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2020-06-09
Il piano italiano per il Mes scritto dal... Mes
Christine Lagarde (Ansa)
«La pandemia ha prodotto una lacerazione profonda nei rapporti tra società ed economia, tra diritti ed equilibri di bilancio». Così si apre il rapporto dell'associazione M&M e dalla Fondazione Cerm. E quindi servono i soldi del Mes. Non i soldi in generale, spiega il report cui starebbe direttamente attingendo il governo, ma quelli del Mes in particolare. Prima priorità: «Ancora troppi ospedali sono vecchi». Giustissimo. Rinnoviamoli, perfetto. Costruiamone di nuovi. No, un momento.
«Al Paese non servono nuovi ospedali, la chiusura delle strutture più piccole che mai potranno raggiungere standard di funzionamento adeguati deve proseguire», intima il Cerm. Sembra un po' Mes prima maniera, questa raccomandazione, ma fa nulla... Poi serve, dicono M&M e Cerm, integrare «sanità e assistenza». Sospiro di sollievo. Poi servono i costi standard: la solita siringa che deve costare uguale sia a Monza che a Trani. Un evergreen. Poi bisogna «potenziare la rete diagnostica e assistenza domiciliare». Infine, rinnovare le «dotazioni tecnologiche sanitarie». Tutto condivisibile. Resta da capire perché Cerm e M&M vogliano in tutti i modi rifilarci il Mes. Matteo Renzi prova a spiegarlo ad Agorà, su Rai Tre: «Dire no al Mes può farlo soltanto chi i soldi ce li ha già». E noi? Potremmo non riuscire a trovarli se necessario? Perché è questo il caso in cui appunto interviene il Fondo salvastati.
La risposta sta nei numeri. Nei primi cinque mesi del 2020 il Tesoro ha collocato 187 miliardi di titoli. Complessivamente, nelle 112 aste tenutesi fino al 31 maggio 2020, gli investitori hanno domandato 313 miliardi: il 67% in più di quanto offerto. Nel complesso ci sono quindi tantissimi soldi. Perché servono quelli del Mes?
La Bce prima ha ingranato la quarta deliberando a marzo un programma di acquisto straordinario di titoli (il Pepp) per 750 miliardi. Poi la quinta, aggiungendone altri 600 lo scorso 4 giugno. Tutto questo in aggiunta a quanto già iniziato nel 2015 con il cosiddetto Quantitative easing. Con questi soldi la Bce ha acquistato ben 173 miliardi di titoli di stato, più 14 di istituti sopranazionali quali la Bei di cui fa parte Fabio Pammolli.
Pammolli è il presidente del Cerm, e si comincia a intravvedere il perché di questo amore per il Fondo salvastati. Ma Pammolli interviene esattamente con i titoli di esperto della Bei, e quindi non c'è nulla di strano. Peraltro pure il Mes si finanzierebbe a Francoforte per prestarci poi i soldi. Peccato però che la Bce stia già finanziando il debito italiano. Quindi la domanda ritorna prepotente: perché vogliono rifilarci in tutti i modi il Mes?
L'Eurotower, con il Pepp, ha già acquistato oltre 37 miliardi di Btp. Guarda caso quelli che vorrebbe in tutti i modi darci il Mes, che evidentemente sembra piacere tanto all'ex consigliere dei governi Letta, Renzi e Gentiloni. Sì, quel Fabrizio Pagani e che ora presiede l'associazione M&M che partecipa alla stesura del report. Ora tutto sembra più chiaro. Ma la Bce, di questo passo e una volta completato il Pepp, arriverebbe ad avere in portafoglio quasi mille miliardi di bond sovrani emessi dai governi dell'eurozona. E quanti sarebbero i Btp acquistati dall'Eurotower? Con il Pepp Francoforte ha stanziato quasi il 22% del suo budget per titoli italiani. Tanto, visto che in base alla regola del cosiddetto «capital key» (i livello di acquisti in proporzione alla quota di capitale detenuta da ciascuno Stato) si sarebbe dovuta fermare intorno al 17%. Un vero e proprio occhio di riguardo per l'Italia, perché la quota di acquisti dei bund tedeschi è pari a quasi il 27%. Se la Bce tornasse a rispettare la regola del capital key (ma stando alla Lagarde non accadrà), si fermerebbe a circa 170. Comunque tantissimi soldi.
Qualcuno, fra gli estensori di un report così accurato, queste cose le saprà di sicuro.
Uno di questi è Cosimo Pacciani, importante banchiere con prestigiosi incarichi in Royal Bank of Scotland, Csfb e Mps. Lo stesso ha ricoperto per tre anni il ruolo di Chief risk officer...del Mes, prima di andare a lavorare con Davide Serra in Algebris. Completano il team Carlo Altomonte (bocconiano doc, nonché già consulente di Sanofi), Gioia Ghezzi (già McKinsey, alla guida di Ferrovie in piena era renziana prima e, da poche settimane, di Atm), Roberto Sambuco (prima manager nella telefonia, poi tra le altre cose capo dipartimento per le Comunicazioni del Mise con Berlusconi, Monti e Letta).
Ora è tutto definitivamente chiaro. Il Mes prima reclamizza sul suo blog i suoi strumenti utili a finanziare la nostra sanità, poi ci scrive i piani di investimento, facendoli firmare a suoi ex dipendenti e a esperti a vario titolo legati a forze politiche che lo ritengono essenziale. Resta solo da convincere, con una pistola politica alla tempia, il M5s a dire quel sì che - secondo i bene informati - è già stato deciso.
