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2020-05-21
Il Bpt Italia è la prova che il debito si può piazzare. Ma Gualtieri non ha voluto
Roberto Gualtieri (Ansa)
Quattordici miliardi. Teniamo a mente questa cifra. È la somma incassata negli ultimi 3 giorni dallo Stato per il collocamento del Btp Italia a 5 anni tra i piccoli risparmiatori. E oggi tocca agli investitori istituzionali. La dimensione del successo è data dal confronto con la precedente emissione dell'ottobre 2019, quando fu raccolta la somma complessiva di 6,7 miliardi.
Ora confrontiamola con le emissioni lorde del Tesoro dell'intero mese di marzo, con parte del Paese già in quarantena: 32 miliardi, addirittura 1 in meno rispetto ai 33 miliardi del marzo 2019. Peccato che a marzo 2020 le emissioni nette siano state negative per circa 25 miliardi. Sì, avete letto bene, è tutto nero su bianco in un rapporto pubblicato da Bankitalia. Mentre cadevano le bombe sul Paese, a marzo il Tesoro ha pensato bene di emettere meno titoli di quanti ne doveva rimborsare e la differenza è pari a 25 miliardi. E, per far fronte alle uscite crescenti e alle entrate decrescenti, ha dovuto indebitarsi a breve e far massiccio ricorso alle disponibilità liquide presso la Banca d'Italia che si sono ridotte a marzo per 43 miliardi (da 73 a 30). Il livello più basso da fine 2011, i mesi bui della speculazione dei mercati contro i titoli di Stato italiani.
Il Paese era in fiamme dal 23 febbraio, e il 5 marzo al ministero del Tesoro erano ancora a contare gli spiccioli nel salvadanaio, anziché mettere mano al libretto degli assegni. Al punto che il 5 marzo il governo chiedeva al Parlamento l'autorizzazione ad un maggior deficit di soli 6,4 miliardi, portato poi a 20 miliardi l'11 marzo. Nel frattempo, dal 12 al 18 marzo, sull'onda del «non siamo qua per chiudere gli spread» di Christine Lagarde, lo spread da 200 punti saliva a sfiorare i 300 punti, prima che il consiglio straordinario della Bce del 18 lanciasse il nuovo piano di acquisti Pepp, che comunque non ha ancora riportato lo spread al livello (140) su cui stazionava prima della crisi da Covid-19.
Ecco, ora uniamo i puntini e proviamo a spiegare l'incredibile tentennare del governo in quelle settimane, il cui episodio simbolo è stata l'incertezza per i pagamenti fiscali e contributivi di lunedì 16 marzo, slittati poi al 20. Il Tesoro non poteva aprire i cordoni della borsa semplicemente perché non c'erano più soldi e non ha ritenuto opportuno andare sul mercato a chiederne altri? I numeri avvalorano tale tesi. C'è anche un'altra data da incrociare. Lunedì 16 marzo ci fu il primo Eurogruppo in cui emerse che il Mes era l'unico strumento di pronto impiego e su queste colonne raccogliemmo le indiscrezioni apparse sulla stampa estera che parlavano di funzionari del Mef al lavoro su un'ipotesi di suo utilizzo. Il Tesoro pensava quindi ad altre fonti di finanziamento del deficit (come il Mes), diverse dall'emissione di titoli sui mercati, e i suoi piani sono naufragati per la forte opposizione politica verso uno strumento altamente tossico? Eravamo nuovamente sotto il ricatto dello spread? Perché la Lagarde il 12 marzo si era limitata al pannicello caldo di soli 120 miliardi di acquisti aggiuntivi di titoli pubblici dell'eurozona, salvo fare un precipitoso aumento il 18 marzo, di fronte a segnali di difficoltà di qualche banca d'oltralpe e su sollecitazione di un angosciato Emmanuel Macron? Quale genere di timori hanno attanagliato il ministro Roberto Gualtieri nell'allargare i cordoni della borsa?
