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2022-10-10
Pace sociale a rischio: «Io non pago». Chi c’è dietro alle istigazioni
Ansa
All’inizio sembrava solo un hashtag da Twitter nato sull’onda delle manifestazioni britanniche con lo slogan «I don’t pay», ovvero io non pago. Poi qualcuno, il 20 agosto scorso, ha aperto una chat su Telegram che è diventata il contenitore di link sui rincari e di consigli legali per chi è in difficoltà. E il numero di iscritti è schizzato subito a qualche migliaio. Il terzo passo in avanti è stato il lancio di un sito Web: Nonpaghiamo.it. Qui è diventato tutto molto più esplicito: «Siamo un movimento per lo sciopero delle bollette». E per fornire in modo immediato a chi apre il link il peso del movimento, è stato piazzato a centro pagina un grosso contatore a sfondo bianco: 12.500 persone hanno già aderito. E si richiede una firma.
Dove vuole andare a parare il movimento? «Chiediamo la riduzione del costo delle bollette energetiche a un livello accessibile». E c’è anche un ultimatum: «Se verremo ignorati, il 30 novembre sospenderemo il pagamento di tutte le bollette». Nel frattempo però le piazze delle grandi città hanno ospitato più di una manifestazione, come ha documentato il talk di approfondimento di Rete4 Fuori dal coro, con tanto di bracieri per mandare al rogo i bollettini prestampati inviati alle famiglie dalle compagnie energetiche.
L’obiettivo della protesta, per ora, sembra quello di attirare l’attenzione del governo, spingendolo ad approvare misure che contengano l’aumento dei prezzi. Ma c’è un’ambizione: diventare un’organizzazione nazionale con un milione di adesioni. E anche un simbolo: una bolletta che sta per essere buttata tra le fiamme. I canali Telegram ben presto si sono ramificati in modo territoriale. E i più attivi sono Non paghiamo Genova e Napoli. Si pubblicizzano «assemblee, banchetti e iniziative di lotta» che subito vengono documentate con foto e video girati con gli smartphone. A Napoli gli appuntamenti hanno preso quasi una cadenza quotidiana. Anche con volantinaggi. Soprattutto al Centro direzionale e a Soccavo.
A fine settembre il movimento ha mostrato i muscoli, affiancato da precari, disoccupati, studenti di Fridays for future; si è radunato (erano qualche centinaio) davanti agli uffici dell’Eni in via Riviera di Chiaia. Giovedì 20 ottobre, invece, si incontreranno nel centro storico, in piazza San Domenico Maggiore, dove si terrà l’assemblea regionale pubblica, che proclamerà Napoli come la capitale della protesta contro le bollette da record.
Per il 5 novembre è prevista una manifestazione con tanto di «tavoli di studio» e un corteo. Al momento, ammettono gli attivisti, i roghi delle bollette sono solo «simbolici», in attesa di capire se entro il 30 novembre il governo deciderà di mettere sul piatto qualche aiuto. Poi si passerà a un tipo di «lotta» diverso, che al momento non è specificato. Ma che sta già preoccupando alcuni uffici della Digos, alle prese con difficili informative con le quali relazionare ai questori.
«Vorremmo che non ci fossero precedenti con il passato e non abbiamo leader. Esiste un coordinamento nazionale, ne fanno parte tanti gruppi, ad esempio della sinistra extraparlamentare. E abbiamo anche legami con il movimento inglese del Don’t pay», ha spiegato Mimì Ercolano del coordinamento provinciale Sicobas di Napoli e attivista di Noi non paghiamo. In realtà si tratta di un mondo particolarmente variegato. Al quale ha aderito già qualche capopopolo. In Molise, per esempio, c’è Emilio Izzo, coordinatore del Movimento cacciamoli. «Ho lanciato l’idea», ha detto ai cronisti locali, «inutile girarci intorno, aspettare il miracolo o far finta di niente, girare la testa dall’altra parte come se tutto ciò non ci riguardi, come se stessimo a guardare un brutto film, può solo peggiorare la situazione se ciò fosse possibile». E allora ha cominciato a suonare la grancassa per radunare il popolo che si oppone ai rincari.
A Brescia il nucleo di Noi non paghiamo è già abbastanza nutrito. E dopo un flashmob organizzato il 9 settembre per prendere le misure, a fine settembre sono state prodotte richieste specifiche per i sindaci di Brescia e di Milano: «Devono intervenire per riportare i prezzi a quelli del 2021 e per scongiurare gli aumenti». Ma si è scesi in piazza anche dove i gruppi sono appena nati. A Lucca, per esempio, gli attivisti erano poco più di una decina. Ma hanno ottenuto una invidiabile copertura mediatica sui siti Web locali, prendendosela con «la speculazione, una manovra sporca legalizzata che, da una parte genera extraprofitti quasi del 700% per le aziende energetiche, e dall’altra mette alla fame milioni di famiglie e migliaia di imprese».
