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2025-06-08
Il Ritratto dell’Artista: volti, maschere e selfie in mostra a Forlì
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Cesare Sofianopulo. Maschere, 1930 circa. Trieste, Civico Museo Revoltella - Galleria d'Arte Moderna
Sta per chiudersi con grande successo di pubblica e critica un’altra grande mostra allestita negli spazi forlivesi del Museo Civico di San Domenico, ex convento domenicano risalente al XIII secolo e oggi il complesso museale più grande di Forlì.
Interamente dedicata al tema dell’autoritratto e alla sua evoluzione, dall'antichità ai giorni nostri, l’esposizione mette in luce il ruolo centrale che l'immagine di sé ha avuto nella storia dell'arte e lo fa partendo dal mito ovidiano di Narciso, simbolo della scoperta del proprio volto riflesso in uno specchio d’acqua , per arrivare al vero e proprio «fenomeno» del selfie, emblema della nostra epoca digitale. «Il primo è stato Narciso, che guardandosi nello specchio dell’acqua ha conosciuto il proprio volto. Il primo autoritratto. Poi è arrivato il selfie. Nei secoli, ritrarre il proprio volto, la propria immagine è stato per ogni artista una sfida, un tributo, un messaggio, una proiezione, un esercizio di analisi profonda che mostra le aspirazioni ideali e le espressioni emotive, ma che rivela anche la maestria e il talento. Poi serve uno specchio. Timore, prudenza o desiderio, persino bramosia di guardarsi. Allegoria di vizi e virtù», ha acutamente sottolineato Gianfranco Brunelli (Direttore delle Grandi Mostre della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì ), cogliendo e spiegando appieno il senso di questa mostra, che è un invito palese per il visitatore ad interrogarsi sulla propria immagine, esattamente come i più grandi artisti della storia dell’arte hanno utilizzato l'autoritratto per affermare la propria identità e riflettere sulla propria condizione esistenziale.
Il percorso espositivo
Diviso in ben quattordici sezioni, l’elegante ed essenziale percorso espositivo conduce il visitatore tra dipinti, sculture, arazzi, fotografie e video, per un totale di 200 opere, fra cui spiccano i nomi dei grandi Maestri del passato e del recente presente - da Rembrandt a Van Gogh, da Sofonisba Anguissola a Francesco Hayez, passando per Michelangelo Pistoletto e Marina Abramović, ognuno con le proprie peculiarità nell’interpretare e rappresentare « l'immagine di sé » e, soprattutto, la loro «consapevolezza di artisti». E ad aprire la mostra non poteva essere che il tema e la figura di Narciso, l’incipt, l’origine della storia dell’autoritratto: il rispecchiamento di questo meraviglioso giovinetto diventa infatti «l’auto-rispecchiamento» dell’artista, il «conosci te stesso» di socratiana memoria. In questa sezione, ovviamente intitolata Il mito dell'artista. Narciso e la nascita del ritratto, esposte, fra le altre, la splendida tela del Tintoretto Narciso alla fonte e l’elegante e sensuale Narciso di Paul Dubois, scolpito nel 1863. Sono invece alcuni oggetti fortemente simbolici, la maschera e lo specchio, ad introdurre il tema del volto, un volto che va oltre la dimensione fisica per diventare espressione dell’anima e immagine dell’invisibile.
Tema centrale a partire dal Medioevo, il «volto specchiato», per tutto il Rinascimento, porta alla rappresentazione di una lunga serie di allegorie, impersonate soprattutto da sensuali figure femminili: una su tutte (presente in mostra nella sezione Allegorie dell'immagine. La prudenza, virtù specchiata) la Venere di Tiziano, celebre allegoria della vanità. Di sala in sala e di sezione in sezione, passando dalla Testa di giovane con acconciatura del Parmigianino al Ritratto d’uomo di Diego Velázquez (prestito dei Musei Capitolini), dall ’Autoritratto in veste di guerriero di Salvator Rosa all’ottocentesco Ritratto di Vittorio Alfieri e della Contessa Luisa Stolberg di Albany di Francois-Xavier Fabre, questo entusiasmante e prolisso «viaggio nella storia del ritratto» arriva agli inizi del Novecento, con capolavori del pittore neo- impressionista Emile Bernard (esposto a Forlì il suo Autoritratto con turbante giallo) e dell’artista svizzero Arnold Böcklin, fra i principali esponenti del cosiddetto simbolismo tedesco, rappresentato in mostra da una delle tante versioni della Testa di Medusa.
Procedendo verso il «cuore » del XX secolo, a stupire il visitatore sono l’ Autoritratto con corazza di Armando Spadini, l’ Uomo nero di Michelangelo Pistoletto, L’Uomo Oceanico di Alberto Martini (l’artista più amato dai maestri Surrealisti) e quell’opera straordinaria che è l’ Autosmorfia del futurista Giacomo Balla , una sorta di «figura in movimento » scelta anche come immagine guida della mostra forlivese. Secolo delle Grandi Guerre, il ‘900 scopre nell’orrore della propria storia che l’uomo è mistero e mostro, è il «doppio » di Giorgio De Chirico (presente in mostra con più Autoritratti), l’artista che molto si è interrogato sulla natura dell’uomo e del mondo, facendo dell’enigma la cifra interpretativa dell’umano.
E prima di arrivare alla fine del percorso, che si chiude con la sezione Il mistero del volto, impossibile non sostare davanti all’imbronciato Autoritratto del 1908 di Mario Sironi, che in una sapiente divisione fra chiaro e scuro sembra cercare di ritrovare quella dispersa armonia tra uomo e la realtà.
