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2020-06-09
Il piano italiano per il Mes scritto dal... Mes
Christine Lagarde (Ansa)
«La pandemia ha prodotto una lacerazione profonda nei rapporti tra società ed economia, tra diritti ed equilibri di bilancio». Così si apre il rapporto dell'associazione M&M e dalla Fondazione Cerm. E quindi servono i soldi del Mes. Non i soldi in generale, spiega il report cui starebbe direttamente attingendo il governo, ma quelli del Mes in particolare. Prima priorità: «Ancora troppi ospedali sono vecchi». Giustissimo. Rinnoviamoli, perfetto. Costruiamone di nuovi. No, un momento.
«Al Paese non servono nuovi ospedali, la chiusura delle strutture più piccole che mai potranno raggiungere standard di funzionamento adeguati deve proseguire», intima il Cerm. Sembra un po' Mes prima maniera, questa raccomandazione, ma fa nulla... Poi serve, dicono M&M e Cerm, integrare «sanità e assistenza». Sospiro di sollievo. Poi servono i costi standard: la solita siringa che deve costare uguale sia a Monza che a Trani. Un evergreen. Poi bisogna «potenziare la rete diagnostica e assistenza domiciliare». Infine, rinnovare le «dotazioni tecnologiche sanitarie». Tutto condivisibile. Resta da capire perché Cerm e M&M vogliano in tutti i modi rifilarci il Mes. Matteo Renzi prova a spiegarlo ad Agorà, su Rai Tre: «Dire no al Mes può farlo soltanto chi i soldi ce li ha già». E noi? Potremmo non riuscire a trovarli se necessario? Perché è questo il caso in cui appunto interviene il Fondo salvastati.
La risposta sta nei numeri. Nei primi cinque mesi del 2020 il Tesoro ha collocato 187 miliardi di titoli. Complessivamente, nelle 112 aste tenutesi fino al 31 maggio 2020, gli investitori hanno domandato 313 miliardi: il 67% in più di quanto offerto. Nel complesso ci sono quindi tantissimi soldi. Perché servono quelli del Mes?
La Bce prima ha ingranato la quarta deliberando a marzo un programma di acquisto straordinario di titoli (il Pepp) per 750 miliardi. Poi la quinta, aggiungendone altri 600 lo scorso 4 giugno. Tutto questo in aggiunta a quanto già iniziato nel 2015 con il cosiddetto Quantitative easing. Con questi soldi la Bce ha acquistato ben 173 miliardi di titoli di stato, più 14 di istituti sopranazionali quali la Bei di cui fa parte Fabio Pammolli.
Pammolli è il presidente del Cerm, e si comincia a intravvedere il perché di questo amore per il Fondo salvastati. Ma Pammolli interviene esattamente con i titoli di esperto della Bei, e quindi non c'è nulla di strano. Peraltro pure il Mes si finanzierebbe a Francoforte per prestarci poi i soldi. Peccato però che la Bce stia già finanziando il debito italiano. Quindi la domanda ritorna prepotente: perché vogliono rifilarci in tutti i modi il Mes?
L'Eurotower, con il Pepp, ha già acquistato oltre 37 miliardi di Btp. Guarda caso quelli che vorrebbe in tutti i modi darci il Mes, che evidentemente sembra piacere tanto all'ex consigliere dei governi Letta, Renzi e Gentiloni. Sì, quel Fabrizio Pagani e che ora presiede l'associazione M&M che partecipa alla stesura del report. Ora tutto sembra più chiaro. Ma la Bce, di questo passo e una volta completato il Pepp, arriverebbe ad avere in portafoglio quasi mille miliardi di bond sovrani emessi dai governi dell'eurozona. E quanti sarebbero i Btp acquistati dall'Eurotower? Con il Pepp Francoforte ha stanziato quasi il 22% del suo budget per titoli italiani. Tanto, visto che in base alla regola del cosiddetto «capital key» (i livello di acquisti in proporzione alla quota di capitale detenuta da ciascuno Stato) si sarebbe dovuta fermare intorno al 17%. Un vero e proprio occhio di riguardo per l'Italia, perché la quota di acquisti dei bund tedeschi è pari a quasi il 27%. Se la Bce tornasse a rispettare la regola del capital key (ma stando alla Lagarde non accadrà), si fermerebbe a circa 170. Comunque tantissimi soldi.
Qualcuno, fra gli estensori di un report così accurato, queste cose le saprà di sicuro.
Uno di questi è Cosimo Pacciani, importante banchiere con prestigiosi incarichi in Royal Bank of Scotland, Csfb e Mps. Lo stesso ha ricoperto per tre anni il ruolo di Chief risk officer...del Mes, prima di andare a lavorare con Davide Serra in Algebris. Completano il team Carlo Altomonte (bocconiano doc, nonché già consulente di Sanofi), Gioia Ghezzi (già McKinsey, alla guida di Ferrovie in piena era renziana prima e, da poche settimane, di Atm), Roberto Sambuco (prima manager nella telefonia, poi tra le altre cose capo dipartimento per le Comunicazioni del Mise con Berlusconi, Monti e Letta).
Ora è tutto definitivamente chiaro. Il Mes prima reclamizza sul suo blog i suoi strumenti utili a finanziare la nostra sanità, poi ci scrive i piani di investimento, facendoli firmare a suoi ex dipendenti e a esperti a vario titolo legati a forze politiche che lo ritengono essenziale. Resta solo da convincere, con una pistola politica alla tempia, il M5s a dire quel sì che - secondo i bene informati - è già stato deciso.
La Banca centrale è viva. È il Recovery fund che non si sente tanto bene
«Di fronte a sfide straordinarie, l'Europa ha bisogno di risposte straordinarie». Discorso breve ma destinato a lasciare il segno quello tenuto ieri dal governatore della Banca centrale europea, Christine Lagarde, intervenuta di fronte ai membri della commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo. Nel quarto d'ora a sua disposizione, la Lagarde è salita in cattedra spiegando le ragioni della decisione annunciata qualche giorno fa di ampliare il Programma di acquisto di emergenza in caso di pandemia (Pepp), portandone la dotazione a complessivi 1.350 miliardi di euro, ovvero 600 in più rispetto ai piani iniziali.
