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2020-05-21
Il Bpt Italia è la prova che il debito si può piazzare. Ma Gualtieri non ha voluto
Roberto Gualtieri (Ansa)
Quattordici miliardi. Teniamo a mente questa cifra. È la somma incassata negli ultimi 3 giorni dallo Stato per il collocamento del Btp Italia a 5 anni tra i piccoli risparmiatori. E oggi tocca agli investitori istituzionali. La dimensione del successo è data dal confronto con la precedente emissione dell'ottobre 2019, quando fu raccolta la somma complessiva di 6,7 miliardi.
Ora confrontiamola con le emissioni lorde del Tesoro dell'intero mese di marzo, con parte del Paese già in quarantena: 32 miliardi, addirittura 1 in meno rispetto ai 33 miliardi del marzo 2019. Peccato che a marzo 2020 le emissioni nette siano state negative per circa 25 miliardi. Sì, avete letto bene, è tutto nero su bianco in un rapporto pubblicato da Bankitalia. Mentre cadevano le bombe sul Paese, a marzo il Tesoro ha pensato bene di emettere meno titoli di quanti ne doveva rimborsare e la differenza è pari a 25 miliardi. E, per far fronte alle uscite crescenti e alle entrate decrescenti, ha dovuto indebitarsi a breve e far massiccio ricorso alle disponibilità liquide presso la Banca d'Italia che si sono ridotte a marzo per 43 miliardi (da 73 a 30). Il livello più basso da fine 2011, i mesi bui della speculazione dei mercati contro i titoli di Stato italiani.
Il Paese era in fiamme dal 23 febbraio, e il 5 marzo al ministero del Tesoro erano ancora a contare gli spiccioli nel salvadanaio, anziché mettere mano al libretto degli assegni. Al punto che il 5 marzo il governo chiedeva al Parlamento l'autorizzazione ad un maggior deficit di soli 6,4 miliardi, portato poi a 20 miliardi l'11 marzo. Nel frattempo, dal 12 al 18 marzo, sull'onda del «non siamo qua per chiudere gli spread» di Christine Lagarde, lo spread da 200 punti saliva a sfiorare i 300 punti, prima che il consiglio straordinario della Bce del 18 lanciasse il nuovo piano di acquisti Pepp, che comunque non ha ancora riportato lo spread al livello (140) su cui stazionava prima della crisi da Covid-19.
Ecco, ora uniamo i puntini e proviamo a spiegare l'incredibile tentennare del governo in quelle settimane, il cui episodio simbolo è stata l'incertezza per i pagamenti fiscali e contributivi di lunedì 16 marzo, slittati poi al 20. Il Tesoro non poteva aprire i cordoni della borsa semplicemente perché non c'erano più soldi e non ha ritenuto opportuno andare sul mercato a chiederne altri? I numeri avvalorano tale tesi. C'è anche un'altra data da incrociare. Lunedì 16 marzo ci fu il primo Eurogruppo in cui emerse che il Mes era l'unico strumento di pronto impiego e su queste colonne raccogliemmo le indiscrezioni apparse sulla stampa estera che parlavano di funzionari del Mef al lavoro su un'ipotesi di suo utilizzo. Il Tesoro pensava quindi ad altre fonti di finanziamento del deficit (come il Mes), diverse dall'emissione di titoli sui mercati, e i suoi piani sono naufragati per la forte opposizione politica verso uno strumento altamente tossico? Eravamo nuovamente sotto il ricatto dello spread? Perché la Lagarde il 12 marzo si era limitata al pannicello caldo di soli 120 miliardi di acquisti aggiuntivi di titoli pubblici dell'eurozona, salvo fare un precipitoso aumento il 18 marzo, di fronte a segnali di difficoltà di qualche banca d'oltralpe e su sollecitazione di un angosciato Emmanuel Macron? Quale genere di timori hanno attanagliato il ministro Roberto Gualtieri nell'allargare i cordoni della borsa?
