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2019-03-28
I pm provano a montare un caso Diciotti bis
Ansa
L'indagato. Con la speranza neppure troppo nascosta che prima o poi diventi l'imputato. Arenata sul bagnasciuga delle autorizzazioni a procedere l'offensiva Diciotti, la battaglia navale dei giudici nei confronti del ministro dell'Interno Matteo Salvini ricomincia con la Sea Watch 3. L'ipotesi di reato è la stessa: omissione d'atti di ufficio e limitazione della libertà personale (praticamente sequestro di persona) dei 47 migranti arrivati davanti a Siracusa a fine gennaio, e bloccati per alcuni giorni sulla nave della Ong tedesca in attesa di soluzione internazionale del problema.
Per approfondire il capo d'imputazione, il fascicolo (per ora contro ignoti) è stato trasmesso dalla Procura di Roma, a firma del pm Sergio Colaiocco, a quella di Siracusa per competenza territoriale. Ma la patata bollente è stata immediatamente deviata come una pallina da flipper verso Catania, dove erano sbarcati i profughi, dove era stata istruita la pratica Diciotti e dove il Tribunale dei ministri etneo dovrà eventualmente pronunciarsi. Ci sono tutti i presupposti perché questo sia il secondo tempo di quella partita, anche se qualche sostanziale distinguo esiste.
A differenza della Diciotti, la Sea Watch 3 è una nave straniera che aveva imbarcato i migranti in acque territoriali libiche e, messa in allarme per l'arrivo di un fortunale, aveva deciso di puntare direttamente sulle coste italiane più lontane invece di riparare nella vicina Tunisia, meta rifugio di cargo e petroliere che in quei giorni incrociavano nella zona. A molti l'operazione è sembrata una provocazione per forzare la mano rispetto alle restrizioni del governo italiano. Il Pd la cavalcò immediatamente, e il rodeo di parlamentari sui gommoni attorno alla nave con salita a bordo di Matteo Orfini e Maurizio Martina (leader delle pittoresche «staffette democratiche») fece da sfondo alla campagna per le primarie del centrosinistra.
Il secondo punto debole dell'inchiesta riguarda l'accusa nel merito. Nei giorni della sosta davanti a Siracusa con le 47 persone a bordo (fra le quali otto minori di 16 e 17 anni senza documenti e non accompagnati), la stessa Ong Sea Watch denunciò il governo alla Corte europea dei Diritti dell'uomo di Strasburgo per imporre lo sbarco immediato. La risposta fu lapidaria: «La Cedu non accoglie la richiesta dei ricorrenti ad essere sbarcati, ma chiede all'Italia di adottare tutte le misure necessarie, il prima possibile, per fornire ai migranti adeguate cure mediche, cibo, acqua e generi di prima necessità». Supporto doveroso, peraltro in atto dall'ingresso in rada della nave.
La sentenza della Corte proseguiva così: «Per quanto riguarda i minori non accompagnati, si richiede al governo di fornire adeguata assistenza legale. La misura è in vigore fino a nuovo ordine». Dopo 12 giorni i passeggeri sbarcarono e la vicenda si risolse con il coinvolgimento di sette Paesi europei e alcune associazioni che se ne fecero carico. Ora la Procura di Catania dovrebbe contraddire la decisione ufficiale di un Tribunale internazionale qualificato come quello dei diritti umani, che non aveva ravvisato reati, tanto meno sequestri di persona in essere.
Matteo Salvini non mostra alcuna preoccupazione per la nuova offensiva che ricorda un metodo in voga durante i governi di Silvio Berlusconi, contrappuntati da fuochi d'artificio di inchieste e avvisi di garanzia. «È in arrivo un altro processo nei confronti del cattivone Salvini?», si domanda in una diretta Facebook dal Viminale. «Lo scopriremo solo vivendo come cantava Lucio Battisti. Io non cambio idea, in Italia si arriva col permesso, anche perché a meno partenze corrispondono meno morti». Poi un messaggio diretto ai magistrati: «Possono continuare a denunciare, denunciare denunciare. Non cambio idea, i porti italiani sono sigillati per quello che riguarda l'immigrazione clandestina e il traffico di esseri umani».
