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2018-05-20
«Croci grottesche»: è iniziato il linciaggio del popolo pro life
Sono criptofascisti, intollerabilmente bigotti. Ma sono pure pagati dalle multinazionali, fanno parte di un misterioso «network» internazionale che cospira per rigettare il mondo nelle tenebre. Sono fanatici, integralisti pericolosi, parenti stretti di terroristi assassini. Ecco, secondo Repubblica, la descrizione della galassia pro vita italiana, quella che ieri ha marciato compostamente per le vie di Roma. Sono mesi che le organizzazioni pro aborto - specie quelle vicine a Pd e Radicali - invocano misure punitive dei medici obiettori di coscienza, e si sbracciano per aumentare la diffusione delle varie pillole abortive in commercio. Sull'ultimo numero dell'Espresso, per esempio, Filomena Gallo, segretaria dell'associazione Luca Coscioni, spiega che «la legge 194 tutela la salute delle donne, quindi renderla inapplicabile significa volerle colpire». A renderla «inapplicabile» sarebbero appunto gli obiettori, i quali sarebbero sostanzialmente dei fuorilegge da sanzionare. Giuseppe Noia (presidente dell'Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici), un paio di giorni fa, ha scritto: «L'aumento degli obiettori negli ultimi 30 anni (è arrivato a punte del 70%) in un Paese dove i cattolici praticanti sono il 20%, dimostra chiaramente che la scelta non è solo di pertinenza religiosa». Significa che a rifiutare l'aborto non sono soltanto presunti oltranzisti cattolici, ma pure medici di altro orientamento. Eppure farlo notare serve a poco: secondo la Gallo, gli obiettori vanno stanati e isolati. «Servirebbe una legge per disciplinare l'obiezione di coscienza, magari per impiegare in modo diverso chi fa quella scelta», ha spiegato la signora all'Espresso. «Servirebbe anche un albo pubblico dei medici obiettori, cosicché le donne possano scegliere da chi farsi seguire, e la garanzia dei concorsi divisi a metà: cinquanta per cento dei posti per gli obiettori, l'altro cinquanta per i non obiettori». Insomma, schediamoli questi obiettori, marchiamoli a fuoco.
Sono mesi, dicevamo, che da più parti arrivano proposte del genere. Ma nelle ultime settimane abbiamo assistito a un cambio di passo, a un mutamento di registro in una polemica già feroce. L'articolo di Maria Novella De Luca sul «network anti aborto» che Repubblica ha sbattuto ieri in prima pagina era una specie di manuale della demonizzazione. Sembrava di leggere un testo degli anni Trenta sul complotto pluto-giudaico-massonico. La Marcia per la vita è stata presentata come l'iniziativa di una «manciata di attivisti» muniti di «tutto il corollario grottesco di croci, stendardi, immagini di feti uccisi e gigantografie di gravidanze avanzate con scritte shock come quelle apparse (e spesso rimosse) ovunque in Italia». Adesso pure la croce è un simbolo «grottesco».
Ma c'è di più. Secondo la De Luca, in Italia esiste «un vero e proprio network di organizzazioni ultraconservatrici decise a “ripristinare l'ordine naturale della famiglia"». A capo delle forze oscure della reazione ci sarebbero pericolosi individui come Massimo Gandolfini o Toni Brandi, il quale «vanta stretta amicizia con il leader di Forza nuova, Roberto Fiore». Figurati se non c'erano pure i fasci di mezzo. Adesso, poi, pare sia «sbarcata da noi anche l'agguerritissima Citizengo, ricca multinazionale pro life fondata in Spagna da Ignacio Arsuaga, nipote di un generale franchista». Multinazionali, fascisti, franchisti... Mancano solo Dracula e il mostro di Frankenstein.
Certo, le organizzazioni umanitarie finanziate da George Soros per riempirci di migranti vanno benissimo, ma se arriva una onlus pro vita allora ci si può indignare perché dietro ci sono «le multinazionali». In quanto populista, mi sento quasi offeso. Aspettate, però, perché non è mica finita. Secondo Repubblica, «gli esponenti di questi movimenti» hanno come fari «Orbán, Putin e Trump» e agiscono «come falangi organizzate ovunque ce ne sia bisogno».
