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2023-01-17
Il boss dei boss preso in fila in clinica. Aspettava la chemio
Ansa
Il mammasantissima di Castelvetrano era in coda per il tampone, prima della seduta di chemioterapia: gli occhiali scuri con le lenti ovali che hanno preso il posto dei Ray ban delle poche foto che circolavano, il giubbotto chelsey imbottito con sotto un pesante maglione di lana al posto delle camicie di seta con cui tutti lo immaginavano e al polso un Frank Muller da 35.000 euro. Che forse è lo stesso orologio d’oro delle descrizioni che arrivano dal Venezuela, dove ha lasciato una delle sue ultime tracce. I carabinieri, che poco prima delle 8 di ieri mattina erano già alla clinica Maddalena di Palermo ad attenderlo, si sono avvicinati e gli hanno chiesto l’identità. Lui ha risposto: «Lei sa chi sono io», Matteo Messina Denaro. Fine della latitanza. Ammanettato dal colonnello Lucio Arcidiacono. Con lui il boss «ha avuto un tono di voce pacato», ha detto ai giornalisti il carabiniere. Dopo 30 anni da primula rossa, u Siccu, come lo avevano ribattezzato nel mondo della mala di Trinacria, prima denuncia per associazione mafiosa nel 1989 e tra i mandanti delle stragi in cui sono stati sacrificati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, avvistato dappertutto ma mai braccato, con un patrimonio ancora stimato in 13 milioni di euro (e con 1.300 euro nel portafogli), si è fatto arrestare. La versione ufficiale dell’arresto l’hanno fornita Procura antimafia di Palermo e carabinieri del Ros durante una conferenza stampa (al comando Legione carabinieri di Palermo con il procuratore Maurizio De Lucia, l’aggiunto Paolo Guidi, il generale del Ros Pasquale Angelosanto e il comandante provinciale di Trapani Fabio Bottino). E a portare gli inquirenti dritti dal capobastone condannato all’ergastolo per decine di omicidi, tra cui quello di Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido a 15 anni, sarebbero state le gravi malattie di cui soffre e che sono state scoperte intercettando i pochi familiari in libertà. Ascoltando le criptiche frasi delle sorelle, dalle quali emergeva il turbamento per un parente che stava male, con una indagine di tipo tradizionale, incrociando i dati nelle banche dati sanitarie, sono spuntati fuori un po’ di nomi interessanti. Uno su tutti: Andrea Bonafede da Campobello di Mazara (Trapani), di professione geometra. Classe 1963. Quasi coetaneo dell’Imprendibile. Con la carta d’identità del geometra di Campobello il super boss, figlio d’arte (don Ciccio, suo padre, faceva il bello e il cattivo tempo a Castelvetrano e aveva scelto come padrino di cresima per Matteo tale Antonio Marotta, fratello di uno dei componenti della banda di Salvatore Giuliano) si presentava in clinica per le cure. L’adenocarcinoma mucinoso del colon, forma tumorale particolarmente aggressiva, gli era stato diagnosticato da un patologo dirigente dell’ospedale Vittorio Emanuele Secondo di Castelvetrano. La cartella clinica porta la firma del dottor Michele Spicola. E la diagnosi risale al 24 novembre del 2020, in piena pandemia, quando il medico scrive un referto istologico per il geometra Bonafede che sembra una condanna a morte.