La battaglia navale prosegue e sposta onde anche ad Agrigento, dove la procura ha deciso di dissequestrare il naviglio Mare Jonio della ong italiana Mediterranea, che all'arrivo in porto a Lampedusa con 50 persone a bordo era stata presa in carico dalla Guardia di finanza. È un atto dovuto perché «sono cessate le esigenze probatorie», ha spiegato il procuratore aggiunto Salvatore Vella. Si tratta della nave di Luca Casarini, l'ex «disobbediente» di professione riscopertosi pirata dei Caraibi ed ora indagato con il comandante Pietro Marrone per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e mancato rispetto di un ordine proveniente da una nave militare. Quella della Gdf che aveva loro intimato l'alt.
«Vorrei presto tornare in mare a salvare vite», ha spiegato l'ex leader dei No Global. Poi si è precipitato alla Camera dei deputati dove il suo ex compare di assalti alla polizia Nicola Fratoianni e Orfini in rappresentanza del Pd, gli hanno offerto il caffè. La sfilata del rivoluzionario all'amatriciana ha creato imbarazzi perfino a sinistra. E Salvini ha chiosato con disgusto: «La Camera trasformata in un centro sociale».
Migranti salvati dirottano mercantile. Dalle coste libiche puntano verso di noi
La virata è arrivata all'improvviso a sei miglia marine, più o meno, da Tripoli. Sui radar gli ufficiali della Guardia costiera libica hanno visto la nave cisterna turca El Hiblu 1 invertire la rotta e riprendere il largo in direzione dell'area di ricerca e soccorso di Malta con a bordo i 108 migranti tratti in salvo poche ore prima. Uomini e donne che avevano sfidato le onde su una bagnarola per raggiungere le coste europee, ma che si erano ritrovati quasi immediatamente in difficoltà.
Nessuno aveva impartito l'ordine di tornare indietro né ipotizzato una diversa destinazione rispetto a quella programmata subito dopo il primo contatto radio tra le autorità libiche e il comandante. La nave cisterna El Hiblu 1 doveva entrare nel porto della capitale nordafricana e far sbarcare lì i profughi. Che cosa è successo, allora nella sala comandi dell'imbarcazione? E perché sono stati poi spenti i transponder?
«Poveri naufraghi che dirottano il mercantile che li ha salvati perché vogliono decidere la rotta della crociera», ha spiegato in diretta Facebook il ministro Matteo Salvini. Mostrando sulla cartina il punto in cui si trovava la nave «a mezza via tra Italia e Malta». In direzione Nord. Fuori dall'area di competenza della Guardia costiera libica, ormai tagliata fuori da ogni possibile genere di intervento. Ostaggio dei migranti che ne hanno preso il controllo.
«Io dico ai pirati: «l'Italia scordatevela», ha aggiunto Salvini. A bordo del natante, battente bandiera delle Isole Palau, non si sono registrati atti di violenza, almeno per quel che è stato possibile ricostruire. Le autorità maltesi, nonostante i ripetuti tentativi, non sono riuscite a parlare con il comandante della nave cisterna se non a tarda sera, quando è stato ufficialmente confermato l'atto di pirateria con tanto di segnalazione satellitare al sistema Ssas, ovvero lo Ship security alert system.
«Questa è la dimostrazione più evidente che non si tratta di un'operazione di soccorso ma un traffico criminale di esseri umani che arriva addirittura a dirottare un'imbarcazione privata. È un gesto di delinquenza, di criminalità organizzata. Le acque italiane sono precluse ai criminali», è stato l'affondo del capo del Viminale.