La Banca centrale è viva. È il Recovery fund che non si sente tanto bene
«Di fronte a sfide straordinarie, l'Europa ha bisogno di risposte straordinarie». Discorso breve ma destinato a lasciare il segno quello tenuto ieri dal governatore della Banca centrale europea, Christine Lagarde, intervenuta di fronte ai membri della commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo. Nel quarto d'ora a sua disposizione, la Lagarde è salita in cattedra spiegando le ragioni della decisione annunciata qualche giorno fa di ampliare il Programma di acquisto di emergenza in caso di pandemia (Pepp), portandone la dotazione a complessivi 1.350 miliardi di euro, ovvero 600 in più rispetto ai piani iniziali.
Ma l'occasione è servita anche per assestare un paio di sonori ceffoni ai giudici della Corte costituzionale tedesca (intenzionati a cassare il nuovo Quantitive easing) e, contemporaneamente, mettere in riga Commissione e Stati membri dell'Ue in materia di Recovery fund.
«Potete essere certi che la Bce continuerà, nell'ambito del proprio mandato, a sostenere la ripresa con tutte le misure necessarie». Cioè la versione moderna della promessa di salvare l'euro «whatever it takes» (cioè a tutti i costi), pronunciata dal predecessore Mario Draghi quasi otto anni fa nel bel mezzo della crisi dei debiti sovrani. Tutto ruota intorno al perimetro di quel fatidico mandato, che gli Stati meridionali sognano di far coincidere con quello di una tradizionale banca centrale, mentre i Paesi nordici (sulla scorta della sentenza di Karlsruhe) minacciano di restringere quasi fino all'annullamento. È esattamente a questo livello che si gioca il futuro dell'euro, e forse dell'intera Unione europea.
Ebbene, ieri Christine Lagarde ha compiuto un decisivo passo in avanti, specificando con forza che quel mandato bistrattato e deriso dai detrattori dell'interventismo monetario va ben oltre la semplice stabilità dei prezzi. Obiettivo che non ha senso se slegato dalla ripresa economica: «La stabilità dei prezzi va a braccetto con un'economia sana e un sistema finanziario robusto». È il significato delle misure introdotte dalla Bce negli ultimi anni, le quali «non solo hanno fatto sì che l'economia non cadesse in una condizione depressa e deflazionistica, ma hanno anche contribuito a sostenere l'occupazione e ridurre i rischi legati alla stabilità finanziaria».
Tradotto in altri termini, Francoforte sa cosa fare, e sa anche come farlo. «Le misure legate alla crisi sono temporanee, mirate e proporzionate», ha spiegato la Lagarde. Temporanee perché il Pepp durerà «almeno fino a giugno del 2021, e comunque fino a quando il Consiglio direttivo riterrà che l'emergenza coronavirus sarà terminata»; mirate «allo choc specifico e alla contingenza di fronte alla quale ci troviamo, volte a sanare le difficoltà economiche causate dalla pandemia»; proporzionate ai «gravi rischi che stiamo affrontando per il nostro mandato».
Una valutazione di proporzionalità «costante», inclusa la ponderazione dei «potenziali effetti collaterali», così come l'eventualità che «strumenti alternativi possano essere più efficaci per raggiungere i nostri obiettivi». Qua il messaggio all'indirizzo dei togati di Karlsruhe si fa molto chiaro. Se in ballo c'è la sopravvivenza dell'euro, tutto è proporzionato. Piuttosto, l'invito nei confronti della Germania è quello di astenersi dalle lamentele: «Grazie al mercato unico, siamo gli uni i maggiori partner commerciali e acquirenti degli altri». Occhio a giocare troppo con il fuoco, perché se un domani dovesse saltare il banco i primi a pagarne le conseguenze sarebbero proprio i tedeschi. Non c'è che dire, una bella testa di cavallo nel letto di Angela Merkel.
Se la Banca centrale europea fa la sua parte, altrettanto non si può dire di Bruxelles. E infatti la Lagarde ci va giù pesante. «La proposta della Commissione europea per la revisione del Quadro finanziario pluriennale e per il “Next generation Eu" (cioè il Recovery fund, ndr) è decisiva», spiega il governatore, «è fondamentale che questo pacchetto venga approvato rapidamente […] ogni ritardo rischia di generare effetti negativi e far aumentare i costi, e dunque le necessità finanziarie, di questa crisi». Quasi ai limiti del grottesco l'ottimismo espresso ieri da Paolo Gentiloni, che si è detto «convinto del via libera al Recovery fund prima della pausa estiva». Come fa sommessamente notare il Financial Times, infatti, l'accordo è tutt'altro che vicino. Litigi sulla ripartizione dei fondi, dati economici di partenza definiti «superati» e una buona dose di pregiudizio nei confronti degli Stati ritenuti meno virtuosi. «Non siamo qui per aiutare chi per anni ha gestito male le finanze e non ha fatto le riforme», avrebbe commentato al Ft un diplomatico europeo. Risultato: sette Paesi (Paesi Bassi, Danimarca, Austria, Belgio, Irlanda, Lituania e Ungheria) già si sono detti contrari alla proposta della suddivisione delle risorse avanzata da Ursula von der Leyen. Considerato che il negoziato sul budget europeo è bloccato da quasi due anni, e per approvarlo occorre l'unanimità, il rischio che il Recovery fund non si faccia, né ora né mai, sembra davvero altissimo.
C’è il Btp anti Covid: Mes inutile ma lo vogliono
Il Tesoro cavalca (tardivamente) il buon esito delle recenti aste obbligazionarie e lancia un nuovo Btp. Si chiama Futura ed è un buono poliennale pensato per far fronte alla crisi del coronavirus. In pratica, l'esecutivo ha trovato da sé un'alternativa al Meccanismo europeo di stabilità, meglio noto come Fondo salvastati. Che, a questo punto, diventa pressoché inutile. O no?