Nel 2021 Messina Denaro viene operato una seconda volta e subisce la resezione di alcune metastasi al fegato. E frequentando ospedali e cliniche in questi due anni, con i suoi tre vaccini anti Covid in quanto soggetto considerato fragile, ha lasciato più di una traccia plateale in giro: portava in regalo lattine di olio ai dottori e con uno di questi si è esibito pure in un sorridente selfie in maniche di camicia, colletto all’italiana e logo ricamato sul petto. Nel 2020, poi, si è sottoposto a una biopsia al colon all’ospedale Abele Aiello di Mazara del Vallo. E anche questa cartella clinica è finita nelle mani degli investigatori. Come la documentazione dello studio del dottor Filippo Zerilli, oncologo dell’ospedale di Trapani. Per le cure e le ricette mediche, però, si sarebbe rivolto ad Alfredo Tumbarello, già candidato sindaco a Campobello e considerato vicino ad Antonio D’Alì, l’ex senatore ed ex sottosegretario all’Interno forzista condannato (e poi arrestato) per concorso esterno anche per l’ipotizzata vicinanza con i Messina Denaro. Gli studi professionali di entrambi i medici sono stati perquisiti l’altra notte e rientrano tra i 12 decreti eseguiti dai carabinieri del Ros (cinque a Campobello). Ma, dettaglio che è apparso subito come particolarmente strano, ce n’era uno anche per il New Acqua splash, un parco acquatico sorto nel 1997 e finito in amministrazione giudiziaria nel 2001 per bancarotta (poi confiscato nel 2022). E non è l’unica stranezza.
Agli inizi di novembre Salvatore Baiardo, ex gelatiere di Omegna e factotum dei fratelli Graviano, a favore delle telecamere di La7 aveva annunciato: «Presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?». Arrivando a definire l’arresto del super boss un «regalino» per il nuovo governo e rispolverando vecchie storie sulle trattative. «Ma quale trattativa?», esplode Giorgia Meloni intervistata da Rete 4: «Non c’è bisogno di mettersi d’accordo con la mafia per batterla». Il fatto è che la rete di protezione del boss ormai deve essere stata un po’ azzoppata, visto che l’ammuina fatta prima dell’arresto non ha insospettito il capomandamento. Che ieri mattina ha vestito i panni di Bonafede e si è presentato, disarmato, all’appuntamento in clinica.
I carabinieri avevano scoperto che il giorno dell’intervento il Bonafede della carta d’identità non era in clinica. E, così, sotto Natale le indagini si sono fatte stringenti. E quando gli investigatori hanno saputo che Bonafede si sarebbe dovuto presentare per la chemioterapia hanno cinturato la Maddalena. Il paziente era accompagnato da Giovanni Luppino, un incensurato che a Campobello è famoso come broker di olio d’oliva e che gli faceva da autista con la sua Fiat Bravo bianca (è stato arrestato anche lui). Negli archivi dei carabinieri veniva definito «di buona condotta in genere, essendo immune da pregiudizi di polizia agli atti d’Ufficio». Un insospettabile, insomma, che «in pubblico gode di normale stima e reputazione». E ora si cerca il covo nel quale ha passato la sua latitanza. Che non deve essere distante da Campobello, visto che l’autista e il geometra della carta d’identità sono entrambi del paesello.
Tra gli investigatori c’è chi si lascia scappare che proprio l’abitazione di Bonafede potrebbe essere l’ultimo nascondiglio di Messina Denaro. Dalla casa, perquisita, è stato portato via materiale definito «interessante». Sempre a Campobello è stata perquisita l’abitazione di Salvatore Messina Denaro, fratello del boss, scarcerato un paio di anni fa. Mentre a Castelvetrano i militari sono entrati anche negli appartamenti delle sorelle. Il procuratore De Lucia in conferenza stampa ha affermato che «fette della borghesia» per molto tempo hanno fatto parte della rete dei favoreggiatori. Ora tocca a loro.