Sono numerosi i segnali che avvalorano i peggiori sospetti. Ma ci è finita di mezzo l'Italia. Misureremo nei prossimi mesi i danni che il ritardo nell'inondare di liquidità le attività produttive bloccate dalla quarantena, ha provocato al tessuto produttivo del Paese.
Ai primi di aprile il decreto «liquidità», quello della «poderosa potenza di fuoco mai vista», aveva uno stanziamento disponibile di circa 1 miliardo. Erano di nuovo finiti i soldi. Solo il 24 aprile scorso, il governo ha presentato al Parlamento la relazione per essere autorizzato ad un maggior deficit di 55 miliardi (maggior fabbisogno di 155 miliardi) e avantieri è arrivato in Gazzetta ufficiale il decreto legge n. 34 che ne disciplina l'utilizzo.
Ma un altro segnale che i piani fossero altri è arrivato dal dibattito parlamentare del 29 e 30 aprile per approvare la suddetta relazione ed il Def.
Ci risulta da fonti parlamentari, ed è confermato dai resoconti stenografici dell'aula, che in quell'occasione ci fu una forte pressione da parte del Pd ed Iv, affinché fosse concessa via libera al governo e quindi al ministro Gualtieri, nella scelta degli strumenti di finanziamento, segnatamente il Mes, e solo una lotta all'ultima virgola sul testo della risoluzione di maggioranza, abbia evitato di farne esplicita menzione. In particolare, la risoluzione di maggioranza che ha approvato il Def ha impegnato il governo «…a perseguire una politica di attenta ed efficace transizione tra la fase di emergenza e la fase di ripresa dello sviluppo anche utilizzando gli strumenti appropriati tra quelli resi disponibili dalle istituzioni europee…». Iv ha premuto fino all'ultimo affinché si scrivesse «tutti gli strumenti europei compreso il Mes», così come dichiarato da Davide Faraone al Senato.
Allora sorge un legittimo dubbio. Il ministro Gualtieri ha voluto con quella frase esaurire il passaggio parlamentare auspicabile nel caso di accesso al Mes e ritenersi quindi già autorizzato dal Parlamento a mettere la sua firma sotto quella richiesta capestro che abbiamo pubblicato qualche giorno fa?
Ma quali denari a fondo perduto. L’Ue pretende rimborsi e riforme
Non è debito comune, non sono soldi regalati, e allora che cos'è? Più che alle morbide caramelle della famosa canzoncina che impazzava sul finire degli anni Ottanta, il recovery fund proposto da Emmanuel Macron e Angela Merkel ha semmai il gusto di un boccone amaro. E man mano che affiorano alla luce i dettagli del piano franco-tedesco da 500 miliardi illustrato lunedì, le gambe della narrazione messa in piedi dal premier Conte, e sostenuta a gran voce dalla quasi totalità della stampa nostrana, si fanno sempre più corte.
Sono davvero «soldi a fondo perduto» che «non andranno mai ripagati»? Il primo altolà agli euroentusiasti giunge proprio dalla Germania, uno dei due Paesi che, insieme alla Francia, di quel progetto si è fatto promotore davanti all'intera Unione europea. Nel corso della conferenza stampa giornaliera, il portavoce dell'esecutivo tedesco Steffen Seibert ha messo qualche puntino sulle «i»: «La proposta non ha nulla a che fare né con l'emissione di prestiti comuni, né di debito comune». Già, ma allora - per tornare alla domanda iniziale - in cosa consiste l'idea franco-tedesca? Una cosa è certa, spiega Seiffert, e cioè che esiste un «piano vincolante di rimborso».