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Dall’Antichità al Novecento, dalle maschere ai selfie, al Museo Civico San Domenico di Forlì una grande mostra (sino al 28 giugno 2028) illustra il tema dell’autoritratto nella storia dell’arte. In un percorso espositivo ricco e articolato, esposti oltre 200 capolavori provenienti da importanti collezioni italiane ed europee.Sta per chiudersi con grande successo di pubblica e critica un’altra grande mostra allestita negli spazi forlivesi del Museo Civico di San Domenico, ex convento domenicano risalente al XIII secolo e oggi il complesso museale più grande di Forlì. Interamente dedicata al tema dell’autoritratto e alla sua evoluzione, dall'antichità ai giorni nostri, l’esposizione mette in luce il ruolo centrale che l'immagine di sé ha avuto nella storia dell'arte e lo fa partendo dal mito ovidiano di Narciso, simbolo della scoperta del proprio volto riflesso in uno specchio d’acqua , per arrivare al vero e proprio «fenomeno» del selfie, emblema della nostra epoca digitale. «Il primo è stato Narciso, che guardandosi nello specchio dell’acqua ha conosciuto il proprio volto. Il primo autoritratto. Poi è arrivato il selfie. Nei secoli, ritrarre il proprio volto, la propria immagine è stato per ogni artista una sfida, un tributo, un messaggio, una proiezione, un esercizio di analisi profonda che mostra le aspirazioni ideali e le espressioni emotive, ma che rivela anche la maestria e il talento. Poi serve uno specchio. Timore, prudenza o desiderio, persino bramosia di guardarsi. Allegoria di vizi e virtù», ha acutamente sottolineato Gianfranco Brunelli (Direttore delle Grandi Mostre della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì ), cogliendo e spiegando appieno il senso di questa mostra, che è un invito palese per il visitatore ad interrogarsi sulla propria immagine, esattamente come i più grandi artisti della storia dell’arte hanno utilizzato l'autoritratto per affermare la propria identità e riflettere sulla propria condizione esistenziale.Il percorso espositivoDiviso in ben quattordici sezioni, l’elegante ed essenziale percorso espositivo conduce il visitatore tra dipinti, sculture, arazzi, fotografie e video, per un totale di 200 opere, fra cui spiccano i nomi dei grandi Maestri del passato e del recente presente - da Rembrandt a Van Gogh, da Sofonisba Anguissola a Francesco Hayez, passando per Michelangelo Pistoletto e Marina Abramović, ognuno con le proprie peculiarità nell’interpretare e rappresentare « l'immagine di sé » e, soprattutto, la loro «consapevolezza di artisti». E ad aprire la mostra non poteva essere che il tema e la figura di Narciso, l’incipt, l’origine della storia dell’autoritratto: il rispecchiamento di questo meraviglioso giovinetto diventa infatti «l’auto-rispecchiamento» dell’artista, il «conosci te stesso» di socratiana memoria. In questa sezione, ovviamente intitolata Il mito dell'artista. Narciso e la nascita del ritratto, esposte, fra le altre, la splendida tela del Tintoretto Narciso alla fonte e l’elegante e sensuale Narciso di Paul Dubois, scolpito nel 1863. Sono invece alcuni oggetti fortemente simbolici, la maschera e lo specchio, ad introdurre il tema del volto, un volto che va oltre la dimensione fisica per diventare espressione dell’anima e immagine dell’invisibile.Tema centrale a partire dal Medioevo, il «volto specchiato», per tutto il Rinascimento, porta alla rappresentazione di una lunga serie di allegorie, impersonate soprattutto da sensuali figure femminili: una su tutte (presente in mostra nella sezione Allegorie dell'immagine. La prudenza, virtù specchiata) la Venere di Tiziano, celebre allegoria della vanità. Di sala in sala e di sezione in sezione, passando dalla Testa di giovane con acconciatura del Parmigianino al Ritratto d’uomo di Diego Velázquez (prestito dei Musei Capitolini), dall ’Autoritratto in veste di guerriero di Salvator Rosa all’ottocentesco Ritratto di Vittorio Alfieri e della Contessa Luisa Stolberg di Albany di Francois-Xavier Fabre, questo entusiasmante e prolisso «viaggio nella storia del ritratto» arriva agli inizi del Novecento, con capolavori del pittore neo- impressionista Emile Bernard (esposto a Forlì il suo Autoritratto con turbante giallo) e dell’artista svizzero Arnold Böcklin, fra i principali esponenti del cosiddetto simbolismo tedesco, rappresentato in mostra da una delle tante versioni della Testa di Medusa. Procedendo verso il «cuore » del XX secolo, a stupire il visitatore sono l’ Autoritratto con corazza di Armando Spadini, l’ Uomo nero di Michelangelo Pistoletto, L’Uomo Oceanico di Alberto Martini (l’artista più amato dai maestri Surrealisti) e quell’opera straordinaria che è l’ Autosmorfia del futurista Giacomo Balla , una sorta di «figura in movimento » scelta anche come immagine guida della mostra forlivese. Secolo delle Grandi Guerre, il ‘900 scopre nell’orrore della propria storia che l’uomo è mistero e mostro, è il «doppio » di Giorgio De Chirico (presente in mostra con più Autoritratti), l’artista che molto si è interrogato sulla natura dell’uomo e del mondo, facendo dell’enigma la cifra interpretativa dell’umano. E prima di arrivare alla fine del percorso, che si chiude con la sezione Il mistero del volto, impossibile non sostare davanti all’imbronciato Autoritratto del 1908 di Mario Sironi, che in una sapiente divisione fra chiaro e scuro sembra cercare di ritrovare quella dispersa armonia tra uomo e la realtà.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.