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2018-05-20
«Croci grottesche»: è iniziato il linciaggio del popolo pro life
Sono criptofascisti, intollerabilmente bigotti. Ma sono pure pagati dalle multinazionali, fanno parte di un misterioso «network» internazionale che cospira per rigettare il mondo nelle tenebre. Sono fanatici, integralisti pericolosi, parenti stretti di terroristi assassini. Ecco, secondo Repubblica, la descrizione della galassia pro vita italiana, quella che ieri ha marciato compostamente per le vie di Roma. Sono mesi che le organizzazioni pro aborto - specie quelle vicine a Pd e Radicali - invocano misure punitive dei medici obiettori di coscienza, e si sbracciano per aumentare la diffusione delle varie pillole abortive in commercio. Sull'ultimo numero dell'Espresso, per esempio, Filomena Gallo, segretaria dell'associazione Luca Coscioni, spiega che «la legge 194 tutela la salute delle donne, quindi renderla inapplicabile significa volerle colpire». A renderla «inapplicabile» sarebbero appunto gli obiettori, i quali sarebbero sostanzialmente dei fuorilegge da sanzionare. Giuseppe Noia (presidente dell'Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici), un paio di giorni fa, ha scritto: «L'aumento degli obiettori negli ultimi 30 anni (è arrivato a punte del 70%) in un Paese dove i cattolici praticanti sono il 20%, dimostra chiaramente che la scelta non è solo di pertinenza religiosa». Significa che a rifiutare l'aborto non sono soltanto presunti oltranzisti cattolici, ma pure medici di altro orientamento. Eppure farlo notare serve a poco: secondo la Gallo, gli obiettori vanno stanati e isolati. «Servirebbe una legge per disciplinare l'obiezione di coscienza, magari per impiegare in modo diverso chi fa quella scelta», ha spiegato la signora all'Espresso. «Servirebbe anche un albo pubblico dei medici obiettori, cosicché le donne possano scegliere da chi farsi seguire, e la garanzia dei concorsi divisi a metà: cinquanta per cento dei posti per gli obiettori, l'altro cinquanta per i non obiettori». Insomma, schediamoli questi obiettori, marchiamoli a fuoco.
Sono mesi, dicevamo, che da più parti arrivano proposte del genere. Ma nelle ultime settimane abbiamo assistito a un cambio di passo, a un mutamento di registro in una polemica già feroce. L'articolo di Maria Novella De Luca sul «network anti aborto» che Repubblica ha sbattuto ieri in prima pagina era una specie di manuale della demonizzazione. Sembrava di leggere un testo degli anni Trenta sul complotto pluto-giudaico-massonico. La Marcia per la vita è stata presentata come l'iniziativa di una «manciata di attivisti» muniti di «tutto il corollario grottesco di croci, stendardi, immagini di feti uccisi e gigantografie di gravidanze avanzate con scritte shock come quelle apparse (e spesso rimosse) ovunque in Italia». Adesso pure la croce è un simbolo «grottesco».
Ma c'è di più. Secondo la De Luca, in Italia esiste «un vero e proprio network di organizzazioni ultraconservatrici decise a “ripristinare l'ordine naturale della famiglia"». A capo delle forze oscure della reazione ci sarebbero pericolosi individui come Massimo Gandolfini o Toni Brandi, il quale «vanta stretta amicizia con il leader di Forza nuova, Roberto Fiore». Figurati se non c'erano pure i fasci di mezzo. Adesso, poi, pare sia «sbarcata da noi anche l'agguerritissima Citizengo, ricca multinazionale pro life fondata in Spagna da Ignacio Arsuaga, nipote di un generale franchista». Multinazionali, fascisti, franchisti... Mancano solo Dracula e il mostro di Frankenstein.
Certo, le organizzazioni umanitarie finanziate da George Soros per riempirci di migranti vanno benissimo, ma se arriva una onlus pro vita allora ci si può indignare perché dietro ci sono «le multinazionali». In quanto populista, mi sento quasi offeso. Aspettate, però, perché non è mica finita. Secondo Repubblica, «gli esponenti di questi movimenti» hanno come fari «Orbán, Putin e Trump» e agiscono «come falangi organizzate ovunque ce ne sia bisogno».