Fino a questa notte, la situazione è rimasta praticamente nel limbo: la nave cisterna è entrata in zona Sar maltese (termine inglese, search and rescue, che indica lo specchio d'acqua di competenza di un Paese per la ricerca e il soccorso di navi in avaria) in concomitanza con un peggioramento delle condizioni meteo. Il che significa che, solo nelle prossime ore, si riuscirà a capire se la petroliera punterà la prua verso Lampedusa o verso le coste maltesi. Intanto, La Valletta ha immediatamente attivato il protocollo di sicurezza. Non per accogliere i migranti, ma per tutelare sé stessa. Una portavoce dell'Aeronautica militare maltese ha confermato infatti di aver ricevuto una segnalazione su una «nave dirottata» anticipando un possibile intervento delle autorità marittime nazionali per impedirle l'accesso ai porti. Ma questo sarà possibile solo quando, e se, la nave entrerà nelle acque territoriali dell'isola, entro le 24 miglia marine.
Intanto, il salvataggio dei profughi ha immediatamente fatto scoccare la scintilla della polemica politica contro il leader della Lega. Il primo a parlare è stato Luca Casarini, capo missione della Ong Mediterranea, recentemente indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in relazione all'attracco della nave Mare Jonio a Lampedusa. «Il nostro centro di controllo sta monitorando questa vicenda, ma è evidente che non si tratta di pirati, bensì di persone che scappano dai lager, dai campi di concentramento», ha dichiarato l'ex leader dei No Global. La rete delle associazioni italiane che con la nave Mare Jonio si alterna con Sea Watch e Open Arms nel Mediterraneo ha rincarato la dose. «L'articolo 33 della Convenzione di Ginevra parla chiaro», attacca la Ong Mediterranea, «nessuno Stato contraente espellerà o respingerà in qualsiasi modo un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate. I governi che si oppongono a questo salvataggio e pretendono che la nave consegni i naufraghi in un porto libico compiono un reato oltre che un atto disumano». «Facciamo appello alle istituzioni europee perché non voltino la testa da un'altra parte ed aiutino le persone in fuga dai campi di concentramento libici». «Alla El Hiblu 1 deve essere immediatamente assegnato un porto sicuro in un Paese europeo», conclude la rete, «dove alle persone salvate siano garantiti i diritti umani fondamentali. Queste persone non possono né devono essere trattate come “pirati" o criminali, ma come richiedenti asilo in fuga dall'inferno dei campi di detenzione libici».
Una nuova crisi diplomatica e politica è a questo punto all'orizzonte.
I supporter dello ius soli mentono. La legge tutela già i giovani stranieri
Potevano mancare i sindacati alla crociata promossa dalla sinistra per lo ius soli? No, e infatti non mancano. L'altro ieri pure Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, ha timbrato il cartellino (intervistona a Repubblica), facendoci evidentemente immaginare che, prima del lavoro, dei contratti, delle pensioni, della ripresa economica, venga - priorità delle priorità - lo ius soli, e lo stravolgimento di una normativa che già attualmente, come La Verità ha spiegato due giorni fa in dettaglio, produce ogni anno nuovi record italiani di concessione della cittadinanza. Più di qualunque altro Paese europeo. Ma al sindacato non basta.
Anzi, il fatto che l'Italia sia per distacco il primo paese Ue a concedere cittadinanze non sfiora nemmeno la Furlan, che sentenzia: «Una legge così restrittiva sul diritto di cittadinanza non ha senso in termini umani, giuridici, sociali e anche economici». Con tanti saluti alle cifre e ai dati Istat, che attestano il contrario.
Dopo di che, il leader Cisl si lancia nel repertorio più classico: la storia umana, il caso strappalacrime: «Due anni fa al congresso Cisl è venuto un ragazzo di Caserta che proprio quel giorno compiva 18 anni, e ha raccontato come, pur essendo nato in Italia, frequentato le scuole italiane, giocato a calcio in una squadra locale, avesse dovuto aspettare fino a quel giorno» per la cittadinanza.
