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2023-01-17
Il boss dei boss preso in fila in clinica. Aspettava la chemio
Ansa
Il mammasantissima di Castelvetrano era in coda per il tampone, prima della seduta di chemioterapia: gli occhiali scuri con le lenti ovali che hanno preso il posto dei Ray ban delle poche foto che circolavano, il giubbotto chelsey imbottito con sotto un pesante maglione di lana al posto delle camicie di seta con cui tutti lo immaginavano e al polso un Frank Muller da 35.000 euro. Che forse è lo stesso orologio d’oro delle descrizioni che arrivano dal Venezuela, dove ha lasciato una delle sue ultime tracce. I carabinieri, che poco prima delle 8 di ieri mattina erano già alla clinica Maddalena di Palermo ad attenderlo, si sono avvicinati e gli hanno chiesto l’identità. Lui ha risposto: «Lei sa chi sono io», Matteo Messina Denaro. Fine della latitanza. Ammanettato dal colonnello Lucio Arcidiacono. Con lui il boss «ha avuto un tono di voce pacato», ha detto ai giornalisti il carabiniere. Dopo 30 anni da primula rossa, u Siccu, come lo avevano ribattezzato nel mondo della mala di Trinacria, prima denuncia per associazione mafiosa nel 1989 e tra i mandanti delle stragi in cui sono stati sacrificati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, avvistato dappertutto ma mai braccato, con un patrimonio ancora stimato in 13 milioni di euro (e con 1.300 euro nel portafogli), si è fatto arrestare. La versione ufficiale dell’arresto l’hanno fornita Procura antimafia di Palermo e carabinieri del Ros durante una conferenza stampa (al comando Legione carabinieri di Palermo con il procuratore Maurizio De Lucia, l’aggiunto Paolo Guidi, il generale del Ros Pasquale Angelosanto e il comandante provinciale di Trapani Fabio Bottino). E a portare gli inquirenti dritti dal capobastone condannato all’ergastolo per decine di omicidi, tra cui quello di Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido a 15 anni, sarebbero state le gravi malattie di cui soffre e che sono state scoperte intercettando i pochi familiari in libertà. Ascoltando le criptiche frasi delle sorelle, dalle quali emergeva il turbamento per un parente che stava male, con una indagine di tipo tradizionale, incrociando i dati nelle banche dati sanitarie, sono spuntati fuori un po’ di nomi interessanti. Uno su tutti: Andrea Bonafede da Campobello di Mazara (Trapani), di professione geometra. Classe 1963. Quasi coetaneo dell’Imprendibile. Con la carta d’identità del geometra di Campobello il super boss, figlio d’arte (don Ciccio, suo padre, faceva il bello e il cattivo tempo a Castelvetrano e aveva scelto come padrino di cresima per Matteo tale Antonio Marotta, fratello di uno dei componenti della banda di Salvatore Giuliano) si presentava in clinica per le cure. L’adenocarcinoma mucinoso del colon, forma tumorale particolarmente aggressiva, gli era stato diagnosticato da un patologo dirigente dell’ospedale Vittorio Emanuele Secondo di Castelvetrano. La cartella clinica porta la firma del dottor Michele Spicola. E la diagnosi risale al 24 novembre del 2020, in piena pandemia, quando il medico scrive un referto istologico per il geometra Bonafede che sembra una condanna a morte.
Nel 2021 Messina Denaro viene operato una seconda volta e subisce la resezione di alcune metastasi al fegato. E frequentando ospedali e cliniche in questi due anni, con i suoi tre vaccini anti Covid in quanto soggetto considerato fragile, ha lasciato più di una traccia plateale in giro: portava in regalo lattine di olio ai dottori e con uno di questi si è esibito pure in un sorridente selfie in maniche di camicia, colletto all’italiana e logo ricamato sul petto. Nel 2020, poi, si è sottoposto a una biopsia al colon all’ospedale Abele Aiello di Mazara del Vallo. E anche questa cartella clinica è finita nelle mani degli investigatori. Come la documentazione dello studio del dottor Filippo Zerilli, oncologo dell’ospedale di Trapani. Per le cure e le ricette mediche, però, si sarebbe rivolto ad Alfredo Tumbarello, già candidato sindaco a Campobello e considerato vicino ad Antonio D’Alì, l’ex senatore ed ex sottosegretario all’Interno forzista condannato (e poi arrestato) per concorso esterno anche per l’ipotizzata vicinanza con i Messina Denaro. Gli studi professionali di entrambi i medici sono stati perquisiti l’altra notte e rientrano tra i 12 decreti eseguiti dai carabinieri del Ros (cinque a Campobello). Ma, dettaglio che è apparso subito come particolarmente strano, ce n’era uno anche per il New Acqua splash, un parco acquatico sorto nel 1997 e finito in amministrazione giudiziaria nel 2001 per bancarotta (poi confiscato nel 2022). E non è l’unica stranezza.
