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2018-05-20
«Croci grottesche»: è iniziato il linciaggio del popolo pro life
Sono criptofascisti, intollerabilmente bigotti. Ma sono pure pagati dalle multinazionali, fanno parte di un misterioso «network» internazionale che cospira per rigettare il mondo nelle tenebre. Sono fanatici, integralisti pericolosi, parenti stretti di terroristi assassini. Ecco, secondo Repubblica, la descrizione della galassia pro vita italiana, quella che ieri ha marciato compostamente per le vie di Roma. Sono mesi che le organizzazioni pro aborto - specie quelle vicine a Pd e Radicali - invocano misure punitive dei medici obiettori di coscienza, e si sbracciano per aumentare la diffusione delle varie pillole abortive in commercio. Sull'ultimo numero dell'Espresso, per esempio, Filomena Gallo, segretaria dell'associazione Luca Coscioni, spiega che «la legge 194 tutela la salute delle donne, quindi renderla inapplicabile significa volerle colpire». A renderla «inapplicabile» sarebbero appunto gli obiettori, i quali sarebbero sostanzialmente dei fuorilegge da sanzionare. Giuseppe Noia (presidente dell'Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici), un paio di giorni fa, ha scritto: «L'aumento degli obiettori negli ultimi 30 anni (è arrivato a punte del 70%) in un Paese dove i cattolici praticanti sono il 20%, dimostra chiaramente che la scelta non è solo di pertinenza religiosa». Significa che a rifiutare l'aborto non sono soltanto presunti oltranzisti cattolici, ma pure medici di altro orientamento. Eppure farlo notare serve a poco: secondo la Gallo, gli obiettori vanno stanati e isolati. «Servirebbe una legge per disciplinare l'obiezione di coscienza, magari per impiegare in modo diverso chi fa quella scelta», ha spiegato la signora all'Espresso. «Servirebbe anche un albo pubblico dei medici obiettori, cosicché le donne possano scegliere da chi farsi seguire, e la garanzia dei concorsi divisi a metà: cinquanta per cento dei posti per gli obiettori, l'altro cinquanta per i non obiettori». Insomma, schediamoli questi obiettori, marchiamoli a fuoco.
Sono mesi, dicevamo, che da più parti arrivano proposte del genere. Ma nelle ultime settimane abbiamo assistito a un cambio di passo, a un mutamento di registro in una polemica già feroce. L'articolo di Maria Novella De Luca sul «network anti aborto» che Repubblica ha sbattuto ieri in prima pagina era una specie di manuale della demonizzazione. Sembrava di leggere un testo degli anni Trenta sul complotto pluto-giudaico-massonico. La Marcia per la vita è stata presentata come l'iniziativa di una «manciata di attivisti» muniti di «tutto il corollario grottesco di croci, stendardi, immagini di feti uccisi e gigantografie di gravidanze avanzate con scritte shock come quelle apparse (e spesso rimosse) ovunque in Italia». Adesso pure la croce è un simbolo «grottesco».
Ma c'è di più. Secondo la De Luca, in Italia esiste «un vero e proprio network di organizzazioni ultraconservatrici decise a “ripristinare l'ordine naturale della famiglia"». A capo delle forze oscure della reazione ci sarebbero pericolosi individui come Massimo Gandolfini o Toni Brandi, il quale «vanta stretta amicizia con il leader di Forza nuova, Roberto Fiore». Figurati se non c'erano pure i fasci di mezzo. Adesso, poi, pare sia «sbarcata da noi anche l'agguerritissima Citizengo, ricca multinazionale pro life fondata in Spagna da Ignacio Arsuaga, nipote di un generale franchista». Multinazionali, fascisti, franchisti... Mancano solo Dracula e il mostro di Frankenstein.
Certo, le organizzazioni umanitarie finanziate da George Soros per riempirci di migranti vanno benissimo, ma se arriva una onlus pro vita allora ci si può indignare perché dietro ci sono «le multinazionali». In quanto populista, mi sento quasi offeso. Aspettate, però, perché non è mica finita. Secondo Repubblica, «gli esponenti di questi movimenti» hanno come fari «Orbán, Putin e Trump» e agiscono «come falangi organizzate ovunque ce ne sia bisogno».
