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2018-06-22
Kurz si mette con Visegrad e rinforza l’Europa che vuole fermare i flussi
ANSA
In un'Europa che sembra andare in frantumi per i disaccordi sulle politiche migratorie, segno delle profonde spaccature è il «controvertice» che i quattro di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno organizzato ieri a Budapest insieme all'Austria.
Il summit nasce in contrapposizione a quello di domenica prossima a Bruxelles dove si incontreranno, convocati dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, dieci Paesi che animeranno il Consiglio Ue fissato per il 28 e il 29 giugno prossimi: Germania, Italia, Francia, Spagna, Olanda, Belgio, Bulgaria, Malta, Grecia e la stessa Austria. Al centro, ovviamente, ci sarà la questione migranti, per la quale Juncker auspica una soluzione condivisa che scongiuri misure unilaterali, come quelle chieste dal ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, sul respingimento degli immigrati registrati in altri Paesi europei. Ma il summit di Bruxelles rischia di trasformarsi nel preludio al fallimento della due giorni di fine mese: su impulso di Angela Merkel ed Emmanuel Macron, infatti, la road map era stata impostata in modo tale da affrontare soltanto il problema degli spostamenti secondari, cioè interni alla Ue, degli immigrati, ignorando i progetti di limitazione delle partenze caldeggiati dall'Italia. Una furbata che ha suscitato la reazione di Matteo Salvini e del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il quale, minacciando di dare forfait alla riunione di Bruxelles se questa avesse dovuto ratificare un «testo già preconfezionato», ha costretto la cancelliera tedesca a cestinare la bozza avanzata con Macron.
I Paesi di Visegrad si sono sempre opposti a ogni proposta della Commissione europea e a ogni tentativo di revisione dei trattati di Dublino che implicassero l'imposizione delle «quote» di migranti da redistribuire tra gli Stati membri dell'Ue. Addirittura, l'Ungheria di Viktor Orbán mercoledì ha fatto inserire in Costituzione il divieto di accogliere immigrati economici irregolari. Alle quattro nazioni recalcitranti si è aggiunta Vienna, che con il cancelliere Sebastian Kurz ha lanciato il cosiddetto «asse dei volenterosi», che includerebbe l'Italia e il cui scopo sarebbe quello di mettere un argine alle partenze, ricorrendo ai presidi in territorio africano.
È l'idea che Conte aveva sottoposto al presidente francese Macron durante il faccia a faccia di Parigi. Il progetto prevede la realizzazione di hotspot per monitorare le richieste d'asilo, impedendo che chi non ha diritto a rimanere sul suolo europeo metta a repentaglio la propria vita, affrontando il viaggio nel Mediterraneo. In fondo, che nessuno abbia intenzione di farsi carico degli immigrati economici lo ha reso chiaro la Spagna di Pedro Sanchez, lodata dall'internazionale mediatica progressista per aver lasciato approdare la nave Aquarius a Valencia, eppure subito esplicita nel precisare che gli sbarcati avranno un permesso umanitario di 45 giorni, al termine dei quali chi non ha titolo per stare in Spagna verrà rispedito indietro.
Ma ancor più di ungheresi, polacchi, cechi e slovacchi, è proprio Kurz la figura chiave di questa delicatissima fase politica. Il cancelliere austriaco su Twitter ha fatto sapere che con i leader di Visegrad, al controvertice di Budapest, si è discusso di «lotta contro l'immigrazione illegale». E in vista della presidenza di turno del Consiglio europeo, che toccherà all'Austria per il semestre che inizia a luglio, il suo messaggio sarà recepito positivamente a Roma: «Dobbiamo mettere da parte il dibattito sulla distribuzione e concentrarci sulla protezione delle frontiere esterne», esattamente la tesi del nostro ministro degli Interni, Matteo Salvini, che evoca neppure troppo velatamente i blocchi navali.
Il «giornalista unico» insiste nell'osservare che gli egoismi di Austria e Paesi di Visegrad danneggeranno l'Italia, perché la chiusura delle loro frontiere significherà che gli immigrati dovremo gestirli da soli. Ora, nessuno crede che tra le nazioni europee viga l'altruismo; anzi, è palese che ciascuno agisca nel proprio interesse. Il punto è che la convergenza degli interessi ci rende più in sintonia con i presenti al summit di Budapest, che con i patinati partecipanti all'incontro di domenica prossima nella capitale belga. Vienna e i quattro di Visegrad non vogliono le quote, ma sono disposti a impegnarsi affinché le partenze siano limitate. Merkel e Macron, invece, ancora cercano sotterfugi che li aiutino a placare i malumori interni, come nel caso della rivolta della Csu contro la cancelliera, e forse non sono rassegnati a un'Italia che rialza la testa.