Agli inizi di novembre Salvatore Baiardo, ex gelatiere di Omegna e factotum dei fratelli Graviano, a favore delle telecamere di La7 aveva annunciato: «Presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?». Arrivando a definire l’arresto del super boss un «regalino» per il nuovo governo e rispolverando vecchie storie sulle trattative. «Ma quale trattativa?», esplode Giorgia Meloni intervistata da Rete 4: «Non c’è bisogno di mettersi d’accordo con la mafia per batterla». Il fatto è che la rete di protezione del boss ormai deve essere stata un po’ azzoppata, visto che l’ammuina fatta prima dell’arresto non ha insospettito il capomandamento. Che ieri mattina ha vestito i panni di Bonafede e si è presentato, disarmato, all’appuntamento in clinica.
I carabinieri avevano scoperto che il giorno dell’intervento il Bonafede della carta d’identità non era in clinica. E, così, sotto Natale le indagini si sono fatte stringenti. E quando gli investigatori hanno saputo che Bonafede si sarebbe dovuto presentare per la chemioterapia hanno cinturato la Maddalena. Il paziente era accompagnato da Giovanni Luppino, un incensurato che a Campobello è famoso come broker di olio d’oliva e che gli faceva da autista con la sua Fiat Bravo bianca (è stato arrestato anche lui). Negli archivi dei carabinieri veniva definito «di buona condotta in genere, essendo immune da pregiudizi di polizia agli atti d’Ufficio». Un insospettabile, insomma, che «in pubblico gode di normale stima e reputazione». E ora si cerca il covo nel quale ha passato la sua latitanza. Che non deve essere distante da Campobello, visto che l’autista e il geometra della carta d’identità sono entrambi del paesello.
Tra gli investigatori c’è chi si lascia scappare che proprio l’abitazione di Bonafede potrebbe essere l’ultimo nascondiglio di Messina Denaro. Dalla casa, perquisita, è stato portato via materiale definito «interessante». Sempre a Campobello è stata perquisita l’abitazione di Salvatore Messina Denaro, fratello del boss, scarcerato un paio di anni fa. Mentre a Castelvetrano i militari sono entrati anche negli appartamenti delle sorelle. Il procuratore De Lucia in conferenza stampa ha affermato che «fette della borghesia» per molto tempo hanno fatto parte della rete dei favoreggiatori. Ora tocca a loro.
Il premier Meloni vola a Palermo. «Adesso tocca ai fiancheggiatori»
Non poteva che essere un coro unanime di soddisfazione quello con cui la politica ha accolto l’arresto, da parte dei Ros, del «principe» dei latitanti di mafia Matteo Messina Denaro a Palermo. A partire ovviamente dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, appena appresa la notizia, è volata a Palermo per ringraziare di persona tutti coloro che hanno contribuito alla cattura del boss. Il premier, però, non si è limitato a congratularsi ma è entrato anche nel merito delle politiche di contrasto alla criminalità organizzata, rivendicando alcune scelte recenti e sottolineando l’importanza che l’arresto potrà assumere per gli sviluppi delle indagini su numerosi delitti irrisolti. Non a caso, nella prima dichiarazione a caldo diramata dopo la cattura, Meloni ha parlato di una «grande vittoria dello Stato che dimostra di non arrendersi di fronte alla mafia». «Il governo», ha aggiunto, «assicura che la lotta alla criminalità mafiosa proseguirà senza tregua, come dimostra il fatto che il primo provvedimento di questo esecutivo, la difesa del carcere ostativo, ha riguardato proprio questa materia». Una volta giunta nel capoluogo siciliano, il presidente del Consiglio è tornato sull’argomento, affermando che «quell’istituto voluto da Falcone e Borsellino è stato difeso dal governo» ma è andata oltre: «Non abbiamo vinto la guerra», ha detto, «non abbiamo sconfitto la mafia, ma questa era una battaglia fondamentale da vincere e rappresenta un colpo duro alla criminalità organizzata. C’è uno Stato che ha continuato a lavorare», ha aggiunto, «poi spero che qualcosa in più possa uscire su chi eventualmente avesse collaborato con lui». Infine, dal premier è arrivata anche una proposta, e cioè che il 16 gennaio diventi una data per celebrare la lotta alla criminalità organizzata: «È una proposta che farò», ha detto parlando ai cronisti.