Il premier Meloni vola a Palermo. «Adesso tocca ai fiancheggiatori»
Non poteva che essere un coro unanime di soddisfazione quello con cui la politica ha accolto l’arresto, da parte dei Ros, del «principe» dei latitanti di mafia Matteo Messina Denaro a Palermo. A partire ovviamente dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, appena appresa la notizia, è volata a Palermo per ringraziare di persona tutti coloro che hanno contribuito alla cattura del boss. Il premier, però, non si è limitato a congratularsi ma è entrato anche nel merito delle politiche di contrasto alla criminalità organizzata, rivendicando alcune scelte recenti e sottolineando l’importanza che l’arresto potrà assumere per gli sviluppi delle indagini su numerosi delitti irrisolti. Non a caso, nella prima dichiarazione a caldo diramata dopo la cattura, Meloni ha parlato di una «grande vittoria dello Stato che dimostra di non arrendersi di fronte alla mafia». «Il governo», ha aggiunto, «assicura che la lotta alla criminalità mafiosa proseguirà senza tregua, come dimostra il fatto che il primo provvedimento di questo esecutivo, la difesa del carcere ostativo, ha riguardato proprio questa materia». Una volta giunta nel capoluogo siciliano, il presidente del Consiglio è tornato sull’argomento, affermando che «quell’istituto voluto da Falcone e Borsellino è stato difeso dal governo» ma è andata oltre: «Non abbiamo vinto la guerra», ha detto, «non abbiamo sconfitto la mafia, ma questa era una battaglia fondamentale da vincere e rappresenta un colpo duro alla criminalità organizzata. C’è uno Stato che ha continuato a lavorare», ha aggiunto, «poi spero che qualcosa in più possa uscire su chi eventualmente avesse collaborato con lui». Infine, dal premier è arrivata anche una proposta, e cioè che il 16 gennaio diventi una data per celebrare la lotta alla criminalità organizzata: «È una proposta che farò», ha detto parlando ai cronisti.
Grande soddisfazione, naturalmente, dal capo dello Stato Sergio Mattarella, fratello di una vittima di mafia, che ha telefonato in mattinata al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al comandante dell’Arma dei carabinieri Teo Luzi per congratularsi. Anche i presidente delle Camere hanno espresso la propria gioia per l’arresto di Messina Denaro: per il presidente del Senato Ignazio La Russa si tratta di una «notizia bellissima per la nostra Nazione», mentre il presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana ha parlato di vittoria «per lo Stato e gli italiani che credono nei valori della legalità e della giustizia», aggiungendo un pensiero per tutte le vittime della mafia e «tutti i magistrati che hanno sacrificato la propria vita nella lotta alla criminalità organizzata come i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e il Beato Rosario Livatino».
Sul fronte politico, restando in maggioranza, il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini ha manifestato «profonda emozione» e ha aggiunto che «prima o poi anche i più grandi criminali in fuga vengono braccati e assicurati alla Giustizia: le istituzioni e i nostri eroi in divisa non mollano mai». In casa Fi, sia l’altro vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che il leader Silvio Berlusconi si sono complimentati con le forze dell’ordine: «Con i nostri governi», ha detto Berlusconi, «abbiamo dato nuovo impulso alla lotta contro la criminalità organizzata, con regole più efficaci: continueremo questa battaglia fino alla vittoria definitiva contro chi uccide e calpesta la dignità umana».
Passando all’opposizione, il segretario del Pd Enrico Letta ha twittato che «la mafia alla fine perde sempre», mentre il presidente del M5s Giuseppe Conte, sempre su Twitter, ha scritto che «la mafia non può vincere e lo Stato non deve abbassare le difese né ora né mai». Chiude la rassegna dei tweet d’opposizione Carlo Calenda, parlando di «giorno storico per l’Italia».