Certo, la strada degli hotspot in Africa e del pattugliamento del Mediterraneo è accidentata: la Tunisia, ad esempio, ha già fatto sapere che non accetterà alcun presidio sul suo territorio. Ma nell'Unione europea che, a dispetto del nome, risulta sempre meno unita, una via d'uscita da certi vicoli ciechi può venire soltanto da chi è pronto a far saltare il banco.
Conte dà una regolata alla Merkel A Macron resta l’insulto: «Lebbrosi»
L'Europa deve fare i conti con Conte. La minaccia del governo italiano di disertare il prevertice sull'immigrazione di domenica prossima a Bruxelles, al quale parteciperanno 13 leader di altrettante nazioni europee, ha sortito l'effetto sperato: la bozza della dichiarazione finale, che aveva provocato forte irritazione nel governo italiano, è stata accantonata, come ha garantito ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Dunque l'Italia sarà presente insieme a Belgio, Olanda, Grecia, Spagna, Malta, Germania, Francia, Bulgaria, Austria, Danimarca, Croazia e Slovenia al summit informale convocato dal presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, in vista del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Intanto, il presidente francese Emmanuel Macron perde le staffe, insulta i «populisti» definendoli «lebbrosi» e scatena la risposta rabbiosa del governo italiano.
La bozza della dichiarazione finale, circolata l'altroieri, aveva indispettito non poco il governo italiano: il premier Conte, in piena sintonia con i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, aveva fatto sapere di essere pronto a disertare la riunione. Il testo prevedeva una forte stretta sui «movimenti secondari», ovvero gli spostamenti dei richiedenti asilo tra i vari stati dell'Ue. In particolare, la bozza accontentava le richieste del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, che in polemica con la cancelliera Angela Merkel si è detto pronto a chiudere le frontiere per impedire agli immigrati sbarcati in un'altra nazione (Italia, Spagna, Grecia) di introdursi in Germania, respingendoli verso il primo approdo.
Una prospettiva indigeribile per l'Italia, che invece chiede con forza di affrontare il problema dei «movimenti primari», ovvero degli sbarchi veri e propri. Inoltre, l'Italia chiede di istituire hotspot nei paesi africani dai quali partono le migliaia di disperati che si imbarcano sulle carrette del mare. «Se andiamo lì», aveva detto Salvini, «per avere il compitino già preparato da francesi e tedeschi è giusto risparmiare i soldi del viaggio. Con la bozza che circola pensano di mandarci altri immigrati, invece di aiutarci».
Ieri pomeriggio, il colpo di scena: Conte ha ricevuto la telefonata della Merkel che ha sbloccato la situazione. «Ho appena ricevuto», ha scritto su Facebook il premier, «una telefonata dalla cancelliera Merkel, preoccupata della possibilità che io potessi non partecipare al pre vertice di domenica a Bruxelles sul tema immigrazione. Le ho confermato che per me sarebbe stato inaccettabile partecipare a questo vertice con un testo già preconfezionato. La cancelliera», ha aggiunto Conte, «ha chiarito che c'è stato un misunderstanding: la bozza di testo diffusa ieri verrà accantonata. Domenica al centro della discussione sull'immigrazione ci sarà la proposta italiana e se ne discuterà insieme alle proposte degli altri Paesi. Nessuno», ha concluso il premier italiano, «può pensare di prescindere dalle nostre posizioni. Ci vediamo domenica a Bruxelles!».
Già alcune ore prima della telefonata tra la Merkel e Conte, una portavoce della Commissione Europea aveva detto di «condividere le preoccupazioni dell'Italia. La bozza della dichiarazione di domenica», aveva aggiunto la portavoce, sarà riequilibrata prima del vertice, si tratta solo di una bozza per la discussione».
«L'Italia», aveva aggiunto il commissario europeo alla migrazione, Dimitris Avramopoulos, «ha ragione di chiedere un cambiamento, le regole internazionali non sono chiare, per quanto concerne la ricerca e il salvataggio l'Italia ha sostenuto una responsabilità molto più grande dei Paesi vicini».
