True
2020-05-21
Il Bpt Italia è la prova che il debito si può piazzare. Ma Gualtieri non ha voluto
Roberto Gualtieri (Ansa)
Quattordici miliardi. Teniamo a mente questa cifra. È la somma incassata negli ultimi 3 giorni dallo Stato per il collocamento del Btp Italia a 5 anni tra i piccoli risparmiatori. E oggi tocca agli investitori istituzionali. La dimensione del successo è data dal confronto con la precedente emissione dell'ottobre 2019, quando fu raccolta la somma complessiva di 6,7 miliardi.
Ora confrontiamola con le emissioni lorde del Tesoro dell'intero mese di marzo, con parte del Paese già in quarantena: 32 miliardi, addirittura 1 in meno rispetto ai 33 miliardi del marzo 2019. Peccato che a marzo 2020 le emissioni nette siano state negative per circa 25 miliardi. Sì, avete letto bene, è tutto nero su bianco in un rapporto pubblicato da Bankitalia. Mentre cadevano le bombe sul Paese, a marzo il Tesoro ha pensato bene di emettere meno titoli di quanti ne doveva rimborsare e la differenza è pari a 25 miliardi. E, per far fronte alle uscite crescenti e alle entrate decrescenti, ha dovuto indebitarsi a breve e far massiccio ricorso alle disponibilità liquide presso la Banca d'Italia che si sono ridotte a marzo per 43 miliardi (da 73 a 30). Il livello più basso da fine 2011, i mesi bui della speculazione dei mercati contro i titoli di Stato italiani.
Il Paese era in fiamme dal 23 febbraio, e il 5 marzo al ministero del Tesoro erano ancora a contare gli spiccioli nel salvadanaio, anziché mettere mano al libretto degli assegni. Al punto che il 5 marzo il governo chiedeva al Parlamento l'autorizzazione ad un maggior deficit di soli 6,4 miliardi, portato poi a 20 miliardi l'11 marzo. Nel frattempo, dal 12 al 18 marzo, sull'onda del «non siamo qua per chiudere gli spread» di Christine Lagarde, lo spread da 200 punti saliva a sfiorare i 300 punti, prima che il consiglio straordinario della Bce del 18 lanciasse il nuovo piano di acquisti Pepp, che comunque non ha ancora riportato lo spread al livello (140) su cui stazionava prima della crisi da Covid-19.
Ecco, ora uniamo i puntini e proviamo a spiegare l'incredibile tentennare del governo in quelle settimane, il cui episodio simbolo è stata l'incertezza per i pagamenti fiscali e contributivi di lunedì 16 marzo, slittati poi al 20. Il Tesoro non poteva aprire i cordoni della borsa semplicemente perché non c'erano più soldi e non ha ritenuto opportuno andare sul mercato a chiederne altri? I numeri avvalorano tale tesi. C'è anche un'altra data da incrociare. Lunedì 16 marzo ci fu il primo Eurogruppo in cui emerse che il Mes era l'unico strumento di pronto impiego e su queste colonne raccogliemmo le indiscrezioni apparse sulla stampa estera che parlavano di funzionari del Mef al lavoro su un'ipotesi di suo utilizzo. Il Tesoro pensava quindi ad altre fonti di finanziamento del deficit (come il Mes), diverse dall'emissione di titoli sui mercati, e i suoi piani sono naufragati per la forte opposizione politica verso uno strumento altamente tossico? Eravamo nuovamente sotto il ricatto dello spread? Perché la Lagarde il 12 marzo si era limitata al pannicello caldo di soli 120 miliardi di acquisti aggiuntivi di titoli pubblici dell'eurozona, salvo fare un precipitoso aumento il 18 marzo, di fronte a segnali di difficoltà di qualche banca d'oltralpe e su sollecitazione di un angosciato Emmanuel Macron? Quale genere di timori hanno attanagliato il ministro Roberto Gualtieri nell'allargare i cordoni della borsa?
