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2018-05-12
I magistrati chiedono il rinvio a giudizio dei genitori di Renzi, mentre lui lascia in rosso il Pd
ANSA
Mentre nei Palazzi della politica si tratta per la nascita di un governo giallo-verde, nelle Procure d'Italia le indagini sui genitori di Matteo Renzi procedono spedite. Ieri l'ufficio fiorentino guidato da Giuseppe Creazzo ha ufficializzato la richiesta di rinvio a giudizio per Tiziano Renzi e Laura Bovoli. Per i due imprenditori l'accusa, formulata dai pm Christine von Borries e Luca Turco, è di emissione di fatture false.
Le cose procedono speditamente anche a Cuneo dove sono terminate le investigazioni su mamma Bovoli, indagata per bancarotta fraudolenta documentale nel procedimento per il fallimento della ditta piemontese Direkta srl, già fornitore della Eventi 6 della famiglia Renzi. Nei prossimi giorni la Procura diretta da Francesca Nanni invierà a Firenze l'avviso di chiusura indagini. La data? «I tempi non saranno lunghi, le posso dire solo questo», ha ammesso la Nanni con La Verità. Per ora Laura Bovoli non ha inteso rispondere ai pm. Il suo legale Federico Bagattini attende l'arrivo delle carte con tutte le accuse per decidere il da farsi, sebbene la linea prescelta sembri quella del silenzio, almeno sino al processo. Entro giugno conosceremo anche i risultati dell'inchiesta Consip. Nella Capitale Tiziano Renzi è iscritto sul registro degli indagati per traffico di influenze illecite e il prossimo mese i pm capitolini potrebbero inviargli un avviso di chiusura indagini oppure, se non avranno raccolto abbastanza prove contro di lui, chiederne l'archiviazione.
Ma l'elenco delle beghe non è finito. A Firenze procede a fari spenti pure la delicata inchiesta sul crac della cooperativa Delivery service Italia, fondata nel 2009 da persone di fiducia di babbo Tiziano e colata a picco nel 2015. Nell'inchiesta sono emersi anche strani scambi di fatture tra la Direkta (quella per la cui bancarotta è indagata Laura Bovoli) e la Delivery. In questo procedimento cinque indagati hanno già ricevuto l'avviso di garanzia e sono tutti soggetti che hanno come unico comune denominatore i rapporti con i genitori di Matteo: Roberto Bargilli, ex autista del camper del fu Rottamatore, è ancora consigliere delegato della Eventi 6; Pier Giovanni Spiteri oltre ad aver fondato la Delivery era stato piazzato da Tiziano in altre sue imprese come la Arturo srl e la Marmodiv; Simone Verdolin è stato definito da mamma Laura «il vecchio amministratore messo da noi»; Pasqualino Furii sta ancora collaborando con le aziende dei Renzi; infine Gian Franco Massone, pensionato genovese, oltre ad aver fatto la testa di legno nella Delivery, è stato utilizzato da Tiziano come controparte per la cessione di un ramo della futura Eventi 6, la traballante Chil post (fallita nel 2013).
Ovviamente se il fattore comune degli inquisiti è l'aver lavorato alle dipendenze dei Renzi, è facilmente intuibile che al centro di questa inchiesta ci siano proprio Tiziano e Laura, sebbene il procuratore aggiunto Turco, a quanto ci risulta, non gli abbia ancora mandato alcuna informazione di garanzia.
Intanto a Firenze i due genitori stanno per andare alla sbarra per due presunte false fatture. Nei prossimi mesi, probabilmente dopo l'estate, un giudice dell'udienza preliminare dovrà decidere se mandare o no a processo Renzi senior e la moglie. L'avvocato Bagattini non si spaventa: «La richiesta di rinvio a giudizio è ampiamente compatibile con la nostra richiesta di andare a processo formulata qualche tempo fa. Siamo certi di poter dimostrare in sede processuale l'assoluta correttezza dei comportamenti tenuti dai signori Renzi». L'accusa per loro è quella di aver incassato 192.800 euro divisi in due fatture per progetti di fattibilità mai realizzati. A dimostrare l'inconsistenza delle consulenze dei coniugi Renzi sarebbero tre mail partite dall'indirizzo della Eventi 6: da esse risulta che l'importo di una delle fatture è schizzato nel volgere di poche ore da 122.000 a 170.800 euro (Iva inclusa). Nella causale della parcella, però, era cambiata una sola parola: l'aggettivo «alberghiera» era stato sostituito dal vocabolo inglese «food», aggiungendo, apparentemente, al concetto di hotellerie quello di ristorazione. Alla terza e ultima mail è stata allegata dai Renzi una relazione di tre paginette, davvero basiche, costate al committente, l'imprenditore Luigi Dagostino, pure lui indagato, quasi 250 euro a parola. Per i magistrati quei soldi sarebbero finiti su un conto intestato ai genitori di Matteo e utilizzato per pagare le rate di un finanziamento bancario da circa 100.000 euro. Ma perché Dagostino avrebbe dovuto versare 192.800 euro in cambio di nulla? L'imprenditore con La Verità ha parlato di un lavoro di lobby. Infatti in quel periodo, mentre stava cercando di aprire alcuni outlet, incontrò insieme con Renzi senior diversi amministratori pubblici in giro per l'Italia.