Non ditelo alla Furlan: ma esattamente il suo racconto mostra che una ragionevolissima attesa della cittadinanza (non a caso fatta coincidere con il compimento della maggiore età) non priva l'adolescente figlio di cittadini stranieri proprio di nulla: né sul piano scolastico e educativo, né su quello sociale, né in ogni altro aspetto riguardante i diritti e le libertà di un giovane.
E infatti il segretario Cisl è costretto a ripiegare su dati puramente psicologici, inafferrabili, discutibilissimi: «Il mancato riconoscimento della cittadinanza comporta disagi per i bambini e le bambine di seconda generazione». Ma in che senso? Semmai, è vero il contrario: chiunque conosca la realtà di molte scuole elementari italiane sa che proprio la presenza, a volte troppo elevata, di bimbi di origine non italiana determina - per tutti, indipendentemente da qualunque considerazione politica - un'oggettiva difficoltà didattica.
Ma torniamo al punto di fondo. Quale sarebbe il danno - per l'adolescente figlio di cittadini non italiani - di dover attendere il diciottesimo compleanno per diventare italiani? Due sere fa, nel programma di Rete 4 Quarta Repubblica, Nicola Porro lo ha gentilmente - quindi con massima perfidia - chiesto ai suoi ospiti di sinistra: «Ma scusate, quali sarebbero le discriminazioni, le possibilità in meno per un adolescente senza cittadinanza? Me le elencate?». Un lungo, interminabile silenzio. Sorridendo soddisfatto, il sottosegretario leghista Stefano Candiani ha mormorato: «Dovranno restare muti, perché non ce ne sono». E infatti, in mancanza d'altro, da sinistra è ripartita la solita canzoncina del «sentirsi accettati».
Ma la realtà è un'altra. Non c'è alcuna discriminazione. Sul piano costituzionale, piena tutela è garantita dal comma 2 dell'articolo 10 della Carta: «La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali». Anche per gli irregolari (ovviamente) sono e restano garantiti i diritti fondamentali della persona umana. Quanto ai regolari, in linea di massima hanno gli stessi diritti dei cittadini italiani. In particolare, i lavoratori e le loro famiglie hanno piena parità di trattamento e uguaglianza giuridica rispetto ai lavoratori italiani.
Certo, ai fini dell'accesso ad alcuni servizi o benefici, la legge può sempre mettere dei paletti (è accaduto di recente anche per il reddito di cittadinanza, ancorato alla condizione dei dieci anni di residenza), ma deve appunto trattarsi di criteri oggettivi, generali ed astratti: non certo legati a razza, lingua o religione. È perfino superfluo sottolineare che queste ultime ipotesi siano tassativamente escluse, e addirittura inimmaginabili per il nostro ordinamento.
Morale. Il nostro adolescente figlio di non italiani e in attesa di cittadinanza può studiare? Sì, anzi deve. Può curarsi, se ha un problema di salute? Certamente. Può comportarsi in tutto e per tutto come i suoi compagni? Assolutamente sì. Ovviamente avrà solo documenti diversi, che gli serviranno per viaggiare e spostarsi. Il massimo del disagio pratico può essere questo.
Quanto, infine, al tema dell'«accettazione», anche lì l'argomento degli immigrazionisti è facilmente rovesciabile. Se ci fosse un governo (il loro), determinato ad andare contro la maggioranza degli elettori per imporre lo ius soli, ma contemporaneamente permanesse una diffidenza sociale, una contrarietà degli italiani alla novità, sarebbe proprio quella situazione a generare ulteriore rancore, conflitti, ostilità. È esattamente quel circuito perverso che - in altri Paesi - ha portato ragazzi apparentemente normali e integrati a compiere atti violenti. Meglio pensarci prima.