Grande soddisfazione, naturalmente, dal capo dello Stato Sergio Mattarella, fratello di una vittima di mafia, che ha telefonato in mattinata al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al comandante dell’Arma dei carabinieri Teo Luzi per congratularsi. Anche i presidente delle Camere hanno espresso la propria gioia per l’arresto di Messina Denaro: per il presidente del Senato Ignazio La Russa si tratta di una «notizia bellissima per la nostra Nazione», mentre il presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana ha parlato di vittoria «per lo Stato e gli italiani che credono nei valori della legalità e della giustizia», aggiungendo un pensiero per tutte le vittime della mafia e «tutti i magistrati che hanno sacrificato la propria vita nella lotta alla criminalità organizzata come i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e il Beato Rosario Livatino».
Sul fronte politico, restando in maggioranza, il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini ha manifestato «profonda emozione» e ha aggiunto che «prima o poi anche i più grandi criminali in fuga vengono braccati e assicurati alla Giustizia: le istituzioni e i nostri eroi in divisa non mollano mai». In casa Fi, sia l’altro vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che il leader Silvio Berlusconi si sono complimentati con le forze dell’ordine: «Con i nostri governi», ha detto Berlusconi, «abbiamo dato nuovo impulso alla lotta contro la criminalità organizzata, con regole più efficaci: continueremo questa battaglia fino alla vittoria definitiva contro chi uccide e calpesta la dignità umana».
Passando all’opposizione, il segretario del Pd Enrico Letta ha twittato che «la mafia alla fine perde sempre», mentre il presidente del M5s Giuseppe Conte, sempre su Twitter, ha scritto che «la mafia non può vincere e lo Stato non deve abbassare le difese né ora né mai». Chiude la rassegna dei tweet d’opposizione Carlo Calenda, parlando di «giorno storico per l’Italia».
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Finisce dopo 30 anni la latitanza di Matteo Messina Denaro. Forse tradito da una intercettazione. Il mistero del selfie.Il premier Giorgia Meloni vola a Palermo. «Adesso tocca ai fiancheggiatori». Sergio Mattarella si congratula con l’Arma. Matteo Salvini: «Nessun criminale è imprendibile».Lo speciale comprende due articoli.Il mammasantissima di Castelvetrano era in coda per il tampone, prima della seduta di chemioterapia: gli occhiali scuri con le lenti ovali che hanno preso il posto dei Ray ban delle poche foto che circolavano, il giubbotto chelsey imbottito con sotto un pesante maglione di lana al posto delle camicie di seta con cui tutti lo immaginavano e al polso un Frank Muller da 35.000 euro. Che forse è lo stesso orologio d’oro delle descrizioni che arrivano dal Venezuela, dove ha lasciato una delle sue ultime tracce. I carabinieri, che poco prima delle 8 di ieri mattina erano già alla clinica Maddalena di Palermo ad attenderlo, si sono avvicinati e gli hanno chiesto l’identità. Lui ha risposto: «Lei sa chi sono io», Matteo Messina Denaro. Fine della latitanza. Ammanettato dal colonnello Lucio Arcidiacono. Con lui il boss «ha avuto un tono di voce pacato», ha detto ai giornalisti il carabiniere. Dopo 30 anni da primula rossa, u Siccu, come lo avevano ribattezzato nel mondo della mala di Trinacria, prima denuncia per associazione mafiosa nel 1989 e tra i mandanti delle stragi in cui sono stati sacrificati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, avvistato dappertutto ma mai braccato, con un patrimonio ancora stimato in 13 milioni di euro (e con 1.300 euro nel portafogli), si è fatto arrestare. La versione ufficiale dell’arresto l’hanno fornita Procura antimafia di Palermo e carabinieri del Ros durante una conferenza stampa (al comando Legione carabinieri di Palermo con il procuratore Maurizio De Lucia, l’aggiunto Paolo Guidi, il generale del Ros Pasquale Angelosanto e il comandante provinciale di Trapani Fabio Bottino). E a portare gli inquirenti dritti dal capobastone condannato all’ergastolo per decine di omicidi, tra cui quello di Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido a 15 anni, sarebbero state le gravi malattie di cui soffre e che sono state scoperte intercettando i pochi familiari in libertà. Ascoltando le criptiche frasi delle sorelle, dalle quali emergeva il turbamento per un parente che stava male, con una indagine di tipo tradizionale, incrociando i dati nelle banche dati sanitarie, sono spuntati fuori un po’ di nomi interessanti. Uno