, perché tanta era la confusione di chi ha deciso di «tracciarci digitalmente» dopo averci segregato in casa due mesi, che gli hacker hanno avuto il tempo di inviare una serie di finte mail per il download di Immuni che infettano i nostri pc con il virus «FuckUnicorn», prendendo in ostaggio tutti i nostri dati e poi chiedendo un riscatto di 300 euro in bitcoin. Come ha spiegato Agid-Cert, la struttura del governo che si occupa di cybersicurezza, bisogna stare molto attenti perché si chiama «Immuni» proprio come quella per il tracciamento dei contatti per prevenire il contagio da Covid-19 e che ieri ha ricevuto il via libera del Garante della privacy. Così, anche se il virus è morto come dice il prof Alberto Zangrillo, l'app della casa di sviluppo milanese Bending Spoons è stata subito disponibile su App Store di Apple e su Google Play per gli smartphone. «Immuni» dunque è disponibile per il download in tutta Italia, anche se le sue funzione saranno attive da mercoledì solo nelle Regioni che partecipano alla sperimentazione: Liguria, Abruzzo, Marche e Puglia. La fase di test dovrebbe durare una settimana e dovrà dare risposte sulla gestione del sistema da parte delle strutture sanitarie, poi verrà coinvolta tutta Italia, come ha spiegato Pierluigi Lopalco, l'epidemiologo a capo della task force pugliese per l'emergenza coronavirus. Inizialmente era previsto anche il Friuli Venezia Giulia, ma pochi giorni fa il governatore Massimiliano Fedriga ha deciso di ritirare la disponibilità della regione.
L'ok dell'Authority è arrivato anche se né il ministero per l'Innovazione né il dicastero della Salute hanno confermato per oggi la data di attivazione. Comunque il Garante ha dato il via «Sulla base della valutazione d'impatto trasmessa dal ministero, il trattamento di dati personali effettuato nell'ambito del Sistema può essere considerato proporzionato, essendo state previste misure volte a garantire in misura sufficiente il rispetto dei diritti e le libertà degli interessati, che attenuano i rischi che potrebbero derivare da trattamento». Però considerata la complessità del sistema di allerta e del numero dei soggetti potenzialmente coinvolti, il Garante raccomanda di rafforzare le misure di sicurezza dei dati delle persone già nella prima fase di sperimentazione. Insomma possiamo volontariamente decidere di essere tracciati da Immuni scaricando l'App, inserendo il Comune di residenza e pochi altri dati, e il sistema funzionerà in automatico. Secondo il governo e le sue task force questo potrebbe consentire di contenere una possibile recrudescenza dei contagi da Covid 19 e aiutare in questa Fase2. Saranno gli smartphone sui quali l'App verrà installata a scambiarsi dei codici generati automaticamente e in maniera anonima così da poter risalire a chi è a rischio nel caso qualcuno risulti poi contagiato. Tra i dati che verranno caricati, oltre alla zona di provenienza, ci saranno anche le informazioni epidemiologiche, come ad esempio la durata dell'esposizione a un utente positivo. Se una persona dovesse contrarre il coronavirus, l'Asl di riferimento farà partire un messaggio di allerta su tutti i telefoni di coloro che sono venuti a contatto, anche in maniera inconsapevole, con il contagiato. Quanto alla privacy, i dati raccolti verranno conservati sui dispositivi e non su un server centrale. Non verranno tracciati gli spostamenti ma solo i contatti di prossimità tra smartphone e i dati raccolti potranno essere condivisi solo con l'autorizzazione del proprietario del telefonino. I dati raccolti e condivisi con il server centrale verranno tutti cancellati entro dicembre 2020.