Molti falò sono stati proposti dal sindacato Usb. Come a Torino, in corso Regina Margherita. A Bologna, dopo il presidio davanti a un Eni store organizzato da Io non pago Emilia Romagna, ne è stato organizzato un altro di fronte alla sede di Hera da Usb e Potere al popolo. E anche a Cagliari i rappresentanti dell’Usb, insieme a molti pensionati, si sono dati appuntamento sotto il palazzo dell’Enel e dell’Inps. Come a Roma, dove il falò delle bollette è stato organizzato davanti alla sede della Cassa depositi e prestiti.
La maggior parte degli attivisti, però, sono imprenditori alla canna del gas e cittadini che hanno trovato negli ultimi mesi non poche difficoltà nel fronteggiare gli aumenti. A Sassuolo c’è la lucana Franca Cerverizzo, ex consigliere comunale e titolare di un bar: «Con la nuova associazione vorremmo elaborare un pacchetto di proposte concrete che ci permetta di sopravvivere, raccogliendo attorno alle nostre istanze piccoli esercenti e privati cui chiedo di tirare fuori la testa dal sacco. Ove non cambiasse nulla, si va verso la disobbedienza civile e lo sciopero fiscale».
E poi c’è Kino, pseudonimo di un portavoce di Noi non paghiamo, che ha già esplicitato l’idea di fondo dalla quale nasce la protesta: «Una famiglia su tre è costretta a scegliere se mangiare o pagare le bollette e la situazione di morosità diffusa ha raggiunto in Italia quasi il 20%. Questa situazione non parte da oggi, ma è frutto di una speculazione finanziaria che nasce, prima dello scoppio della guerra, per scelte fallimentari del governo. Noi diciamo che questa crisi non la vogliamo pagare perché non ci sentiamo responsabili e devono pagarla i veri responsabili ossia le banche, i mercati che stanno facendo speculazione, le compagnie del fossile che non hanno fatto nulla per una transizione energetica». E ha ben in mente su chi deve ricadere il rimborso: «Questa crisi sia pagata dai Signori della guerra che ci hanno portato, con questa escalation, nella situazione in cui il governo, invece di mettere in sicurezza le famiglie, ha pensato ad aumentare le spese militari». Di fatto è già un movimento ecologista e anti interventista.
E come alcuni virologi erano diventati punto di riferimento per i movimenti contro il vaccino e il green pass, anche i non pago hanno i loro super consulenti. Nelle chat ricorre il nome dell’avvocato Francesco Ienco. Uno dei moderatori di un canale Telegram posta i consigli su chi ha diritto a non pagare gli aumenti. Con tanto di indicazioni legislative. Ma di proposte nei gruppi Telegram ne piovono diverse: una, già applicata da qualcuno, è quella di revocare il Rid (ovvero la domiciliazione) delle bollette dal proprio conto corrente bancario o postale. «Un modo», spiega uno dei fondatori di Io non pago, Federico Ciavarella, «per recuperare il controllo sulle varie voci ed evitare il passaggio di denaro automatico dalla banca o dalla posta».
Per il futuro, annunciano, la strategia di contestazione potrebbe cambiare drasticamente. Con molta probabilità la gran parte del popolo dei Noi non paghiamo non sarà disposta ad azioni eclatanti. Ma siccome il movimento ha già attirato l’attenzione dell’ultrasinistra, tanto che l’invito ad aderire è stato lanciato anche da Radio onda d’urto (molto seguita dai nuclei anarchici sparsi per l’Italia), le antenne degli uffici che monitorano gli antagonisti si sono già drizzate.