Ma l'occasione è servita anche per assestare un paio di sonori ceffoni ai giudici della Corte costituzionale tedesca (intenzionati a cassare il nuovo Quantitive easing) e, contemporaneamente, mettere in riga Commissione e Stati membri dell'Ue in materia di Recovery fund.
«Potete essere certi che la Bce continuerà, nell'ambito del proprio mandato, a sostenere la ripresa con tutte le misure necessarie». Cioè la versione moderna della promessa di salvare l'euro «whatever it takes» (cioè a tutti i costi), pronunciata dal predecessore Mario Draghi quasi otto anni fa nel bel mezzo della crisi dei debiti sovrani. Tutto ruota intorno al perimetro di quel fatidico mandato, che gli Stati meridionali sognano di far coincidere con quello di una tradizionale banca centrale, mentre i Paesi nordici (sulla scorta della sentenza di Karlsruhe) minacciano di restringere quasi fino all'annullamento. È esattamente a questo livello che si gioca il futuro dell'euro, e forse dell'intera Unione europea.
Ebbene, ieri Christine Lagarde ha compiuto un decisivo passo in avanti, specificando con forza che quel mandato bistrattato e deriso dai detrattori dell'interventismo monetario va ben oltre la semplice stabilità dei prezzi. Obiettivo che non ha senso se slegato dalla ripresa economica: «La stabilità dei prezzi va a braccetto con un'economia sana e un sistema finanziario robusto». È il significato delle misure introdotte dalla Bce negli ultimi anni, le quali «non solo hanno fatto sì che l'economia non cadesse in una condizione depressa e deflazionistica, ma hanno anche contribuito a sostenere l'occupazione e ridurre i rischi legati alla stabilità finanziaria».
Tradotto in altri termini, Francoforte sa cosa fare, e sa anche come farlo. «Le misure legate alla crisi sono temporanee, mirate e proporzionate», ha spiegato la Lagarde. Temporanee perché il Pepp durerà «almeno fino a giugno del 2021, e comunque fino a quando il Consiglio direttivo riterrà che l'emergenza coronavirus sarà terminata»; mirate «allo choc specifico e alla contingenza di fronte alla quale ci troviamo, volte a sanare le difficoltà economiche causate dalla pandemia»; proporzionate ai «gravi rischi che stiamo affrontando per il nostro mandato».
Una valutazione di proporzionalità «costante», inclusa la ponderazione dei «potenziali effetti collaterali», così come l'eventualità che «strumenti alternativi possano essere più efficaci per raggiungere i nostri obiettivi». Qua il messaggio all'indirizzo dei togati di Karlsruhe si fa molto chiaro. Se in ballo c'è la sopravvivenza dell'euro, tutto è proporzionato. Piuttosto, l'invito nei confronti della Germania è quello di astenersi dalle lamentele: «Grazie al mercato unico, siamo gli uni i maggiori partner commerciali e acquirenti degli altri». Occhio a giocare troppo con il fuoco, perché se un domani dovesse saltare il banco i primi a pagarne le conseguenze sarebbero proprio i tedeschi. Non c'è che dire, una bella testa di cavallo nel letto di Angela Merkel.
Se la Banca centrale europea fa la sua parte, altrettanto non si può dire di Bruxelles. E infatti la Lagarde ci va giù pesante. «La proposta della Commissione europea per la revisione del Quadro finanziario pluriennale e per il “Next generation Eu" (cioè il Recovery fund, ndr) è decisiva», spiega il governatore, «è fondamentale che questo pacchetto venga approvato rapidamente […] ogni ritardo rischia di generare effetti negativi e far aumentare i costi, e dunque le necessità finanziarie, di questa crisi». Quasi ai limiti del grottesco l'ottimismo espresso ieri da Paolo Gentiloni, che si è detto «convinto del via libera al Recovery fund prima della pausa estiva». Come fa sommessamente notare il Financial Times, infatti, l'accordo è tutt'altro che vicino. Litigi sulla ripartizione dei fondi, dati economici di partenza definiti «superati» e una buona dose di pregiudizio nei confronti degli Stati ritenuti meno virtuosi. «Non siamo qui per aiutare chi per anni ha gestito male le finanze e non ha fatto le riforme», avrebbe commentato al Ft un diplomatico europeo. Risultato: sette Paesi (Paesi Bassi, Danimarca, Austria, Belgio, Irlanda, Lituania e Ungheria) già si sono detti contrari alla proposta della suddivisione delle risorse avanzata da Ursula von der Leyen. Considerato che il negoziato sul budget europeo è bloccato da quasi due anni, e per approvarlo occorre l'unanimità, il rischio che il Recovery fund non si faccia, né ora né mai, sembra davvero altissimo.
C’è il Btp anti Covid: Mes inutile ma lo vogliono
Il Tesoro cavalca (tardivamente) il buon esito delle recenti aste obbligazionarie e lancia un nuovo Btp. Si chiama Futura ed è un buono poliennale pensato per far fronte alla crisi del coronavirus. In pratica, l'esecutivo ha trovato da sé un'alternativa al Meccanismo europeo di stabilità, meglio noto come Fondo salvastati. Che, a questo punto, diventa pressoché inutile. O no?
Sta di fatto che il nuovo Btp Futura è uno strumento dedicato ai risparmiatori individuali del mercato retail (per cui non i grandi investitori istituzionali), con la prima emissione prevista da lunedì 6 luglio fino alle 13 di venerdì 10 luglio. La finalità dell'obbligazione è chiara: è pensato per «il futuro del Paese» perché l'emissione sarà interamente dedicata a finanziare le spese previste dagli ultimi provvedimenti varati dal governo per affrontare l'emergenza da Covid-19 e sostenere la ripresa del Paese. Btp Futura avrà una struttura cedolare pensata per premiare i risparmiatori che lo deterranno fino alla scadenza. Le cedole saranno infatti calcolate in base a dei tassi prefissati e saranno crescenti nel tempo, con il meccanismo cosiddetto «step-up».