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Il ministro promette certezze e assunzioni ma con il concorso i precari rimarranno nel caos. I sindacati scendono in piazza.Gli hacker arrivano prima dell'app. Test su «Immuni» in quattro regioni. Via alla sperimentazione. I cybercriminali rubano i dati personali grazie a un sito falso.Lo speciale comprende due articoli. Il ministro dell'Istruzione prova a tranquillizzare, ma sulla regolare riapertura delle scuole dopo l'estate ci sono segnali sempre più confusi e preoccupanti. Ieri sui social Lucia Azzolina ringraziava «tutti i genitori che in questi mesi di emergenza hanno seguito i loro figli nella didattica a distanza» e annunciava che «la scuola tornerà più forte di prima, a settembre, quando i ragazzi potranno tornare nelle aule, con i loro insegnanti. Stiamo lavorando per questo. Senza sosta. Consapevoli delle difficoltà, ma certi che tutti uniti ce la faremo». Forse su Facebook il ministro voleva unirsi idealmente anche alla moltitudine di precari, che invece si troveranno senza risposte e per questo scenderanno in piazza il 4 giugno protestando contro «200.000 supplenze». Già nel 2017 il ministero aveva quantificato in circa 22.000 i posti scoperti per assenza di candidati, dopo le uscite per «quota 100» il ricorso ai supplenti è diventato altissimo, arrivando ai numeri che i sindacati denunciano. L'Azzolina assicura che non saranno 200.000, ma non rassicura fornendo altri dati. Sappiamo che solo in autunno si svolgerà il concorso straordinario (per esami e non per titoli), per il ruolo da 32.000 posti rivolto ai non abilitati con oltre tre anni di servizio e definito «ammazza precari, visto lo scarso numero di docenti appartenenti a questa categoria che potranno essere stabilizzati», denuncia il Coordinamento nazionale precari scuola (Cnps), sostenendo che 70.000 insegnanti «cambieranno nuovamente scuola e alunni e il governo ancora una volta non avrà garantito la continuità didattica a discapito degli studenti». Le decisioni del ministero «getteranno la scuola nel più completo caos», per questo invitano anche i genitori a protestare con loro tra due giorni, quando il decreto Scuola verrà ridiscusso alla Camera. Molte sono le questioni sollevate dai docenti precari, che non solo chiedono «una graduatoria provinciale per titoli e servizio e anno transitorio abilitante» (c'è una direttiva europea recepita dall'Italia che prevede la stabilizzazione dei precari dopo 36 mesi di contratto a tempo determinato), ma che la didattica inizi a settembre «in presenza», senza dimezzamento delle classi con la modalità a distanza e che ci siano «pari opportunità tra scuola statale e scuola paritaria». Il ministro Azzolina scrive sui social che «grazie alla “call veloce" a settembre avremo uno strumento in più per gestire il numero di supplenze che saranno richieste, in quanto ci permetterà di distribuire a livello nazionale le immissioni in ruolo rimaste vacanti, come tanti precari chiedono da mesi». Garantisce: «Ogni precario potrà concorrere non solo sulle 10 o 20 scuole indicate ma su tutte quelle della provincia. L'intera procedura avverrà per via telematica». Replicano i sindacati: «Non viene data alcuna rilevanza all'esperienza maturata negli anni, se non nella sola valutazione dei titoli aggiuntivi», ricordando che avevano suggerito «una soluzione snella, formulata anche da diversi emendamenti presentati dalle varie forze politiche della maggioranza e dell'opposizione, che avrebbe portato in cattedra a settembre almeno una parte dei precari storici attraverso assunzione da graduatoria provinciale per titoli e servizio». Quanto al percorso di formazione abilitante, «sarebbe stato compiuto durante l'anno e la valutazione sarebbe stata in uscita, attraverso una prova orale».Marcello Pacifico, presidente nazionale dell'Associazione nazionale insegnanti e formatori (Anief), è convinto «che il decreto non dia, ancora, le risposte giuste per far ripartire la scuola a settembre in sicurezza». «Ai precari deve essere data una risposta diversa da quella che è finora stata fornita dal governo. Dal momento che i concorsi sono stati rinviati, la necessità di incrementare gli organici ci impone di ribadire la richiesta di procedure diverse di selezione, come ad esempio quella per titoli. Dobbiamo iniziare il primo settembre senza precarietà, o almeno cominciando a lottare contro il problema della “supplentite" come, tra l'altro, ci richiede la Commissione europea». Anche i maggiori sindacati del mondo della scuola, Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda, protestano contro il dl Scuola fissando per l'8 giugno uno sciopero che ieri la Commissione di garanzia ha invitato a revocare. Tra le ragioni indicate, ci sarebbe il mancato rispetto del termine di preavviso di 15 giorni e della regola di intervallo di almeno sette giorni tra le azioni di sciopero. Il prossimo 5 giugno, infatti, era già stato proclamato dal Cobas lo sciopero nazionale del comparto Istruzione e ricerca. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-azzolina-assicura-la-scuola-ripartira-pero-nessuno-sa-con-quali-professori-2646143796.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-hacker-arrivano-prima-dellapp-test-su-immuni-in-quattro-regioni" data-post-id="2646143796" data-published-at="1591038694" data-use-pagination="False"> Gli hacker arrivano prima dell’app. Test su «Immuni» in quattro regioni Se n'è parlato tanto, perché tanta era la confusione di chi ha deciso di «tracciarci digitalmente» dopo averci segregato in casa due mesi, che gli hacker hanno avuto il tempo di inviare una serie di finte mail per il download di Immuni che infettano i nostri pc con il virus «FuckUnicorn», prendendo in ostaggio tutti i nostri dati e poi chiedendo un riscatto di 300 euro in bitcoin. Come ha spiegato Agid-Cert, la struttura del governo che si occupa di cybersicurezza, bisogna stare molto attenti perché si chiama «Immuni» proprio come quella per il tracciamento dei contatti per prevenire il contagio da Covid-19 e che ieri ha ricevuto il via libera del Garante della privacy. Così, anche se il virus è morto come dice il prof Alberto Zangrillo, l'app della casa di sviluppo milanese Bending Spoons è stata subito disponibile su App Store di Apple e su Google Play per gli smartphone. «Immuni» dunque è disponibile per il download in tutta Italia, anche se le sue funzione saranno attive da mercoledì solo nelle Regioni che partecipano alla sperimentazione: Liguria, Abruzzo, Marche e Puglia. La fase di test dovrebbe durare una settimana e dovrà dare risposte sulla gestione del sistema da parte delle strutture sanitarie, poi verrà coinvolta tutta Italia, come ha spiegato Pierluigi Lopalco, l'epidemiologo a capo della task force pugliese per l'emergenza coronavirus. Inizialmente era previsto anche il Friuli Venezia Giulia, ma pochi giorni fa il governatore Massimiliano Fedriga ha deciso di ritirare la disponibilità della regione. L'ok dell'Authority è arrivato anche se né il ministero per l'Innovazione né il dicastero della Salute hanno confermato per oggi la data di attivazione. Comunque il Garante ha dato il via «Sulla base della valutazione d'impatto trasmessa dal ministero, il trattamento di dati personali effettuato nell'ambito del Sistema può essere considerato proporzionato, essendo state previste misure volte a garantire in misura sufficiente il rispetto dei diritti e le libertà degli interessati, che attenuano i rischi che potrebbero derivare da trattamento». Però considerata la complessità del sistema di allerta e del numero dei soggetti potenzialmente coinvolti, il Garante raccomanda di rafforzare le misure di sicurezza dei dati delle persone già nella prima fase di sperimentazione. Insomma possiamo volontariamente decidere di essere tracciati da Immuni scaricando l'App, inserendo il Comune di residenza e pochi altri dati, e il sistema funzionerà in automatico. Secondo il governo e le sue task force questo potrebbe consentire di contenere una possibile recrudescenza dei contagi da Covid 19 e aiutare in questa Fase2. Saranno gli smartphone sui quali l'App verrà installata a scambiarsi dei codici generati automaticamente e in maniera anonima così da poter risalire a chi è a rischio nel caso qualcuno risulti poi contagiato. Tra i dati che verranno caricati, oltre alla zona di provenienza, ci saranno anche le informazioni epidemiologiche, come ad esempio la durata dell'esposizione a un utente positivo. Se una persona dovesse contrarre il coronavirus, l'Asl di riferimento farà partire un messaggio di allerta su tutti i telefoni di coloro che sono venuti a contatto, anche in maniera inconsapevole, con il contagiato. Quanto alla privacy, i dati raccolti verranno conservati sui dispositivi e non su un server centrale. Non verranno tracciati gli spostamenti ma solo i contatti di prossimità tra smartphone e i dati raccolti potranno essere condivisi solo con l'autorizzazione del proprietario del telefonino. I dati raccolti e condivisi con il server centrale verranno tutti cancellati entro dicembre 2020.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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