Sono numerosi i segnali che avvalorano i peggiori sospetti. Ma ci è finita di mezzo l'Italia. Misureremo nei prossimi mesi i danni che il ritardo nell'inondare di liquidità le attività produttive bloccate dalla quarantena, ha provocato al tessuto produttivo del Paese.
Ai primi di aprile il decreto «liquidità», quello della «poderosa potenza di fuoco mai vista», aveva uno stanziamento disponibile di circa 1 miliardo. Erano di nuovo finiti i soldi. Solo il 24 aprile scorso, il governo ha presentato al Parlamento la relazione per essere autorizzato ad un maggior deficit di 55 miliardi (maggior fabbisogno di 155 miliardi) e avantieri è arrivato in Gazzetta ufficiale il decreto legge n. 34 che ne disciplina l'utilizzo.
Ma un altro segnale che i piani fossero altri è arrivato dal dibattito parlamentare del 29 e 30 aprile per approvare la suddetta relazione ed il Def.
Ci risulta da fonti parlamentari, ed è confermato dai resoconti stenografici dell'aula, che in quell'occasione ci fu una forte pressione da parte del Pd ed Iv, affinché fosse concessa via libera al governo e quindi al ministro Gualtieri, nella scelta degli strumenti di finanziamento, segnatamente il Mes, e solo una lotta all'ultima virgola sul testo della risoluzione di maggioranza, abbia evitato di farne esplicita menzione. In particolare, la risoluzione di maggioranza che ha approvato il Def ha impegnato il governo «…a perseguire una politica di attenta ed efficace transizione tra la fase di emergenza e la fase di ripresa dello sviluppo anche utilizzando gli strumenti appropriati tra quelli resi disponibili dalle istituzioni europee…». Iv ha premuto fino all'ultimo affinché si scrivesse «tutti gli strumenti europei compreso il Mes», così come dichiarato da Davide Faraone al Senato.
Allora sorge un legittimo dubbio. Il ministro Gualtieri ha voluto con quella frase esaurire il passaggio parlamentare auspicabile nel caso di accesso al Mes e ritenersi quindi già autorizzato dal Parlamento a mettere la sua firma sotto quella richiesta capestro che abbiamo pubblicato qualche giorno fa?
Ma quali denari a fondo perduto. L’Ue pretende rimborsi e riforme
Non è debito comune, non sono soldi regalati, e allora che cos'è? Più che alle morbide caramelle della famosa canzoncina che impazzava sul finire degli anni Ottanta, il recovery fund proposto da Emmanuel Macron e Angela Merkel ha semmai il gusto di un boccone amaro. E man mano che affiorano alla luce i dettagli del piano franco-tedesco da 500 miliardi illustrato lunedì, le gambe della narrazione messa in piedi dal premier Conte, e sostenuta a gran voce dalla quasi totalità della stampa nostrana, si fanno sempre più corte.
Sono davvero «soldi a fondo perduto» che «non andranno mai ripagati»? Il primo altolà agli euroentusiasti giunge proprio dalla Germania, uno dei due Paesi che, insieme alla Francia, di quel progetto si è fatto promotore davanti all'intera Unione europea. Nel corso della conferenza stampa giornaliera, il portavoce dell'esecutivo tedesco Steffen Seibert ha messo qualche puntino sulle «i»: «La proposta non ha nulla a che fare né con l'emissione di prestiti comuni, né di debito comune». Già, ma allora - per tornare alla domanda iniziale - in cosa consiste l'idea franco-tedesca? Una cosa è certa, spiega Seiffert, e cioè che esiste un «piano vincolante di rimborso».
