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2018-06-22
Kurz si mette con Visegrad e rinforza l’Europa che vuole fermare i flussi
ANSA
In un'Europa che sembra andare in frantumi per i disaccordi sulle politiche migratorie, segno delle profonde spaccature è il «controvertice» che i quattro di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno organizzato ieri a Budapest insieme all'Austria.
Il summit nasce in contrapposizione a quello di domenica prossima a Bruxelles dove si incontreranno, convocati dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, dieci Paesi che animeranno il Consiglio Ue fissato per il 28 e il 29 giugno prossimi: Germania, Italia, Francia, Spagna, Olanda, Belgio, Bulgaria, Malta, Grecia e la stessa Austria. Al centro, ovviamente, ci sarà la questione migranti, per la quale Juncker auspica una soluzione condivisa che scongiuri misure unilaterali, come quelle chieste dal ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, sul respingimento degli immigrati registrati in altri Paesi europei. Ma il summit di Bruxelles rischia di trasformarsi nel preludio al fallimento della due giorni di fine mese: su impulso di Angela Merkel ed Emmanuel Macron, infatti, la road map era stata impostata in modo tale da affrontare soltanto il problema degli spostamenti secondari, cioè interni alla Ue, degli immigrati, ignorando i progetti di limitazione delle partenze caldeggiati dall'Italia. Una furbata che ha suscitato la reazione di Matteo Salvini e del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il quale, minacciando di dare forfait alla riunione di Bruxelles se questa avesse dovuto ratificare un «testo già preconfezionato», ha costretto la cancelliera tedesca a cestinare la bozza avanzata con Macron.
I Paesi di Visegrad si sono sempre opposti a ogni proposta della Commissione europea e a ogni tentativo di revisione dei trattati di Dublino che implicassero l'imposizione delle «quote» di migranti da redistribuire tra gli Stati membri dell'Ue. Addirittura, l'Ungheria di Viktor Orbán mercoledì ha fatto inserire in Costituzione il divieto di accogliere immigrati economici irregolari. Alle quattro nazioni recalcitranti si è aggiunta Vienna, che con il cancelliere Sebastian Kurz ha lanciato il cosiddetto «asse dei volenterosi», che includerebbe l'Italia e il cui scopo sarebbe quello di mettere un argine alle partenze, ricorrendo ai presidi in territorio africano.
È l'idea che Conte aveva sottoposto al presidente francese Macron durante il faccia a faccia di Parigi. Il progetto prevede la realizzazione di hotspot per monitorare le richieste d'asilo, impedendo che chi non ha diritto a rimanere sul suolo europeo metta a repentaglio la propria vita, affrontando il viaggio nel Mediterraneo. In fondo, che nessuno abbia intenzione di farsi carico degli immigrati economici lo ha reso chiaro la Spagna di Pedro Sanchez, lodata dall'internazionale mediatica progressista per aver lasciato approdare la nave Aquarius a Valencia, eppure subito esplicita nel precisare che gli sbarcati avranno un permesso umanitario di 45 giorni, al termine dei quali chi non ha titolo per stare in Spagna verrà rispedito indietro.
Ma ancor più di ungheresi, polacchi, cechi e slovacchi, è proprio Kurz la figura chiave di questa delicatissima fase politica. Il cancelliere austriaco su Twitter ha fatto sapere che con i leader di Visegrad, al controvertice di Budapest, si è discusso di «lotta contro l'immigrazione illegale». E in vista della presidenza di turno del Consiglio europeo, che toccherà all'Austria per il semestre che inizia a luglio, il suo messaggio sarà recepito positivamente a Roma: «Dobbiamo mettere da parte il dibattito sulla distribuzione e concentrarci sulla protezione delle frontiere esterne», esattamente la tesi del nostro ministro degli Interni, Matteo Salvini, che evoca neppure troppo velatamente i blocchi navali.
Il «giornalista unico» insiste nell'osservare che gli egoismi di Austria e Paesi di Visegrad danneggeranno l'Italia, perché la chiusura delle loro frontiere significherà che gli immigrati dovremo gestirli da soli. Ora, nessuno crede che tra le nazioni europee viga l'altruismo; anzi, è palese che ciascuno agisca nel proprio interesse. Il punto è che la convergenza degli interessi ci rende più in sintonia con i presenti al summit di Budapest, che con i patinati partecipanti all'incontro di domenica prossima nella capitale belga. Vienna e i quattro di Visegrad non vogliono le quote, ma sono disposti a impegnarsi affinché le partenze siano limitate. Merkel e Macron, invece, ancora cercano sotterfugi che li aiutino a placare i malumori interni, come nel caso della rivolta della Csu contro la cancelliera, e forse non sono rassegnati a un'Italia che rialza la testa.