Sta di fatto che il nuovo Btp Futura è uno strumento dedicato ai risparmiatori individuali del mercato retail (per cui non i grandi investitori istituzionali), con la prima emissione prevista da lunedì 6 luglio fino alle 13 di venerdì 10 luglio. La finalità dell'obbligazione è chiara: è pensato per «il futuro del Paese» perché l'emissione sarà interamente dedicata a finanziare le spese previste dagli ultimi provvedimenti varati dal governo per affrontare l'emergenza da Covid-19 e sostenere la ripresa del Paese. Btp Futura avrà una struttura cedolare pensata per premiare i risparmiatori che lo deterranno fino alla scadenza. Le cedole saranno infatti calcolate in base a dei tassi prefissati e saranno crescenti nel tempo, con il meccanismo cosiddetto «step-up».
La serie dei tassi minimi garantiti di questa emissione sarà comunicata venerdì 3 luglio, a ridosso dell'emissione. A differenza di altri prodotti del mondo obbligazionario, in questo caso non sono previsti limiti per la richiesta: la domanda, a partire da un lotto minimo di 1.000 euro, sarà infatti completamente soddisfatta, salvo facoltà da parte del ministero di chiudere anticipatamente l'emissione in caso di eccessiva richiesta.
Durante la videoconferenza di presentazione del nuovo titolo, il capo del debito pubblico del Tesoro, Davide Iacovoni, ha sottolineato che per quanto riguarda il premio fedeltà «chi acquista il Btp Futura durante il collocamento e lo tiene fino a scadenza riceverà un premio che verrà determinato sulla base del tasso di crescita del Pil nominale medio durante il periodo di vita del titolo». Quindi, «se il tasso medio annuo sarà dell'1,5% il premio finale sarà pari all'1,5% del capitale sottoscritto all'emissione», ha spiegato Iacovoni. «Il premio minimo è fissato all'1% ma è stato determinato anche un tetto massimo che è pari al 3%».
«Nel 2020 una nuova emissione di Btp Futura sarà all'ordine del giorno dopo la pausa estiva», ha proseguito. Il collocamento del nuovo Btp Futura avrà luogo sulla piattaforma Mot attraverso due banche: Banca Imi e Unicredit, «vediamo se aggiungere co-dealer (altri collocatori, ndr), molto probabilmente lo faremo, ma stiamo ancora finalizzando i dettagli».
Da inizio anno le emissioni totali di tutte le tipologie di titoli di Stato sono state pari a 280 miliardi di euro, 80 miliardi in più se confrontate con quelle del 2019. Il nuovo Btp Futura fa parte di una strategia di gestione del debito pubblico italiano finalizzato a costruire un rapporto più stretto e diretto con i risparmiatori retail», ha spiegato Alessandro Rivera, dg del Mef precisando che «la quota di debito detenuta dal retail è piuttosto bassa, inferiore al 4%, e si confronta con cifre che all'inizio degli anni 2000 erano superiori al 10%».
«Le famiglie e i piccoli risparmiatori italiani», ha spiegato, «detengono molti titoli di Stato italiani ma in forma indiretta (attraverso fondi comuni o polizze) e accanto a queste forme c'è uno spazio per recuperare questo rapporto diretto del Tesoro proponendo prodotti dedicati», ha proseguito.
La prima emissione del Btp Futura avrà una durata compresa fra otto anni e dieci anni: la decisione definitiva verrà comunicata venerdì 19 giugno. Resta tuttavia da capire perché, a questo punto, il governo insista ancora con strumenti come il Recovery fund o come il Mes, che si presenta peraltro anch'esso come uno strumento economico «anti Covid». Come La Verità ha raccontato più volte, il governo si è però intestardito nel sottostare ai ricatti Ue anziché sostenere le aste dei nostri titoli di Stato. A cui, anzi, Roberto Gualtieri ha finora imposto il freno a mano tirato.
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Un rapporto dell'associazione M&M e della Fondazione Cerm ci spiega cosa faremo con i prestiti del Mes. Peccato che tra i firmatari del documento ci sia proprio un ex dirigente del Meccanismo europeo di stabilità.La Banca centrale è viva. È il Recovery fund che non si sente tanto bene. Christine Lagarde copia Mario Draghi e dice di sostenere la ripresa «con tutte le misure necessarie». Poi mette in riga giudici tedeschi e Commissione. Sul piano Ue l'intesa è lontanissima. C'è il Btp anti Covid: Mes inutile ma lo vogliono. Roberto Gualtieri lancia Futura, un buono poliennale pensato proprio per far fronte alla crisi del coronavirus.Lo speciale comprende tre articoli. «La pandemia ha prodotto una lacerazione profonda nei rapporti tra società ed economia, tra diritti ed equilibri di bilancio». Così si apre il rapporto dell'associazione M&M e dalla Fondazione Cerm. E quindi servono i soldi del Mes. Non i soldi in generale, spiega il report cui starebbe direttamente attingendo il governo, ma quelli del Mes in particolare. Prima priorità: «Ancora troppi ospedali sono vecchi». Giustissimo. Rinnoviamoli, perfetto. Costruiamone di nuovi. No, un momento. «Al Paese non servono nuovi ospedali, la chiusura delle strutture più piccole che mai potranno raggiungere standard di funzionamento adeguati deve proseguire», intima il Cerm. Sembra un po' Mes prima maniera, questa raccomandazione, ma fa nulla... Poi serve, dicono M&M e Cerm, integrare «sanità e assistenza». Sospiro di sollievo. Poi servono i costi standard: la solita siringa che deve costare uguale sia a Monza che a Trani. Un evergreen. Poi bisogna «potenziare la rete diagnostica e assistenza domiciliare». Infine, rinnovare le «dotazioni tecnologiche sanitarie». Tutto condivisibile. Resta da capire perché Cerm e M&M vogliano in tutti i modi rifilarci il Mes. Matteo Renzi prova a spiegarlo ad Agorà, su Rai Tre: «Dire no al Mes può farlo