E dove avrebbero «agito come falangi»? Beh, ad esempio in Inghilterra, nelle manifestazioni a sostegno della famiglia di Alfie Evans. Un bimbo che la De Luca, evidentemente ignorandone la storia, descrive come «condannato da una malattia atroce».
La Spectre antiabortista - afferma ancora la firma di Repubblica - è composta da «organizzazioni teocon (i cui estremisti negli States uccidevano i medici abortisti), finanziate da oligarchi e finanziari ultracattolici». Ed è riuscita perfino a infiltrarsi nel Parlamento italiano, tramite il leghista Simone Pillon, ma anche attraverso esponenti di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Questi fanatici «adesso mirano all'Italia, culla della Chiesa sì, ma “pericolosamente" aperta oggi ai diritti civili».
Davanti ad affermazioni del genere viene davvero da sghignazzare. L'articolo della De Luca è un concentrato di spauracchi della peggior specie: oligarchi, reazionari, fascisti, lobby, incappucciati... Sembra una riedizione dei servizi cialtroneschi sull'avanzata dell'«onda nera» che hanno affollato le pagine dei quotidiani progressisti alla vigilia delle elezioni (del resto, i militanti gay, nella campagna per il Pride di Roma, si presentano come partigiani delle «brigate arcobaleno»). Se vogliamo dirla tutta, in Italia è possibile abortire più o meno ovunque. Lo certifica perfino l'Espresso: «Secondo i dati Aifa, la distribuzione della pillola dei cinque giorni dopo è schizzata dalle quasi 7.700 confezioni del 2012, alle 189.000 del 2016; e quella della Norlevo, nota come “pillola del giorno dopo", nel 2016 ha registrato un dato di vendita pari a 214.532 confezioni, in aumento rispetto al 2015 in cui registrava 161.888 confezioni distribuite».
Ieri il Dipartimento della sanità statunitense ha avviato l'iter per tagliare i fondi federali alle cliniche che praticano o suggeriscono l'aborto, come annunciato da Donald Trump. Ma da noi non avviene nulla di analogo. La verità, allora, è che stiamo assistendo a prove di persecuzione, di cui i manifesti stracciati erano solo l'assaggio. Repubblica dipinge i pro vita come vicini ai terroristi americani (provate a scrivere una cosa simile a proposito di un'associazione islamica...); i radicali invocano leggi per schedare gli obiettori; Laura Boldrini insiste per una norma sull'omofobia, in modo da zittire chiunque osi esprimere un pensiero dissonante su gender e simili. Come diceva quello? Ah sì: hanno cominciato con i «cattolici tradizionalisti», poi sono venuti a prendere me...
Decine di migliaia nelle vie di Roma per difendere i diritti dei più deboli
Ieri, in una Roma serena e caldissima, si è svolta in tutta tranquillità l'ottava edizione della Marcia per la vita. Vi hanno partecipato oltre 40.000 persone, di ogni estrazione e tipologia, benché la parte del leone l'abbiano certamente fatta i vari gruppi cattolici di Roma e di tutta Italia.
La Marcia, quest'anno, ha avuto alcune peculiarità che giova segnalare. Anzitutto si è tenuta nel quarantesimo anniversario della promulgazione della legge 194, che legittimato l'aborto in Italia. La 194 fu definita da una personalità cattolica ma anche atipica come Giorgio La Pira «integralmente iniqua». E i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II ne diedero un giudizio simile. La legge, ricordiamolo per i più giovani che neppure erano nati, giungeva a dieci anni esatti dal fatidico 68 e fu oggetto di oltre un decennio di lotte sociali, battaglie ideologiche e culturali che spaccarono in due il Paese e le coscienze. Di sicuro le sinistre, trainate dalle associazioni femministe, furono favorevoli alla legalizzazione dell'aborto, mentre le destre e i conservatori, anche non cattolici, furono più o meno critici.
Poi, la Marcia di quest'anno si è svolta a ridosso del celebre caso di Alfie Evans, il neonato lasciato morire in un ospedale di Londra, contro la volontà dei genitori, poiché la sua malattia è stata giudicata inguaribile e la sua sofferenza inutile. Non è bastato neppure l'appello pubblico e reiterato di papa Francesco, normalmente osannato dai media che contano, per impedire la «piccola eutanasia» di un bambino sfortunato. Il caso Alfie, che faceva seguito a quelli di Charlie Gard e di Isaiah Haastrup, ha però fatto riflettere molti sul mondo che ci attende se non saranno messi in fretta e furia dei paletti chiari, contro le derive del biodiritto e della tecnoscienza in mano a medici, pseudo scienziati e a giudici senza scrupoli.