In questo marasma sembra quasi profetico il messaggino inviato al padre da Matteo, dopo altre dichiarazioni di Dagostino a questo giornale: «L'intervista di quello mi conferma nel giudizio: la stragrande maggioranza di quelli che ti circondano mi fanno vomitare», scrisse l'ex premier. Renzi si lamentò anche, riferendosi sempre alle frequentazioni del genitore, del «giro di merda di Firenze». Un giro che non smette di riservare sorprese.
Giacomo Amadori
Il Nazareno licenzia 130 dipendenti
Matteo Renzi festeggia con i pop corn la nascita del governo M5s-Lega, ma intanto lascia 140 famiglie per strada, i dipendenti del Pd di cui non si capisce se è ancora segretario. È la triste situazione che stanno vivendo al Nazareno in queste ore, dopo che il tesoriere Francesco Bonifazi ha annunciato martedì scorso che salverà solo 35 persone delle 175 che sono in cassaintegrazione da più di un anno. «Ci ha comunicato» si legge in una mail dei sindacati dopo l'incontro che La Verità ha avuto modo di vedere «che, in base ai loro calcoli per la funzionalità del partito e la sostenibilità economica, il numero di dipendenti che verranno salvaguardati sarà di 35 unità. In sostanza, quindi, ci ha comunicato circa 140 esuberi». La tragedia è il risultato dei 9 milioni di euro spesi per il referendum costituzionale poi perso, ma anche del crollo dei voti alle ultime politiche, con una perdita secca di quasi 19 milioni di euro di entrate, il tutto unito alla fine dei rimborsi elettorali. In sostanza il Pd sta scomparendo, anzi è quasi demolito. Oltre ai 140 del Nazareno vanno aggiunti i 40 del gruppo alla Camera che rischiano anche loro il posto. Non solo, persino al Senato ci sono polemiche per le riduzioni imminenti, anche perché l'avvicendamento tra Luigi Zanda e il renziano Andrea Marcucci come capogruppo fa pensare che anche qui a essere salvati saranno soprattutto i fedelissimi del Giglio magico.
Anche i dipendenti dem di Montecitorio hanno scritto nei giorni scorsi una lettera, pubblicata sul sito del responsabile del Lavoro Cesare Damiano. «Siamo un gruppo di lavoratori licenziati dal gruppo del Pd della XVII legislatura e non riassunti dal nuovo gruppo» si legge. «Su 120 licenziati sono stati attualmente riassunti dal gruppo Pd della Camera o direttamente tutelati dalla Camera dei deputati (i cosiddetti allegati A), circa 80 ex dipendenti. Si profilerebbe quindi una riduzione del personale tra le 30 e le 40 unità, quasi tutte donne, una parte delle quali disabili, che hanno iniziato il proprio percorso lavorativo circa 30 anni fa presso i gruppi parlamentari confluiti poi nel gruppo del Partito democratico, e che oggi hanno un'età superiore a 50 anni, con carichi familiari importanti che includono portatori di handicap, figli disoccupati e famiglie monoreddito, per le quali la Naspi (indennità di disoccupazione) rappresenta solo un breve passaggio verso la perdita definitiva del lavoro e della pensione».