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Finisce dopo 30 anni la latitanza di Matteo Messina Denaro. Forse tradito da una intercettazione. Il mistero del selfie.Il premier Giorgia Meloni vola a Palermo. «Adesso tocca ai fiancheggiatori». Sergio Mattarella si congratula con l’Arma. Matteo Salvini: «Nessun criminale è imprendibile».Lo speciale comprende due articoli.Il mammasantissima di Castelvetrano era in coda per il tampone, prima della seduta di chemioterapia: gli occhiali scuri con le lenti ovali che hanno preso il posto dei Ray ban delle poche foto che circolavano, il giubbotto chelsey imbottito con sotto un pesante maglione di lana al posto delle camicie di seta con cui tutti lo immaginavano e al polso un Frank Muller da 35.000 euro. Che forse è lo stesso orologio d’oro delle descrizioni che arrivano dal Venezuela, dove ha lasciato una delle sue ultime tracce. I carabinieri, che poco prima delle 8 di ieri mattina erano già alla clinica Maddalena di Palermo ad attenderlo, si sono avvicinati e gli hanno chiesto l’identità. Lui ha risposto: «Lei sa chi sono io», Matteo Messina Denaro. Fine della latitanza. Ammanettato dal colonnello Lucio Arcidiacono. Con lui il boss «ha avuto un tono di voce pacato», ha detto ai giornalisti il carabiniere. Dopo 30 anni da primula rossa, u Siccu, come lo avevano ribattezzato nel mondo della mala di Trinacria, prima denuncia per associazione mafiosa nel 1989 e tra i mandanti delle stragi in cui sono stati sacrificati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, avvistato dappertutto ma mai braccato, con un patrimonio ancora stimato in 13 milioni di euro (e con 1.300 euro nel portafogli), si è fatto arrestare. La versione ufficiale dell’arresto l’hanno fornita Procura antimafia di Palermo e carabinieri del Ros durante una conferenza stampa (al comando Legione carabinieri di Palermo con il procuratore Maurizio De Lucia, l’aggiunto Paolo Guidi, il generale del Ros Pasquale Angelosanto e il comandante provinciale di Trapani Fabio Bottino). E a portare gli inquirenti dritti dal capobastone condannato all’ergastolo per decine di omicidi, tra cui quello di Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido a 15 anni, sarebbero state le gravi malattie di cui soffre e che sono state scoperte intercettando i pochi familiari in libertà. Ascoltando le criptiche frasi delle sorelle, dalle quali emergeva il turbamento per un parente che stava male, con una indagine di tipo tradizionale, incrociando i dati nelle banche dati sanitarie, sono spuntati fuori un po’ di nomi interessanti. Uno su tutti: Andrea Bonafede da Campobello di Mazara (Trapani), di professione geometra. Classe 1963. Quasi coetaneo dell’Imprendibile. Con la carta d’identità del geometra di Campobello il super boss, figlio d’arte (don Ciccio, suo padre, faceva il bello e il cattivo tempo a Castelvetrano e aveva scelto come padrino di cresima per Matteo tale Antonio Marotta, fratello di uno dei componenti della banda di Salvatore Giuliano) si presentava in clinica per le cure. L’adenocarcinoma mucinoso del colon, forma tumorale particolarmente aggressiva, gli era stato diagnosticato da un patologo dirigente dell’ospedale Vittorio Emanuele Secondo di Castelvetrano. La cartella clinica porta la firma del dottor Michele Spicola. E la diagnosi risale al 24 novembre del 2020, in piena pandemia, quando il medico scrive un referto istologico per il geometra Bonafede che sembra una condanna a morte. Nel 2021 Messina Denaro viene operato una seconda volta e subisce la resezione di alcune metastasi al fegato. E frequentando ospedali e cliniche in questi due anni, con i suoi tre vaccini anti Covid in quanto soggetto considerato fragile, ha lasciato più di una traccia plateale in giro: portava in regalo lattine di olio ai dottori e con uno di questi si è esibito pure in un sorridente selfie in maniche di camicia, colletto all’italiana e logo ricamato sul petto. Nel 2020, poi, si è sottoposto a una biopsia al colon all’ospedale Abele Aiello di Mazara del Vallo. E anche questa cartella clinica è finita nelle mani degli investigatori. Come la documentazione dello studio del dottor Filippo Zerilli, oncologo dell’ospedale di Trapani. Per le cure e le ricette mediche, però, si sarebbe rivolto ad Alfredo Tumbarello, già candidato sindaco a Campobello e considerato