Così, nel percorso splendido della Marcia, da piazza della Repubblica a piazza Venezia, si sentiva l'emozione e la fierezza dei partecipanti, uniti più che mai a difesa non di una parte contro un'altra, ma della civiltà in quanto tale, del rispetto del malato, della vita umana innocente sempre e comunque. Hanno preso parte alla manifestazione personalità cattoliche come monsignor Luigi Negri, il cardinale Raymond Burke, teologo dei Dubia e punto di riferimento dell'ala più tradizionale del cattolicesimo. Poi esponenti politici come Giancarlo Giorgetti della Lega e Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia.
La presidente della Marcia, Virginia Coda Nunziante, è una arzilla cinquantenne, che da anni lavora come dirigente al Cnr ed è nota, negli ambienti ecclesiastici romani, per la forte devozione e lo spirito di fede con cui fin da ragazza è vissuta ed ha operato in tanti ambienti cattolici della città (carità, gruppi di preghiera, battaglie per la vita e la famiglia, iniziative culturali di vario genere).
Il successo della Marcia, visto il gran numero di giovanissimi, è innegabile, specie ora che sono passati quarant'anni dalla 194.
Secondo alcuni, la legalizzazione dell'aborto e la sua «socializzazione» culturale, avrebbero fatto scomparire il problema dal punto d vista etico e politico, in qualche modo anestetizzando le coscienze.
Ma così non è stato. Anzi, l'aborto ormai dovuto dei nascituri disabili si collega all'eutanasia dei malati inguaribili o particolarmente gravi, e una legge ne chiama un'altra, senza soluzione di continuità.
Ci voleva qualcuno che invitasse tutti a tornare indietro, non nel tempo, che è impossibile, ma nel senso del recupero delle radici della questione morale e delle fonti stesse del diritto delle genti. Uccidere, lo si chiami anche in altro modo, si può solo per difendersi dall'aggressore, e non per sopprimere un «problema».
Marciare per la vita è marciare per tutti, lottare per l'aborto, il suicidio assistito o l'eutanasia è esattamente l'opposto.
Fabrizio Cannone
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Per Repubblica la galassia pro life italiana è composta da fascisti pagati da oligarchi e fanatici. Radicali e sinistra invocano leggi per schedare i medici obiettori.Alla Marcia per la vita di ieri presenti tanti ragazzi, molte famiglie, prelati come il cardinale Burke. Tra i politici Giorgia Meloni.Lo speciale contiene due articoli.Sono criptofascisti, intollerabilmente bigotti. Ma sono pure pagati dalle multinazionali, fanno parte di un misterioso «network» internazionale che cospira per rigettare il mondo nelle tenebre. Sono fanatici, integralisti pericolosi, parenti stretti di terroristi assassini. Ecco, secondo Repubblica, la descrizione della galassia pro vita italiana, quella che ieri ha marciato compostamente per le vie di Roma. Sono mesi che le organizzazioni pro aborto - specie quelle vicine a Pd e Radicali - invocano misure punitive dei medici obiettori di coscienza, e si sbracciano per aumentare la diffusione delle varie pillole abortive in commercio. Sull'ultimo numero dell'Espresso, per esempio, Filomena Gallo, segretaria dell'associazione Luca Coscioni, spiega che «la legge 194 tutela la salute delle donne, quindi renderla inapplicabile significa volerle colpire». A renderla «inapplicabile» sarebbero appunto gli obiettori, i quali sarebbero sostanzialmente dei fuorilegge da sanzionare. Giuseppe Noia (presidente dell'Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici), un paio di giorni fa, ha scritto: «L'aumento degli obiettori negli ultimi 30 anni (è arrivato a punte del 70%) in un Paese dove i cattolici praticanti sono il 20%, dimostra chiaramente che la scelta non è solo di pertinenza religiosa». Significa che a rifiutare l'aborto non sono soltanto presunti oltranzisti cattolici, ma pure medici di altro orientamento. Eppure farlo notare serve a poco: secondo la Gallo, gli obiettori vanno stanati e isolati. «Servirebbe una legge per disciplinare l'obiezione di coscienza, magari per impiegare in modo diverso chi fa quella scelta», ha spiegato la signora all'Espresso. «Servirebbe anche un albo