Esistono almeno tre motivi che spingono Berlino a negare la mutualizzazione del debito. Due li spiega bene Bloomberg in una lunga e dettagliata analisi dedicata alle criticità del recovery fund targato Merkel e Macron e pubblicata per l'appunto ieri. Primo: le emissioni di debito comune non convengono al governo tedesco né dal punto di vista economico (la Germania si troverebbe a dover contribuire più di qualunque altro Paese al fondo, senza peraltro trovarsi a doverne mai usufruire), né tanto meno da quello politico (il danno in termini elettorale per la cancelliera sarebbe incalcolabile). Secondo: l'articolo 125 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, base del diritto continentale, vieta espressamente che gli Stati membri si facciano carico dei debiti altrui. Il terzo lo aggiungiamo noi: ammettere pubblicamente un cambio di rotta verso qualunque strumento che possa assomigliare, anche solo lontanamente, agli eurobond causerebbe l'immediata rottura del negoziato. Ricordiamo che il recovery fund è legato all'esito della trattativa sul budget Ue 2021-2027, la cui approvazione richiede l'unanimità in Consiglio.
Ma il maldestro tentativo di ieri da parte di Seiffert di gettare acqua sul fuoco dell'ostilità manifesta dei Paesi del Nord sembra essere servito a ben poco. Non per niente, i quattro Stati contrari al piano franco-tedesco ieri hanno prontamente rincarato la dose: Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia sono infatti determinate a difendere con le unghie e con i denti la linea Maginot tracciata intorno agli aiuti per la pandemia. «Vogliamo essere solidali con gli Stati che sono stati colpiti duramente dalla crisi», ha dichiarato ieri il premier austriaco Sebastian Kurz nel corso di un'intervista al quotidiano Oberösterreichischen Nachrichten, «riteniamo però che la strada giusta sia quella dei prestiti e non dei contributi». E il ministro austriaco degli Affari europei, Karoline Edtstadler, si è spinto ancora più avanti, individuando quelli che a suo dire sarebbero i destinatari del fondo: «Una cosa è comunque certa: i soldi che ora vanno a Italia, Spagna oppure Francia vanno usati per superare la crisi e vanno restituiti».
Nel pomeriggio di ieri, poi, si è aggiunto il premier olandese Mark Rutte a dare manforte al collega austriaco. Confermando, casomai ce ne fosse bisogno, che la proposta dei «quattro frugali» non prevede aiuti a fondo perduto, ma solo prestiti da restituire. «Se si richiede un aiuto», ha spiegato il premier olandese, «è necessario attuare riforme di vasta portata in modo da poter essere autosufficienti la prossima volta». Senza risparmiare una stoccata ai Paesi (a suo dire) spreconi: «Noi spendiamo 13 miliardi di soldi nostri perché abbiamo spazio fiscale, bisogna avere il coraggio di chiedersi perché alcuni abbiano fatto le riforme, e altri invece abbiano fallito».
Nemmeno Bruxelles crede alla storiella del pasto gratis. Nel recovery instrument «ci sarà un chiaro legame con le riforme», parola del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. «Finanzieremo pacchetti di riforme e investimenti degli Stati membri, e il Semestre europeo (cioè il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio da parte della Commissione, ndr) e le raccomandazioni faranno da guida nel preparare i piani di ripresa». Tutto, dunque, si svolgerà sotto l'attenta sorveglianza degli euroburocrati. Nel frattempo, ha ricordato ieri Dombrovskis, «il Patto di stabilità non è sospeso, una volta che la ripresa sarà in corso, il focus sarà sul raggiungimento di posizioni fiscali e di debito sostenibile, mentre si stimolano gli investimenti e gli Stati dovranno tornare ai loro obiettivi di bilancio di medio termine». A conti fatti, nonostante i fiumi di inchiostro sparsi dai nostri retroscenisti, sotto il sole non c'è proprio nulla di nuovo.