soltanto chi i soldi ce li ha già». E noi? Potremmo non riuscire a trovarli se necessario? Perché è questo il caso in cui appunto interviene il Fondo salvastati. La risposta sta nei numeri. Nei primi cinque mesi del 2020 il Tesoro ha collocato 187 miliardi di titoli. Complessivamente, nelle 112 aste tenutesi fino al 31 maggio 2020, gli investitori hanno domandato 313 miliardi: il 67% in più di quanto offerto. Nel complesso ci sono quindi tantissimi soldi. Perché servono quelli del Mes? La Bce prima ha ingranato la quarta deliberando a marzo un programma di acquisto straordinario di titoli (il Pepp) per 750 miliardi. Poi la quinta, aggiungendone altri 600 lo scorso 4 giugno. Tutto questo in aggiunta a quanto già iniziato nel 2015 con il cosiddetto Quantitative easing. Con questi soldi la Bce ha acquistato ben 173 miliardi di titoli di stato, più 14 di istituti sopranazionali quali la Bei di cui fa parte Fabio Pammolli. Pammolli è il presidente del Cerm, e si comincia a intravvedere il perché di questo amore per il Fondo salvastati. Ma Pammolli interviene esattamente con i titoli di esperto della Bei, e quindi non c'è nulla di strano. Peraltro pure il Mes si finanzierebbe a Francoforte per prestarci poi i soldi. Peccato però che la Bce stia già finanziando il debito italiano. Quindi la domanda ritorna prepotente: perché vogliono rifilarci in tutti i modi il Mes? L'Eurotower, con il Pepp, ha già acquistato oltre 37 miliardi di Btp. Guarda caso quelli che vorrebbe in tutti i modi darci il Mes, che evidentemente sembra piacere tanto all'ex consigliere dei governi Letta, Renzi e Gentiloni. Sì, quel Fabrizio Pagani e che ora presiede l'associazione M&M che partecipa alla stesura del report. Ora tutto sembra più chiaro. Ma la Bce, di questo passo e una volta completato il Pepp, arriverebbe ad avere in portafoglio quasi mille miliardi di bond sovrani emessi dai governi dell'eurozona. E quanti sarebbero i Btp acquistati dall'Eurotower? Con il Pepp Francoforte ha stanziato quasi il 22% del suo budget per titoli italiani. Tanto, visto che in base alla regola del cosiddetto «capital key» (i livello di acquisti in proporzione alla quota di capitale detenuta da ciascuno Stato) si sarebbe dovuta fermare intorno al 17%. Un vero e proprio occhio di riguardo per l'Italia, perché la quota di acquisti dei bund tedeschi è pari a quasi il 27%. Se la Bce tornasse a rispettare la regola del capital key (ma stando alla Lagarde non accadrà), si fermerebbe a circa 170. Comunque tantissimi soldi.Qualcuno, fra gli estensori di un report così accurato, queste cose le saprà di sicuro. Uno di questi è Cosimo Pacciani, importante banchiere con prestigiosi incarichi in Royal Bank of Scotland, Csfb e Mps. Lo stesso ha ricoperto per tre anni il ruolo di Chief risk officer...del Mes, prima di andare a lavorare con Davide Serra in Algebris. Completano il team Carlo Altomonte (bocconiano doc, nonché già consulente di Sanofi), Gioia Ghezzi (già McKinsey, alla guida di Ferrovie in piena era renziana prima e, da poche settimane, di Atm), Roberto Sambuco (prima manager nella telefonia, poi tra le altre cose capo dipartimento per le Comunicazioni del Mise con Berlusconi, Monti e Letta).Ora è tutto definitivamente chiaro. Il Mes prima reclamizza sul suo blog i suoi strumenti utili a finanziare la nostra sanità, poi ci scrive i piani di investimento, facendoli firmare a suoi ex dipendenti e a esperti a vario titolo legati a forze politiche che lo ritengono essenziale. Resta solo da convincere, con una pistola politica alla tempia, il M5s a dire quel sì che - secondo i bene informati - è già stato deciso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-fondo-salvastati-si-scrive-da-solo-i-piani-di-investimento-per-litalia-2646164756.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-banca-centrale-e-viva-e-il-recovery-fund-che-non-si-sente-tanto-bene" data-post-id="2646164756" data-published-at="1591644780" data-use-pagination="False"> La Banca centrale è viva. È il Recovery fund che non si sente tanto bene «Di fronte a sfide straordinarie, l'Europa ha bisogno di risposte straordinarie». Discorso breve ma destinato a lasciare il segno quello tenuto ieri dal governatore della Banca centrale europea, Christine Lagarde, intervenuta di fronte ai membri della commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo. Nel quarto d'ora a sua disposizione, la Lagarde è salita in cattedra spiegando le ragioni della decisione annunciata qualche giorno fa di ampliare il Programma di acquisto di emergenza in caso di pandemia (Pepp), portandone la dotazione a complessivi 1.350 miliardi di euro, ovvero 600 in più rispetto ai piani iniziali. Ma l'occasione è servita anche per assestare un paio di sonori ceffoni ai giudici della Corte costituzionale tedesca (intenzionati a cassare il nuovo Quantitive easing) e, contemporaneamente, mettere in riga Commissione e Stati membri dell'Ue in materia di Recovery fund. «Potete essere certi che la Bce continuerà, nell'ambito del proprio mandato, a sostenere la ripresa con tutte le misure necessarie». Cioè la versione moderna della promessa di salvare l'euro «whatever it takes» (cioè a tutti i costi), pronunciata dal predecessore Mario Draghi quasi otto anni fa nel bel mezzo della crisi dei debiti sovrani. Tutto ruota intorno al perimetro di quel fatidico mandato, che gli Stati meridionali sognano di far coincidere con quello di una tradizionale banca centrale, mentre i Paesi nordici (sulla scorta della sentenza di Karlsruhe) minacciano di restringere quasi fino all'annullamento. È esattamente a questo livello che si