La serie dei tassi minimi garantiti di questa emissione sarà comunicata venerdì 3 luglio, a ridosso dell'emissione. A differenza di altri prodotti del mondo obbligazionario, in questo caso non sono previsti limiti per la richiesta: la domanda, a partire da un lotto minimo di 1.000 euro, sarà infatti completamente soddisfatta, salvo facoltà da parte del ministero di chiudere anticipatamente l'emissione in caso di eccessiva richiesta.
Durante la videoconferenza di presentazione del nuovo titolo, il capo del debito pubblico del Tesoro, Davide Iacovoni, ha sottolineato che per quanto riguarda il premio fedeltà «chi acquista il Btp Futura durante il collocamento e lo tiene fino a scadenza riceverà un premio che verrà determinato sulla base del tasso di crescita del Pil nominale medio durante il periodo di vita del titolo». Quindi, «se il tasso medio annuo sarà dell'1,5% il premio finale sarà pari all'1,5% del capitale sottoscritto all'emissione», ha spiegato Iacovoni. «Il premio minimo è fissato all'1% ma è stato determinato anche un tetto massimo che è pari al 3%».
«Nel 2020 una nuova emissione di Btp Futura sarà all'ordine del giorno dopo la pausa estiva», ha proseguito. Il collocamento del nuovo Btp Futura avrà luogo sulla piattaforma Mot attraverso due banche: Banca Imi e Unicredit, «vediamo se aggiungere co-dealer (altri collocatori, ndr), molto probabilmente lo faremo, ma stiamo ancora finalizzando i dettagli».
Da inizio anno le emissioni totali di tutte le tipologie di titoli di Stato sono state pari a 280 miliardi di euro, 80 miliardi in più se confrontate con quelle del 2019. Il nuovo Btp Futura fa parte di una strategia di gestione del debito pubblico italiano finalizzato a costruire un rapporto più stretto e diretto con i risparmiatori retail», ha spiegato Alessandro Rivera, dg del Mef precisando che «la quota di debito detenuta dal retail è piuttosto bassa, inferiore al 4%, e si confronta con cifre che all'inizio degli anni 2000 erano superiori al 10%».
«Le famiglie e i piccoli risparmiatori italiani», ha spiegato, «detengono molti titoli di Stato italiani ma in forma indiretta (attraverso fondi comuni o polizze) e accanto a queste forme c'è uno spazio per recuperare questo rapporto diretto del Tesoro proponendo prodotti dedicati», ha proseguito.
La prima emissione del Btp Futura avrà una durata compresa fra otto anni e dieci anni: la decisione definitiva verrà comunicata venerdì 19 giugno. Resta tuttavia da capire perché, a questo punto, il governo insista ancora con strumenti come il Recovery fund o come il Mes, che si presenta peraltro anch'esso come uno strumento economico «anti Covid». Come La Verità ha raccontato più volte, il governo si è però intestardito nel sottostare ai ricatti Ue anziché sostenere le aste dei nostri titoli di Stato. A cui, anzi, Roberto Gualtieri ha finora imposto il freno a mano tirato.
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Un rapporto dell'associazione M&M e della Fondazione Cerm ci spiega cosa faremo con i prestiti del Mes. Peccato che tra i firmatari del documento ci sia proprio un ex dirigente del Meccanismo europeo di stabilità.La Banca centrale è viva. È il Recovery fund che non si sente tanto bene. Christine Lagarde copia Mario Draghi e dice di sostenere la ripresa «con tutte le misure necessarie». Poi mette in riga giudici tedeschi e Commissione. Sul piano Ue l'intesa è lontanissima. C'è il Btp anti Covid: Mes inutile ma lo vogliono. Roberto Gualtieri lancia Futura, un buono poliennale pensato proprio per far fronte alla crisi del coronavirus.Lo speciale comprende tre articoli. «La pandemia ha prodotto una lacerazione profonda nei rapporti tra società ed economia, tra diritti ed equilibri di bilancio». Così si apre il rapporto dell'associazione M&M e dalla Fondazione Cerm. E quindi servono i soldi del Mes. Non i soldi in generale, spiega il report cui starebbe direttamente attingendo il governo, ma quelli del Mes in particolare. Prima priorità: «Ancora troppi ospedali sono vecchi». Giustissimo. Rinnoviamoli, perfetto. Costruiamone di nuovi. No, un momento. «Al Paese non servono nuovi ospedali, la chiusura delle strutture più piccole che mai potranno raggiungere standard di funzionamento adeguati deve proseguire», intima il Cerm. Sembra un po' Mes prima maniera, questa raccomandazione, ma fa nulla... Poi serve, dicono M&M e Cerm, integrare «sanità e assistenza». Sospiro di sollievo. Poi servono i costi standard: la solita siringa che deve costare uguale sia a Monza che a Trani. Un evergreen. Poi bisogna «potenziare la rete diagnostica e assistenza domiciliare». Infine, rinnovare le «dotazioni tecnologiche sanitarie». Tutto condivisibile. Resta da capire perché Cerm e M&M vogliano in tutti i modi rifilarci il Mes. Matteo Renzi prova a spiegarlo ad Agorà, su Rai Tre: «Dire no al Mes può farlo soltanto chi i soldi ce li ha già». E noi? Potremmo non riuscire a trovarli se necessario? Perché è questo il caso in cui appunto interviene il Fondo salvastati. La risposta sta nei numeri. Nei primi cinque mesi del 2020 il Tesoro ha collocato 187 miliardi di titoli. Complessivamente, nelle 112 aste tenutesi fino al 31 maggio 2020, gli investitori hanno domandato 313 miliardi: il 67% in più di quanto offerto. Nel complesso ci sono quindi tantissimi soldi. Perché servono quelli del Mes? La Bce prima ha ingranato la quarta deliberando a marzo un programma di acquisto straordinario di titoli (il Pepp) per 750 miliardi. Poi la quinta, aggiungendone altri 600 lo scorso 4 giugno. Tutto questo in aggiunta a quanto già iniziato nel 2015 con il cosiddetto Quantitative easing. Con questi soldi la Bce ha acquistato ben 173 miliardi di titoli di stato, più 14 di istituti sopranazionali quali la Bei di cui fa parte Fabio Pammolli. Pammolli è il presidente del Cerm, e si comincia a intravvedere il perché di questo amore per il Fondo salvastati. Ma Pammolli interviene esattamente con i titoli di esperto della Bei, e quindi non c'è nulla di strano. Peraltro pure il Mes si finanzierebbe a Francoforte per prestarci poi i soldi. Peccato però che la Bce stia già finanziando il debito