Certo, la strada degli hotspot in Africa e del pattugliamento del Mediterraneo è accidentata: la Tunisia, ad esempio, ha già fatto sapere che non accetterà alcun presidio sul suo territorio. Ma nell'Unione europea che, a dispetto del nome, risulta sempre meno unita, una via d'uscita da certi vicoli ciechi può venire soltanto da chi è pronto a far saltare il banco.
Conte dà una regolata alla Merkel A Macron resta l’insulto: «Lebbrosi»
L'Europa deve fare i conti con Conte. La minaccia del governo italiano di disertare il prevertice sull'immigrazione di domenica prossima a Bruxelles, al quale parteciperanno 13 leader di altrettante nazioni europee, ha sortito l'effetto sperato: la bozza della dichiarazione finale, che aveva provocato forte irritazione nel governo italiano, è stata accantonata, come ha garantito ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Dunque l'Italia sarà presente insieme a Belgio, Olanda, Grecia, Spagna, Malta, Germania, Francia, Bulgaria, Austria, Danimarca, Croazia e Slovenia al summit informale convocato dal presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, in vista del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Intanto, il presidente francese Emmanuel Macron perde le staffe, insulta i «populisti» definendoli «lebbrosi» e scatena la risposta rabbiosa del governo italiano.
La bozza della dichiarazione finale, circolata l'altroieri, aveva indispettito non poco il governo italiano: il premier Conte, in piena sintonia con i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, aveva fatto sapere di essere pronto a disertare la riunione. Il testo prevedeva una forte stretta sui «movimenti secondari», ovvero gli spostamenti dei richiedenti asilo tra i vari stati dell'Ue. In particolare, la bozza accontentava le richieste del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, che in polemica con la cancelliera Angela Merkel si è detto pronto a chiudere le frontiere per impedire agli immigrati sbarcati in un'altra nazione (Italia, Spagna, Grecia) di introdursi in Germania, respingendoli verso il primo approdo.
Una prospettiva indigeribile per l'Italia, che invece chiede con forza di affrontare il problema dei «movimenti primari», ovvero degli sbarchi veri e propri. Inoltre, l'Italia chiede di istituire hotspot nei paesi africani dai quali partono le migliaia di disperati che si imbarcano sulle carrette del mare. «Se andiamo lì», aveva detto Salvini, «per avere il compitino già preparato da francesi e tedeschi è giusto risparmiare i soldi del viaggio. Con la bozza che circola pensano di mandarci altri immigrati, invece di aiutarci».
Ieri pomeriggio, il colpo di scena: Conte ha ricevuto la telefonata della Merkel che ha sbloccato la situazione. «Ho appena ricevuto», ha scritto su Facebook il premier, «una telefonata dalla cancelliera Merkel, preoccupata della possibilità che io potessi non partecipare al pre vertice di domenica a Bruxelles sul tema immigrazione. Le ho confermato che per me sarebbe stato inaccettabile partecipare a questo vertice con un testo già preconfezionato. La cancelliera», ha aggiunto Conte, «ha chiarito che c'è stato un misunderstanding: la bozza di testo diffusa ieri verrà accantonata. Domenica al centro della discussione sull'immigrazione ci sarà la proposta italiana e se ne discuterà insieme alle proposte degli altri Paesi. Nessuno», ha concluso il premier italiano, «può pensare di prescindere dalle nostre posizioni. Ci vediamo domenica a Bruxelles!».
Già alcune ore prima della telefonata tra la Merkel e Conte, una portavoce della Commissione Europea aveva detto di «condividere le preoccupazioni dell'Italia. La bozza della dichiarazione di domenica», aveva aggiunto la portavoce, sarà riequilibrata prima del vertice, si tratta solo di una bozza per la discussione».
«L'Italia», aveva aggiunto il commissario europeo alla migrazione, Dimitris Avramopoulos, «ha ragione di chiedere un cambiamento, le regole internazionali non sono chiare, per quanto concerne la ricerca e il salvataggio l'Italia ha sostenuto una responsabilità molto più grande dei Paesi vicini».