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Altra giornata record, raccolti 14 miliardi. Eppure il Tesoro non ha ampliato le aste malgrado l'emergenza. Anzi, il ministro ha accentrato le scelte: è il preludio al Mes?Ma quali denari a fondo perduto. L'Ue pretende rimborsi e riforme. Ogni giorno escono dettagli che svelano la realtà sul «bazooka» di Angela Merkel ed Emmanuel Macron osannato dai media Berlino frena sulla condivisione del debito, mentre Valdis Dombrovskis parla delle contropartite politiche agli aiuti.Lo speciale comprende due articoli. Quattordici miliardi. Teniamo a mente questa cifra. È la somma incassata negli ultimi 3 giorni dallo Stato per il collocamento del Btp Italia a 5 anni tra i piccoli risparmiatori. E oggi tocca agli investitori istituzionali. La dimensione del successo è data dal confronto con la precedente emissione dell'ottobre 2019, quando fu raccolta la somma complessiva di 6,7 miliardi. Ora confrontiamola con le emissioni lorde del Tesoro dell'intero mese di marzo, con parte del Paese già in quarantena: 32 miliardi, addirittura 1 in meno rispetto ai 33 miliardi del marzo 2019. Peccato che a marzo 2020 le emissioni nette siano state negative per circa 25 miliardi. Sì, avete letto bene, è tutto nero su bianco in un rapporto pubblicato da Bankitalia. Mentre cadevano le bombe sul Paese, a marzo il Tesoro ha pensato bene di emettere meno titoli di quanti ne doveva rimborsare e la differenza è pari a 25 miliardi. E, per far fronte alle uscite crescenti e alle entrate decrescenti, ha dovuto indebitarsi a breve e far massiccio ricorso alle disponibilità liquide presso la Banca d'Italia che si sono ridotte a marzo per 43 miliardi (da 73 a 30). Il livello più basso da fine 2011, i mesi bui della speculazione dei mercati contro i titoli di Stato italiani. Il Paese era in fiamme dal 23 febbraio, e il 5 marzo al ministero del Tesoro erano ancora a contare gli spiccioli nel salvadanaio, anziché mettere mano al libretto degli assegni. Al punto che il 5 marzo il governo chiedeva al Parlamento l'autorizzazione ad un maggior deficit di soli 6,4 miliardi, portato poi a 20 miliardi l'11 marzo. Nel frattempo, dal 12 al 18 marzo, sull'onda del «non siamo qua per chiudere gli spread» di Christine Lagarde, lo spread da 200 punti saliva a sfiorare i 300 punti, prima che il consiglio straordinario della Bce del 18 lanciasse il nuovo piano di acquisti Pepp, che comunque non ha ancora riportato lo spread al livello (140) su cui stazionava prima della crisi da Covid-19. Ecco, ora uniamo i puntini e proviamo a spiegare l'incredibile tentennare del governo in quelle settimane, il cui episodio simbolo è stata l'incertezza per i pagamenti fiscali e contributivi di lunedì 16 marzo, slittati poi al 20. Il Tesoro non poteva aprire i cordoni della borsa semplicemente perché non c'erano più soldi e non ha ritenuto opportuno andare sul mercato a chiederne altri? I numeri avvalorano tale tesi. C'è anche un'altra data da incrociare. Lunedì 16 marzo ci fu il primo Eurogruppo in cui emerse che il Mes era l'unico strumento di pronto impiego e su queste colonne raccogliemmo le indiscrezioni apparse sulla stampa estera che parlavano di funzionari del Mef al lavoro su un'ipotesi di suo utilizzo. Il Tesoro pensava quindi ad altre fonti di finanziamento del deficit (come il Mes), diverse dall'emissione di titoli sui mercati, e i suoi piani sono naufragati per la forte opposizione politica verso uno strumento altamente tossico? Eravamo nuovamente sotto il ricatto dello spread? Perché la Lagarde il 12 marzo si era limitata al pannicello caldo di soli 120 miliardi di acquisti aggiuntivi di titoli pubblici dell'eurozona, salvo fare un precipitoso aumento il 18 marzo, di fronte a segnali di difficoltà di qualche banca d'oltralpe e su sollecitazione di un angosciato Emmanuel Macron? Quale genere di