italiano. Quindi la domanda ritorna prepotente: perché vogliono rifilarci in tutti i modi il Mes? L'Eurotower, con il Pepp, ha già acquistato oltre 37 miliardi di Btp. Guarda caso quelli che vorrebbe in tutti i modi darci il Mes, che evidentemente sembra piacere tanto all'ex consigliere dei governi Letta, Renzi e Gentiloni. Sì, quel Fabrizio Pagani e che ora presiede l'associazione M&M che partecipa alla stesura del report. Ora tutto sembra più chiaro. Ma la Bce, di questo passo e una volta completato il Pepp, arriverebbe ad avere in portafoglio quasi mille miliardi di bond sovrani emessi dai governi dell'eurozona. E quanti sarebbero i Btp acquistati dall'Eurotower? Con il Pepp Francoforte ha stanziato quasi il 22% del suo budget per titoli italiani. Tanto, visto che in base alla regola del cosiddetto «capital key» (i livello di acquisti in proporzione alla quota di capitale detenuta da ciascuno Stato) si sarebbe dovuta fermare intorno al 17%. Un vero e proprio occhio di riguardo per l'Italia, perché la quota di acquisti dei bund tedeschi è pari a quasi il 27%. Se la Bce tornasse a rispettare la regola del capital key (ma stando alla Lagarde non accadrà), si fermerebbe a circa 170. Comunque tantissimi soldi.Qualcuno, fra gli estensori di un report così accurato, queste cose le saprà di sicuro. Uno di questi è Cosimo Pacciani, importante banchiere con prestigiosi incarichi in Royal Bank of Scotland, Csfb e Mps. Lo stesso ha ricoperto per tre anni il ruolo di Chief risk officer...del Mes, prima di andare a lavorare con Davide Serra in Algebris. Completano il team Carlo Altomonte (bocconiano doc, nonché già consulente di Sanofi), Gioia Ghezzi (già McKinsey, alla guida di Ferrovie in piena era renziana prima e, da poche settimane, di Atm), Roberto Sambuco (prima manager nella telefonia, poi tra le altre cose capo dipartimento per le Comunicazioni del Mise con Berlusconi, Monti e Letta).Ora è tutto definitivamente chiaro. Il Mes prima reclamizza sul suo blog i suoi strumenti utili a finanziare la nostra sanità, poi ci scrive i piani di investimento, facendoli firmare a suoi ex dipendenti e a esperti a vario titolo legati a forze politiche che lo ritengono essenziale. Resta solo da convincere, con una pistola politica alla tempia, il M5s a dire quel sì che - secondo i bene informati - è già stato deciso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-fondo-salvastati-si-scrive-da-solo-i-piani-di-investimento-per-litalia-2646164756.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-banca-centrale-e-viva-e-il-recovery-fund-che-non-si-sente-tanto-bene" data-post-id="2646164756" data-published-at="1591644780" data-use-pagination="False"> La Banca centrale è viva. È il Recovery fund che non si sente tanto bene «Di fronte a sfide straordinarie, l'Europa ha bisogno di risposte straordinarie». Discorso breve ma destinato a lasciare il segno quello tenuto ieri dal governatore della Banca centrale europea, Christine Lagarde, intervenuta di fronte ai membri della commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo. Nel quarto d'ora a sua disposizione, la Lagarde è salita in cattedra spiegando le ragioni della decisione annunciata qualche giorno fa di ampliare il Programma di acquisto di emergenza in caso di pandemia (Pepp), portandone la dotazione a complessivi 1.350 miliardi di euro, ovvero 600 in più rispetto ai piani iniziali. Ma l'occasione è servita anche per assestare un paio di sonori ceffoni ai giudici della Corte costituzionale tedesca (intenzionati a cassare il nuovo Quantitive easing) e, contemporaneamente, mettere in riga Commissione e Stati membri dell'Ue in materia di Recovery fund. «Potete essere certi che la Bce continuerà, nell'ambito del proprio mandato, a sostenere la ripresa con tutte le misure necessarie». Cioè la versione moderna della promessa di salvare l'euro «whatever it takes» (cioè a tutti i costi), pronunciata dal predecessore Mario Draghi quasi otto anni fa nel bel mezzo della crisi dei debiti sovrani. Tutto ruota intorno al perimetro di quel fatidico mandato, che gli Stati meridionali sognano di far coincidere con quello di una tradizionale banca centrale, mentre i Paesi nordici (sulla scorta della sentenza di Karlsruhe) minacciano di restringere quasi fino all'annullamento. È esattamente a questo livello che si gioca il futuro dell'euro, e forse dell'intera Unione europea. Ebbene, ieri Christine Lagarde ha compiuto un decisivo passo in avanti, specificando con forza che quel mandato bistrattato e deriso dai detrattori dell'interventismo monetario va ben oltre la semplice stabilità dei prezzi. Obiettivo che non ha senso se slegato dalla ripresa economica: «La stabilità dei prezzi va a braccetto con un'economia sana e un sistema finanziario robusto». È il significato delle misure introdotte dalla Bce negli ultimi anni, le quali «non solo hanno fatto sì che l'economia non cadesse in una condizione depressa e deflazionistica, ma hanno anche contribuito a sostenere l'occupazione e ridurre i rischi legati alla stabilità finanziaria». Tradotto in altri termini, Francoforte sa cosa fare, e sa anche come farlo. «Le misure legate alla crisi sono temporanee, mirate e proporzionate», ha spiegato la Lagarde. Temporanee perché il Pepp durerà «almeno fino a giugno del 2021, e comunque fino a quando il Consiglio direttivo riterrà che l'emergenza coronavirus sarà terminata»; mirate «allo choc specifico e alla contingenza di fronte alla quale ci troviamo, volte a sanare le difficoltà economiche causate dalla pandemia»; proporzionate ai «gravi rischi che stiamo affrontando per il nostro mandato». Una valutazione di proporzionalità «costante», inclusa la ponderazione dei «potenziali effetti collaterali», così come l'eventualità che «strumenti alternativi possano essere più efficaci per raggiungere i nostri obiettivi». Qua il messaggio all'indirizzo dei togati di Karlsruhe si fa molto chiaro. Se in ballo c'è la sopravvivenza dell'euro, tutto è proporzionato. Piuttosto, l'invito nei confronti della Germania è quello di astenersi dalle lamentele: «Grazie al mercato unico, siamo gli uni i maggiori partner