E dove avrebbero «agito come falangi»? Beh, ad esempio in Inghilterra, nelle manifestazioni a sostegno della famiglia di Alfie Evans. Un bimbo che la De Luca, evidentemente ignorandone la storia, descrive come «condannato da una malattia atroce».
La Spectre antiabortista - afferma ancora la firma di Repubblica - è composta da «organizzazioni teocon (i cui estremisti negli States uccidevano i medici abortisti), finanziate da oligarchi e finanziari ultracattolici». Ed è riuscita perfino a infiltrarsi nel Parlamento italiano, tramite il leghista Simone Pillon, ma anche attraverso esponenti di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Questi fanatici «adesso mirano all'Italia, culla della Chiesa sì, ma “pericolosamente" aperta oggi ai diritti civili».
Davanti ad affermazioni del genere viene davvero da sghignazzare. L'articolo della De Luca è un concentrato di spauracchi della peggior specie: oligarchi, reazionari, fascisti, lobby, incappucciati... Sembra una riedizione dei servizi cialtroneschi sull'avanzata dell'«onda nera» che hanno affollato le pagine dei quotidiani progressisti alla vigilia delle elezioni (del resto, i militanti gay, nella campagna per il Pride di Roma, si presentano come partigiani delle «brigate arcobaleno»). Se vogliamo dirla tutta, in Italia è possibile abortire più o meno ovunque. Lo certifica perfino l'Espresso: «Secondo i dati Aifa, la distribuzione della pillola dei cinque giorni dopo è schizzata dalle quasi 7.700 confezioni del 2012, alle 189.000 del 2016; e quella della Norlevo, nota come “pillola del giorno dopo", nel 2016 ha registrato un dato di vendita pari a 214.532 confezioni, in aumento rispetto al 2015 in cui registrava 161.888 confezioni distribuite».
Ieri il Dipartimento della sanità statunitense ha avviato l'iter per tagliare i fondi federali alle cliniche che praticano o suggeriscono l'aborto, come annunciato da Donald Trump. Ma da noi non avviene nulla di analogo. La verità, allora, è che stiamo assistendo a prove di persecuzione, di cui i manifesti stracciati erano solo l'assaggio. Repubblica dipinge i pro vita come vicini ai terroristi americani (provate a scrivere una cosa simile a proposito di un'associazione islamica...); i radicali invocano leggi per schedare gli obiettori; Laura Boldrini insiste per una norma sull'omofobia, in modo da zittire chiunque osi esprimere un pensiero dissonante su gender e simili. Come diceva quello? Ah sì: hanno cominciato con i «cattolici tradizionalisti», poi sono venuti a prendere me...
Decine di migliaia nelle vie di Roma per difendere i diritti dei più deboli
Ieri, in una Roma serena e caldissima, si è svolta in tutta tranquillità l'ottava edizione della Marcia per la vita. Vi hanno partecipato oltre 40.000 persone, di ogni estrazione e tipologia, benché la parte del leone l'abbiano certamente fatta i vari gruppi cattolici di Roma e di tutta Italia.
La Marcia, quest'anno, ha avuto alcune peculiarità che giova segnalare. Anzitutto si è tenuta nel quarantesimo anniversario della promulgazione della legge 194, che legittimato l'aborto in Italia. La 194 fu definita da una personalità cattolica ma anche atipica come Giorgio La Pira «integralmente iniqua». E i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II ne diedero un giudizio simile. La legge, ricordiamolo per i più giovani che neppure erano nati, giungeva a dieci anni esatti dal fatidico 68 e fu oggetto di oltre un decennio di lotte sociali, battaglie ideologiche e culturali che spaccarono in due il Paese e le coscienze. Di sicuro le sinistre, trainate dalle associazioni femministe, furono favorevoli alla legalizzazione dell'aborto, mentre le destre e i conservatori, anche non cattolici, furono più o meno critici.
Poi, la Marcia di quest'anno si è svolta a ridosso del celebre caso di Alfie Evans, il neonato lasciato morire in un ospedale di Londra, contro la volontà dei genitori, poiché la sua malattia è stata giudicata inguaribile e la sua sofferenza inutile. Non è bastato neppure l'appello pubblico e reiterato di papa Francesco, normalmente osannato dai media che contano, per impedire la «piccola eutanasia» di un bambino sfortunato. Il caso Alfie, che faceva seguito a quelli di Charlie Gard e di Isaiah Haastrup, ha però fatto riflettere molti sul mondo che ci attende se non saranno messi in fretta e furia dei paletti chiari, contro le derive del biodiritto e della tecnoscienza in mano a medici, pseudo scienziati e a giudici senza scrupoli.