Lombardia: assemblee popolari in ogni città

Ansa
«La guerra è stata la grande occasione per dare avvio a una forte speculazione ai danni dei cittadini, ma se la popolazione si attiva può ottenere risultati, perché arriverà il momento in cui il governo non potrà più ignorare la nostra voce, ecco perché ci stiamo mobilitando». Chi ci parla è Sauro Di Giovanbattista, agente rappresentante di Brescia, tra i primi ad aderire a Noi non paghiamo, coordinatore regionale della Lombardia. «Il nostro gruppo è nato subito dopo quello romano», spiega, «e abbiamo fatto immediatamente un’azione dimostrativa bruciando le prime bollette già a metà settembre. Da lì non ci siamo fermati, anzi, ci stiamo organizzando per fare una assemblea popolare a settimana nelle principali città della regione». A Brescia chi ha dato avvio alla protesta è un gruppo di cittadini che da anni è impegnato in lotte sociali contro l’inquinamento del territorio e pian piano il gruppo si è allargato e ha deciso di aderire al movimento di opposizione pacifica contro il caro bollette. «È tutto collegato, l’inquinamento, l’ambiente e i rincari energetici», sottolinea Sauro, «da un lato c’è chi specula, dall’altro c’è l’assurda volontà di continuare a utilizzare combustibili fossili, inquinando». Nelle altre città lombarde, invece, sono i movimenti di lotta per la casa ad aver deciso di partecipare allo sciopero delle bollette. Conferma Sauro Di Giovanbattista: «Per le famiglie che hanno già il problema di avere un tetto, è stato del tutto naturale appoggiare questo movimento».
Toscana: tutti gli studenti in piazza

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In Toscana il movimento parte da Lucca e Paolo Pasqualetti, studente universitario, è il referente regionale. «Può sembrare strano che nel nostro gruppo ci siano anche degli studenti, ma in realtà non lo è, perché le bollette e i rincari sono il simbolo della crisi generale che stiamo vivendo, una crisi che coinvolge tutta la popolazione, studenti compresi».Il gruppo lucchese venerdì scorso è sceso in piazza per la prima volta bruciando le bollette: c’erano commercianti, ambientalisti e pensionati. «Siamo un collettivo molto vario», spiega Pasqualetti, «tutto è iniziato il 5 settembre scorso. La maggior parte di noi già apparteneva a una rete civica che si era candidata alle scorse comunali, quindi abbiamo deciso di riunirci e decidere, tutti insieme, di appoggiare questa campagna. Alle comunali ci eravamo presentati come un movimento alternativo alla sinistra, ma come Noi non paghiamo non vogliamo porre barriere politiche, superando le diverse ideologie». Paolo è l’unico referente della regione e sta cercando di far crescere il movimento allargandolo anche su Firenze e Pisa. «Più siamo, più forte sarà la nostra voce», chiarisce, «soprattutto perché questa non è una battaglia specifica, ci sono tantissimi temi collegati, dalle speculazioni economiche delle multinazionali, al boomerang delle sanzioni alla Russia. Insomma ora è arrivato il momento della mobilitazione».
Campania: «Siamo finiti sul lastrico per colpa degli speculatori»

Ansa
A Napoli, dove a inizio settembre un gruppo del movimento 7 Novembre (i disoccupati organizzati) ha bruciato per la prima volta le bollette in segno di protesta, incontriamo Francesco Tramontano, precario, che si occupa del coordinamento della Campania. «Qui non c’è nessun vertice del movimento», ci dice, «la lotta è collettiva». Dal capoluogo campano è partita l’onda della protesta. «I rincari, dopo la crisi causata dalla pandemia, sono stati la mazzata finale. Noi come Campania critichiamo la speculazione che c’è dietro a questi aumenti, molti dei nostri iscritti già hanno smesso di pagare le bollette, perché i risparmi sono finiti. Purtroppo più si scende verso Sud e più la situazione diventa difficile. Dopo l’iniziativa di settembre eravamo un centinaio, in un’ora siamo diventati 300». Il movimento a Napoli è ben organizzato, quasi ogni giorno si organizzano banchetti informativi in tutti i quartieri popolari e nei mercati rionali. «Portiamo anche il computer per far firmare la petizione», esemplifica Tramontano, «qui ci siamo divisi i compiti: c’è chi stampa i volantini, chi li distribuisce, chi cerca contatti con i media per farci conoscere. Noi abbiamo il vantaggio che siamo abituati a fare rete per chiedere che vengano rispettati i nostri diritti».
Calabria: la psicologa familiare che scatena negozianti e avvocati

Ansa
Vittoria Morrone è la coordinatrice del movimento della Calabria, fa la psicologa ed è parte di un collettivo sociale che a Cosenza lotta da anni per i diritti delle famiglie. «Benvenuti in Calabria», ci dice venendoci incontro. «Questa è una delle regioni più povere d’Europa, organizzarci in un collettivo per evitare le speculazioni energetiche è stata una necessità, più che una scelta. Qui non ci sono grandi imprese, solo piccoli commercianti che a stento riescono a sopravvivere. Con questi rincari abbiamo stimato che un negozio su due chiuderà perché non riuscirà a superare l’inverno».Il gruppo calabrese ha iniziato da poco la sua attività, una ventina di giorni al massimo, quindi anche le iniziative sono ancora in fase primordiale. «Abbiamo affisso dei cartelloni in diversi punti della città», spiega Vittoria Morrone, «perché il primo obiettivo era farci conoscere, soprattutto per far sapere a chi è in difficoltà che non è solo, che questo dramma lo si può combattere tutti insieme. E così abbiamo aderito a questo movimento, per far arrivare la nostra voce fino alle istituzioni».Accanto a Vittoria ci sono anche alcuni avvocati che collaborano con la rete nazionale per analizzare i profili giuridici all’interno dei quali poter combattere questa battaglia: «L’importante è essere tutelati e non mettersi nella condizione di farsi staccare le utenze».