commerciali e acquirenti degli altri». Occhio a giocare troppo con il fuoco, perché se un domani dovesse saltare il banco i primi a pagarne le conseguenze sarebbero proprio i tedeschi. Non c'è che dire, una bella testa di cavallo nel letto di Angela Merkel. Se la Banca centrale europea fa la sua parte, altrettanto non si può dire di Bruxelles. E infatti la Lagarde ci va giù pesante. «La proposta della Commissione europea per la revisione del Quadro finanziario pluriennale e per il “Next generation Eu" (cioè il Recovery fund, ndr) è decisiva», spiega il governatore, «è fondamentale che questo pacchetto venga approvato rapidamente […] ogni ritardo rischia di generare effetti negativi e far aumentare i costi, e dunque le necessità finanziarie, di questa crisi». Quasi ai limiti del grottesco l'ottimismo espresso ieri da Paolo Gentiloni, che si è detto «convinto del via libera al Recovery fund prima della pausa estiva». Come fa sommessamente notare il Financial Times, infatti, l'accordo è tutt'altro che vicino. Litigi sulla ripartizione dei fondi, dati economici di partenza definiti «superati» e una buona dose di pregiudizio nei confronti degli Stati ritenuti meno virtuosi. «Non siamo qui per aiutare chi per anni ha gestito male le finanze e non ha fatto le riforme», avrebbe commentato al Ft un diplomatico europeo. Risultato: sette Paesi (Paesi Bassi, Danimarca, Austria, Belgio, Irlanda, Lituania e Ungheria) già si sono detti contrari alla proposta della suddivisione delle risorse avanzata da Ursula von der Leyen. Considerato che il negoziato sul budget europeo è bloccato da quasi due anni, e per approvarlo occorre l'unanimità, il rischio che il Recovery fund non si faccia, né ora né mai, sembra davvero altissimo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-fondo-salvastati-si-scrive-da-solo-i-piani-di-investimento-per-litalia-2646164756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ce-il-btp-anti-covid-mes-inutile-ma-lo-vogliono" data-post-id="2646164756" data-published-at="1591644780" data-use-pagination="False"> C’è il Btp anti Covid: Mes inutile ma lo vogliono Il Tesoro cavalca (tardivamente) il buon esito delle recenti aste obbligazionarie e lancia un nuovo Btp. Si chiama Futura ed è un buono poliennale pensato per far fronte alla crisi del coronavirus. In pratica, l'esecutivo ha trovato da sé un'alternativa al Meccanismo europeo di stabilità, meglio noto come Fondo salvastati. Che, a questo punto, diventa pressoché inutile. O no? Sta di fatto che il nuovo Btp Futura è uno strumento dedicato ai risparmiatori individuali del mercato retail (per cui non i grandi investitori istituzionali), con la prima emissione prevista da lunedì 6 luglio fino alle 13 di venerdì 10 luglio. La finalità dell'obbligazione è chiara: è pensato per «il futuro del Paese» perché l'emissione sarà interamente dedicata a finanziare le spese previste dagli ultimi provvedimenti varati dal governo per affrontare l'emergenza da Covid-19 e sostenere la ripresa del Paese. Btp Futura avrà una struttura cedolare pensata per premiare i risparmiatori che lo deterranno fino alla scadenza. Le cedole saranno infatti calcolate in base a dei tassi prefissati e saranno crescenti nel tempo, con il meccanismo cosiddetto «step-up». La serie dei tassi minimi garantiti di questa emissione sarà comunicata venerdì 3 luglio, a ridosso dell'emissione. A differenza di altri prodotti del mondo obbligazionario, in questo caso non sono previsti limiti per la richiesta: la domanda, a partire da un lotto minimo di 1.000 euro, sarà infatti completamente soddisfatta, salvo facoltà da parte del ministero di chiudere anticipatamente l'emissione in caso di eccessiva richiesta. Durante la videoconferenza di presentazione del nuovo titolo, il capo del debito pubblico del Tesoro, Davide Iacovoni, ha sottolineato che per quanto riguarda il premio fedeltà «chi acquista il Btp Futura durante il collocamento e lo tiene fino a scadenza riceverà un premio che verrà determinato sulla base del tasso di crescita del Pil nominale medio durante il periodo di vita del titolo». Quindi, «se il tasso medio annuo sarà dell'1,5% il premio finale sarà pari all'1,5% del capitale sottoscritto all'emissione», ha spiegato Iacovoni. «Il premio minimo è fissato all'1% ma è stato determinato anche un tetto massimo che è pari al 3%». «Nel 2020 una nuova emissione di Btp Futura sarà all'ordine del giorno dopo la pausa estiva», ha proseguito. Il collocamento del nuovo Btp Futura avrà luogo sulla piattaforma Mot attraverso due banche: Banca Imi e Unicredit, «vediamo se aggiungere co-dealer (altri collocatori, ndr), molto probabilmente lo faremo, ma stiamo ancora finalizzando i dettagli». Da inizio anno le emissioni totali di tutte le tipologie di titoli di Stato sono state pari a 280 miliardi di euro, 80 miliardi in più se confrontate con quelle del 2019. Il nuovo Btp Futura fa parte di una strategia di gestione del debito pubblico italiano finalizzato a costruire un rapporto più stretto e diretto con i risparmiatori retail», ha spiegato Alessandro Rivera, dg del Mef precisando che «la quota di debito detenuta dal retail è piuttosto bassa, inferiore al 4%, e si confronta con cifre che all'inizio degli anni 2000 erano superiori al 10%». «Le famiglie e i piccoli risparmiatori italiani», ha spiegato, «detengono molti titoli di Stato italiani ma in forma indiretta (attraverso fondi comuni o polizze) e accanto a queste forme c'è uno spazio per recuperare questo rapporto diretto del Tesoro proponendo prodotti dedicati», ha proseguito. La prima emissione del Btp Futura avrà una durata compresa fra otto anni e dieci anni: la decisione definitiva verrà comunicata venerdì 19 giugno. Resta tuttavia da capire perché, a questo punto, il governo insista ancora con strumenti come il Recovery fund o come il Mes, che si presenta peraltro anch'esso come uno strumento economico «anti Covid». Come La Verità ha raccontato più volte, il governo si è però intestardito nel sottostare ai ricatti Ue anziché sostenere le aste dei nostri titoli di Stato. A cui, anzi, Roberto Gualtieri ha finora imposto il freno a mano tirato.