Esistono almeno tre motivi che spingono Berlino a negare la mutualizzazione del debito. Due li spiega bene Bloomberg in una lunga e dettagliata analisi dedicata alle criticità del recovery fund targato Merkel e Macron e pubblicata per l'appunto ieri. Primo: le emissioni di debito comune non convengono al governo tedesco né dal punto di vista economico (la Germania si troverebbe a dover contribuire più di qualunque altro Paese al fondo, senza peraltro trovarsi a doverne mai usufruire), né tanto meno da quello politico (il danno in termini elettorale per la cancelliera sarebbe incalcolabile). Secondo: l'articolo 125 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, base del diritto continentale, vieta espressamente che gli Stati membri si facciano carico dei debiti altrui. Il terzo lo aggiungiamo noi: ammettere pubblicamente un cambio di rotta verso qualunque strumento che possa assomigliare, anche solo lontanamente, agli eurobond causerebbe l'immediata rottura del negoziato. Ricordiamo che il recovery fund è legato all'esito della trattativa sul budget Ue 2021-2027, la cui approvazione richiede l'unanimità in Consiglio.
Ma il maldestro tentativo di ieri da parte di Seiffert di gettare acqua sul fuoco dell'ostilità manifesta dei Paesi del Nord sembra essere servito a ben poco. Non per niente, i quattro Stati contrari al piano franco-tedesco ieri hanno prontamente rincarato la dose: Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia sono infatti determinate a difendere con le unghie e con i denti la linea Maginot tracciata intorno agli aiuti per la pandemia. «Vogliamo essere solidali con gli Stati che sono stati colpiti duramente dalla crisi», ha dichiarato ieri il premier austriaco Sebastian Kurz nel corso di un'intervista al quotidiano Oberösterreichischen Nachrichten, «riteniamo però che la strada giusta sia quella dei prestiti e non dei contributi». E il ministro austriaco degli Affari europei, Karoline Edtstadler, si è spinto ancora più avanti, individuando quelli che a suo dire sarebbero i destinatari del fondo: «Una cosa è comunque certa: i soldi che ora vanno a Italia, Spagna oppure Francia vanno usati per superare la crisi e vanno restituiti».
Nel pomeriggio di ieri, poi, si è aggiunto il premier olandese Mark Rutte a dare manforte al collega austriaco. Confermando, casomai ce ne fosse bisogno, che la proposta dei «quattro frugali» non prevede aiuti a fondo perduto, ma solo prestiti da restituire. «Se si richiede un aiuto», ha spiegato il premier olandese, «è necessario attuare riforme di vasta portata in modo da poter essere autosufficienti la prossima volta». Senza risparmiare una stoccata ai Paesi (a suo dire) spreconi: «Noi spendiamo 13 miliardi di soldi nostri perché abbiamo spazio fiscale, bisogna avere il coraggio di chiedersi perché alcuni abbiano fatto le riforme, e altri invece abbiano fallito».
Nemmeno Bruxelles crede alla storiella del pasto gratis. Nel recovery instrument «ci sarà un chiaro legame con le riforme», parola del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. «Finanzieremo pacchetti di riforme e investimenti degli Stati membri, e il Semestre europeo (cioè il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio da parte della Commissione, ndr) e le raccomandazioni faranno da guida nel preparare i piani di ripresa». Tutto, dunque, si svolgerà sotto l'attenta sorveglianza degli euroburocrati. Nel frattempo, ha ricordato ieri Dombrovskis, «il Patto di stabilità non è sospeso, una volta che la ripresa sarà in corso, il focus sarà sul raggiungimento di posizioni fiscali e di debito sostenibile, mentre si stimolano gli investimenti e gli Stati dovranno tornare ai loro obiettivi di bilancio di medio termine». A conti fatti, nonostante i fiumi di inchiostro sparsi dai nostri retroscenisti, sotto il sole non c'è proprio nulla di nuovo.