gioca il futuro dell'euro, e forse dell'intera Unione europea. Ebbene, ieri Christine Lagarde ha compiuto un decisivo passo in avanti, specificando con forza che quel mandato bistrattato e deriso dai detrattori dell'interventismo monetario va ben oltre la semplice stabilità dei prezzi. Obiettivo che non ha senso se slegato dalla ripresa economica: «La stabilità dei prezzi va a braccetto con un'economia sana e un sistema finanziario robusto». È il significato delle misure introdotte dalla Bce negli ultimi anni, le quali «non solo hanno fatto sì che l'economia non cadesse in una condizione depressa e deflazionistica, ma hanno anche contribuito a sostenere l'occupazione e ridurre i rischi legati alla stabilità finanziaria». Tradotto in altri termini, Francoforte sa cosa fare, e sa anche come farlo. «Le misure legate alla crisi sono temporanee, mirate e proporzionate», ha spiegato la Lagarde. Temporanee perché il Pepp durerà «almeno fino a giugno del 2021, e comunque fino a quando il Consiglio direttivo riterrà che l'emergenza coronavirus sarà terminata»; mirate «allo choc specifico e alla contingenza di fronte alla quale ci troviamo, volte a sanare le difficoltà economiche causate dalla pandemia»; proporzionate ai «gravi rischi che stiamo affrontando per il nostro mandato». Una valutazione di proporzionalità «costante», inclusa la ponderazione dei «potenziali effetti collaterali», così come l'eventualità che «strumenti alternativi possano essere più efficaci per raggiungere i nostri obiettivi». Qua il messaggio all'indirizzo dei togati di Karlsruhe si fa molto chiaro. Se in ballo c'è la sopravvivenza dell'euro, tutto è proporzionato. Piuttosto, l'invito nei confronti della Germania è quello di astenersi dalle lamentele: «Grazie al mercato unico, siamo gli uni i maggiori partner commerciali e acquirenti degli altri». Occhio a giocare troppo con il fuoco, perché se un domani dovesse saltare il banco i primi a pagarne le conseguenze sarebbero proprio i tedeschi. Non c'è che dire, una bella testa di cavallo nel letto di Angela Merkel. Se la Banca centrale europea fa la sua parte, altrettanto non si può dire di Bruxelles. E infatti la Lagarde ci va giù pesante. «La proposta della Commissione europea per la revisione del Quadro finanziario pluriennale e per il “Next generation Eu" (cioè il Recovery fund, ndr) è decisiva», spiega il governatore, «è fondamentale che questo pacchetto venga approvato rapidamente […] ogni ritardo rischia di generare effetti negativi e far aumentare i costi, e dunque le necessità finanziarie, di questa crisi». Quasi ai limiti del grottesco l'ottimismo espresso ieri da Paolo Gentiloni, che si è detto «convinto del via libera al Recovery fund prima della pausa estiva». Come fa sommessamente notare il Financial Times, infatti, l'accordo è tutt'altro che vicino. Litigi sulla ripartizione dei fondi, dati economici di partenza definiti «superati» e una buona dose di pregiudizio nei confronti degli Stati ritenuti meno virtuosi. «Non siamo qui per aiutare chi per anni ha gestito male le finanze e non ha fatto le riforme», avrebbe commentato al Ft un diplomatico europeo. Risultato: sette Paesi (Paesi Bassi, Danimarca, Austria, Belgio, Irlanda, Lituania e Ungheria) già si sono detti contrari alla proposta della suddivisione delle risorse avanzata da Ursula von der Leyen. Considerato che il negoziato sul budget europeo è bloccato da quasi due anni, e per approvarlo occorre l'unanimità, il rischio che il Recovery fund non si faccia, né ora né mai, sembra davvero altissimo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-fondo-salvastati-si-scrive-da-solo-i-piani-di-investimento-per-litalia-2646164756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ce-il-btp-anti-covid-mes-inutile-ma-lo-vogliono" data-post-id="2646164756" data-published-at="1591644780" data-use-pagination="False"> C’è il Btp anti Covid: Mes inutile ma lo vogliono Il Tesoro cavalca (tardivamente) il buon esito delle recenti aste obbligazionarie e lancia un nuovo Btp. Si chiama Futura ed è un buono poliennale pensato per far fronte alla crisi del coronavirus. In pratica, l'esecutivo ha trovato da sé un'alternativa al Meccanismo europeo di stabilità, meglio noto come Fondo salvastati. Che, a questo punto, diventa pressoché inutile. O no? Sta di fatto che il nuovo Btp Futura è uno strumento dedicato ai risparmiatori individuali del mercato retail (per cui non i grandi investitori istituzionali), con la prima emissione prevista da lunedì 6 luglio fino alle 13 di venerdì 10 luglio. La finalità dell'obbligazione è chiara: è pensato per «il futuro del Paese» perché l'emissione sarà interamente dedicata a finanziare le spese previste dagli ultimi provvedimenti varati dal governo per affrontare l'emergenza da Covid-19 e sostenere la ripresa del Paese. Btp Futura avrà una struttura cedolare pensata per premiare i risparmiatori che lo deterranno fino alla scadenza. Le cedole saranno infatti calcolate in base a dei tassi prefissati e saranno crescenti nel tempo, con il meccanismo cosiddetto «step-up». La serie dei tassi minimi garantiti di questa emissione sarà comunicata venerdì 3 luglio, a ridosso dell'emissione. A differenza di altri prodotti del mondo obbligazionario, in questo caso non sono previsti limiti per la richiesta: la domanda, a partire da un lotto minimo di 1.000 euro, sarà infatti completamente soddisfatta, salvo facoltà da parte del ministero di chiudere anticipatamente l'emissione in caso di eccessiva richiesta. Durante la videoconferenza di presentazione del nuovo titolo, il capo del debito pubblico del Tesoro, Davide