Nel riquadro la vittima Pietro Alberto Paolo Signor. Sullo sfondo i Giardini di Villetta Di Negro (iStock)
In questi anni, mentre era in attesa di regolarizzare la propria posizione, il senegalese ha deciso di segnalarsi per una condotta non proprio modello. È stato denunciato per rapina, furto, spaccio, ricettazione oltraggio, resistenza e violenza nei confronti di pubblici ufficiali. Un curriculum criminale di tutto rispetto che, però, non è bastato a farlo espellere.
Risultato? La morte di Signor, il quale, a sua volta, in passato era stato denunciato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Al momento della richiesta, a Cissé era stato rilasciato un permesso temporaneo, rinnovabile fino alla conclusione della procedura. Che, nel caso del quarantaduenne africano, è diventata interminabile. Durante l’attesa, molti richiedenti vengono inseriti nel sistema di accoglienza, mentre Cissé è diventato un balordo di strada.
Davanti alla commissione territoriale, come tutti gli stranieri nella sua posizione, aveva dovuto raccontare la propria storia, spiegare le ragioni della fuga e rispondere alle domande dei commissari. Che, però, alla fine, hanno respinto la sua richiesta. Cissé ha impugnato il provvedimento davanti alla sezione specializzata del Tribunale competente, che in questo caso dovrebbe essere Milano. Quando il giudice conferma il rigetto, è possibile ricorrere in Cassazione (ma solo per contestare errori di procedura o di diritto). Per quanto riguarda Cissé, non è chiaro in quale fase si trovi il suo ricorso. L’unica cosa certa è che questa volta, come è già accaduto in passato, ci è scappato il morto. La vittima, la scorsa estate, aveva usufruito della mensa di Sant’Egidio, ma i volontari dell’associazione non lo ricordano come uno dei volti che si incontrano nei giri serali per la distribuzione di cibo e indumenti. Ancora ieri aveva pubblicato sul suo profilo Facebook un video musicale, una cosa che faceva pressoché ogni giorno: rapper americano o cantanti italiani. E fino a qualche tempo fa scriveva un blog di poesie e riflessioni a sfondo religioso ed esistenziale. Al momento, però, gli investigatori dell’Arma non sono riusciti a scoprire dove abbia passato le ultime notti. Infatti risulta residente in via alla Casa comunale 1, l’indirizzo virtuale istituito dal Comune di Genova per permettere l’iscrizione anagrafica alle persone senza fissa dimora.
Oltre ad amare la musica, Signor era appassionato di poesia, tanto da cimentarsi in sonetti che ha raccolto in una pubblicazione - il titolo è L’anima in poesia di Paps - che si può ancora trovare in diversi siti. Aveva anche studiato alla facoltà di Lettere e filosofia, a Trieste. Poi aveva cominciato a girare l’Italia. Ultima tappa a Genova, dove ieri mattina ha trovato la morte per mano di Cissé. Secondo la prima ricostruzione dei carabinieri del Comando provinciale di Genova, guidato dal colonnello Alessandro Magro, il cittadino senegalese, al culmine di una lite per futili motivi, ha colpito ripetutamente alla testa l’italiano, procurandogli una forte botta al volto e varie ferite che bisognerà accertare se siano state causate da cocci di bottiglia o da una lama. Quindi gli ha legato polsi e caviglie con indumenti che aveva nello zaino e lo ha trascinato in strada. Una ragazza ha visto la scena e ha chiamato il 112. Gli uomini dell’Arma, dopo la segnalazione, sono intervenuti in pochissimi minuti riuscendo a bloccare il presunto responsabile dell’aggressione mentre era ancora sul posto. Nelle telecamere di sorveglianza sono state trovate immagini che riprendono la lite e l’aggressione. Anche l’indagato, a chi lo ha fermato, non ha voluto spiegare il suo gesto. Cissé, alla vista dei militari, ha dato in escandescenza e si è scagliato contro di loro e, in stato di agitazione, è stato ricoverato presso l’ospedale San Martino, dove è stato piantonato in attesa del trasferimento nel carcere di Marassi. In serata, dopo il fermo, la polizia giudiziaria ha proceduto all’arresto e ha inviato gli atti in Procura.
Il parco dove è avvenuto il delitto, Villetta Di Negro, è stato chiuso per consentire al personale della scientifica dell’Arma di svolgere i rilievi. La ragazza che ha chiamato il 112 è stata portata in caserma e interrogata. È anche merito suo se l’omicida non è riuscito a nascondere il corpo senza vita di Signor. Gli inquirenti dovranno capire come mai, invece di scappare, l’africano abbia perso tempo a legare la vittima. Un errore che probabilmente gli ha impedito di far perdere le proprie tracce, anche se le telecamere del parco avevano ripreso l’omicidio. Villetta Di Negro è un piccolo gioiello ottocentesco con una scenografica cascata e il Museo d’arte orientale Chiossonem in stile razionalista, il tutto affacciato sulla Place de l’Etoile genovese, piazza Corvetto. Nonostante queste bellezze, da tempo il giardino pubblico è abbandonato al degrado e, nonostante la chiusura notturna, accoglie numerosi sbandati. «Sono più di due settimane che chiediamo, come minoranza del Municipio 1 Centro-Est, una commissione su Villetta Di Negro, perché la situazione di pericolo, tra spaccio e tossici, era già evidente e le preoccupazioni dei cittadini erano sotto gli occhi di tutti. In due settimane la risposta del presidente Simona Cosso è stata insufficiente. Oggi ci troviamo a commentare un omicidio nel pieno centro della città. Davvero bisognava arrivare a un morto per sperare di essere ascoltati?», hanno dichiarato i consiglieri di Vince Genova, lista civica di centrodestra. Il sindaco Silvia Salis ha risposto da una delle sue tante trasferte, questa volta in Puglia: «L’amministrazione comunale sta seguendo con grande attenzione gli sviluppi della tragica aggressione avvenuta questa mattina a Villetta Di Negro. In questi momenti, il mio pensiero va alla vittima e il mio ringraziamento va alle forze dell’ordine che, grazie al loro immediato intervento, hanno individuato e fermato subito il presunto responsabile e stanno ricostruendo la dinamica di una vicenda che ci colpisce profondamente».