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Altra giornata record, raccolti 14 miliardi. Eppure il Tesoro non ha ampliato le aste malgrado l'emergenza. Anzi, il ministro ha accentrato le scelte: è il preludio al Mes?Ma quali denari a fondo perduto. L'Ue pretende rimborsi e riforme. Ogni giorno escono dettagli che svelano la realtà sul «bazooka» di Angela Merkel ed Emmanuel Macron osannato dai media Berlino frena sulla condivisione del debito, mentre Valdis Dombrovskis parla delle contropartite politiche agli aiuti.Lo speciale comprende due articoli. Quattordici miliardi. Teniamo a mente questa cifra. È la somma incassata negli ultimi 3 giorni dallo Stato per il collocamento del Btp Italia a 5 anni tra i piccoli risparmiatori. E oggi tocca agli investitori istituzionali. La dimensione del successo è data dal confronto con la precedente emissione dell'ottobre 2019, quando fu raccolta la somma complessiva di 6,7 miliardi. Ora confrontiamola con le emissioni lorde del Tesoro dell'intero mese di marzo, con parte del Paese già in quarantena: 32 miliardi, addirittura 1 in meno rispetto ai 33 miliardi del marzo 2019. Peccato che a marzo 2020 le emissioni nette siano state negative per circa 25 miliardi. Sì, avete letto bene, è tutto nero su bianco in un rapporto pubblicato da Bankitalia. Mentre cadevano le bombe sul Paese, a marzo il Tesoro ha pensato bene di emettere meno titoli di quanti ne doveva rimborsare e la differenza è pari a 25 miliardi. E, per far fronte alle uscite crescenti e alle entrate decrescenti, ha dovuto indebitarsi a breve e far massiccio ricorso alle disponibilità liquide presso la Banca d'Italia che si sono ridotte a marzo per 43 miliardi (da 73 a 30). Il livello più basso da fine 2011, i mesi bui della speculazione dei mercati contro i titoli di Stato italiani. Il Paese era in fiamme dal 23 febbraio, e il 5 marzo al ministero del Tesoro erano ancora a contare gli spiccioli nel salvadanaio, anziché mettere mano al libretto degli assegni. Al punto che il 5 marzo il governo chiedeva al Parlamento l'autorizzazione ad un maggior deficit di soli 6,4 miliardi, portato poi a 20 miliardi l'11 marzo. Nel frattempo, dal 12 al 18 marzo, sull'onda del «non siamo qua per chiudere gli spread» di Christine Lagarde, lo spread da 200 punti saliva a sfiorare i 300 punti, prima che il consiglio straordinario della Bce del 18 lanciasse il nuovo piano di acquisti Pepp, che comunque non ha ancora riportato lo spread al livello (140) su cui stazionava prima della crisi da Covid-19. Ecco, ora uniamo i puntini e proviamo a spiegare l'incredibile tentennare del governo in quelle settimane, il cui episodio simbolo è stata l'incertezza per i pagamenti fiscali e contributivi di lunedì 16 marzo, slittati poi al 20. Il Tesoro non poteva aprire i cordoni della borsa semplicemente perché non c'erano più soldi e non ha ritenuto opportuno andare sul mercato a chiederne altri? I numeri avvalorano tale tesi. C'è anche un'altra data da incrociare. Lunedì 16 marzo ci fu il primo Eurogruppo in cui emerse che il Mes era l'unico strumento di pronto impiego e su queste colonne raccogliemmo le indiscrezioni apparse sulla stampa estera che parlavano di funzionari del Mef al lavoro su un'ipotesi di suo utilizzo. Il Tesoro pensava quindi ad altre fonti di finanziamento del deficit (come il Mes), diverse dall'emissione di titoli sui mercati, e i suoi piani sono naufragati per la forte opposizione politica verso uno strumento altamente tossico? Eravamo nuovamente sotto il ricatto dello spread? Perché la Lagarde il 12 marzo si era limitata al pannicello caldo di soli 120 miliardi di acquisti aggiuntivi di titoli pubblici dell'eurozona, salvo fare un precipitoso aumento il 18 marzo, di fronte a segnali di difficoltà di qualche banca d'oltralpe e su sollecitazione di un angosciato Emmanuel Macron? Quale genere di