E dove avrebbero «agito come falangi»? Beh, ad esempio in Inghilterra, nelle manifestazioni a sostegno della famiglia di Alfie Evans. Un bimbo che la De Luca, evidentemente ignorandone la storia, descrive come «condannato da una malattia atroce».
La Spectre antiabortista - afferma ancora la firma di Repubblica - è composta da «organizzazioni teocon (i cui estremisti negli States uccidevano i medici abortisti), finanziate da oligarchi e finanziari ultracattolici». Ed è riuscita perfino a infiltrarsi nel Parlamento italiano, tramite il leghista Simone Pillon, ma anche attraverso esponenti di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Questi fanatici «adesso mirano all'Italia, culla della Chiesa sì, ma “pericolosamente" aperta oggi ai diritti civili».
Davanti ad affermazioni del genere viene davvero da sghignazzare. L'articolo della De Luca è un concentrato di spauracchi della peggior specie: oligarchi, reazionari, fascisti, lobby, incappucciati... Sembra una riedizione dei servizi cialtroneschi sull'avanzata dell'«onda nera» che hanno affollato le pagine dei quotidiani progressisti alla vigilia delle elezioni (del resto, i militanti gay, nella campagna per il Pride di Roma, si presentano come partigiani delle «brigate arcobaleno»). Se vogliamo dirla tutta, in Italia è possibile abortire più o meno ovunque. Lo certifica perfino l'Espresso: «Secondo i dati Aifa, la distribuzione della pillola dei cinque giorni dopo è schizzata dalle quasi 7.700 confezioni del 2012, alle 189.000 del 2016; e quella della Norlevo, nota come “pillola del giorno dopo", nel 2016 ha registrato un dato di vendita pari a 214.532 confezioni, in aumento rispetto al 2015 in cui registrava 161.888 confezioni distribuite».
Ieri il Dipartimento della sanità statunitense ha avviato l'iter per tagliare i fondi federali alle cliniche che praticano o suggeriscono l'aborto, come annunciato da Donald Trump. Ma da noi non avviene nulla di analogo. La verità, allora, è che stiamo assistendo a prove di persecuzione, di cui i manifesti stracciati erano solo l'assaggio. Repubblica dipinge i pro vita come vicini ai terroristi americani (provate a scrivere una cosa simile a proposito di un'associazione islamica...); i radicali invocano leggi per schedare gli obiettori; Laura Boldrini insiste per una norma sull'omofobia, in modo da zittire chiunque osi esprimere un pensiero dissonante su gender e simili. Come diceva quello? Ah sì: hanno cominciato con i «cattolici tradizionalisti», poi sono venuti a prendere me...
Decine di migliaia nelle vie di Roma per difendere i diritti dei più deboli
Ieri, in una Roma serena e caldissima, si è svolta in tutta tranquillità l'ottava edizione della Marcia per la vita. Vi hanno partecipato oltre 40.000 persone, di ogni estrazione e tipologia, benché la parte del leone l'abbiano certamente fatta i vari gruppi cattolici di Roma e di tutta Italia.
La Marcia, quest'anno, ha avuto alcune peculiarità che giova segnalare. Anzitutto si è tenuta nel quarantesimo anniversario della promulgazione della legge 194, che legittimato l'aborto in Italia. La 194 fu definita da una personalità cattolica ma anche atipica come Giorgio La Pira «integralmente iniqua». E i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II ne diedero un giudizio simile. La legge, ricordiamolo per i più giovani che neppure erano nati, giungeva a dieci anni esatti dal fatidico 68 e fu oggetto di oltre un decennio di lotte sociali, battaglie ideologiche e culturali che spaccarono in due il Paese e le coscienze. Di sicuro le sinistre, trainate dalle associazioni femministe, furono favorevoli alla legalizzazione dell'aborto, mentre le destre e i conservatori, anche non cattolici, furono più o meno critici.
Poi, la Marcia di quest'anno si è svolta a ridosso del celebre caso di Alfie Evans, il neonato lasciato morire in un ospedale di Londra, contro la volontà dei genitori, poiché la sua malattia è stata giudicata inguaribile e la sua sofferenza inutile. Non è bastato neppure l'appello pubblico e reiterato di papa Francesco, normalmente osannato dai media che contano, per impedire la «piccola eutanasia» di un bambino sfortunato. Il caso Alfie, che faceva seguito a quelli di Charlie Gard e di Isaiah Haastrup, ha però fatto riflettere molti sul mondo che ci attende se non saranno messi in fretta e furia dei paletti chiari, contro le derive del biodiritto e della tecnoscienza in mano a medici, pseudo scienziati e a giudici senza scrupoli.