su tutti: Andrea Bonafede da Campobello di Mazara (Trapani), di professione geometra. Classe 1963. Quasi coetaneo dell’Imprendibile. Con la carta d’identità del geometra di Campobello il super boss, figlio d’arte (don Ciccio, suo padre, faceva il bello e il cattivo tempo a Castelvetrano e aveva scelto come padrino di cresima per Matteo tale Antonio Marotta, fratello di uno dei componenti della banda di Salvatore Giuliano) si presentava in clinica per le cure. L’adenocarcinoma mucinoso del colon, forma tumorale particolarmente aggressiva, gli era stato diagnosticato da un patologo dirigente dell’ospedale Vittorio Emanuele Secondo di Castelvetrano. La cartella clinica porta la firma del dottor Michele Spicola. E la diagnosi risale al 24 novembre del 2020, in piena pandemia, quando il medico scrive un referto istologico per il geometra Bonafede che sembra una condanna a morte. Nel 2021 Messina Denaro viene operato una seconda volta e subisce la resezione di alcune metastasi al fegato. E frequentando ospedali e cliniche in questi due anni, con i suoi tre vaccini anti Covid in quanto soggetto considerato fragile, ha lasciato più di una traccia plateale in giro: portava in regalo lattine di olio ai dottori e con uno di questi si è esibito pure in un sorridente selfie in maniche di camicia, colletto all’italiana e logo ricamato sul petto. Nel 2020, poi, si è sottoposto a una biopsia al colon all’ospedale Abele Aiello di Mazara del Vallo. E anche questa cartella clinica è finita nelle mani degli investigatori. Come la documentazione dello studio del dottor Filippo Zerilli, oncologo dell’ospedale di Trapani. Per le cure e le ricette mediche, però, si sarebbe rivolto ad Alfredo Tumbarello, già candidato sindaco a Campobello e considerato vicino ad Antonio D’Alì, l’ex senatore ed ex sottosegretario all’Interno forzista condannato (e poi arrestato) per concorso esterno anche per l’ipotizzata vicinanza con i Messina Denaro. Gli studi professionali di entrambi i medici sono stati perquisiti l’altra notte e rientrano tra i 12 decreti eseguiti dai carabinieri del Ros (cinque a Campobello). Ma, dettaglio che è apparso subito come particolarmente strano, ce n’era uno anche per il New Acqua splash, un parco acquatico sorto nel 1997 e finito in amministrazione giudiziaria nel 2001 per bancarotta (poi confiscato nel 2022). E non è l’unica stranezza. Agli inizi di novembre Salvatore Baiardo, ex gelatiere di Omegna e factotum dei fratelli Graviano, a favore delle telecamere di La7 aveva annunciato: «Presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?». Arrivando a definire l’arresto del super boss un «regalino» per il nuovo governo e rispolverando vecchie storie sulle trattative. «Ma quale trattativa?», esplode Giorgia Meloni intervistata da Rete 4: «Non c’è bisogno di mettersi d’accordo con la mafia per batterla». Il fatto è che la rete di protezione del boss ormai deve essere stata un po’ azzoppata, visto che l’ammuina fatta prima dell’arresto non ha insospettito il capomandamento. Che ieri mattina ha vestito i panni di Bonafede e si è presentato, disarmato, all’appuntamento in clinica. I carabinieri avevano scoperto che il giorno dell’intervento il Bonafede della carta d’identità non era in clinica. E, così, sotto Natale le indagini si sono fatte stringenti. E quando gli investigatori hanno saputo che Bonafede si sarebbe dovuto presentare per la chemioterapia hanno cinturato la Maddalena. Il paziente era accompagnato da Giovanni Luppino, un incensurato che a Campobello è famoso come broker di olio d’oliva e che gli faceva da autista con la sua Fiat Bravo bianca (è stato arrestato anche lui). Negli archivi dei carabinieri veniva definito «di buona condotta in genere, essendo immune da pregiudizi di polizia agli atti d’Ufficio». Un insospettabile, insomma, che «in pubblico gode di normale stima e reputazione». E ora si cerca il covo nel quale ha passato la sua latitanza. Che non deve essere distante da Campobello, visto che l’autista e il geometra della carta d’identità sono entrambi del paesello. Tra gli investigatori c’è chi si lascia scappare che proprio l’abitazione di Bonafede potrebbe essere l’ultimo nascondiglio di Messina Denaro. Dalla casa, perquisita, è stato portato via materiale definito «interessante». Sempre a Campobello è stata perquisita l’abitazione di Salvatore Messina Denaro, fratello del boss, scarcerato un paio di anni fa. Mentre a Castelvetrano i militari sono entrati anche negli appartamenti delle sorelle. Il procuratore De Lucia in conferenza stampa ha affermato che «fette della borghesia» per molto tempo hanno fatto parte della rete dei favoreggiatori. Ora tocca a loro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-boss-dei-boss-preso-in-fila-in-clinica-aspettava-la-chemio-2659264517.