timori hanno attanagliato il ministro Roberto Gualtieri nell'allargare i cordoni della borsa?Sono numerosi i segnali che avvalorano i peggiori sospetti. Ma ci è finita di mezzo l'Italia. Misureremo nei prossimi mesi i danni che il ritardo nell'inondare di liquidità le attività produttive bloccate dalla quarantena, ha provocato al tessuto produttivo del Paese.Ai primi di aprile il decreto «liquidità», quello della «poderosa potenza di fuoco mai vista», aveva uno stanziamento disponibile di circa 1 miliardo. Erano di nuovo finiti i soldi. Solo il 24 aprile scorso, il governo ha presentato al Parlamento la relazione per essere autorizzato ad un maggior deficit di 55 miliardi (maggior fabbisogno di 155 miliardi) e avantieri è arrivato in Gazzetta ufficiale il decreto legge n. 34 che ne disciplina l'utilizzo.Ma un altro segnale che i piani fossero altri è arrivato dal dibattito parlamentare del 29 e 30 aprile per approvare la suddetta relazione ed il Def.Ci risulta da fonti parlamentari, ed è confermato dai resoconti stenografici dell'aula, che in quell'occasione ci fu una forte pressione da parte del Pd ed Iv, affinché fosse concessa via libera al governo e quindi al ministro Gualtieri, nella scelta degli strumenti di finanziamento, segnatamente il Mes, e solo una lotta all'ultima virgola sul testo della risoluzione di maggioranza, abbia evitato di farne esplicita menzione. In particolare, la risoluzione di maggioranza che ha approvato il Def ha impegnato il governo «…a perseguire una politica di attenta ed efficace transizione tra la fase di emergenza e la fase di ripresa dello sviluppo anche utilizzando gli strumenti appropriati tra quelli resi disponibili dalle istituzioni europee…». Iv ha premuto fino all'ultimo affinché si scrivesse «tutti gli strumenti europei compreso il Mes», così come dichiarato da Davide Faraone al Senato.Allora sorge un legittimo dubbio. Il ministro Gualtieri ha voluto con quella frase esaurire il passaggio parlamentare auspicabile nel caso di accesso al Mes e ritenersi quindi già autorizzato dal Parlamento a mettere la sua firma sotto quella richiesta capestro che abbiamo pubblicato qualche giorno fa?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-bpt-italia-e-la-prova-che-il-debito-si-puo-piazzare-ma-gualtieri-non-ha-voluto-2646048039.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-quali-denari-a-fondo-perduto-lue-pretende-rimborsi-e-riforme" data-post-id="2646048039" data-published-at="1590014897" data-use-pagination="False"> Ma quali denari a fondo perduto. L’Ue pretende rimborsi e riforme Non è debito comune, non sono soldi regalati, e allora che cos'è? Più che alle morbide caramelle della famosa canzoncina che impazzava sul finire degli anni Ottanta, il recovery fund proposto da Emmanuel Macron e Angela Merkel ha semmai il gusto di un boccone amaro. E man mano che affiorano alla luce i dettagli del piano franco-tedesco da 500 miliardi illustrato lunedì, le gambe della narrazione messa in piedi dal premier Conte, e sostenuta a gran voce dalla quasi totalità della stampa nostrana, si fanno sempre più corte. Sono davvero «soldi a fondo perduto» che «non andranno mai ripagati»? Il primo altolà agli euroentusiasti giunge proprio dalla Germania, uno dei due Paesi che, insieme alla Francia, di quel progetto si è fatto promotore davanti all'intera Unione europea. Nel corso della conferenza stampa giornaliera, il portavoce dell'esecutivo tedesco Steffen Seibert ha messo qualche puntino sulle «i»: «La proposta non ha nulla a che fare né con l'emissione di prestiti comuni, né di debito comune». Già, ma allora - per tornare alla domanda iniziale - in cosa consiste l'idea franco-tedesca? Una cosa è certa, spiega Seiffert, e cioè che esiste un «piano vincolante di rimborso». Esistono almeno tre motivi che spingono Berlino a negare la mutualizzazione del debito. Due