Sono numerosi i segnali che avvalorano i peggiori sospetti. Ma ci è finita di mezzo l'Italia. Misureremo nei prossimi mesi i danni che il ritardo nell'inondare di liquidità le attività produttive bloccate dalla quarantena, ha provocato al tessuto produttivo del Paese.
Ai primi di aprile il decreto «liquidità», quello della «poderosa potenza di fuoco mai vista», aveva uno stanziamento disponibile di circa 1 miliardo. Erano di nuovo finiti i soldi. Solo il 24 aprile scorso, il governo ha presentato al Parlamento la relazione per essere autorizzato ad un maggior deficit di 55 miliardi (maggior fabbisogno di 155 miliardi) e avantieri è arrivato in Gazzetta ufficiale il decreto legge n. 34 che ne disciplina l'utilizzo.
Ma un altro segnale che i piani fossero altri è arrivato dal dibattito parlamentare del 29 e 30 aprile per approvare la suddetta relazione ed il Def.
Ci risulta da fonti parlamentari, ed è confermato dai resoconti stenografici dell'aula, che in quell'occasione ci fu una forte pressione da parte del Pd ed Iv, affinché fosse concessa via libera al governo e quindi al ministro Gualtieri, nella scelta degli strumenti di finanziamento, segnatamente il Mes, e solo una lotta all'ultima virgola sul testo della risoluzione di maggioranza, abbia evitato di farne esplicita menzione. In particolare, la risoluzione di maggioranza che ha approvato il Def ha impegnato il governo «…a perseguire una politica di attenta ed efficace transizione tra la fase di emergenza e la fase di ripresa dello sviluppo anche utilizzando gli strumenti appropriati tra quelli resi disponibili dalle istituzioni europee…». Iv ha premuto fino all'ultimo affinché si scrivesse «tutti gli strumenti europei compreso il Mes», così come dichiarato da Davide Faraone al Senato.
Allora sorge un legittimo dubbio. Il ministro Gualtieri ha voluto con quella frase esaurire il passaggio parlamentare auspicabile nel caso di accesso al Mes e ritenersi quindi già autorizzato dal Parlamento a mettere la sua firma sotto quella richiesta capestro che abbiamo pubblicato qualche giorno fa?
Ma quali denari a fondo perduto. L’Ue pretende rimborsi e riforme
Non è debito comune, non sono soldi regalati, e allora che cos'è? Più che alle morbide caramelle della famosa canzoncina che impazzava sul finire degli anni Ottanta, il recovery fund proposto da Emmanuel Macron e Angela Merkel ha semmai il gusto di un boccone amaro. E man mano che affiorano alla luce i dettagli del piano franco-tedesco da 500 miliardi illustrato lunedì, le gambe della narrazione messa in piedi dal premier Conte, e sostenuta a gran voce dalla quasi totalità della stampa nostrana, si fanno sempre più corte.
Sono davvero «soldi a fondo perduto» che «non andranno mai ripagati»? Il primo altolà agli euroentusiasti giunge proprio dalla Germania, uno dei due Paesi che, insieme alla Francia, di quel progetto si è fatto promotore davanti all'intera Unione europea. Nel corso della conferenza stampa giornaliera, il portavoce dell'esecutivo tedesco Steffen Seibert ha messo qualche puntino sulle «i»: «La proposta non ha nulla a che fare né con l'emissione di prestiti comuni, né di debito comune». Già, ma allora - per tornare alla domanda iniziale - in cosa consiste l'idea franco-tedesca? Una cosa è certa, spiega Seiffert, e cioè che esiste un «piano vincolante di rimborso».