Così, nel percorso splendido della Marcia, da piazza della Repubblica a piazza Venezia, si sentiva l'emozione e la fierezza dei partecipanti, uniti più che mai a difesa non di una parte contro un'altra, ma della civiltà in quanto tale, del rispetto del malato, della vita umana innocente sempre e comunque. Hanno preso parte alla manifestazione personalità cattoliche come monsignor Luigi Negri, il cardinale Raymond Burke, teologo dei Dubia e punto di riferimento dell'ala più tradizionale del cattolicesimo. Poi esponenti politici come Giancarlo Giorgetti della Lega e Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia.
La presidente della Marcia, Virginia Coda Nunziante, è una arzilla cinquantenne, che da anni lavora come dirigente al Cnr ed è nota, negli ambienti ecclesiastici romani, per la forte devozione e lo spirito di fede con cui fin da ragazza è vissuta ed ha operato in tanti ambienti cattolici della città (carità, gruppi di preghiera, battaglie per la vita e la famiglia, iniziative culturali di vario genere).
Il successo della Marcia, visto il gran numero di giovanissimi, è innegabile, specie ora che sono passati quarant'anni dalla 194.
Secondo alcuni, la legalizzazione dell'aborto e la sua «socializzazione» culturale, avrebbero fatto scomparire il problema dal punto d vista etico e politico, in qualche modo anestetizzando le coscienze.
Ma così non è stato. Anzi, l'aborto ormai dovuto dei nascituri disabili si collega all'eutanasia dei malati inguaribili o particolarmente gravi, e una legge ne chiama un'altra, senza soluzione di continuità.
Ci voleva qualcuno che invitasse tutti a tornare indietro, non nel tempo, che è impossibile, ma nel senso del recupero delle radici della questione morale e delle fonti stesse del diritto delle genti. Uccidere, lo si chiami anche in altro modo, si può solo per difendersi dall'aggressore, e non per sopprimere un «problema».
Marciare per la vita è marciare per tutti, lottare per l'aborto, il suicidio assistito o l'eutanasia è esattamente l'opposto.
Fabrizio Cannone
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Per Repubblica la galassia pro life italiana è composta da fascisti pagati da oligarchi e fanatici. Radicali e sinistra invocano leggi per schedare i medici obiettori.Alla Marcia per la vita di ieri presenti tanti ragazzi, molte famiglie, prelati come il cardinale Burke. Tra i politici Giorgia Meloni.Lo speciale contiene due articoli.Sono criptofascisti, intollerabilmente bigotti. Ma sono pure pagati dalle multinazionali, fanno parte di un misterioso «network» internazionale che cospira per rigettare il mondo nelle tenebre. Sono fanatici, integralisti pericolosi, parenti stretti di terroristi assassini. Ecco, secondo Repubblica, la descrizione della galassia pro vita italiana, quella che ieri ha marciato compostamente per le vie di Roma. Sono mesi che le organizzazioni pro aborto - specie quelle vicine a Pd e Radicali - invocano misure punitive dei medici obiettori di coscienza, e si sbracciano per aumentare la diffusione delle varie pillole abortive in commercio. Sull'ultimo numero dell'Espresso, per esempio, Filomena Gallo, segretaria dell'associazione Luca Coscioni, spiega che «la legge 194 tutela la salute delle donne, quindi renderla inapplicabile significa volerle colpire». A renderla «inapplicabile» sarebbero appunto gli obiettori, i quali sarebbero sostanzialmente dei fuorilegge da sanzionare. Giuseppe Noia (presidente dell'Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici), un paio di giorni fa, ha scritto: «L'aumento degli obiettori negli ultimi 30 anni (è arrivato a punte del 70%) in un Paese dove i cattolici praticanti sono il 20%, dimostra chiaramente che la scelta non è solo di pertinenza religiosa». Significa che a rifiutare l'aborto non sono soltanto presunti oltranzisti cattolici, ma pure medici di altro orientamento. Eppure farlo notare serve a poco: secondo la Gallo, gli obiettori vanno stanati e isolati. «Servirebbe una legge per disciplinare l'obiezione di coscienza, magari per impiegare in modo diverso chi fa quella scelta», ha spiegato la signora all'Espresso. «Servirebbe anche un albo pubblico