vicino ad Antonio D’Alì, l’ex senatore ed ex sottosegretario all’Interno forzista condannato (e poi arrestato) per concorso esterno anche per l’ipotizzata vicinanza con i Messina Denaro. Gli studi professionali di entrambi i medici sono stati perquisiti l’altra notte e rientrano tra i 12 decreti eseguiti dai carabinieri del Ros (cinque a Campobello). Ma, dettaglio che è apparso subito come particolarmente strano, ce n’era uno anche per il New Acqua splash, un parco acquatico sorto nel 1997 e finito in amministrazione giudiziaria nel 2001 per bancarotta (poi confiscato nel 2022). E non è l’unica stranezza. Agli inizi di novembre Salvatore Baiardo, ex gelatiere di Omegna e factotum dei fratelli Graviano, a favore delle telecamere di La7 aveva annunciato: «Presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?». Arrivando a definire l’arresto del super boss un «regalino» per il nuovo governo e rispolverando vecchie storie sulle trattative. «Ma quale trattativa?», esplode Giorgia Meloni intervistata da Rete 4: «Non c’è bisogno di mettersi d’accordo con la mafia per batterla». Il fatto è che la rete di protezione del boss ormai deve essere stata un po’ azzoppata, visto che l’ammuina fatta prima dell’arresto non ha insospettito il capomandamento. Che ieri mattina ha vestito i panni di Bonafede e si è presentato, disarmato, all’appuntamento in clinica. I carabinieri avevano scoperto che il giorno dell’intervento il Bonafede della carta d’identità non era in clinica. E, così, sotto Natale le indagini si sono fatte stringenti. E quando gli investigatori hanno saputo che Bonafede si sarebbe dovuto presentare per la chemioterapia hanno cinturato la Maddalena. Il paziente era accompagnato da Giovanni Luppino, un incensurato che a Campobello è famoso come broker di olio d’oliva e che gli faceva da autista con la sua Fiat Bravo bianca (è stato arrestato anche lui). Negli archivi dei carabinieri veniva definito «di buona condotta in genere, essendo immune da pregiudizi di polizia agli atti d’Ufficio». Un insospettabile, insomma, che «in pubblico gode di normale stima e reputazione». E ora si cerca il covo nel quale ha passato la sua latitanza. Che non deve essere distante da Campobello, visto che l’autista e il geometra della carta d’identità sono entrambi del paesello. Tra gli investigatori c’è chi si lascia scappare che proprio l’abitazione di Bonafede potrebbe essere l’ultimo nascondiglio di Messina Denaro. Dalla casa, perquisita, è stato portato via materiale definito «interessante». Sempre a Campobello è stata perquisita l’abitazione di Salvatore Messina Denaro, fratello del boss, scarcerato un paio di anni fa. Mentre a Castelvetrano i militari sono entrati anche negli appartamenti delle sorelle. Il procuratore De Lucia in conferenza stampa ha affermato che «fette della borghesia» per molto tempo hanno fatto parte della rete dei favoreggiatori. Ora tocca a loro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-boss-dei-boss-preso-in-fila-in-clinica-aspettava-la-chemio-2659264517.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-premier-meloni-vola-a-palermo-adesso-tocca-ai-fiancheggiatori" data-post-id="2659264517" data-published-at="1673914268" data-use-pagination="False"> Il premier Meloni vola a Palermo. «Adesso tocca ai fiancheggiatori» Non poteva che essere un coro unanime di soddisfazione quello con cui la politica ha accolto l’arresto, da parte dei Ros, del «principe» dei latitanti di mafia Matteo Messina Denaro a Palermo. A partire ovviamente dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, appena appresa la notizia, è volata a Palermo per ringraziare di persona tutti coloro che hanno contribuito alla cattura del boss. Il premier, però, non si è limitato a congratularsi ma è entrato anche nel merito delle politiche di contrasto alla criminalità organizzata, rivendicando alcune scelte recenti e sottolineando l’importanza che l’arresto potrà assumere per gli sviluppi delle indagini su numerosi delitti irrisolti. Non a caso, nella prima dichiarazione a caldo diramata dopo la cattura, Meloni ha parlato di una «grande vittoria dello Stato che dimostra di non arrendersi di fronte alla mafia». «Il governo», ha aggiunto, «assicura che la lotta alla criminalità mafiosa proseguirà senza tregua, come dimostra il fatto che il primo provvedimento di questo