Esistono almeno tre motivi che spingono Berlino a negare la mutualizzazione del debito. Due li spiega bene Bloomberg in una lunga e dettagliata analisi dedicata alle criticità del recovery fund targato Merkel e Macron e pubblicata per l'appunto ieri. Primo: le emissioni di debito comune non convengono al governo tedesco né dal punto di vista economico (la Germania si troverebbe a dover contribuire più di qualunque altro Paese al fondo, senza peraltro trovarsi a doverne mai usufruire), né tanto meno da quello politico (il danno in termini elettorale per la cancelliera sarebbe incalcolabile). Secondo: l'articolo 125 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, base del diritto continentale, vieta espressamente che gli Stati membri si facciano carico dei debiti altrui. Il terzo lo aggiungiamo noi: ammettere pubblicamente un cambio di rotta verso qualunque strumento che possa assomigliare, anche solo lontanamente, agli eurobond causerebbe l'immediata rottura del negoziato. Ricordiamo che il recovery fund è legato all'esito della trattativa sul budget Ue 2021-2027, la cui approvazione richiede l'unanimità in Consiglio.
Ma il maldestro tentativo di ieri da parte di Seiffert di gettare acqua sul fuoco dell'ostilità manifesta dei Paesi del Nord sembra essere servito a ben poco. Non per niente, i quattro Stati contrari al piano franco-tedesco ieri hanno prontamente rincarato la dose: Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia sono infatti determinate a difendere con le unghie e con i denti la linea Maginot tracciata intorno agli aiuti per la pandemia. «Vogliamo essere solidali con gli Stati che sono stati colpiti duramente dalla crisi», ha dichiarato ieri il premier austriaco Sebastian Kurz nel corso di un'intervista al quotidiano Oberösterreichischen Nachrichten, «riteniamo però che la strada giusta sia quella dei prestiti e non dei contributi». E il ministro austriaco degli Affari europei, Karoline Edtstadler, si è spinto ancora più avanti, individuando quelli che a suo dire sarebbero i destinatari del fondo: «Una cosa è comunque certa: i soldi che ora vanno a Italia, Spagna oppure Francia vanno usati per superare la crisi e vanno restituiti».
Nel pomeriggio di ieri, poi, si è aggiunto il premier olandese Mark Rutte a dare manforte al collega austriaco. Confermando, casomai ce ne fosse bisogno, che la proposta dei «quattro frugali» non prevede aiuti a fondo perduto, ma solo prestiti da restituire. «Se si richiede un aiuto», ha spiegato il premier olandese, «è necessario attuare riforme di vasta portata in modo da poter essere autosufficienti la prossima volta». Senza risparmiare una stoccata ai Paesi (a suo dire) spreconi: «Noi spendiamo 13 miliardi di soldi nostri perché abbiamo spazio fiscale, bisogna avere il coraggio di chiedersi perché alcuni abbiano fatto le riforme, e altri invece abbiano fallito».
Nemmeno Bruxelles crede alla storiella del pasto gratis. Nel recovery instrument «ci sarà un chiaro legame con le riforme», parola del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. «Finanzieremo pacchetti di riforme e investimenti degli Stati membri, e il Semestre europeo (cioè il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio da parte della Commissione, ndr) e le raccomandazioni faranno da guida nel preparare i piani di ripresa». Tutto, dunque, si svolgerà sotto l'attenta sorveglianza degli euroburocrati. Nel frattempo, ha ricordato ieri Dombrovskis, «il Patto di stabilità non è sospeso, una volta che la ripresa sarà in corso, il focus sarà sul raggiungimento di posizioni fiscali e di debito sostenibile, mentre si stimolano gli investimenti e gli Stati dovranno tornare ai loro obiettivi di bilancio di medio termine». A conti fatti, nonostante i fiumi di inchiostro sparsi dai nostri retroscenisti, sotto il sole non c'è proprio nulla di nuovo.