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La Procura di Roma gira a Siracusa il fascicolo sulla Sea Watch 3. L'imbarcazione dell'Ong tedesca che fece sbarcare a Catania 47 migranti dopo una finta emergenza. L'ipotesi da omissione di atti d'ufficio diventa sequestro di persona. Viminale nel mirino.La nave, con 108 persone, s'è allontanata da Tripoli diretta a Nord. Malta schiera la marina. Matteo Salvini: «Pirati, l'Italia ve la scordate».Mentre aspettano di compiere i 18 anni, i minori di seconda generazione godono dei medesimi diritti dei compagni italiani: dalla scuola, alla salute è tutto uguale. Gli isterismi della sinistra sono infondati.Lo speciale contiene tre articoli.L'indagato. Con la speranza neppure troppo nascosta che prima o poi diventi l'imputato. Arenata sul bagnasciuga delle autorizzazioni a procedere l'offensiva Diciotti, la battaglia navale dei giudici nei confronti del ministro dell'Interno Matteo Salvini ricomincia con la Sea Watch 3. L'ipotesi di reato è la stessa: omissione d'atti di ufficio e limitazione della libertà personale (praticamente sequestro di persona) dei 47 migranti arrivati davanti a Siracusa a fine gennaio, e bloccati per alcuni giorni sulla nave della Ong tedesca in attesa di soluzione internazionale del problema. Per approfondire il capo d'imputazione, il fascicolo (per ora contro ignoti) è stato trasmesso dalla Procura di Roma, a firma del pm Sergio Colaiocco, a quella di Siracusa per competenza territoriale. Ma la patata bollente è stata immediatamente deviata come una pallina da flipper verso Catania, dove erano sbarcati i profughi, dove era stata istruita la pratica Diciotti e dove il Tribunale dei ministri etneo dovrà eventualmente pronunciarsi. Ci sono tutti i presupposti perché questo sia il secondo tempo di quella partita, anche se qualche sostanziale distinguo esiste. A differenza della Diciotti, la Sea Watch 3 è una nave straniera che aveva imbarcato i migranti in acque territoriali libiche e, messa in allarme per l'arrivo di un fortunale, aveva deciso di puntare direttamente sulle coste italiane più lontane invece di riparare nella vicina Tunisia, meta rifugio di cargo e petroliere che in quei giorni incrociavano nella zona. A molti l'operazione è sembrata una provocazione per forzare la mano rispetto alle restrizioni del governo italiano. Il Pd la cavalcò immediatamente, e il rodeo di parlamentari sui gommoni attorno alla nave con salita a bordo di Matteo Orfini e Maurizio Martina (leader delle pittoresche «staffette democratiche») fece da sfondo alla campagna per le primarie del centrosinistra. Il secondo punto debole dell'inchiesta riguarda l'accusa nel merito. Nei giorni della sosta davanti a Siracusa con le 47 persone a bordo (fra le quali otto minori di 16 e 17 anni senza documenti e non accompagnati), la stessa Ong Sea Watch denunciò il governo alla Corte europea dei Diritti dell'uomo di Strasburgo per imporre lo sbarco immediato. La risposta fu lapidaria: «La Cedu non accoglie la richiesta dei ricorrenti ad essere sbarcati, ma chiede all'Italia di adottare tutte le misure necessarie, il prima possibile, per fornire ai migranti adeguate cure mediche, cibo, acqua e generi di prima necessità». Supporto doveroso, peraltro in atto dall'ingresso in rada della nave. La sentenza della Corte proseguiva così: «Per quanto riguarda i minori non accompagnati, si richiede al governo di fornire adeguata assistenza legale. La misura è in vigore fino a nuovo ordine». Dopo 12 giorni i passeggeri sbarcarono e la vicenda si risolse con il coinvolgimento di sette Paesi europei e alcune associazioni che se ne fecero carico. Ora la Procura di Catania dovrebbe contraddire la decisione ufficiale di un Tribunale internazionale qualificato come quello dei diritti umani, che non aveva ravvisato reati, tanto meno sequestri di persona in essere. Matteo Salvini non mostra alcuna preoccupazione per la nuova offensiva che