La telefonata di Angela Merkel a Giuseppe Conte è stata commentata con soddisfazione da Matteo Salvini: «È importante», ha detto il capo del Viminale, «che la premier tedesca chiami il premier italiano, perché fino a un po' di tempo fa ci davano per scontati. Ci mandavano una mail a cose avvenute. Ho piena fiducia nel premier Conte», ha aggiunto Salvini, «e sono orgoglioso che l'Italia non sia più da sola. Finalmente a Berlino qualcuno si è accorto che esiste anche l'Italia».
«Finalmente», ha esultato su Facebook il vicepremier Luigi Di Maio, «vedo un'Italia rispettata in Europa e nel mondo. Continui così presidente Giuseppe Conte!». In serata è poi piombata l'incredibile provocazione di Emmanuel Macron sui populisti: «Li vedete crescere come una lebbra», attacca il leader francese, «un po' ovunque in Europa, in Paesi in cui credevamo fosse impossibile vederli riapparire. I nostri amici vicini dicono le cose peggiori e noi ci abituiamo! Fanno le peggiori provocazioni», attacca Macron, «e nessuno si scandalizza». Il riferimento all'Italia è chiarissimo e scatena la reazione di Luigi Di Maio e Matteo Salvini: «La vera lebbra», scrive Di Maio su Twitter, «è l'ipocrisia di chi respinge gli immigrati a Ventimiglia e vuole farci la morale sul diritto sacrosanto di chiedere una equa ripartizione dei migranti. La solidarietà o è europea o non è». Duro anche Salvini: «Un signore, eh. Caviale, champagne e signorilità. Ma io lezioni da un Paese che ha l'esercito alla frontiera italiana non ne prendo. Se la Francia si prende dieci barconi dalla Libia, ne riparliamo. Gli insulti dei chiacchieroni Macron e Roberto Saviano non mi toccano», conclude il ministro dell'Interno, «anzi mi fanno forza».
Carlo Tarallo
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Il cancelliere austriaco incontra Viktor Orbán e i leader delle altre nazioni dell'Est. Ribadita la linea dura: è necessario presidiare le frontiere esterne al continente.Il premier minaccia di non partecipare al vertice Ue, dove c'è una bozza sull'immigrazione già stilata, e Berlino chiama per rassicurarlo: «È già accantonata». Parigi provoca, Matteo Salvini: «Da loro niente lezioni».Lo speciale contiene due articoli.In un'Europa che sembra andare in frantumi per i disaccordi sulle politiche migratorie, segno delle profonde spaccature è il «controvertice» che i quattro di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno organizzato ieri a Budapest insieme all'Austria. Il summit nasce in contrapposizione a quello di domenica prossima a Bruxelles dove si incontreranno, convocati dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, dieci Paesi che animeranno il Consiglio Ue fissato per il 28 e il 29 giugno prossimi: Germania, Italia, Francia, Spagna, Olanda, Belgio, Bulgaria, Malta, Grecia e la stessa Austria. Al centro, ovviamente, ci sarà la questione migranti, per la quale Juncker auspica una soluzione condivisa che scongiuri misure unilaterali, come quelle chieste dal ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, sul respingimento degli immigrati registrati in altri Paesi europei. Ma il summit di Bruxelles rischia di trasformarsi nel preludio al fallimento della due giorni di fine mese: su impulso di Angela Merkel ed Emmanuel Macron, infatti, la road map era stata impostata in modo tale da affrontare soltanto il problema degli spostamenti secondari, cioè interni alla Ue, degli immigrati, ignorando i progetti di limitazione delle partenze caldeggiati dall'Italia. Una furbata che ha suscitato la reazione di Matteo Salvini e del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il quale, minacciando di dare forfait alla riunione di Bruxelles se questa avesse dovuto ratificare un «testo già preconfezionato», ha costretto la cancelliera tedesca a cestinare la bozza avanzata con Macron.I Paesi di Visegrad si sono sempre opposti a ogni proposta della Commissione europea e a ogni tentativo di revisione dei trattati di Dublino che implicassero l'imposizione delle «quote» di migranti da redistribuire tra gli Stati membri dell'Ue. Addirittura, l'Ungheria di Viktor Orbán mercoledì ha fatto inserire in Costituzione il divieto di accogliere immigrati economici irregolari. Alle quattro nazioni recalcitranti si è aggiunta Vienna, che con il cancelliere Sebastian Kurz ha lanciato il cosiddetto «asse dei volenterosi», che includerebbe l'Italia e il cui scopo sarebbe quello di mettere un argine alle partenze, ricorrendo ai presidi in territorio africano.