Continua a leggereRiduci
Altra giornata record, raccolti 14 miliardi. Eppure il Tesoro non ha ampliato le aste malgrado l'emergenza. Anzi, il ministro ha accentrato le scelte: è il preludio al Mes?Ma quali denari a fondo perduto. L'Ue pretende rimborsi e riforme. Ogni giorno escono dettagli che svelano la realtà sul «bazooka» di Angela Merkel ed Emmanuel Macron osannato dai media Berlino frena sulla condivisione del debito, mentre Valdis Dombrovskis parla delle contropartite politiche agli aiuti.Lo speciale comprende due articoli. Quattordici miliardi. Teniamo a mente questa cifra. È la somma incassata negli ultimi 3 giorni dallo Stato per il collocamento del Btp Italia a 5 anni tra i piccoli risparmiatori. E oggi tocca agli investitori istituzionali. La dimensione del successo è data dal confronto con la precedente emissione dell'ottobre 2019, quando fu raccolta la somma complessiva di 6,7 miliardi. Ora confrontiamola con le emissioni lorde del Tesoro dell'intero mese di marzo, con parte del Paese già in quarantena: 32 miliardi, addirittura 1 in meno rispetto ai 33 miliardi del marzo 2019. Peccato che a marzo 2020 le emissioni nette siano state negative per circa 25 miliardi. Sì, avete letto bene, è tutto nero su bianco in un rapporto pubblicato da Bankitalia. Mentre cadevano le bombe sul Paese, a marzo il Tesoro ha pensato bene di emettere meno titoli di quanti ne doveva rimborsare e la differenza è pari a 25 miliardi. E, per far fronte alle uscite crescenti e alle entrate decrescenti, ha dovuto indebitarsi a breve e far massiccio ricorso alle disponibilità liquide presso la Banca d'Italia che si sono ridotte a marzo per 43 miliardi (da 73 a 30). Il livello più basso da fine 2011, i mesi bui della speculazione dei mercati contro i titoli di Stato italiani. Il Paese era in fiamme dal 23 febbraio, e il 5 marzo al ministero del Tesoro erano ancora a contare gli spiccioli nel salvadanaio, anziché mettere mano al libretto degli assegni. Al punto che il 5 marzo il governo chiedeva al Parlamento l'autorizzazione ad un maggior deficit di soli 6,4 miliardi, portato poi a 20 miliardi l'11 marzo. Nel frattempo, dal 12 al 18 marzo, sull'onda del «non siamo qua per chiudere gli spread» di Christine Lagarde, lo spread da 200 punti saliva a sfiorare i 300 punti, prima che il consiglio straordinario della Bce del 18 lanciasse il nuovo piano di acquisti Pepp, che comunque non ha ancora riportato lo spread al livello (140) su cui stazionava prima della crisi da Covid-19. Ecco, ora uniamo i puntini e proviamo a spiegare l'incredibile tentennare del governo in quelle settimane, il cui episodio simbolo è stata l'incertezza per i pagamenti fiscali e contributivi di lunedì 16 marzo, slittati poi al 20. Il Tesoro non poteva aprire i cordoni della borsa semplicemente perché non c'erano più soldi e non ha ritenuto opportuno andare sul mercato a chiederne altri? I numeri avvalorano tale tesi. C'è anche un'altra data da incrociare. Lunedì 16 marzo ci fu il primo Eurogruppo in cui emerse che il Mes era l'unico strumento di pronto impiego e su queste colonne raccogliemmo le indiscrezioni apparse sulla stampa estera che parlavano di funzionari del Mef al lavoro su un'ipotesi di suo utilizzo. Il Tesoro pensava quindi ad altre fonti di finanziamento del deficit (come il Mes), diverse dall'emissione di titoli sui mercati, e i suoi piani sono naufragati per la forte opposizione politica verso uno strumento altamente tossico? Eravamo nuovamente sotto il ricatto dello spread? Perché la Lagarde il 12 marzo si era limitata al pannicello caldo di soli 120 miliardi di acquisti aggiuntivi di titoli pubblici dell'eurozona, salvo fare un precipitoso aumento il 18 marzo, di fronte a segnali di difficoltà di qualche banca d'oltralpe e su sollecitazione di un angosciato Emmanuel Macron? Quale genere di timori hanno attanagliato il ministro Roberto Gualtieri nell'allargare i cordoni