Nel frattempo, il mese scorso, Renzi ha deciso di chiudere la fondazione Open, quella che organizza la Leopolda, registrando in sei anni incassi per quasi 7 milioni di euro. Nuovo partito? Non si sa. Al momento ci sono i pop corn - anche se il (non) segretario poi ha smentito la battuta riportata dai quotidiani - e l'attesa per il governo Lega-5 stelle. La mossa di Bonifazi appare ai dipendenti messi alla porta un modo per salvare i fedelissimi, i renziani che potrebbero perdere il posto non solo per lo stato delle casse ma anche per l'imminente assemblea del 19 maggio, quando in teoria il Pd dovrebbe eleggere il nuovo segretario. Sull'appuntamento della prossima settimana è il caos. Ieri Renzi ha annunciato che terrà lui la relazione, anche se di fatto è dimissionario perché in teoria ci sarebbe il reggente Maurizio Martina. Con tutta probabilità si fisserà la data del prossimo congresso, ma non è chiaro neppure questo, perché c'era chi si aspettava le elezioni anticipate. Di sicuro a saltare dovrebbe essere il tesoriere, cioè Bonifazi, che è comunque potuto rimanere in carica nonostante le «dimissioni» di Renzi. Come lui anche il presidente Matteo Orfini.
La tragicommedia economica del Pd passa pure dall'Unità, il quotidiano che l'ex presidente del Consiglio tentò di rilanciare negli anni passati con l'aiuto dei costruttori Pessina e ora finito all'asta per 300.000 euro. Anche questo è il risultato della cessazione delle pubblicazioni e soprattutto del mancato pagamento degli stipendi dei giornalisti per i mesi di maggio e giugno 2017: si sono rivolti al giudice per riscuotere gli arretrati. C'è tempo fino a giugno per comprarla, perché poi, a distanza di un anno ormai dall'ultima pubblicazione, decadrà la registrazione. Del giornale fondato da Antonio Gramsci rischia di non rimanere più niente, anche perché da qualche mese c'è il quotidiano online Democratica. Il Pd, insomma, è in bancarotta. Peccato che il 9 gennaio scorso proprio Renzi al Nazareno avesse rassicurato i dipendenti dicendo che sarebbero stati salvati. Non è successo. Ora i lavoratori aspettano a giorni le lettere di licenziamento. E intanto c'è già chi minaccia di occupare la sede del Pd e di presentarsi all'assemblea di sabato 19 per manifestare. Forse quel giorno i pop corn saranno finiti.
Alessandro Da Rold


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Nell'inchiesta di Firenze per false fatture coinvolto pure l'ex socio Luigi Dagostino. A Cuneo chiusa l'indagine sulla madre dell'ex premier.Al Nazareno dovrebbero salvare solo 45 persone considerate «fedelissime». Rischio esuberi anche alla Camera e al Senato. Per finire, L'Unità va all'asta per 300.000 euroLo speciale contiene due articoli.Mentre nei Palazzi della politica si tratta per la nascita di un governo giallo-verde, nelle Procure d'Italia le indagini sui genitori di Matteo Renzi procedono spedite. Ieri l'ufficio fiorentino guidato da Giuseppe Creazzo ha ufficializzato la richiesta di rinvio a giudizio per Tiziano Renzi e Laura Bovoli. Per i due imprenditori l'accusa, formulata dai pm Christine von Borries e Luca Turco, è di emissione di fatture false.Le cose procedono speditamente anche a Cuneo dove sono terminate le investigazioni su mamma Bovoli, indagata per bancarotta fraudolenta documentale nel procedimento per il fallimento della ditta piemontese Direkta srl, già fornitore della Eventi 6 della famiglia Renzi. Nei prossimi giorni la Procura diretta da Francesca Nanni invierà a Firenze l'avviso di chiusura indagini. La data? «I tempi non saranno lunghi, le posso dire solo questo», ha ammesso la Nanni con La Verità. Per ora Laura Bovoli non ha inteso rispondere ai pm. Il suo legale Federico Bagattini attende l'arrivo delle carte con tutte le accuse per decidere il da farsi, sebbene la linea prescelta sembri quella del silenzio, almeno sino al processo. Entro giugno conosceremo anche i risultati dell'inchiesta Consip. Nella Capitale Tiziano Renzi è iscritto sul registro degli indagati per traffico di influenze illecite e il prossimo mese i pm capitolini potrebbero inviargli un avviso di chiusura indagini oppure, se non avranno raccolto abbastanza prove contro di lui, chiederne l'archiviazione. Ma l'elenco delle beghe non è finito. A Firenze procede a fari spenti pure la delicata inchiesta sul crac della cooperativa Delivery service Italia, fondata nel 2009 da persone di fiducia di babbo Tiziano e