Così, nel percorso splendido della Marcia, da piazza della Repubblica a piazza Venezia, si sentiva l'emozione e la fierezza dei partecipanti, uniti più che mai a difesa non di una parte contro un'altra, ma della civiltà in quanto tale, del rispetto del malato, della vita umana innocente sempre e comunque. Hanno preso parte alla manifestazione personalità cattoliche come monsignor Luigi Negri, il cardinale Raymond Burke, teologo dei Dubia e punto di riferimento dell'ala più tradizionale del cattolicesimo. Poi esponenti politici come Giancarlo Giorgetti della Lega e Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia.
La presidente della Marcia, Virginia Coda Nunziante, è una arzilla cinquantenne, che da anni lavora come dirigente al Cnr ed è nota, negli ambienti ecclesiastici romani, per la forte devozione e lo spirito di fede con cui fin da ragazza è vissuta ed ha operato in tanti ambienti cattolici della città (carità, gruppi di preghiera, battaglie per la vita e la famiglia, iniziative culturali di vario genere).
Il successo della Marcia, visto il gran numero di giovanissimi, è innegabile, specie ora che sono passati quarant'anni dalla 194.
Secondo alcuni, la legalizzazione dell'aborto e la sua «socializzazione» culturale, avrebbero fatto scomparire il problema dal punto d vista etico e politico, in qualche modo anestetizzando le coscienze.
Ma così non è stato. Anzi, l'aborto ormai dovuto dei nascituri disabili si collega all'eutanasia dei malati inguaribili o particolarmente gravi, e una legge ne chiama un'altra, senza soluzione di continuità.
Ci voleva qualcuno che invitasse tutti a tornare indietro, non nel tempo, che è impossibile, ma nel senso del recupero delle radici della questione morale e delle fonti stesse del diritto delle genti. Uccidere, lo si chiami anche in altro modo, si può solo per difendersi dall'aggressore, e non per sopprimere un «problema».
Marciare per la vita è marciare per tutti, lottare per l'aborto, il suicidio assistito o l'eutanasia è esattamente l'opposto.
Fabrizio Cannone
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Per Repubblica la galassia pro life italiana è composta da fascisti pagati da oligarchi e fanatici. Radicali e sinistra invocano leggi per schedare i medici obiettori.Alla Marcia per la vita di ieri presenti tanti ragazzi, molte famiglie, prelati come il cardinale Burke. Tra i politici Giorgia Meloni.Lo speciale contiene due articoli.Sono criptofascisti, intollerabilmente bigotti. Ma sono pure pagati dalle multinazionali, fanno parte di un misterioso «network» internazionale che cospira per rigettare il mondo nelle tenebre. Sono fanatici, integralisti pericolosi, parenti stretti di terroristi assassini. Ecco, secondo Repubblica, la descrizione della galassia pro vita italiana, quella che ieri ha marciato compostamente per le vie di Roma. Sono mesi che le organizzazioni pro aborto - specie quelle vicine a Pd e Radicali - invocano misure punitive dei medici obiettori di coscienza, e si sbracciano per aumentare la diffusione delle varie pillole abortive in commercio. Sull'ultimo numero dell'Espresso, per esempio, Filomena Gallo, segretaria dell'associazione Luca Coscioni, spiega che «la legge 194 tutela la salute delle donne, quindi renderla inapplicabile significa volerle colpire». A renderla «inapplicabile» sarebbero appunto gli obiettori, i quali sarebbero sostanzialmente dei fuorilegge da sanzionare. Giuseppe Noia (presidente dell'Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici), un paio di giorni fa, ha scritto: «L'aumento degli obiettori negli ultimi 30 anni (è arrivato a punte del 70%) in un Paese dove i cattolici praticanti sono il 20%, dimostra chiaramente che la scelta non è solo di pertinenza religiosa». Significa che a rifiutare l'aborto non sono soltanto presunti oltranzisti cattolici, ma pure medici di altro orientamento. Eppure farlo notare serve a poco: secondo la Gallo, gli obiettori vanno stanati e isolati. «Servirebbe una legge per disciplinare l'obiezione di coscienza, magari per impiegare in modo diverso chi fa quella scelta», ha spiegato la signora all'Espresso. «Servirebbe anche un albo pubblico