La telefonata di Angela Merkel a Giuseppe Conte è stata commentata con soddisfazione da Matteo Salvini: «È importante», ha detto il capo del Viminale, «che la premier tedesca chiami il premier italiano, perché fino a un po' di tempo fa ci davano per scontati. Ci mandavano una mail a cose avvenute. Ho piena fiducia nel premier Conte», ha aggiunto Salvini, «e sono orgoglioso che l'Italia non sia più da sola. Finalmente a Berlino qualcuno si è accorto che esiste anche l'Italia».
«Finalmente», ha esultato su Facebook il vicepremier Luigi Di Maio, «vedo un'Italia rispettata in Europa e nel mondo. Continui così presidente Giuseppe Conte!». In serata è poi piombata l'incredibile provocazione di Emmanuel Macron sui populisti: «Li vedete crescere come una lebbra», attacca il leader francese, «un po' ovunque in Europa, in Paesi in cui credevamo fosse impossibile vederli riapparire. I nostri amici vicini dicono le cose peggiori e noi ci abituiamo! Fanno le peggiori provocazioni», attacca Macron, «e nessuno si scandalizza». Il riferimento all'Italia è chiarissimo e scatena la reazione di Luigi Di Maio e Matteo Salvini: «La vera lebbra», scrive Di Maio su Twitter, «è l'ipocrisia di chi respinge gli immigrati a Ventimiglia e vuole farci la morale sul diritto sacrosanto di chiedere una equa ripartizione dei migranti. La solidarietà o è europea o non è». Duro anche Salvini: «Un signore, eh. Caviale, champagne e signorilità. Ma io lezioni da un Paese che ha l'esercito alla frontiera italiana non ne prendo. Se la Francia si prende dieci barconi dalla Libia, ne riparliamo. Gli insulti dei chiacchieroni Macron e Roberto Saviano non mi toccano», conclude il ministro dell'Interno, «anzi mi fanno forza».
Carlo Tarallo
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Il cancelliere austriaco incontra Viktor Orbán e i leader delle altre nazioni dell'Est. Ribadita la linea dura: è necessario presidiare le frontiere esterne al continente.Il premier minaccia di non partecipare al vertice Ue, dove c'è una bozza sull'immigrazione già stilata, e Berlino chiama per rassicurarlo: «È già accantonata». Parigi provoca, Matteo Salvini: «Da loro niente lezioni».Lo speciale contiene due articoli.In un'Europa che sembra andare in frantumi per i disaccordi sulle politiche migratorie, segno delle profonde spaccature è il «controvertice» che i quattro di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno organizzato ieri a Budapest insieme all'Austria. Il summit nasce in contrapposizione a quello di domenica prossima a Bruxelles dove si incontreranno, convocati dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, dieci Paesi che animeranno il Consiglio Ue fissato per il 28 e il 29 giugno prossimi: Germania, Italia, Francia, Spagna, Olanda, Belgio, Bulgaria, Malta, Grecia e la stessa Austria. Al centro, ovviamente, ci sarà la questione migranti, per la quale Juncker auspica una soluzione condivisa che scongiuri misure unilaterali, come quelle chieste dal ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, sul respingimento degli immigrati registrati in altri Paesi europei. Ma il summit di Bruxelles rischia di trasformarsi nel preludio al fallimento della due giorni di fine mese: su impulso di Angela Merkel ed Emmanuel Macron, infatti, la road map era stata impostata in modo tale da affrontare soltanto il problema degli spostamenti secondari, cioè interni alla Ue, degli immigrati, ignorando i progetti di limitazione delle partenze caldeggiati dall'Italia. Una furbata che ha suscitato la reazione di Matteo Salvini e del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il quale, minacciando di dare forfait alla riunione di Bruxelles se questa avesse dovuto ratificare un «testo già preconfezionato», ha costretto la cancelliera tedesca a cestinare la bozza avanzata con Macron.I Paesi di Visegrad si sono sempre opposti a ogni proposta della Commissione europea e a ogni tentativo di revisione dei trattati di Dublino che implicassero l'imposizione delle «quote» di migranti da redistribuire tra gli Stati membri dell'Ue. Addirittura, l'Ungheria di Viktor Orbán mercoledì ha fatto inserire in Costituzione il divieto di accogliere immigrati economici irregolari. Alle quattro nazioni recalcitranti si è aggiunta Vienna, che con il cancelliere Sebastian Kurz ha lanciato il cosiddetto «asse dei volenterosi», che includerebbe l'Italia e il cui scopo sarebbe quello di mettere un argine alle partenze, ricorrendo ai presidi in territorio africano.