dei medici obiettori, cosicché le donne possano scegliere da chi farsi seguire, e la garanzia dei concorsi divisi a metà: cinquanta per cento dei posti per gli obiettori, l'altro cinquanta per i non obiettori». Insomma, schediamoli questi obiettori, marchiamoli a fuoco. Sono mesi, dicevamo, che da più parti arrivano proposte del genere. Ma nelle ultime settimane abbiamo assistito a un cambio di passo, a un mutamento di registro in una polemica già feroce. L'articolo di Maria Novella De Luca sul «network anti aborto» che Repubblica ha sbattuto ieri in prima pagina era una specie di manuale della demonizzazione. Sembrava di leggere un testo degli anni Trenta sul complotto pluto-giudaico-massonico. La Marcia per la vita è stata presentata come l'iniziativa di una «manciata di attivisti» muniti di «tutto il corollario grottesco di croci, stendardi, immagini di feti uccisi e gigantografie di gravidanze avanzate con scritte shock come quelle apparse (e spesso rimosse) ovunque in Italia». Adesso pure la croce è un simbolo «grottesco». Ma c'è di più. Secondo la De Luca, in Italia esiste «un vero e proprio network di organizzazioni ultraconservatrici decise a “ripristinare l'ordine naturale della famiglia"». A capo delle forze oscure della reazione ci sarebbero pericolosi individui come Massimo Gandolfini o Toni Brandi, il quale «vanta stretta amicizia con il leader di Forza nuova, Roberto Fiore». Figurati se non c'erano pure i fasci di mezzo. Adesso, poi, pare sia «sbarcata da noi anche l'agguerritissima Citizengo, ricca multinazionale pro life fondata in Spagna da Ignacio Arsuaga, nipote di un generale franchista». Multinazionali, fascisti, franchisti... Mancano solo Dracula e il mostro di Frankenstein. Certo, le organizzazioni umanitarie finanziate da George Soros per riempirci di migranti vanno benissimo, ma se arriva una onlus pro vita allora ci si può indignare perché dietro ci sono «le multinazionali». In quanto populista, mi sento quasi offeso. Aspettate, però, perché non è mica finita. Secondo Repubblica, «gli esponenti di questi movimenti» hanno come fari «Orbán, Putin e Trump» e agiscono «come falangi organizzate ovunque ce ne sia bisogno». E dove avrebbero «agito come falangi»? Beh, ad esempio in Inghilterra, nelle manifestazioni a sostegno della famiglia di Alfie Evans. Un bimbo che la De Luca, evidentemente ignorandone la storia, descrive come «condannato da una malattia atroce». La Spectre antiabortista - afferma ancora la firma di Repubblica - è composta da «organizzazioni teocon (i cui estremisti negli States uccidevano i medici abortisti), finanziate da oligarchi e finanziari ultracattolici». Ed è riuscita perfino a infiltrarsi nel Parlamento italiano, tramite il leghista Simone Pillon, ma anche attraverso esponenti di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Questi fanatici «adesso mirano all'Italia, culla della Chiesa sì, ma “pericolosamente" aperta oggi ai diritti civili». Davanti ad affermazioni del genere viene davvero da sghignazzare. L'articolo della De Luca è un concentrato di spauracchi della peggior specie: oligarchi, reazionari, fascisti, lobby, incappucciati... Sembra una riedizione dei servizi cialtroneschi sull'avanzata dell'«onda nera» che hanno affollato le pagine dei quotidiani progressisti alla vigilia delle elezioni (del resto, i militanti gay, nella campagna per il Pride di Roma, si presentano come partigiani delle «brigate arcobaleno»). Se vogliamo dirla tutta, in Italia è possibile abortire più o meno ovunque. Lo certifica perfino l'Espresso: «Secondo i dati Aifa, la distribuzione della pillola dei cinque giorni dopo è schizzata dalle quasi 7.700 confezioni del 2012, alle 189.000 del 2016; e quella della Norlevo, nota come “pillola del giorno dopo", nel 2016 ha registrato un dato di vendita pari a 214.532 confezioni, in aumento rispetto al 2015 in cui registrava 161.888 confezioni distribuite». Ieri il Dipartimento della sanità statunitense ha avviato l'iter per tagliare i fondi federali alle cliniche che praticano o suggeriscono l'aborto, come annunciato da Donald Trump. Ma da noi non avviene nulla di analogo. La verità, allora, è che stiamo assistendo a prove di persecuzione, di cui i manifesti stracciati erano solo l'assaggio. Repubblica dipinge i pro vita come vicini ai terroristi americani (provate a scrivere una cosa simile a proposito di un'associazione islamica...); i radicali invocano leggi per schedare gli obiettori; Laura Boldrini insiste per una norma sull'omofobia, in modo da zittire chiunque osi esprimere un pensiero dissonante su gender e simili. Come diceva quello? 