Iacovoni, ha sottolineato che per quanto riguarda il premio fedeltà «chi acquista il Btp Futura durante il collocamento e lo tiene fino a scadenza riceverà un premio che verrà determinato sulla base del tasso di crescita del Pil nominale medio durante il periodo di vita del titolo». Quindi, «se il tasso medio annuo sarà dell'1,5% il premio finale sarà pari all'1,5% del capitale sottoscritto all'emissione», ha spiegato Iacovoni. «Il premio minimo è fissato all'1% ma è stato determinato anche un tetto massimo che è pari al 3%». «Nel 2020 una nuova emissione di Btp Futura sarà all'ordine del giorno dopo la pausa estiva», ha proseguito. Il collocamento del nuovo Btp Futura avrà luogo sulla piattaforma Mot attraverso due banche: Banca Imi e Unicredit, «vediamo se aggiungere co-dealer (altri collocatori, ndr), molto probabilmente lo faremo, ma stiamo ancora finalizzando i dettagli». Da inizio anno le emissioni totali di tutte le tipologie di titoli di Stato sono state pari a 280 miliardi di euro, 80 miliardi in più se confrontate con quelle del 2019. Il nuovo Btp Futura fa parte di una strategia di gestione del debito pubblico italiano finalizzato a costruire un rapporto più stretto e diretto con i risparmiatori retail», ha spiegato Alessandro Rivera, dg del Mef precisando che «la quota di debito detenuta dal retail è piuttosto bassa, inferiore al 4%, e si confronta con cifre che all'inizio degli anni 2000 erano superiori al 10%». «Le famiglie e i piccoli risparmiatori italiani», ha spiegato, «detengono molti titoli di Stato italiani ma in forma indiretta (attraverso fondi comuni o polizze) e accanto a queste forme c'è uno spazio per recuperare questo rapporto diretto del Tesoro proponendo prodotti dedicati», ha proseguito. La prima emissione del Btp Futura avrà una durata compresa fra otto anni e dieci anni: la decisione definitiva verrà comunicata venerdì 19 giugno. Resta tuttavia da capire perché, a questo punto, il governo insista ancora con strumenti come il Recovery fund o come il Mes, che si presenta peraltro anch'esso come uno strumento economico «anti Covid». Come La Verità ha raccontato più volte, il governo si è però intestardito nel sottostare ai ricatti Ue anziché sostenere le aste dei nostri titoli di Stato. A cui, anzi, Roberto Gualtieri ha finora imposto il freno a mano tirato.
Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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Erri De Luca (Imagoeconomica)
Hanno danzato sul filo dell’ortodossia politica, e ogni volta che con una frase si sono resi conto di sconfinare sono corsi a precisarla, a limarla, a modificarla in un continuo gioco di negazioni e smentite: un fenomenale Lago dei cigni della correttezza politica. Solo che in quel lago gli intellettuali hanno tirato sassi e pietroni, salvo poi - come prevedibile - ritrarre la mano.
L’ultimo capitolo della saga è forse il più emblematico. A sentire le parti, non è accaduto nulla. Non vi è dissidio, non vi è censura, non vi è niente: il vuoto. Sembra una riedizione delle purghe sovietiche: la gente spariva, ma niente cambiava, non era accaduto nulla, l’assente semplicemente non esisteva, non era mai stato. Ecco dunque che Erri De Luca dichiara al Corriere della Sera: «Per me non è successo niente». E ribadisce: «Niente di che». Però qualcosa è successo, e cioè che lo scrittore e traduttore è stato cacciato dalla rassegna Salerno letteratura. Avrebbe dovuto tenere la prolusione, il discorso introduttivo del festival. Ma gli organizzatori hanno deciso di ritirare l’invito. Anche per la direzione della kermesse, tuttavia, non è successo niente. «Nessuna censura», dice al Mattino uno dei due artistici, Gennaro Carillo, docente di Dottrine politiche all’università Suor Orsola Benincasa. Ma la censura, piaccia o no, c’è stata.
E in effetti Carillo deve in parte ammetterlo: «Abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria anche per evitare strumentalizzazioni. La prolusione che detta un po’ la linea al festival implica una certa identità di vedute, con chi te la commissiona, quantomeno rispetto alla più tragica delle evidenze: i morti civili di Gaza». Evitare strumentalizzazioni. Ma da parte di chi? E come? Fantastico: censurano, ma a strumentalizzare sono sempre gli altri.
In fondo è questo il punto centrale di tutta la vicenda che ha coinvolto Erri De Luca e, di rimbalzo, l’intera sinistra. Nessuno ha avuto fino in fondo il coraggio delle proprie azioni e dei propri pensieri. Ciascuno ha agito, ma poi ha negato di averlo fatto. Ciascuno ha preso posizione, ma l’ha subito rinnegata per timore di rimediare brutte figure e perdere prestigio.
Tutto è iniziato quando De Luca ha partecipato al festival degli Scrittori di Gerusalemme e per l’occasione ha rilasciato una intervista al giornale Israel Hayom, pronunciando alcune parole che non avrebbe dovuto proferire. «In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione», ha detto De Luca. «Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui [...] è già sionista per questo fatto stesso».
Lo scrittore campano non si è fermato lì. Anzi ha aggiunto alcune considerazioni sulla questione palestinese: «So benissimo cosa sia un genocidio e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso [...] la popolazione paga sempre il prezzo più alto».
Infine, dal palco della rassegna di Gerusalemme, De Luca ha assestato il colpo finale: «Da noi c’è una radicalizzazione favorevole ad Hamas», ha dichiarato. «Che però non osa dirlo - dice solo “per il popolo palestinese”, ma è proprio Hamas la maggiore oppressione del popolo palestinese».