ricorda un metodo in voga durante i governi di Silvio Berlusconi, contrappuntati da fuochi d'artificio di inchieste e avvisi di garanzia. «È in arrivo un altro processo nei confronti del cattivone Salvini?», si domanda in una diretta Facebook dal Viminale. «Lo scopriremo solo vivendo come cantava Lucio Battisti. Io non cambio idea, in Italia si arriva col permesso, anche perché a meno partenze corrispondono meno morti». Poi un messaggio diretto ai magistrati: «Possono continuare a denunciare, denunciare denunciare. Non cambio idea, i porti italiani sono sigillati per quello che riguarda l'immigrazione clandestina e il traffico di esseri umani».La battaglia navale prosegue e sposta onde anche ad Agrigento, dove la procura ha deciso di dissequestrare il naviglio Mare Jonio della ong italiana Mediterranea, che all'arrivo in porto a Lampedusa con 50 persone a bordo era stata presa in carico dalla Guardia di finanza. È un atto dovuto perché «sono cessate le esigenze probatorie», ha spiegato il procuratore aggiunto Salvatore Vella. Si tratta della nave di Luca Casarini, l'ex «disobbediente» di professione riscopertosi pirata dei Caraibi ed ora indagato con il comandante Pietro Marrone per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e mancato rispetto di un ordine proveniente da una nave militare. Quella della Gdf che aveva loro intimato l'alt.«Vorrei presto tornare in mare a salvare vite», ha spiegato l'ex leader dei No Global. Poi si è precipitato alla Camera dei deputati dove il suo ex compare di assalti alla polizia Nicola Fratoianni e Orfini in rappresentanza del Pd, gli hanno offerto il caffè. La sfilata del rivoluzionario all'amatriciana ha creato imbarazzi perfino a sinistra. E Salvini ha chiosato con disgusto: «La Camera trasformata in un centro sociale». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-pm-provano-a-montare-un-caso-diciotti-bis-2632971356.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="migranti-salvati-dirottano-mercantile-dalle-coste-libiche-puntano-verso-di-noi" data-post-id="2632971356" data-published-at="1779151852" data-use-pagination="False"> Migranti salvati dirottano mercantile. Dalle coste libiche puntano verso di noi La virata è arrivata all'improvviso a sei miglia marine, più o meno, da Tripoli. 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E perché sono stati poi spenti i transponder? «Poveri naufraghi che dirottano il mercantile che li ha salvati perché vogliono decidere la rotta della crociera», ha spiegato in diretta Facebook il ministro Matteo Salvini. Mostrando sulla cartina il punto in cui si trovava la nave «a mezza via tra Italia e Malta». In direzione Nord. Fuori dall'area di competenza della Guardia costiera libica, ormai tagliata fuori da ogni possibile genere di intervento. Ostaggio dei migranti che ne hanno preso il controllo. «Io dico ai pirati: «l'Italia scordatevela», ha aggiunto Salvini. A bordo del natante, battente bandiera delle Isole Palau, non si sono registrati atti di violenza, almeno per quel che è stato possibile ricostruire. Le autorità maltesi, nonostante i ripetuti tentativi, non sono riuscite a parlare con il comandante della nave cisterna se non a tarda sera, quando è stato ufficialmente confermato l'atto di pirateria con tanto di segnalazione satellitare al sistema Ssas, ovvero lo Ship security alert system. «Questa è la dimostrazione più evidente che non si tratta di un'operazione di soccorso ma un traffico criminale di esseri umani che arriva addirittura a dirottare un'imbarcazione privata. È un gesto di delinquenza, di criminalità organizzata. Le acque italiane sono precluse ai criminali», è stato l'affondo del capo del Viminale. Fino a questa notte, la situazione è rimasta praticamente nel limbo: la nave cisterna è entrata in zona Sar maltese (termine inglese, search and rescue, che indica lo specchio d'acqua di competenza di un Paese per la ricerca e il soccorso di navi in