esecutivo, la difesa del carcere ostativo, ha riguardato proprio questa materia». Una volta giunta nel capoluogo siciliano, il presidente del Consiglio è tornato sull’argomento, affermando che «quell’istituto voluto da Falcone e Borsellino è stato difeso dal governo» ma è andata oltre: «Non abbiamo vinto la guerra», ha detto, «non abbiamo sconfitto la mafia, ma questa era una battaglia fondamentale da vincere e rappresenta un colpo duro alla criminalità organizzata. C’è uno Stato che ha continuato a lavorare», ha aggiunto, «poi spero che qualcosa in più possa uscire su chi eventualmente avesse collaborato con lui». Infine, dal premier è arrivata anche una proposta, e cioè che il 16 gennaio diventi una data per celebrare la lotta alla criminalità organizzata: «È una proposta che farò», ha detto parlando ai cronisti. Grande soddisfazione, naturalmente, dal capo dello Stato Sergio Mattarella, fratello di una vittima di mafia, che ha telefonato in mattinata al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al comandante dell’Arma dei carabinieri Teo Luzi per congratularsi. Anche i presidente delle Camere hanno espresso la propria gioia per l’arresto di Messina Denaro: per il presidente del Senato Ignazio La Russa si tratta di una «notizia bellissima per la nostra Nazione», mentre il presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana ha parlato di vittoria «per lo Stato e gli italiani che credono nei valori della legalità e della giustizia», aggiungendo un pensiero per tutte le vittime della mafia e «tutti i magistrati che hanno sacrificato la propria vita nella lotta alla criminalità organizzata come i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e il Beato Rosario Livatino». Sul fronte politico, restando in maggioranza, il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini ha manifestato «profonda emozione» e ha aggiunto che «prima o poi anche i più grandi criminali in fuga vengono braccati e assicurati alla Giustizia: le istituzioni e i nostri eroi in divisa non mollano mai». In casa Fi, sia l’altro vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che il leader Silvio Berlusconi si sono complimentati con le forze dell’ordine: «Con i nostri governi», ha detto Berlusconi, «abbiamo dato nuovo impulso alla lotta contro la criminalità organizzata, con regole più efficaci: continueremo questa battaglia fino alla vittoria definitiva contro chi uccide e calpesta la dignità umana». Passando all’opposizione, il segretario del Pd Enrico Letta ha twittato che «la mafia alla fine perde sempre», mentre il presidente del M5s Giuseppe Conte, sempre su Twitter, ha scritto che «la mafia non può vincere e lo Stato non deve abbassare le difese né ora né mai». Chiude la rassegna dei tweet d’opposizione Carlo Calenda, parlando di «giorno storico per l’Italia».
Massimo D'Alema nel 1999 (Getty Images)
Tuttavia, come ha ricordato Giorgio Gandola su queste pagine, qualcuno fra i compagni deve aver dimenticato quando, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, l’Italia non solo concesse ad americani e Nato le basi per attaccare la Serbia, ma partecipò a una guerra senza neppure informare il Parlamento. E il primo ad averlo scordato a quanto pare è proprio l’ex premier, il quale, rispondendo al ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha sostenuto che la missione umanitaria del 1999 fu autorizzata da un voto delle Camere a cui partecipò, dando voto favorevole, persino Silvio Berlusconi. Sì, è vero, ma a cose fatte. Ovvero ad aerei decollati e rientrati alla base dopo aver bombardato Belgrado. Il tutto alle spalle degli italiani.
Non lo dico io: lo testimoniano gli atti parlamentari. Infatti, è sufficiente confrontare la data della seduta in cui D’Alema, divenuto premier da pochi mesi, informò il Parlamento della missione contro la Serbia. Il dibattito iniziò alle 14.05 del 26 marzo del 1999, con il seguente ordine del giorno: «Comunicazioni del governo e discussione delle mozioni Comino, Armando Cossutta, Pisanu e Bertinotti sulla crisi in Kosovo». Sì, proprio così: ufficialmente si parlò della crisi in Kosovo, ma in realtà quella discussione, e il voto che ne seguì, serviva a dare una parvenza di legalità ai bombardamenti in corso da due giorni. Già, perché gli aerei della Nato cominciarono a sganciare ordigni a grappolo il 24 marzo.