È l'idea che Conte aveva sottoposto al presidente francese Macron durante il faccia a faccia di Parigi. Il progetto prevede la realizzazione di hotspot per monitorare le richieste d'asilo, impedendo che chi non ha diritto a rimanere sul suolo europeo metta a repentaglio la propria vita, affrontando il viaggio nel Mediterraneo. In fondo, che nessuno abbia intenzione di farsi carico degli immigrati economici lo ha reso chiaro la Spagna di Pedro Sanchez, lodata dall'internazionale mediatica progressista per aver lasciato approdare la nave Aquarius a Valencia, eppure subito esplicita nel precisare che gli sbarcati avranno un permesso umanitario di 45 giorni, al termine dei quali chi non ha titolo per stare in Spagna verrà rispedito indietro.Ma ancor più di ungheresi, polacchi, cechi e slovacchi, è proprio Kurz la figura chiave di questa delicatissima fase politica. Il cancelliere austriaco su Twitter ha fatto sapere che con i leader di Visegrad, al controvertice di Budapest, si è discusso di «lotta contro l'immigrazione illegale». E in vista della presidenza di turno del Consiglio europeo, che toccherà all'Austria per il semestre che inizia a luglio, il suo messaggio sarà recepito positivamente a Roma: «Dobbiamo mettere da parte il dibattito sulla distribuzione e concentrarci sulla protezione delle frontiere esterne», esattamente la tesi del nostro ministro degli Interni, Matteo Salvini, che evoca neppure troppo velatamente i blocchi navali.Il «giornalista unico» insiste nell'osservare che gli egoismi di Austria e Paesi di Visegrad danneggeranno l'Italia, perché la chiusura delle loro frontiere significherà che gli immigrati dovremo gestirli da soli. Ora, nessuno crede che tra le nazioni europee viga l'altruismo; anzi, è palese che ciascuno agisca nel proprio interesse. Il punto è che la convergenza degli interessi ci rende più in sintonia con i presenti al summit di Budapest, che con i patinati partecipanti all'incontro di domenica prossima nella capitale belga. Vienna e i quattro di Visegrad non vogliono le quote, ma sono disposti a impegnarsi affinché le partenze siano limitate. Merkel e Macron, invece, ancora cercano sotterfugi che li aiutino a placare i malumori interni, come nel caso della rivolta della Csu contro la cancelliera, e forse non sono rassegnati a un'Italia che rialza la testa.Certo, la strada degli hotspot in Africa e del pattugliamento del Mediterraneo è accidentata: la Tunisia, ad esempio, ha già fatto sapere che non accetterà alcun presidio sul suo territorio. Ma nell'Unione europea che, a dispetto del nome, risulta sempre meno unita, una via d'uscita da certi vicoli ciechi può venire soltanto da chi è pronto a far saltare il banco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kurz-si-mette-con-visegrad-e-rinforza-leuropa-che-vuole-fermare-i-flussi-2580106067.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-da-una-regolata-alla-merkel-a-macron-resta-linsulto-lebbrosi" data-post-id="2580106067" data-published-at="1774136309" data-use-pagination="False"> Conte dà una regolata alla Merkel A Macron resta l’insulto: «Lebbrosi» L'Europa deve fare i conti con Conte. La minaccia del governo italiano di disertare il prevertice sull'immigrazione di domenica prossima a Bruxelles, al quale parteciperanno 13 leader di altrettante nazioni europee, ha sortito l'effetto sperato: la bozza della dichiarazione finale, che aveva provocato forte irritazione nel governo italiano, è stata accantonata, come ha garantito ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Dunque l'Italia sarà presente insieme a Belgio, Olanda, Grecia, Spagna, Malta, Germania, Francia, Bulgaria, Austria, Danimarca, Croazia e Slovenia al summit informale convocato dal presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, in vista del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Intanto, il presidente francese Emmanuel Macron perde le staffe, insulta i «populisti» definendoli «lebbrosi» e scatena la risposta rabbiosa del governo italiano. La bozza della dichiarazione finale, circolata l'altroieri, aveva indispettito non poco il governo italiano: il premier Conte, in piena sintonia con i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, aveva fatto sapere di