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Tra cortei, striscioni e falò delle bollette, dilaga la protesta contro i costi astronomici dell’energia. Militanti in 15 regioni coordinati su Telegram. Digos al lavoro per evitare infiltrazioni di anarchici.All’inizio sembrava solo un hashtag da Twitter nato sull’onda delle manifestazioni britanniche con lo slogan «I don’t pay», ovvero io non pago. Poi qualcuno, il 20 agosto scorso, ha aperto una chat su Telegram che è diventata il contenitore di link sui rincari e di consigli legali per chi è in difficoltà. E il numero di iscritti è schizzato subito a qualche migliaio. Il terzo passo in avanti è stato il lancio di un sito Web: Nonpaghiamo.it. Qui è diventato tutto molto più esplicito: «Siamo un movimento per lo sciopero delle bollette». E per fornire in modo immediato a chi apre il link il peso del movimento, è stato piazzato a centro pagina un grosso contatore a sfondo bianco: 12.500 persone hanno già aderito. E si richiede una firma. Dove vuole andare a parare il movimento? «Chiediamo la riduzione del costo delle bollette energetiche a un livello accessibile». E c’è anche un ultimatum: «Se verremo ignorati, il 30 novembre sospenderemo il pagamento di tutte le bollette». Nel frattempo però le piazze delle grandi città hanno ospitato più di una manifestazione, come ha documentato il talk di approfondimento di Rete4 Fuori dal coro, con tanto di bracieri per mandare al rogo i bollettini prestampati inviati alle famiglie dalle compagnie energetiche. L’obiettivo della protesta, per ora, sembra quello di attirare l’attenzione del governo, spingendolo ad approvare misure che contengano l’aumento dei prezzi. Ma c’è un’ambizione: diventare un’organizzazione nazionale con un milione di adesioni. E anche un simbolo: una bolletta che sta per essere buttata tra le fiamme. I canali Telegram ben presto si sono ramificati in modo territoriale. E i più attivi sono Non paghiamo Genova e Napoli. Si pubblicizzano «assemblee, banchetti e iniziative di lotta» che subito vengono documentate con foto e video girati con gli smartphone. A Napoli gli appuntamenti hanno preso quasi una cadenza quotidiana. Anche con volantinaggi. Soprattutto al Centro direzionale e a Soccavo. A fine settembre il movimento ha mostrato i muscoli, affiancato da precari, disoccupati, studenti di Fridays for future; si è radunato (erano qualche centinaio) davanti agli uffici dell’Eni in via Riviera di Chiaia. Giovedì 20 ottobre, invece, si incontreranno nel centro storico, in piazza San Domenico Maggiore, dove si terrà l’assemblea regionale pubblica, che proclamerà Napoli come la capitale della protesta contro le bollette da record.Per il 5 novembre è prevista una manifestazione con tanto di «tavoli di studio» e un corteo. Al momento, ammettono gli attivisti, i roghi delle bollette sono solo «simbolici», in attesa di capire se entro il 30 novembre il governo deciderà di mettere sul piatto qualche aiuto. Poi si passerà a un tipo di «lotta» diverso, che al momento non è specificato. Ma che sta già preoccupando alcuni uffici della Digos, alle prese con difficili informative con le quali relazionare ai questori.«Vorremmo che non ci fossero precedenti con il passato e non abbiamo leader. Esiste un coordinamento nazionale, ne fanno parte tanti gruppi, ad esempio della sinistra extraparlamentare. E abbiamo anche legami con il movimento inglese del Don’t pay», ha spiegato Mimì Ercolano del coordinamento provinciale Sicobas di Napoli e attivista di Noi non paghiamo. In realtà si tratta di un mondo particolarmente variegato. Al quale ha aderito già qualche capopopolo. In Molise, per esempio, c’è Emilio Izzo, coordinatore del Movimento cacciamoli. «Ho lanciato l’idea», ha detto ai cronisti locali, «inutile girarci intorno, aspettare il miracolo o far finta di niente, girare la testa dall’altra parte come se tutto ciò non ci riguardi, come se stessimo a guardare un brutto film, può solo peggiorare la situazione se ciò fosse possibile». E allora ha cominciato a suonare la grancassa per radunare il popolo che si oppone ai rincari. A Brescia il nucleo di Noi non paghiamo è già abbastanza nutrito. E dopo un flashmob organizzato il 9 settembre per prendere le misure, a fine settembre sono state prodotte richieste specifiche per i sindaci di