li spiega bene Bloomberg in una lunga e dettagliata analisi dedicata alle criticità del recovery fund targato Merkel e Macron e pubblicata per l'appunto ieri. Primo: le emissioni di debito comune non convengono al governo tedesco né dal punto di vista economico (la Germania si troverebbe a dover contribuire più di qualunque altro Paese al fondo, senza peraltro trovarsi a doverne mai usufruire), né tanto meno da quello politico (il danno in termini elettorale per la cancelliera sarebbe incalcolabile). Secondo: l'articolo 125 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, base del diritto continentale, vieta espressamente che gli Stati membri si facciano carico dei debiti altrui. Il terzo lo aggiungiamo noi: ammettere pubblicamente un cambio di rotta verso qualunque strumento che possa assomigliare, anche solo lontanamente, agli eurobond causerebbe l'immediata rottura del negoziato. Ricordiamo che il recovery fund è legato all'esito della trattativa sul budget Ue 2021-2027, la cui approvazione richiede l'unanimità in Consiglio. Ma il maldestro tentativo di ieri da parte di Seiffert di gettare acqua sul fuoco dell'ostilità manifesta dei Paesi del Nord sembra essere servito a ben poco. Non per niente, i quattro Stati contrari al piano franco-tedesco ieri hanno prontamente rincarato la dose: Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia sono infatti determinate a difendere con le unghie e con i denti la linea Maginot tracciata intorno agli aiuti per la pandemia. «Vogliamo essere solidali con gli Stati che sono stati colpiti duramente dalla crisi», ha dichiarato ieri il premier austriaco Sebastian Kurz nel corso di un'intervista al quotidiano Oberösterreichischen Nachrichten, «riteniamo però che la strada giusta sia quella dei prestiti e non dei contributi». E il ministro austriaco degli Affari europei, Karoline Edtstadler, si è spinto ancora più avanti, individuando quelli che a suo dire sarebbero i destinatari del fondo: «Una cosa è comunque certa: i soldi che ora vanno a Italia, Spagna oppure Francia vanno usati per superare la crisi e vanno restituiti». Nel pomeriggio di ieri, poi, si è aggiunto il premier olandese Mark Rutte a dare manforte al collega austriaco. Confermando, casomai ce ne fosse bisogno, che la proposta dei «quattro frugali» non prevede aiuti a fondo perduto, ma solo prestiti da restituire. «Se si richiede un aiuto», ha spiegato il premier olandese, «è necessario attuare riforme di vasta portata in modo da poter essere autosufficienti la prossima volta». Senza risparmiare una stoccata ai Paesi (a suo dire) spreconi: «Noi spendiamo 13 miliardi di soldi nostri perché abbiamo spazio fiscale, bisogna avere il coraggio di chiedersi perché alcuni abbiano fatto le riforme, e altri invece abbiano fallito». Nemmeno Bruxelles crede alla storiella del pasto gratis. Nel recovery instrument «ci sarà un chiaro legame con le riforme», parola del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. «Finanzieremo pacchetti di riforme e investimenti degli Stati membri, e il Semestre europeo (cioè il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio da parte della Commissione, ndr) e le raccomandazioni faranno da guida nel preparare i piani di ripresa». Tutto, dunque, si svolgerà sotto l'attenta sorveglianza degli euroburocrati. Nel frattempo, ha ricordato ieri Dombrovskis, «il Patto di stabilità non è sospeso, una volta che la ripresa sarà in corso, il focus sarà sul raggiungimento di posizioni fiscali e di debito sostenibile, mentre si stimolano gli investimenti e gli Stati dovranno tornare ai loro obiettivi di bilancio di medio termine». A conti fatti, nonostante i fiumi di inchiostro sparsi dai nostri retroscenisti, sotto il sole non c'è proprio nulla di nuovo.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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