In realtà, al festival israeliano De Luca era stato anche piuttosto critico nei riguardi del governo Netanyahu. Ha detto che la guerra in corso avrebbe potuto rappresentare un grande cambiamento: «Dal punto di vista della Palestina, perché potrebbe liberarsi di Hamas e finalmente scegliere le proprie rappresentanze politiche. E per Israele, di cambiare governo e rendere questo cambiamento la possibilità di un avvento di pace - non di cessate il fuoco provvisorio, ma direttamente nella magnifica parola: pace, shalom».
Insomma, far passare De Luca come un sostenitore del massacro dei palestinesi o un fan di Netanyahu è per lo meno scorretto, se non peggio. Eppure, non appena stralci della sua intervista sono usciti in Italia, è esattamente così che lo hanno descritto i suoi (ex) amici di sinistra. Praticamente da ogni parte sono piovuti strali indignatissimi contro lo scrittore, che da venerato maestro arbasiniano si è tramutato nel proverbiale solito stronzo. Succede spesso, fra i progressisti: basta un minimo scostamento dalla linea ufficiale del partito unico degli intellettuali per essere spediti al rogo. È un rogo simbolico, per carità, ma non privo di conseguenze: si perdono soldi, incarichi, spazi, credibilità. Si viene messi al bando come ai tempi di Stalin.
Forse nel timore della gogna e delle relative ricadute professionali, De Luca ha cercato di correggere il tiro. Ha precisato che per lui essere sionista significa soltanto difendere il diritto a esistere di Israele. Ha rimarcato il suo fastidio nei riguardi del governo Netanyahu. Ma non c’è stato niente da fare. Così funziona il pensiero unico: bisogna parlare del tema che gli intellettuali di regime hanno selezionato e bisogna farlo negli esatti termini da loro indicati, altrimenti si finisce male.
E De Luca è finito male. Era un eroe quando difendeva le ragioni dell’Ucraina e ancora di più quando invocava il sabotaggio della Tav. Ora lo cacciano dal festival di Salerno. Lui, a differenza di quanto fatto in passato (nello specifico con la Tav), ha provato a rimangiarsi almeno in parte le uscite improvvide, ma non ci è riuscito. E adesso minimizza: «Non sarò a Salerno per motivi personali, anzi sono abbastanza contento di risparmiarmi qualche trasferta. Non faccio alcuna polemica con manifestazione che ha problemi a ricevermi».
Peggio di De Luca sono, decisamente, i suoi colleghi. I quali hanno agito per riflesso condizionato: censura, mordacchia, bando. Non c’è illustre intellettuale progressista che si sia sottratto all’unanime denigrazione del traditore: tutti, in serie, hanno girato il pollice verso il basso (anche per timore che poi potesse toccare a uno di loro la gita al patibolo).
Quanto ai direttori artistici del festival salernitano, beh, lì si raggiunge l’apice dell’ipocrisia, dato che non hanno nemmeno il coraggio di dirla tutta: hanno cacciato Erri, ma appunto sostengono che non vi sia censura. Sullo sfondo l’altro De Luca - Vincenzo, sindaco di Salerno - aleggia silente e lascia che gli intellettuali organici si macellino fra loro.
Il punto, vedete, non è nemmeno capire se De Luca abbia ragione o meno. La ragione qui non conta un fico secco. Conta conformarsi, obbedire prontamente, a prescindere dalla causa. Certo anche la destra, ultimamente, ha dato prova di mal tollerare il dissenso, e non abbiamo mancato di farlo notare. Ma a sinistra alligna il vero professionismo della censura. La quale, in effetti, ormai è la norma. Tant’è che la esercitano e poi dicono: non è successo niente. In effetti non fa quasi più notizia.
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Emanuele Fisicaro, uno dei tre legali di Nicole Minetti (Imagoeconomica)
A spiegarlo è il comunicato firmato il 3 giugno dalla procuratrice generale Francesca Nanni e trasmesso al ministro della Giustizia e poi al Quirinale.
Proprio da qui potrebbe aprirsi un secondo fronte. I legali - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno preso atto dell’esito delle verifiche e hanno confermato le iniziative per il risarcimento dei danni. Le prime richieste riguardano oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, comprese le edizioni online, e la puntata di Report del 3 maggio (oltre a quella di Cartabianca del 28 aprile). Il danno, spiegano, è legato soprattutto al pregiudizio arrecato al minore: nelle prossime settimane è fissato il primo incontro per la mediazione. Non solo. I legali si riservano anche ulteriori iniziative, comprese quelle penali, cioè le denunce per diffamazione.
Del resto il comunicato della Procura ricostruisce l’iter e non lascia margini di interpretazione. La domanda di grazia era stata presentata al ministro della Giustizia, poi trasmessa alla Procura generale per l’istruttoria. Milano aveva svolto gli accertamenti, formulato le proprie osservazioni e inviato il fascicolo al ministero. Dopo gli articoli del Fatto, il Quirinale aveva chiesto al ministro di acquisire informazioni urgenti. A quel punto sono stati delegati nuovi accertamenti a Carabinieri e Interpol.
Il risultato è il cuore del documento firmato dalla procura generale: non sono emersi fatti in contrasto con il quadro probatorio già acquisito nel procedimento di grazia. Al contrario, la Procura elenca una serie di conferme sui punti contestati: adozione, condizioni cliniche del minore, assenza di pendenze all’estero, profilo personale di Minetti e accuse sul suo stile di vita recente.
Sull’adozione, la Procura scrive che non emergono irregolarità nel procedimento, già riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Precisa inoltre che, contrariamente a quanto riportato dal Fatto quotidiano, il legale morto in Uruguay non era il legale dei genitori biologici, ma il legale del minore, favorevole all’adozione. Nel procedimento non vi fu alcuna battaglia legale: i genitori naturali non si costituirono, furono rappresentati da un difensore d’ufficio e la madre biologica risultò da sempre irreperibile.