dei medici obiettori, cosicché le donne possano scegliere da chi farsi seguire, e la garanzia dei concorsi divisi a metà: cinquanta per cento dei posti per gli obiettori, l'altro cinquanta per i non obiettori». Insomma, schediamoli questi obiettori, marchiamoli a fuoco. Sono mesi, dicevamo, che da più parti arrivano proposte del genere. Ma nelle ultime settimane abbiamo assistito a un cambio di passo, a un mutamento di registro in una polemica già feroce. L'articolo di Maria Novella De Luca sul «network anti aborto» che Repubblica ha sbattuto ieri in prima pagina era una specie di manuale della demonizzazione. Sembrava di leggere un testo degli anni Trenta sul complotto pluto-giudaico-massonico. La Marcia per la vita è stata presentata come l'iniziativa di una «manciata di attivisti» muniti di «tutto il corollario grottesco di croci, stendardi, immagini di feti uccisi e gigantografie di gravidanze avanzate con scritte shock come quelle apparse (e spesso rimosse) ovunque in Italia». Adesso pure la croce è un simbolo «grottesco». Ma c'è di più. Secondo la De Luca, in Italia esiste «un vero e proprio network di organizzazioni ultraconservatrici decise a “ripristinare l'ordine naturale della famiglia"». A capo delle forze oscure della reazione ci sarebbero pericolosi individui come Massimo Gandolfini o Toni Brandi, il quale «vanta stretta amicizia con il leader di Forza nuova, Roberto Fiore». Figurati se non c'erano pure i fasci di mezzo. Adesso, poi, pare sia «sbarcata da noi anche l'agguerritissima Citizengo, ricca multinazionale pro life fondata in Spagna da Ignacio Arsuaga, nipote di un generale franchista». Multinazionali, fascisti, franchisti... Mancano solo Dracula e il mostro di Frankenstein. Certo, le organizzazioni umanitarie finanziate da George Soros per riempirci di migranti vanno benissimo, ma se arriva una onlus pro vita allora ci si può indignare perché dietro ci sono «le multinazionali». In quanto populista, mi sento quasi offeso. Aspettate, però, perché non è mica finita. Secondo Repubblica, «gli esponenti di questi movimenti» hanno come fari «Orbán, Putin e Trump» e agiscono «come falangi organizzate ovunque ce ne sia bisogno». E dove avrebbero «agito come falangi»? Beh, ad esempio in Inghilterra, nelle manifestazioni a sostegno della famiglia di Alfie Evans. Un bimbo che la De Luca, evidentemente ignorandone la storia, descrive come «condannato da una malattia atroce». La Spectre antiabortista - afferma ancora la firma di Repubblica - è composta da «organizzazioni teocon (i cui estremisti negli States uccidevano i medici abortisti), finanziate da oligarchi e finanziari ultracattolici». Ed è riuscita perfino a infiltrarsi nel Parlamento italiano, tramite il leghista Simone Pillon, ma anche attraverso esponenti di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Questi fanatici «adesso mirano all'Italia, culla della Chiesa sì, ma “pericolosamente" aperta oggi ai diritti civili». Davanti ad affermazioni del genere viene davvero da sghignazzare. L'articolo della De Luca è un concentrato di spauracchi della peggior specie: oligarchi, reazionari, fascisti, lobby, incappucciati... Sembra una riedizione dei servizi cialtroneschi sull'avanzata dell'«onda nera» che hanno affollato le pagine dei quotidiani progressisti alla vigilia delle elezioni (del resto, i militanti gay, nella campagna per il Pride di Roma, si presentano come partigiani delle «brigate arcobaleno»). Se vogliamo dirla tutta, in Italia è possibile abortire più o meno ovunque. Lo certifica perfino l'Espresso: «Secondo i dati Aifa, la distribuzione della pillola dei cinque giorni dopo è schizzata dalle quasi 7.700 confezioni del 2012, alle 189.000 del 2016; e quella della Norlevo, nota come “pillola del giorno dopo", nel 2016 ha registrato un dato di vendita pari a 214.532 confezioni, in aumento rispetto al 2015 in cui registrava 161.888 confezioni distribuite». Ieri il Dipartimento della sanità statunitense ha avviato l'iter per tagliare i fondi federali alle cliniche che praticano o suggeriscono l'aborto, come annunciato da Donald Trump. Ma da noi non avviene nulla di analogo. La verità, allora, è che stiamo assistendo a prove di persecuzione, di cui i manifesti stracciati erano solo l'assaggio. Repubblica dipinge i pro vita come vicini ai terroristi americani (provate a scrivere una cosa simile a proposito di un'associazione islamica...); i radicali invocano leggi per schedare gli obiettori; Laura Boldrini insiste per una norma sull'omofobia, in modo da zittire chiunque osi esprimere un pensiero dissonante su gender e simili. Come diceva quello? 