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Anzitutto si è tenuta nel quarantesimo anniversario della promulgazione della legge 194, che legittimato l'aborto in Italia. La 194 fu definita da una personalità cattolica ma anche atipica come Giorgio La Pira «integralmente iniqua». E i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II ne diedero un giudizio simile. La legge, ricordiamolo per i più giovani che neppure erano nati, giungeva a dieci anni esatti dal fatidico 68 e fu oggetto di oltre un decennio di lotte sociali, battaglie ideologiche e culturali che spaccarono in due il Paese e le coscienze. Di sicuro le sinistre, trainate dalle associazioni femministe, furono favorevoli alla legalizzazione dell'aborto, mentre le destre e i conservatori, anche non cattolici, furono più o meno critici. Poi, la Marcia di quest'anno si è svolta a ridosso del celebre caso di Alfie Evans, il neonato lasciato morire in un ospedale di Londra, contro la volontà dei genitori, poiché la sua malattia è stata giudicata inguaribile e la sua sofferenza inutile. Non è bastato neppure l'appello pubblico e reiterato di papa Francesco, normalmente osannato dai media che contano, per impedire la «piccola eutanasia» di un bambino sfortunato. Il caso Alfie, che faceva seguito a quelli di Charlie Gard e di Isaiah Haastrup, ha però fatto riflettere molti sul mondo che ci attende se non saranno messi in fretta e furia dei paletti chiari, contro le derive del biodiritto e della tecnoscienza in mano a medici, pseudo scienziati e a giudici senza scrupoli. Così, nel percorso splendido della Marcia, da piazza della Repubblica a piazza Venezia, si sentiva l'emozione e la fierezza dei partecipanti, uniti più che mai a difesa non di una parte contro un'altra, ma della civiltà in quanto tale, del rispetto del malato, della vita umana innocente sempre e comunque. Hanno preso parte alla manifestazione personalità cattoliche come monsignor Luigi Negri, il cardinale Raymond Burke, teologo dei Dubia e punto di riferimento dell'ala più tradizionale del cattolicesimo. Poi esponenti politici come Giancarlo Giorgetti della Lega e Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia. La presidente della Marcia, Virginia Coda Nunziante, è una arzilla cinquantenne, che da anni lavora come dirigente al Cnr ed è nota, negli ambienti ecclesiastici romani, per la forte devozione e lo spirito di fede con cui fin da ragazza è vissuta ed ha operato in tanti ambienti cattolici della città (carità, gruppi di preghiera, battaglie per la vita e la famiglia, iniziative culturali di vario genere). Il successo della Marcia, visto il gran numero di giovanissimi, è innegabile, specie ora che sono passati quarant'anni dalla 194. Secondo alcuni, la legalizzazione dell'aborto e la sua «socializzazione» culturale, avrebbero fatto scomparire il problema dal punto d vista etico e politico, in qualche modo anestetizzando le coscienze. Ma così non è stato. Anzi, l'aborto ormai dovuto dei nascituri disabili si collega all'eutanasia dei malati inguaribili o particolarmente gravi, e una legge ne chiama un'altra, senza soluzione di continuità. Ci voleva qualcuno che invitasse tutti a tornare indietro, non nel tempo, che è impossibile, ma nel senso del recupero delle radici della questione morale e delle fonti stesse del diritto delle genti. Uccidere, lo si chiami anche in altro modo, si può solo per difendersi dall'aggressore, e non per sopprimere un «problema». Marciare per la vita è marciare per tutti, lottare per l'aborto, il suicidio assistito o l'eutanasia è esattamente l'opposto. Fabrizio Cannone
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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