della borsa?Sono numerosi i segnali che avvalorano i peggiori sospetti. Ma ci è finita di mezzo l'Italia. Misureremo nei prossimi mesi i danni che il ritardo nell'inondare di liquidità le attività produttive bloccate dalla quarantena, ha provocato al tessuto produttivo del Paese.Ai primi di aprile il decreto «liquidità», quello della «poderosa potenza di fuoco mai vista», aveva uno stanziamento disponibile di circa 1 miliardo. Erano di nuovo finiti i soldi. Solo il 24 aprile scorso, il governo ha presentato al Parlamento la relazione per essere autorizzato ad un maggior deficit di 55 miliardi (maggior fabbisogno di 155 miliardi) e avantieri è arrivato in Gazzetta ufficiale il decreto legge n. 34 che ne disciplina l'utilizzo.Ma un altro segnale che i piani fossero altri è arrivato dal dibattito parlamentare del 29 e 30 aprile per approvare la suddetta relazione ed il Def.Ci risulta da fonti parlamentari, ed è confermato dai resoconti stenografici dell'aula, che in quell'occasione ci fu una forte pressione da parte del Pd ed Iv, affinché fosse concessa via libera al governo e quindi al ministro Gualtieri, nella scelta degli strumenti di finanziamento, segnatamente il Mes, e solo una lotta all'ultima virgola sul testo della risoluzione di maggioranza, abbia evitato di farne esplicita menzione. In particolare, la risoluzione di maggioranza che ha approvato il Def ha impegnato il governo «…a perseguire una politica di attenta ed efficace transizione tra la fase di emergenza e la fase di ripresa dello sviluppo anche utilizzando gli strumenti appropriati tra quelli resi disponibili dalle istituzioni europee…». Iv ha premuto fino all'ultimo affinché si scrivesse «tutti gli strumenti europei compreso il Mes», così come dichiarato da Davide Faraone al Senato.Allora sorge un legittimo dubbio. Il ministro Gualtieri ha voluto con quella frase esaurire il passaggio parlamentare auspicabile nel caso di accesso al Mes e ritenersi quindi già autorizzato dal Parlamento a mettere la sua firma sotto quella richiesta capestro che abbiamo pubblicato qualche giorno fa?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-bpt-italia-e-la-prova-che-il-debito-si-puo-piazzare-ma-gualtieri-non-ha-voluto-2646048039.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-quali-denari-a-fondo-perduto-lue-pretende-rimborsi-e-riforme" data-post-id="2646048039" data-published-at="1590014897" data-use-pagination="False"> Ma quali denari a fondo perduto. L’Ue pretende rimborsi e riforme Non è debito comune, non sono soldi regalati, e allora che cos'è? Più che alle morbide caramelle della famosa canzoncina che impazzava sul finire degli anni Ottanta, il recovery fund proposto da Emmanuel Macron e Angela Merkel ha semmai il gusto di un boccone amaro. E man mano che affiorano alla luce i dettagli del piano franco-tedesco da 500 miliardi illustrato lunedì, le gambe della narrazione messa in piedi dal premier Conte, e sostenuta a gran voce dalla quasi totalità della stampa nostrana, si fanno sempre più corte. Sono davvero «soldi a fondo perduto» che «non andranno mai ripagati»? Il primo altolà agli euroentusiasti giunge proprio dalla Germania, uno dei due Paesi che, insieme alla Francia, di quel progetto si è fatto promotore davanti all'intera Unione europea. Nel corso della conferenza stampa giornaliera, il portavoce dell'esecutivo tedesco Steffen Seibert ha messo qualche puntino sulle «i»: «La proposta non ha nulla a che fare né con l'emissione di prestiti comuni, né di debito comune». Già, ma allora - per tornare alla domanda iniziale - in cosa consiste l'idea franco-tedesca? Una cosa è certa, spiega Seiffert, e cioè che esiste un «piano vincolante di rimborso». Esistono almeno tre motivi che spingono Berlino a negare la mutualizzazione del debito. Due li spiega bene Bloomberg in una lunga e dettagliata analisi dedicata alle criticità del recovery fund targato Merkel e Macron e