Anche sulla morte del legale uruguaiano la Procura è esplicita: il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito che non vi sono ipotesi di reato.
Sul fronte sanitario, il comunicato conferma il grave quadro clinico del minore, in cura al Boston Children’s Hospital, e la necessità della presenza della madre in occasione di controlli e terapie. Confermati anche i consulti presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia.
Quanto a Minetti, la Procura scrive che non risultano segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti in indagini in Uruguay e in Spagna, né a suo carico né a carico di Giuseppe Cipriani. Risultano inoltre confermati il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia dal gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo brevi rientri in Uruguay.
La nota affronta infine le accuse della massaggiatrice, prima in forma anonima e poi con nome e cognome, su presunte feste con droga e sesso a cui Minetti avrebbe partecipato negli ultimi anni. Secondo la Procura, quelle affermazioni risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede di indagini difensive sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti.
Non è stata disposta una rogatoria internazionale. La Procura spiega che il trattato di cooperazione giudiziaria penale tra Italia e Uruguay riguarda l’acquisizione di prove in un procedimento penale.
Ora il confronto può spostarsi nelle aule di giustizia. Il punto sarà se le notizie pubblicate fossero vere, verificate e raccontate nei limiti del diritto di cronaca.
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Flavio Cobolli festeggia la vittoria contro Felix Auger-Aliassime al Roland Garros (Ansa)
L'impresa di Cobolli contro Auger-Aliassime e la corsa di Arnaldi, favorito dal ritiro di Berrettini, regalano all'Italia una semifinale tutta azzurra a Parigi. Dopo l'uscita di Sinner, nessuno immaginava un finale del genere: domenica ci sarà un italiano a giocarsi il titolo.
Quando Jannik Sinner aveva salutato il Roland Garros al terzo turno, in pochi avrebbero immaginato che l'Italia sarebbe arrivata comunque a garantirsi un posto nella finale di Parigi. Eppure il tennis azzurro continua a sorprendere anche quando cambia i protagonisti. Domenica sul Philippe Chatrier ci sarà sicuramente un italiano a giocarsi il titolo: sarà Flavio Cobolli oppure Matteo Arnaldi.
Il verdetto è arrivato al termine di una giornata che ha riscritto le gerarchie della parte bassa del tabellone. Da una parte l'impresa di Cobolli contro Felix Auger-Aliassime, numero 4 del mondo virtuale e quarta testa di serie del torneo. Dall'altra il ritiro di Matteo Berrettini, costretto ad abbandonare il derby azzurro con Arnaldi per un problema fisico che lo ha fermato nel secondo set.
La notizia più significativa resta però quella firmata da Cobolli. Il romano, numero 10 del seeding, ha conquistato la prima semifinale Slam della carriera battendo in rimonta Auger-Aliassime per 4-6, 6-4, 6-4, 6-4 dopo tre ore e ventiquattro minuti di gioco. Una vittoria costruita con pazienza e lucidità dopo un avvio complicato, condizionato anche dal vento che ha reso difficile trovare continuità. Perso il primo set, Cobolli non si è scomposto. Con il passare dei giochi ha preso sempre più confidenza con le condizioni del campo e ha iniziato a togliere certezze al canadese. Nel secondo parziale è stato capace di risalire dal 3-1, infilando una serie di game che ha cambiato l'inerzia dell'incontro. Da quel momento il romano ha mostrato il tennis più maturo della sua carriera, gestendo i momenti delicati e sfruttando le imprecisioni di un avversario progressivamente meno brillante. Decisiva è stata soprattutto la sua capacità di restare dentro la partita nei passaggi più complicati. Nel terzo set ha annullato uno 0-40 in un turno di servizio che avrebbe potuto cambiare il destino dell'incontro. Nel quarto, invece, ha trovato il break che gli ha aperto la strada verso il traguardo più importante della sua carriera. Al momento di servire per il match non ha tremato, chiudendo con autorità una sfida che alla vigilia lo vedeva sfavorito. A fine partita Cobolli ha parlato della «chance della vita», raccontando di essersi ripetuto una sola parola durante la pausa dopo il primo set: «Lotta». Una sintesi efficace di ciò che si è visto in campo. Per il ventiquattrenne romano si tratta della migliore settimana della carriera e adesso il sogno è diventato qualcosa di più concreto.
Nell'altra sfida dei quarti, invece, il derby tra Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi si è chiuso nel modo che nessuno avrebbe voluto. Berrettini, partito meglio e avanti 3-0 nel primo set, ha progressivamente perso efficacia fino a cedere il parziale per 7-5. Nel secondo Arnaldi è scappato sul 5-2 mentre il romano accusava sempre più chiaramente un problema fisico. Dopo il medical time out e un ultimo tentativo di restare in campo, è arrivato il ritiro. Per Arnaldi, numero 104 del ranking Atp all'inizio del torneo, continua così una corsa che ha già assunto contorni inattesi. Il ligure raggiunge la prima semifinale Slam della carriera e si giocherà l'accesso alla finale contro Cobolli in una sfida tutta italiana.
Comunque vada, il tennis azzurro ha già ottenuto un risultato che pochi giorni fa sembrava fuori portata. Senza Sinner, con Berrettini fermato ancora una volta dai problemi fisici, saranno Cobolli e Arnaldi a contendersi un posto nell'ultimo atto del Roland Garros. Dall'altra parte del tabellone attendono Alexander Zverev e Jakub Mensik. Prima, però, c'è una semifinale che consegnerà all'Italia il suo quattordicesimo finalista Slam e il primo, dopo Wimbledon 2021, diverso da Sinner.
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