colata a picco nel 2015. Nell'inchiesta sono emersi anche strani scambi di fatture tra la Direkta (quella per la cui bancarotta è indagata Laura Bovoli) e la Delivery. In questo procedimento cinque indagati hanno già ricevuto l'avviso di garanzia e sono tutti soggetti che hanno come unico comune denominatore i rapporti con i genitori di Matteo: Roberto Bargilli, ex autista del camper del fu Rottamatore, è ancora consigliere delegato della Eventi 6; Pier Giovanni Spiteri oltre ad aver fondato la Delivery era stato piazzato da Tiziano in altre sue imprese come la Arturo srl e la Marmodiv; Simone Verdolin è stato definito da mamma Laura «il vecchio amministratore messo da noi»; Pasqualino Furii sta ancora collaborando con le aziende dei Renzi; infine Gian Franco Massone, pensionato genovese, oltre ad aver fatto la testa di legno nella Delivery, è stato utilizzato da Tiziano come controparte per la cessione di un ramo della futura Eventi 6, la traballante Chil post (fallita nel 2013).Ovviamente se il fattore comune degli inquisiti è l'aver lavorato alle dipendenze dei Renzi, è facilmente intuibile che al centro di questa inchiesta ci siano proprio Tiziano e Laura, sebbene il procuratore aggiunto Turco, a quanto ci risulta, non gli abbia ancora mandato alcuna informazione di garanzia. Intanto a Firenze i due genitori stanno per andare alla sbarra per due presunte false fatture. Nei prossimi mesi, probabilmente dopo l'estate, un giudice dell'udienza preliminare dovrà decidere se mandare o no a processo Renzi senior e la moglie. L'avvocato Bagattini non si spaventa: «La richiesta di rinvio a giudizio è ampiamente compatibile con la nostra richiesta di andare a processo formulata qualche tempo fa. Siamo certi di poter dimostrare in sede processuale l'assoluta correttezza dei comportamenti tenuti dai signori Renzi». L'accusa per loro è quella di aver incassato 192.800 euro divisi in due fatture per progetti di fattibilità mai realizzati. A dimostrare l'inconsistenza delle consulenze dei coniugi Renzi sarebbero tre mail partite dall'indirizzo della Eventi 6: da esse risulta che l'importo di una delle fatture è schizzato nel volgere di poche ore da 122.000 a 170.800 euro (Iva inclusa). Nella causale della parcella, però, era cambiata una sola parola: l'aggettivo «alberghiera» era stato sostituito dal vocabolo inglese «food», aggiungendo, apparentemente, al concetto di hotellerie quello di ristorazione. Alla terza e ultima mail è stata allegata dai Renzi una relazione di tre paginette, davvero basiche, costate al committente, l'imprenditore Luigi Dagostino, pure lui indagato, quasi 250 euro a parola. Per i magistrati quei soldi sarebbero finiti su un conto intestato ai genitori di Matteo e utilizzato per pagare le rate di un finanziamento bancario da circa 100.000 euro. Ma perché Dagostino avrebbe dovuto versare 192.800 euro in cambio di nulla? L'imprenditore con La Verità ha parlato di un lavoro di lobby. Infatti in quel periodo, mentre stava cercando di aprire alcuni outlet, incontrò insieme con Renzi senior diversi amministratori pubblici in giro per l'Italia.In questo marasma sembra quasi profetico il messaggino inviato al padre da Matteo, dopo altre dichiarazioni di Dagostino a questo giornale: «L'intervista di quello mi conferma nel giudizio: la stragrande maggioranza di quelli che ti circondano mi fanno vomitare», scrisse l'ex premier. Renzi si lamentò anche, riferendosi sempre alle frequentazioni del genitore, del «giro di merda di Firenze». Un giro che non smette di riservare sorprese. 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È la triste situazione che stanno vivendo al Nazareno in queste ore, dopo che il tesoriere Francesco Bonifazi ha annunciato martedì scorso che salverà solo 35 persone delle 175 che sono in cassaintegrazione da più di un anno. «Ci ha comunicato» si legge in una mail dei sindacati dopo l'incontro che La Verità ha avuto modo di vedere «che, in base ai loro calcoli per la funzionalità del partito e la sostenibilità economica, il numero di dipendenti che verranno salvaguardati sarà di 35 unità. In sostanza, quindi, ci ha comunicato circa 140 esuberi». La tragedia è il risultato dei 9 milioni di euro spesi per il referendum costituzionale poi perso, ma anche del crollo dei voti alle ultime politiche, con una perdita secca di quasi 19 milioni di euro di entrate, il tutto unito alla fine dei rimborsi elettorali. In