essere pronto a disertare la riunione. Il testo prevedeva una forte stretta sui «movimenti secondari», ovvero gli spostamenti dei richiedenti asilo tra i vari stati dell'Ue. In particolare, la bozza accontentava le richieste del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, che in polemica con la cancelliera Angela Merkel si è detto pronto a chiudere le frontiere per impedire agli immigrati sbarcati in un'altra nazione (Italia, Spagna, Grecia) di introdursi in Germania, respingendoli verso il primo approdo. Una prospettiva indigeribile per l'Italia, che invece chiede con forza di affrontare il problema dei «movimenti primari», ovvero degli sbarchi veri e propri. Inoltre, l'Italia chiede di istituire hotspot nei paesi africani dai quali partono le migliaia di disperati che si imbarcano sulle carrette del mare. «Se andiamo lì», aveva detto Salvini, «per avere il compitino già preparato da francesi e tedeschi è giusto risparmiare i soldi del viaggio. Con la bozza che circola pensano di mandarci altri immigrati, invece di aiutarci». Ieri pomeriggio, il colpo di scena: Conte ha ricevuto la telefonata della Merkel che ha sbloccato la situazione. «Ho appena ricevuto», ha scritto su Facebook il premier, «una telefonata dalla cancelliera Merkel, preoccupata della possibilità che io potessi non partecipare al pre vertice di domenica a Bruxelles sul tema immigrazione. Le ho confermato che per me sarebbe stato inaccettabile partecipare a questo vertice con un testo già preconfezionato. La cancelliera», ha aggiunto Conte, «ha chiarito che c'è stato un misunderstanding: la bozza di testo diffusa ieri verrà accantonata. Domenica al centro della discussione sull'immigrazione ci sarà la proposta italiana e se ne discuterà insieme alle proposte degli altri Paesi. Nessuno», ha concluso il premier italiano, «può pensare di prescindere dalle nostre posizioni. Ci vediamo domenica a Bruxelles!». Già alcune ore prima della telefonata tra la Merkel e Conte, una portavoce della Commissione Europea aveva detto di «condividere le preoccupazioni dell'Italia. La bozza della dichiarazione di domenica», aveva aggiunto la portavoce, sarà riequilibrata prima del vertice, si tratta solo di una bozza per la discussione». «L'Italia», aveva aggiunto il commissario europeo alla migrazione, Dimitris Avramopoulos, «ha ragione di chiedere un cambiamento, le regole internazionali non sono chiare, per quanto concerne la ricerca e il salvataggio l'Italia ha sostenuto una responsabilità molto più grande dei Paesi vicini». La telefonata di Angela Merkel a Giuseppe Conte è stata commentata con soddisfazione da Matteo Salvini: «È importante», ha detto il capo del Viminale, «che la premier tedesca chiami il premier italiano, perché fino a un po' di tempo fa ci davano per scontati. Ci mandavano una mail a cose avvenute. Ho piena fiducia nel premier Conte», ha aggiunto Salvini, «e sono orgoglioso che l'Italia non sia più da sola. Finalmente a Berlino qualcuno si è accorto che esiste anche l'Italia». «Finalmente», ha esultato su Facebook il vicepremier Luigi Di Maio, «vedo un'Italia rispettata in Europa e nel mondo. Continui così presidente Giuseppe Conte!». In serata è poi piombata l'incredibile provocazione di Emmanuel Macron sui populisti: «Li vedete crescere come una lebbra», attacca il leader francese, «un po' ovunque in Europa, in Paesi in cui credevamo fosse impossibile vederli riapparire. I nostri amici vicini dicono le cose peggiori e noi ci abituiamo! Fanno le peggiori provocazioni», attacca Macron, «e nessuno si scandalizza». Il riferimento all'Italia è chiarissimo e scatena la reazione di Luigi Di Maio e Matteo Salvini: «La vera lebbra», scrive Di Maio su Twitter, «è l'ipocrisia di chi respinge gli immigrati a Ventimiglia e vuole farci la morale sul diritto sacrosanto di chiedere una equa ripartizione dei migranti. La solidarietà o è europea o non è». Duro anche Salvini: «Un signore, eh. Caviale, champagne e signorilità. Ma io lezioni da un Paese che ha l'esercito alla frontiera italiana non ne prendo. Se la Francia si prende dieci barconi dalla Libia, ne riparliamo. Gli insulti dei chiacchieroni Macron e Roberto Saviano non mi toccano», conclude il ministro dell'Interno, «anzi mi fanno forza». Carlo Tarallo
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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