avaria) in concomitanza con un peggioramento delle condizioni meteo. Il che significa che, solo nelle prossime ore, si riuscirà a capire se la petroliera punterà la prua verso Lampedusa o verso le coste maltesi. Intanto, La Valletta ha immediatamente attivato il protocollo di sicurezza. Non per accogliere i migranti, ma per tutelare sé stessa. Una portavoce dell'Aeronautica militare maltese ha confermato infatti di aver ricevuto una segnalazione su una «nave dirottata» anticipando un possibile intervento delle autorità marittime nazionali per impedirle l'accesso ai porti. Ma questo sarà possibile solo quando, e se, la nave entrerà nelle acque territoriali dell'isola, entro le 24 miglia marine. Intanto, il salvataggio dei profughi ha immediatamente fatto scoccare la scintilla della polemica politica contro il leader della Lega. Il primo a parlare è stato Luca Casarini, capo missione della Ong Mediterranea, recentemente indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in relazione all'attracco della nave Mare Jonio a Lampedusa. «Il nostro centro di controllo sta monitorando questa vicenda, ma è evidente che non si tratta di pirati, bensì di persone che scappano dai lager, dai campi di concentramento», ha dichiarato l'ex leader dei No Global. La rete delle associazioni italiane che con la nave Mare Jonio si alterna con Sea Watch e Open Arms nel Mediterraneo ha rincarato la dose. «L'articolo 33 della Convenzione di Ginevra parla chiaro», attacca la Ong Mediterranea, «nessuno Stato contraente espellerà o respingerà in qualsiasi modo un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate. I governi che si oppongono a questo salvataggio e pretendono che la nave consegni i naufraghi in un porto libico compiono un reato oltre che un atto disumano». «Facciamo appello alle istituzioni europee perché non voltino la testa da un'altra parte ed aiutino le persone in fuga dai campi di concentramento libici». «Alla El Hiblu 1 deve essere immediatamente assegnato un porto sicuro in un Paese europeo», conclude la rete, «dove alle persone salvate siano garantiti i diritti umani fondamentali. Queste persone non possono né devono essere trattate come “pirati" o criminali, ma come richiedenti asilo in fuga dall'inferno dei campi di detenzione libici». Una nuova crisi diplomatica e politica è a questo punto all'orizzonte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-pm-provano-a-montare-un-caso-diciotti-bis-2632971356.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-supporter-dello-ius-soli-mentono-la-legge-tutela-gia-i-giovani-stranieri" data-post-id="2632971356" data-published-at="1779151852" data-use-pagination="False"> I supporter dello ius soli mentono. La legge tutela già i giovani stranieri Potevano mancare i sindacati alla crociata promossa dalla sinistra per lo ius soli? No, e infatti non mancano. L'altro ieri pure Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, ha timbrato il cartellino (intervistona a Repubblica), facendoci evidentemente immaginare che, prima del lavoro, dei contratti, delle pensioni, della ripresa economica, venga - priorità delle priorità - lo ius soli, e lo stravolgimento di una normativa che già attualmente, come La Verità ha spiegato due giorni fa in dettaglio, produce ogni anno nuovi record italiani di concessione della cittadinanza. Più di qualunque altro Paese europeo. Ma al sindacato non basta. Anzi, il fatto che l'Italia sia per distacco il primo paese Ue a concedere cittadinanze non sfiora nemmeno la Furlan, che sentenzia: «Una legge così restrittiva sul diritto di cittadinanza non ha senso in termini umani, giuridici, sociali e anche economici». Con tanti saluti alle cifre e ai dati Istat, che attestano il contrario. Dopo di che, il leader Cisl si lancia nel repertorio più classico: la storia umana, il caso strappalacrime: «Due anni fa al congresso Cisl è venuto un ragazzo di Caserta che proprio quel giorno compiva 18 