Pochi mesi fa, per la prima volta in Italia, è stato realizzato un censimento nazionale delle persone senza fissa dimora in 14 grandi città. Genova si è segnalata per un non invidiabile record: qui la percentuale di persone costrette a dormire all’aperto ha raggiunto il 65,9%. Nel capoluogo ligure, guidato dalla prima cittadina che piace alla gente che piace, quasi due terzi dei senza dimora non trovano posto in una struttura. Uno di questi sfortunati ha trovato la morte in una mattina di fine maggio su una collinetta che quasi si affaccia su Palazzo Tursi, la nobile dimora dove ha la sua sede il Comune di Genova.
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Nel riquadro Manuel Iannuzzi, accusato di maltrattamenti alla piccola Beatrice (Ansa)
La madre della piccola si trova in carcere dal 9 febbraio, inizialmente accusata di omicidio preterintenzionale, ma le indagini hanno portato a modificare la contestazione e adesso la donna è accusata dello stesso reato che ha portato all’arresto del compagno. La bambina era stata trovata morta nella casa della madre la mattina del 9 febbraio dai soccorritori chiamati dalla donna che sosteneva che la piccola aveva difficoltà a respirare. Gli operatori del 118 avevano, però, notato alcuni lividi e macchie sul corpicino e deciso di chiamare i carabinieri e il medico legale che, dopo l’esame esterno, aveva ipotizzato che la morte fosse avvenuta qualche ora prima, ovvero durante la notte.
La donna, interrogata in caserma, aveva sostenuto che i segni sul corpo della bambina erano dovuti a una caduta dalle scale di qualche giorno prima e di aver passato la notte tra l’8 e il 9 febbraio assieme alle tre figlie in casa del suo nuovo compagno, a Perinaldo. Al risveglio, avrebbe preso le tre bambine e sarebbe tornata a casa in macchina.
Le contraddizioni della donna e la comparazione del racconto con l’analisi delle telecamere di sorveglianza e le parole di alcuni testimoni avevano, però, portato all’arresto della donna. L’esame autoptico aveva rivelato la presenza di numerose lesioni e un trauma cranico come cause del decesso. I carabinieri del Ris di Parma, incaricati di eseguire rilievi e sequestri, avevano trovato tracce di sangue nell’auto della donna e nell’abitazione del compagno a Perinaldo. Nell’ordinanza di custodia cautelare, 33 pagine nelle quali si ripercorrono le indagini fin qui svolte e ancora aperte, si utilizzano parole come «sevizie» e «crudeltà» per spiegare quanto subito dalla bambina. A smentire la versione fornita dalla madre, che aveva chiamato il 118 dalla sua casa di Bordighera, non solo immagini delle telecamere della zona, ma anche tabulati telefonici.
La bambina era già morta quando, quella mattina, era stata riportata in macchina a casa, insieme alle due sorelline, dopo un fine settimana trascorso nella casa del compagno della madre a Perinaldo. Le bambine, già sentite dagli inquirenti in forma protetta, hanno delineato non solo il quadro dell’accaduto ma raccontato anche che madre e compagno avevano dato indicazioni di non raccontare cos’era successo, altrimenti sarebbero stati guai. La loro sorellina due sere prima era stata picchiata, non un maltrattamento occasionale ma una violenza che andava avanti da mesi. Il contesto è la casa del compagno della mamma, ma dagli elementi di indagine raccolti si evidenzia come le bambine venissero spesso lasciate sole a casa, in contesto di abbandono, anche tutta la notte.
La bimba dopo essere stata picchiata, comincia a stare male. Dopo un’apparente ripresa, la situazione peggiora e i due adulti tentano di farla riprendere sotto l’acqua. Persino le sorelline provano a dire «mamma, andiamo all’ospedale». Ma la bambina muore. Troppo profondi i traumi, che degenerano e che non sono compatibili con la «caduta dalle scale» accampata dalla madre, ma piuttosto con colpi da un oggetto contundente. La madre simulerà, una volta tornata a casa, un malore dell’ultimo momento ma fin dalle risultanze del primo esame sul corpo della bimba, lividi e traumi smentiscono, così come l’orario della morte che risale a ore prima rispetto alla chiamata di soccorso.
A dare una svolta alle indagini, come detto, sono state le sorelle della vittima, che hanno svelato particolari agghiaccianti raccontati ieri dal procuratore di Imperia, Sergio Lari, in una conferenza stampa: «Quella mattina per farla riprendere l’hanno tenuta sott’acqua, poi le hanno dato dello zucchero», ma non si sono rivolti ai medici e la piccola non si è mai ripresa.
Ma ad incastrare la coppia ci sarebbero anche le chat recuperate dagli investigatori sul cellulare dell’uomo: «Abbiamo sequestrato il telefono di Iannuzzi», ha spiegato ancora il procuratore, «e c’erano tanti messaggi Whatsapp in cui vengono descritti i maltrattamenti». E in un’intervista alla Tgr Liguria, Lari ha aggiunto ulteriori dettagli: «Nelle immagini trovate sul telefonino sequestrato ci sono diverse fotografie che ritraggono» la piccola «subito dopo le violenze subite. Vi sono più fotografie che ritraggono una situazione in cui la bambina presenta dei lividi molto importanti sul viso». Il procuratore, poi, precisa: «Abbiamo accelerato i tempi ma le indagini proseguono e devono arrivare la relazione dei Ris e la perizia autoptica completa. Ma il quadro era così chiaro che abbiamo potuto chiedere già da adesso la misura e il giudice l’ha applicata».