È l'idea che Conte aveva sottoposto al presidente francese Macron durante il faccia a faccia di Parigi. Il progetto prevede la realizzazione di hotspot per monitorare le richieste d'asilo, impedendo che chi non ha diritto a rimanere sul suolo europeo metta a repentaglio la propria vita, affrontando il viaggio nel Mediterraneo. In fondo, che nessuno abbia intenzione di farsi carico degli immigrati economici lo ha reso chiaro la Spagna di Pedro Sanchez, lodata dall'internazionale mediatica progressista per aver lasciato approdare la nave Aquarius a Valencia, eppure subito esplicita nel precisare che gli sbarcati avranno un permesso umanitario di 45 giorni, al termine dei quali chi non ha titolo per stare in Spagna verrà rispedito indietro.Ma ancor più di ungheresi, polacchi, cechi e slovacchi, è proprio Kurz la figura chiave di questa delicatissima fase politica. Il cancelliere austriaco su Twitter ha fatto sapere che con i leader di Visegrad, al controvertice di Budapest, si è discusso di «lotta contro l'immigrazione illegale». E in vista della presidenza di turno del Consiglio europeo, che toccherà all'Austria per il semestre che inizia a luglio, il suo messaggio sarà recepito positivamente a Roma: «Dobbiamo mettere da parte il dibattito sulla distribuzione e concentrarci sulla protezione delle frontiere esterne», esattamente la tesi del nostro ministro degli Interni, Matteo Salvini, che evoca neppure troppo velatamente i blocchi navali.Il «giornalista unico» insiste nell'osservare che gli egoismi di Austria e Paesi di Visegrad danneggeranno l'Italia, perché la chiusura delle loro frontiere significherà che gli immigrati dovremo gestirli da soli. Ora, nessuno crede che tra le nazioni europee viga l'altruismo; anzi, è palese che ciascuno agisca nel proprio interesse. Il punto è che la convergenza degli interessi ci rende più in sintonia con i presenti al summit di Budapest, che con i patinati partecipanti all'incontro di domenica prossima nella capitale belga. Vienna e i quattro di Visegrad non vogliono le quote, ma sono disposti a impegnarsi affinché le partenze siano limitate. Merkel e Macron, invece, ancora cercano sotterfugi che li aiutino a placare i malumori interni, come nel caso della rivolta della Csu contro la cancelliera, e forse non sono rassegnati a un'Italia che rialza la testa.Certo, la strada degli hotspot in Africa e del pattugliamento del Mediterraneo è accidentata: la Tunisia, ad esempio, ha già fatto sapere che non accetterà alcun presidio sul suo territorio. Ma nell'Unione europea che, a dispetto del nome, risulta sempre meno unita, una via d'uscita da certi vicoli ciechi può venire soltanto da chi è pronto a far saltare il banco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kurz-si-mette-con-visegrad-e-rinforza-leuropa-che-vuole-fermare-i-flussi-2580106067.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-da-una-regolata-alla-merkel-a-macron-resta-linsulto-lebbrosi" data-post-id="2580106067" data-published-at="1781717739" data-use-pagination="False"> Conte dà una regolata alla Merkel A Macron resta l’insulto: «Lebbrosi» L'Europa deve fare i conti con Conte. La minaccia del governo italiano di disertare il prevertice sull'immigrazione di domenica prossima a Bruxelles, al quale parteciperanno 13 leader di altrettante nazioni europee, ha sortito l'effetto sperato: la bozza della dichiarazione finale, che aveva provocato forte irritazione nel governo italiano, è stata accantonata, come ha garantito ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Dunque l'Italia sarà presente insieme a Belgio, Olanda, Grecia, Spagna, Malta, Germania, Francia, Bulgaria, Austria, Danimarca, Croazia e Slovenia al summit informale convocato dal presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, in vista del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Intanto, il presidente francese Emmanuel Macron perde le staffe, insulta i «populisti» definendoli «lebbrosi» e scatena la risposta rabbiosa del governo italiano. La bozza della dichiarazione finale, circolata l'altroieri, aveva indispettito non poco il governo italiano: il premier Conte, in piena sintonia con i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, aveva fatto sapere di essere pronto a disertare la riunione. Il testo prevedeva una forte stretta