timori hanno attanagliato il ministro Roberto Gualtieri nell'allargare i cordoni della borsa?Sono numerosi i segnali che avvalorano i peggiori sospetti. Ma ci è finita di mezzo l'Italia. Misureremo nei prossimi mesi i danni che il ritardo nell'inondare di liquidità le attività produttive bloccate dalla quarantena, ha provocato al tessuto produttivo del Paese.Ai primi di aprile il decreto «liquidità», quello della «poderosa potenza di fuoco mai vista», aveva uno stanziamento disponibile di circa 1 miliardo. Erano di nuovo finiti i soldi. Solo il 24 aprile scorso, il governo ha presentato al Parlamento la relazione per essere autorizzato ad un maggior deficit di 55 miliardi (maggior fabbisogno di 155 miliardi) e avantieri è arrivato in Gazzetta ufficiale il decreto legge n. 34 che ne disciplina l'utilizzo.Ma un altro segnale che i piani fossero altri è arrivato dal dibattito parlamentare del 29 e 30 aprile per approvare la suddetta relazione ed il Def.Ci risulta da fonti parlamentari, ed è confermato dai resoconti stenografici dell'aula, che in quell'occasione ci fu una forte pressione da parte del Pd ed Iv, affinché fosse concessa via libera al governo e quindi al ministro Gualtieri, nella scelta degli strumenti di finanziamento, segnatamente il Mes, e solo una lotta all'ultima virgola sul testo della risoluzione di maggioranza, abbia evitato di farne esplicita menzione. In particolare, la risoluzione di maggioranza che ha approvato il Def ha impegnato il governo «…a perseguire una politica di attenta ed efficace transizione tra la fase di emergenza e la fase di ripresa dello sviluppo anche utilizzando gli strumenti appropriati tra quelli resi disponibili dalle istituzioni europee…». Iv ha premuto fino all'ultimo affinché si scrivesse «tutti gli strumenti europei compreso il Mes», così come dichiarato da Davide Faraone al Senato.Allora sorge un legittimo dubbio. Il ministro Gualtieri ha voluto con quella frase esaurire il passaggio parlamentare auspicabile nel caso di accesso al Mes e ritenersi quindi già autorizzato dal Parlamento a mettere la sua firma sotto quella richiesta capestro che abbiamo pubblicato qualche giorno fa?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-bpt-italia-e-la-prova-che-il-debito-si-puo-piazzare-ma-gualtieri-non-ha-voluto-2646048039.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-quali-denari-a-fondo-perduto-lue-pretende-rimborsi-e-riforme" data-post-id="2646048039" data-published-at="1590014897" data-use-pagination="False"> Ma quali denari a fondo perduto. L’Ue pretende rimborsi e riforme Non è debito comune, non sono soldi regalati, e allora che cos'è? Più che alle morbide caramelle della famosa canzoncina che impazzava sul finire degli anni Ottanta, il recovery fund proposto da Emmanuel Macron e Angela Merkel ha semmai il gusto di un boccone amaro. E man mano che affiorano alla luce i dettagli del piano franco-tedesco da 500 miliardi illustrato lunedì, le gambe della narrazione messa in piedi dal premier Conte, e sostenuta a gran voce dalla quasi totalità della stampa nostrana, si fanno sempre più corte. Sono davvero «soldi a fondo perduto» che «non andranno mai ripagati»? Il primo altolà agli euroentusiasti giunge proprio dalla Germania, uno dei due Paesi che, insieme alla Francia, di quel progetto si è fatto promotore davanti all'intera Unione europea. Nel corso della conferenza stampa giornaliera, il portavoce dell'esecutivo tedesco Steffen Seibert ha messo qualche puntino sulle «i»: «La proposta non ha nulla a che fare né con l'emissione di prestiti comuni, né di debito comune». Già, ma allora - per tornare alla domanda iniziale - in cosa consiste l'idea franco-tedesca? Una cosa è certa, spiega Seiffert, e cioè che esiste un «piano vincolante di rimborso». Esistono almeno tre motivi che spingono Berlino a negare la mutualizzazione del debito. Due