Il blitz di ieri mattina ha, inoltre, portato all’apertura di un nuovo filone d’indagine e all’arresto di Franco Iannuzzi, il padre di Manuel. Durante la perquisizione svolta dai carabinieri nella casa di Vallecrosia sono stati rinvenuti circa due chili di tritolo e la relativa miccia. Franco Iannuzzi è stato arrestato con l’accusa di detenzione di materiale esplodente. Secondo quanto appreso, il tritolo e la relativa miccia sono stati trovati nella cantina dell’immobile. Manuel Iannuzzi, dopo il sequestro dell’abitazione di Perinaldo dove, secondo gli inquirenti, sarebbe morta la figlia della sua compagna, si era dovuto trasferire a casa dei genitori, a Vallecrosia. Il materiale esplosivo è stato prelevato dal nucleo artificieri antisabotaggio dei carabinieri.
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Nel riquadro una delle cabine bruciate. Sullo sfondo la manifestazione ambientalista sull’autostrada (A22) che ha provocato il blocco del valico dall’Austria (Ansa)
All’interno, ciò che resta degli impianti appare come un ammasso nero, sciolto dalle temperature sviluppate dall’incendio innescato, valutano gli investigatori, da «liquido infiammabile».
È la scena lasciata dal rogo che la scorsa notte ha colpito due centraline elettriche lungo la linea ferroviaria Brennero-Verona Porta Nuova, nel tratto compreso tra Peri e Dolcè, al confine tra le province di Verona e Trento. Un incendio che i tecnici hanno subito definito come «di origine dolosa» e che ha paralizzato la circolazione ferroviaria. Per questo motivo il gesto, fino a ieri sera non rivendicato, viene letto dagli investigatori come un possibile tassello di una giornata molto più ampia di mobilitazione sull’asse del Brennero. Le indagini, dopo i rilievi della polizia scientifica, sono state affidate alla Digos della Questura di Verona. La pista privilegiata porta verso gli ambienti dell’ambientalismo radicale o dell’orbita anarco-insurrezionalista (che in passato sulla linea del Brennero ha colpito più volte). L’elemento che orienta gli investigatori è soprattutto la coincidenza temporale. Il sabotaggio è stato infatti compiuto poche ore prima della manifestazione ambientalista organizzata in Austria contro il traffico pesante e il transito dei tir attraverso il corridoio del Brennero (un valico strategico per il commercio). Una protesta annunciata da tempo e culminata con il blocco dell’autostrada del Brennero sul versante tirolese. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il rogo avrebbe colpito proprio l’unico sistema di collegamento nei trasporti rimasto operativo mentre l’attenzione era concentrata sulla protesta stradale. Dal punto di vista investigativo, quindi, la tempistica sembra rappresentare al momento uno degli elementi più significativi. Chi ha agito conosceva con precisione il calendario della protesta e ha scelto una finestra temporale in grado di amplificare l’impatto dell’azione.
Un secondo elemento che gli investigatori starebbero valutando riguarda la scelta dell’obiettivo. Le centraline elettriche non sono un bersaglio scelto a caso: colpire strutture essenziali consente di interrompere la circolazione senza intervenire direttamente sui binari.
Una modalità che presuppone la conoscenza del funzionamento della linea ferroviaria e dei suoi punti più vulnerabili. E infatti il risultato è stato immediato. La circolazione dei treni è stata subito interrotta, con ritardi e cancellazioni che si sono trascinati per ore.
Soltanto dalle 12.30 il traffico ferroviario ha ripreso a muoversi, anche se lentamente. E mentre la ferrovia veniva bloccata, in Austria andava in scena la manifestazione contro il traffico di transito. Alle 13, come previsto dagli organizzatori, centinaia di manifestanti hanno occupato l’autostrada del Brennero, a Matrei. Sugli striscioni comparivano slogan come: «L’Ue, il transito e il profitto distruggono la nostra salute» e «via il traffico pesante dalle nostre strade».
La manifestazione si è comunque svolta senza incidenti. I partecipanti rivendicano ragioni ambientali e sanitarie: «I motivi della protesta riguardano il traffico di transito in costante aumento», che causerebbe, secondo i manifestanti, ricadute «soprattutto di natura sanitaria per la popolazione». «Il flusso deve essere ridotto, non si può più andare avanti così», ha dichiarato Karl Mühlsteiger, sindaco di Gries am Brenner e promotore dell’iniziativa, ricordando gli oltre 14 milioni di passaggi di veicoli registrati ogni anno. Proprio la concomitanza tra la manifestazione annunciata e il sabotaggio, però, costituisce quindi uno dei nodi centrali dell’inchiesta.
Gli investigatori dovranno accertare se vi sia stato un collegamento diretto tra gli autori del rogo e gli ambienti della protesta oppure se qualcuno abbia sfruttato la mobilitazione come copertura ideale per compiere un’azione autonoma destinata ad avere un forte impatto.
Paradossalmente, però, proprio la viabilità stradale è stata l’aspetto che ha creato meno problemi. L’uscita obbligatoria al casello di Vipiteno e i percorsi alternativi predisposti tra Val Pusteria e Val Venosta hanno retto. Anche sul versante italiano non si sono registrate particolari criticità. Molti autotrasportatori e viaggiatori avevano infatti scelto di modificare in anticipo i programmi di viaggio. Al termine della manifestazione a Matrei, in Tirolo, il traffico è tornato regolare. Sul versante italiano, è stato riaperto lo snodo viario di Vipiteno. La vera emergenza si è spostata sui binari. Con Digos e Polfer al lavoro, in stretto contatto con l’Antiterrorismo, per capire chi abbia deciso di colpire le infrastrutture ferroviarie e se esista un collegamento tra il sabotaggio e la mobilitazione ambientalista.
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