Del resto, che tutto fosse stato fatto in gran segreto, nascondendo agli italiani, e dunque alle Camere, ciò che il governo di D’Alema stava facendo, lo ha raccontato tempo fa l’ex comandante di Stato Maggiore della Difesa e comandante delle nostre Forze armate, il generale Mario Arpino. Ricordando quei giorni, l’alto ufficiale ha svelato non soltanto che c’era l’ordine di non parlare di operazioni di attacco, ma solo di difesa, ma ha rammentato una telefonata che ricevette in quelle ore da Sergio Mattarella, ai tempi vicepresidente del Consiglio: «Ho saputo che un suo dipendente, il comandante del gruppo Tornado di Piacenza, al rientro della squadriglia dalla missione ha rilasciato un’intervista dove ha raccontato di aver lanciato missili contro postazioni radar serbe… È inammissibile. La ritengo personalmente responsabile…». «In effetti», ha ricostruito Arpino, «era successo che il comandante dell’analogo gruppo della Luftwaffe ospitato sulla base, che non aveva alcuna restrizione nei confronti dei media, avesse ammesso il lancio di missili antiradar. D’altro canto, l’intervista era congiunta, e il comandante italiano non aveva altra scelta che associarsi.
I contadini, interrogati dai giornalisti ai margini della rete aeroportuale, avevano del resto già raccontato di aver visto i Tornado italiani e tedeschi partire con i missili e ritornare senza…». Cioè Mattarella, che del governo era il vice presidente, intimava il silenzio sulle operazioni militari ad attacco già avviato, mentre D’Alema alla Camera sosteneva che «il contributo specifico delle Forze armate italiane era limitato alle attività di difesa integrata del territorio nazionale». E su quello il Parlamento votò.
Ma per capire l’ipocrisia della sinistra riguardo all’uso di basi militari e il richiamo alla Costituzione che ripudia la guerra, credo sia utile rileggere alcuni passaggi della lettera che Carlo Scognamiglio, all’epoca ministro della Difesa, scrisse al Corriere due anni dopo. Il titolo dell’intervento già dice tutto: «Il governo D’Alema nacque per rispettare gli impegni Nato», cioè per bombardare la Serbia. «Serviva un governo che garantisse alle Forze armate italiane la possibilità di assolvere con dignità i propri compiti nell’Alleanza di fronte all’imminenza di un conflitto» ricordava Scognamiglio. E D’Alema «il 24 marzo si assunse la responsabilità di acconsentire l’inizio delle ostilità». Serve altro per strappare il velo di ipocrisia? Beh, una perla è la frase con cui Scognamiglio in un’intervista definì curiosamente l’attività dei nostri Tornado come «difesa integrata». Bombardavamo, ma per difenderci da un nemico che non ci aveva attaccato e per integrarci, o meglio per adeguarci, alle decisioni prese da Bill Clinton. E adesso, 27 anni dopo, perfino la sosta degli aerei in una base aerea americana in Italia diventa, per la sinistra, una violazione della Costituzione.
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Getty Images
Ma è tutto fermo. Fino a marzo possiamo stare tranquilli per le forniture. Da aprile si vedrà, sostengono i manager del settore. Risultato: il Brent, ovvero il greggio europeo, è rincarato del 25% da venerdì scorso a oltre 92 dollari al barile, il gas ad Amsterdam del 65% in una settimana a 52 euro per megawattora, la benzina e il gasolio hanno visto un balzo di poco inferiore al 20%. E ora attendiamo l’effetto caro-gas sulle bollette del metano e soprattutto dell’energia elettrica, dato che dal gas dipende circa metà della produzione elettrica italiana. Le stime parlano di possibili aumenti della bolletta energetica tra 250 e 300 euro annui per famiglia, nel caso le quotazioni non calassero. Per le imprese il peso potrebbe essere ancora più rilevante: un’azienda con consumi pari a un milione di kilowattora all’anno potrebbe affrontare rincari fino a 30.000 euro.
Consumi energetici più cari vuol dire più inflazione. Secondo il Codacons, se la crisi dovesse tradursi in un aumento complessivo dei prezzi di un punto percentuale, la spesa annua di una famiglia con due figli crescerebbe di circa 457 euro a parità di consumi. Questo aggravio si sommerebbe al carovita già acquisito nel 2026, pari all’1,1% secondo l’Istat, portando il conto complessivo per lo stesso nucleo familiare a circa 959 euro in più all’anno.