pubblicata per l'appunto ieri. Primo: le emissioni di debito comune non convengono al governo tedesco né dal punto di vista economico (la Germania si troverebbe a dover contribuire più di qualunque altro Paese al fondo, senza peraltro trovarsi a doverne mai usufruire), né tanto meno da quello politico (il danno in termini elettorale per la cancelliera sarebbe incalcolabile). Secondo: l'articolo 125 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, base del diritto continentale, vieta espressamente che gli Stati membri si facciano carico dei debiti altrui. Il terzo lo aggiungiamo noi: ammettere pubblicamente un cambio di rotta verso qualunque strumento che possa assomigliare, anche solo lontanamente, agli eurobond causerebbe l'immediata rottura del negoziato. Ricordiamo che il recovery fund è legato all'esito della trattativa sul budget Ue 2021-2027, la cui approvazione richiede l'unanimità in Consiglio. Ma il maldestro tentativo di ieri da parte di Seiffert di gettare acqua sul fuoco dell'ostilità manifesta dei Paesi del Nord sembra essere servito a ben poco. Non per niente, i quattro Stati contrari al piano franco-tedesco ieri hanno prontamente rincarato la dose: Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia sono infatti determinate a difendere con le unghie e con i denti la linea Maginot tracciata intorno agli aiuti per la pandemia. «Vogliamo essere solidali con gli Stati che sono stati colpiti duramente dalla crisi», ha dichiarato ieri il premier austriaco Sebastian Kurz nel corso di un'intervista al quotidiano Oberösterreichischen Nachrichten, «riteniamo però che la strada giusta sia quella dei prestiti e non dei contributi». E il ministro austriaco degli Affari europei, Karoline Edtstadler, si è spinto ancora più avanti, individuando quelli che a suo dire sarebbero i destinatari del fondo: «Una cosa è comunque certa: i soldi che ora vanno a Italia, Spagna oppure Francia vanno usati per superare la crisi e vanno restituiti». Nel pomeriggio di ieri, poi, si è aggiunto il premier olandese Mark Rutte a dare manforte al collega austriaco. Confermando, casomai ce ne fosse bisogno, che la proposta dei «quattro frugali» non prevede aiuti a fondo perduto, ma solo prestiti da restituire. «Se si richiede un aiuto», ha spiegato il premier olandese, «è necessario attuare riforme di vasta portata in modo da poter essere autosufficienti la prossima volta». Senza risparmiare una stoccata ai Paesi (a suo dire) spreconi: «Noi spendiamo 13 miliardi di soldi nostri perché abbiamo spazio fiscale, bisogna avere il coraggio di chiedersi perché alcuni abbiano fatto le riforme, e altri invece abbiano fallito». Nemmeno Bruxelles crede alla storiella del pasto gratis. Nel recovery instrument «ci sarà un chiaro legame con le riforme», parola del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. «Finanzieremo pacchetti di riforme e investimenti degli Stati membri, e il Semestre europeo (cioè il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio da parte della Commissione, ndr) e le raccomandazioni faranno da guida nel preparare i piani di ripresa». Tutto, dunque, si svolgerà sotto l'attenta sorveglianza degli euroburocrati. Nel frattempo, ha ricordato ieri Dombrovskis, «il Patto di stabilità non è sospeso, una volta che la ripresa sarà in corso, il focus sarà sul raggiungimento di posizioni fiscali e di debito sostenibile, mentre si stimolano gli investimenti e gli Stati dovranno tornare ai loro obiettivi di bilancio di medio termine». A conti fatti, nonostante i fiumi di inchiostro sparsi dai nostri retroscenisti, sotto il sole non c'è proprio nulla di nuovo.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
Continua a leggereRiduci
La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'11 giugno 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin fa il punto sulla situazione della Lega tra Luca Zaia, Roberto Vannacci e Matteo Salvini.