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Anzitutto si è tenuta nel quarantesimo anniversario della promulgazione della legge 194, che legittimato l'aborto in Italia. La 194 fu definita da una personalità cattolica ma anche atipica come Giorgio La Pira «integralmente iniqua». E i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II ne diedero un giudizio simile. La legge, ricordiamolo per i più giovani che neppure erano nati, giungeva a dieci anni esatti dal fatidico 68 e fu oggetto di oltre un decennio di lotte sociali, battaglie ideologiche e culturali che spaccarono in due il Paese e le coscienze. Di sicuro le sinistre, trainate dalle associazioni femministe, furono favorevoli alla legalizzazione dell'aborto, mentre le destre e i conservatori, anche non cattolici, furono più o meno critici. Poi, la Marcia di quest'anno si è svolta a ridosso del celebre caso di Alfie Evans, il neonato lasciato morire in un ospedale di Londra, contro la volontà dei genitori, poiché la sua malattia è stata giudicata inguaribile e la sua sofferenza inutile. Non è bastato neppure l'appello pubblico e reiterato di papa Francesco, normalmente osannato dai media che contano, per impedire la «piccola eutanasia» di un bambino sfortunato. Il caso Alfie, che faceva seguito a quelli di Charlie Gard e di Isaiah Haastrup, ha però fatto riflettere molti sul mondo che ci attende se non saranno messi in fretta e furia dei paletti chiari, contro le derive del biodiritto e della tecnoscienza in mano a medici, pseudo scienziati e a giudici senza scrupoli. Così, nel percorso splendido della Marcia, da piazza della Repubblica a piazza Venezia, si sentiva l'emozione e la fierezza dei partecipanti, uniti più che mai a difesa non di una parte contro un'altra, ma della civiltà in quanto tale, del rispetto del malato, della vita umana innocente sempre e comunque. Hanno preso parte alla manifestazione personalità cattoliche come monsignor Luigi Negri, il cardinale Raymond Burke, teologo dei Dubia e punto di riferimento dell'ala più tradizionale del cattolicesimo. Poi esponenti politici come Giancarlo Giorgetti della Lega e Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia. La presidente della Marcia, Virginia Coda Nunziante, è una arzilla cinquantenne, che da anni lavora come dirigente al Cnr ed è nota, negli ambienti ecclesiastici romani, per la forte devozione e lo spirito di fede con cui fin da ragazza è vissuta ed ha operato in tanti ambienti cattolici della città (carità, gruppi di preghiera, battaglie per la vita e la famiglia, iniziative culturali di vario genere). Il successo della Marcia, visto il gran numero di giovanissimi, è innegabile, specie ora che sono passati quarant'anni dalla 194. Secondo alcuni, la legalizzazione dell'aborto e la sua «socializzazione» culturale, avrebbero fatto scomparire il problema dal punto d vista etico e politico, in qualche modo anestetizzando le coscienze. Ma così non è stato. Anzi, l'aborto ormai dovuto dei nascituri disabili si collega all'eutanasia dei malati inguaribili o particolarmente gravi, e una legge ne chiama un'altra, senza soluzione di continuità. Ci voleva qualcuno che invitasse tutti a tornare indietro, non nel tempo, che è impossibile, ma nel senso del recupero delle radici della questione morale e delle fonti stesse del diritto delle genti. Uccidere, lo si chiami anche in altro modo, si può solo per difendersi dall'aggressore, e non per sopprimere un «problema». Marciare per la vita è marciare per tutti, lottare per l'aborto, il suicidio assistito o l'eutanasia è esattamente l'opposto. Fabrizio Cannone
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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