Dal caro carburanti infatti scatta tutta una filiera di aumenti. Secondo le stime di Cna Fita, l’incremento dei prezzi alla pompa registrato negli ultimi giorni si traduce già in un aggravio di oltre 2.400 euro l’anno per un mezzo pesante che percorre 100.000 chilometri. Se le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero proseguire, gli autotrasportatori potrebbero trovarsi di fronte a un rincaro ulteriore di circa 0,445 euro al litro, pari a un aumento del 25%, con un costo aggiuntivo di circa 13.000 euro annui per ogni camion. L’impatto si estende anche al settore dei trasporti aerei. L’interruzione delle forniture dal Golfo ha fatto impennare il prezzo del carburante per l’aviazione di oltre l’80%. Prima degli attacchi il carburante per aerei nell’Europa Nord-occidentale costava circa 830 dollari a tonnellata, ora ha superato i 1.500 dollari. Si tratta dei livelli più alti dal 2022, quando i mercati furono scossi dall’invasione russa dell’Ucraina. Secondo gli analisti, se i costi resteranno elevati le compagnie aeree potrebbero trasferire gli aumenti sui biglietti, con tariffe più alte in vista delle vacanze estive. Più o meno un 10%, considerando che il carburante vale un quarto del biglietto finale.
Gli effetti potrebbero arrivare però rapidamente anche sugli scaffali dei supermercati. L’associazione di consumatori Codici stima che un aumento dei carburanti tra il 2% e il 3% possa generare nel breve periodo rincari dei prezzi alimentari tra lo 0,5% e l’1,5%. In questo scenario la spesa alimentare delle famiglie italiane potrebbe crescere di circa 20-40 euro al mese entro la fine di marzo, con aumenti che riguarderebbero soprattutto ortofrutta fresca, latticini, carne e prodotti legati alla filiera cerealicola.
Nel settore agricolo le tensioni internazionali stanno già incidendo sui costi di produzione. Confagricoltura segnala aumenti rapidi dei prezzi dei fertilizzanti e ovviamente dei carburanti, con punte superiori al 30%, con immaginabili effetti sui prezzi finali. Gianclaudio Torlizzi di T-Commodity ricorda che «dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, il petrolio passò da 68 a 94 dollari al barile, un aumento del 37%. Nello stesso periodo i prezzi alimentari globali salirono del 15%». Ci siamo quasi.
Le tensioni geopolitiche stanno influenzando anche alcune materie prime industriali. I future sull’alluminio sono saliti fino a 3.350 dollari a tonnellata, il livello più alto degli ultimi quattro anni, e parliamo di un metallo leggero e resistente alla corrosione comunemente utilizzato in settori come l’edilizia, i trasporti e l’imballaggio. Corre pure il prezzo del tanto vituperato carbone che ha raggiunto i 138 dollari a tonnellata, massimo da 15 mesi, spinto dalla maggiore domanda di combustibili alternativi dopo le chiusure in Qatar.
Gli analisti dunque avvertono che una crisi energetica prolungata potrebbe riportare l’inflazione su livelli più elevati. Secondo Ing Direct, se il conflitto dovesse protrarsi per diverse settimane l’inflazione potrebbe tornare intorno al 2,5% nell’eurozona, col rischio che la Bce rialzi i tassi. «Nel breve periodo, il recente aumento dei prezzi dell’energia seguito alle tensioni in Iran rende più incerto il percorso dell’inflazione», minaccia Isabel Schnabel, membro del consiglio esecutivo Bce. Ci mancherebbe solo l’aumento del costo del denaro. Allora sì che, come dopo il 2022, pagheremmo mutui e prestiti più cari, di fatto non fermando più l’inflazione e ammazzando definitivamente il potere d’acquisto degli italiani.
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Il ministro per la Famiglia e le Pari opportunità interviene sulla vicenda della famiglia Trevallion: «I giudici facciano un passano indietro rispetto alla decisione presa di separare la madre dai tre bambini».