Brescia e di Milano: «Devono intervenire per riportare i prezzi a quelli del 2021 e per scongiurare gli aumenti». Ma si è scesi in piazza anche dove i gruppi sono appena nati. A Lucca, per esempio, gli attivisti erano poco più di una decina. Ma hanno ottenuto una invidiabile copertura mediatica sui siti Web locali, prendendosela con «la speculazione, una manovra sporca legalizzata che, da una parte genera extraprofitti quasi del 700% per le aziende energetiche, e dall’altra mette alla fame milioni di famiglie e migliaia di imprese».Molti falò sono stati proposti dal sindacato Usb. Come a Torino, in corso Regina Margherita. A Bologna, dopo il presidio davanti a un Eni store organizzato da Io non pago Emilia Romagna, ne è stato organizzato un altro di fronte alla sede di Hera da Usb e Potere al popolo. E anche a Cagliari i rappresentanti dell’Usb, insieme a molti pensionati, si sono dati appuntamento sotto il palazzo dell’Enel e dell’Inps. Come a Roma, dove il falò delle bollette è stato organizzato davanti alla sede della Cassa depositi e prestiti.La maggior parte degli attivisti, però, sono imprenditori alla canna del gas e cittadini che hanno trovato negli ultimi mesi non poche difficoltà nel fronteggiare gli aumenti. A Sassuolo c’è la lucana Franca Cerverizzo, ex consigliere comunale e titolare di un bar: «Con la nuova associazione vorremmo elaborare un pacchetto di proposte concrete che ci permetta di sopravvivere, raccogliendo attorno alle nostre istanze piccoli esercenti e privati cui chiedo di tirare fuori la testa dal sacco. Ove non cambiasse nulla, si va verso la disobbedienza civile e lo sciopero fiscale».E poi c’è Kino, pseudonimo di un portavoce di Noi non paghiamo, che ha già esplicitato l’idea di fondo dalla quale nasce la protesta: «Una famiglia su tre è costretta a scegliere se mangiare o pagare le bollette e la situazione di morosità diffusa ha raggiunto in Italia quasi il 20%. Questa situazione non parte da oggi, ma è frutto di una speculazione finanziaria che nasce, prima dello scoppio della guerra, per scelte fallimentari del governo. Noi diciamo che questa crisi non la vogliamo pagare perché non ci sentiamo responsabili e devono pagarla i veri responsabili ossia le banche, i mercati che stanno facendo speculazione, le compagnie del fossile che non hanno fatto nulla per una transizione energetica». E ha ben in mente su chi deve ricadere il rimborso: «Questa crisi sia pagata dai Signori della guerra che ci hanno portato, con questa escalation, nella situazione in cui il governo, invece di mettere in sicurezza le famiglie, ha pensato ad aumentare le spese militari». Di fatto è già un movimento ecologista e anti interventista.E come alcuni virologi erano diventati punto di riferimento per i movimenti contro il vaccino e il green pass, anche i non pago hanno i loro super consulenti. Nelle chat ricorre il nome dell’avvocato Francesco Ienco. Uno dei moderatori di un canale Telegram posta i consigli su chi ha diritto a non pagare gli aumenti. Con tanto di indicazioni legislative. Ma di proposte nei gruppi Telegram ne piovono diverse: una, già applicata da qualcuno, è quella di revocare il Rid (ovvero la domiciliazione) delle bollette dal proprio conto corrente bancario o postale. «Un modo», spiega uno dei fondatori di Io non pago, Federico Ciavarella, «per recuperare il controllo sulle varie voci ed evitare il passaggio di denaro automatico dalla banca o dalla posta».Per il futuro, annunciano, la strategia di contestazione potrebbe cambiare drasticamente. Con molta probabilità la gran parte del popolo dei Noi non paghiamo non sarà disposta ad azioni eclatanti. Ma siccome il movimento ha già attirato l’attenzione dell’ultrasinistra, tanto che l’invito ad aderire è stato lanciato anche da Radio onda d’urto (molto seguita dai nuclei anarchici sparsi per l’Italia), le antenne degli uffici che monitorano gli antagonisti si sono già drizzate.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/io-non-pago-2658416914.