pubblico dei medici obiettori, cosicché le donne possano scegliere da chi farsi seguire, e la garanzia dei concorsi divisi a metà: cinquanta per cento dei posti per gli obiettori, l'altro cinquanta per i non obiettori». Insomma, schediamoli questi obiettori, marchiamoli a fuoco. Sono mesi, dicevamo, che da più parti arrivano proposte del genere. Ma nelle ultime settimane abbiamo assistito a un cambio di passo, a un mutamento di registro in una polemica già feroce. L'articolo di Maria Novella De Luca sul «network anti aborto» che Repubblica ha sbattuto ieri in prima pagina era una specie di manuale della demonizzazione. Sembrava di leggere un testo degli anni Trenta sul complotto pluto-giudaico-massonico. La Marcia per la vita è stata presentata come l'iniziativa di una «manciata di attivisti» muniti di «tutto il corollario grottesco di croci, stendardi, immagini di feti uccisi e gigantografie di gravidanze avanzate con scritte shock come quelle apparse (e spesso rimosse) ovunque in Italia». Adesso pure la croce è un simbolo «grottesco». Ma c'è di più. Secondo la De Luca, in Italia esiste «un vero e proprio network di organizzazioni ultraconservatrici decise a “ripristinare l'ordine naturale della famiglia"». A capo delle forze oscure della reazione ci sarebbero pericolosi individui come Massimo Gandolfini o Toni Brandi, il quale «vanta stretta amicizia con il leader di Forza nuova, Roberto Fiore». Figurati se non c'erano pure i fasci di mezzo. Adesso, poi, pare sia «sbarcata da noi anche l'agguerritissima Citizengo, ricca multinazionale pro life fondata in Spagna da Ignacio Arsuaga, nipote di un generale franchista». Multinazionali, fascisti, franchisti... Mancano solo Dracula e il mostro di Frankenstein. Certo, le organizzazioni umanitarie finanziate da George Soros per riempirci di migranti vanno benissimo, ma se arriva una onlus pro vita allora ci si può indignare perché dietro ci sono «le multinazionali». In quanto populista, mi sento quasi offeso. Aspettate, però, perché non è mica finita. Secondo Repubblica, «gli esponenti di questi movimenti» hanno come fari «Orbán, Putin e Trump» e agiscono «come falangi organizzate ovunque ce ne sia bisogno». E dove avrebbero «agito come falangi»? Beh, ad esempio in Inghilterra, nelle manifestazioni a sostegno della famiglia di Alfie Evans. Un bimbo che la De Luca, evidentemente ignorandone la storia, descrive come «condannato da una malattia atroce». La Spectre antiabortista - afferma ancora la firma di Repubblica - è composta da «organizzazioni teocon (i cui estremisti negli States uccidevano i medici abortisti), finanziate da oligarchi e finanziari ultracattolici». Ed è riuscita perfino a infiltrarsi nel Parlamento italiano, tramite il leghista Simone Pillon, ma anche attraverso esponenti di Fratelli d'Italia e Forza Italia. Questi fanatici «adesso mirano all'Italia, culla della Chiesa sì, ma “pericolosamente" aperta oggi ai diritti civili». Davanti ad affermazioni del genere viene davvero da sghignazzare. L'articolo della De Luca è un concentrato di spauracchi della peggior specie: oligarchi, reazionari, fascisti, lobby, incappucciati... Sembra una riedizione dei servizi cialtroneschi sull'avanzata dell'«onda nera» che hanno affollato le pagine dei quotidiani progressisti alla vigilia delle elezioni (del resto, i militanti gay, nella campagna per il Pride di Roma, si presentano come partigiani delle «brigate arcobaleno»). Se vogliamo dirla tutta, in Italia è possibile abortire più o meno ovunque. Lo certifica perfino l'Espresso: «Secondo i dati Aifa, la distribuzione della pillola dei cinque giorni dopo è schizzata dalle quasi 7.700 confezioni del 2012, alle 189.000 del 2016; e quella della Norlevo, nota come “pillola del giorno dopo", nel 2016 ha registrato un dato di vendita pari a 214.532 confezioni, in aumento rispetto al 2015 in cui registrava 161.888 confezioni distribuite». Ieri il Dipartimento della sanità statunitense ha avviato l'iter per tagliare i fondi federali alle cliniche che praticano o suggeriscono l'aborto, come annunciato da Donald Trump. Ma da noi non avviene nulla di analogo. La verità, allora, è che stiamo assistendo a prove di persecuzione, di cui i manifesti stracciati erano solo l'assaggio. Repubblica dipinge i pro vita come vicini ai terroristi americani (provate a scrivere una cosa simile a proposito di un'associazione islamica...); i radicali invocano leggi per schedare gli obiettori; Laura Boldrini insiste per una norma sull'omofobia, in modo da zittire chiunque osi esprimere un pensiero dissonante su gender e simili. Come diceva quello? 