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-premier-meloni-vola-a-palermo-adesso-tocca-ai-fiancheggiatori" data-post-id="2659264517" data-published-at="1673914268" data-use-pagination="False"> Il premier Meloni vola a Palermo. «Adesso tocca ai fiancheggiatori» Non poteva che essere un coro unanime di soddisfazione quello con cui la politica ha accolto l’arresto, da parte dei Ros, del «principe» dei latitanti di mafia Matteo Messina Denaro a Palermo. A partire ovviamente dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, appena appresa la notizia, è volata a Palermo per ringraziare di persona tutti coloro che hanno contribuito alla cattura del boss. Il premier, però, non si è limitato a congratularsi ma è entrato anche nel merito delle politiche di contrasto alla criminalità organizzata, rivendicando alcune scelte recenti e sottolineando l’importanza che l’arresto potrà assumere per gli sviluppi delle indagini su numerosi delitti irrisolti. Non a caso, nella prima dichiarazione a caldo diramata dopo la cattura, Meloni ha parlato di una «grande vittoria dello Stato che dimostra di non arrendersi di fronte alla mafia». «Il governo», ha aggiunto, «assicura che la lotta alla criminalità mafiosa proseguirà senza tregua, come dimostra il fatto che il primo provvedimento di questo esecutivo, la difesa del carcere ostativo, ha riguardato proprio questa materia». Una volta giunta nel capoluogo siciliano, il presidente del Consiglio è tornato sull’argomento, affermando che «quell’istituto voluto da Falcone e Borsellino è stato difeso dal governo» ma è andata oltre: «Non abbiamo vinto la guerra», ha detto, «non abbiamo sconfitto la mafia, ma questa era una battaglia fondamentale da vincere e rappresenta un colpo duro alla criminalità organizzata. C’è uno Stato che ha continuato a lavorare», ha aggiunto, «poi spero che qualcosa in più possa uscire su chi eventualmente avesse collaborato con lui». Infine, dal premier è arrivata anche una proposta, e cioè che il 16 gennaio diventi una data per celebrare la lotta alla criminalità organizzata: «È una proposta che farò», ha detto parlando ai cronisti. Grande soddisfazione, naturalmente, dal capo dello Stato Sergio Mattarella, fratello di una vittima di mafia, che ha telefonato in mattinata al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al comandante dell’Arma dei carabinieri Teo Luzi per congratularsi. Anche i presidente delle Camere hanno espresso la propria gioia per l’arresto di Messina Denaro: per il presidente del Senato Ignazio La Russa si tratta di una «notizia bellissima per la nostra Nazione», mentre il presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana ha parlato di vittoria «per lo Stato e gli italiani che credono nei valori della legalità e della giustizia», aggiungendo un pensiero per tutte le vittime della mafia e «tutti i magistrati che hanno sacrificato la propria vita nella lotta alla criminalità organizzata come i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e il Beato Rosario Livatino». Sul fronte politico, restando in maggioranza, il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini ha manifestato «profonda emozione» e ha aggiunto che «prima o poi anche i più grandi criminali in fuga vengono braccati e assicurati alla Giustizia: le istituzioni e i nostri eroi in divisa non mollano mai». In casa Fi, sia l’altro vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che il leader Silvio Berlusconi si sono complimentati con le forze dell’ordine: «Con i nostri governi», ha detto Berlusconi, «abbiamo dato nuovo impulso alla lotta contro la criminalità organizzata, con regole più efficaci: continueremo questa battaglia fino alla vittoria definitiva contro chi uccide e calpesta la dignità umana». Passando all’opposizione, il segretario del Pd Enrico Letta ha twittato che «la mafia alla fine perde sempre», mentre il presidente del M5s Giuseppe Conte, sempre su Twitter, ha scritto che «la mafia non può vincere e lo Stato non deve abbassare le difese né ora né mai». Chiude la rassegna dei tweet d’opposizione Carlo Calenda, parlando di «giorno storico per l’Italia».
Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
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Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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