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lombardia-assemblee-popolari-in-ogni-citta" data-post-id="2658416914" data-published-at="1665350496" data-use-pagination="False"> Lombardia: assemblee popolari in ogni città Ansa «La guerra è stata la grande occasione per dare avvio a una forte speculazione ai danni dei cittadini, ma se la popolazione si attiva può ottenere risultati, perché arriverà il momento in cui il governo non potrà più ignorare la nostra voce, ecco perché ci stiamo mobilitando». Chi ci parla è Sauro Di Giovanbattista, agente rappresentante di Brescia, tra i primi ad aderire a Noi non paghiamo, coordinatore regionale della Lombardia. «Il nostro gruppo è nato subito dopo quello romano», spiega, «e abbiamo fatto immediatamente un’azione dimostrativa bruciando le prime bollette già a metà settembre. Da lì non ci siamo fermati, anzi, ci stiamo organizzando per fare una assemblea popolare a settimana nelle principali città della regione». A Brescia chi ha dato avvio alla protesta è un gruppo di cittadini che da anni è impegnato in lotte sociali contro l’inquinamento del territorio e pian piano il gruppo si è allargato e ha deciso di aderire al movimento di opposizione pacifica contro il caro bollette. «È tutto collegato, l’inquinamento, l’ambiente e i rincari energetici», sottolinea Sauro, «da un lato c’è chi specula, dall’altro c’è l’assurda volontà di continuare a utilizzare combustibili fossili, inquinando». Nelle altre città lombarde, invece, sono i movimenti di lotta per la casa ad aver deciso di partecipare allo sciopero delle bollette. Conferma Sauro Di Giovanbattista: «Per le famiglie che hanno già il problema di avere un tetto, è stato del tutto naturale appoggiare questo movimento». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/io-non-pago-2658416914.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="toscana-tutti-gli-studenti-in-piazza" data-post-id="2658416914" data-published-at="1665350496" data-use-pagination="False"> Toscana: tutti gli studenti in piazza Ansa In Toscana il movimento parte da Lucca e Paolo Pasqualetti, studente universitario, è il referente regionale. «Può sembrare strano che nel nostro gruppo ci siano anche degli studenti, ma in realtà non lo è, perché le bollette e i rincari sono il simbolo della crisi generale che stiamo vivendo, una crisi che coinvolge tutta la popolazione, studenti compresi».Il gruppo lucchese venerdì scorso è sceso in piazza per la prima volta bruciando le bollette: c’erano commercianti, ambientalisti e pensionati. «Siamo un collettivo molto vario», spiega Pasqualetti, «tutto è iniziato il 5 settembre scorso. La maggior parte di noi già apparteneva a una rete civica che si era candidata alle scorse comunali, quindi abbiamo deciso di riunirci e decidere, tutti insieme, di appoggiare questa campagna. Alle comunali ci eravamo presentati come un movimento alternativo alla sinistra, ma come Noi non paghiamo non vogliamo porre barriere politiche, superando le diverse ideologie». Paolo è l’unico referente della regione e sta cercando di far crescere il movimento allargandolo anche su Firenze e Pisa. «Più siamo, più forte sarà la nostra voce», chiarisce, «soprattutto perché questa non è una battaglia specifica, ci sono tantissimi temi collegati, dalle speculazioni economiche delle multinazionali, al boomerang delle sanzioni alla Russia. Insomma ora è arrivato il momento della mobilitazione». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/io-non-pago-2658416914.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="campania-siamo-finiti-sul-lastrico-per-colpa-degli-speculatori" data-post-id="2658416914" data-published-at="1665350496" data-use-pagination="False"> Campania: «Siamo finiti sul lastrico per colpa degli speculatori» Ansa A Napoli, dove a inizio settembre un gruppo del movimento 7 Novembre (i disoccupati organizzati) ha bruciato per la prima volta le bollette in segno di protesta, incontriamo Francesco Tramontano, precario, che si occupa del coordinamento della Campania. «Qui non c’è nessun vertice del movimento», ci dice, «la lotta è collettiva». Dal capoluogo campano è partita l’onda della protesta. «I rincari, dopo la crisi causata dalla pandemia, sono stati la mazzata finale. Noi come Campania critichiamo la speculazione che c’è dietro a questi aumenti, molti dei nostri iscritti già hanno smesso di pagare le bollette, perché i risparmi sono finiti. Purtroppo più si scende verso Sud e più la situazione diventa difficile. Dopo l’iniziativa di settembre eravamo un centinaio, in un’ora siamo diventati 300». Il movimento a Napoli è ben organizzato, quasi ogni giorno si organizzano banchetti informativi in tutti i quartieri popolari e nei mercati rionali. «Portiamo anche il computer per far firmare la petizione», esemplifica Tramontano, «qui ci siamo divisi i compiti: c’è chi stampa i volantini, chi li distribuisce, chi cerca contatti con i media per farci conoscere. Noi abbiamo il vantaggio che siamo abituati a fare rete per chiedere che vengano rispettati i nostri diritti». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/io-non-pago-2658416914.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="calabria-la-psicologa-familiare-che-scatena-negozianti-e-avvocati" data-post-id="2658416914" data-published-at="1665350496" data-use-pagination="False"> Calabria: la psicologa familiare che scatena negozianti e avvocati Ansa Vittoria Morrone è la coordinatrice del movimento della Calabria, fa la psicologa ed è parte di un collettivo sociale che a Cosenza lotta da anni per i diritti delle famiglie. «Benvenuti in Calabria», ci dice venendoci incontro. «Questa è una delle regioni più povere d’Europa, organizzarci in un collettivo per evitare le speculazioni energetiche è stata una necessità, più che una scelta. Qui non ci sono grandi imprese, solo piccoli commercianti che a stento riescono a sopravvivere. Con questi rincari abbiamo stimato che un negozio su due chiuderà perché non riuscirà a superare l’inverno».Il gruppo calabrese ha iniziato da poco la sua attività, una ventina di giorni al massimo, quindi anche le iniziative sono ancora in fase primordiale. «Abbiamo affisso dei cartelloni in diversi punti della città», spiega Vittoria Morrone, «perché il primo obiettivo era farci conoscere, soprattutto per far sapere a chi è in difficoltà che non è solo, che questo dramma lo si può combattere tutti insieme. E così abbiamo aderito a questo movimento, per far arrivare la nostra voce fino alle istituzioni».Accanto a Vittoria ci sono anche alcuni avvocati che collaborano con la rete nazionale per analizzare i profili giuridici all’interno dei quali poter combattere questa battaglia: «L’importante è essere tutelati e non mettersi nella condizione di farsi staccare le utenze».
Un recente incontro tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud (Getty Images)
Chiaramente il progetto ha varie implicazioni di natura geopolitica. La prima, forse la più ovvia, è la volontà di ridurre l’importanza dello Stretto di Hormuz. La guerra degli Stati Uniti e di Israele con l’Iran ha portato al blocco di questo passaggio: il che ha causato un deciso incremento dei prezzi dell’energia. Non dimentichiamo d’altronde che da Hormuz passa circa il 20% del petrolio a livello mondiale.
In secondo luogo, la Turchia punta a marginalizzare sia gli Emirati arabi uniti sia Israele. «La riduzione dell'influenza di Israele nella regione, unitamente a una maggiore solidarietà politica ed economica tra di noi, porterà prosperità economica, pace e stabilità in Medio Oriente, nel Golfo e ai confini meridionali della Turchia», ha dichiarato il ministro del Commercio di Ankara Ömer Bolat. Ricordiamo del resto che, a partire dall’eccidio del 7 ottobre 2023, i rapporti tra Turchia e Israele sono tornati a farsi particolarmente tesi. La settimana scorsa, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è addirittura arrivato a paragonare Benjamin Netanyahu ad Adolf Hitler.
In terzo luogo, la realizzazione di questa nuova via commerciale potrebbe complicare ulteriormente i già difficili rapporti dell’Arabia Saudita tanto con Abu Dhabi quanto con Gerusalemme. Riad è ai ferri corti con gli emiratini su vari dossier: Yemen, Sudan, Opec e Somaliland. Al contempo, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, sta resistendo alle pressioni di Donald Trump che vorrebbero spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Riad ha infatti fatto sapere che aderirà agli Accordi di Abramo soltanto se sarà prima avviato un percorso concreto volto all’istituzione di uno Stato palestinese.
Alla luce di tutto questo, è chiaro come l’ulteriore avvicinamento dei sauditi alla Turchia aumenterà le tensioni tra Riad e Gerusalemme. Senza poi trascurare che l’accordo della scorsa settimana valorizza la Siria, in cui attualmente vige un regime appoggiato da Ankara: un regime a cui Netanyahu guarda storicamente con sospetto.