anni, e ha raccontato come, pur essendo nato in Italia, frequentato le scuole italiane, giocato a calcio in una squadra locale, avesse dovuto aspettare fino a quel giorno» per la cittadinanza. Non ditelo alla Furlan: ma esattamente il suo racconto mostra che una ragionevolissima attesa della cittadinanza (non a caso fatta coincidere con il compimento della maggiore età) non priva l'adolescente figlio di cittadini stranieri proprio di nulla: né sul piano scolastico e educativo, né su quello sociale, né in ogni altro aspetto riguardante i diritti e le libertà di un giovane. E infatti il segretario Cisl è costretto a ripiegare su dati puramente psicologici, inafferrabili, discutibilissimi: «Il mancato riconoscimento della cittadinanza comporta disagi per i bambini e le bambine di seconda generazione». Ma in che senso? Semmai, è vero il contrario: chiunque conosca la realtà di molte scuole elementari italiane sa che proprio la presenza, a volte troppo elevata, di bimbi di origine non italiana determina - per tutti, indipendentemente da qualunque considerazione politica - un'oggettiva difficoltà didattica. Ma torniamo al punto di fondo. Quale sarebbe il danno - per l'adolescente figlio di cittadini non italiani - di dover attendere il diciottesimo compleanno per diventare italiani? Due sere fa, nel programma di Rete 4 Quarta Repubblica, Nicola Porro lo ha gentilmente - quindi con massima perfidia - chiesto ai suoi ospiti di sinistra: «Ma scusate, quali sarebbero le discriminazioni, le possibilità in meno per un adolescente senza cittadinanza? Me le elencate?». Un lungo, interminabile silenzio. Sorridendo soddisfatto, il sottosegretario leghista Stefano Candiani ha mormorato: «Dovranno restare muti, perché non ce ne sono». E infatti, in mancanza d'altro, da sinistra è ripartita la solita canzoncina del «sentirsi accettati». Ma la realtà è un'altra. Non c'è alcuna discriminazione. Sul piano costituzionale, piena tutela è garantita dal comma 2 dell'articolo 10 della Carta: «La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali». Anche per gli irregolari (ovviamente) sono e restano garantiti i diritti fondamentali della persona umana. Quanto ai regolari, in linea di massima hanno gli stessi diritti dei cittadini italiani. In particolare, i lavoratori e le loro famiglie hanno piena parità di trattamento e uguaglianza giuridica rispetto ai lavoratori italiani. Certo, ai fini dell'accesso ad alcuni servizi o benefici, la legge può sempre mettere dei paletti (è accaduto di recente anche per il reddito di cittadinanza, ancorato alla condizione dei dieci anni di residenza), ma deve appunto trattarsi di criteri oggettivi, generali ed astratti: non certo legati a razza, lingua o religione. È perfino superfluo sottolineare che queste ultime ipotesi siano tassativamente escluse, e addirittura inimmaginabili per il nostro ordinamento. Morale. Il nostro adolescente figlio di non italiani e in attesa di cittadinanza può studiare? Sì, anzi deve. Può curarsi, se ha un problema di salute? Certamente. Può comportarsi in tutto e per tutto come i suoi compagni? Assolutamente sì. Ovviamente avrà solo documenti diversi, che gli serviranno per viaggiare e spostarsi. Il massimo del disagio pratico può essere questo. Quanto, infine, al tema dell'«accettazione», anche lì l'argomento degli immigrazionisti è facilmente rovesciabile. Se ci fosse un governo (il loro), determinato ad andare contro la maggioranza degli elettori per imporre lo ius soli, ma contemporaneamente permanesse una diffidenza sociale, una contrarietà degli italiani alla novità, sarebbe proprio quella situazione a generare ulteriore rancore, conflitti, ostilità. È esattamente quel circuito perverso che - in altri Paesi - ha portato ragazzi apparentemente normali e integrati a compiere atti violenti. Meglio pensarci prima.
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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