sui «movimenti secondari», ovvero gli spostamenti dei richiedenti asilo tra i vari stati dell'Ue. In particolare, la bozza accontentava le richieste del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, che in polemica con la cancelliera Angela Merkel si è detto pronto a chiudere le frontiere per impedire agli immigrati sbarcati in un'altra nazione (Italia, Spagna, Grecia) di introdursi in Germania, respingendoli verso il primo approdo. Una prospettiva indigeribile per l'Italia, che invece chiede con forza di affrontare il problema dei «movimenti primari», ovvero degli sbarchi veri e propri. Inoltre, l'Italia chiede di istituire hotspot nei paesi africani dai quali partono le migliaia di disperati che si imbarcano sulle carrette del mare. «Se andiamo lì», aveva detto Salvini, «per avere il compitino già preparato da francesi e tedeschi è giusto risparmiare i soldi del viaggio. Con la bozza che circola pensano di mandarci altri immigrati, invece di aiutarci». Ieri pomeriggio, il colpo di scena: Conte ha ricevuto la telefonata della Merkel che ha sbloccato la situazione. «Ho appena ricevuto», ha scritto su Facebook il premier, «una telefonata dalla cancelliera Merkel, preoccupata della possibilità che io potessi non partecipare al pre vertice di domenica a Bruxelles sul tema immigrazione. Le ho confermato che per me sarebbe stato inaccettabile partecipare a questo vertice con un testo già preconfezionato. La cancelliera», ha aggiunto Conte, «ha chiarito che c'è stato un misunderstanding: la bozza di testo diffusa ieri verrà accantonata. Domenica al centro della discussione sull'immigrazione ci sarà la proposta italiana e se ne discuterà insieme alle proposte degli altri Paesi. Nessuno», ha concluso il premier italiano, «può pensare di prescindere dalle nostre posizioni. Ci vediamo domenica a Bruxelles!». Già alcune ore prima della telefonata tra la Merkel e Conte, una portavoce della Commissione Europea aveva detto di «condividere le preoccupazioni dell'Italia. La bozza della dichiarazione di domenica», aveva aggiunto la portavoce, sarà riequilibrata prima del vertice, si tratta solo di una bozza per la discussione». «L'Italia», aveva aggiunto il commissario europeo alla migrazione, Dimitris Avramopoulos, «ha ragione di chiedere un cambiamento, le regole internazionali non sono chiare, per quanto concerne la ricerca e il salvataggio l'Italia ha sostenuto una responsabilità molto più grande dei Paesi vicini». La telefonata di Angela Merkel a Giuseppe Conte è stata commentata con soddisfazione da Matteo Salvini: «È importante», ha detto il capo del Viminale, «che la premier tedesca chiami il premier italiano, perché fino a un po' di tempo fa ci davano per scontati. Ci mandavano una mail a cose avvenute. Ho piena fiducia nel premier Conte», ha aggiunto Salvini, «e sono orgoglioso che l'Italia non sia più da sola. Finalmente a Berlino qualcuno si è accorto che esiste anche l'Italia». «Finalmente», ha esultato su Facebook il vicepremier Luigi Di Maio, «vedo un'Italia rispettata in Europa e nel mondo. Continui così presidente Giuseppe Conte!». In serata è poi piombata l'incredibile provocazione di Emmanuel Macron sui populisti: «Li vedete crescere come una lebbra», attacca il leader francese, «un po' ovunque in Europa, in Paesi in cui credevamo fosse impossibile vederli riapparire. I nostri amici vicini dicono le cose peggiori e noi ci abituiamo! Fanno le peggiori provocazioni», attacca Macron, «e nessuno si scandalizza». Il riferimento all'Italia è chiarissimo e scatena la reazione di Luigi Di Maio e Matteo Salvini: «La vera lebbra», scrive Di Maio su Twitter, «è l'ipocrisia di chi respinge gli immigrati a Ventimiglia e vuole farci la morale sul diritto sacrosanto di chiedere una equa ripartizione dei migranti. La solidarietà o è europea o non è». Duro anche Salvini: «Un signore, eh. Caviale, champagne e signorilità. Ma io lezioni da un Paese che ha l'esercito alla frontiera italiana non ne prendo. Se la Francia si prende dieci barconi dalla Libia, ne riparliamo. Gli insulti dei chiacchieroni Macron e Roberto Saviano non mi toccano», conclude il ministro dell'Interno, «anzi mi fanno forza». Carlo Tarallo
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.
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L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
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