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Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo (Getty Images)
Contro la sua partecipazione al festival letterario di Polignano a mare è partita diverse settimane fa una petizione firmata dal vicesindaco di Bari, Giovanna Iacovone, dal sindaco di Molfetta, Manuel Minervini, e persino da Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, che parlando alla Stampa ha rivendicato il gesto spiegando che Nevo di fatto avalla lo sterminio dei palestinesi. Il caso è particolarmente emblematico (e grottesco) per varie ragioni. La prima è che Nevo è scrittore famoso e fino all’altro giorno coccolatissimo dalla sinistra intellettuale e dalla stampa di area, ha collaborato pure con Vanity Fair, rivista di riferimento del progressismo chic, e Repubblica non gli nega mai paginate ogni volta che esce un suo nuovo libro. C’è poi il dettaglio della posizione politica del nostro. Come praticamente tutti gli esponenti del mondo letterario, Nevo è ostile a Netanyahu e al suo governo, ma non abbastanza. Condanna cioè gli attacchi israeliani ma non il genocidio dei palestinesi. È dunque dalla parte giusta, ma non del tutto. Cioè non usa le precise parole, i precisi toni e i precisi concetti richiesti dalla mente collettiva dell’artista di sinistra. Almeno Erri De Luca si era dichiarato sionista, Nevo nemmeno quello: ne si richiede la censura non perché non si conforma, ma perché non si conforma a sufficienza.
Certo, anche stavolta ci sono i difensori progressisti della libertà di espressione, che hanno preso la penna per contestare la mordacchia al collega. Paolo Giordano ha scritto sul Corriere che non si può annegare uno scrittore in una ideologia e attribuirgli le malefatte di un governo. Anna Foa paventa la discriminazione ai danni dell’ebreo in quanto tale. Posizioni interessanti ma comunque curiose. Giordano era fra quelli che appoggiavano la censura del padiglione russo alla Biennale, la Foa ha scritto che cacciare De Luca da un festival «non è censura».
Di nuovo, tocca notare alcuni particolari. Il primo è che non c’è nessuno che si schieri contro la censura a prescindere, tutti fanno sempre dei distinguo. Chi ha difeso De Luca e chi si schiera con Nevo deve ogni volta ricordare che «hanno condannato Netanyahu», per spiegare che non sono poi così cattivi. Significa che non si tutela la libertà dell’artista: si difende un membro della corporazione cercando di dimostrare che non è troppo distante dall’ortodossia. Si difende quello che comunque è ostile al governo di Israele, che comunque è di sinistra, che comunque è «uno di noi». Su tutti gli altri la mannaia può calare serenamente. Non risulta infatti che ci siano stati accorati dibattiti fra illustri romanzieri sulle esclusioni di putiniani, no vax, razzisti, fascisti, e spauracchi assortiti. Questi discutono fra loro sull’opportunità di sanzionare il compagno che sbaglia, ma con i nemici del popolo nessuna pietà.
Non a caso non si leva mezza voce a contestare il delirante patentino antifascista che l’organizzazione del festival romano Più libri più liberi vuole imporre agli editori partecipanti, con il chiaro fine di escludere case editrici non conformi. Ricorderete la polemica: Passaggio al bosco ottenne regolarmente lo stand e subito si levarono appelli e proteste. Zerocalcare decise di boicottare la kermesse (sì, lo stesso fumettista autore del manifesto dell’assurdo corteo di sabato organizzato dalla Cgil per chiedere l’oscuramento della marcia per la remigrazione e della manifestazione per la vita). Ebbene, per evitare che alla prossima edizione di Più libri più liberi qualche sincero democratico si indisponga, ecco il patentino antifascista: se vuoi partecipare, devi aderire al pensiero prevalente.
«È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono», ha detto ieri Giorgia Meloni. «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Sante parole che dovrebbero essere pronunciate da scrittori e intellettuali, non da un premier. Ma gli intellettuali tacciono, perché ovviamente approvano la mordacchia. Non tacciono i politici del campo largo, che però aprono bocca per sostenere la censura. Giuseppe Conte ad esempio dice che la Meloni fa polemiche surreali sulla fiera del libro. Capito? È surreale lei, non il patentino da attribuire ai diligenti servi del potere.
Questo è il livello della sinistra italiana. Censura gli avversari politici, censura gli amici che dicono una parola di troppo o una di meno, censura (o prova a farlo) le manifestazioni pacifiche e autorizzate che non gradisce. Poi però evoca il ritorno del regime blaterando di Vannacci, di estrema destra e di onda nera. E lo fa stando all’opposizione: pensate che cosa accadrebbe se questa gente tornasse a governare, se riprendesse in mano anche le poche leve del potere che in questi anni ha dovuto abbandonare. Grazie alle polemiche su De Luca, Nevo, Vannacci eccetera sappiamo che cosa aspettarci da un eventuale ritorno dei progressisti: saranno più feroci di prima, e non faranno prigionieri.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
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