li spiega bene Bloomberg in una lunga e dettagliata analisi dedicata alle criticità del recovery fund targato Merkel e Macron e pubblicata per l'appunto ieri. Primo: le emissioni di debito comune non convengono al governo tedesco né dal punto di vista economico (la Germania si troverebbe a dover contribuire più di qualunque altro Paese al fondo, senza peraltro trovarsi a doverne mai usufruire), né tanto meno da quello politico (il danno in termini elettorale per la cancelliera sarebbe incalcolabile). Secondo: l'articolo 125 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, base del diritto continentale, vieta espressamente che gli Stati membri si facciano carico dei debiti altrui. Il terzo lo aggiungiamo noi: ammettere pubblicamente un cambio di rotta verso qualunque strumento che possa assomigliare, anche solo lontanamente, agli eurobond causerebbe l'immediata rottura del negoziato. Ricordiamo che il recovery fund è legato all'esito della trattativa sul budget Ue 2021-2027, la cui approvazione richiede l'unanimità in Consiglio. Ma il maldestro tentativo di ieri da parte di Seiffert di gettare acqua sul fuoco dell'ostilità manifesta dei Paesi del Nord sembra essere servito a ben poco. Non per niente, i quattro Stati contrari al piano franco-tedesco ieri hanno prontamente rincarato la dose: Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia sono infatti determinate a difendere con le unghie e con i denti la linea Maginot tracciata intorno agli aiuti per la pandemia. «Vogliamo essere solidali con gli Stati che sono stati colpiti duramente dalla crisi», ha dichiarato ieri il premier austriaco Sebastian Kurz nel corso di un'intervista al quotidiano Oberösterreichischen Nachrichten, «riteniamo però che la strada giusta sia quella dei prestiti e non dei contributi». E il ministro austriaco degli Affari europei, Karoline Edtstadler, si è spinto ancora più avanti, individuando quelli che a suo dire sarebbero i destinatari del fondo: «Una cosa è comunque certa: i soldi che ora vanno a Italia, Spagna oppure Francia vanno usati per superare la crisi e vanno restituiti». Nel pomeriggio di ieri, poi, si è aggiunto il premier olandese Mark Rutte a dare manforte al collega austriaco. Confermando, casomai ce ne fosse bisogno, che la proposta dei «quattro frugali» non prevede aiuti a fondo perduto, ma solo prestiti da restituire. «Se si richiede un aiuto», ha spiegato il premier olandese, «è necessario attuare riforme di vasta portata in modo da poter essere autosufficienti la prossima volta». Senza risparmiare una stoccata ai Paesi (a suo dire) spreconi: «Noi spendiamo 13 miliardi di soldi nostri perché abbiamo spazio fiscale, bisogna avere il coraggio di chiedersi perché alcuni abbiano fatto le riforme, e altri invece abbiano fallito». Nemmeno Bruxelles crede alla storiella del pasto gratis. Nel recovery instrument «ci sarà un chiaro legame con le riforme», parola del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. «Finanzieremo pacchetti di riforme e investimenti degli Stati membri, e il Semestre europeo (cioè il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio da parte della Commissione, ndr) e le raccomandazioni faranno da guida nel preparare i piani di ripresa». Tutto, dunque, si svolgerà sotto l'attenta sorveglianza degli euroburocrati. Nel frattempo, ha ricordato ieri Dombrovskis, «il Patto di stabilità non è sospeso, una volta che la ripresa sarà in corso, il focus sarà sul raggiungimento di posizioni fiscali e di debito sostenibile, mentre si stimolano gli investimenti e gli Stati dovranno tornare ai loro obiettivi di bilancio di medio termine». A conti fatti, nonostante i fiumi di inchiostro sparsi dai nostri retroscenisti, sotto il sole non c'è proprio nulla di nuovo.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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