sostanza il Pd sta scomparendo, anzi è quasi demolito. Oltre ai 140 del Nazareno vanno aggiunti i 40 del gruppo alla Camera che rischiano anche loro il posto. Non solo, persino al Senato ci sono polemiche per le riduzioni imminenti, anche perché l'avvicendamento tra Luigi Zanda e il renziano Andrea Marcucci come capogruppo fa pensare che anche qui a essere salvati saranno soprattutto i fedelissimi del Giglio magico. Anche i dipendenti dem di Montecitorio hanno scritto nei giorni scorsi una lettera, pubblicata sul sito del responsabile del Lavoro Cesare Damiano. «Siamo un gruppo di lavoratori licenziati dal gruppo del Pd della XVII legislatura e non riassunti dal nuovo gruppo» si legge. «Su 120 licenziati sono stati attualmente riassunti dal gruppo Pd della Camera o direttamente tutelati dalla Camera dei deputati (i cosiddetti allegati A), circa 80 ex dipendenti. Si profilerebbe quindi una riduzione del personale tra le 30 e le 40 unità, quasi tutte donne, una parte delle quali disabili, che hanno iniziato il proprio percorso lavorativo circa 30 anni fa presso i gruppi parlamentari confluiti poi nel gruppo del Partito democratico, e che oggi hanno un'età superiore a 50 anni, con carichi familiari importanti che includono portatori di handicap, figli disoccupati e famiglie monoreddito, per le quali la Naspi (indennità di disoccupazione) rappresenta solo un breve passaggio verso la perdita definitiva del lavoro e della pensione». Nel frattempo, il mese scorso, Renzi ha deciso di chiudere la fondazione Open, quella che organizza la Leopolda, registrando in sei anni incassi per quasi 7 milioni di euro. Nuovo partito? Non si sa. Al momento ci sono i pop corn - anche se il (non) segretario poi ha smentito la battuta riportata dai quotidiani - e l'attesa per il governo Lega-5 stelle. La mossa di Bonifazi appare ai dipendenti messi alla porta un modo per salvare i fedelissimi, i renziani che potrebbero perdere il posto non solo per lo stato delle casse ma anche per l'imminente assemblea del 19 maggio, quando in teoria il Pd dovrebbe eleggere il nuovo segretario. Sull'appuntamento della prossima settimana è il caos. Ieri Renzi ha annunciato che terrà lui la relazione, anche se di fatto è dimissionario perché in teoria ci sarebbe il reggente Maurizio Martina. Con tutta probabilità si fisserà la data del prossimo congresso, ma non è chiaro neppure questo, perché c'era chi si aspettava le elezioni anticipate. Di sicuro a saltare dovrebbe essere il tesoriere, cioè Bonifazi, che è comunque potuto rimanere in carica nonostante le «dimissioni» di Renzi. Come lui anche il presidente Matteo Orfini. La tragicommedia economica del Pd passa pure dall'Unità, il quotidiano che l'ex presidente del Consiglio tentò di rilanciare negli anni passati con l'aiuto dei costruttori Pessina e ora finito all'asta per 300.000 euro. Anche questo è il risultato della cessazione delle pubblicazioni e soprattutto del mancato pagamento degli stipendi dei giornalisti per i mesi di maggio e giugno 2017: si sono rivolti al giudice per riscuotere gli arretrati. C'è tempo fino a giugno per comprarla, perché poi, a distanza di un anno ormai dall'ultima pubblicazione, decadrà la registrazione. Del giornale fondato da Antonio Gramsci rischia di non rimanere più niente, anche perché da qualche mese c'è il quotidiano online Democratica. Il Pd, insomma, è in bancarotta. Peccato che il 9 gennaio scorso proprio Renzi al Nazareno avesse rassicurato i dipendenti dicendo che sarebbero stati salvati. Non è successo. Ora i lavoratori aspettano a giorni le lettere di licenziamento. E intanto c'è già chi minaccia di occupare la sede del Pd e di presentarsi all'assemblea di sabato 19 per manifestare. Forse quel giorno i pop corn saranno finiti. Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-magistrati-chiedono-il-rinvio-a-giudizio-dei-genitori-di-renzi-2567978258.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="particle-2" data-post-id="2567978258" data-published-at="1778628976" data-use-pagination="False"> <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-magistrati-chiedono-il-rinvio-a-giudizio-dei-genitori-di-renzi-2567978258.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="particle-3" data-post-id="2567978258" data-published-at="1778628976" data-use-pagination="False">
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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