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Anzitutto si è tenuta nel quarantesimo anniversario della promulgazione della legge 194, che legittimato l'aborto in Italia. La 194 fu definita da una personalità cattolica ma anche atipica come Giorgio La Pira «integralmente iniqua». E i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II ne diedero un giudizio simile. La legge, ricordiamolo per i più giovani che neppure erano nati, giungeva a dieci anni esatti dal fatidico 68 e fu oggetto di oltre un decennio di lotte sociali, battaglie ideologiche e culturali che spaccarono in due il Paese e le coscienze. Di sicuro le sinistre, trainate dalle associazioni femministe, furono favorevoli alla legalizzazione dell'aborto, mentre le destre e i conservatori, anche non cattolici, furono più o meno critici. Poi, la Marcia di quest'anno si è svolta a ridosso del celebre caso di Alfie Evans, il neonato lasciato morire in un ospedale di Londra, contro la volontà dei genitori, poiché la sua malattia è stata giudicata inguaribile e la sua sofferenza inutile. Non è bastato neppure l'appello pubblico e reiterato di papa Francesco, normalmente osannato dai media che contano, per impedire la «piccola eutanasia» di un bambino sfortunato. Il caso Alfie, che faceva seguito a quelli di Charlie Gard e di Isaiah Haastrup, ha però fatto riflettere molti sul mondo che ci attende se non saranno messi in fretta e furia dei paletti chiari, contro le derive del biodiritto e della tecnoscienza in mano a medici, pseudo scienziati e a giudici senza scrupoli. Così, nel percorso splendido della Marcia, da piazza della Repubblica a piazza Venezia, si sentiva l'emozione e la fierezza dei partecipanti, uniti più che mai a difesa non di una parte contro un'altra, ma della civiltà in quanto tale, del rispetto del malato, della vita umana innocente sempre e comunque. Hanno preso parte alla manifestazione personalità cattoliche come monsignor Luigi Negri, il cardinale Raymond Burke, teologo dei Dubia e punto di riferimento dell'ala più tradizionale del cattolicesimo. Poi esponenti politici come Giancarlo Giorgetti della Lega e Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia. La presidente della Marcia, Virginia Coda Nunziante, è una arzilla cinquantenne, che da anni lavora come dirigente al Cnr ed è nota, negli ambienti ecclesiastici romani, per la forte devozione e lo spirito di fede con cui fin da ragazza è vissuta ed ha operato in tanti ambienti cattolici della città (carità, gruppi di preghiera, battaglie per la vita e la famiglia, iniziative culturali di vario genere). Il successo della Marcia, visto il gran numero di giovanissimi, è innegabile, specie ora che sono passati quarant'anni dalla 194. Secondo alcuni, la legalizzazione dell'aborto e la sua «socializzazione» culturale, avrebbero fatto scomparire il problema dal punto d vista etico e politico, in qualche modo anestetizzando le coscienze. Ma così non è stato. Anzi, l'aborto ormai dovuto dei nascituri disabili si collega all'eutanasia dei malati inguaribili o particolarmente gravi, e una legge ne chiama un'altra, senza soluzione di continuità. Ci voleva qualcuno che invitasse tutti a tornare indietro, non nel tempo, che è impossibile, ma nel senso del recupero delle radici della questione morale e delle fonti stesse del diritto delle genti. Uccidere, lo si chiami anche in altro modo, si può solo per difendersi dall'aggressore, e non per sopprimere un «problema». Marciare per la vita è marciare per tutti, lottare per l'aborto, il suicidio assistito o l'eutanasia è esattamente l'opposto. Fabrizio Cannone
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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